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Full text of "Istorie Fiorentine"

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ISTORIE  FIOREMIKE 


SCIPIOIXE  AMMIUATO 


PARTE    PRIMA 


ORIE  FIORENTll 


SCIPIOIVE  AMMIRATO 

CON  l'  aggiunte 

DI 

SCIPIONE    AMMIRATO 

IL    Gì O V ANE 

RIDOTTE    A    MIGLIOR    LEZIONE 

DA   F.   RANALLI 


PARTE    PRIMA 

TOMO  SECONDO. 


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FIRENZE 
PER  V.  BATELLI  e  COMPAGNI 

1847. 


ve. 


DEH'  ISTORIE  FIORITII 

DI 

SCIPIOIXE   AMMIRATO 

LIBRO    QUINTO 


-o<^ag®>o- 


Anni  1309-1321. 


Riposava  la  città  dopo  la  morte  di  Corso  Donati  l' anno  1309 
dalle  cittadine  battaglie,  e  di  fuori  non  appariva  segno  al- 
cuno di  turbazione;  perciocché  essendo  stata  discacciala 
d'Arezzo  con  l'aiuto  d'Uguccione  della  Fagiuola  la  famiglia 
de'  Tarlati .  vi  fu  rimessa  la  parte  guelfa ,  la  quale  ripren- 
dendo il  governo  insieme  co'  Ghibellini ,  e  con  nuovo  nome 
in  segno  d'  amicizia  facendosi  chiamar  la  parte  verde,  incon- 
tanente fece  la  pace  co' Fiorentini:  il  che  avvenne  ne' primi 
giorni  dell'  anno  ,  essendo  gonfaloniere  di  giustizia  'V^ieri  Bal- 
dovini  figliuolo  di  Falco  ,  e  capitano  del  popolo  Simone  de' la- 
cani  da  Perugia.  Questo  esempio  fu  prestamente  seguito 
da'  signori  Ubaldini,  i  quali  accordatisi  con  la  Repubblica 
vennero  nella  città,  e  feciono  riverenza  al  gonfaloniere  Bianco 
Aglioni ,  e  a'  priori ,  e  obbligaronsi  di  tener  il  passaggio 
dell'alpi  sicuro,  e  di  esser  fedeli  per  l'avvenire  al  comune 
di  Firenze;  e  la  città  dall'altro  canto  li  ricevette  nella  sua 
grazia,  accettandoli  per  cittadini  e  strettuali  suoi,  e  per 
questo  rimettendo  loro  ogni  misfatto  e  colpa ,  che  contratta 
avessero  per  1'  addietro.  E  sebbene  i  Bianchi  di  Prato  il  sesto 
giorno  d'  aprile  avcano  cacciato  i  Guelfi  della  loro  terra,  non 
più  tardi  che  il  dì  seguente  ne  furono  discacciati  poi  essi  con 
r  aiuto  de"  Fiorentini ,  i  quali  posono  il  reggimento  della  si- 


6  dell'istorie  fiorentine 

gnoria  di  loro  elezione.  Ma  non  avvenne  perù  il  simile  in 
Arezzo,  ove  essendo  tornati  1  Tarlati  e  cacciatine  i  Guelfi, 
li  chiusono  la  via  di  avervi  a  rientrare  la  seconda  volta;  nel 
qual  modo  di  nuovo  s'  aperse  la  strada  alle  guerre  aretine  : 
per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  nel  gonfalonerato  di  Uguccione 
Tizzoni,  trovandosi  podestà  della  città  Piero  di  messer  Ugo- 
lino da  Bittonio ,  (nel  qual  tempo  vennero  al  maliscalco  let- 
tere della  morte  del  re  Carlo  ,  che  fu  di  grandissimo  dispia- 
cere alla  città  )  con  dugento  cavalieri  e  con  cento  pedoni , 
e  con  lo  stesso  maliscalco,  cavalcarono  infìno  al  Montesansa- 
vino ,  che  infin  di  quel  tempo  era  della  Repubblica,  e  di  là 
andarono  a  danneggiare  il  contado  d' Arezzo ,  ardendo  e 
guastando  il  paese  infino  alle  porte  della  terra.  Feciono  nel 
medesimo  tempo  un'  altra  impresa  molto  lodevole  ;  che  es- 
sendo a' Lucchesi  venuta  voglia  per  alcun  sospetto  di  disfare 
Pistoia  al  tutto  ,  o  almeno  la  loro  me!à ,  noi  consentirono  ; 
ma  scrissono  a'  Pistojesi  che  attendessero  a  difendersi,  per- 
misono  che  potessero  rifossar  la  terra  e  cingersi  con  steccati 
e  bertesche ,  e  di  più  concedettero  licenza  in  Firenze  a  cia- 
scuno che  volesse  andare  ad  aiutarli.  Le  quali  cose  con 
r  aiuto  di  Sofredi  Vergellesi ,  che  tenea  il  castello  della  Sam- 
buca ,  furono  cagione  che  i  Lucchesi,  i  quali  erano  venuti 
infino  a  Serravalle ,  e  di  là  a  Pontelungo,  non  procedessero 
più  oltre.  Ma  niuna  cosa  era  più  nell'animo  a' Fiorentini 
che  di  riconciliarsi  col  pontefice ,  non  potendo  patire  che  i 
beneficj  fatti  e  ricevuti  in  altro  tempo  scambievolmente  con 
la  sede  apostolica ,  s'  avessero  ultimamente  a  cancellare  per 
opera  de' legati,  i  quali  desiderando  per  loro  comodi  la  re- 
stituzione de' Ghibellini,  1' aveano  alienati  dal  papa.  Il  che 
veggendo  non  poter  conseguire  che  per  mezzo  di  qualche 
segnalalo  servigio,  la  guerra  che  il  pontefice  avca  co' Ve- 
neziani per  conto  di  Ferrara,  ne  porse  loro  pronta  occasione. 
Aveano  i  Veneziani  ne'  primi  dì  di  quest'  anno  tolto  Ferrara 
a  Francesco  da  Esle ,  che  sotto  titolo  di  vicario  la  reggeva 
in  nome  del  papa.  Il  quale  essendo  di  ciò  forte  adirato ,  e 
per  questo  scomunicati  i  Veneziani ,  i  quali  erano  contumaci, 
e  pubblicate  grandissime  indulgenze  a  chiunque  s'  armasse 
contro  di  loro  .  finalmente  mosse  1  armi  temporali  ancora 
egli,  e  con  l'aiuto  de' Bolognesi  e  della  lesa  di  Lombardia 


LIBRO   QUINTO.  7 

riacquistò  Ferrara  salvo  una  fortezza,  che  era  in  capo  della 
(erra  molto  grande  e  forte,  chiamata  Castel  Tedaldo.  Ora  i 
Veneziani  con  grande  esercito  per  terra  e  per  acqua  s'  erano 
accampati  intorno  Ferrara  per  ricuperarla  dalle  mani  del  pon- 
tefice, e  il  cardinale  Pelagrù  nipote  e  ordinato  a  questa  im- 
presa legato  del  papa ,  essendo  con  molta  gente  al  soccorso 
della  terra ,  di  nuovo  faceva  predicar  indulgenze  per  tutta 
Italia  a  chi  veniva  a  porger  aiuto  alle  genti  ecclesiastiche.  I 
Fiorentini  non  badarono  a  servirsi  dell'  opportunità  del  tem- 
po, riscaldati  massimamente  da'  conforti  di  Bardano  Acciaiuoli, 
il  quale  trovandosi  la  seconda  volta  gonfaloniere  desiderava 
d' esser  l' autore  d' ottenere  1'  assoluzione  dell'  interdetto  e 
scomunica  papale,  dicendo  più  volte  e  ne' pubblici  e  ne' pri- 
vati ragionamenti  esser  cosa  impossibile  che  la  città  potesse 
mai  prosperare  in  ninna  delle  sue  imprese  essendo  in  con- 
tumacia di  santa  Chiesa.  Furono  dunque  mandati  all'  uscita  di 
luglio  di  molti  cavalieri  e  pedoni  in  campo  al  legato,  da  cui 
fu  cotale  dimostrazione  ricevuta  a  grandissimo  grado,  veggen- 
do  che  i  Fiorentini,  non  ostante  l'interdetto,  avessero  preso 
r  arme  in  così  importante  guerra  per  servigio  della  sede  apo- 
stolica ,  avendo  intanto  mandalo  in  Avignone  Matteo  Biliotli 
notaio  al  papa  a  fargli  umiliazione  e  pregarlo  dell'assoluzione. 
Parca  che  facessero  a  gara  in  queir  anno  i  gonfalonieri 
di  far  ciascuno  nel  tempo  suo  alcuna  cosa  memorevole: 
onde  essendo  all' Acciaiuoli  succeduto  Lapo  Strozzi,  e  al 
Biltonio  podestà  Fiorino  da  Pontecarali  da  Brescia ,  e  al  la- 
cani  capitano  del  popolo  Pellegrino  de'  Baldovini  da  Città  di 
Castello ,  ancora  egli  ne'  primi  di  del  suo  gonfalonerato,  che 
incominciò  a  mezzo  agosto,  ebbe  agio  di  far  alcuna  opera 
degna  di  memoria.  Erano  tra  i  Volterrani  e  quei  di  S.  Gi- 
mignano  nate  grandissime  questioni  per  conto  de'  loro  confini, 
e  da  queste  si  era  venuto  all'  arme,  e  con  un  numero  di  più 
di  settecento  cavalieri  per  parte,  senza  i  pedoni,  erano  stati 
più  mesi  guerreggiandosi  l'un  popolo  e  l'altro  in  campagna, 
con  grande  spesa  e  danno  di  ciascuna  delie  parti.  I  Fioren- 
tini insieme  co'  Sancsi  si  erano  più  volte  messi  di  mezzo  per 
accordarli,  e  quasi  ogni  volta  era  loro  riuscito  che  quando 
si  credevano  d'averli  acchetati,  1' una  delle  parli  non  si  tro- 
vava contenta  ;  onde  quasi  scherniti   s'  erano  sempre  ritirali 


8  dell'istorie  kiouenti.ne 

dell'  impresa  con  poco  onor  loro  ;  quando  da'  priori  e  dal 
gonfaloniere  Strozzi  fu  consultalo  esser  cosa  molle  volte  ne- 
cessaria, gli  uomini,  i  quali  non  si  vogliono  muovere  a  far 
le  cose  ragionevoli  di  lor  libertà,  doversi  costrignere  a  farle 
per  forza.  Per  la  qual  cosa  fu  incontanente  fatto  intendere 
a  lutti  i  due  popoli  da' Fiorentini,  i  quali  si  trovavano  in 
campagna  con  l'arme  in  mano  ,  che  poiché  tante  volte  osti- 
natamente or  r  una  e  or  1'  altra  avea  ricusato  per  pubblico 
bene  di  paciGcarsi  insieme  ,  che  essi  intendeano  di  essere 
centra  l' una  di  quelle  parli  che  di  presente  ricusasse  la 
pace.  11  che  fu  cagione  che  i  Volterrani  e  i  Sangimignanesi 
divenissero  amici ,  accettando  que'  confini  e  termini  che  fu- 
rono mossi  loro  da'  Fiorentini.  Poco  dopo  a  queste  cose 
avendo  il  legato  con  le  genti  de'  Fiorentini  e  de'  Bolo- 
gnesi data  il  dì  17  di  settembre  una  gran  rotta  a'  Vene- 
riani ,  ove  tra  uccisi  e  annegali  in  Po  reslaron  morii  più  di 
seimila  di  loro ,  mandò  in  Firenze  1'  assoluzione  delle  cen- 
sure ;  «  conforme  al  breve  che  il  papa  medesimo  ne  avea 
«  scritto  alli  10  di  settembre  d'  Avignone  alla  signoria , 
«  dov'era  espresso  che  non  solo  assolvea  i  Fiorentini,  ma 
«  tutti  i  loro  aderenti  stati  scomunicali  nel  termine  di  sei 
«  anni  »  ;  il  che  fu  alla  città  di  grandissima  soddisfazione,  usa 
per  lo  pili  a  slar  bene  co' pontefici  per  l'inclinazione  di  parte 
guelfa.  Per  gli  ultimi  mesi  dell'anno  tenne  il  gonfalonerato 
Vieri  Rondinelli  senza  altra  novità,  e  a  mezzo  dicembre  il 
prese  Bczolo  de'  Bezoli  la  seconda  volta ,  il  cui  magistrato 
toccando  Tanno  1310  fu  chiaro  per  la  rotta  degli  Aretini  e 
d' Uguccione  della  Fagiuola  illustre  capitano  di  que'  tempi. 
Erano  grandi  contese  tra  gli  Aretini  e  quei  di  Città  di  Ca- 
stello ,  e  costoro  sapendo  il  vecchio  odio  che  era  tra  i  Fio- 
rentini e  gli  Aretini,  ricorsero  per  aiuto  al  comune  di  Fi- 
renze ,  il  quale  tra  le  masnade  catalane  del  maliscalco,  (  a 
cui  poco  innanzi  Ruberto  già  coronalo  re  di  iVapoli  avea 
mandata  la  bandiera  reale  )  e  il  popolo  della  città ,  in  bre- 
vissimo tempo  mise  in  ordine  tante  genti,  che  arrivavano 
al  numero  di  quallrocento  cavalieri  e  di  seimila  pedoni.  Que- 
sto corpo  d"  esercito  il  decimo  dì  di  febbraio  si  partì  di  Fi- 
renze ,  e  facendo  la  via  di  Valdarno  per  Vallelunga  si  con- 
dusse all'olmo  d'Arezzo,  guastando  lutto  il  contado   de' ni- 


LIBRO   QUINTO.  9 

mici ,  1  quali  stimando  di  raffrenare  la  temerità  de'  Fioren- 
tini ,  che  scorrendo  troppo  oltre  si  erano  messi  in  un  passo 
mollo  difficile  ,  sotto  Uguccione  della  Fagiuola  lor  capitano 
si  pararono  loro  innanzi  sotto  Cortona  ,  credendo  averli  colti 
in  mezzo,  e  che  quasi  niuno  potesse  scampare.  Ma  o  che 
la  difficoltà  in  che  i  Fiorentini  si  ritrovavano  avesse  più 
tosto  loro  giunto  ardire  che  scematolo ,  trattandosi  della  vita 
di  ciascuno ,  o  che  i  soldati  di  Uguccione  non  avessero  quel 
giorno  corrisposto  all'  ardire  e  a'  comandamenti  del  capitano; 
perciocché  ninna  cagione  ne  trovo  dagli  scrittori  allegata; 
Uguccione  e  gli  Aretini  furono  vinti,  e  con  non  poco  nu- 
mero di  prigioni  tre  bandiere  de'  nimicì  furono  condotte  a 
Firenze,  e  tra  i  morti  di  conto  si  ritrovò  Vanni  de' Tarlati, 
che  era  di  quelli  per  cui  si  governavano  le  cose  d'Arezzo, 
Clone  de'  Gherardini ,  e  uno  della  famiglia  de'  Pazzi ,  amen- 
due  fuoruscili  di  Firenze.  Ma  tutto  ciò  fu  giudicalo  esser 
proceduto  più  per  fortuna  che  per  prudenza  de'iFiorentini, 
a'  quali  fu  imputato  a  biasimo  1"  essersi  condotti  in  luogo,  ove 
se  i  nimici  erano  più  savi ,  o  più  felici ,  facilmente  li  poleano 
metter  in  rotta. 

Seguita  il  gonfaloneralo  d'  Arrigo  Sassolini ,  verso  il  fine 
del  quale  venne  in  Firenze  il  re  Ruberto  con  la  regina  sua 
moglie ,  non  tanto  perchè  tornando  d'  Avignone  di  corte  del 
papa ,  ove  avea  presa  la  corona  del  regno  paterno ,  questa 
fosse  la  sua  via  d'  andar  a  Napoli ,  quanto  per  metter  qual- 
che sorte  d'  accordo  tra'  Guelfl  che  eran  divisi  tra  loro ,  e 
venuti  in  odj  e  nimicizie  mortali  ;  e  questo  a  fine  ,  che  aspet- 
tandosi la  venuta  dell' imperadore  Enrico  in  Italia,  dalla 
quale  si  temevano  molte  novità ,  i  Fiorentini  trovandosi  uniti 
e  concordi,  potessero  insieme  col  re  tirare  alla  conservazione 
e  mantenimento  degli  stati  comuni.  Era  Enrico  stalo  l' anno 
addietro  confermalo  imperadore  dal  papa,  e  non  eletto  pri- 
ma senza  sua  participazione  ;  conciossiachè  per  levarsi  dalle 
spalle  il  re  di  Francia,  che  sotto  il  vincolo  d' una  promessa 
che  gli  avea  falla  i'astrìgneva  a  voler  creare  imperadore 
Carlo  di  Valois  suo  fratello  ,  per  consiglio  del  cardinal  di 
Prato  avea  confortato  gli  Alemanni  a  creare  imperadore  En- 
rico,  che  era  conte  di  Luxemburgo.  Ora  essendo  egli  prin- 
cipe di  grande  affare,  dubitava  il  re  Ruberto  che  non  facesse 


10  dell'istorie  fiorentine 

con  la  sua  venula  qualche  gran  tracollo  alla  potenza  sua,  la 
quale  in  quel  tempo  ,  non  essendo  principe  in  Italia  che  a 
gran  pezza  lo  pareggiasse,  soprastava  a  tutte  1' altre  E  come 
era  prudente  e  savio,  così  conosceva  la  Toscana  essergli 
una  trincèa  allo  stato  suo  contra  chi  voleva  entrar  in  Italia 
con  pensiero  di  cose  nuove  ;  perchè  s'  affaticava  di  confor- 
tare i  Fiorentini  con  la  concordia  per  renderli  più  potenti 
contra  gli  assalti  dell'  imperadore  se  voleva  scoprirsi  nimico. 
Né  mancava  di  ridur  loro  a  memoria  i  danni  che  la  Toscana 
e  Firenze  particolarmente  avea  ricevuto  per  i  tempi  passati, 
dimostrando  loro  come  il  primo  imperadore  Federigo  li  spo- 
gliò del  contado  inflno  alle  mura  ;  e  quanti  di  essi  furono  con- 
dotti dall'altro  Federigo,  di  costui  nipote,  ad  esser  falli 
esche  de' pesci  ne' mari  di  Puglia,  di  cui  per  somma  pietà 
si  raccontava  aver  lasciato  la  vita  a  Rinieri  Buondelmonti , 
senza  però  avergli  fatto  grazia  di  lasciargli  la  vista.  E  se 
r imperadore  Ridolfo  non  era  calato  in  Italia,  sapeano  bene 
che  egli  v'  avea  mandato  suoi  vicarj ,  i  quali  aveauo  conteso 
co' Fiorentini,  e  a' quali  era  stalo  bisogno  pagar  danari  per 
levarseli  dinanzi ,  come  aveano  anche  fallo  ultimamente  co' mi- 
nistri e  capitani  dell' imperadore  Alberto.  Ma  con  ninna  cosa 
più  tentava  di  spaventarli ,  che  col  nome  fatale  di  Enrico , 
ricordando  loro  l' assedio  che  la  città  avea  sostenuto  già 
erano  passali  dugent'  anni  dall'  imperadore  Enrico  ,  di  quel 
nome  il  terzo.  E  nondimeno  ogni  cosa  era  in  vano:  sì  fatta- 
mente i  medesimi  Neri  accecali  dall'ambizione  e  dalle  gare 
naie  infra  di  loro,  si  mostravano  sordi  ad  ogni  buon  consi- 
glio; i  quali  leggiermente  avrebbono  rovinala  la  Repubblica 
come  sé  stessi  aveano  rovinalo,  se  quella  non  fosse  stata 
abbracciata  con  somma  carità  dal  governo  de'  popolari.  '  I 
quali  considerando  alla  difesa  dello  stato  appartenere  l' of- 
fender Arezzo,  e  disfar  del  tutto  quel  ricetto  de'lor  fuoru- 
sciti, si  mettevano  in  ordine  per  andar  con  T  esercito  ad  as- 
saltarlo, quando  giunsono  lettere  dell'  imperadore.  per  le  quali 
comandava  a' Fiorentini  che  si  dovessero  astenere  di  muover 
l'armi  conlra  gli  Aretini,  conciò  fosse  sua  terra,  e  che  egli 
alla  sua  venuta  in  Italia  avesse   in   animo   di    pacificarli  in- 

'  Bellissimo  moJo  ài  esprimere  un'  «Jea  generosa  ! 


LIBRO    QUINTO  11 

sieme.  Alcuni  furono  a'  quali  parca  die  le  lettere  imperiali 
si  dovessero  ubbidire  ,  non  giudicando  tornar  a  beneficio 
della  Repubblica  il  tirarsi  addosso  un  nimico  così  potente 
come  era  l'imperatore,  aspettandosi  massimamente  che  scen- 
desse di  fresco  in  Italia.  Ma  a  molti ,  oltre  l' impedimento 
della  guerra ,  dava  noia  soprammodo  la  maniera  che  V  im- 
peradore  avea  tenuto  nello  scrivere  che  avea  fatto  loro 
molto  imperioso  e  superbo ,  come  se  essi  fossero  sudditi 
dell'  imperio  ;  talché  ubbidendo  a'  suoi  comandamenti  paresse 
che  confessassero  il  dominio  che  1'  imperadore  mostrava 
d' aver  sopra  di  loro.  Questa  cagione  si  crede  aver  mosso  i 
Fiorentini  a  dispregiare  i  comandamenti  imperiali  ;  e  però 
senza  mutarsi  di  loro  proponimento,  nel  gonfalonerato  di 
Giovanni  Siminetti  notaio  l' ottavo  giorno  di  giugno,  «  trovan- 
«  dosi  podestà  della  città  Pantaleone  de'  Buzaccherini  da  Pa- 
«  dova  ,  e  capitano  del  popolo  Buonconte  di  Ugolino  de'  Mo- 
«  naldeschi  da  Orvieto  »  ,  si  partirono  di  Firenze  per  andare  a 
oste  ad  Arezzo.  Certa  cosa  è  il  numero  de'  cavalieri  giunti 
con  quelli  delle  loro  amistadi  esser  arrivato  a  duemila; 
de'  fanti  non  si  racconta  determinata  quantità ,  se  non  che 
egli  fu  grandissimo  popolo.  Con  queste  genti  si  andò  ad 
Arezzo ,  e  accamparonsi  al  Vescovado  vecchio  della  città  , 
dalla  qual  parte  si  diedono  molli  assalti  alla  terra,  e  si  atten- 
dea  tuttavia  a  strignerla  gittando  a  terra  ogni  dì  qualche 
parte  degli  steccati  fatti  da'  nimici,  non  solo  per  tutto  il 
tempo  del  Siminetti,  che  restava  poco  a  finir  il  suo  uficio, 
ma  molti  giorni  dopo  che  entrò  nel  gonfalonerato  Lapo  Bu- 
celli  la  seconda  volta.  L' imperadore,  il  quale  avea  veduto  le 
sue  lettere  non  essere  state  ubbbidite ,  avea  avuto  tempo  di 
mandar  suoi  ambasciadori  a  Firenze  ;  essendo  ancora  1'  eser- 
cito intorno  ad  Arezzo.  Costor  furono  Luigi  conte  di  Savoia, 
il  quale  era  stalo  eletto  senatore  di  Roma ,  due  prelati  che- 
rici  d'  Alemagna ,  e  Simone  Filippi  di  Pistoja.  Io  credo  i 
veri  ambasciadori  essere  stati  i  due  prelati;  e  il  conte,  e  il 
Filippi,  mandato  per  avventura  dagli  Aretini  all'  imperadore, 
non  per  altro  essersi  accompagnato  con  gli  ambasciadori  che 
per  attender  da  essi  l'opera  che  facessero.  Avendo  dunque 
eglino  dimandata  udienza,  e  data  loro  dalla  Repubblica,  espo- 
sero da  parte  di  Cesare  tre  cose  :  la  prima  che  i  Fiorentini 


12  dell'istorie  fiorentine 

s"  apparecchiassero  ad  onorarlo  alla  sua  coronazione  ;  la  se- 
conda che  per  le   cose   che  occorressero ,  dovessero  man- 
dargli loro  ambasciadori  a  Losanna  ;  la  terza  che  prendessero 
partilo  di  levar  in  ogni  modo  il  campo  d' Arezzo.  Questa  fu 
la  somma  del  loro  ragionamento,  avendo   in  prima   consu- 
mate molte  parole  in  magnificare  le  virtù  di  Enrico,  e  in  di- 
mostrare come  non  con  altra  mente  egli  si  preparava  di  venir 
in  Italia,  che  per  acquetarla  delle  sue  discordie,  e  rimetterla 
in  buono  e  tranquillo  stato,  come  alla  sollecita  cura  di  chi 
era  sublimato  all'  altezza  del  grado  imperiale  si  conveniva.  Il 
gonfaloniere  e  i  priori  con  gli  altri  che  governavano  la  Re- 
pubblica licenziarono  gli  ambasciadori ,  e  avendo   disputato 
tra   loro  le  dimande   dell'  imperadore ,    dopo  molti    discorsi 
commisono  la  cura  di  rispondere  a  Setto  Brunelleschi.   Era 
questi  dopo  la  morte  di  Corso  Donati  restato  per  uno  de' mag- 
giori e  più  stimati  cittadini  di  Firenze ,  sì  perchè  di  quella 
parte  che  aveva  spento  Corso  egli  si  era  in  un  certo  modo 
fatto  capo ,  ancora  che  avesse  per  gran  concorrente  Pazzino 
de'  Pazzi,  e  sì  perchè  era  fama  per  opera  sua  particolarmente 
essere  stata  fatta  la  citazione  conlra  Corso,  e  proceduto  alla 
sentenza  della  ribellione,  e  alla  presa  dell'  arme ,  da  che  fi- 
nalmente la  morte  di  sì  gran  cittadino  era  nata:  le  quali  cose 
aggiunte  alla  nobiltà  e  all'altre   qualità  che  erano  in  Betto, 
lo  rendevano  molto  feroce,  ne  il  parlare  fu  dissimile  da' suoi 
costumi.  Imperocché  lasciando  gli  altri  capi,  e  distendendosi 
tutto  in  mostrare  che    l' imperadore  non  avendo  a  far  cosa 
alcuna  co' Fiorentini,  non  dovea   usar  modi   imperiosi   con 
esso  loro .  venne  in  tanto  furore ,  che  trascorse  a  dire,  che 
se  r  imperadore  rimirando  indietro,  e  per  1'  antiche   ragioni 
dell'  imperio,  pretendea  esser  signore  di  Toscana ,  e  perciò 
volea  confondere  e  sovvertire  le  ragion  degli  stati,  che  con  la 
medesima  ragione  i  Toscani  domandavano  l' imperio  degli  anti- 
chi Tirreni  loro  maggiori,  i  quali  non  solo  innanzi  che  nascesse 
Cesare,  il  quale    fondò   l' impero   romano ,  ma  molto    prima 
che  la  romana    Repubblica  uscisse  dei  termini  del  suo  con- 
tado, dominarono  dall'  un  mare  all'  altro,  i  quali  in  segno  di 
ciò  infino  a  quelli    slcssi    tempi    ritenevano  i  nomi    imposti 
loro  dagli  antichi  signori.  Queste  e  altre  simili  cose  dette  da 
Betto  acerbamente,  e  con  non  più  cortesi  atti  e  modi  di  par- 


LIBRO   QUINTO.  13 

lare  pronunziate ,  offesono  parimente  i  medesimi  suoi  citta- 
dini e  gli  ambasciadori ,  non  giudicando  in  Firenze  niimo  . 
quando  le  cose  dette  fussero  state  tutte  vere  ,  che  in  cosi 
fatta  maniera  s'avessero  avuto  a  spiegare.  Onde  fu  fatto  in- 
tendere agli  ambasciadori ,  che  la  Repubblica  avrebbe  dichia- 
rato meglio  la  sua  intenzione  in  un'  altra  giornata,  nella  quale 
avendo  dato  il  carico  della  risposta  a  Ugolino  Tornaquinci, 
procedendo  con  maggiore  moderazione  ,  in  questa  guisa  ì' 
fama  d'aver  con  esso  loro  parlato.  I  signori  fiorentini,  no- 
bilissimi ambasciadori ,  è  molto  tempo  che  sono  pienamente 
informati  della  giustizia,  delia  temperanza  e  della  grandezza 
dell'  animo  del  nuovo  imperadore,  e  per  questo  slimano 
che  ogni  sua  operazione  abbia  ad  esser  conforme  a  questa 
onorata  fama  che  hanno  di  sé  partorito  le  sue  molto  grandi 
ed  eccellenti  virtù  ;  perchè  come  ardentemente  desiderano, 
così  priegano  Iddio  che  la  sua  venuta  abbia  ad  esser  non 
meno  gloriosa  al  nome  suo  che  utile  e  salutevole  a  tulli  i 
popoli  italiani  ;  ancora  che  intendendo  che  egli  sia  per  ve- 
nire con  esercito  armalo,  abbiano  giusta  cagione  da  temere 
più  per  r  esempio  de'  passati  imperadori  (le  venute  de'  quali 
sogliono  essere  state  anzi  dannose  che  di  profitto  all'  Italia) 
che  per  sospetto  alcuno  particolare  della  persona  sua  ;  la 
quale  sarebbono  e  in  Roma  e  in  Savoia  per  onorare  con 
ogni  sorte  d'  onore  e  di  osser\'anza ,  pure  che  fosse  loro 
conceduto  spazio  da  poter  meglio  deliberare  e  confer- 
mare questa  particolare  prontezza  della  loro  città  co'  po- 
poli co'  quali  sono  confederati ,  non  potendo,  per  leggi  che 
portano  con  se  le  leghe,  cosa  alcuna  decidere  senza  il  con- 
sentimento de'  compagni  ;  i  quali  essendo  d'  alcun  tempo 
in  qua  notabilmente  cresciuti,  come  con  popoli  venuti  nuo- 
vi nell'amicizia,  bisogna  procedere  con  maggior  riguardo; 
conciossiachè  olire  la  taglia  di  Toscana  ei  si  sono  ullima- 
mente  confederati  con  Bolognesi,  con  Cremonesi  e  con  Mi- 
lanesi, co'  quali  è  necessario  consultare ,  in  che  maniera,  con 
che  gente,  e  con  quali  dimostrazioni  avessero  unanimi  ad 
onorare  l' imperiale  maestà  ;  perchè  non  aveano  a  maravi- 
gliarsi ,  né  a  far  concetto  alcuno  mcn  che  buono  dell'  ani- 
mo de' Fiorentini ,  se  per  allora  non  ne  riportavano  più  ri- 
soluta risposta ,  e  se  cos'i  tosto  non  spedivano  gli  ambascia- 


14  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

fiori  per  andare  a  Losanna.  In  quanto  che  1'  esercito  si  do- 
vesse levare   d'Arezzo,  che   essi  erano  certi,  risplendendo 
fra  1  altre  virtù  di  Cesare  come  grande  lumiera  quella  della 
giustizia,  che  non  giammai  ricercherebbe  sua  Maestà  questo 
da  loro ,  se  a  lui  potesse  esser  noto  da  quante  giuste   ra- 
gioni sospinti  i  Fiorentini  avevano  loro  preso  1'  arme  contro. 
Imperocché  infmo  dall'anno  1170  gli  Aretini  aveano  procu- 
rato la  loro  rovina,  congiungendosi  sempre  co' loro  nimici , 
siccome  feciono  allora  che  insieme  co'  conti   Guidi   s'  arma- 
rono contra  la  sua  Repubblica.  Ribellarono  poi  il  Poggio  di 
S.  Cicilia  a' Sanesi  nostri  amici,  non  ostante  che   da  questa 
città  avessero   avuto  alcun  tempo   innanzi  aiuto  contra  i  Vi- 
terbesi nimici  loro.  E  benché  da   noi  fossero   stali  gastigali 
secondo  alla  loro  ingratitudine   si  conveniva ,  di  che   fanno 
testimonianza  le  sconfitte  del  Toppo  e  di  Certomondo .  non- 
dimeno  con  la  stessa   arroganza   e   contumacia   sempre   ci 
hanno  cercato  di  travagliare.  Fra  le  quali  molte  volte  che  ciò 
hanno  fatto  con  ogni  loro  sforzo  e  possanza,  finalmente,  oltre 
averci  tolto  Laterino  ,  si  condussono   a  tanto ,  che    essendo 
entrali  non    che   dentro    le    mura  ma   nel   cuore   della    no- 
stra   città ,  ci  misono  in  pericolo  di   tutte    quelle   cose   che 
maggiori  ne'  disavventurali  casi   delle  battaglie   non  si  pos- 
sono temere.  E  contutlociò   non    con   lutti   gli  Aretini   ab- 
biamo noi  nimistà ,  ma  con  quelli  i  quali  malvagiamente  go- 
vernandosi, per  private  loro  comodità  e  interessi  nutriscono 
queste  discordie.  !.a  qual  cosa  perchè  non  sia  tratta  in  dub- 
bio  può    apparire    da  quello    che   1"  anno    passalo    accadde  : 
perciocché  non  cosi  tosto  furono  i  Tarlali  cacciali  d' Arezzo, 
che  gli  Aretini  feciono  la  pace  con   esso  noi ,  lieti  sopram- 
modo che  dopo  lanl'  anni  si  fosse  posto  fine  ad  una  guerra 
quasi  domestica.  Ma  all'incontro  non  prima  i  Tarlati  rientra- 
rono ,  che  la  pace  con  tanta  allegrezza  incominciata  fu  subi- 
tamente violala  e  rolla  ,  senza  entrare  a  dimostrare   non  da 
altri  popoli  con  più  fervore   essere  stali  infiammali  i    nostri 
fuorusciti  e  ribelli     che    da'  malvagi   governatori    d'  Arezzo. 
Si  che  è   necessario  ,  o  che   noi  lasciandogli  crescere   per- 
mettiamo anco  di  esser  in  un  momento  poi  vinti  e  sopraffatti 
da  loro ,  0  se  vogliamo  come  a  tutti  gli  uomini   per  naturai 
legge  conviene    dalle   loro   forze  difenderci .  cercare  di  ab- 


LIBRO   QUINTO.  15 

batterli  e  di  distruggerli ,  poiché  non  resta  alcun  mezzo  tra 
noi,  che  con  la  conservazione  dell' un  popolo  possa  star  la 
vita  e  il  mantenimento  dell'  altro.  Le  quali  cose  cosi  essendo, 
come    veramente   sono,  siamo   certi   che   l'imperatore  non 
sarà  per  volerne   più  per  gli  Aretini  che  per  i   Fiorentini. 
1/  amicizia   de'  quali  e  per  le  forze  loro  e  per  la   comodità 
e  prontezza  de'  danari  e  per  la  qualità  degli  uomini ,    potrà 
senza  dubbio   in  tutte  le  occasioni  esser  di   molto  maggior 
momento   all'  imperadore ,  che  quella  degli  Aretini  non  sa- 
rebbe.  Queste   parole   piuttosto  mitigarono  gli  animi  degli 
ambasciadori,  sdegnati  per  l' orgogliose  parole  di  Detto  Bru- 
nelleschi ,   che   avessero  di  più  recato  loro  alcuna  soddisfa- 
zione ,  veggendo  dal  dolce  parlamento  usato  dal  Tornaquinci 
non  aver  in  sostanza  conseguito   ninna  delle   tre    domande 
fatte  iu  nome  di  Cesare,  perchè  l' ultima  espressamente  ne- 
gavano, e  alle  due  prime  col  pretesto  della  lega  davano  di- 
lazione ;  SI  fattamente  che  non  traendo  da  essi  conclusione 
alcuna  che  buona  fosse  ,  si  partirono  di  Firenze  per  esporre 
la  loro    ambasceria    nel  campo  ;  dal  qual   luogo  non  avendo 
ne' capitani  fatto   maggior  opera  di  quello  che  aveano   fatto 
a  Firenze  ,  andarono  poscia  a  trovar  gli  Aretini,  promettendo 
loro    con  ampie  promesse    l' imperadore  non  esser  per  la- 
sciar impunita  l'inubbidienza  dc'Fiorenlini.  I  capitani  avendo 
aspramente  danneggialo   tutto  il  contado  de'  nimici ,    e  di- 
sfatto loro   gran  parie  delle  mura,    non  senza   sospetto   di 
essere  stati  corrotti  da'  Tarlati,  si  partirono   Analmente  dal- 
l'assedio  il   penultimo  giorno   di  luglio.  Nel  qual  tempo   fu 
da'  Fiorentini   mandato  il  maliscalco  del   re  ,  il   quale  era  a 
lor  soldo,  con  trecento  cavalieri  in  aiuto  de'  Perugini,  i  quali 
erano    a   campo  contra   i   Todini  ;    questi   essendo   usciti  a 
combattere   furono  rotti   con   special  lode  del  maliscalco   e 
de' suoi  catalani,   al  valor   de' quali  fu   in  gran  parte   attri- 
buito l'onore  di  quella  vittoria. 

Ancora  che  le  cose  de'  Fiorentini  andassero  molto  pro- 
spere, regnava  nondimeno  negli  animi  di  tutti  non  piccolo 
timore  per  il  prossimo  avvenimento  dell'  imperatore,  e  come 
quando  gli  animi  da  alcuna  paura  sono  soprappresi  facil- 
mente traboccano  ne'  peccati  della  superstizione ,  una  cosa 
che  in  que'  tempi  avvenne  per  sé  stessa  molto   lodevole  e 


16  dell'istorie  fiorentine 

buona,  fu  da  tutti  a  cattivo  augurio  interpretala.  Ciò  fu  una 
indistinta  multitudine  di  gente  minuta  ,  uomini ,  femmine  e 
fanciulli,  la  quale  di  Piemonte  partendosi,  e  per  la  riviera 
di  Genova  e  per  Lombardia  e  per  la  Toscana ,  e  così  per 
tutto  il  resto  d'  Italia  discorrendo ,  e  per  ognuno  di  questi 
luoghi  essendo  in  molto  maggior  numero,  ogni  lor  arte  e  me- 
stiere lasciato,  con  le  croci  in  mano  s'  andavano  battendo  di 
luogo  in  luogo  ,  e  con  altissime  voci  e  con  atti  pieni  di 
umiltà  e  di  divozione  chiedendo  misericordia;  la  quale  come 
che  in  molle  terre  di  molte  paci  e  di  altre  buone  opere  fos- 
se stata  cagione,  nondimeno  per  una  perversa  opinione  nata 
nelle  stolte  menti  degli  uomini,  che  dove  entrava  facesse  se- 
gnale di  futura  rovina ,  quasi  tutte  le  città  onde  ebbe  a  pas- 
sare, e  tra  quelle  Firenze,  vietarono  1'  albergargli  dentro  le 
mura.  Mentre  in  questo  modo  cercavano  i  Fiorentini  di  ren- 
dersi propizio  r  aiuto  divino  ,  entrò  nuovo  gonfaloniere  Ma- 
ruccio  del  Beccuto  ;  nel  qual  tempo  essendo  venule  novelle 
che  Enrico  era  arrivato  a  Losanna,  e  che  tulle  le  città  d'Ita- 
lia erano  in  punto  per  mandargli  ambasciadori,  molli  da  così 
fatte  novità  spaventati  diceano  che  si  do\ea  anche  per  la 
Repubblica  lìorentina  mandar  una  solenne  e  onorevole  am- 
basceria air  imperadore.  La  qual  seaitenza  andò  tanto  innan- 
zi, che  il  partilo  fu  vinto  ,  creali  gli  ambasciadori,  e  levati  i 
panni  dal  pubblico  per  vestir  essi  e  le  loro  famiglie  ma- 
gnificamente ;  quando  per  procaccio  d'  alcuni  grandi  Guelfi, 
che  temeano  non  1'  imperadore  sotto  lo  scudo  della  pace 
rimcltesse  i  Ghibellini  in  Firenze ,  e  scacciassene  i  Guelfi , 
fu  r  andata  del  tutto  turbata,  e  conchiuso  ,  checche  avvenir 
ne  potesse,  di  fortificarsi,  e  volendo  l' imperadore  innovar 
cosa  alcuna ,  di  resistergli  con  le  forze. 

Essendo  in  questo  modo  le  cose  deliberate ,  venne  in 
Firenze  il  legato,  a  cui  fu  fallo  grandissimo  onore,  e  il 
re  Ruberto  avendo  fermato  i  Fiorentini  alla  difesa  degli 
stati  comuni,  e  fallo  lega  con  esso  loro,  si  parli  il  sesto- 
decimo  giorno  d' ottobre  per  far  le  provvisioni  necessarie 
nel  regno.  «  Circa  questi  giorni  furono  portate  lettere  in 
«  senato  del  re  Carlo  d' Ungheria  scritte  de'  sei  d"  agosto . 
'<  nelle  quali  dando  conto  a'  padri  di  voler  riaver  le  sue  ra- 
ce gioni  nella  Dalmazia  e  Croazia,  a  che  gli   si  voleano  op- 


LIBRO   QUINTO.  17 

«  porre  i  Veneziani ,  gli  pregava  perciò  del  loro  aiuto.  Fu 
«  risposto  al  re  che  essendo  i  Fiorentini  in  pace  e  in  lega 
«  con  quella  Repubblica  non  lo  potevano  compiacere,  come 
«  averebbero  fatto  d'  ordinario  molto  volentieri  ».  Appunto 
erano  con  grandissima  celerilà  giunti  avvisi ,  che  nel  primo 
giorno  del  mese  era  l' imperadore  arrivato  a  Torino ,  e  di 
là  a' dieci  condottosi  in  Asti;  oltre  a  ciò  si  sapea  indubita- 
tamente avergli  mandato  i  Pisani  sessantamila  fiorini  d'  oro , 
perchè  si  fosse  messo  a  ordine  per  calare  in  Italia ,  e  sessan- 
tamila altri  averneli  promessi  giunto  che  fosse  a  Pisa  ;  per- 
chè si  diedono  con  ogni  diligenza  a  procurar  ancor  essi 
tutte  quelle  cose  che  in  tanta  impresa  faceano  di  bisogno  : 
e  primieramente  posono  in  lista  di  cavallate  de"  cittadini  mille 
cavalieri,  diedono  commissione  che  se  ne  soldassero  degli 
altri  in  maggior  numero ,  ad  uomini  atti  distribuirono  la 
cura  di  trovar  moneta ,  attesono  con  ogni  studio  a  far  nuove 
amicizie  e  confederazioni  ;  tra  le  quali  fu  ultimamente  quella 
de' Padovani:  e  pervenuto  il  gonfalonerato  a  Ruggier  di  ser 
Benci ,  e  il  capitanato  del  popolo  in  Rolandino  de' Galluzzi 
da  Bologna,  quello  che  rimanea  da  fare  ,  e  che  era  sopra 
ogn'  altra  cosa  molto  necessario ,  ordinarono  che  quella 
parte  delia  città  della  porla  di  S.  Gallo  infino  a  quella  di 
S.  Ambrogio,  e  di  là  d'Arno,  ove  non  erano  ancora  riz- 
zate le  mura,  si  cingesse  di  fossi  e  di  steccali;  alla  qual 
opera  si  attese  con  tanta  diligenza ,  che  in  pochissimo  spa- 
zio di  tempo  le  mura  furono  levate  otto  braccia  da  terra.  II 
che  fu  creduto  essere  stato  lo  scampo  della  città.  Essendo 
fatte  tutte  queste  preparazioni  uscì  gonfaloniere  per  la  metà 
di  dicembre  infino  a  mezzo  febbraio  dell'anno  1311  Vieri 
Rondinelli  la  seconda  volta  (nel  principio  di  quest'anno  tro- 
vo podestà  della  città  Riccardo  di  Pietrasanta  da  Milano , 
e  capitano  del  popolo  Fiorino  da  Pontecarali  da  Brescia) 
quando  il  caro  del  grano  incominciava  innanzi  tratto  a  far 
parere  più  spaventosa  la  tema  della  futura  guerra ,  la  quale 
con  r  esser  l' imperadore  la  vigilia  del  Natale  del  Signore 
venuto  a  Milano,  e  ivi  il  dì  dell'Epifania  coronatosi  della 
corona  del  ferro ,  tuttavia  s'  andava  accostando  alla  città . 
tribolata  non  solo  del  mancamento  della  vettovaglia ,  ma  del 
poco  esercizio  che  faceano  1'  arti  e  la  raercalanzia.  E  con- 
Amm.  Vol.  II.  2 


18  dell'  istorie  fiorentine 

luttociò  non  cessavano  in  tante  turbulenze  gli  odj  e  i  ran- 
cori domeslici,  i  quali  dopo  che  prese  il  gonfalonerato  Si- 
mone di  Gherardo  del  Bello  ebbero  a  raetler  di  nuovo  sos- 
supra  la  terra:  dove  per  gli  avvisi  venuti  della  cacciata  di 
Guidelto  della  Torre  di  Milano ,  con  cui  era  slata  fatta  la 
lega,  ogni  minimo  accidente  parca  molto  dubbio  e  perico- 
loso. Aveano  i  Donati  (  o  perchè  non  poteano  di  tutto  il  po- 
polo vendicarsi ,  o  perchè  un  solo  si  era  fra  tutti  gli  altri 
segnalato,  e  parca  che  trionfasse  della  morte  di  Corso)  ser- 
balo l'odio  e  l'esecuzione  della  vendcUa  sopra  Bello  Bru- 
nelleschi  ;  conlra  il  quale  avendo  più  volle  tenuto  diversi 
trattati,  e  non  essendo  mai  potuto  riuscire  cosa  alcuna  a 
lor  desiderio,  finalmente  avendolo  nell'uscita  di  febbraio  ap- 
l)()Stato ,  venne  lor  fallo  d'  ucciderlo  ;  per  la  cui  morte  tutta 
la  città  corse  a  roraore,  e  non  fu  dubbio  che  si  sarebbe  di 
nuovo  incominciala  qualche  guerra  civile ,  se  la  paura  della 
soprastante  venuta  di  Cesare  non  avesse  raffrenalo  le  gare 
e  gli  odj  de' cittadini.  Mai  Donali  volendo  all'omicidio  com- 
messo aggiugnere  un'opera  in  apparenza  molto  magnanima, 
con  seguito  di  molti  parenti  e  amici  se  n'andarono  a  S.  Salvi, 
e  come  se  allora  Corso  fosso  morto ,  per  non  aver  prima  la 
sua  vendetta  fornita,  il  suo  corpo  disollerrarono  e  con  grandi 
lamenti  e  pompa  di  lumi  e  di  funerali  cerimonie  la  sua  morte 
celebrarono  ,  non  con  molta  diversa  sembianza  che  60  anni 
addietro  fu  seppellito  Hustico  MarignoUi,  quando  la  prima 
volta  furono  i  Giiellì  cacciali  di  Firenze.  Imperocché  dubi- 
tando ciascuno  non  meno  della  fazione  del  morto  Bello ,  che 
del  gasligo  che  potea  venir  loro  dato  dal  comune ,  per  tutto 
lo  spazio  che  la  solennità  del  mortorio  durò  ,  furono  con  le 
arme  tenute  le  guardie  alla  porta  della  chiesa  e  per  tutto  il 
monastero,  con  si  fallo  ordine,  che  venendo  assalto  de'ni- 
mici  ,  non  avesse  a  tralasciarsi  l'uficio  che  si  facea  intorno 
al  morto.  Così  fu  proprio  di  Corso  Donali,  che  la  vita  e  la 
morte  sua  avesse  a  passare  tra  lo  strepilo  dell'arme;  e  non- 
dimeno diceva  il  vulgo  che  il  suo  bellicoso  spirito  non  es- 
sendo ancor  soddisfallo  aveva  a  camminare  per  altre  case 
prima  che  interamcnle  vendicandosi,  e  non  lasciando  alcuno 
colpevole,  senza  pena  si  riposasse.  Una  cosa  fu  a' Fiorentini 
di  somma  consolazione   in   questi   tempi,  che  il    cardinale 


LIBRO   QUINTO.  19 

legalo  per  riconoscimento  dell' aiuto  avuto  contra  i  Vene- 
ziani ,  e  degli  onori  a  lui  particolarmente  fatti  a  Firenze , 
mandò  loro  alcune  reliquie  del  venerabile  corpo  di  S.  Bar- 
naba Apostolo",  le  quali  riposte  nell'  altare  di  S.  Giovanni , 
furono  poi  sempre  riverite  con  maravigliosa  devozione. 

Ma  i  progressi  felici  dell' impcradore  non  lasciavano  po- 
sare gli  animi  de' priori  e  del  nuovo  gonfaloniere  Clone  Al-' 
berti  ;  perciocché  egli  si  era  insignorito  di  Vicenza ,  di  Pa- 
dova e  di  Cremona ,  e  da'  Padovani  avea  cavato  una  gran 
quantità  di  danari.  Ne  i  Veneziani  si  mostravano  schifi  della 
sua  amicizia ,  avendogli  donato  di  molta  moneta  per  farsi  la 
corona  e  la  sedia  imperiale;  perchè  furono  i  Fiorentini  costretti 
di  trarre  di  bando  tutti  gli  sbanditi  guelfi  ,  cosi  cittadini 
come  di  contado ,  non  tanto  per  alcuna  somma  di  pecunia 
che  se  ne  trasse ,  la  quale  fu  piccola ,  quanto  per  fortificarsi, 
e  levare  a  coloro  comodità  e  occasione  di  congiugnersi  con 
l' imperadore:  e  non  ostanti  l'ultime  convenzioni,  feciono  di 
nuovo  parlamento  con  tutti  i  collegati.  Costor  furono  Bolognesi. 
Lucchesi,  Pistoiesi  e  tutte  le  altre  terre  guelfe  d' intorno,  con- 
chiudendo d'  aiutarsi  l' un  l' altro  scambievolmente  infino  alla 
morte  contro  all'  imperadore.  E  essendo  il  re  Ruberto  stato 
creato  conte  di  Romagna  dal  papa  ,  Francesco  Sassolini  nuovo 
gonfaloniere  co'  priori  che  furono  al  suo  tempo  mandarono 
ilugento  cavalieri  a  Bologna  in  servigio  del  re ,  il  quale  poco 
di  poi ,  oltre  le  genti  che  vi  tenea ,  vi  mandò  de'  suoi  Gili- 
berto Centelles  cavaliere  catalano  con  dugento  cavalieri  e 
cinquecento  mugaveri  a  piede.  Questi  venne  a  Firenze  l' ot- 
tavo giorno  di  luglio,  e  avendo  udito  come  i  Fiorentini  aveano 
mandato  già  le  lor  genti  a  Bologna ,  sollecitò  il  cammino,  e 
congiuntosi  con  esso  loro ,  con  utile  consiglio  mise  in  pri- 
gione tutti  i  Ghibellini  di  Forlì,  d'Imola  e  di  Faenza,  per- 
chè non  gli  ribellassero  le  terre.  E  in  questo  modo  si  anda- 
vano preparando  per  la  venuta  dell'  imperadore,  il  quale  es- 
sendo finalmente  dopo  V  acquisto  di  tante  terre  principali 
venuto  all'  assedio  di  Brescia ,  mollo  si  dubitava  che  né 
quella  avesse  a  fargli  lungo  tempo  resistenza;  perchè  es- 
sendo usciti  molli  principali  uomini  di  quelli  di  dentro,  e  fra 
essi  Tedaldo  Brusciali  capo  loro  e  uomo  di  gran  valore,  ad 
assalir  1'  oste ,  erano   finalmente  stati  rotti ,  e  molti  di  loro 


20  dell'  istorie  fioremine 

insieme  con  Tedaldo  presi  ;  il  quale  con  rigorosa  e  esem- 
plare giustizia  era  stato  fatto  dall'  imperadore  squartare  a 
quattro  cavalli.  Queste  novelle  porgevano  a  tutti  timore,  e 
già  ciascuno  andava  ne'  ragionamenti  rammemorando  le  cru- 
deltà dei  due  Federighi  e  le  calamità  di  Toscana  non  mai 
da  altri  aver  preso  maggior  vigore  che  dagl'  imperadori.  Ma 
come  r  inubbidienze  usate  ad  Enrico  parea  che  non  potes- 
sero ricevere  perdono,  ciascuno  si  risolveva  a  difendersi, 
confortatovi  massimamente  da'grandi  Guelfl ,  i  quali  né  con 
qualsivoglia  larghissimo  perdono  giudicavano  partito  sicuro 
il  ricever  l' imperadore  a  casa,  portando  la  natura  delle  cose 
eh'  egli  avesse  a  favorire  i  Ghibellini ,  e  a  mandar  sotto  la 
parte  guelfa  ;  oltre  che  le  cose  erano  tanto  innanzi  che  non 
poteano  ormai  più  tornare  indietro.  Aveva  preso  il  gonfalo- 
nerato  Spinello  da  Mosciano  (trovandosi  confermata  la  taglia 
di  Toscana  ,  della  quale  era  generale  Diego  della  Ratta  ) 
quando  si  pensò  di  voler  fortificare  nella  città  e  nel  contado 
la  parte  guelfa.  «  Furono  perciò  eletti  dodici  cittadini,  e  dato 
«  loro  autorità  di  rivedere  e  ordinare ,  di  ribandire  e  rappa- 
«  cificare,  e  fare  ogu' altra  cosa  creduta  utile  per  i  Guelfi, 
«  ma  con  aver  riguardo  a  conservar  V  apparente  autorità  di 
«  Monaldo  de'  Brancaleoni  podestà  della  città .  di  Guasta  di 
«  M.  Iacopino  da  Radicofani  capitano  del  popolo ,  e  di  Fran- 
«  Cesco  di  Baglione  da  Bagnoregio  esecutore  degli  ordini 
«  della  giustizia ,  con  non  liberar  da  bandi  e  dalle  conden- 
«  nagioni  i  banditi  e  condannati  da  loro.  Era  in  questo  men- 
«  tre  stato  sentito  in  senato  un  ambasciadore  de'  Bresciani, 
«  il  quale  avendo  esposto  a' padri  il  pericolo  che  correva 
«  quella  città  senza  il  loro  aiuto,  gli  fu  volentieri  dato  soc- 
«  corso  di  danari,  e  scritto  a  Lucca  perchè  dovesse  fare  lo 
«  stesso  ;  come  fu  scritto  a'  Bresciani  offerendo  loro  mag- 
«  glori  aiuti  bisognando,  e  dando  loro  animo  a  difender  la 
«  hbertà,  e  a  non  voler  dubitar  di  minacce,  ne  fidarsi  di  buone 
«  parole  e  lusinghe ,  dovendo  esser  comparso  all'  esercito 
«  del  re  de'  Romani  il  cardinale  Luca  Ficsco.  Ma  perchè  la 
«  carestia  si  Iacea  sentir  sempre  più  in  Firenze  e  nel  con- 
«  tado  ,  a  che  s'  era  provvisto  con  far  venire  del  grano  di 
«  fuori ,  fu  mandato  a  Siena  Benedetto  Benincasa  notaio  per 
«  operar  con  quei  signori  a  contentarsi  di  lasciarlo  sbarcare 


LIBRO    QUINTO.  21 

«  a  Talaraone,  e  che  fosse  condotto  per  il  lor  dominio.  Ma 
«  sentitosi  alla  fln  di  settembre  dalle  lettere  de'  Bolognesi 
«  come  r  iraperadore  avea  acquistato  Brescia .  fu  dato  animo 
«  a  questi  alla  difesa  e  promesso  ogni  aiuto;  quando  s' in- 
«  tese  Enrico  per  i  conforti  de'  Pisani  aver  deliberato  di 
«  venir  a  Genova,  onde  avesse  poscia  a  entrare  in  Toscana  ';  » 
perchè  facendosi  tuttavia  i  pericoli  più  vicini ,  s'  andavano 
ad  ogn'ora  preparando  nuove  difese.  Fu  cura  di  Giovanni 
Alfani  ne'  primi  di  del  suo  gonfalonerato ,  essendosi  sentito 
r  arrivo  dell'  imperadore  a  Genova ,  e  che  presto  volea  venir 
a  Pisa,  di  provveder  di  genti  la  rocca  di  S.  Miniato  del 
Tedesco ,  di  mandar  gente  a  Volterra ,  perchè  per  opera 
de'  Ghibellini  non  si  desse  all'  imperadore ,  e  di  confortar  i 
Lucchesi  che  per  sicurezza  comune  fornissero  tutte  le  ca- 
stella di  Lunigiana  e  di  Valdarno  verso  ponente  ;  le  quali 
cose  perchè  fossero  fatte  con  maggior  prontezza ,  feciono 
venire  le  genti  che  aveano  mandate  a  Bologna ,  e  congiun- 
tele con  quelle  de' Lucchesi,  comandarono  loro  che  difen- 
dessero Sarzana ,  e  il  passo  di  porta  Beltramo  e  la  via  della 
marina ,  perchè  all' imperadore  fosse  tagliata  la  strada  di  ve- 
nire a  Pisa.  «  Scrissero  al  re  Buberto  perchè  ordinasse  al 
«  Centelles  suo  vicario  in  Bomagna ,  che  ad  ogni  lor  richie- 
«  sta  gli  soccorresse  di  gente.  Scrissero  per  averne  da  Pe- 
«  rugia ,  da  Orvieto ,  da  Città  di  Castello ,  da  Agubbio  ,  e 
«  da  Siena,  la  qual  città  avvertirono  che  i  lor  banditi  tral- 
«  lavano  di  darla  al  re  de'  Bomani  ;  e  mentre  domandavano 
«  aiuto ,  r  offerivano  e  promettevano  in  caso  di  bisogno  ;  ne 
«  sollecitarono  i  conti  Guidi  guelfi ,  e  providdero  che  i  co- 
«  muni  di  Valdelsa  e  di  Valdegola  non  lasciassero  passare  i 
«  Ghibellini  di  Bomagna,  i  quali  per  facilitarsi  il  passaggio 
«  a  Pisa  andavano  per  quelle  bande  alla  sfilata. 

Nel  mezzo  di  queste  preparazioni    s' accostavano   a    Fi- 
renze gli  ambasciadori  dell' imperadore,  il  quale  intendendo 

•  Nel  vecchio  Ammirato  si  legge  solamente  :  Avc-'a  preso  il  gon- 
Jalonerato  Sf.inello  da  Mosciano ,  nel  magistrato  del  quaìe  P  impe- 
ratore a^'c^a  finalmente  acquistato  Brescia^  e  per  conforti  de' Pisani 
deliberato  di  venire  a  Genova ,  onde  avesse  poscia  a  entrare  in  To- 
stana;  perchè  Jacend osi  tuttavia  ec.    ec. 


22  dell'  istorie  fiorentijce 

di  proceder  nelle  cose  sue  riservatamente,  non  ostanti  le  cat- 
tive dimostrazioni  usategli  da' Fiorentini,  mandava  di  nuovo 
suoi  oratori  per  intender  la  loro  volontà ,  e  disporli  ad  ub- 
bidirlo e  di  dargli  il  passo  per  andar  a  Roma  per  coronarsi. 
Costoro  erano  alcuni  prelati  germani,  e  con  esso  loro  Pan- 
dolfo  Savello  gentiluomo  romano  ;  i  quali  non  così  tosto  fu 
rapportato  che  erano  giunti  a  Montui  alla  Lastra ,  che  dal 
gonfaloniere  e  da'  priori  fu  fatto  loro  intendere  che  si  guar- 
dassero d'entrar  in  Firenze,  ma  che  incontanente  s'avvisas- 
sero di  partire ,  che  altrimenti  si  procederebbe  con  esso  loro 
come  con  nimici  ;  e  più  presto  che  non  si  conveniva  ,  non 
senza  segreto  consentimento  delia  signoria  ,  furono  da  alcune 
genti  di  Firenze  assaltati  e  rubati ,  e  corso  rischio  di  esservi 
uccisi ,  se  col  fuggire  per  la  via  di  Mugello  non  fossero 
scampali  ad  Arezzo.  Ciò  si  dice  essere  stalo  consiglialo  da 
coloro  i  quali  non  voleano  che  accordo  alcuno  seguisse  Ira 
i  Fiorentini  e  l'imperadore,  dubitando  che  essendosi  in  molte 
cose  segnalati  contra  i  fatti  di  Enrico ,  la  pena  dandosi  ub- 
bidienza a  Cesare  ,  non  si  volgesse  sopra  le  teste  loro.  Per 
la  qual  nuova  ingiuria  come  che  l' imperadore  fosse  grave- 
mente turbato  ,  nondimeno  non  fece  altro  movimento  ,  se  non 
che  per  la  sua  corte  fece  citare  i  Fiorentini,  che  dovessero 
fra  quaranta  giorni  mandarli  in  Genova  dodici  buoni  uomini 
per  render  ragione  delle  cose  fatte ,  e  con  pieno  mandato  di 
ubbidire  a'  comandamenti  suoi  ;  che  altrimenti  egli  ii^-eonéan- 
nerebbe  come  ribelli  di  pena  capitale.  I  quali  comandamenti 
di  nuovo  sprezzati  posono  a  grand'  ira  Enrico ,  mentre  la 
città  per  briga  nata  tra  lanaiuoli  per  cagione  del  loro  conso- 
lato fu  a  grandissimi  rumori.  Ne  così  presto  furono  questi 
acchetati ,  che  ebbono  a  succederne  degli  altri  molto  mag- 
giori, ancora  che  essendo  le  cose  nello  stato  che  si  trova- 
vano, avessero  bisogno  di  gran  concordia  e  quiete.  Il  re  Ru- 
berto considerando  il  pericolo  de'  Fiorentini ,  mandò  loro  di 
Bomagna  don  Luni  d' Aragona  con  dugento  cavalieri  per 
poter  meglio  contrastar  il  passo  all' imperadore.  Ma  rade  volle 
e  non  inai,  se  non  in  Repubblica  molto  bene  insliluila,  l'in- 
giurie e  interessi  privali  sono  stati  preposti  a'  pubblici.  Era 
una  certa  opinione  tra  alcuni,  che  Pazzino  de' Pazzi  fosse 
stato  autore  delia  morte  dì  Masino  Cavalcanti ,  a  cui  nel  gon- 


LIBRO   QUINTO.  23 

falonerato  di  Lapo  Minerbetti  era  stato  mozzo  il  capo ,  e  in- 
sieraemente  che  avesse  avuto  intendimento  nell'uccisione  se- 
guila di  Betlo  Brunelleschi  l' anno   passato  ;   talché   Paflfiera 
Cavalcanti,  congiuntoci  co'  Brunelleschi,  più  volte  l'avea  ina- 
nimiti a  vendicar  l'ingiuria  comune,  alla  quale  si  diede   ef- 
fetto nel  primo  mese  dell'anno  1312,  essendo  podestà  di  Fi- 
renze Gentile  Varani  da  Camerino,  e  gonfaloniere  Loso  degli 
Strozzi  figliuolo  di  Lapo  ;  conciossiacosaché  mentre  Pazzino 
di  loro  non  si  guardando  andava  co'  suoi   famigliari  a  falco- 
nare nell'isola  di  Arno,   da'nimici  suoi  fu  improvvisamente 
assaltato  e  morto.  Era  Pazzino  per  le  sue  buone  qualità  molto 
amalo  dal   popolo  ;   onde   i   congiunti  e  coloro  che  ebbono 
cura  che  la  sua  morte  non  andasse    invendicala,    pensarono 
non  potere  per  miglior  via  vendicarsi  che  di  mostrare  que- 
sta ingiuria  essere  stata  fatta  al  popolo  ;  e  per  questo  il  corpo 
di  Pazzino  preso  ,  e  quello  di  sangue  lordo ,  e  di  molte  punte 
trafitto  recato  alla   piazza   de'  priori ,  ivi  con  molli  pianti   e 
lagrime  il  posarono  :  d' intorno  al  qual  corpo  il  popolo  con- 
correndo ,  e  parte  a  dolore  e  parte  d' ira  commosso  del  fiero 
caso  di  COSI  illustre  e  chiaro   cittadino   (  il  quale  era  restalo 
il  primo  dopo  la  morte  di  Corso  e  di  Bello  ) .   levarono  con 
grandissime  grida  una  voce ,  che  si  mettessero    a   ferro  e  a 
fuoco  le  persone  e  le  case  de'  Cavalcanti  ;  e  in  un  momento 
a  queste  fu  messo   il   fuoco ,    e   quelli  non  potendosi   aver 
nelle  mani,  furono  come  ribelli  cacciali  e  banditi  della  città; 
ragionandosi   allora  fra' presenti,  e  rimanendo  poi  nella  me- 
moria de'  posteri,  per  grandissimo  esempio  della  bizzarria  dei 
cervelli  fiorentini,  le  morti  seguile  di  Corso  Donati,  di  Betlo 
Brunelleschi,  e  finalmente  di  Pazzino   de' Pazzi,    tutti  e  tre 
nobilissimi   cavalieri  e   cittadini  mollo   pregiati    della  patria 
loro;    non   essendo    quasi  fanciullo   che   non  si   ricordasse 
non  più  che  otto  anni  addietro  essere  tutti  tre  questi   cav;i- 
lieri  con  tanta  pompa  e  concordia  andati  a  Roma   per  pur- 
garsi dinanzi  al  papa  di  quello  che  come  caporali  d'  una  fa- 
zione erano  tutti  tre  parimente    stali  imputati,  e  poi  tornali 
in  Firenze  e  ripiglialo  lo  slato,  nata  tra  loro  discordia,  pri- 
mieramente  essere   slato    per    opera  di  Bello   Brunelleschi 
morto  Corso  Donali ,  e  poi  per  procaccio  di  Pazzino  dePazzi 
ucciso  Betlo  Brunelleschi ,  e  finalmente  per  congiura  de'Bru- 


24  DELI.'  ISTORIE   FIORENTINE 

nellesclii  e  de' Cavalcanti  esser  morto  Pazzino  de' Pazzi;  tal- 
ché alcuni  dicevano  che  lo  spirito  di  Corso  Donati  cammi- 
nava ancora  sopra  la  terra,  prendendo  supplicio  di  tutti  quei 
malvagi  partigiani  che  discostandosi  da  lui  gli  aveano  con- 
giurato contro.  Ma  il  popolo  non  contento  di  sfogarsi  con  la 
pena  di  coloro  che  aveano  commesso  il  delitto,  si  volse  a 
beneficare  gli  offesi,  armando  cavalieri  a  spese  del  comune 
Francesco  e  altri  figliuoli  del  morto  Pazzino,  e  due  loro 
cugini  Simone  figliuolo  di  Cherico  il  vecchio  e  Cherico  il 
giovane  figliuolo  di  Giachinotlo,  fratelli  amendue  di  Pazzino; 
a' quali  lutti  donò  beni  e  rendile  per  poter  nobilmente  man- 
tenere lo  splendore  della  cavalleria.  De'  Brunelleschi  non 
pare  che  avessero  preso  vendetta,  perchè  Bello  non  era 
slato  morto  per  ordine  de  magistrati ,  come  Masino. 

Intanto  la  guerra  di  fuori  s'  era  già  accostala  a  casa  ; 
perciocché  giunto  Enrico  di  Namurro  '  fratello  di  Ruberto 
conte  di  Fiandra  e  maliscalco  dell'imperadore  a  Pisa  a'21  di 
gennaio ,  dieci  giorni  dopo  la  morte  di  Pazzino ,  ancor  che 
con  poca  gente ,  subitamente  ruppe  la  guerra  a'  Fiorentini  : 
uscito  due  dì  dopo  la  sua  arrivala  in  campagna,  e  venuto  di 
qua  dal  Pontadera ,  non  trovando  altro ,  prese  tutte  le  some 
delle  mercatanzìe  de'  Fiorentini ,  che  venivano  di  Pisa  ;  per- 
chè dalla  cillà  si  mandarono  genti  per  guardar  quella  fron- 
tiera. In  questo  modo  avendo  ciascuno  prese  l'arme ,  si  diede 
principio  alla  guerra  trattala  con  la  maggior  fierezza  d'  animi 
che  guerra  alcuna  fosse  stata  maneggiata  giammai.  Concios- 
siacosaché dal  canto  dell' imperadore  non  solo  fosse  il  dispia- 
cere di  non  essere  ubbidito,  e  di  essere  stati  manomessi  i 
suoi  ambasciadori ,  inviolabili  per  antica  ragion  delle  genti , 
eziandio  appresso  qualsivoglia  barbara  nazione,  ma  fosse  l'a- 
nimo suo  ripieno  di  grandissima  ira  per  essergli  finalmente 
per  arte  de"  Fiorentini  stala  ribellata  Parma  e  Reggio  ,  e  non 
meno  a  Reggiani  mandalo  aiuto,  che  a  Giberto  di  Coreggio; 
il  quale  lascialo  per  V  imperadore  vicario  di  Parma  era  quello 
che  glicl'avea  ribellata  e  fallosene  signore.  Slimò  dunque 
che  il  tempo  di  venir  a  prender  la  corona  in  Roma  si  do- 
vesse anche  affrellare   per   vendicarsi  di  tante   ingiurie  ;  e  i 

I    Cioè  Mcnioiirs. 


LIBRO    QUINTO-  23 

Fiorentini  costanti  a  difendere  la  loro  libertà  erano  punti  da 
una  tacita  ambizione  se  potessero  giammai  vantarsi ,  essi  soli 
tra  tutti  i  popoli  d' Italia  aver  fatto   per   amor  della   libertà 
egregia  resistenza  al  furore  tedesco.  Partissi  l'iraperadore  di 
Genova  con  trenta  galee  il  quindicesimo  giorno  di  febbraio , 
quel  dì  appunto  nel  quale  per  la  medesima  industria  de'Fio- 
renlini  gli  si  era  ribellata  Padova;  dalla  quale  fu  cacciato  il 
suo  vicario  ,  e  ove  fu  ucciso  Guglielmo  da  Carrara  gran  capo 
di  parte  ghibellina ,  e  quando  in  Firenze  prendeva  il  sommo 
magistrato  Gherardo  del  Baldese.  Entrò  V  imperadore  in  Pisa 
a'  i6  di  marzo ,   essendogli  per  fortuna  di  tempo   convenuto 
dimorare  in  Portovenere   diciassette   dì ,   ricevuto  da  quella 
città  con  pompa  e  onori  grandissimi   { al   sommo   magistrato 
della  quale  eran  proposti  Ugolino  d'Uliveto,  Enrico  di  Mar- 
co, e  Lupo  de'Ceuli),  come  quella  che  sperava  per  mezzo 
di  Enrico  dover  divenire  la  più  poderosa   città  di  Toscana, 
e  di  sopravanzare  i  Fiorentini  antichi  loro  nimici;  rallegran- 
dosi che  dopo  tanto  tempo  ,  in  luogo  di  darlo  I  e  di  Carlo  II 
e  del  presente  Ruberto  tutti  tre  re  di  Napoli,  padre,  figliuolo 
e  nipote ,  che  aveano  tenuto  sempre  la  mira  a  favoreggiar  le 
cose  di  Firenze ,  fosse  pur  finalmente  venuto  un  imperadore 
d'Alemagna ,  il  quale  avesse  in  prolezione  lo  stato  e  fortune 
de' Pisani.  Aiutato  per  questo  Cesare  di  quarantamila  fiorini, 
e  il  suo  maliscalco  di  gente  ,  sollecitavano  che  si  attendesse 
a  far  qualche  impresa  degna  del  nome  imperiale;  per  i  quali 
conforti  si  prese  il  castello  di  Buti,  e  la  valle  che  era  tenuta 
da'  Lucchesi.  Ma  avendo  Enrico  1'  animo  di  fornir   prima  la 
sua  coronazione  in  Roma ,  non  potè  far  maggiori  progressi, 
i  quali  riserbava  alla  sua  ritornata ,    essendosi  accorto    non 
sempre  esser  utile  precetto,  ne'  casi  di  guerra ,  il  non  lasciarsi 
terra  de'  nimici  dietro  le   spalle  ;  perciocché   se    egli   senza 
fermarsi  intorno  l'assedio  di  Brescia  fosse  subitamente  calato 
in  Toscana  e  nel  Regno,  quando  tremendo  su'  princìpi  della 
sua  buona  fortuna  s' era  insignorito  di  tante  altre  nobili  terre 
di  Lombardia,  e  che  i  Veneziani  e  i  Genovesi  potentissime 
Repubbliche  favorivano  le  cose  sue  ,  fu  universale  opinione, 
che  trovando  i  luoghi  sprovveduti  facilmente  gli  sarebbe  riu- 
scito d' insignorirsi  di  Toscana  e  del  reame.  Per  questo  par- 
titosi con  due  mila  cavalieri  di  Pisa  a'  13  d'aprile,  per  ma- 


S6  dell'istorie  fiork:<tixe 

rerama ,  e  per  lo  contado  di  Siena ,  e  poi  per  quello  d'  Or- 
vieto e  di  Viterbo ,  ove  si  fermò  per  molti  di ,  il  settimo 
giorno  di  maggio  entrò  in  Roma,  avendo  intanto  preso  il 
gonfalonerato  in  Firenze  Bellincione  Aldobrandino  «  Persi- 
«  stendo  i  Fiorentini  in  voler  perseguitare  l' imperadore  e 
«  impedirgli  la  sua  coronazione ,  oltre  all'  aver  mandato  in 
«  più  volte  in  aiuto  del  re  Ruberto ,  il  quale  avea  inviato 
«  Giovanni  principe  della  Morea  suo  fratello  a  questo  fine  in 
«  Roma ,  da  mille  cavalli  tra  delle  cavalcate ,  cittadini ,  e  ca- 
«  tàlani  con  Diego  della  Ratta ,  e  duemila  cinquecento  fanti 
«  con  balestre  grosse  ,  saettarne ,  pavesieri ,  e  altre  arme  ne- 
«  cessane  cavate  dalla  camera  del  comune,  non  restavan  di 
«  sollecitare  le  città  di  Toscana  a  mandarvi  delle  lor  genti. 
«  E  perchè  erano  entrati  in  sospetto  che  il  re  Ruberto  per 
<(  non  tirarsi  la  guerra  addosso  sì  volesse  accordare  con  l'im- 
«  peradore  ,  lo  pregarono  a  volere  star  saldo  ,  rimostrandogli 
«  con  r  esempio  delle  città  di  Lombardia  i  pericoli  ne'  quali 
«  egli  e  i  suoi  amici  cadcrebbero  ;  e  a  Gentile  degli  Orsini 
«  scrissero  di  stare  avvertito ,  e  di  cercar  d' impedir  tale 
«  accordo.  Trovandosi  in  questo  medesimo  tempo  il  castello 
«  di  Cerretello  in  Valdera  assediato  dalle  genti  de' Pisani,  vi 
«  si  mandarono  seicento  cavalli ,  i  quali  ne  fecero  levare 
«  quella  gente  in  rotta.  Ma  come  la  paura  e  il  desiderio  dei 
«  Fiorentini  d' impedir  ogni  progresso  all'  imperadore  gli  fa- 
ci ceva  fin  sospettare  del  re  Ruberto,  così  questi  non  si  pre- 
ce mettendo  delle  forze  che  aveva ,  facea  continua  instanza 
«  d' averne  dell'  altre ,  e  a  questo  effetto  spedì  a  Firenze 
«  Tommaso  Piscicello  napoletano ,  Tommaso  de'  Tolomei 
«  sanese  ambedue  cavalieri,  Piero  de' Visdomini  fiorentino, 
«  e  Bulgaro  da  Tolentino  giurisperito;  ma  non  potendo  i 
«  Fiorentini  far  più  di  quello  che  facevano  per  dover  tener 
«  gente  per  guardia  in  Volterra  e  in  Samrainiato ,  star  prov- 
«  visti  per  rispetto  de'  Pisani  e  degli  Aretini  lor  nimici,  oltre 
«  all'aver  in  ogni  caso  a  poter  soccorrere  gli  amici  di  Lom- 
c(  bardia ,  risposero  al  re  a'  24  di  giugno  rappresentandogli 
(c  tutto  ,  e  promettendogli  in  ogni  modo  ancora  cinquecento 
«  altri  fanti  per  farli  partire  per  lutto  il  dì  4  di  luglio ,  pur- 
ee che  tutto  servisse  a  distruzione  dell' imperadore  ,  ed  esal- 
a  tazione  di  parte  guelfa;  e  però   pregavano   il  re   a   voler 


LIBRO   QUINTO.  27 

«  andare  egli  stesso  a  Roma.  Dove  pretendendo  l'impera- 
«  dorè  di  pigliar  conforme  al  solito  la  corona  dell'  imperio 
a  in  S.  Pietro,  aiutalo  da'Colonnesi,  era  più  volle  venuto 
«  alle  mani,  e  sempre  con  la  peggio  ,  con  le  genli  del  n- 
«  Ruberto,  Fiorentini,  e  collegati,  co' quali  erano  uniti  gli 
a  Orsini  e  tenevano  quella  parte  di  Roma .  si  risolvette  di 
«  pigliarla  in  S.  Giovanni  Laterano,  dove  fu  coronato  a' 29 
«  di  luglio,  ancora  che  altri  scrivino  il  primo  d'agosto.  Ve- 
«  nula  questa  nuova  a  Firenze  nel  gonfaloneralo  di  Gian- 
«  nozzo  Buccelli  s'  aspettava  di  già  la  guerra  alle  mura.  Fa- 
(T  rono  per  questo  eletti  Ceffo  degli  Agli  e  Gio.  Hustichelli 
«  per  essere  a  Empoli  con  gli  ambasciadori  di  Lucca,  di 
«  Siena,  di  Bologna,  e  degli  altri  collegati  per  trattar  del 
«  modo  di  resistere  air  imperadore,  il  quale  non  giudicando 
«  riuscibile  la  guerra  del  Regno .  tornava  per  sfogare  il  suo 
«  sdegno  sopra  la  Toscana,  e  particolarmonte  sopra  lo  stato 
«  e  città  di  Firenze,  da  cui  avea  continuamente  ricevuto  co- 
<t  tanti  oltraggi  ;  perchè  i  Fiorentini  comandarono  al  capitano 
«  delle  lor  genti  in  Roma ,  che  pigliando  Enrico  la  strada 
«  verso  Toscana,  unitosi  col  fratello  del  re  e  con  1' altre 
«  genti  de' collegati,  se  ne  venisse  a  quella  volta;  con  aver 
«  cura  che  usciti  di  Roma ,  l' imperadore  non  desse  volta 
a  addietro  e  se  n'  impadronisse ,  e  si  facesse  coronare  in 
«  S.  Pietro ,  perchè  questo  gli  avrebbe  apportalo  troppo  di 
«  gloria ,  e  a  loro  e  agli  amici  danno  e  vergogna  ;  per  il 
«  che  sollecitavano  di  nuovo  il  re  Ruberto  a  volersi  trovare 
«  in  persona  a  quella  partenza  '  ». 

'  In  luogo  di  questa  giunta,  dice  il  vecchio  Ammirato:  Non  pas») 
tra  questo  mezzo  la  stanza  e  la  coronazione  dell''  imperatore  a  Roma 
senza  travaglio  ;  ove  il  re  Ruberto  il  quale  con  ogni  sforzo  procac- 
ciava d'  impedir  questa  coronazione,  infin  dai  sedici  del  mese  pas- 
sato aveva  mandato  Giovanni  suo  fratello  con  secento  cavalieri  tra 
catalani  e  del  regno,  i  quali  congiunti  cogli  Orsini  vennero  più  volte 
alle  mani  coli' imperatore,  infm'or  del  quale  avevano  preso  l'arme  i 
Colonnesi.  I  Fiorentini  parimenti,  oltre  all'aver  poi  mandato  seicento 
cavalieri  a  Cerretello,  tenuto  assediato  dai  Pisani,  onde  li  levarono 
in  rotta,  mandarono  in  aiuto  del  re  dugento  cavalieri  de'  miglior» 
cittadini  che  avessero  ,  e  il  maliscalco  che  era  al  lor  soldo  con  tre- 
cento cavalieri  catalani    e  mille  pedoni.   Talché  Inatto  della  corona- 


28  dell'  istorie  fiorentine 

La  Repubblica  venuta  in  tanto  sospetto  d'alcuni  suoi  stessi 
cittadini  molli  ne  confinò;  accrebbe  il  numero  delle  cavallale 
infino  a  milletrecento,  quello  de 'cavalieri  soldati  infino  a  sette- 
cento, e  tutte  le  sue  fortezze  fornì  di  cavalieri  e  di  gente. 
Avendo  il  Bucelli  fatte  queste  provvisioni  entrò  gonfaloniere 
Benino  de'Medici.  e  l'imperadore  essendo  di  Roma  venuto  a 
Todi  camminando  per  Io  contado  di  Perugia ,  a  cui  diede  il 
guasto,  avea  preso  Castiglione  Chiusino  che  è  sopra  il  lago. 
Indi  era  passato  a  Cortona,  e  di  Cortona  ad  Arezzo  ;  ove  es- 
sendo stato  ricevuto  con  pompa  e  allegrezza  incredibile ,  fece 
la  massa  delle  sue  genti  per  venirne  sopra  Firenze.  Dove  es- 
sendo podestà  Guido  Savina  da  Fogliano  e  capitano  del  popolo 
Buggerino  de'Sergiudei  da  Parma  arrivarono  lettere  di  Diego 
Dalmasio  ,  a  che  intitolandosi  capitano  di  Ferrara,  dava  conto 
«  dell'  ammazzamento  seguito  del  marchese  Francesco  ;  la 
«  qual  cosa  dispiacendo  alla  signoria,  per  essere  stato  il  mar- 
«  chese  amico  della  Repubblica ,  esortò  il  Dalmasio  a  tener 
>'  quella  città  per  la  Chiesa,  e  per  parte  guelfa.  A'Corto- 
«  nesi,  che  avean  mandato  fuori  della  città  il  vicario  lascia- 
«  lovi  dall' imperadore  ,  fu  offerto  ogni  aiuto  in  caso  che  si 
«  volessero  conservare  in  libertà  ».  Uscito  l' imperadore  in 
campagna,  la  prima  cosa  ch'egli  acquistò  fu  il  castello  di 
Caposelve  in  su  l'Ambra,  il  quale  era  de' Fiorentini.  Poi 
pose  il  campo  a  Montevarchi,  luogo  nobilitato  da  Benedetto 
Varchi,  uomo  chiaro  negli  studi  delle  buone  lettere  ',  e  a 
quello  fece  dare  di  molli  assalti  prima  che  coloro  che  il 
difendevano  mostrassero  segno  di  timore  alcuno.  Ma  avendo 
incominciato  a  votar  l'acqua  de' fossi  per  riempiergli  di  terra, 
veggendo  quei  di  dentro  che  i  Fiorentini  non  aveano  il  po- 
tere ,  0  non  si  curavano  di  soccorrergli ,  e  avendo  le  mura 

zione  non  seguì  prima  che  il  dì  di  S.  Pietro  in  F'incola  in  colende 
d'  agosto  :  onde  Giannozzo  Bitccelli  gonfaloniere  aspettava  la  guerra 
a  Firenze,  sentendo  già  presso  al  ^  fi  ne  del  suo  gonjalonerato  ,  ch« 
r imperatore ,  non  giudicando  riuscitile  la  guerra  del  Regno,  tor- 
nava per  isj'ogare  il  suo  sdegno  sopra  Toscana,  e  particolarmente 
sopra  lo  stato  e  città  di  Firenze  ,  da  cui  aveva  continuamente  rice- 
vuto oltraggi.  Furono  per  ciò  subitamente  Jatte  tornare  le  genti, 
che  erano  state  mandate  a  Roma. 

'  Benedetto  Varclii  discete  da  Monterarclii ,  ma  non  vi  nacque,  e 
n«Ila  casa  paterna,  che  ancora  fi  vede,  leggesi  una  iicririone  nobilis- 
sima dsttata  dal  no«tro  cliiarisiitno  G.  B.  ^iccolmi. 


LIBRO   QUINTO.  29 

assai  basse,  il  terzo  dì  si  resono  ali'imperadore.  Il  simile 
lece  il  castello  di  S.  Giovanni,  ove  fur  presi  da  settanta  ca- 
valieri catalani  ;  e  non  trovando  in  luogo  alcuno  contrasto , 
ne  venne  al  borgo  di  Figline ,  ove  udì  che  i  Fiorentini  con 
gran  numero  di  pedoni ,  e  con  poco  meno  di  duemila  cava- 
lieri, s'erano  posti  nel  caste!  dell' Ancisa  in  su  l'Arno.  E 
slimando  che  fossero  usciti  per  combattere  o  per  impedirlo 
delle  sue  imprese ,  incontanente  prese  ancora  egli  quel  cam- 
mino, e  venuto  nel  piano  dell' Ancisa  in  su  l'isola  in  quel 
luogo  che  si  chiama  il  Mezulc ,  fece  richiedere  i  Fiorentini 
di  battaglia.  Ma  quelli  credendosi  di  poter  tener  a  bada  l'im- 
peradore  e  vietargli  il  passo  che  non  venisse  a  Firenze,  per 
lo  qual  fine  s'erano  in  quel  luogo  accampati,  non  vollono  ac- 
cettar r  invilo.  Di  che  accortisi  i  fuorusciti  fiorentini,  i  quali 
erano  in  campo ,  e  aveano  cognizione  del  silo  del  paese,  mo- 
strarono ali'imperadore  come  per  la  via  del  poggio  di  sopra 
all' Ancisa  per  alcuni  stretti  e  forti  passi  si  potea  andar  a 
Firenze,  e  che  facilmente  potrebbe  prender  la  terra,  se  si 
forzasse  di  far  in  modo  che  da'  nimici  non  potesse  esser 
raggiunto.  Il  che  gli  riuscirebbe  ogni  volta  che  prima  che 
i  nimici  potessero  intendere  la  sua  mossa,  egli  mandasse  a 
prender  il  passo  sotto  Montelfi ,  il  quale  parendo  all'  impe- 
radore  util  consiglio ,  comandò  al  conte  di  Savoia ,  e  al  suo 
maliscalco  Enrico  di  Fiandra ,  che  con  quelle  genti  che  sti- 
massero bastanti  andassero  a  occupar  quel  passo.  Il  che  tosto 
che  sentì  esser  fallo ,  egli  si  avviò  col  rimanente  dell'  eser- 
cito per  la  via  del  poggio  mostratagli  da'  fuoruscili.  I  Fioren- 
tini temendo  di  quello  che  era ,  che  l' imperadore  non  si  par- 
tisse per  assaltar  la  città  vola  dell'  aiuto  loro ,  si  mossono 
subilamente  ancor  essi ,  slimando  con  tener  la  via  di  Mon- 
telfi di  avvantaggiarli  il  cammino.  Ma  quando  camminando 
con  gran  diligenza  scopersero  che  il  passo  era  occupato , 
furono  presi  da  tanto  spavento  e  viltà,  come  cosa  da  loro 
impensata ,  che  essendo  assalili  senza  far  niuua  resistenza  si 
poser  bruttamente  a  fuggire ,  essendo  seguitati  da'  nimici 
infino  nel  borgo  dell' Ancisa;  il  che  fu  cagione  che  pochi  di 
essi  perissero ,  non  si  facendo  menzione  che  il  numero  dei 
cavalieri  morti  passasse  venticinque,  né  quello  de' fanti  cento. 
Ma  lo  sbigottimento  fu  tale ,  ancora  che  di  quelli    dell'  ira- 


aO  dell'  istorie  fiorentine 

peradore  ne  fosser  morii  forse  poco  meno  d'altrettanti,  i  quali 
più  veloci  e  arditi  degli  altri  vennero  dando  la  caccia  a'  ni- 
mici  infino  all'  Ancisa ,  che  rimanendo  i  Fiorentini  nel  ca- 
stello quasi  assediati  con  mancamento  di  cose  da  mangiare  , 
si  credette  ,  che  se  l' imperadore  mandava  parte  dell'  esercito 
a  dargli  qualche  assalto  sarebbono  senza  dubbio  stati  morti 
o  fatti  prigioni.  I  cittadini  dall'altra  parte,  i  quali  sentirono 
r  imperadore  esser  arrivato  a  S.  Salvi,  e  le  lor  genti  non 
tornare ,  credendo  che  fossero  stati  tagliati  a  pezzi ,  si  smar- 
rirono in  guisa,  che  per  buona  pezza  restarono  le  porte 
della  città  aperte ,  senza  che  ad  alcuno  corresse  nell'animo 
quello  che  in  tanto  pericolo  s'avesse  a  fare.  Ma  cessata  al- 
quanto la  paura  per  l' irresoluzion  del  nimico  ,  il  quale  atten- 
dendo ad  arder  le  ville  e  il  contado  non  seppe  vincer  la 
terra ,  fur  da  coloro  che  governavano  presi  diversi  partiti  ; 
perchè  il  popolo  a  suono  di  campana  si  ragunò ,  e  ciascuno 
sotto  i  suoi  gonfaloni  corse  alla  piazza  della  signoria  a  tro- 
var il  gonfaloniere  e  i  priori ,  ove  avuto  l'ordine  di  quel  che 
avessero  a  fare,  andò  tutt'uorao  alle  sue  poste  per  guardia 
delle  mura  e  dei  fossi,  con  molta  lode  dell'ardire  e  pietà 
d'Antonio  d'Orso  vescovo  della  città;  il  quale  armatosi  per 
salute  della  patria  con  tutti  i  suoi  cherici ,  e  montalo  a  ca- 
vallo, di  propria  volontà  s'aveva  eletto  di  difender  la  porta 
di  S.  Ambrogio.  Ove  essendo  dalla  parie  di  dentro  la  terra 
gran  volo,  si  deliberò  di  farvi  gli  alloggiamenti  siccome  in 
una  campagna.  Ai  padiglioni,  loggie  e  trabacche,  che  tosta- 
mente vi  furon  tirale,  s'  aggiunser  ancora  di  molli  sleccati  su 
per  li  fossi,  e  bertesche  di  legnami  assai;  infino  che  dopo 
due  dì  per  Valdirobiana,  e  da  S.  Maria  Impruneta  per 
Montebuoni  le  genti  dell' Ancisa  di  notte  tempo  si  condus- 
sero in  Firenze.  La  città  rassicurata  da  questo  aiuto  si  liberò 
affatto  d'ogni  paura;  quando  poco  dopo  giunsono  gli  aiuti 
degli  amici  e  compagni.  II  quale  fu  poco  meno  di  duemila 
quattrocento  cavalieri ,  e  presso  a  dodicimila  fanti  ,  percioc- 
ché i  Lucchesi  vi  mandarono  seicento  cavalieri  e  seimila  pe- 
doni. 1  Sanesi  seicento  cavalieri  e  duemila  pedoni.  I  Pislojesi 
cento  cavalieri  e  seicento  pedoni.  I  Pratesi  cinquanta  cava- 
lieri e  quattrocento  pedoni.  Colle,  S.  Minialo,  e  S.  Gimi- 
gnano  cinquanta  cavalieri  per  ciascuno  .  e   dugento    pedoni. 


LIBRO   QUINTO.  31 

I  Bolognesi  quattrocento  cavalieri  e  mille  pedoni.  Di  Roma- 
gna tra  di  Riraini ,  Ravenna,  Faenza,  Cesena,  e  l'altre  terre 
guelfe  vi  vennero  trecento  cavalieri,  e  millecinquecento  pe- 
doni. D'Agubbio  cento  cavalieri,  e  da  Città  di  Castello  cin- 
quanta cavalieri ,  non  avendo  Perugia  potuto  concorrere  a 
numero  alcuno  di  soldati  per  trovarsi  in  guerra  co'  Todini 
e  co'Spoletini;  s'i  fattamente  che  in  Firenze  erano  più  di 
quattromila  cavalieri,  e  gente  a  piede  senza  numero. 

Ora  sprezzino  le  guerre  e  i  preparamenti  militari  di 
questa  mezzana  antichità  coloro  i  quali  hanno  in  uso  di  ri- 
putar per  grandi  le  cose  presenti,  quando  quello  che  a' tempi 
più  freschi  non  feciono  il  pontefice  e  i  Veneziani  e  la  slessa 
Repubblica  fiorentina  già  molto  aggrandita  per  salvezza  di 
Roma,  alcune  poche  città  di  Toscana  e  di  Romagna  feciono 
in  questi  tempi  per  lo  scampo  di  Firenze  ,  venula  in  tanta 
confidenza  di  se  medesima  che  tenendo  poco  conto  d'un  eser- 
cito imperiale,  ninna  porta  della  città  mentre  Enrico  fu  al- 
l' assedio  si  tenne  chiusa,  salvo  quella  che  guardava  il  cam- 
po ;  le  some  dello  mercalanzie  uscivano  e  entravano  come 
in  tempi  di  tranquilla  pace ,  e  levali  coloro  i  quali  aveano 
particolar  cura  di  combattere  e  di  guardar  la  terra  ,  tutti  gli 
altri  cittadini  andavano  disarmati  per  la  città.  Arrogi  quel  che 
fu  cosa  di  non  piccola  maraviglia,  che  essendo  i  Pisani  in  que- 
sto tempo  tornati  a  Cerretello,  pensando  valersi  de' travagli 
de'  loro  niraici,  uscirono  alcune  schiere  armate  di  Firenze,  le 
quali  giunte  al  castello,  e  venute  alle  mani  co'  Pisani,  li  co- 
strinsero a  partirsi  dall'  assedio  quasi  in  rotta.  A  questa  su- 
perba e  ardita  dimostrazione  de'  Fiorentini,  aggiunta  la  ma- 
lattia dell' imperatore,  e  rimossa  ogni  speranza  d'aver  la  ciltà 
0  per  trattalo  o  per  accordo  ,  in  che  1'  aveano  lungo  tempo 
pasciuto  i  fuorusciti,  fu  cagione  che  Enrico  incominciasse  ad 
accorgersi  quanto  vanamente  si  consumava  il  tempo  intorno 
a  Firenze,  massimamente  essendo  ancora  negli  animi  de'suoi 
capitani  e  baroni  scemata  una  folle  credenza  che  aveano  con- 
cepulo  per  dello  d'  astrologi  (  la  qual  arie  fu  in  quel  tempo 
molto  credula  )  che  dovea  l' imperadore  impadronirsi  infin 
del  capo  del  mondo.  Conciossiacosaché  essendo  egli  am- 
malalo a  S.  Salvi,  e  ivi  il  conte  di  Savoia  con  l'abate  e  con  / 
certi    monaci  scienziati    trovandosi  a  dire    di  quello   che  da 


32  dell'  istorie  fiorextwe 

così  falla  gente  era  sialo  dello  della  fulura  gloria  e  gran- 
dezza di  Cesare  ,  V  abaie  sorridendo  rispose.  Se  così  è,  com- 
piuta è,  signore,  la  profezia  ;  perchè  qui  presso  dove  voi  or 
siete,  signori,  è  una  via  senza  uscita,  che  si  chiama  capo  di 
mondo.  Sbigottì  il  conte  ,  perchè  gli  animi  vani  con  quella 
facilità  che  si  muovono  a  credere  una  cosa  ,  corrono  ancor 
presti  a  crederne  un'  altra.  Ed  avendone  come  si  crede  par- 
lalo col  cognato,  il  fece  più  tosto  deliberar  a  partirsi.  Da  che 
si  conobbe  quanto  siano  per  riuscir  sempre  vane  1'  entrate 
di  quegli  imperadnri  in  Italia ,  i  quali  avendo  a  far  lunghi 
progressi,  non  sono  sostentati  dalle  proprie  forze  ;  percioc- 
ché terribili  furono  i  primi  successi  dell'  imperadore  in  su 
r  entrare  in  Italia,  quando  essendo  ogni  barone  di  quei  che 
r  aveano  seguitato  caldo  con  le  persone  e  con  le  sostanze  a 
favorir  le  sue  imprese  erano  tirati  dall'  ampiezza  di  quelle 
speranze  che  ciascuno  a  se  stesso  lusingando  si  suole 
proporre  ne'  principii  delle  cose.  Ma  poiché  in  sì  lungo  cam- 
mino e  in  tanti  assedi  e  difficoltà  gli  animi  e  i  corpi  inco- 
minciarono a  stancarsi,  e  che  i  signori  veduta  la  coronazione 
dell'  imperadore ,  parendo  di  aver  soddisfallo  a  quel  debito 
che  aveano  promesso,  detlono  principio  a  licenziarsi,  fra'  quali 
fu  il  duca  di  Baviera  con  tutta  la  sua  genie  ,  e  molli  altri 
signori  germani ,  e  che  quelle  Repubbliche  o  principi  ita- 
liani che  aveano  interesse  con  lui  non  poleano  più  sovve- 
nirlo di  moneta  ,  tosto  si  scorse  la  debolezza  della  sua  im- 
presa; né  potette  egli  in  vendetta  di  tante  ingiurie  ricevute 
fare  alcun  danno  a'  Fiorentini,  se  sunicicnte  vendetta  non  è 
ad  un  imperadore  il  predare  e  ardere  un  contado  :  anzi  nel 
levar  che  egli  fece  il  campo,  che  fu  la  notte  venendo  il  dì 
d'Ognissanti  nel  magistrato  di  Cambio  di  Geri  Jacopi,  fu  in 
gran  rischio  delle  cose  sue.  Né  rimase  alcun  dubbio  che  i 
Fiorentini  e  nel  levarsi ,  e  nell'  assedio  slesso  1'  avrebbon 
rollo,  essendo  superiori  di  gran  numero  di  genie,  se  avesse 
avuto  capitano  alcuno  di  valore  ;  se  pure  avendo  inncerbilo 
tanto  r  animo  di  Enrico  non  voUono  mettere  alcun  termine 
all'  offese,  o  se  non  stimarono  per  intera  soddisfazione  e  fe- 
licità della  loro  impresa  il  reggere  a  un  esercito  imperiale,  il 
quale  avvengachè  diminuito  delle  primiere  forze,  nondimeno 
per  esser  mescolato  di  gente  forestiera  e  italiana,  ove  erano 


LIBRO   QUINTO.  33 

molti  fuorusciti  ,  i  quali  combatlevano  per  la  causa  propria, 
non    era    punto    disprezzabile.    Avendo    1'  iniperadore    fatto 
arder  il  campo,  e   tornandosene   col    passar  Arno  per  la  via 
onde  era  venuto,  s'  accampò  nel  piano  d'  Ema  di  lungi  della 
città  tre    miglia  ,  infermo    d'animo  e  di  corpo.   I  Fiorentini 
non  voUono  uscir  la  notte  fuori  della  città,  ma  avendo  sonati; 
le  campane    presono    tutti    1'  arme  ,  come    se    avesse  a  farsi 
battaglia,  ed  essendo  stati  tutta  la  notte  in  piede,  la  m;Ulina 
una  parte  di  essi  andarono   al   poggio   di    S.   Margherita  di 
sopra  il  campo  dell'  imperadore,  e  benché  con  meno  ordine 
che  ardire,  onde  ne  riportarono  il  peggio  ,  pure  detlono  al- 
cun travaglio  a' nemici.  Questo  fine  ebbe  l'assedio  dell' im- 
peradore Enrico  intorno   Firenze  1'  anno  131:^,  essendo  slato 
formidabile  il  nome   suo   a'  Fiorentini    infino    da   quei  primi 
principj  che  s'  incominciò  a  parlare  della  sua  venuta  in  Ita- 
lia ,  che  era  ormai  lo  spazio  di  tre  anni  interi.  Le  cose  che 
da  questo  tempo  innanzi  succedettero   non  furono  di  molto 
momento  ;  perchè   dimorato    1'  imperadore    tre   d\  in    quello 
alloggiamento    andò    poi  a  S.   Casciano ,    ove    da'  Pisani  gli 
vennero  in  aiuto    cinquecento   cavalieri  e  tremila  pedoni  ,  e 
di  Genova   mille   balestrieri  ;  perchè    dubitando  i  Fiorentini 
che  con  questo  nuovo  sforzo  l' imperadore  non  facesse  pen- 
siero  di   tornar  a  porsi  all'assedio,  diedono    ordine    che  si 
cignesse  di  fossi  il  raccrescimento  della  città  del  sesto  d'ol- 
ir' Arno,  che  era  fuor  delle  mura  vecchie,  in  calende  di  di- 
cembre.   Poi    venendo  il  tempo  di  crear  i  nuovi    magistrati 
nominarono  gonfaloniere  Mosciano  da  INlosciano ,  trovandosi 
nella  città  capitano  del  popolo  raesser  Vincioio  di  elemosino 
da  Perugia.  Ma  l' imperadore  se  bene  non  tornò  all'  assedio 
attese  a  danneggiare  il  paese  con  ogni  sorte  di  crudeltà,  es- 
sendogli fatto  poco  contrasto  da'  Fiorentini,  i  quali  non  usci- 
rono mai  fuori  se  non  in   leggieri   scaramucce  ,  tra  le  quali 
ne  fu  una  alquanto  notabile,  più  per  il  valore  d'alcuni  pochi 
cavalieri  delia  banda  (  perchè  i  Fiorentini  furono  rotti  da'Te- 
deschi  )  che  per  virtù  di  tutta  quella  parte  che  uscì  a  com- 
battere. Era  questa  una  compagnia   fatta    di   volontà  de'  più 
pregiali  donzelli  di  Firenze,  i  quali  creato  un  lor  capitano  e 
essendosi  segnalati  dagli  altri  con   un'  insegna  che  ciascuno 
portava  attraverso  del  petto,  il  cui  campo  era  verde  e  la  banda 
Amm.  Vol.  I.  3 


34  dell'  istorie  fiorentine 

rossa,  si  chiamavano  i  cavalieri  della  banda.  Costoro  avendo, 
olire  lo  sprone  dell'  onor  della  nazione  e  della  patria,  parti- 
colare stimolo  della  propria  gloria  s'  erano   in  ogni  fazione 
che  era  succeduta  grandemente  illustrati.  E  in  questa  rincre- 
scendoli forte  che  l'ossero  ributtati  da'  Tedeschi  aveano  dato 
gran  segni  di  valore  e  d'  industria  militare.   Ma  non  rispon- 
dendo all'  ardir  di  pochi  la  virtù  de'  compagni  ,  essendovi  tre 
di  essi  restati  morti  ,  furono  costretti  à  ritirarsi.   Non   resta 
di  costoro  memoria,  se  non  dei  cognomi  delle  famiglie,  i  due 
degli  Spini  e  de'  Bostichi  delle  case  antiche,  e  l'altro  de'Gua- 
dagni ,  famiglia   che  già  due  volte  aveva    goduto   la  dignità 
del  gonfalonerato.  Tutto  il  resto  di  quella  guerra  fu  maneg- 
giato con    molla    tepidezza  ,  venendo  all'  imperador  tuttavia 
meno  le  genti ,  sì  per  le  malattie    succedute  nel  campo  per 
i  disagi  e  freddi  che  vi   si   pativano ,  e  sì  per  i  signori  che 
tuttavia  andavano  prendendo  commiato  ;  tra'  quali  fu  Ruberto 
conte  di  Fiandra,  il  quale  assaltato  dai  Fiorentini  di  costa  a 
Castelfiorentino , ':ome  che  con  non  piccola  sua  lode  si  fosse 
valorosamente  difeso,  fu  nondimeno  rotto  da  essi,  e  convenne 
salvarsi   con  la  fuga.  I  Fiorentini    dall'  altro    canto  non  veg- 
gendo  il  bisogno  così  grande,  si  alleggerirono  di  gran  parte 
delle  loro  amistà  ;  e  1'  imperadore  il  sesto  di  di  gennaio  del- 
l' anno    1313  si  partì    di  S.  Casciano  ,  e  andatone  a  Poggi- 
bonzi  prese  il  castello  di  Barberino  e  di  S.  Donalo  in  Pog- 
gio   con   altre   fortezze.  Quivi  essendogli  da'  quei  di  Poggi- 
bonzi    rammentata   1'  antica  lor  divozione    all'  imperio  ,  per 
segno  di  gratitudine  ripose   il   loro   castello  in  sul    poggio  , 
come  anticamente  solca  essere  ,  e  quello  fece  chiamare  ca- 
stello imperiale.  Andarono  poi  tuttavia  le  sue  cose   peggio- 
rando, perciocché  i  Sanesi  avendolo   chiuso    dall'  una  parte 
e  dall'  altra,  gli  faceano  sentire  grandemente  il  mancamento 
della  vettovaglia.   Trecento  cavalieri  del  re  Ruberto,  i  quali 
erano  in  Colle  di  Vaklelsa,  il  noiarono  del  continuo  da  quel 
lato,  e  fra  1'  altre  volle  il  decimo  quarto  giorno  di  febbraio 
gli  ruppono  dugento  cavalieri  i  quali  lornavan  di  Casoli.  Né 
i  Fiorentini  col  maliscalco  stavano  a  perder   tempo ,  i  quali 
reggendo  1'  occasione    prospera  il  guerreggiavano  in  S.  Gi- 
mignano.  Perchè  levatosi  l' imperadore  con  1'  esercito  da  Pog- 
gibonzi  a  sei  giorni  di  marzo,  a'  nove  se  ne  ritornò  in  Pisa, 


LIBRO   QUINTO  35 

avendo  frattanto  in  Firenze  preso  il  sommo  magistrato  Bat- 
tezino  de"  Haltezini.  Accresciuto  per  le  cose  seguite  il  suo 
sdegno  contro  i  Fiorentini,  diede  contra  loro  sentenza  di  ri- 
bellione; privando  per  questo  la  città  d'  ogni  giuridizione 
e  sorte  di  onori,  e  condannando  il  comune  in  centomila  mar- 
che d'  argento.  Tolsegli  la  podestà  di  batter  moneta  ,  così 
d' oro  come  d' argento  ;  molti  suoi  particolari  cittadini  di 
quelli  che  aveano  in  mano  il  governo  condannò  nell'  avere 
e  nella  persona.  Indi  avendo  tatto  lega  con  Federigo  re  di 
Sicilia  e  co'  Genovesi,  si  preparava  di  assalir  il  re  Ruberto 
nel  regno  ,  dopo  la  qual  guerra  disegnava  di  tornar  a'  fatti 
di  Toscana ,  non  lenendo  per  impresa  difficile  ,  quando  gli 
fosse  riuscito  di  vincer  quel  re ,  di  farsi  libero  e  assoluto 
.signore  di  tutta  Italia.  Tra  questo  mezzo  il  suo  maliscalco 
avea  tolto  a'  Lucchesi  Pielrasanta  ;  e  Sarzana ,  la  qual  era 
pur  loro  ,  si  era  resa  a'  marchesi  Malespini,  i  quali  teneano 
con  r  imperadore. 

1  Fiorentini  veggendo  le  cose  mutarsi,  incominciavano  ad 
esser  circondati  da  molti  pensieri,  accresciuti  oltre  i  sospetti 
della  guerra  per  qualche  inganno  che  temevano  de'  lor  fuo- 
rusciti per  le  discordie  domestiche  tornate  a  ridestarsi  per 
le  vecchie  pretcndenze,  le  quali  erano  tra  i  grandi  e  il  po- 
polo :  conciossiachè  avendo  i  grandi  in  tutto  il  tempo  che 
era  durato  l'assedio,  e  mentre  l' imperadore  era  stato  a  S. 
('asciano  e  a  Poggibonzi,  e  prima  e  dopo,  concorso  a  tutti  i 
pesi  della  guerra,  così  con  le  persone  come  con  le  facoltà  , 
non  poteano  patire  di  non  esser  ammessi  al  gonfalonerato  e 
al  priorato,  e  che  fosse  fatta  differenza  da  essi  al  popolo, 
come  fossero  inutili  .illa  loro  Repubblica.  Onde  mormoravano 
e  si  querelavano  ogni  giorno,  dicendo  che  se  il  popolo  per 
tenerli  bassi  non  si  curava  di  mettere  a  rischio  il  presente 
stato  della  città,  alla  per  fine  nò  meno  se  ne  sarebbono 
essi  curali,  ma  che  farebbono  ogni  loro  sforzo  di  vincere  a 
questa  volta  la  pugna  ,  checché  avvenir  se  ne  potesse  :  la 
qual  domanda  parendo  fatta  molto  fuor  di  tempo,  fece  risol- 
vere quelli  che  governavano  a  ricorrere  a  quel  partito  a  che 
altre  volte  in  simili  contrasti  erano  ricorsi.  Ciò  fu  di  creare 
alla  prima  elezione  de'  magistrati,  che  dovea  farsi  a'  quindici 
d'aprile,  maggior  numero  di  priori;  i  quali  accrebbono  infino 


36  DELI,"  ISTORIE   FIORENTINE 

a  dodici  contandoci  il  gonfaloniere,  il  quale  fu  Francesco  di 
Corso;  acciocché  accresciuti  di  numero,  fossero  tanto  più  ar- 
dili a  contrastare  e  a  riparare  co!  senno  alle  importune  pe- 
tizioni de'  grandi  :  ma  non  bastando  questo  rimedio  ,  e  reg- 
gendo che  le  cose  dell'  imperadore  andavano  tuttavia  risor- 
gendo (  perciocché  i  Genovesi  armavano  por  l' impresa  del 
regno  settanta  galee  ,  e  il  re  Federigo  cinquanta,  e  a  lui 
erano  sopraggiunte  tante  genti  d'Aleniagna  e  d'Italia,  che 
con  quelle  che  s' aspettavano  tuttodì  arebbono  fatto  una 
somma  di  quattromila  cavalieri  senza  i  pedoni,  de'  quali  il 
numero  era  molto  maggiore  )  ricorsero  ad  un  altro,  che  fu 
di  dar  la  signoria  della  città  al  re  Ruberto  ,  come  gli  avoli 
loro  poco  meno  di  cinquanl'  anni  addietro  1'  aveano  data  al 
re  Carlo  avolo  del  presente  re  ;  per  la  qual  cosa,  siccome 
dice  Lionardo  Aretino,  mandarono  incontanente  ambasciadori 
a  Napoli  Iacopo  de'  Cardi  e  Bardano  Acciaiuoli.  I  quali  tro- 
vando le  cose  ottimamente  disposte  ,  importando  al  re,  senza 
gli  altri  rispetti,  per  particolare  cagione  di  conservarsi  con- 
giunto co'  Fiorentini,  e  di  non  lasciarli  spiccare  da  lui,  con- 
chiusero secondo  1"  ordine  avuto  dalla  loro  Repubblica  la 
pratica  :  la  qual  fu  che  per  cinque  anni ,  a'  quali  poi  si  ag- 
giunsono  tre  altri,  il  re  prendesse  la  signoria  della  città,  le- 
nendo di  essa  quella  cura  e  protezione  che  farebbe  della 
città  e  reame  suo  di  Napoli ,  senza  alterare  il  governo  del 
presente  stato;  ma  l'altre  cose  avesse  a  reggere  e  gover- 
nare secondo  alla  sua  prudenza  e  arbitrio  sarebbe  paruto  più 
necessario  ;  la  qual  cosa  fu  condotta  a  line  con  tanta  dili- 
genza, che  ne'  primi  di  che  aveva  preso  il  nuovo  magistrato 
Zato  Passavanti ,  col  medesimo  numero  di  priori  che  erano 
stali  i  passati,  Iacopo  Cantelmo  giunse  per  sei  mesi  vicario 
del  re  nella  città.  Questi  desiderando  d'  uscir  con  onore 
delia  cura  che  dal  suo  re  gli  era  stala  commessa ,  sapendo 
la  mossa  che  avea  a  fare  V  imperadore  per  andare  nel  re- 
gno ,  attese  a  provveder  la  città  e  tutti  i  luoghi  dello  stalo 
con  somma  sollecitudine,  intanto  che  essendo  Lamba  d'  Oria 
generale  de'  Genovesi  venuto  con  l'armala  in  Porlo  Pisano, 
e  r  imperadore  il  quinto  giorno  d'  agosto  partitosi  di  Pisa, 
avendo  nel  passar  sopra  1'  Elsa  fatto  combattere  Castelfio- 
renlino,  noi  potè    avere.   Ma  ricevendo    moieslia  da  alcuni 


LIBRO   QUINTO.  37 

cavalieri  fiorentini  lungo  le  mura  di  Sieiia  ,  la  quale  strada 
egli  tenea  per  andare  nel  regno ,  i  quali  usciti  per  la  porta 
di  Camolia  aveano  assaltato  la  retroguardia  non  senza  qual- 
che lor  danno,  li  ripinse  per  forza  nella  città.  Questa  fu  l'uì- 
litna  opera  fatta  da  Enrico  ;  il  quale  non  essendosi  mai  da 
che  cadde  malato  a  S.  Salvi  interamente  ristorato,  accampato 
che  si  ebbe  a  Montaperli  in  su  1'  Arbia ,  il  male  che  era 
poco  fermato  incominciò  a  rinvigorire.  Onde  egli  andò  nel 
piano  di  Filetta  per  prender  i  bagni  a  Macereto  ' ,  ne  quelli 
giovandogli  ,  essendo  andato  per  guarirsi  a  Buonconvento , 
luogo  lontano  da  Siena  dodici  miglia,  ivi  il  dì  di  S.  Barto- 
lommeo  apostolo  a'  24  d'  agosto  si  morì  con  grandissima  al- 
legrezza del  nuovo  gonfaloniere  Bello  Mancini,  che  ne'prin- 
cipj  del  suo  magistrato  vedesse  morto  così  grande  e  potente 
nimico  della  sua  repubblica  ^.  Fu  la  fortuna  di  questo  prin- 
cipe molto  varia  ;  perciocché  divenuto  da  piccolo  conte  di 
Luxcmburgo  imperatore  ,  e  data  al  figliuolo  per  moglie  una 
figliuola  di  Vinceslao  re  di  Boemia  morto  senza  figliuoli  ma- 
schi, lasciò  nella  casa  sua  ereditario  il  regno  di  Boemia. 
Glorioso  fu  neir  entrar  in  Italia;  riconosciuto  in  un  momento, 
o  per  forza  d'  arme  o  di  propria  volontà ,  da  tutta  la  Lom- 
bardia per  suo  signore  ;  perduto  però  un  fratello  carnale 
combattendo  a  Brescia,  e  l' imperatrice  sua  moglie  di  malat- 
tia in  Genova.  Calato  in  Toscana  con  incredibile  spavento 
de'  popoli,  se  ne  passò  senza  far  nulla  in  Boma  ;  ove  con- 
venutogli mettersi  la  corona  in  testa  in  mezzo  il  romor  del- 
l' arme,  per  non  potersi  far  quella  solennità  nel  luogo  con- 
sueto del  tempio  di  S.  Pietro,  fu  per  dispcnsagion  del  pontefice 
costretto  prenderla  a  S.  Giovanni  Laterano.  Tornato  in  To- 
scana e  senza  far  profitto  intorno  Firenze  accampatosi,  trat- 
tenutosi il  verno  con  poca  riputazione  a  S.  Casciano  e  a 
Poggibonzi,  battuto  continuamente  da'  Fiorentini ,  da'  Sanesi 


'  Aniicliissimi  bagni  ,  celebri  nelle  storie  sanesi.  Ora  non  \i  è  che 
una  piccola  capanna  di  sassi  per  istar\i  al  coperto. 

*  Corse  voce  allora  che  la  morte  di  Enrico  fosse  procurata  da  un 
monaco  domenicano  ad  istigazione  dt-'  Fiirentini,  comunicandolo  con 
un'  ostia  ayvelenata.  \  edi  la  vita  di  detto  imperattre  scritta  da  Lodo- 
vico Dolce,   e  dal  P.   Antonio  Foresti. 


38  dell'istorie  fiorentine 

e  dal  re  Ruberto ,  si  ridusse  più  volte  in  tal  mancamento  di 
vettovaglia  e  di  danari,  che,  non  che  a  pascer  1'  esercito,  ma 
fu  talora  in  bisogno  delle  cose  necessarie  della  propria  sua 
corte.  Tornato  in  Pisa  e  per  la  lega  fatta  col  re  Federigo  e 
co'  Genovesi,  e  per  li  aiuti  venutigli  incominciato  ad  esser 
di  nuovo  tremendo  ,  diede  con  gran  ragione  da  dubitare 
dello  stato  del  re  Ruberto  ,  de'  Fiorentini  e  di  tutta  Italia  ; 
quando  nel  meglio  de'  suoi  pensieri  assalito  da  fiera  malat- 
tia si  mori  in  paese  straniero,  per  far  famoso  Buonconvento 
in  Toscana,  non  altrimenti  che  l' imperadore  Federigo  avea 
fatto  Ferentino  in  Puglia  ;  1'  uno  e  1'  altro  lusingato  dalle 
mendaci  promesse  degli  astrologhi,  generazione  d'  uomini 
infida  a'  potenti,  a'  speranti  fallace,  sempre  vietata  e  sempre 
permessa.  Di  sua  natura  fu  molto  cattolico  ,  amatore  della 
giustizia,  di  onesti  costumi,  valoroso  nel  meslier  dell'  arme, 
e  il  quale  né  per  le  cose  avverse  si  turbava,  nò  per  le  pro- 
spere montava  in  orgoglio  ;  di  grandi  concetti  fu  soprattutto, 
come  quello  che  avea  in  animo,  se  gli  fosse  riuscito  di  as- 
settar le  cose  d'Italia  a  suo  modo,  di  far  il  passaggio  d'ol- 
tremare e  di  riacquistare  la  terra  santa  ;  sì  fattamente  che 
gì'  imperadori  greci  e  gì'  infedeli  i  quali  possedevano  quei 
luoghi  furono  commossi  grandemente  diilla  fama  degli  anda- 
menti suoi.  Queste  cose  abbiamo  voluto  ritoccare  dell'  im- 
peradore Enrico ,  perchè  essendosi  egli  tanto  impacciato 
con  la  fiorentina  Repubblica,  di  cui  noi  scriviamo  ,  ci  pare 
che  porti  il  pregio  di  riferirle ,  acciocché  si  conosca  qual  era 
il  nimico  con  cui  ella  contese ,  e  perchè  della  venuta  sua 
in  Italia,  qual  ella  si  fosse  stata,  gran  mutazione  nacque  di 
cose  non  che  in  Lombardia,  in  molte  città  della  quale  rima- 
sono  per  cagion  sua  assoluti  principi  quelli  i  quali  prima  le 
governavano  come  vicari ,  ma  perchè  in  Toscana  si  aperse 
la  strada  a'  nuovi  principali ,  mentre  Pisa  per  tema  de'  Fio- 
rentini convenne  andarne  in  potere  d'  un  capitano  ;  il  quale 
insignoritosi  con  questo  mezzo  d'  altre  città ,  mise  in  molto 
maggior  spavento  lo  stato  de'  Fiorentini,  che  non  avea  fatto 
la  venula  d'  un  imperadore.  Onde  per  1'  avvenire  si  conte- 
ranno guerre  maggiori ,  e  per  la  vicinità  de'  nemici,  e  per 
cagione  de'  vecchi  odj ,  e  per  la  lunghezza  del  tempo  che 
quelle  durarono;  ma  tali,  che  superando  la  felicità  de' Fio- 


LIBRO   QUINTO.  39 

reni  ini  ogni  avversità ,  poterono  alla  fine  da  questo  princi- 
pio, se  ben  si  riguarda,  sottoraetlcrsi  i  Pisani  antichi  loro 
emuli,  avvezzi  per  lulto  questo  spazio  di  tem()o,  che  fu  as- 
sai lungo,  a  mutar  signori  ,  ma  non  signoria. 

Morto  dunque  1'  imperadore  a  Buonconvenlo  ,  fu  dal  suo 
esercito  portato  il  suo  corpo  a  Pisa  ,  ove  con  grandissimi 
onori  fu  nel  duomo  seppellito.  Afa  incominciandosi  il  campo 
a  sfilare ,  s'  avvidero  i  Pisani  in  quanto  pericolo  restavano 
le  cose  loro  per  1'  offese  fatte  a'  Fiorentini,  se  a  quelle  non 
prendevano  alcun  riparo.  Per  questo  presono  in  prima  par- 
tito di  ritener  al  lor  soldo  mille  cavalieri  di  quelli  dell'  im- 
peradore tra  Tedeschi,  Brabanzoni  e  Fiamminghi:  poi  desi- 
derando d'  aver  un  capo  di  grand'  autorità ,  essendo  venuto 
il  re  Federigo  a  Pisa  ,  il  quale  per  l' impresa  del  regno  si  era 
armato  per  esser  con  l' imperadore,  desideroso  di  veder  quel 
principe  suo  confederalo  morto,  che  non  avca  potuto  veder 
vivo ,  il  pregarono  con  grandissima  istanza  a  voler  prender 
la  signoria  e  reggimento  della  lor  città  in  quel  modo  che  il 
re  Ruberto  avea  fatto  de'  Fiorentini  ;  mostrando  esser  cosa 
ragionevole  che  l' incominciala  amicizia  e  lega  durasse.  Ma 
il  re,  il  quale  rimanea  in  quegli  affanni  dello  stato  suo  col 
re  Ruberto  in  che  erano  caduti  i  Pisani  co'  Fiorentini ,  sotto 
pretesto  di  voler  gran  patti  da  loro  ,  ricusò  qucH'  impaccio. 
11  simile  fece  il  conte  di  Savoia  e  Arrigo  di  Fiandra  ;  talché 
non  sapendo  essi  a  chi  ricorrere,  chiamarono  Uguccione  della 
Fagiuola:  il  quale  accostatosi  nella  venula  di  Enrico  in  Ita- 
lia alla  fazione  imperiale  ,  e  dall'  imperatore  conosciuto  per 
persona  da  tenerne  conto  ,  era  da  lui  stato  lasciato  per  suo 
vicario  in  Genova.  Questi ,  come  uomo  il  quale  desiderava 
con  le  occasioni  di  aprirsi  la  via  alla  gloria  e  alla  po- 
tenza, accettò  r  invito,  e  lasciato  il  governo  di  Genova,  il 
quale  con  la  morte  dell'  imperatore  era  finito,  se  ne  venne  a 
Pisa  secondo  quel  che  si  congettura  o  poco  prima  che 
avesse  finito  il  magistrato  in  Firenze  il  Mancini ,  o  su  quei 
dì  che  r  avea  preso  Retto  Retti.  Maravigliosa  cosa  fu  la  mu- 
tazione che  feciono  i  falli  de'  Pisani  per  la  venula  di  Uguc- 
cione della  Fagiuola  ;  conciossiachè  non  stando  quel!'  uomo 
a  perdere  tempo ,  avendo  oltre  i  cavalieri  forestieri  soldati 
da'  Pisani  menato   con   sé   molli  uomini   valorosi   e  esperi- 


40  dell'  istorie  fiokentixe 

mentali  nelle  battaglie ,  subilo  si  volse  con  ogni  suo  studio 
a  persuader  a'  Pisani  la  guerra  conlra  i  Lucchesi ,  la  qual  fi- 
nita mostrava  che  si  dovesse  poi  cominciare  e  terminar  mollo 
proslo  quella  de'  Fiorentini  ;  le  quali  cose  egli  dicea  con 
tanta  fermezza  di  volto  e  ardor  d'  animo,  che  i  Pisani  presi 
dalle  suo  parole  ,  dimenticandosi  della  fresca  paura  che  1'  avea 
assalili  veggendo  morto  1'  imperadore ,  si  andavano  riem- 
piendo d' una  nobile  e  certa  speranza  che  per  mezzo  d'  un 
tal  guerriero  s'  avessero  a  insignorir  di  tutta  Toscana.  Né 
questa  credenza  nasceva  in  loro  così  agevolmente  per  le  sole 
parole  del  capitano ,  ma  perche  sapevano  molto  bene  che 
Uguccione  inlin  da  fanciullo  avea  maneggiato  1'  arme  in  fa- 
vor de'  Ghibellini  con  mollo  onor  suo  ;  e  che  se  con  alcuni 
pochi  i)arligiani ,  acquistatisi  più  con  le  arti  dell'  ingegno  e 
con  la  fama  del  suo  valore  che  per  antica  nobiltà  di  sangue 
o  per  forza  di  danari,  avea  fatto  il  nome  suo  famoso  e  ter- 
ribile quasi  per  tutta  Italia,  quanto  maggior  cose  dover  far 
al  presente,  aiutalo  dalla  potenza  di  cos'i  grande  e  nobil  Re- 
pubblica, e  ove  erano  tanti  soldati  forestieri,  quanti  eran 
quelli  che  da  lei  nuovamente  erano  siali  condoni.  Accre- 
sceva e  faceva  anco  maggiore  la  fama  di  queste  cose  la  pre- 
senza di  Uguccione  ;  essendo  egli  uomo  di  fiera  vista,  molto 
grande  e  robusto  del  corpo  ,  e  per  questo  adoperando  armi 
grandissime  e  di  maggior  peso  che  gli  altri  uomini  comunal- 
menlc  non  coslumavano;  talché  parca  che  l'ardire  e  forze 
sue  fossero  più  che  umane.  E  o  ricordato  da  lui  arlilìziosa- 
menle ,  o  pure  risorto  a  caso,  andava  mollo  per  le  bocche 
degli  uomini  un  fatto  suo  molto  illustre;  che  essendo  in  una 
certa  batlaglia  fatta  a  Cerone  abbandonato  dai  suoi ,  e  poco 
meno  che  posto  in  mezzo  da'niraici ,  egli  ferito  in  una  gamba, 
e  ammaccatogli  grandemente  la  celala ,  valorosamente  riti- 
randosi, riportò  a' suoi  in  un  largone  lungo  da  pedone  quat- 
tro partigiane  e  tredici  verreltoni  tirali  da  balestre  piccole. 
Molle  allre  cose  a  queste  somiglianti  parte  vere  e  parte 
dal  favore  e  adulazione  de' suoi  accresciule,  mossono  i  Pi- 
sani a  dar  il  |)ieno  arbitrio  e  podestà  di  lulta  la  guerra .  o 
se  si  avea  a  l'are  guardando  il  paese ,  o  entrando  in  quei 
d'altri,  ad  Iguccionc.  Il  quale  giudicando  per  la  prima  cosa 
che  s'  avesse  a  fare  per  atto  pieno  di  valore  e   di   giuslizia 


LIBRO   QCINTO.        ■■*^  4^1 

ri  riacquistar  le  castella  che  nelle  guerre  passate  i  Lucchesi 
aveano  tolto  a'  Pisani ,  senza  far  lunga  dimora  ,  entrò  armalo 
con  le  sue  genti  in  quel  di  Lucca,  e  con  ferro  e  con  fuoco 
ardendo  e  guastando  ciò  che  incontrava,  ridomandava  da' Luc- 
chesi le  castella  tolte ,  e  che  i  Ghibellini  fossero  restituiti 
alla  patria.  I  Lucchesi,  o  che  data  la  signoria  della  città  ,  come 
i  Fiorentini  aveano  fatto  al  re  Ruberto,  lasciassero  la  cura 
della  difension  propria  a  Gherardo  da  S.  Lupidio  vicario  del 
re  ,  0  che  le  discordie  nate  tra  Luti  degli  Obizi  e  Arrigo 
Bernarducci  suoi  cittadini ,  tenendo  tutta  la  città  scommossa, 
non  lo  lasciassono  pensare  al  pubblico  beneficio ,  non  fa- 
ceano  contra  tal  nimico  quelle  provvisioni  che  erano  neces- 
sarie, con  gran  rammarichio  de' Fiorentini  ;  i  quali  sapendo 
i  mali  che  da  così  fatta  trascuratezza  poteano  nascere ,  e 
sotto  Betto  Betti ,  e  sotto  il'  suo  successore  Banco  Gianni , 
essendo  entrato  1'  anno  t314,  più  volte  con  grande  sforzo 
cavalcarono  in  aiuto  de'  Lucchesi  «  governando  intanto  Fi- 
fe renze  Gentile  degli  Orsini  come  vicario  del  re  Ruberto  : 
«  il  quale  re  credendo  con  una  pace  assicurar  le  cose  di 
"  Toscana ,  s'  era  fatto  mandare  arabasciadori  a  Napoli ,  dove 
«  per  i  Fiorentini  andarono  Lapo  de' Bardi  cavaliere,  Ghe- 
«  rardo'  di  Gualberto  e  Naddo  di  Benincasa  notai ,  e  per 
«  i  Pisani  Gherardo  Faziolo  dottore  e  Iacopo  Favuglia  no- 
^  taio.  La  pace,  e  per  1'  autorità  del  re,  e  perchè  era  desi- 
«'  derala  da  tutti,  fu  conchiusa  tra  Firenze,  Lucca,  Siena  e 
M  Massa  Marittima  da  una ,  e  i  Pisani  dall'  altra  ;  e  in  Fi- 
<«  renze  fu  ratificala  a'  26  di  marzo  dalla  signoria  entrala  col 
«  gonfaloniere  Cipriano  di  Buonaguida.  Ma  Uguccione ,  o 
«  vedendosi  tagliar  la  strada  alla  sua  grandezza  con  questa 
M  pace ,  0  come  il  fatto  s' andasse ,  avendo  la  giustizia  come 
«  podestà ,  e  le  armi  de'  Pisani  in  mano  come  capitano  ge- 
li nerale ,  e  cosi  governandogli  a  suo  modo ,  non  solo  non 
t  restò  di  molestare ,  ma  andò  più  fiero  e  più  poderoso  che 
«  prima  contra  i  Lucchesi  ' ,  »  sì  fattamente  che  non  potendo 

'  Nel  vecchio  Ammirato  si  legge  così:  ma  Uguccione  riliaendoii 
quando  i  Fiorentini  i'enii'nno ,  tornava  per  la  vicinità  più  fiero  « 
pili  poderoso  contro  i  Lucchesi ,  dopo  che  essi  erano  partiti .,  si  Jat- 
lamente  che  ec.  ec. 


42  dell'istorie  fiorentine 

più  reggere  alle  correrie  e   danni  che   tuttodì  riceveano ,  si 
ridussono  con  sommo   lor  vitupero  e  con  grande   presagio 
del  futuro  loro  abbassamento  a  rimetter  in  Lucca  gì'  Inter- 
minelli  co'  loro  seguaci,  e  a  render  Ripalratla  e  tutte  le  al- 
tre castella  slate  già  de'  Pisani ,  non  solo  senza  il  consenti- 
mento ,  ma  contra  la  volontà  e  iostanza  fattane  loro  gagliarda 
da'  Fiorentini  ' ,  mentre  in  vano  protestano  non  dover  i  col- 
legati venir  a  sì  dannoso  accordo  per  le  parti   senza  la   sa- 
puta  e   espressa   volontà  de'  compagni ,  massimamente  non 
avendo  mancato  con  ogni  loro  potere  e  industria  di  concor- 
rere a  tutti  i  pericoli  e  gravezze  della  guerra.  Né  restavano 
di  ricordar  loro  tanto  più  ingiusto  dover  esser  sempre  que- 
sto accordo ,    quanto  che  Ripafratta  guadagnala  già  da'  Fio- 
rentini a'  Pisani ,  da  essi  poi  forse  sessanta  anni  addietro  era 
stala  donata  a'  Lucchesi.  Riducevan  loro  a  memoria  le   vit- 
torie e  trionfi  passali,  e  in  che  grandezza  erano  sahti,  men- 
tre unanimi  aveano  atteso   alla  conservazione   della   propria 
libertà.  Se  niente  si  spiccavan  da  loro  ,  e  col  ceder  a'  niraici 
r  acquistata  riputazione  avvezzarU  a  pigliar  ardire  sopra  essi, 
che  altro  da  ciò  potersi  aspettare,  che  d'aver  fmalmente    a 
perdere  insieme  col  contado  la  città  e  le  mura  stesse  ,  e  con 
esse  l'onore,  la  libertà,  e  ogni   lor  bene.   Ma   i  Lucchesi 
corrotti  e  dalla  propria  pigrizia  e  dalla  rientrata  che  aveano 
fatto  i  Ghibellini,  ridussono  in  pochissimi  giorni  lo  stato  loro 
a  così  fatti  termini,  che  essendo  la  città  levata  a   romore , 
Uguccione  ,  per  occulto  trattato  tenuto   con  gì'  Interminelli . 
co' Quartigiani ,  co'Pogginghi  e   con   gli  Onesti,  il  decimo- 
quarlo  giorno  di  giugno  fu  introdotto  in  Lucca,  e  cacciatone 
i  Guelfi  e  '1  vicario  del  re ,  di  quella  fu  fatto  signore.  È  opi- 
nione che  i  Fiorenlini  insieme  col  nuovo  gonfaloniere  Rug- 
gieri di  scr  Beuci  la  seconda  volta,  avessero  presentilo  que- 
sto   tradimento    che    si    ordinava   in   Lucca  per    cacciarne  i 
Guelfi;  e    che  per   questo   ancora    essi  essersi  dati  a  tener 
segrete  pratiche  co'  Guelfi  per  cacciarne  i  Ghibellini ,  e  che 
nello    stesso   tempo   che   si    era   mosso    Uguccione,    essersi 
mossi   i   Fiorenlini,    ma   giunti  tardi  aver  lascialo  la  vittoria 
al  nimico.  Comunque  ciò  sia,  Lucca  venue  in  poter  d'Uguc- 

'    Manca  ;   e  dal  niio^'O  gonjaloniei  e  Cipriano  di  Niioricigiiida. 


LlimO   QCINTO.  43 

cione  ;  di  che  in  Firenze  fu  spavento  e  terrore  grandissimo, 
perciocché  le  cose  de' Fiorentini  erano  slate  per  il  passato 
superiori  a  quelle  de'  Pisani  per  il  tracollo  che  dava  in  fa- 
vor loro  r  aderenza  di  Lucca  ;  conciossiacosaché  Arezzo  e 
Pisa  parca  che  potessono  contrastare  con  Firenze  e  con 
Siena  ;  e  che  dove  Lucca  pendesse ,  quivi  fosse  la  vittoria  ; 
dimodoché  essendo  ora  dal  canto  de'  Pisani ,  si  potea  ragio- 
nevolmente dubitare  che  avessero  a  sorger  i  medesimi  ef- 
fetti in  favor  loro.  Per  questo  essendo  dal  lato  de' Fioren- 
tini il  timor  grande  ,  la  prima  impresa  del  nuovo  gonfaloniere 
Vanni  Donnini ,  e  de'  priori  che  furono  a  quel  tempo ,  fu 
il  mandare  con  gran  diligenza  al  re  Ruberto ,  perchè  dovesse 
mandar  loro  uno  de'  suoi  fratelli  per  capitano  con  gente  a 
cavallo  ,  acciocché  si  riparasse  alla  crescente  gloria  e  felicità 
d'  Uguccione  ;  il  quale  ritenendo  Lucca  per  sé ,  si  portava 
in  modo  che  dei  medesimi  Pisani  incominciava  a  parer  più 
tosto  principe  che  capitano:  e  tra  questo  mezzo  per  non 
far  con  lo  starsi  a  vedere  la  vittoria  del  nemico  maggiore , 
volsono  le  lor  genti  ad  occupare  insieme  co"  Guelfi  cacciati 
di  Lucca ,  quelle  castella  che  erano  nel  Valdarno  state  già 
de' Lucchesi,  e  in  poco  spazio  di  tempo  presone  in  quella 
valle  Fucecchio .  S.  Maria  a  Monte,  Montecalvi ,  S.  Croce, 
Castelfranco  e  Montopoli.  In  Valdinievole  acquistarono  Mon- 
tecatini e  Montesommano  ' ,  e  si  sarebbe  anco  avuto  Serra- 
valle,  se  non  meno  per  avarizia  che  per  dappocaggine  de' Pi- 
stojesi ,  i  quali  non  vollono  pagar  400  fiorini  d'  oro  per  darli 
a  quefie  masnade  che  v'  eran  dentro ,  non  si  fosse  lasciata 
occupare  a'  fuorusciti  di  Pistoja. 

Tra  tanto  avendo  il  re  Ruberto  dagli  ambasciadori  fio- 
rentini udito  il  successo  di  Lucca ,  e  il  pericolo  in  che  si 
trovavano  gli  amici  e  seguaci  suoi,  con  somma  sollecitudine 
comandò  a  Piero  conte  di  Gravina  suo  fratello,  che  si  met- 
tesse a  ordine ,  e  che  con  trecento  uomini  a  cavallo  eletti 
si  rappresentasse  a  Firenze;  il  quale  fornito  delle  cose  ne- 
cessarie ,  e  messosi  con  le  genti  ordinate  in  cammino  ,  tre 
giorni  dopo  che  avea  preso  il  gonfalonerato  Pi  erozzo  degli 
Alberti  arrivò  alla  città.  Fu  la  sua  venuta  carissima  a'  Fio- 

'  Cioè  Monsummano. 


44  dell'  istorie  fiorentine 

rentini,  perciocché  Piero,  benché  minore  di  lutti  i  fratelli 
del  re  ,  e  per  questo  assai  giovane ,  era  nondimeno  di  sua 
natura  molto  savio  e  discreto  ;  e  non  ritenendo  co'  cittadini 
niente  dell' orgx)glio  e  dell'alterigia  della  fortuna  reale,  si 
portava  con  esso  loro  umanamente ,  e  prendendo  i  fatti  di 
Firenze  per  proprj ,  mostrava  a  tutti  d' esser  con  singoiar 
prontezza  volto  a  trattar  le  cose  loro;  alle  quali  virtù  o  im- 
magini di  virtù  avendo  aggiunto  i  doni  della  natura  ,  percioc- 
ché era  molto  bello  del  corpo  e  del  volto  ,  s'acquistò  in  poco 
spazio  di  tempo  gli  animi  de' cittadini  in  modo,  che  fu  opi- 
nione, se  egli  fosse  più  tempo  vivulo,  che  da' Fiorentini 
sarebbe  stato  creato  loro  signore  a  vita.  Tra  tanto  avendo 
come  vicario  del  re  intera  potestà  sopra  i  fatti  della  città 
così  in  pace  come  in  guerra ,  gli  fu  anche  per  suoi  meriti 
aggiunto,  che  potesse  secondo  il  suo  piacere  creare  i  gon- 
falonieri, i  priori,  i  capitani  di  parte,  e  ciascun  altro  uffi- 
ciale, cosi  dentro  come  fuori,  senza  contradizione  alcuna.  Ma 
egli  si  diede  prima  ad  assettare  gli  affari  della  guerra ,  e 
considerando  quanto  importasse,  avendosi  a  guerreggiar  con 
Uguccione ,  che  sopra  la  perdita  di  Lucca  non  si  avessero 
anche  ad  aver  per  nimici  gli  Aretini ,  con  ogni  studio  si  diede 
a  procurar  la  pace  con  quel  comune  ;  la  quale  trattala  con 
somma  diligenza  fu  condotta  a  fine  e  distesone  il  contratto 
a' ventinove  di  settembre  «  in  casa  de' Mozzi  abitazione  di 
«  Piero ,  il  quale  oltre  al  chiamarsi  vicario  del  re  in  Toscana 
«  s'intitolava  tale  di  Lombardia,  di  Romagna,  del  contado 
«  di  Bertinoro  e  di  Ferrara ,  e  capitano  generale  di  tutta 
a  parte  guelfa  in  Italia.  Le  condizioni  della  pace  furono  : 
(i  che  in  Arezzo  fossero  rimessi  tutti  i  banditi  :  che  gli  Are- 
fi  tini  potessero  andare,  stare  e  partire  di  Firenze  con  tutte 
<(  le  lor  mercanzie,  nonostante  le  rappresaglie:  che  in  Fi- 
fe renze  fosse  loro  amministrata  giustizia  come  a'  Fiorentini, 
«  i  quali  dovessero  ricevere  in  Arezzo  i  medesimi  tratta- 
«  menti:  che  gli  Aretini  non  si  potessero  valere  contra  i  Fio- 
«  rentini  d'  alcun  privilegio  avuto  o  confermato  loro  dal  morto 
«  imperadore  Enrico ,  e  che  tutti  fossero  liberi  da  ogni  bando 
«  avuto  da' Fiorentini,  eccettuandone  però  i  Fiorentini  che 
^«  fussero  stali  falli  cittadini  aretini,  e  lo  stesso  seguisse  dei 
«  Fiorentini  banditi  dagli  Aretini:  che  gli  uni  non  potessero 


LIBRO    QUINTO.  45 

«  dar  ricello  o  aiuto  a'  bandili  e  nimici  degli  altri  :  che  in 
«  grazia  de'  Fiorentini  gli  Aretini  liberassero  da  ogni  gra- 
«  rezza  o  carico  che  fosse  dovuto  loro  gli  abitanti  di  Ca- 
«  stelfocognano.  Queste  son  tutte  le  condizioni  di  questa 
«  pace  per  osservanza  della  quale  fu  messo  di  pena  dieci- 
a  mila  marche  d'  argento  ;  e  pur  V  Aretino  ne  mette  dav- 
«  vantaggio  ».  Poscia  Piero  giudicò  per  cosa  ben  fatta  che 
il  numero  de'  priori  tornasse  all'  antico  ,  e  soprattutto  che 
alla  nuova  elezione  si  creassero  uomini  di  grande  esperienza 
e  di  case  grate  al  popolo  e  conosciute.  Per  questo  essendo 
venuto  il  dì  che  doveano  uscire  i  nuovi  magistrati ,  avendo 
piena  informazione  delle  famiglie  e  de'  cittadini  che  meri- 
tavano, per  il  sesto  d'oItr'Arno  nominò  priore  Gerì  Sode- 
rini  figliuolo  di  Stefano  ,  la  qual  famiglia ,  olire  1"  esser  poi 
stato  Geri  gonfaloniere  ,  per  la  sua  successione  divenne 
molto  grande  e  notabile.  Per  S.  Piero  Schcraggio  pubblicò 
Giotto  Peruzzi  ;  costui  era  stato  Ire  volle  in  quel  magistrato, 
ed  era  fratello  di  Pacino  che  fu  gonfaloniere  nel  novanta- 
sette .  Per  Borgo  chiamò  Bardano  Acciainoli ,  il  quale  oltre 
r  esser  stato  tre  volte  de' priori,  e  due  gonfaloniere,  e  es- 
ser uomo  di  gran  ricchezze  ,  da  Piero  era  stato  conosciuto 
r  anno  innanzi  a  Napoli  in  corte  del  fratello  ,  quando  era 
stato  mandato  ambasciadore  dalla  Repubblica  perchè  il  re 
prendesse  la  signoria  di  Firenze.  Nominò  per  S.  Pancrazio 
Vanni  Benvenuti,  che  con  questa  volta  veniva  ad  essere  stato 
sette  volte  de'  priori  ;  per  Duomo  Nello  Rinucci  la  sesta ,  e 
per  S-  Piero  Bartolo  Bischeri  la  quarta.  In  elegger  il  gon- 
faloniere fece  eletta  tra  tutti  gli  altri  cittadini  di  Averardo 
de'  Medici,  chiaro  allora  per  la  famiglia ,  e  per  la  persona  sua 
slessa ,  essendo  stalo  uomo  di  molto  valore  ne'  falli  della 
sua  Repubblica ,  ma  chiarissimo  poi  per  essere  egli  stato 
bisavolo  di  Giovanni  de'  Medici ,  da  cui  nacquero  Cosimo 
padre  della  patria  e '1  vecchio  Lorenzo,  quegli  dal  quale 
uscirono  i  passati  signori  e  primo  duca  di  Firenze,  questi 
onde  infino  a'  presenti  giorni  i  presenti  principi  di  Toscana 
derivano. 

Mentre  in  questo  modo  Piero  ordinava  le  cose  di  fuori  e 
dentro  della  città,  Uguccione  e  i  Pisani  non  perdevano  tem- 
po ;  perciocché  dopo  che  ebbono    disfallo  Asciano ,  Cuosa , 


46  DKI.lJ  ISTOniE   FIOUF.NTINE 

Castiglione ,  Nozzano ,  e  il  ponlc  a  Scrchio,  castella  ricupe- 
rale da' Lucchesi,  e  per  lutti  i  casi  della  guerra  fortificato 
Ripafratta,  il  Mutrone  e '1  Viareggio  in  su  la  marina,  Rotaia 
e  il  borgo  di  Serezzano ,  spesso  corsono  sopra  i  Pistojesi 
infino  a  Carraignano  ,  pretendendo  Uguccione  che  per  1'  acqui- 
sto che  i  Lucchesi  aveano  fatto  gli  anni  passali  della  metà 
di  Pistoja ,  quella  si  dovesse  a  lui ,  in  persona  del  quale  per 
la  vittoria  avuta  ricadevano  tutte  le  ragioni  de'  Lucchesi  :  e 
non  guardando  agli  incomodi  della  stagione  ,  avendo  in  que- 
ste cose  occupato  i  primi  mesi  dell'anno  1315,  ne' quali  ri- 
sedette in  Firenze  gonfaloniere  Giovanni  Malegonnelle  ,  e  ci 
era  venuto  vicario  del  re  il  cavaliere  Rinieri  del  già  messer 
Zaccheria  da  Orvieto ,  non  molto  dopo  sotto  il  gonfalonerato 
di  Iacopo  Marsilj  prese  Cigoli  con  molle  altre  castella:  e 
posto  l'assedio  a  Montecalvi  castello  de' Fiorentini ,  non  es- 
sendo da  loro  soccorso  a  tempo,  lo  strinse  in  modo,  che 
nel  magistrato  di  Cioncllo  Bastari  fu  forzalo  ad  arrendersi: 
e  a  guisa  di  fulmine ,  senza  svanirsi  per  cotante  vittorie  . 
s'  accampò  con  gagliardo  esercito  sopra  Montecatini,  avendo 
r  animo  drizzalo  all'  imperio  di  Toscana.  Questi  felici  suc- 
cessi di  Uguccione  faceano  ogni  dì  maggiore  il  sospetto  e 
la  tema  de'  Fiorentini ,  non  tenendo  mezzo  la  natura  degli 
uomini  nel  dispregiare  o  nel  temer  molto  i  pericoli  ;  massi- 
mamente che  non  era  per  autiquilà  di  tempo  parlila  dalla 
memoria  di  ciascuno  quella  fama ,  o  vera  o  falsa  che  fosse 
stata,  sparsa  infin  dalla  vita  di  Corso  Donali,  che  per  il  pa- 
rentado contratto  tra  loro  avessero  macchinalo  1'  mio  con 
occupar  Firenze  e  1'  altro  Arezzo  di  farsi  principi  di  To- 
scana: la  qual  impresa  potuta  parer  in  quel  tempo  o  leggie- 
ra, 0  almen  temeraria,  benché  maneggiala  da  soggetti  attis- 
simi, ora  pur  troppo  incominciava  a  parer  grave  e  da  riuscire. 
Tali  erano  i  fondamenti  gitlati  da  Uguccione,  per  fabbricarvi 
sopra  così  grande  e  nobile  pensiero.  Per  questo  i  Fiorenlini 
col  consentimento  dello  stesso  Piero  tornarono  a  mandar  Lapo 
de' Bardi  e  Dardano  Acciainoli  al  re  Ruberto  per  nuovo  aiuto, 
richiedendoli  spezialmente  per  dar  maggior  autorità  all'  im- 
presa Filippo  suo  fratello  prence  di  Taranto.  Il  re  pruden- 
te, come  quegli  che  dall'esempio  suo  polca  conoscere  quanto 
era  grande  l'arabizione  degli  uomini,  essendo  fama  di  non  aver 


LIBRO   QUINTO.  K1 

del  tutto  giustamente  occupato  il  regno  al  nipote  ,  e  non  igno- 
rante di  quello  che  in  cosi  fatti  tempi  in  una  comune  debo- 
lezza di  principi  e  di  repubbliche  potea  riuscire  ad  un  uomo 
valoroso  in  Toscana,  con  ogni  prestezza  si  diede  ad  aiutar  i 
Fiorentini  di  cinquecento  cavalieri ,  ancorché  con  poca  soddi- 
sfazione d'  aver  a  dar  loro  il  principe  conosciuto  da  lui  nelle 
cose  militari  per  uomo  molto  feroce  e  poco  fortunato,  avendo 
egli  in  animo  di  mandar  il  duca  di  Calabria  suo  figliuolo.  Ma 
essendo  la  fretta  de' Fiorentini  grande,  convenne  risolversi 
a  inviar  il  principe ,  il  quale  1'  undecimo  giorno  di  luglio , 
insieme  con  Carlo  suo  figliuolo ,  arrivò  a  Firenze ,  circa  il 
mezzo  tempo  del  gonfalonerato  di  Migliorato  Domenichi  ;  dal 
quale  e  da  Piero  suo  fratello  trovate  fatte  molte  prepara- 
zioni per  r  esercito  che  s'  avea  a  menare  a  Montecatini  per 
levarne  1'  assedio ,  non  attese  ad  altro  che  a  sollecitare  che 
gli  aiuti  promessi  venissero ,  essendo  con  poco  felice  au- 
gurio quasi  in  su  l'arrivare  infermato.  Non  mancarono  gli 
amici  di  concorrere  con  ogni  prontezza  all'  impresa  ;  per- 
ciocché e'  si  sa  chiaramente  insieme  con  le  cavallate  e  ca- 
valieri soldati  da' Fiorentini,  le  genti  mandate  da' Bolognesi, 
da'Sanesi,  da' Perugini,  da  Città  di  Castello,  d' Augubbio,  da 
Romagna,  da  Pistoja ,  da  Volterra,  da  Prato,  e  da  tutte 
l'altre  terre  guelfe  e  amici  di  Toscana,  esser  arrivale  al  nu- 
mero di  Iremiladugento  cavalieri  ;  e  la  gente  a  piede ,  della 
quale  gli  scrittori  di  quei  tempi  (siccome  facea  anco  quel 
modo  di  guerreggiare)  non  tengono  molto  conto,  essere  stata 
grandissima.  Uguccione  benché  aiutato ,  oltre  i  cavalieri  fo- 
restieri soldati  da' Pisani,  e  oltre  le  genti  di  Lucca,  ancora 
da  Matteo  Visconti ,  dal  vescovo  d'  Arezzo  ,  da'  conti  di  San- 
tafiore  ,  e  da  tutti  i  Ghibellini  di  Toscana .  e  fuoruscili  di 
Firenze,  era  inferiore  di  gente  a  cavallo  a' Fiorentini ,  non 
passando  il  numero  di  duemilacinquecento.  Nondimeno  per 
tutti  questi  apparati  non  si  mosse  a  far  movimento  alcuno, 
ma  tenendo  sollecite  guardie  e  spie  per  lutto ,  acciocché 
il  nimico  noi  potesse  offendere,  proseguiva  tuttavia  l'assedio 
vigorosamente.  Jl  principe  partì  con  le  sue  genti  di  Firenze 
il  sesto  giorno  d'agosto,  e  venuto  in  Valdinievole  incontro 
r  esercito  di  Uguccione ,  dal  quale  non  era  diviso  che  per 
lo  fossato  delia  Nievole  ,  procurava  di  venir  seco  a  battaglia , 


48  dell' ISTORIB   FIORENTINE 

Slimando  oltre  il  solito  caldo  che  gli  prestava  1'  empito  della 
sua  natura,  d' aver  in  ogni  modo  a  vincere,  per  esser  supe- 
riore cosi  di  gente  a  piede  come  a  cavallo;:  la  qual  cre- 
denza lo  facea  anche  trascurato  e  poco  diligente  in  tutti  gli 
altri  affari.  Nel  campo  di  Uguccione  non  si  facea  cosa  alcuna 
a  caso  0  temerariamente,  e  quanto  più  conoscea  di  esser 
avanzato  da'  nimici  di  numero  di  gente,  tanto  più  stava  desto, 
osservando  di  pigliar  il  vantaggio  dalla  soverchia  confidenza 
del  principe  :  e  tra  tanto  permettea  che  si  facessouo  alcune 
leggieri  scaramucce  per  provare  le  forze  degli  avversari,  es- 
sendo quasi  tutta  Italia  commossa  circa  l' espettazione  di 
quello  che  avessero  a  fare  questi  due  eserciti,  da' quali  parca 
che  si  contendesse  non  tanto  di  Montecatini,  ma  qual  delle 
due  fazioni  guelfa  o  ghibellina  avesse  a  prevalere  in  Italia  ; 
e  gli  uomini  versali  in  quella  cognizione  che  abbraccia  la 
memoria  delle  cose  passate ,  sapeano  per  la  giornata  del- 
l'Arbia  essere  per  alcun  tempo  stata  abbattuta  e  quasi  che 
spenta  affatto  la  fazion  guelfa;  come  per  quella  del  fiume 
Calore,  ove  mori  Manfredi,  e  Carlo  s' insignor'i  del  reame 
di  Napoli ,  quasi  infino  a  questi  tempi  perjicluamente  era 
stata  tenuta  sotto  la  parte  ghibellina.  Ma  tutti  gii  altri  pen- 
sieri e  discorsi  cedevano  al  travaglio  dell'animo  di  Uguccio- 
ne ,  mentre  rivolgendosi  per  la  mente  lu(te  le  cose  che  dalla 
vittoria  0  dalla  perdila  di  cos'i  fatta  impresa  poleano  nascere, 
tra  la  dolcezza  della  speranza  e  1' affanno  della  paura,  non 
trovava  alcuna  sorte  di  riposo,  consistendo  in  quella  lo  sta- 
bilimento di  tutti  i  suoi  concetti.  Onde  essendo  più  volte 
stato  veduto  tutto  pensieroso,  fu  giudicato  che  egli  grande- 
mente dubitasse  di  qualche  soprastante  rovina  ;  il  che  fu  cre- 
duto più  facilmente  quando  dopo  molti  giorni  che  gli  eser- 
citi erano  stati  a  vista,  avendo  una  notte  arso  gli  alloggia- 
menti, fu  veduto  la  mattina  muover  il  campo,  e  come  se 
egli  per  propria  confessione  desse  la  vittoria  al  nimico,  par- 
tirsegli  davanti.  Era  la  cagione  della  partila  d  Uguccione  non 
tanto  la  tema  de'  nimici ,  quanto  1'  aver  udito  che  i  Guelfi 
dcHe  sei  miglia  del  contado  di  Lucca  ,  venendone  per  sod- 
ducimento  '  de' Fiorentini  verso  Lucca,  gli  aveano  rotto   la 

'  Da  sudiliK  ere-,  che  vjle  se.lurre- 


LIBRO   QLIXTO.  49 

strada,  onde  veniva  la  vettovaglia  al  suo  campo;  nondimeno 
ancora  che  la  sua  intenzione  fosse  di  non  tentare  volonta- 
riamente la  battaglia  ,  ma  se  non  gli  fosse  fatto  contrasto 
d'  andarsene  a  Pisa,  aveva  in  guisa  ordinato  le  cose,  che  es- 
sendo costretto  di  venir  a  giornata,  sperava  d'averne  a  ri- 
portar il  migliore ,  sì  per  aver  conosciuto  la  poca  prudenza 
del  nimico,  e  sì  perchè  combattendosi  nel  partire  ,  avrebbe 
avuto  il  vantaggio  del  campo.  Subito  dunque  che  fu  sco- 
perto da'  nemici  che  si  partiva ,  e  che  con  le  sue  genti  in 
ordinanza  s'  era  già  accostato  dove  si  congiungeva  lo  spia- 
nato dell'  una  oste  e  dell'  altra  ,  i  Fiorentini  come  vittoriosi 
con  liete  grida  levarono  il  roraore  che  Uguccione  fuggiva. 
Né  queste  vane  voci  moderò  punto  1'  ardito  lor  capitano; 
anzi  benché  infermo  della  quartana  comandò  a'  capitani  che 
non  lasciassero  partir  il  nimico  senza  gastigo.  Uguccione 
veggendo  i  nemici  muoversi  in  fretta,  e  con  poco  ordine, 
a'  suoi  rivolto  disse.  Poiché  costoro  non  ci  vogliono  lasciar 
partire  in  pace,  e  secondo  1'  ordine  della  guerra  mattonarci 
questa  strada  d'  oro,  è  necessario  che  noi  ce  l' apriamo  col 
ferro ,  e  che  insegnamo  a'  nimici  che  il  fasto  della  fortuna 
reale  che  rappresenta  questo  superbo  lor  capitano  ,  è  cosa 
vana  in  mezzo  dell'  arme.  Ricordar  a  voi  che  facciate  il  de- 
bito vostro  ,  mi  par  cosa  soverchia,  ogni  volta  che  mi  sov- 
viene, ninno  esercito  esser  mai  slato  tanto  noto  al  suo  ca- 
pitano ,  come  voi  sete  a  me  ,  nò  capitano  alcuno  più  cono- 
sciuto da'  suoi  soldati ,  come  io  sono  da  voi.  Insieme  con 
esso  voi  ,  lasciate  star  le  cose  vecchie ,  abbiamo  rimesso  i 
Ghibellini  in  Lucca ,  abbiamo  ricuperato  buona  parte  delle 
loro  castella  ,  e  mantenuto  la  dignità  e  autorità  de'  Pisani. 
Resta  che  insieme  con  esso  voi,  facciamo  così  glorioso  Mon- 
tecatini a'  Pisani ,  come  fu  1'  Arbia  a'  Sanesi  ,  e  che  rintuz- 
ziamo una  volta  1'  orgoglioso  animo  de'  Fiorentini ,  ormai 
troppo  insuperbiti  per  avere  schernito  gli  assedi  di  due  En- 
rici.  Né  piccola  gloria  sarà  la  nostra  se  dopo  tanti  anni  fa- 
remo risorgere  in  Toscana  il  pressoché  spento  nome  dei 
Ghibellini,  e  apriremo  la  strada  al  futuro  imperadorc  di  ri- 
metter r  Italia  all'  antica  grandezza  sotto  la  devozione  del- 
l' Imperio  col  mezzo  delle  nostre  valorose  destre.  E  così 
detto,  avendo  comandato  a  Francesco  suo  figliuolo,  e  a  Gio- 
Amm.  Vol.  II.  4 


50  dell'  istorie  fioiientine 

vanni  Giacolti  Malespini  fuoruscilo  fiorentino  ,  il  quale  era 
capitano  del  pennone  imperiale,  che  con  centocinquanta  ca- 
valieri assalissero  coloro  i  quali  erano  alla  guardia  dello  spia- 
nalo ,  che  per  lo  più  erano  Sanesi  e  Colligiani,  fece  subilo 
dar  il  suono  alle  trombe.  Fu  1'  assalto  di  costoro  molto  fe- 
roce ,  conciossiachè  oltre  la  virtù  de'  cai>i ,  1'  uno  de'  quali 
pugnava  per  la  gloria  del  padre  e  sua,  e  1'  altro  per  ritornar 
alla  patria,  Uguccione  avesse  messo  in  questa  prima  schiera 
i  più  cappati  soldati  di  tutto  il  suo  esercito  ;  perchè  i  Sa- 
nesi e  Colligiani  non  ressono  a  quello  impetuoso  incontro; 
ma  dopo  aver  fatta  alquanta  resistenza ,  aprendosi,  dellono 
campo  a'  nemici  di  urtare  nella  seconda  schiera ,  dove  in- 
sieme con  la  cavalleria  de'  Fiorentini  era  la  persona  del 
conte  di  Gravina.  Questa  fu  la  rovina  de'  feditori  di  Uguc- 
cione, i  quali  essendo  insieme  co'  cavalli  ormai  stanchi  del- 
l' incontro  fatto  co'  Sanesi ,  e  trovando  i  Fiorentini  freschi  e 
in  molto  maggior  numero ,  non  poterono  far  lungo  contra- 
sto. Nondimeno  in  tanto  lor  disvantaggio,  e  in  così  certo  e 
manifesto  pericolo,  non  fu  alcuno,  come  conveniva  alla 
virtù  degli  allievi  di  cosi  fatto  capitano ,  che  volgesse  le 
spalle.  Ma  combattendo  animosamente  mentre  ebbono  spi- 
rito, e  poteronsi  reggere  a  cavallo,  quasi  tulli  fur  tagliati  a 
pezzi  ;  tra'  quali  e  il  figliuolo  di  Uguccione  e  il  Malespini 
restaron  morti.  Uguccione  non  ancora  consapevole  della  scia- 
gura del  figliuolo  ,  veggeudo  la  prima  squadra  de'  nemici 
aperta,  e  che  già  i  pochi  suoi  feditori  combattevano  con  la 
schiera  grossa ,  si  volse  a'  capitani  tedeschi,  e  mostrato  loro 
che  la  lode  di  quella  giornata  si  aspettava  alla  loro  nazione, 
fece  sogno  che  già  era  tempo  di  dar  dentro.  Erano  questi 
ottocento  cavalieri  tulli  soldati  vecchi  e  quasi  le  reliquie  di 
quello  esercito  imperiale,  che,  da  che  Enrico  era  calato  in 
Italia ,  si  era  trovalo  a  tante  ballaglie  e  assedj  di  città  ;  i  quali 
avendo  al  valore  e  alla  perizia  dell'  arte  mililare  aggiunto 
un  odio  acerbissimo  contro  i  Fiorentini,  ricordandosi  che 
quella  cillà  soia  s'  aveva  fallo  beffe  del  valor  loro  ,  e  che 
quasi  por  conto  suo  era  morto  l' imperadore  Enrico,  è  cosa 
maravigliosa  a  diro,  con  quanto  impelo  ,  avolo  il  cenno  del 
loro  capitano,  invoslissono  i  nemici.  Ne  era  minore  la  virtù 
de'  Fiorentini  a   difendersi ,  accesi  oltre  i  proprj   rispetti  di 


I 


LIBRO   QUINTO.  51 

veder  due  fratelli  e  un  nipote  d'  un  re  preclarissimo,  esporsi 
ai  medesimi  pericoli  per  l' onore  e  salute  loro  ;  e  ancora 
che  per  imprudenza  del  principe  avessero  incominciato  il 
fatto  d'  arme  tumultuariamente,  e  molti  di  essi  non  avessero 
avuto  tempo  di  armarsi  di  tutte  arme ,  facevano  egregia  re- 
sistenza. Ma  poiché  Uguccione,  incrudelito  per  aver  udito  la 
morte  del  figliuolo,  col  resto  di  tutte  1'  altre  genti  si  fece  in- 
nanzi ancor  esso,  e  gridando  che  non  si  facessero  prigioni, 
si  diede  principio  a  far  1'  uccisione  maggiore  ,  le  squadre 
de'  Fiorentini  incominciarono  fuor  di  modo  a  turbarsi  ,  e  si 
sarebbon  contullociò  mantenuti  per  più  lunga  ora  ,  se  il 
danno  non  avesse  avuto  principio  dalla  morte  de'  capi,  e  di 
coloro  i  quali  valorosamente  combattendo  erano  stati  primi 
a  incontrarsi  co'  nimici.  Cedendo  dunque  la  pugna  al  nimico 
già  vincitore  ,  tutti  gli  altri  che  non  erano  impediti  dalle  ferite, 
si  diedero  impetuosamente  a  fuggire  ;  non  trovando  molti  di 
loro  maggior  felicità  nella  vergognosa  fuga  di  quello  che  i 
loro  compagni  valorosamente  combattendo  nel  campo  aveano 
trovato  ,  poiché  pensando  salvarsi  affogarono  ne'  pantani  della 
Gusciana.  Dicono  gli  scrittori ,  che  quel  giorno  vi  morirono 
tante  persone ,  che  il  fiume  Nievole  pieno  di  corpi  morti 
corse  tutto  sangue,  e  che  in  Firenze,  in  Bologna,  in  Siena, 
in  Perugia  e  in  Napoli,  per  il  pianto  de' cittadini  perduti, 
tutto  il  popolo  si  vestì  a  bruno.  Giovan  Villani  scrittore  di 
que'  tempi  tra  affogati  e  uccisi  dice  esser  arrivati  a  duemila, 
e  di  questi  centoqualtordici  essere  stati  delle  più  nobili  fa- 
miglie di  Firenze,  ma  i  prigioni  i  quali  attesono  a  farsi,  con- 
seguita che  fu  appieno  la  vittoria  ,  non  esser  arrivati  a  cento 
cinquanta.  Fece  più  notabile  questa  rotta  la  morte  di  Piero 
conte  di  Gravina  fratello  del  re,  il  corpo  del  quale,  affogato 
come  si  crede  nel  fiume  ,  non  si  potè  mai  ritrovare  ,  e  di 
Carlo  figliuolo  del  principe  ;  e  dopo  costoro  1'  essere  stati 
trovati  tra'  morti  Carlo  conte  di  Battifolle ,  Caroccio  e  Brasco 
d'  Aragona,  amendue  connestabili  de'  Fiorentini  e  uomini  di 
grandissimo  valore.  Dell'  esercito  d'  Uguccione,  oltre  la  morte 
del  figliuolo,  il  quale  era  giovane  di  grande  speranza,  vi  fu- 
rono gravemente  feriti  Lucchino  Visconti ,  mandato  col  soc- 
corso delle  genti  lombarde  dal  magno  Matteo  suo  padre,  e 
Caslruccio   Castracani ,  quello  che  poi  non  fu  più  mansueto 


52  dell'istorie  fiorentine 

nimico  de'  Fiorentini,  che  fosse  stato  Uguccione.  II  principe 
di  Taranto  salvandosi  con  la  fuga  sopravvisse  al  fratello  mi- 
nore e  al  Ggliuolo  per  piagnere  1'  errore  della  sua  mal  con- 
dotta capitanìa.  Il  rimanente  dell'  esercito  parte  si  salvò  a  Pi- 
stoja,  e  alcuna  parte  a  Fucecchio,  e  non  molti  si  ridussono 
a  Cerbaia  :  la  quale  dolorosa  sconfìtta  succeduta  il  ventino- 
vesimo giorno  d'  agosto  fece  memorabile  e  infelice  il  gon- 
falonerato  di  Coppo  Bonaiuti,  non  più  fortunato  alla  casa  sua, 
la  quale  ebbe  fine  non  molti  anni  dopo  nel  figliuolo  di  lui. 
Niccolò  Machiavelli  dice,  non  Uguccione  essersi  trovato  a 
guidar  1'  esercito,  il  quale  essendosi  ammalato  era  andato  a 
curarsi  a  Montecarlo  ,  ma  Castruccio  ;  e  che  la  confidenza 
presa  dal  principe  fosse  venuta  dall'  assenza  d'  Uguccione, 
nutrita  però  artificiosamente  col  mostrarsi  paura  da  Castruc- 
cio; e  che  il  fatto  d'arme  non  fu  attaccalo  da'feditori,  ma 
da  ambedue  le  corna  dell'  esercito,  il  quale  era  stato  ordi- 
nato in  modo  ,  che  le  più  gagliarde  genti  de'  Pisani  venivano 
a  combattere  con  le  più  deboli  de'  Fiorentini  ;  e  che  nella 
rotta  morirono  più  di  diecimila  uomini,  e  fra  essi  ancora  il 
principe  di  Taranto  :  parte  delle  quali  cose  essendo  manife- 
stamente false,  rendono  sospetto  ancor  quelle  che  potreb- 
bono  esser  vere. 

Dopo  la  vittoria,  seguì  incontanente  l'acquisto  di  Monte- 
catini, e  non  molto  dopo  quello  di  Monsommano  ,  e  come 
tutte  le  cose  vanno  dietro  al  vincitore ,  i  signori  d'  Anchia- 
no ,  i  quali  erano  a  devozione  del  comune  di  Firenze ,  det- 
tono  il  castello  di  Vinci  a  Uguccione  ;  e  Baldinaccio  Cavic- 
ciuli  ribellò  il  castello  di  Ccrretoguidi  di  Greti  ;  la  perdita 
de'  quali  fu  poi  di  grandissimo  danno  alla  Repubblica.  I  Fio- 
rentini non  sbigottiti  per  cotante  percosse,  essendosene  il 
principe  ritornalo  a  Napoli  non  meno  afflitto  del  male  e 
della  perdila  della  giornata  che  della  morte  de'  suoi  ,  alte- 
sono  con  gran  diligenza  ad  assoldar  nuove  genti ,  e  fortifi- 
car la  terra  di  steccati  e  di  fossi,  e  ad  acquetar  alcuni  umo- 
ri che  si  vedevano  sorger  tra'  cittadini,  insieme  con  le  quali 
preparazioni  mandarono  di  nuovo  al  re  Ruberto  per  un  ca- 
pitano di  guerra.  Il  re  volendo  dar  colai  carico  ,  il  quale 
aveano  avulo  due  suoi  fratelli ,  ad  un  barone  di  somma  ri- 
putazione, elesse  Beltramo  del  Balzo  conte  di  Monte  Scag- 


LIBRO   QUINTO  53 

gioso  e  d'  Andri,  con  cui  avea  congiunto  Beatrice  sua  so- 
rella restata  vedova  d'  Azzo  marchese  di  Ferrara  ;  il  quale 
con  dugento  cavalieri  venne  a  Firenze  poco  prima  o  dopo 
che  prendesse  il  gonfalonerato  Nello  Rinucci.  Uguccione  tra 
tanto  si  riposava  più  per  stabilir  il  suo  principato  in  Pisa  e 
in  Lucca,  che  per  vaghezza  d'  ozio ,  e  perchè  i  suoi  soldati 
rinfrancali  dalle  continue  fatiche  potessero  al  nuovo  tempo 
con  maggior  prontezza  uscir  a  nuove  imprese  ;  il  qual  pen- 
siero antiveduto  da'  Fiorentini  non  li  lasciava  prender  riposo, 
sapendo  che  Uguccione  non  era  per  star  contento  dentro 
quelli  termini,  benché  amplissimi  alla  fortuna  sua.  Ed  es- 
sendo a  questa  sollecitudine  aggiunto  il  naturai  morbo  della 
nazione  di  non  soddisfarsi  di  stato  alcuno ,  incominciava  a 
molti  di  loro  a  dispiacere  non  solo  il  governo  del  conte,  ma 
eziandio  la  superiorità  del  re.  Ad  alcuni  altri  pareva  cosa 
strana  ,  che  un'  amicizia  incominciata  da  tanti  anni  innanzi 
col  re  Carlo  I.  continuata  col  re  Carlo  II  e  poi  confermata 
col  re  Ruberto,  oltre  tanti  scambievoli  benefizi,  finalmente 
con  la  morte  d'  un  fratello  e  d'  un  nipote,  avesse  per  pazzia 
e  per  umori  privati  a  rompersi.  1  quali  dispareri  subitamente 
generarono  le  parti;  essendosi  la  città  in  amici  e  nemici  del 
re  divisa.  Degli  inimici  (la  qual  fazione  era  superiore)  era 
capo  Simone  della  Tosa  cavaliere  di  grande  autorità,  seguito 
da'  Magalotti  e  da  molte  altre  famiglie  de'  grandi  e  de'  po- 
polani ;  dell'  altra  era  Pino  cavaliere  ancora  egli  della  me- 
desima casa,  col  seguito  d'  altre  famiglie  di  simili  condizioni. 
Il  quale  benché  biasimasse  pubblicamente  così  scellerato 
consiglio,  non  potè  vietare  che  non  si  mandassero  amba- 
sciadori  in  Germania  per  trarne  con  cinquecento  cavalieri 
tedeschi  il  conte  di  Luxemburgo.  Ma  non  cavando  di  ciò 
risoluzione  alcuna  buona,  operò,  che  avendosi  a  cacciare  il 
conte  e  finalmente  il  re  ,  almeno  non  si  scostassero  in  tutto 
dalla  casa  di  Francia  ;  e  per  questo  ottenne  che  si  man- 
dasse per  Filippo  di  Valois  che  fu  poi  re  di  Francia,  figliuolo 
di  Carlo,  il  quale  era  stato  a  Firenze  quando  Corso  Donati 
riprese  lo  stato,  perchè  dovesse  venirne  per  capitano  de'Guelli 
in  Toscana  conlra  Uguccione  principe  della  fazione  ghibel- 
lina con  ottocento  cavalieri.  Ma  nò  ciò  ebbe  effetto  veruno, 
essendo   il  re   Luigi    suo   cugino    travagliato  a  casa  per  la 


5i  dell'istorie  fioukntine 

guerra  che  avea  co'  Fiamminghi  ;  onde  si  consumò  in  simili 
pratiche  tolto  il  magistrato  del  Rinucci,  e  parte  di  quello  di 
Michele  Maffei,  che  toccò  i  primi  due  mesi  dell'  anno  1316, 
senza  profitto  veruno.  Ma  non  per  questo  si  mitigò  la  mala 
volontà  che  avea  Simone  contra  del  re,  «  per  il  quale  trovo 
«  in  questo  tempo  vicario  della  città  Rolandino  de'  Galluzzi 
«  cavaliere  bolognese,  e  capitano  di  custodia  di  Firenze  e  del 
«  contado  fu  Fummo  de'  Boscoli  cavaliere  aretino  »  ;  perchè 
avvengachè  persuaso  con  ragioni  efiìcaci  da  molli  cittadini  e 
frenato  con  la  paura  d'  Uguccione  non  ardisse  tentare  di  an- 
nullar  il  dominio   che    la  città  gli  avea  dato ,   pure   dipen- 
dendo da  lui  il  gonfaloniere    Matlei   con  tutti  i  priori  ,  fece 
sotto  varj    pretesti  in  guisa ,  che  il  conte  il   quale  era  con- 
dotto per  un  anno  ' ,  promesse  a'  5  di  febbraio  a  Gherardo 
«  di  Gualterollo  sindaco  in  questo  fatto  del  comune,  di  non 
«  s' impacciare   nò  intromettersi  in  modo  alcuno  della   balìa 
«  de'  priori  e  gonfaloniere,  né  d'  altro  uficio  della  citlà  e  del 
«  contado  ;  di  non  impedir  la  giustizia  nò  nel  civile  nò  cri- 
«  minale  amministrata  da  vicario  regio  o  altro  ufiziale  ;  di  non 
«  esser  contrario  in  maniera  alcuna  all'  esecuzione  d'  alcuno 
«  statuto    0   ordine  fatto  o    da  farsi   dal  comune,  e  di    non 
«  esercitar  la  sua  carica  olire  a  quattro  mesi.  »    E    per   po- 
ter disporre  del  futuro  governo  più  secondo  il  piacer  suo  si 
diede  a  procurare  d'un  vilissimo  uomo,  il  quale  sotto  nome 
di  bargello  avesse  a    taglieggiare    con    esempio  di  bestialis- 
sima  ferità  la  miserabile  patria  sua;  la   quale    facilmente  sa- 
rebbe caduta  sotto  l'intollerabile  soma  di  due  grandissimi  mali, 
i  quali  sarebbono  stati  il  nimico  domestico,  e  quello  di  fuori , 
se  innanzi  alla    venuta  del  nuovo  carnefice    non  avesse  con 
maraviglioso  rivolgimento  di  fortuna  avuto  presto  e  impensato 
fine  la  troppo  immoderata  felicità  d'  Uguccione.  Aveva  in  Fi- 
renze preso  il  gonfalonerato  Cine  Martini ,  e  i  Fiorentini  in- 
quieti andavano  diverse  cose  divisando  ;  quando  in  Pisa  per 
ordine  d'  Uguccione  fu  mozzo  il  capo  a  Banduccio  Bonconti 
e  al  figliuolo,  sotto  colore    che  tenesse  occulte  pratiche  col 
re   Ruberto ,  ma   veramente    perchè   essendo   uomo  di  gran 
senno  e  autorità  ,  agli   ambiziosi    disegni    suoi  s'  opponeva. 

>    non  aK'eiitlo  an'uia  finito  quattro  mesi j/'u  licenziato.  Priipa  Edi». 


LIBRO    QUINTO.  55 

Questa  crudeUà  sdegnò  grandemenle  i  Pisani  contro    Uguc- 
cione  ,  ma  non  avendo  il  potere  ,    aspettavano    I'  occasione  , 
la  quale  per  le  medesime  cagioni  venne  prestissima.  Era  in 
Lucca  stato  ritenuto  prigione  Caslruccio  per  omicidj  e  rube- 
rie commesse  in  Lunigiana.  E  Neri  figliuolo  d' Uguccione,  il 
quale  sotto  nome  di  podestà    governava  quello    stato,  aveva 
in  animo  di  farlo  morire,  non  tanto  per  quello  che  egli  aveva 
fatto,  quanto  che  essendo  giovane  animoso,  e  per  il  paren- 
lato    e  per  la  fazione    di    grande  autorità  tra'  suoi  cittadini , 
dubitava  che  solo  quel!'  uomo  potesse  un  dì   essere  impedi- 
mento alla  grandezza  del  padre  e  sua.  Ma  sentiva  fremere  e 
bollire  il  popolo  in  modo,  che  non  s'  arrischiava  di  far  ese- 
guire la  giustizia,  temendo   che    nella  città   non    succedesse 
alcuno  scandalo;  perchè  mandò  al  padre,  facendogli  intendere 
che  una  cosa  di  tanta  importanza    aveva  bisogno    della  pre- 
senza sua.  Uguccione,  il  quale  avendo  sbarbato  Banduccio  in 
Pisa  crcdea  con  spegnere  Castruccio  in  Lucca  aver  superato 
ogni  difficoltà ,  con    buona  parte    della  sua    cavalleria  se  ne 
venne  a  trovar  il  figliuolo.  Allora  i  Pisani  giudicando  il  tem- 
po per  la    partita   d'  Uguccione    opportuno  .  senza  perderlo, 
sotto  la  guida  di  Coscietto    dal  Colle  franco    popolano,  pre- 
sono r  arme,  corsono    al  palagio,    tagliarono    a  pezzi    la  sua 
famiglia  ,  saccheggiarono  la  casa ,    e  in  su  quella    furia  insi- 
gnoritisi delle  porte  della  città  crearono  loro  signore  il  conte 
Gaddo  de'  Gherardeschi.  Appunto  era  Uguccione  in  procinto 
di  far  giustiziare  Castruccio,  schernendo  col  presidio  de'  suoi 
soldati  i  romori  popolari,  quando  giunse  la  novella    della  ri- 
bellione di  Pisa  ;  la  qual  non  venne  per  modo    occulta   che 
in  un  medesimo  tempo  non  fosse  nota  a'  Lucchesi  ;  onde  es- 
sendo quelli    grandemente  inanimiti    per  1'  esempio  d'  un   si 
fatto  accidente  ,  mentre  Uguccione  sopraggiunto  dal  dì  della 
sua  rovina  non  prende  conveniente  all'  antica  virtù  alcun  ri- 
paro a'  soprastanti   mali,    prcsono  1'  arme    ancor  essi,  le  pri- 
gioni ruppono,  e  Castruccio  ancor  legato  ne'  ceppi  liberarono, 
e  quello  per  loro  signore  gridando  si  preparavano  di  tagliar 
a  pezzi  Uguccione  con  tuiti  i  suoi  soldati  ;  il  quale   perduto 
d'animo,  e  quasi  uscito  di    sentimento  .    per  le  castella  dei 
marchesi  Malespini    se  ne   fuggì  a  Verona  :    essendo  in    un 
medesimo  tempo  due  famosissimi  capitani  di  quel  secolo  me- 


56  dell'istorie  fiorentine 

morabilc  esempio  dell'una  e  dell' altra  fortuna;  mentre  l'guc- 
cione  cadendo  in  meno  spazio  d'un  ora  del  principato  di  due 
nobilissime  repubbliche  di  Toscana ,  convenne  povero  ed 
esulo  andarsi  a  riparare  in  corte  di  Cane  della  Scala;  e  Ca- 
slruccio  co'eeppi  a'  piedi  e  con  la  mannaia  al  collo ,  fu  subli- 
malo a  sì  grande  eccellenza  che  potette  molto  presto  esser 
tremendo  non  che  a'  Fiorentini  ma  a  tutti  coloro  che  se- 
guivano la  parte  guelfa  in  Italia.  Sono  autori  i  quali  dicono 
che  Uguccione  quando  ebbe  novella  della  pisana  ribellione, 
era  entralo  a  tavola ,  ed  essendo  ingordissimo  mangiatore 
non  volle  partirsi  dalla  mensa  infino  alle  frutte  ;  onde  uscì 
quel  mordacissimo  motto,  che  egli  in  un  convito  s'  aveva 
mangiato  due  intere  città  ;  perchè  s'era  detto  ,  che  se  Uguc- 
cione senza  aspettare  il  fine  del  desinare  fosse  montato  a  ca- 
vallo e  andatone  a  Pisa,  leggiermente  avrebbe  potuto  acque- 
tare il  principio  del  tumulto ,  e  conservarsi  amendue  le  città 
salve. 

Pervenuta  la  fama  di  questi  successi  in  Firenze,  fu  so- 
prammodo grande  la  letizia  de' cittadini ,  veggendosi  liberali 
da  cosi  fiero  nimico,  e  massimamente  di  coloro,  i  quali  non 
ritenuti  da  altro  che  dal  sospetto  d' Uguccione,  non  aveano 
anco  fatto  venir  il  bargello ,  col  mezzo  del  quale  speravano 
potersi  de'  loro  nimici  vendicare ,  abbatter  la  parte  del  re 
Ruberto,  e  del  tutto  esser  principi  e  guidatori  della  loro 
Repubblica.  «  Per  le  cose  che  succedevano ,  e  a  quelle 
a  che  si  preparavano  nella  città ,  parve  bene  che  gli  ufi- 
«  ziali  della  condotta  non  solo  conducessero  al  soldo  della 
«  Repubblica  dugenlocinquanta  cavalli ,  e  millequattrocento 
«  fanti  già  ordinali ,  ma  ancor  maggior  numero ,  con  dar 
«  balia  a'  priori  e  gonfalonieri  di  poter  trovar  danari  an- 
ce che  con  impor  nuove  gabelle  ;  perchè  a'  '29  di  marzo 
«  fu  dato  ordine  per  la  registrazione  de' contratti  gabella- 
«  bili ,  come  di  dote  e  loro  augumento  ,  di  mutui ,  depo- 
«  siti ,  cessioni ,  vendite  ,  e  alienazioni  di  beni  immobi- 
«  li ,  e  simili  ;  con  deputar  notai  per  registrar  i  contratti 
«  fatti  in  Firenze  in  termine  d'  un  mese ,  quei  del  contado 
«  in  due  ,  quei  fuor  del  contado  ma  in  Toscana  in  tre,  d'I- 
«  talia  in  sei ,  e  fuor  d' Italia  in  termine  d'  un  anno  ;  con 
«  dichiarazioni  di  quello  che  si  dovesse  pagare .  come  delle 


LIBRO   QUINTO.  57 

«  pene  a  chi  non  pagasse  ne'  tempi  debili  ;  ufìzio  che  non 
«  solo  è  in  essere  ancor  oggi,  ma  è  una  dell'entrate  più 
«  vive  dello  slato  ».  Creato  '  gonfaloniere  Fazio  de'Giugni , 
il  quale  era  degli  amici  di  Simone  della  Tosa ,  quasi  a  ninna 
altra  cosa  s'  attese  che  a  far  venir  il  bargello  ;  a  cui  il  dì 
di  calende  di  maggio  fu  dato  il  gonfalone  e  signoria  della 
cillà.  Io  arrossirei  tra  me  medesimo  raccontando  1'  opere  di 
costui,  se  non  fossero  uno  utile  ammaestramento  a' popoli  a 
doversi  soddisfare ,  quando  sono  sottoposti  ad  una  modesta 
signoria  ;  potendo  ciascuno  quindi  comprendere  quanto  dura 
condizione  dovea  esser  di  coloro  i  quali  ricaduti  dal  man- 
sueto dominio  del  re  Ruberto  erano  dati  in  preda  alla  sfac- 
ciata e  crudele  tirannide  di  Landò  d' Agubbio ,  che  tale  fu 
il  nome  del  nuovo  bargello.  Questi  standosene  da  mattina  a 
sera  a  piò  del  palagio  della  signoria  co'  suoi  birri  a  guisa  di 
cani  assegnati  da' cacciatori  alle  loro  poste,  li  mandava  a 
cenno  de'  presenti  governatori  pigliando  sotto  scusa  d'  esser 
Ghibellini  ora  un  cittadino  e  ora  un  altro  ;  e  come  la  sola 
accusa  fosse  sufficiente  prova  del  delitto  commesso ,  senza 
altri  testimoni  o  giudizio  alcuno  ordinario ,  li  facea  secondo 
usanza  di  guerra  da' suoi  crudelmente  scannare.  Così  fu  mozzo 
il  capo  ad  un  innocente  giovane  de'  Falconieri ,  senza  molti 
altri  di  basso  affare  ,  e  non  guardando  ad  ordine  sacro  né  a 
religione  alcuna  ,  pose  la  mano  addosso  ad  alcuni  cherici  di 
casa  degli  Abati ,  reliquie  di  quella  famiglia  ;  i  quali  somi- 
gliantemente fece  cader  morti  sotto  la  mannaia.  Non  osava 
ninno  cittadino  parlare ,  perciocché  le  squadre  degli  uomini 
armali  erano  lutto  dì  attorno  per  la  città,  e  le  esecuzioni 
delle  condennagioni  camminavano  con  tanta  velocità ,  che 
ciascun  cittadino  per  grande  e  potente  che  fosse  lemea  d'es- 
ser prima  morto ,  che  di  potere  o  con  l' innocenza ,  o  con 
gli  amici ,  0  con  la  pecunia ,  o  con  la  forza  stessa  provve- 
dere allo  scampo  della  propria  salute.  Celebravano  i  fautori 
di  cotanta  scelleralezza  la  sanguinosa  sete  dell'orribil  carne- 
fice, necessaria  e  utile  severità  in  così  falli  tempi  chiaman- 
dola ;  il  quale  d'  ogni  affetto  umano  spogliato ,  ad  altro  non 
attendeva  che   ad   eseguire  con  maravigliosa  fede  e  ardire  i 

'  dunque.  Prima  edizione. 


38  dell'  istorie  fiorentine 

giusti  comandamenti  de'  magistrati  ;  e  avendo  egli  dato  gran 
fretta  a  compier  le  mura  della  città  dal  prato  d'  Ognissanti 
a  S.  Gallo  ,  dicevano  ,  che  solo  la  virtù  di  questo  uomo  ren- 
dea  in  un  medesimo  tempo  sicura  la  città  da'nimici  dome- 
stici ,  e  da  quelli  di  fuori  ;  sì  fattamente  che  crescendo  ogni 
dì  la  potenza  del  bargello  maggiore,  trascorse  a  tanta  teme- 
rità che  fece  batter  moneta  falsa ,  e  quella  del  suo  nome 
chiamar  bargellini.  «  In  tanti  disordini  della  città  non  si  la- 
«  sciava  però  di  far  qualche  bene  ,  procurando  Lapo  de'Bardi 
«  e  Lotto  de' Buondelraonti  cavalieri,  Marabottino  de'Tor- 
«  naquinci,  Duccio  de' Magalotti ,  Vieri  de' Rondinelli,  e 
«  Giano  degli  Albizi  paciari  tra'  Guelfi,  di  far  la  lor  carica 
«  con  carità  verso  la  patria  e  del  prossimo;  onde  avean  fatto 
«  far  pace  tra  le  famiglie  de' Giandonati  e  degli  Acciaiuoli , 
«  con  procurar  che  i  Giandonati  che  aveano  offeso  fossero 
«  liberati  da'  bandi  ne'  quali  erano  incorsi.  I  signori  suppli- 
«  cali  dal  rettore  e  religiosi  del  capitolo  e  spedale  di  S.  Ma- 
te ria  di  Siena  di  poter  fabbricare  uno  spedale  in  Firenze 
«  sotto  il  medesimo  titolo ,  e  di  poter  ricevere  i  beni  che 
a  fossero  dati  loro  con  immunità  d' imposizioni  e  servizi,  lo 
«  concederono.  Erano  di  già  entrati  i  nuovi  priori,  de'  quali 
«  fu  gonfaloniere  Fazio  Ubaldini  da  Signa  giudice ,  e  conli- 
«  nuando  il  bisogno  di  trovar  danari  fu  ricorso  al  rimedio 
«  usalo  mollo  spesso  dalla  Repubblica  con  facilità  e  vantag- 
«  gio  de' suoi  cittadini  e  sudditi,  ordinando  a' 2  di  giugno. 
'(  che  tutti  i  condennati  e  banditi  (  eccettuatone  alcuni  casi 
«  soliti  riservarsi  )  i  quali  avessero  per  tutto  il  dì  13  pagalo 
«  quei  della  città  dodici  danari  per  lira  ,  e  quei  del  con- 
«  tado  e  forestieri  sei  delle  loro  condennagioni .  purché  per 
«  qualsivoglia  condcnnagione  quei  della  città  non  pagassero 
«  più  di  lire  cinquanta ,  e  quei  del  contado  venticinque,  fos- 
«  scro  liberati;  e  per  agevolare  il  pagamento  rispetto  alla 
«  brevità  del  tempo ,  volsero  che  ciascuno  potesse  pagare 
«  per  il  condennato  ». 

Non  si  scorgea  però  segno  alcuno  che  la  città  avesse  a 
respirare  delle  crudeli  battiture  di  Landò  ' ,  essendo  così  il 

I  Nel  vecchio  Ammirato  si  Ipgge  solamente.  Erano  già  entrati  i 
nuovi  priori,  de'' finali  fu  gonfaloniere  Fazio  da  Signa  giudice^  né 
per  questo  si  porgeva  segno  alcuno,  che  la  città  avesse  a  respi- 
rare ec.  ec. 


LIBRO    QUINTO.  59 

gonfaloniere  come  i  priori  della  fazione  reggente  ;  laiche  gli 
altri  cittadini ,  così  del  numero  de'  grandi  come  de'  merca- 
tanti e  artefici,  per  segreti  messi  feciono  con  gran  prestezza 
intender  al  re  il  misero  stato  nel  quale  si  trovavano  ;  e  per 
questo  il  pregavano  a  far  suo  vicario  in  Firenze  il  conte 
Guido  da  BattifoUe ,  il  quale  per  l' amicizie  che  avea  nella 
città  e  nel  contado  speravano  che  fosse  per  poter  riparare 
in  parte  al  furor  del  bargello ,  e  moderare  il  superbo  im- 
perio della  parte  che  prevaleva.  Non  tardò  punto  il  re  a  con- 
solar i  Fiorentini,  onde  il  conte  prese  il  governo  del  vica- 
riato il  primo  giorno  di  luglio ,  non  senza  sospetto  di  qual- 
che tumulto  ;  il  quale  benché  i  bargellini  non  ardissero  di 
muovere ,  nondimeno  ei  si  cominciò  tostamente  a  vedere 
che  se  non  si  faceano  più  gagliarde  provvisioni ,  quella  ele- 
zione era  di  poco  giovamento,  non  potendo  il  conte  in  cosa 
alcuna  opporsi  con  la  sua  autorità  alla  potenza  di  Landò.  A 
tanta  grandezza  V  avcano  le  fiorentine  discordie  condotto  ;  e 
già  parea  a  molti  più  tremendo  il  nome  di  Landò ,  che  non 
era  stato  quello  di  IJguccione .  ma  tutti  per  più  dannoso 
senza  contesa  lo  giudicavano  ;  perciocché  Uguccione  con  la 
tema  del  suo  valore  nutriva  i  Fiorentini  mentre  cercavano 
difendersi  da  lui  nell'  arte  della  guerra ,  e  questi  con  lo  spa- 
vento de'  suoi  rigorosi  giudizi  empieva  gli  animi  di  ciascun*» 
di  paura  e  di  viltà;  veggendo  massimamente,  che  beiicliè  i 
priori  e  i  gonfalonieri  si  mutassero  secondo  il  costume  a'tempi 
detcrminati,  non  si  mutava  però  il  modo  del  governo.  «  Dal 
«  quale  per  il  resto  usciva  sempre  qualche  opera  di  libera- 
«  lità  e  di  pietà,  avendo  a' i27  di  luglio  per  rimunerare  la 
«  fede  e  il  valore  de'  suoi  cittadini  morti  nella  giornata  di 
«  Montecatini ,  ordinalo  che  a'  figliuoli  e  discendenti  di  Gol- 
«  lifredo  della  Tosa  e  di  Stoklo  de' Rossi  ambedue  cava- 
«  lieri ,  e  agli  altri  i  quali  non  son  nominati ,  si  restiluis- 
«  sero  quei  beni  che  in  alcuna  maniera  fossero  pervenuti  di 
«  loro  nella  Repubblica.  La  quale  per  dar  maggior  calore 
«  a'paciar;  aggiunse  loro  il  conte  Guido  vicario  del  re,  con 
<«  autorità  di  poter  condennare  quelli  che  non  ubbidissero  ». 
Croato  a  mezzo  agosto  gonfaloniere  Bellincione  Cacciafuori, 
il  quale  secondando  non  meno  a'voleri  di  Simone  della  Tosa 
e  del  bargello  ,  che  si  avesse  fatto  il  suo  antecessore  Fazio 


60  dell'  istorie  fiorentine 

da  Signa,  la  cillà  così  combattuta  da  malvagi  governatori 
non  ricoglieva  nessun  frutto  della  cacciata  d'  Uguccionc  ;  e 
sarebbe  leggiermente  caduta  in  maggiori  travagli ,  se  la  ve- 
nuta della  figliuola  dell'  imperadorc  Alberto  in  Firenze ,  la 
quale  ne  andava  a  marito  a  Carlo  duca  di  Calabria  figliuolo 
del  re  Ruberto  a  Napoli,  non  avesse  rimediato  a  cosi  fatti 
mali.  Costei  ricevuta  dagli  amici  del  re  con  gralissirae  acco- 
glienze, fu  subitamente  informata  con  quanto  disonore  del 
suocero  il  bargello  esercitava  la  sua  tirannide  in  Firenze.  Il 
medesimo  fu  fatto  intendere  a  Beltramo  conte  di  Montcscag- 
gioso,  al  conte  Camarlengo,  all'arcivescovo  di  Capoa ,  e  a 
Giovanni  di  Capoa  suo  fratello ,  i  quali  con  dugento  cavalieri 
erano  venuti  di  Napoli  per  ricever  la  nuova  duchessa  :  con- 
fermando tutte  queste  cose  con  grande  ansietà  il  conte  Guido 
da  Baltifolle,  il  quale  ritenendo  in  apparenza  un  magnifico 
nome  di  luogotenente  reale,  era  in  sustanza  beffato  dal  su- 
perbo e  impotente  imperio  di  Landò.  Ma  perchè  il  re  si  era 
obbligato  a  tener  la  signoria  di  Firenze  senza  turbar  gli 
ordini  de'  loro  magistrali ,  fu  mostralo  che  la  via  di  abbatter 
quel  governo  senza  romori ,  non  era  il  lor  via  il  bargello , 
il  quale  da' loro  priori  e  gonfalonieri  era  stato  chiamalo,  né 
di  cassar  la  elezione  de' seguenti  magistrati,  ma  quello  che 
altre  volte  si  era  costumato  di  fare ,  di  addoppiare  il  numero 
de' priori,  sì  fattamente  che  essendo  gli  altri  degli  amici  del 
re  potessono  da  per  sé  stessi  opporsi  a'  crudeli  consigli  degli 
avversar]:  la  qual  proposta  ebbe  felicissima  riuscita;  essendo 
stala  facilitata  dalla  creazione  del  nuovo  pontefice  chiamato 
Giovanni  XXII  ;  il  cui  predecessore  Clemente  era  morto  due 
anni  innanzi,  nel  tempo  del  gonfaloneralo  di  Ruggieri  di  ser 
Benci.  Credevasi,  come  poi  avvenne,  che  egli  dovesse  esser 
grande  amico  del  re  Ruberto ,  di  cui  era  stato  cancelliere  , 
e  pur  molto  prima,  quando  era  in  minor  fortuna ,  era  stato 
allevato  in  corte  tra'  ministri  del  re  Carlo  suo  padre.  Talché 
i  Fiorentini  avvezzi  a  veder  molto  tempo  innanzi ,  e  a  di- 
scorrer de' falli  de' principi,  non  volendo  per  favorir  un  bar- 
gello tirarsi  addosso  in  un  medesimo  tempo  due  così  gran 
nimici,  con  minor  ostinazione  piegarono  alle  cose  proposte  ; 
perche  il  nuovo  gonfaloniere  Gherardo  da  Castelfiorentino 
ebbe  in  sua  compagnia  dodici  priori ,  e  poco  dopo  per  lei- 


LIBRO   QUINTO.  61 

tere  venute  dal  re ,  il  quale  dalla  nuora  e  da'  suoi  baroni 
era  stato  ragguaglialo  della  vita  che  si  menava  in  Firenze  , 
fu  dato  commiato  al  bargello.  La  cui  partita,  e  il  moderato 
governo  del  conte  da  Battifollc,  diedono  riposo  agli  affanni 
della  città  ;  «  e  per  questo  procurando  con  ogni  diligenza  le 
a  paci  fra'  cittadini ,  intorno  alla  fine  dell'  anno  seguì  quella 
«  de'Cavalcanti  e  Pazzi,  le  quali  per  esser  famiglie  grandi, 
«  numerose,  e  di  seguito,  fu  di  non  piccola  quiete  cagione. 
«  Il  gonfalonerato  d'Alberto  del  Giudice,  appresso  al  quale 
«  seguì  il  nuovo  anno  1317,  fu  molto  quieto.  Perchè  avendo 
a  i  Fiorentini  voglia  di  ricuperare  le  terre  e  castelli  perduti 
«  nelle  passate  guerre,  e  confidando  grandemente  nella  pru- 
«  denza  e  valore  del  conte  Guido  ,  gli  dettero  autorità  e 
«  balìa  di  poter  far  perciò  tutto  quello  che  avesse  stimato 
«  necessario  ,  con  soldar  capitani  e  genti ,  purché  non  fos- 
«  sero  Catalani ,  né  Aragonesi  ,  e  questo  non  ostante  che 
«  nella  sua  opinione  non  concorressero  i  dodici  capitani  della 
«  Repubblica  ,  i  nomi  de'quali,  perchè  non  siano  desiderati, 
«  sono  Iacopo  de'  Rossi ,  Goccia  de' Manieri,  Talento  di  Lapo 
«  Talenti  (sono  i  Bucelli  ),  Gentile  de'Buondelmonli,  Simone 
«  della  Tosa,  e  Alamanno  degli  Adimari  tutti  sei  cavalieri, 
«  Tuccio  Ferrucci,  Gentile  degli  Altoviti ,  Marabottino  dei 
H  Tornaquinci  ,  Vanni  di  Puccio  Benvenuti  ,  Bernardino 
«  de' Medici,  e  Cionetlo  dc'Bastari  ». 

Fu  intanto  reputato  a  gran  maraviglia  che  in  Firenze 
si  fosse  falla  una  mutazione  di  stato  senza  romori;  percioc- 
ché i  dodici  priori  che  furono  creati  con  questo  gonfalonie- 
re furono  quasi  tulli  della  parte  del  re.  Fu  anche  notabile 
questo  priorato  per  essere  stato  in  esso  la  prima  volta  uno 
de' priori  Giovan  Villani  scrittore  di  storie;  le  quali  tenute 
nascoste  per  lo  spazio  di  dugenl'  anni ,  per  non  esser  prima 
mandale  fuori  alla  luce  dogli  uomini,  hanno  finalmente,  essendo 
state  pubblicate  negli  ultimi  anni  de' padri  nostri,  mostrala 
quanto  sia  grande  l'obbligo  che  a  colali  scriltori  si  dobba 
avere;  avendoci  di  molte  cose  notabili  succedute  a'suoi  tempi, 
e  innanzi,  non  che  in  Firenze  ma  in  tulio  il  mondo,  dal  a 
chiara  e  distinta  notizia;  oltre  averci  lascialo  una  immagine 
della  purità  della  fioreiìlina  favella ,  la  quale  corrompendosi 
tuttavia  nelle  lingue  degli  uomini ,  pietosamente  insieme  con 


<)2  DELI.'  ISTORIE   FIOUENTINE 

la  verità  della  storia  si  serba  casta  ne'  libri  suoi.  Fu  egli 
nuovo  uomo,  perciocché  trasse  il  cognome  della  famiglia  dal 
nome  del  padre  ;  il  quale  non  più  che  una  volta  era  stalo 
de' priori  l'anno  1300,  sotto  il  gonfalonerato  di  Taldo  Tedal- 
di,  poco  dopo  che  era  stato  nel  medesimo  magistrato  Dante 
Aldighicri.  Fu  ancora  insieme  col  Villani  priore  Pela  Bal- 
ducci  ,  quello  che  con  l'arguta  risposta  usata  al  re  di  Tunisi 
della  moneta  degli  Arabi  fiorentini  contra  il  pisano  merca- 
tante, meritò  dal  prudente  re  favorevoli  privilegi  per  le  raer- 
catanzie  de'  suoi  cittadini  in  quel  regno.  Fu  in  questo  me- 
desimo tempo  la  città  commossa  dalla  maraviglia  d'  un  fan- 
ciullo nato  con  due  corpi  in  un  castello  del  conte  nel  Val- 
darno  di  sopra ,  il  quale  condotto  a  Firenze ,  e  recato  in 
palagio  a  vedere  alla  signoria ,  come  mostro  della  natura  e 
segno  d' infelici  avvenimenti  noi  vollon  vedere ,  ma  coman- 
darono che  fosse  levato  via:  tanto  ritengono  di  vigore  le  va- 
nità de'  gentili  eziandio  appresso  coloro  i  quali  sono  allevati 
nelle  leggi  della  cristiana  severità.  »  Ebbero  ben  l' occhio 
«  a'  troppo  spessi  abbruciamenli  che  seguivano  nella  città , 
«  mediante  i  quali  era  rubata  molta  roba  di  quella  che  scara- 
«  pava  dalle  fiamme  da  coloro  che  sotto  spezie  di  carità 
«  correvano  a  spegnerli.  Perchè  furono  fatti  molti  buoni  or- 
«  dini,  come  di  sonar  la  campana  a  tocchi,  deputar  legnajuo- 
«  li ,  muratori  e  altri  simili  per  ciascun  sesto  ,  acciocché 
«  corressero  al  luogo  dove  fosse  attaccato  il  fuoco  ,  sì  per 
«  spegnerlo ,  come  per  aver  cura  che  non  seguissero  ruba- 
«  menti;  i  quali  uomini  tutti  furono  provvisionati  dal  comu- 
«  ne  ;  »  con  altri  ordini  che  per  lo  più  si  osservano  ancor 
oggi.  Nel  seguente  gonfalonerato  di  Giovanni  Strozzi,  essen- 
do le  cose  acchetate,  il  numero  de'  priori  si  ridusse  all'  an- 
tico. E  il  re  Ruberto  desideroso  di  rimetter  i  Fiorentini  in 
tranquillo  stato  ,  essendo  eglino  in  quc'  tempi  anzi  in  decli- 
nazione che  no  per  la  rotta  di  Montecatini .  procurò  che 
pace  si  facesse  tra  loro,  Sanesi,  e  Pistojesi  per  un  lato,  che 
si  reggevano  a  parte  guelfa,  e  Pisani  e  Lucchesi  dall'altra, 
che  seguitavano  la  parte  dell'  Imperio.  Questa  pace  fu  molto 
utile  a'  Fiorentini ,  perocché  ebbono  patti  d'  esser  liberi  e 
franchi  in  Pisa ,  che  le  castella  che  si  trovavano  possedere 
si  ritenessero  ,  che  tulli  i  prigioni  fatti   nella   rotta   si  resti- 


LIBRO   QUINTO.  63 

luissero,  e  che  i  Pisani  fosscr  tenuti  fondar  nella  loro  città 
una  cappella ,  e  uno  spedale  per  1'  anime  di  coloro  i  quali 
erano  morti  nella  sconfitta  di  Montecatini.  Ma  come  nella 
città  vaga  della  contradizione  non  succedette  mai  cosa  che 
fosse  interamente  approvala,  molli  biasimavano  il  re  di  viltà, 
come  quello  che  dovea  pensare  più  tosto  alla  vendetta  che 
air  accordo.  E  altri  V  accusavano  di  malignità ,  che  non  cu- 
rando del  danno  de' Fiorentini  avesse  procurato  questa  pace 
per  comodi  suoi ,  essendosi  i  Pisani  obbligati  di  dar  cinque 
galee  armate ,  o  la  spesa  di  esse  ,  ogni  volta  che  il  re  fa- 
cesse generale  armata.  Ma  la  sollecitudine  e  industria  usata 
da'  principali  cittadini  a  ciò  deputali  perchè  la  pace  seguisse, 
mostrò  quanto  sinistramente  veniva  il  re  ripreso  dagli  uomini 
vani;  perciocché  dubitando  che  i  Pisani  non  volessero  di- 
scendere a  simili  accordi  con  tanto  lor  disvantaggio ,  fmsono 
d'  accrescer  1'  entrate  del  comune,  e  di  voler  far  venire  un 
de' reali  di  Francia  con  mille  cavalieri  per  mantener  la  parie 
guelfa  in  Toscana.  Furono  a  questa  cura  proposti  Alberto 
del  Giudice  uomo  in  quelli  tempi  di  molta  autorità ,  Giovan 
Villani ,  e  Donato  Acciainoli  figliuolo  di  Mannino.  Costoro 
avuto  r  autorità  della  Repubblica,  come  tulle  le  cose  trattale 
fossono  slate  vere,  formarono  le  lettere ,  perchè  i  cavalieri 
e  il  capitano  venissero  ;  dettono  ordine  che  sessanlamila 
fiorini  d'  oro  si  pagassero  in  Francia  per  dar  principio  alle 
paghe  de' soldati;  scrissono  al  ponletìcc  ,  perchè  questa  ira- 
presa  favorisse ,  e  poi  per  simolate  spie  feciono  che  le  let- 
tere fossero  inlercetle  in  Pisa  :  onde  i  Pisani,  i  quali  erano 
stali  alquanto  duri,  vedute  che  ebbono  le  grandi  prepara- 
zioni de'  Fiorentini,  feciono  intendere  al  gonfaloniere  e  a' prio- 
ri che  mandassero  i  loro  ambasciatori  a  Montopoli  ,  che  i 
loro  verrebbono  a  Marti.  Con  la  qual  industria  fu  conchiusa 
la  pace  su  i  primi  giorni  del  gonfalonerato  di  Giovanni  P»usli- 
chelli  giudice.  «  Scrivendo  il  Villani  che  non  solo  vivea  in 
«  questi  tempi,  ma  che  dice  essere  stato  uno  de'  tre  deputali 
«  per  fingere  il  trattato,  pare  una  vanità  il  voler  persuadere  che 
«  questo  negoziato  passasse  in  altra  maniera  :  e  pure  è  neces- 
«  sario  eh'  io  scriva  quello  che  ne  ho  trovato  nelle  scritture 
(c  pubbliche,  lasciando  libero  a  ciascuno  il  credere  a  suo  modo. 
«  La  pace  di  quest'anno,  conforme  a'protocolli  e  libri  pubblici. 


64-  dell'  istorie  fiorentine 

«  fu  conchiusa  in  Napoli  nel  Caslelnuovo  a'  dodici  di  mag- 
«  gio  alla  presenza  del  re  Ruberto  da  Salvestro  di  Manetto 
«  Buonricoveri  e  da  Marco  da  Ugnano  notaio,  sindaci  e  am- 
«  basciadori  della  Repubblica  fiorentina ,  da  Andrea  de' Rossi 
«  sindaco  di  Pistoia ,  da  Frontino  Frontini  notaio  sindaco 
«  della  terra  di  Prato  (  e  questi  due  dissero  di  seguire  il 
«  conoandamento  del  re),  da  Luto  degli  Obizi  ,  Dino  Sa- 
«  lamoncelli  cavalieri,  e  Atto  da  Graginano  sindaci  de'fuo- 
«  rusciti  guelfi  di  Lucca  ,  da  Bernardo  di  Sacco  notaio  da 
«  Massa  per  Volterra  e  Massa  di  Maremma ,  dal  sindaco  di 
«  Sanminiato  ,  da' sindaci  de' comuni  di  Fucecchio,  di  S. 
«  Croce,  di  Castelfranco  ,  di  Cappiano ,  di  Ultrario,di  Mas- 
te  sapiscatoria,  di  Santamaria  a  Monte,  e  di  Montefalconi , 
«  per  i  quali  otto  comuni  si  protestano  di  far  pace  solo 
«  co' Pisani,  dal  sindaco  di  Colle  di  Valdelsa,  di  Sangimi- 
«  guano  ,  e  de'  nobili  Pannocchieschi ,  che  per  tutti  tre  fu 
«  barone  de' Rossi  cavaliere  fiorentino  arabasciadore  appresso 
«  del  re,  tutti  da  una;  e  da  Lorao  de' Gualandi  cavaliere  e 
«  Giovanni  di  Benigno  da  Vico  professore  di  legge  sindaci 
«  de'  Pisani ,  e  da  ser  Buonreddito  Baldinotti  sindaco  di 
«  Lucca  dall'  altra.  Tra  le  condizioni  di  questa  pace  non  è 
«  fondazione  di  cappella,  nò  di  spedale,  uè  meno  obbligo 
«  di  dar  galee  al  re.  E  in  questo  confonde  il  Villani  gli 
«  anni  e  le  paci.  Perchè  avendo  i  Pisani  fatto  come  si  è 
«  detto  l'anno  1314  a'27  di  febbraio  dell'indizione  dodice- 
«  sima  una  pace  in  tempo  che  Uguccione  era  loro  podestà 
«  e  capitano  di  guerra ,  e  non  l' avendo  voluta  osservare  , 
«  r  anno  16  trovandosi  i  Pisani  liberi  ,  e  governando  la 
«  città  come  podestà  Ranieri  conte  di  Donoratico,  desi- 
«  derando  di  ritornare  in  pace  col  re  mandarono  loro  amba- 
«  sciadori  a  Napoli  Guglielmo  de'Gismondi,  Obizo  de'Gua- 
«  laudi  tutti  due  cavalieri,  Albizo  da  Vico  giurisperito  e 
«  ser  Retto  Agliata ,  i  quali  confermando  la  pace  del  il 
K  s' obbligarono  di  farla  ancora  con  tutte  le  comunità  di 
«  Toscana  e  di  Lombardia  amiche  del  re;  e  in  questa  del 
«  16  è  posto  r  obbligo  a'  Pisani  di  far  in  Pisa  o  ne'  sob- 
«  borghi  uno  spedale  dotato  in  maniera  ,  che  non  solo  vi  si 
«  celebri  in  perpetuo  quattro  messe  il  di  per  l'  anime  de'  morti 
«  della  casa  reale ,  ma  che  vi  si  nutrischino  ,  curino ,  e  ve- 


LIBRO   QUINTO.  65 

«  slino  del  continuo  venti  poveri.  Che  nel  primo  passaggio 
«  che  il  re  di  Francia  facesse  in  aiuto  di  Terra  Santa  gli  do- 
«  vesserò  dar  dieci  galee  armate  a  loro  spese  per  quattro 
«  mesi ,  senza  1'  andata  e  '1  ritorno  ;  alle  quali  galee  avesse 
«  a  comandare  il  re  Ruberto  ,  o  il  suo  ammiraglio  ,  e  non 
«  volendo  dar  galee  dovessero  dare  ogni  mese  per  ciascuna 
«  cinquecento  fiorini  doro.  Che  sempre  che  Filippo  prin- 
«  cipe  di  Taranto  fratello  del  re ,  o  suoi  eredi,  facessero  il 
«  primo  viaggio  in  Ilomania ,  i  Pisani  gli  avessero  a  dare 
«  otto  galee  armate  per  tre  mesi,  ovvero  cinquecento  fiorini 
«  d' oro  il  mese  per  ciascuna.  E  che  al  re  medesimo  des- 
«  sero  ogn'  anno  in  due  mesi  quattromila  fiorini ,  ovvero 
«  cinque  galee  armate  per  tre  mesi  di  servizio.  Ma  nella 
'(  pace  fatta  quest' anno  co' Fiorentini  e  con  gli  altri,  1' una 
«  parte  e  1"  altra  restò  libera  dal  pagamento  delle  gabelle , 
«  volendo  che  il  commercio  fosse  libero  ,  eccetto  però 
«  delle  vettovaglie  ,  per  le  quali  vollero  che  fosse  libero  il 
«  transito  ;  che  i  prigioni  e  gli  ostaggi  fossero  rilasciali 
M  senza  spesa  da  ciascuna  banda,  come  che  fosser  liberati 
«  i  banditi  per  causa  di  guerra.  Le  rappresaglie  si  sospesero 
«  per  cinque  anni ,  lasciando  le  ragioni  a  chi  le  avesse , 
«  con  doverle  metter  in  chiaro  quattro  mesi  dopo  la  pub- 
te  blicazione  della  pace  per  terminarle  ;  che  non  si  desse  ri- 
«  cetto  a' compagni  e  fattori  di  mercanti,  che  fuggissero  con 
«  danari  o  mercanzie  ;  che  i  sudditi  dell'  uno  comune  do- 
te vendo  esser  puniti  dall'  altro  fossero  trattati  come  proprj  , 
«  ne  fosse  formato  processo  contra  d' alcuno  senza  darne 
«  prima  parte  al  comune  del  quale  fosse  soggetto,  e  tempo 
«  a  comparire  ;  che  fossero  restituiti  i  beni  a'  sudditi  l' uno 
«  dell'altro  tolti  dopo  la  venuta  d'Enrico  in  Italia,  e  che 
«  però  fosse  amministrato  giustizia  sommaria  a'  domandanti  ; 
«  che  i  Pisani  liberassero  dalla  carcere  e  dai  bandi  i  conti 
«  di  Montecuccari  con  restituir  loro  i  beni ,  come  ancor  gli 
«  eredi  del  giudice  di  Gallura,  del  conte  Ugolino ,  del  conte 
«  Anselmo,  i  conti  di  Biserno ,  i  conti  di  Collegalli  con  quel 
«  comune  ;  e  lo  stesso  fosse  fatto  da'  Fiorentini  e  dagli  altri 
«  verso  i  Pisani.  Che  i  minori  di  quattordici  anni  potessero 
«  tornare  ad  abitare  per  tutte  le  dette  città  e  comuni  ,  ma  i 
V  maggiori  ne  dovessero  aver  prima  licenza.  Che  a  Sanmi- 
.\"-i.  Vo:.    fi.  o 


C6  dell'istorie  fiorentine 

«  nialo  fossero  resliluiti  da'  Pisani  le  caslella ,  e  quello  di 
«  Camporcna  con  la  fortezza  restasse  a  custodia  degli  eredi 
«  di  Tribaldo  de'  Mangiadori  da  Sanminiato  finche  non  ios- 
«  sere  d"  accordo  insieme,  e  intanto  né  i  Mangiadori  né  gli 
a  uomini  di  Camporena  fossero  sudditi  di  Sanminiato  com'era- 
«  no  avanti  la  ribellione  ;  e  i  Sanminiatesi  e  i  Pisani  fossero 
«  liberi  da  ogni  dazio  di  quello  che  gli  uni  possedevano  nel 
u  contado  degli  altri.  Che  le  terre  e  castelli  che  tenevano 
«  del  comune  di  Lucca  i  fuoruscili,  le  dovessero  tenere  fin 
«  a  tanto  che  riavessero  i  lor  beni,  e  rientrassero  in  Lucca. 
«  Che  i  fuorusciti  di  Pistoja  le  rendessero  liberamente,  riser- 
«  bandosi  però  Serravalle  fin  che  avessero  fatto  le  paci  coi 
«  particolari.  Che  i  danni  che  fossero  fatti  in  Toscana  fra  le 
«  parli  nel  fermine  d'  otto  giorni  da  quello  della  conclusione 
u  di  questa  pace  in  Napoli,  non  1'  alterassero,  ma  bon  fossero 
«  rifatti.  »  Restata  in  questo  modo  la  città  quieta,  si  volse 
agli  studi  della  pace  ,  e  in  prima  giudicò  doversi  riparare  a 
quella  macchia,  la  quale  aveva  ricevuto  dalla  moneta  coniata 
del  bargello,  che  fu  del  tutto  levala  via,  e  fecesene  della 
nuova  chiamata  guelfa,  che  fu  mollo  buona.  «  E  a  richiesta  dei 
«  Sanesi  furono  liberati  da'  bandi  e  condcnnagioni  i  nobili 
u  di  Cerreto  del  contado  di  Siena.  »  Essendo  poi  creato  gon- 
faloniere Pieraccio  Guadagni  si  fondarono  sopra  Arno  le  pile 
del  nuovo  ponte ,  chiamato  da  coloro  che  avevano  cura  di 
fondarlo,  il  ponte  reale,  che  non  fu  mai  più  poscia  condotto 
a  fine.  «  Finì  bene  con  molta  lode  il  suo  vicariato  il  conte 
«  Guido  daBattifolle,  essendogli  succeduto  in  esso  Amelio  del 
«  Balzo  signore  d'  Avellino  ,  nel  tempo  del  quale  fu  dato  as- 
«  segnamento  di  danari  per  fornire  la  fabbrica  del  palazzo 
(i  di  residenza  del  vicario  del  re  Ruberto  ;  il  quale  avendo 
«  domandato  aiuto  per  ricuperare  il  regno  di  Sicilia,  il  gonfa- 
«  loniere  ed  i  Pisani  gli  mandarono  duemila  cinquecento  fio- 
«  rini  d'  oro.  » 

Nel  mezzo  di  queste  tranquillità  avendo  preso  il  gonfa- 
loneralo  Tuccio  Ferrucci  la  terza  volta,  diede  alquanto  di 
terrore  a'  cittadini  a  guisa  d"  un  lampo  la  mossa  d  Uguccione, 
il  quale  con  1'  aiuto  di  Cane  della  Scala  e  del  marchese  Spi- 
netta era  con  gran  gente  a  pie  e  a  cavallo  calato  infino  in 
Lunigiana  per  rientrare  per  trattato  in  Pisa.  Ma   scoperto  il 


LIBRO   QUINTO  67 

Iradimenlo.  e  per  questo  uccisi  in  Pisa  quattro  do'  Lanfranchi. 
e  il  conte  Gaddo  fortificatosi ,  quel  movimento  riuscì  ad 
Uguccione  vano,  e  al  marchese  Spinetta  dannoso;  il  quale 
assalito  da  Castruccio.  co' Pisani  e  col  conte  Gaddo  confede- 
ratosi ,  e  toltogli  Io  slato,  fu  costretto  a  rifuggirsi  in  corte 
di  Cane,  ove  il  medesimo  Uguccione  e  tutti  gli  uomini  il- 
lustri dalle  lor  patrie  o  signorie  cacciali  si  riparavano.  La 
città  di  Firenze  restata  libera  dal  timore,  avendo  in  orrore 
il  nome  di  Uguccione  non  meno  che  gli  stessi  Pisani,  furono 
molli  i  quali  per  così  fatti  successi  ardirono  assomigliare 
la  fortuna  d' Uguccione  a  quella  di  Annibale;  conciosiacosa- 
chè  come  quello  era  slato  crudele  e  perpetuo  nimico  de'Ro- 
mani,  così  costui  e  per  rispetto  della  fazion  ghibellina,  e 
per  cagione  del  principato,  e  mentre  fu  signore  di  Lucca  e 
di  Pisa ,  e  mentre  ne  fu  fuori ,  fu  sempre  asprissimo  avver- 
sario de' Fiorentini.  E  se  Uguccione  non  aveva  pertanto  tempo 
infestalo  i  Fiorentini,  ne  dato  loro  tante  rotte  quante  Anni- 
bale aveva  date  a'  Romani ,  non  era  però  che  la  rotta  di 
Montecatini  non  si  potesse  agguagliare  ad  alcuna  di  quelle 
due  di  Trasimeno  o  di  Trebbio.  Oltre  che  lo  spavento  dato 
alla  città  per  la  congiura  tenuta  con  Corso  Donati,  pareva 
che  ritenesse  immagine  dell'  assedio  d'Annibale  intorno  Ro- 
ma, perchè  l' uno  e  1'  altro  caduti  dalla  grandezza  della  prima 
felicità  ricorse  alle  corti  d'  altrui.  Annibale  rifuggendo  al  re 
Antioco  ,  e  Uguccione  a  Can  della  Scala ,  e  amendue  non 
sbigottiti  da'  sinistri  avvenimenti ,  tentarono  di  rimetter  in  pie 
la  caduta  fortuna  loro.  Annibale  confortando  Antioco  alla 
guerra  romana,  onde  di  nuovo  fu  udito  il  nome  suo  tra  i 
nimici  del  popolo  romano,  e  Uguccione  avendo  ridotto  Cane 
a  dargli  tante  genti ,  che  un'  altra  volta  potesse  esser  di  ter- 
rore e  di  spavento  agli  antichi  nimici,  benché  gli  sforzi 
dell'  uno  e  dell'  altro  riuscissero  vani.  In  questo  più  fortunato 
Uguccione  d' Annibale ,  come  il  fine  della  sua  vita  mostrò  , 
che  abbattutosi  a  più  virtuoso  principe,  non  fu  forzato  di  af- 
frettare con  le  proprie  mani  gli  ultimi  anni  della  sua  vec- 
chiezza. «  Cessato  questo  spavento,  mediante  il  quale  era  stato 
«  dato  il  comando  delle  armi  al  vicario  del  re,  la  città  restò 
«  neir  incominciala  quiele.  Avendo  l'inquisitore  dichiaralo 
«  eretico  ser  Landò  Becchi  d'  \gubbio   slato  l'anno  passalo 


68  dell'  istorie  fiorentine 

«  bargello  di  Firenze,  il  gonfaloniere  co'  priori  come  divoti  di 
«  santa  Chiesa ,  non  solo  aggradirono  tal  dichiarazione ,  ma 
«  vollero  ancor  essi  annullare  ogn'  atto  e  contratto  fatto  da 
«  lui  e  da'  suoi  uficiali,  imponendo  pene  a  chi  non  notifì- 
«  casse  all'inquisitore  i  fautori  del  medesimo  bargello.  Nel 
'(  gonfalonerato  di  Medico  Aliotti  arrivarono  in  senato  due 
«  ambasciatori  della  città  di  Brescia  ,  i  quali  esponendo  il 
«  pericolo  di  quella  terra  rispetto  a'  suoi  fuorusciti  ghibel- 
«  lini,  e  a  Cane  della  Scala,  ottennero  d'essere  aiutati  di 
«  mille  fiorini  d'oro.  Rispetto  alle  guerre  passate  erano  i 
«  sudditi  del  contado  stati  molto  aggravati  ;  perchè  respi- 
((  rando  la  città,  parve  necessario  a  chi  governava  di  dover 
«  dar  loro  qualche  sollevamento  :  furono  però  liberati  dalla 
«  gabella  delle  bocche  o  famiglie  che  la  chiamavano,  con 
«  non  voler  che  fossero  molestati  di  quello  che  reslavan  do- 
«  vendo  per  tal  conto.  E  di  quello  che  eran  debitori  per  gli 
«  altri  aggravi ,  vollero  che  pagandone  il  quarto  per  tutto 
«  il  dì  14  di  dicembre  ,  restassero  liberi  per  il  soprappiù. 
«  Agli  abitanti  di  Gambassi,  in  riguardo  delle  continue 
«  molestie  e  danni  che  avean  ricevuto  da  quei  di  Campo- 
«  rena,  fu  levala  ogni  imposizione ,  dazio,  e  gabella.  Entrò 
«  r  anno  1318  essendo  gonfaloniere  Lotto  di  Puccio  Ardinghi, 
«  quando  venuto  vicario  del  re  Ruberto  Diego  della  Ratta  con- 
«  te  di  Caserta  e  gran  camarlingo  del  regno,  la  signoria  gli 
«  dette  la  carica  di  dugcnto  cavalli.  Sotto  questo  gonfalonie- 
«  re  fu  confermata  al  re  Ruberto  la  signoria  della  città  per 
«  tre  anni  finiti  i  cinque  ,  con  obbligo  di  mandar  ogni  sei 
«  mesi  in  Firenze  un  suo  vicario,  e  che  non  lo  mandando, 
«  se  lo  potessero  eleggere  i  Fiorentini  medesimi ,  il  qual 
«  vicario  non  si  potesse  ingerire  in  alcuno  uficiale  della  città, 
«  se  non  in  proteggerli.  Nozzo  di  Manetto  Bcnlaccordi ,  e 
«  Filippo  di  Landò  degli  Albizzi,  due  de'  priori,  non  vollero 
«  acconsentire  a  questa  conferma ,  la  quale  in  ogni  modo 
«  ebbe  effetto ,  per  esser  slata  approvata  da  tutti  i  consigli. 
<f  A  Jacopo  de'  Medici  cavaliere,  e  a  Salvcslro  Buonricoveri 
«  fu  dato  il  carico  d'  andare  a  presentarla  al  re.  Il  gonfalo- 
«  nicre  Ciampo  Ducei  si  prese  la  cura  co'  compagni  di  ri- 
«  formare  gli  ornamenti  delle  donne  e  degli  uomini ,  levando 
«  parimente  i  monopoli ,  e  le  spese  superflue  della  Repub- 


LIBRO   QUINTO.  G9 

«  blica.  Alla  quale  essendo  venuti  Jacopo  Cavalcabò  marchese 
«  Vitaliano  da  Cremona ,  e  nuovi  ambasciatori  di  Brescia , 
«  che  in  nome  de'  Guelfi  domandavano  aiuto  conlra  i  Ghibel- 
«  lini,  da' quali  ricevevano  continue  molestie;  a' bresciani 
«  furono  dati  altri  mille  fiorini  d'  oro ,  e  al  cremonese  due- 
«  mila.  Il  Ducei  avanti  di  finir  1"  uficio  volendo  sollecitare  il 
«  tirare  a  fine  le  mura  della  città  ,  vi  assegnò  1'  entrata  d'  al- 
«  cune  gabelle  ,  fra  le  quali  fu  quella  della  macina.  Giovanni 
«  de'  Ricci,  entrato  gonfaloniere  a  mezzo  aprile,  fu  quello  che 
«  co'  priori  auguraentò  la  gabella  del  sale  per  un  anno  ,  e 
«  per  farla  piìi  copiosa  volle  che  nella  distribuzione  fossero 
«  compresi  ancor  gli  ecclesiastici,  senza  pregiudizio  diceva 
«  egli  della  libertà  ecclesiastica,  e  perciò  da  uficiali  religiosi 
«  fosse  amministrato  il  denaro  e  impiegalo  nelle  muraglie 
«  della  città.  Ridusse  il  rendere  i  partiti  del  comune  a  fave 
«  nere  e  bianche,  con  dar  ciascuno  il  suo  voto  in  mano  d'  un 
«  de' religiosi  della  camera  dell'armi,  e  questi  lo  mettesse 
«  neir  urna ,  o  bossolo,  e  così  levar  molte  confusioni.  Que- 
'<  sti  ridusse  il  divieto  degli  ufiziali  forestieri  a  cinque  anni, 
«  non  intendendo  fra  questi  il  vicario  del  re  ;  e  ordinò  che 
«  si  eleggesse  un  ufiziale  legale  lontano  dalla  città  cinquanta 
«  miglia  per  tener  il  registro  de' soldati  e  cavalli  della  Repub- 
«  blica.  A  suo  tempo  Belcaro  notaio  figliuolo  del  ^ià  Ben- 
«  venuto  da  Fogna  co'  suoi  fratelli  ottennero ,  nonostante 
«  che  1  figliuoli  di  Serraglio  da  Marcialla  della  medesima  casa 
«  fossero  de'  grandi ,  di  non  esser  trattati  come  loro  ,  poiché 
«  co' suoi  egli  era  stato  sempre  guelfo.  Questo  Belcaro  dette 
«  principio  alla  famiglia  de' Serragli,  dalla  quale  è  detta  una 
«  strada  della  città  nel  quartiere  dì  S.  Spirito.  Nel  gon- 
«  falonerato  di  Donato  Peruzzi ,  e  che  era  vicario  del  re 
«  Andrea  da  Camerino  ,  e  esecutore  degli  ordini  della  giu- 
«  slizia  Offreduccio  d'  Acquasparta,  al  quale  fu  dato  1'  uficio 
«  di  custodia  della  città  e  contado,  essendo  ritornato  all'  ub- 
«  bidienza  della  Repubblica  il  castello  di  Vinci ,  si  dette  or- 
«  dine  di  mandar  in  quella  fortezza  un  castellano.  Per  le 
«  doglienze  de'  religiosi  e  de'  cittadini  medesimi  per  gli 
«  scandali  che  nascevano  dall'  abitare  le  meretrici  appresso 
«  d'  alcuni  monasteri,  fu  posto  pena  che  non  potessero  slarvi 
«  che  mille  braccia  lontano;  la  qual  pena  fu  raddoppiata  per 


70  dell'  istorie  fiorentine 

i(  rhi  avesse  dato  loro  case  a  pigione  dentro  a  quella  disianza. 
«  e  per  lo  stesso  rispeito  fu  proibito  il  farvi  taverne  a  meno 
«  di  cento  braccia  ».  A  mezzo  agosto  prese  il  gonfaloneratu 
Giovanni  Marignolli.  '  Questi  insieme  co' priori  (u  richiesto 
dal  conte  di  BattifoUe  d' aiuto ,  il  quale  in  nome  del  re  Ru- 
berto si  trovava  in  Genova  difendendo  la  città ,  che  si  era 
data  a  lui ,  dagli  assalti  de'  fuorusciti  ghibellini.  Furongli 
mandati  con  grandissima  celerità  cento  cavalieri  e  cinque- 
cento pedoni  tutti  soprassegnati  a  gigli  per  soccorrer  il  re. 
Questa  gente  trovandosi  poco  prima  che  andasse  a  Genova 
in  Siena,  fu  a  tempo  a  rimediare  agli  scompigli  di  quella 
città,  la  quale  levata  a  romore  per  sedizione  commossa  da 
Sozzo  Dei  e  Deo  Tucci  de'  Tolomei ,  e  per  lo  seguito  che 
costoro  aveano  de'  giudici,  notai  e  beccai  essendo  assai  pres- 
so a  mutar  forma  di  reggimento ,  i  Fiorentini  accostatosi 
air  uficio  de' nove,  i  quali  aveano  il  governo  in  mano,  fu- 
rono cagione  che  quelli  della  congiura  si  perdessono  d'  animo, 
e  fuggendosi  di  Siena  lasciassero  lo  stato  nella  forma  che 
si  trovava.  «  Il  Malcvolti  scrive  che  capo  di  questa  gente 
«  fu  Bingeri  Rucellai ,  al  quale  i  Sanesi  per  ricognizione  del 
«  valore  mostrato  in  lor  difesa  donarono  l' insegna  del  lion 
«  bianco  ,  arme  del  popolo  di  Siena.  Poi  andarono  a  Genova, 
t^  dove  trovo  che  come  capitano  generale  comandò  loro 
<c  Nappino  della  Torre  cavalier  milanese  » ,  essendo  già  en- 
trato gonfaloniere  Benino  Borgoli,  da  allri  nominato  Buono 
Borgolini  ;  e  1'  opera  loro  non  riuscì  vana  in  beneficio  del  re, 
il  quale  avendo  proposto  per  liberarsi  dalle  noie  de'  fuoru- 
sciti di  metter  gente  tra  Borghi  e  Saona.  benché  da' nimici 
gli  fosse  contrastato,  prese  terra  vigorosamente,  e  tra' primi 
che  smontarono  furono  i  Fiorentini;  da  che  succedette  la 
vittoria  de' Guelfi,  e  la  cacciata  de' Ghibellini  il  quinto  giorno 

•  Cessato  questo  spavento  la  città  restò  neW  inconiìnciata  quiete  : 
né  cosa  alcuna  nel  se^^uente  magistrato  dì  3Iedico  Aliotti  succedette 
di  nuovo.  Cosi  parimenti  passò  quello  di  Lotto  Ardinghi^  e  quasi 
tuttigli  altri  dell'anno  iSi8;  perciocché  né  in  quello  di  Ciampi  Ducei, 
né  del  suo  successore  Giovanni  de'  Ricci,  né  di  Donato  Peruzzi  av- 
venne fatto  alcuno,  del  quale  neW  antiche  cronache  si  sia  serbata 
memoria.  Prese  poi  il  gorifalonerato  a  mezzo  agosto  Giovanni 
JUarignolli.  ec,  ec.  Ciò,  e  non  altro,  si  legge  nel  testo  originale. 


LIBRO   QUINTO.  71 

dì  febbraio  doli' anno  1319,  essendo  vicino  a  finir  il  suo  gon- 
ialonerato  in  Firenze  Zanobi  ArnoUì,  «  nella  quale  al  princi- 
«  pio  di  gennaio  era  venuto  vicario  del  re  Iacopino  da  Ponle- 
«  carali  da  Brescia,  comandando  alla  cavalleria  della  Repubblica 
«  come  generale  il  conte  Simone  da  BaltifoUe.  Questa  volta 
n  i  padri  per  tor  via  gli   scandali   che  si  commettevano  con 
«  le  donne  di  partito,  non  bastando  l'averle  allontanate  dai 
«  monasteri ,  le  mandarono  fuori  della  città,  nella  quale  non 
«  fu  permesso  loro  di  entrare  che  il  lunedi  dopo    nona  per 
«  provvedersi  a  loro  bisogni,  con  pena  di  frusta  e  marchiatura; 
'<  e  a  chi  ne  tenesse  in  casa  a  pane  e  vino  furono  rinnovate 
«  le  pene  poste  altra  volta  ,  non  lasciando  i  notai  che  rogas- 
«  sero  simili  obbligazioni  senza  le  loro.  Questo  rigore  de'  Fio- 
«  rentini  contra  le  povere  donne  di  partilo ,  cagionato  credo 
«  io  dal  voler  indurre  i  giovani  a  pigliar  moglie ,  fu  poi  ca- 
«  gione  che  furono  costretti ,    avendole    tanto   mallrattate  ,  a 
«  prometter  premi  a  chi  ne  conducesse  a  Firenze.    Scguita- 
«  rouo  poi  tre  gonfalonieri  senza  far  nulla  :  Tuccio  Compagni, 
«  Gherardo  Guadagni ,  e  Peduccio  della    Marotta  v,  ;  mentre 
a'  quindici   d' agosto  prese    il    gonfaloncrato    Piero    Strozzi  , 
nome  più  famoso   per  altro    Piero  che    morì  a'  tempi  nostri, 
che  per  sé  stesso.  Nel  magistrato  di  costui  essendo  non  che 
la  città   ma  tutta  Toscana  in  pace,  il  che  rade  volte  solca  a 
quelli  tempi  avvenire  ,  si  ebbe  pensiero  di  aiutare  gli  amici 
lonlani ,  perchè  la  parte  guelfa  non  fosse  spenta  del  tutto  in 
Lombardia ,  ove  la  ghibellina  era  per  lo  più  stata  quasi  sem- 
pre superiore.  Dal  qual  principio  ebbono    senza   alcun  dub- 
bio origine  tutte  le  future    guerre    che  il   popolo  fiorentino 
ebbe  con  Castruccio   e  co'  Visconti  ;  onde  mi  par  necessario 
dimostrare  quali  fossero  allora  le  inclinazioni  degli  stali  d' Ita- 
lia ,  acciocché    appariscano  più  vive  le  cagioni  che   genera- 
vano le  guerre  e  turbazioni  di  essa.  Il  che  voler  dimostrare 
non  solo   non  è    partirmi   dalla    proposta  materia ,  ma    cosa 
molto  utile  a  chiunque  legge  i  fatti  d'  alcun  principe  o  d'  al- 
cuna Repubblica  ;  perciocché  come   il  medico   mal    può  cu- 
rare alcuno  infermo  ,  se  non  intende   la  natura  del  male    del 
quale  egli  è  gravalo ,  così  difficilmente  può   alcun    cittadino 
la  sua  patria  governare,  o  interamente  ubbidire,  o  consigliare 
al  suo  principe  ,  se  egli  non  è  capace  della  natura  e  condi- 
zione di  quel  governo. 


72  DELL    ISTORIE   FIORENTINE 

Era  in  quel  tempo  l' Italia  partila  tutta  in  fazion  guelfa 
e  ghilx'llina,  cioè  di  santa  Chiesa  e  d'Imperio.  Gli  stati 
guellì  erano  il  regno  di  Napoli  e  lo  stato  della  sede  apo- 
stolica. 1  giiibellini  erano  quasi  tutti  i  signori  di  Lombardia, 
come  i  Visconti ,  Cane  della  Scala ,  e  molli  altri.  La  Toscana, 
e  alcune  altre  città  di  Lombardia  che  si  reggevano  a  libertà , 
parte  inchinavano  all'  una  fazione  e  parte  all'  allra.  Ma  per 
lo  più  ciascuna  città,  o  guelfa  o  ghibellina  che  ella  si  fosse, 
aveva  i  suoi  fuorusciti ,  che  era  la  parte  men  potente  ,  la 
quale  era  stata  cacciata.  Questi  fuorusciti  ricorrendo  alla 
città ,  ove  la  parte  loro  prevaleva ,  domandavano  aiuto  per 
esser  rimessi  alle  loro  patrie,  ed  era  loro  dato  facilmente, 
non  tanto  per  pietà  de'  loro  incomodi ,  quanto  per  infestar  i 
loro  inimici,  e  tener  viva  la  loro  fazione  in  ogni  luogo  ove 
potessero  avere  appicco  alcuno.  Questa  fu  sempre  la  cagione 
di  tutte  le  guerre  de'  Fiorentini  in  Toscana ,  e  questa  poi 
suscitò  quel  fuoco  ,  onde  ella  ebbe  ad  ardere  ne'  fatti  di  Lom- 
bardia. A  che  si  aggiugnea,  che  avendo  gì'  impcradori,  i  quali 
venivano  a  coronarsi  in  Jloma,  a  passar  prima  per  quella 
provincia,  tornava  utile  a' Fiorentini  che  essi  trovassero  tali 
impedimenti,  che  o  non  potessero  passar  più  oltre,  o  che 
li  stancassero  in  modo  che  giugncssero  deboli  e  quasi 
snervati  in  Toscana.  Questo  medesimo  cercava  il  re  Ruberto 
priaci|)e  de'  GuelQ,  e  congiunto  co'  Fiorentini  e  con  la  sede 
apostolica,  senza  che  dopo  la  morte  di  Manfredi  e  di  Cur- 
radino  era  restato  odio  particolare  tra  gì'  impcradori ,  che 
sono  sempre  tedeschi ,  e  i  discendenti  del  re  Carlo  di  Napoli. 
I  quali  odj  come  si  erano  abbastanza  conosciuti  ultimamente 
nella  venuta  dellimperadore  Enrico  ,  così  non  si  dubitava 
che  avessero  a  produr  simili  cfTetti ,  ogni  volta  che  il  nuovo 
impcradore  fosse  per  calare  in  Italia.  Onde  i  signori  ghibel- 
lini facevano  ogni  sforzo  di  superar  gii  avversari,  sì  per  con- 
fermarsi più  in  quelle  signorie  ,  che  per  lo  più  riconoscevano 
dagli  impcradori,  e  sì  per  gratificarsi  gì" impcradori  futuri 
con  mostrar  loro  d'  aver  favorita  quella  nazione.  I  Guelfi  si- 
miglianleracnle  face\  ano  le  provvisioni  necessarie  per  abbatter 
la  parte  contraria  ,  sapendo  che  rovina  polca  apportar  loro 
un  imperadore  che  scendesse  potente  in  Italia.  Per  queste 
cagioni  non  essendo  i  Fiorentini  travagli, iti  da  guerre  dome- 


LIBRO   QIINTO.  73 

sliclic .  nò  dagli  usati  nimici  vicini ,  essendo  tutti  i  popoli  di 
Toscana  rappacificati  insieme  per  opera  del  re  Ruberto,  in- 
cominciarono a  far  sentire  1'  arme  loro  in  Lombardia  ;  e  co- 
me l'anno  addietro  furono  vedute  l'insegne  de' Fiorentini 
sul  Genovese,  così  a  questa  volta  furono  mandati  trecento 
cavalieri  a  Cremona,  i  quali  con  tanti  altri  della  taglia  di 
Toscana  che  facevano  il  numero  di  mille ,  e  con  altri  Lom- 
bardi condotti  da  Giberto  di  fioreggio,  ricuperarono  qticlla 
città  dalle  forze  de' Ghibellini ,  i  quali  sotto  la  condotta  di 
Cane  della  Scala  se  n' erano  insignoriti  l'aprile  passato,  Mat- 
teo Visconti  capo  e  quasi  principe  de'  Ghibellini  in  Lom- 
bardia ,  veggendo  che  i  Fiorentini  si  lasciavano  guidare  dal 
re  Ruberto ,  e  che  a  posta  di  quel  re  aveano  mandato  le  lor 
genti  a  Genova ,  i  fuorusciti  della  qual  città  erano  da  lui  fa- 
voriti, e  che  ora  di  nuovo  passando  i  termini  di  Toscana  era- 
no entrali  ambiziosamente  nelle  fazioni  e  parti  de'  Cremonesi, 
andava  procurando  di  metter  loro  tale  incendio  a  casa,  che 
abbastanza  fossero  occupati  a  pensar  a'  casi  proprj  :  il  che 
deliberò  di  far  tosto  che  nel  gonfalonerato  di  Bindo  da  Qua- 
rala  fu  divulgato ,  che  essi  insieme  col  papa  e  col  re  Ru- 
berto procuravano  di  far  venir  Filippo  di  Valois  per  vicario 
di  santa  Chiesa  in  Lombardia  contra  i  Ghibellini,  e  parti- 
colarmente contra  la  persona  e  slato  suo  stesso  ;  il  quale 
essendo  stato  più  volle  ammonito  dal  pontefice  che  non  si 
volesse  travagliar  delle  cose  di  Genova  per  essersi  quella 
città  data  al  re  Ruberto  ,  e  il  re  averne  preso  la  signoria . 
non  pili  per  lui  che  per  la  Chiesa,  era  caduto  nelle  censure 
ecclesiastiche ,  e  per  questo  stato  interdetto  Milano  e  Pia- 
cenza ,  e  le  altre  terre  le  quali  erano  sotto  il  suo  dominio. 
Considerando  dunque  qual  fosse  piìi  instrumento  atto  a  mo- 
lestar i  Fiorentini ,  parvegli  attissimo  Castruccio  ,  da  cui  per 
la  fama  del  suo  valore  stimava  che  la  fiorentina  Repubblica 
non  avesse  a  patire  minori  danni  di  quelli  che  avea  già  pa- 
tito da  Uguccione;  massimamente  che  in  questi  quattro  anni, 
che  egli  avea  signoreggiato  Lucca  ,  si  era  provveduto  di  da- 
nari, avea  fatto  una  mano  di  soldati  vecchi  di  gran  valore 
nel  mestiere  dell'arme,  erasi  fortificato  a  casa,  e  per  tutti 
questi  rispetti ,  e  per  la  fortuna  maravigliosa  che  l' avea  già 
condotto  in  quello  stato ,  e  per  i  primi  principj   onde  surse 


74  dell'  istorie  fiorentine 

in  tal  riputazione ,  che  potè  esser  fatto  signore  della  propria 
patria,  era  in  grande  ammirazione  di  ciascuno.  Parutogli  dun- 
que COSI  fatto  uomo  mollo  utile  a  questa  impresa,  gli  fece 
intendere  quali  erano  i  disegni  del  papa  ,  del  re  Ruberto,  e 
de'  Fiorentini,  e  mostrogli  che  se  costoro  non  dubitavano  di 
prender  l'arme  contra  la  persona  e  slato  suo,  il  quale  era  signor 
di  Milano,  di  Pavia,  di  Piacenza,  di  Lodi,  di  Como,  di  Bergamo, 
di  Novara,  di  Vercelli,  di  Tortona,  e  d' Alessandria,  e  segui- 
tato da  lutti  i  signori  e  Ghibellini  di  Lombardia,  che  molto 
meno  quando  fosse  riuscito  loro  di  spegnerlo  ,  avrebbono 
dubitato  di  prenderle  contra  di  lui ,  il  quale  era  principe 
nuovo ,  e  non  signor  d' altro  che  di  Lucca ,  e  posto  lo  slato 
suo  dentro  le  forze  de' Fiorentini.  Per  questo  non  si  volesse 
fidar  della  pace  con  essi  fermata  ;  conciossiacosaché  ninna 
cosa  sia  più  fragile  negli  animi  desiderosi  di  signoreggiare 
che  l'osservanza  della  fede  promessa.  Ma  ora  che  la  potenza 
era  quasi  pareggiata ,  incominciasse  arditamente  a  correr 
sopra  le  terre  de' Fiorentini;  acciocché  si  avvedessero  quanto 
scioccamente  cercavano  d'infestar  i  Ghibellini  in  Lombardia 
coloro  i  quali  appena  poteano  difender  le  cose  proprie  in 
Toscana.  Lui  non  esser  per  mancargli  giammai  con  tutte  le 
forze  del  suo  amplissimo  stato ,  e  di  tutti  gli  amici  e  ade- 
renti suoi ,  non  solo  in  mantenerlo  nella  signoria  nella  qual 
si  trovava,  ma  con  prestargli  ogni  favore  e  aiuto  ad  aprirsi 
la  slrada  a  cose  maggiori,  talché  in  nessun  tempo  avesse  a 
rammaricarsi  della  fede  e  amicizia  contratta  co' Visconti,  dei 
quali  polca  per  molte  ragioni  assicurarsi  ;  il  che  non  avrebbe 
potuto  fare  de' Fiorentini.  Conobbe  Castruccio  queste  cose 
esser  vere  ,  se  ben  propostegli  innanzi  dal  Visconti  per  di- 
vertir la  guerra  da  casa  sua  ,  e  più  per  dar  da  fare  a'  Fio- 
rentini che  per  bcnelìzio  di  lui.  Per  questo  come  uomo 
il  quale  avea  concetti  non  punto  minori  di  quelli  d'Uguccio- 
ne,  sui  principj  del  nuovo  anno  i320,  nel  quale  risedeva 
gonfaloniere  Guerrianle  Marignolli,  e  vicario  del  re  Ruberto 
Gherardo  de'  Ruberli  da  Reggio,  fece  lega  co'  Pisani ,  e  at- 
tese a  provvedersi  '.  «  Nel  gonfaloneralo  di  Naddo  Bucelli. 

I    Fece  lega  co''  Pisaiii  ^  e  consumato    parte    del    seguente  niai^i- 
ttrato  di  Naddo    Bucelli  in  procedersi  di  quello  che  giudicmm   ne- 


I 


LIBRO   QUINTO.  7S 

a  avendo  i  Fiorentini  lasciato  la  strada  di  Bologna  per  le 
«  loro  mercanzie  per  essersi  in  quella  città  alzale  le  gabelle 
«  il  doppio  di  quello  che  eran  solite ,  per  far  denari  e  di- 
«  fendersi  da' Ghibellini  di  Lombardia,  i  Bolognesi  fatto  poi 
«  meglio  il  conto,  e  veduto  in  effetto  che  col  raddoppiarle 
«  aveano  scemato  1'  entrate ,  furono  costretti  di  mandare  am- 
«  basciadori  a  Firenze ,  dove  ridussono  per  l' una  banda  e 
«  l'altra  al  termine  che  erano  avanti  al  300  ».  Provvedutosi 
intanto  Castruccio  di  quello  che  giudicava  necessario  per  il 
suo  intendimento,  si  scoperse  nimico  de' Fiorentini ,  ancora 
che  fosse  opinione  che  molto  prima,  benché  segretamente,  e 
da  Castruccio  e  da' Pisani  fosse  stata  rotta  la  pace,  entrando 
nella  lega  de' fuorusciti  di  Genova  con  Federico  re  di  Sicilia 
e  con  l'imperadore  di  Costantinopoli.  Non  guardando  dunque 
Castruccio  alla  religione  del  giuramento ,  inaspettatamente 
entrò  armato  nelle  terre  de' Fiorentini,  e  su  la  prima  giunta 
ebbe  per  trattato  il  castelletto  di  Cappiano  col  ponte  sopra 
la  Gusciana  e  Montefalcone  '.  Indi  passato  la  Gusciana 
corse  ardendo  e  guastando  tutto  il  paese  di  Fucecchio ,  di 
Vinci ,  di  Cerreto ,  e  d'  Empoli  infino  in  sul  contado  di  Fi- 
renze; e  nel  tornare  addietro  avendo  posto  l'assedio  a  S. 
Maria  a  Monte ,  ^  che  si  tcnea  per  i  Fiorentini  ,  quella 
ebbe  per  tradimento  de' terrazzani  il  dì  25  d'aprile,  dieci 
di  dopo  che  era  entrato  nuovo  gonfaloniere  Francesco  Bon- 
ciani.  Questo  movimento  fu  di  grandissimo  terrore  a' Fio- 
rentini, sì  per  essere  stali  colti  sprovvedutamente  creden- 
dosi che  fosse  loro  conservata  la  pace  .  e  sì  perchè  incomin- 
ciata a  considerare  un  pezzo  innanzi  la  fortuna  di  Castruc- 
cio ,  molto  dubitavano  che  non  avesse  a  diventare  un  dì 
qualche  gran  cosa  contra  di  loro ,  essendo  per  occulta  ra- 
gione proprio  nella  natura  degli  uomini  il  conoscere  il  su- 
periore genio  dell'avversario.  Nel  che  si  coraferraarono  tut- 
tavia molto  più,  quando  egli  senza  riposarsi  andò  facendo 
acquisto   di  molte   castella   di   Garfagnana   e   di  Lunigiana. 


cessarlo  per  il  suo  intendimento,  prima  che   quello ^fosse    finito,  si 
scoperse  nemico  de'  Fiorentini  ec.  ec.  Prima  Edizione. 

'   Di  quel  che  furono  questi  castelli  oggi  non  è  più  alcun  vestigio^ 

3  Piccolo  castello  fra  la  Gusciana  e  l'Arno. 


76  dell'istorie  fiorentine 

Talché  i  Fiorenlini  sbigoltiLi ,  rimanea  un  conforto  di    quel 
che  potesse  far  Filippo  di  Valois  già  venuto  in  Italia  contra 
i  Ghibellini  in  Lombardia,  e  in  favor  del  quale  aveala  taglia 
di   Toscana   mandalo   mille   cavalieri  ;    perciocché    Giovanni 
de' Ricci  gonfaloniere  la  seconda    volta  avea   avviso,  che    il 
suo  esercito  si  trovava  tra  Vercelli    e    Novara  ad  un   luogo 
detto  Mortara  contra  a  quel  de'  Visconti.  E  non    era  a  loro 
di  piccola  consolazione  l'aver  udita  la    morte  d'Uguccione: 
il  quale  avendo  militato  continuamente  con  Cane  della  Scala 
intorno  Padova ,  per  i  disagi    della  guerra  si  era    morto  già 
molto  ben  vecchio  a  Verona.  !Ma  poiché  al  seguente  gonfa- 
loniere Filippo  Aldobrandini    fu    rapportato    che    Filippo   di 
Valois,  accordatosi  co'  Visconti,  nel  meglio  delle  speranze  di 
parte  guelfa  se  n'  era  vituperosamente  ritornato  di  là  da'monli, 
crebbe  molto   più  il  sospetto    de' Fiorentini,  massimamente 
che  continuavano   tuttavia  più  le  battaglie  di  Genova,  ove  i 
fuorusciti  nonostante  1'  esser  più  volte  stati   ripinli  dalle  mu- 
ra della  città  ,  di  nuovo  eran  ritornati ,  e  combattevano  aspra- 
mente la  terra.  Castruccio  s'  era  avviato  con  molte  genti  per 
dar  aiuto  a' Ghibellini.  E  essendo  quella  città  per  il  sito,  per 
lindustria  degli  uomini,  e  per  la  comodità  del  mare,  quasi  la 
chiave  d' Italia  ,  importava  grandemente  alla  somma  di  tutte 
le    cose,  che  citasi  avesse  a  governare  da'  Guelfi  o  da' Ghi- 
bellini, come  si  è  veduto  ne' tempi  più  freschi  ne'  fatti  de'  Fran- 
cesi e    degli  Spagnuoli.  I  Fiorentini  ancora   che  con  veder 
partito    Castruccio   vedessero    allontanato   il    pericolo    delle 
cose  loro ,  nondimeno  tratti  dalla  medesima  considerazione , 
feciono  ogni  sforzo  di  rivocarlo  ;  «  mandando  le  lor  genti  co- 
«  mandate  da  Guido  da  Petralla  lor  generale  sul  contado  di 
«  Lucca  a  danneggiar    il  paese  »  .  Castruccio  sentendo    che 
la  Valdinievole    e  Altopascio  '  era  stato    maltrattato  da'  sol- 
dati Fiorentini,  e  temendo  che  Lucca  non  gli  si  ribellasse, 
essendo  presso  a  Genova,  tornò  con   grandissima    diligenza 
indietro  ;  ed  essendosi  i  nimici  ritirati  verso  Fucecchio ,  egli 
s'  accampò  con  le  sue  genti  su  la  Gusciana  a  petto  a  quella 
de'  Fiorenlini.  Era  in  ciascuno  di  questi  eserciti  più  di  mille- 

'  Piccola  terra  nel  comune  Ji  Monte  Carlo.  Si  notano  in  detto  luo- 
go  la  cbiesa  e  la  torre  fabbricate  per  ordine  delhi  contessa  Matilde 


LIBRO   QUINTO.  77 

dugenlo  cavalieri,  e  numero  grande  di  pedoni;  talché  non 
vi  era  da  temere  nò  da  sperare  più  dall'  una  parte  che 
dall'  altra.  11  solo  fiume  della  Gusciana  li  divideva.  A'  Fio- 
rentini bastava  il  raffrenare  Castruccio  dalle  correrie ,  e  che 
egli  non  andasse  a  soccorrere  i  fuorusciti  di  Genova.  E  a 
Castruccio  difendendo  le  cose  acquistate  parca  di  non  far 
poco,  se  mentre  le  fortune  de' Ghibellini  stavano  in  bilan- 
cio in  Lombardia,  egli  difendea  quella  parte  gagliardamente 
in  Toscana.  Consumossi  per  questo  tutto  il  resto  dell'  anno, 
e  insiememente  il  gonfaloneralo  di  Giovanni  Compagni ,  da 
amendue  gli  eserciti  senza  far  nulla.  Ma  giovò  bene  1'  aver 
tenuto  a  bada  Castruccio  alle  cose  di  Genova,  essendo  ella 
liberala  di  quel  famoso  assedio,  che  gli  antichi  scrittori  ar- 
dirono assomigliare  al  troiano,  infin  dall'ultimo  dì  di  set- 
tembre; la  qual  si  credette  che  leggiermente  si  sarebbe 
perduta,  se  Castruccio  congiuntosi  con  1' altre  genti  de' Ghi- 
bellini avesse  potuto  con  la  persona  sua  trovarsi  a  combat- 
terla. Essendo  dunque  entrato  il  nuovo  anno  1321  ,  «  e  suc- 
«  ceduto  nella  vicaria  del  re  stata  amministrata  dopo  il  Roberti 
«  da  Giovanni  da  Sassoferrato ,  Paolo  de'  Baglioni  da  Peru- 
«  già»  ,  e  la  vernata  essendo  aspra,  e  le  pioggie  grandissime, 
dopo  molte  leggieri  scaramucce  avute  da  amendue  gli  eser- 
citi, come  se  si  fussero  convenuti  insieme  d'accordo,  si 
partì  ciascuno  per  stanchezza  dal  campo  ,  e  tornossene  a  casa, 
con  singoiar  letizia  del  gonfaloniere  Boninsegna  Gherardi  e 
de'  priori  che  furono  a  quel  tempo ,  parendo  d'  aver  a  que- 
sta volta  quasi  sgarato  Castruccio.  Onde  avendo  preso  animo 
attendevano  a  prepararsi  per  la  nuova  guerra  che  si  aveva 
a  fare  al  buon  tempo,  ancora  che  morto  in  Pisa  il  conte 
Gaddo ,  e  succedutogli  alla  signoria  il  conte  Mieri  suo  zio . 
da  cui  fu  opinione  che  fosse  stato  avvelenato  ,  non  si  fosse 
mostro  minor  amico  di  Castruccio  di  quel  che  avesse  fatto  ii 
nipote ,  e  per  questo  avessero  fatto  lega  insieme  a'  danni 
de' Fiorentini.  Parve  dunque  a  Boninsegna  e  a' priori  che  si 
dovesse  far  lega  col  marchese  Spinetta,  il  quale  benché  fosse 
ghibellino  ,  mandando  suoi  ostaggi  a  Firenze ,  parca  di  po- 
tersene assicurare;  oltre  all'esser  stato  presso  che  ridotlo 
al  niente  da  Castruccio,  e  che  la  guerra  si  facesse  di  modo. 
che  mentre  al  marchese  si  porgea  aiuto  di  ricuperar  le  terre 


78  DELL   ISTORIE   FIORENTINE 

perdute  da  quel  lalo ,  ove  Castruccio  per  non  lasciarle  acqui- 
stare credevano  che  si  sarebbe  volto  con  tutte  le  forze  sue, 
eglino  con  grande  sforzo  assalissero  il  contado  di  Lucca 
dall'  altro.  Talché  Castruccio  posto  in  mezzo  fosse  costretto 
a  perdere  o  dall'una  parte  o  dall'altra;  qualunque  di  due 
modi  sarebbe  tornato  comodo  a  coloro  che  disegnavano  di 
tenerlo  basso.  Essendo  dunque  questa  cosa  trattata  con  sol- 
lecitudine ,  fu  conchiusa  la  lega-  da  Banco  Bencivenni  ,  il 
quale  era  entrato  gonfaloniere  a"  15  di  febbraio;  e  prima  che 
finisse  il  suo  magistrato  si  mandarono  per  la  via  di  Lom- 
bardia in  Lunigiana  trecento  cavalieri  e  cinquecento  pedoni 
in  aiuto  del  marchese  ;  il  quale  con  cento  altri  cavalieri  rac- 
colti da  lui ,  e  molti  fanti  a  piede,  uscito  vigorosamente  in 
campagna  ,  avca  incominciato  a  ricuperare  molle  delle  sue 
terre.  Castruccio  vedutosi  assalir  dal  marchese  ,  conobbe  che 
questa  era  opera  de'  Fiorentini ,  e  che  egli  avea  bisogno  di 
maggiori  apparecchi  che  per  la  guerra  di  Lunigiana.  il  quale 
intendendo  le  provvisioni  che  faceano  i  Fiorentini  di  soldati, 
aspettava  indubitatamente  d'  e»ser  assalito  di  verso  Firenze. 
Per  questo  non  si  curando  di  opporsi  al  marchese .  attese  a 
provvedersi  per  la  guerra  fiorentina,  confidandosi  quando  le 
cose  di  quella  parte  riuscissero  bene ,  di  terminare  con  poca 
fatica  la  guerra  de' Malespini.  Mandò  per  questo  in  gran 
fretta  per  aiuto  a'  Visconti ,  i  quali  fedelmente  il  servirono 
di  cinquecento  cavalieri;  e  da' Pisani,  e  dal  vescovo  di  Arez- 
zo .  e  da' Ghibellini  di  Toscana  n'ebbe  cinquecento  altri. 
Talché  con  le  sue  masnade  si  trovò  in  Lucca  con  mille  se- 
cento  cavalieri,  e  numero  grandissimo  di  pedoni;  nel  qua! 
tempo  i  Fiorentini  sotto  il  gonfalonerato  di  Bencivenni  Bon- 
soslegni  erano  con  ottocento  cavalieri  entrati  nel  contado  di 
Lucca ,  e  posto  assedio  a  Monte  Veltolino  ;  perchè  Castruc- 
cio sentendosi  gagliardo  a  molestare ,  non  che  a  difendersi 
da'  nimici ,  lasciato  l' impresa  di  Lunigiana ,  col  suo  esercito 
bene  a  ordine  se  ne  venne  incontro  il  campo  de'  Fiorentini. 
Grande  spavento  porse  loro  il  veder  un  esercito  così  ben 
formato  come  era  quello  di  Castruccio ,  non  si  avendo  mai 
potuto  indurre  a  credere ,  ne  che  egli  fosse  potuto  uscire  in 
campagna  con  sì  gran  numero  di  genti  insieme ,  ne  che  la- 
scialo   occuparsi    tante    castella  da' Malespini  avesse    voluto 


LIBRO   QUINTO.  /9 

l'arsi  prtraa  contra  di  loro  :  la  qual  paura  conosciuta  da  Guido 
della  Pelrclia  ,  e  non  potendo  correggerla ,  ritrasse  subito 
le  sue  genti  in  su  Belvedere.  Né  Castruccio  fu  tardo  a  te- 
ner lor  dietro  ;  finché  sopraggiunti  che  li  ebbe  ,  si  accampò 
la  sera  dei  7  di  giugno  contra  di  essi  con  pensiero  di  pre- 
sentar la  mattina  seguente  la  battaglia  a'  nimici';  imperocché 
avendo  la  sera  attaccato  alcune  scaramucce  ,  non  1'  avea  po- 
tuto tirare  a  giornata  generale.  Guido  certo  del  timore  de' suoi, 
e  dell'  ardire  e  possanza  del  nimico ,  prese  partito  di  rime- 
diare con  la  prudenza,  ove  mancavan  le  forze,  e  venendo 
la  notte  una  gran  pioggia  dal  cielo ,  pensò  valersi  dell'  oc- 
casione ,  come  quello  aiuto  gli  venisse  mandato  dalla  mano 
di  Dio  ;  e  fatto  accendere  di  molti  fuochi  e  facelline  con 
sembiante  di  voler  assalir  i  nemici,  lasciando  per  tutto  i 
fuochi  accesi  nel  campo ,  egli  tacilameutc  con  tutte  le  sue 
genti  si  ridusse  a  salvamento  a  Fucecchio  e  a  Carmignano. 
Castruccio  vedutosi  la  m;ittina  schernito  da'  nimici ,  cavalcò 
di  presente  verso  Fucecchio,  e  senza  trovar  contrasto  alcuno 
diede  il  guasto  a  tutto  il  paese  di  S.  Croce  ,  di  Castelfranco, 
di  Montopoli,  di  Vinci,  e  di  Cerreto,  nelle  quali  scorrerie 
consumò  tutio  il  resto  del  mese  di  giugno.  Né  i  Fiorentini 
poterono  allora  a  queste  rovine  trovar  riparo  che  buono 
fosse ,  i  quali  biasimando  la  fama  del  gonfaloniere  e  gover- 
natori passati  (  al  mancamento  de'  quali  è  natura  de'  popoli 
attribuire  la  colpa  di  tutte  le  sciagure  che  accaggiono  )  ag- 
giunsono  a' nuovi  priori  e  al  nuovo  gonfaloniere  (jiovanni 
Finucci  notaio  1'  ufficio  de'  dodici  consiglieri ,  chiamalo  da 
loro  dodici  buoni  uomini,  due  por  sesto,  i  quali  slessero  in 
ulìzio  sei  mesi,  e  senza  la  cui  autorità  non  potessero  cosa 
alcuna  conchiudcrc  ,  «  e  per  levar  !a  familiarità  che  gli  ufi- 
'(  ziali  forestieri  cercavano  co'  cittadini  per  essere  aiutati  a 
(c  dar  impiego  a' loro  parenti,  fu  fatta  proibizione  di  |)oter 
«  eleggere  alcuno  per  uficiale  del  comune .  nel  cui  servizio 
«  i  parenti  fossero  impiegati ,  accrescendo  agli  ufiziali  il  di- 
«  vieto  fino  a'  dieci  anni  dal  dì  del  deposto  uficio  a  poter 
«  essere  eletti  di  nuovo.  Costoro,  essendo  stato  dichiarato 
«  per  capitano  generale  di  guerra  Curradino,  o  Azzo.  che 
«  nell'uno  e  nell'altro  modo  lo  trovo  scritto,  de' Gonfalo- 
«  nicri  di  Brescia  >>.  fecero  venire  centosedici  cavalieri  a  elmo. 


89  dell'  istorie  fiorentine 

e  centosessanta  balestrieri  a  cavallo,  tra  Forlani  e  Tedeschi, 
sotto  la  condotta  di  Jacopo  da  Fontana,  i  quali  grandemente 
rafìrenarono  le  correrie  di  (lastruccio;  onde  egli  non  ebbe 
ardire  di  passare  di  qua  dalla  Gusciana.  «  Al  principio  di 
«  luglio  era  arrivato  in  Firenze  Berardo  di  Guido  della  Cor- 
«  nia  nuovo  vicario  del  re.  »  Morì  in  questo  tempo  Dante . 
in  esilio  di  quella  città ,  la  quale  dopo  la  morte  si  è  tanto 
gloriata  di  lui;  il  che  farebbe  comune  il  peccato  della  pa- 
tria sua  con  quello  di  Roma ,  la  qual  sostenne  di  veder 
morto  in  bando  Scipione  Affricano  vincitore  dell'  imperio 
cartaginese  ,  se  non  rimanessero  legittime  cagioni  di  difen- 
der Firenze  e  Roma  da  cosi  gran  carico  d' ingratitudine  ;  le 
quali  prontamente  sogliono  addurre  coloro  a'  quali  non  pia- 
ce che  giammai  un  cittadino  o  in  delti,  o  in  opere,  o  in 
qualsivoglia  altra  dimostrazione,  possa  ardire  di  soverchiare 
per  qualunque  gran  inerito  1'  eguale  grado  della  comune  cit- 
tadinanza. 

Era  intanto  a  mezzo  agosto  entrato  nuovo  gonfaloniere 
Ardingo  de'  Ricci ,  «  il  quale  non  mancò  con  la  taglia  di 
«  Toscana  di  concorrer  alle  guerre  lombarde  insieme  col 
«  papa ,  il  quale  a'  18  di  luglio  ne  avea  scritto  alla  signoria. 
«  e  col  re  Ruberto  contra  i  Ghibellini ,  »  e  in  particolare 
contra  Galeazzo  di  Matteo  Visconti,  chiamato  dal  papa  per- 
fido ghibellino  ,  massimamente  essendo  per  la  partita  di  Fi- 
lippo di  Valois  restata  la  parte  guelfa  in  quelle  contrade  mollo 
abbattuta.  Ma  l'impresa  ebbe  infelice  successo,  per  cagione 
che  il  marchese  Cavalcabò  di  Cremona ,  capitano  della  ta- 
glia ,  insuperbito  per  aver  preso  alcune  castella  in  Val  di 
Tara,  s'era  posto  a  campo  alla  rocca  di  Bardo  con  molta 
trascuratezza  ;  ove  sopraggiunto  Galeazzo  Visconti  tigliuol  di 
Matteo,  leggiermente  fu  messo  in  rotta  con  perdita  di  più 
centocinquanta  cavalieri  tra  presi  e  morti,  e  con  la  morte 
propria  di  lui  ;  la  quale  sconfitta,  avvenuta  nel  gonfalonerato 
di  Forese  da  Rabatta  ,  succedette  all'  uscita  di  novembre. 
Questi  è  quel  Forese  il  quale  per  la  gran  cognizione  che 
egli  ebbe  della  scienza  legale  fu  ne'  suoi  tempi  da'  periti  di 
queir  arte  un  armario  di  ragion  civile  riputato  ;  ma  di  tanta 
deformità  di  viso,  e  di  persona  sì  piccolo  e  sparuto,  che 
tante  altre  sue  qualità  non  gli  furon  riparo  a  non  esser  mot- 


LIBRO   QUINTO.  81 

Icggi.ilo.  A  cui  succedette  Currado  de'  Ciotti.  «  Questi 
«  co'  priori  dopo  aver  levato  alcune  galielle  per  allegge- 
«  rimento  de'  popoli  ,  sapendo  quanto  danno  arrechi  sem- 
«  prò  la  moneta  non  buona,  o  per  la  lega,  o  per  esser  tosa, 
«  e  in  particolare  in  città  di  mercatura ,  e  dove  il  comune 
«  voglia  accumulare,  proibì  ogni  fiorino,  o  ducato  d'  oro,  o 
«  d'  argento  toso  ;  e  non  volle  che  si  potesse  spendere  la 
«  moneta  di  Perugia ,  ne  di  Cortona,  ne  di  Lucca,  ne  quella 
«  che  si  batteva  in  Berignone  castello  del  vescovo  di  Vol- 
«  terra ,  nò  in  Ravenna  ,  o  altro  luogo  che  fosse  simile  o  peg- 
«  giore.  Fu  anche  proibito  il  fiorino  d'  oro  che  faceva  bat- 
«  tere  in  Genova  Obizo  degli  Spinola ,  come  ogn'  altro 
«  battuto  dove  si  fosse,  con  l'immagine  di  S.  Giovambatista, 
«  e  del  giglio.  E  compatendo  alla  debolezza  de'  poveri  'che 
«  si  trovavano  prigione  per  non  poter  pagar  le  pene  dell'aver 
«  portalo  armi  proibite  ,  giuocato  a  giuochi  non  permessi , 
«  0  andati  fuori  la  notte ,  fece  liberar  tutti  quelli  che  vi 
«  erano  stati  sei  mesi  senza  sborsare  un  soldo.  Quindici 
«  giorni  dopo  aver  preso  il  Ciotti  il  magistrato  terminò 
«  r  anno  1.321,  celebre  per  aver  in  quello  avuto  fine  la  si- 
«  gnoria  del  re  Ruberto  ».  Nel  che  non  è  per  avventura 
meno  utile  il  considerare ,  come  i  Fiorentini,  gran  propugna- 
tori della  lor  libertà ,  cos'i  facilmente  fossero  usati  di  dar  la 
signoria  della  medesima  lor  patria  a'  re  di  Napoli,  e  come 
que're  con  tanta  fede  si  fossero  contenuti  di  non  violarla.  ìl 
che  sarà  facile  a  sciorre  a  chiunque  considererà  le  condi- 
zioni di  que' tempi  ;  ne' quali  essendo  l'Italia  divisa  tutta  in 
fazioni  non  tornava  comodo  a  niun  principe  partigiano  il 
tentare  d'  aver  per  forza  quello  che  potea  aver  di  volontà. 
Oltre  che  tutti  quegli  stati ,  ove  le  rendite  si  cavano  più 
dall'  industria  degli  uomini  che  dalla  natura  de'  luoghi ,  so- 
gliono esser  sempre  più  d'  interesse  a  chi  l' acquista  per 
forza  che  di  profitto.  Le  quali  cose  non  essendo  al  re  Ru- 
berto nascoste,  furon  cagione  che  egli  si  conservasse  sem- 
pre amico  de' Fiorentini,  col  qual  modo  consegui  sempre 
da  loro  in  tutte  le  sue  imprese  molto  più  di  quello,  che  per 
altra  via  non  avrebbe  di  legger  conseguilo. 


Amm.  Vol.  H. 


i 


DELL'  ISTOMl  FIORESTJPIE 

DI 

SCIPIONE   AMMIRATO 

LIBRO    SESTO 
Anni  1322-1326. 


Jll  primo  pensiero  della  città  tornata  in  sua  libertà  nel  primo 
dì  dell'anno  1322,  «nel  quale  cominciò  ad  esercitare  1' uficio 
«  di  podestà  Uberto  de'  Sali  da  Brescia,  come  fece  poi  quello 
«  di  capitano  del  popolo  Bannino  del  già  Guido  da  Polenta,  » 
fu  che  le  mura  e  torri  della  porta  di  S.  Gallo  a  quella  di 
S.  Ambrogio  si  finissero  ,  le  quali  secondo  1'  uso  di  quelli 
tempi  furono  fatte  molto  forti  e  magnifiche  ,  essendovi  molte 
di  quelle  che  aggiugnevano  all'altezza  di  trenta  braccia. 
Fu  anche  fatta  addirizzare  e  allargare  la  strada  che  va  dalla 
piazza  de' Rossi ,  detta  oggidì  S.  Felicita,  alla  porta  di  S. 
Piero  in  Galtolino.  Appresso  veggendo  ella  il  pontefice 
tuttavia  impaccialo  nelle  guerre  lombarde  per  l' inubbidienza 
usata  da'  Visconti  a'  comandamenti  suoi ,  e  in  quelle  della 
Marca  d' Ancona  per  esser  infestata  dall'  armi  di  Federigo 
conte  di  Montefeltro ,  in  tutte  due,  per  non  partirsi  dal  co- 
stume che  anticamente  aveva  tenuto ,  deliberò  di  seguir 
la  fortuna  di  santa  Chiesa.  Quella  della  Marca,  ove  andarono 
molli  fiorentini  con  la  crociata,  la  quale  era  stata  falla  pre- 
dicare dal  papa,  ebbe  felice  successo;  perciocché  il  conte 
Federigo  mentre  per  prepararsi  conlra  le  forze  del  ponte- 
fice cercava  di  raccorre  dagli  Urbinati  suoi  sudditi  una  grande 


84  dell'istorie  fiorentine 

imposizione  di  danari ,  da  quel  popolo  commosso  a  romore 
per  r  acerbità  del  pagamento  ,  fu  insieme  con  un  suo  figliuolo 
tagliato  a  pezzi  il  di  26  d'  aprile ,  poco  dopo  che  in  Fi- 
renze avea  finito  il  magistrato  Bernardo  Caltani ,  e  che  in 
quello  era  entrato  Geri  Giberti.  Onde  in  poco  spazio  di 
tempo  Osimo,  Urbino,  e  Ricanati  si  dettono  alla  Chiesa.  Quella 
di  Lombardia  per  la  potenza  e  sagacilà  de'Visconli  non  cam- 
minò con  quella  facilità ,  avvengachc  il  papa  e  il  re  Ru- 
berto avessero  in  luogo  di  Filippo  di  Valois  fatto  venir  con- 
tro loro  Arrigo  d'  Austria,  fratello  di  Federigo,  eletto  nuovo 
imperadore;  imperocché  Matteo  Visconti  con  la  solita  indu- 
stria seppe  far  in  guisa,  che  corrotto,  come  fu  fama,  con 
danari  Federigo ,  il  costrinse  a  farne  ritornar  tostamente  il 
fratello  in  Germania. 

Mentre  queste  cose  succedevano  fuori ,  non  mancavano 
dell'  usate  turbazioni  in  Toscana ,  e  tutte  con  participazione 
dello  stalo  e  fatti  de' Fiorentini:  conciossiachè  i  Pistojesi 
non  potendo  resistere  a  continui  assalii  di  Caslruccio,  il 
quale  lenendo  il  castello  di  Serravallc  a  tre  miglia  presso  a 
Pistoja  infestava  grandemente  la  loro  città,  fosson  sforzati 
far  tregua  con  lui,  dargli  tremila  fiorini  d'oro  l'anno  per 
tributo,  cacciarne  il  vescovo  per  ribello,  e  tulli  coloro  i 
quali  si  erano  dimostrali  favorevoli  a' Fiorcnlitii;  mentre  con 
continui  ambasciadori  aveano  fallo  instanza  a  qiicl  comune , 
che  non  volesse  spiccarsi  da  loro  per  darsi  in  preda  a  Ca- 
struccio.  Il  quale  accidente  fu  di  grande  molestia  alla  Re- 
pubblica ,  veggendo  che  la  potenza  del  nimico  andava  tut- 
tavia crescendo.  Simile  danno  ebbe  a  riceversi  per  Colle 
di  Valdelsa ,  ove  alcuni  suoi  fuorusciti  congiuntisi  con  al- 
cuni ribelli  fiorentini  entrarono  per  forza  per  volger  la  terra 
a  parte  ghibellina:  ma  i  terrazzani  combaltendo  valorosa- 
mente ripinsero  fuori  gli  usciti  con  morie  e  prigione  di 
molli.  E  per  dare  maggior  sogni  di  amorevolezza  verso  il 
comune  di  Firenze,  alzarono  l'insegne  della  Repubblica,  e 
ordinarono  di  reggersi  a  popolo  secondo  il  costume  fioren- 
tino. Maggiore  rovina  di  tutte  mostrò  esser  quella  di  Siena; 
la  quale  mentre  per  una  briga  naia  tra'  Salimbeni  e  To- 
lomei,  per  aver  i  Salimbeni  uccisi  due  fralclli  di  quella  fa- 
miglia ,    era  per  levarsi  a  romore ,   ebbe   grandissimo    spa- 


LIBRO    SESTO.  85 

vento  d'alcune  genti  de' Pisani,  e  di  Castruccio ,  le  quali 
si  trovavano  in  sul  loro  contado  ;  perchè  ricorsono  per  aiuto 
a  Firenze.  «  Ma  i  Fiorentini  avendo  con  gran  diligenza  man- 
ce dato  il  Polenta  capitano  del  popolo,  Simone  de' Pazzi 
«  e  Iacopo  de' Rossi  cavalieri  con  le  loro  masnade  de'For- 
«  lani,  e  Lotto  da  Quarata  co'  fanti  della  lega  del  Chianti,  li- 
berarono la  città  di  Siena,  e  loro  stessi  d'  un  gran  pericolo; 
sapendo  di  quanto  danno  sarebbe  slato  alle  cose  loro  se 
Castruccio  alla  signoria  di  Lucca  e  alla  nuova  giunta  di  Pi- 
stoja  avesse  accompagnato  lo  stato  di  Siena.  Appena  erano 
le  masnade  de'  Forlani  tornate  di  Siena  a  casa,  che  vennero 
alla  signoria  uomini  e  lettere  de' conti  di  Battifolle  e  de'  si- 
gnori di  Castel  Focognano,  richiedendoli  d'  ajulo  centra  il 
vescovo  d'  Arezzo  ;  il  quale  tolto  a'  conti  con  1'  ajuto  di  Ca- 
struccio il  Castel  di  Fronzoli  posto  sopra  a  Poppi  ' ,  s'  era 
accampato  a  Focognano,  e  lo  stringeva  gagliardamente.  Non 
parve  a'  Fiorentini  di  negar  a  quei  signori  il  loro  aiuto  ,  ri- 
cordandosi massimamente  che  il  vescovo  era  stato  sempre 
contra  di  loro  cosi  nella  battaglia  di  Montecatini  come  in 
ogn' altra  impresa  di  Castruccio.  E  per  questo  mandarono 
primieramente  in  Casentino  i  cavalieri  friolani ,  e  non  molto 
dopo  si  conchiuse  nel  senato  di  dar  loro  soccorso  genera- 
le ;  ma  mentre  s' attendea  a  far  provvisione  di  tutte  le  cose 
necessarie  per  tanto  apparecchio,  avendo  convocato  gli  aiuti 
di  Toscana,  di  Romagna  e  della  Marca,  s'udì  come  per  tra- 
dimento menato  da  un  piovano  di  quei  signori  del  castello, 
Focognano  era  stato  sforzato  arrendersi  a  patti  in  potere 
del  vescovo,  il  quale  senza  attenergli  promessa  alcuna .  su- 
bitamente il  fece  ardere  e  poi  diroccare  infino  a'fondamcnti. 
Non  si  stancarono  per  questo  di  porgere  i  Fiorentini  il  loro 
soccorso  a  tutti  gli  amici  da'  quali  furono  richiesti,  siccome 
fecero  a'  Bolognesi ,  a'  quali  mandarono  centocinquanta  ca- 
valieri .  essendo  la  loro  città  in  timore  per  avere  tentato 
Romeo  de'  Pepoli  lor  fuoruscito  di  rientrar  per  forza  in  Bo- 
logna. 

Parve  cosa  maravigliosa  queir  anno,  che  oltre  quelle  di 
fuori,  quasi  tutte  le  città  di  Toscana  avessera  qualche  scom- 

I   Oggi  è  presso  che  tutto  rovinato. 


86  dell'istorie  fiorentine 

piglio,  siccome  avvenne  a  Pisa  ;  le  turbazioni  della  quale  fu- 
rono solamente  liete  a' Fiorentini  per  l'odio  acerbissimo  che 
era  stato  sempre  anticamente  fra  que'due  popoli,  e  per  ve- 
dere ultimamente,  nonostante  la  pace  procurata  infra  essi  dal 
re  Ruberto  ,  che  di  nuovo  andavano  macchinando  alcuna  cosa 
contra  lo  stato  loro  in  compagnia  di  Castruccio.  Questi  fe- 
mori avevano  avuto  la  medesima  origine  delle  parti,  dalla  qual 
fonte  solevano  in  quelli  tempi  sorger  tutte  le  guerre  civili, 
perchè  Corbino  de'  Lanfranchi  avea  ucciso  Guido  di  Capro- 
na ,  e  a  Corbino  e  a  un  suo  fratello  era  stato  mozzo  il  capo 
a  furore  di  popolo.  Da  questo  era  nato  che  i  Lanfranchi 
giunti  co'  Gualandi  e  co'  Gismondi  aveano  ucciso  tre  grandi 
popolani,  e  parca  che  insieme  con  esso  loro  se  l' intendesse 
il  conte  Mieri ,  il  quale  sotto  titolo  di  capitano  delle  ma- 
snade tedesche  era  signor  della  terra.  Per  questa  cagione  fu 
il  conte  a  rischio  d'  esser  manomesso  dalla  plebe ,  ma  gli 
giovò  r  essersi  Castruccio  con  tutte  le  sue  genti  accostato 
due  volte  in  sul  monte  di  S.  Giuliano.  Contuttociò  non  fu 
quasi  per  poter  riparare  che  non  si  mutasse  stato  per  aspet- 
tarsi in  Pisa  Coscetto  dal  Colle,  per  opera  del  quale  era 
stato  cacciato  Uguccione  della  Fagiuola ,  uccisi  i  Lanfranchi, 
e  molti  altri  mali  seguili  in  Pisa  in  favor  del  popolo  contra 
i  grandi  ;  se  mentre  Coscetto  si  preparava  di  amici  per  en- 
trar nella  terra,  tradito  da  un  suo  compare,  non  fosse  stato 
dato  in  poter  del  conte ,  da  cui  fu  subitamente  fatto  trasci- 
nar per  terra  e  dopo  1'  esser  tagliato  a  pezzi  gettato  nel  fiu- 
me. Cotal  avvenimento ,  ancorché  avesse  alla  fine  piuttosto 
confermata  che  abbattuta  la  signoria  del  conte  Mieri  nimico 
de'  Fiorentini ,  nondimeno  giovava  loro  l' immagine  del  peri- 
colo ,  e  l'avvezzarsi  quel  popolo  con  cosi  fatti  principj  ad 
ardire  contra  la  persona  del  conte  ;  da  che  o  la  rovina  del 
signore ,  o  de'  sudditi,  avesse  necessariamente  a  nascere.  Il 
pericolo  del  conte  Mieri  fece  prender  partito  a  Castruccio , 
spaventato  ancor  prima  per  1'  accidente  del  conte  Federi- 
go da  MontcfeUro ,  a  far  un  gran  castello  in  Lucca  ;  dopo 
le  quali  s'i  grandi  e  diverse  novità  prese  il  gonfaloneralo 
a'  15  di  giugno  Zanobi  Arnolfi  la  seconda  volta ,  nò  quello 
voto  affatto  di  lieti  e  tristi  successi  :  perciocché  ci  ven- 
nero   prestamente    avvisi    della   morte    di  Matteo  Visconti, 


LIBRO   SESTO.  87 

principe  de'  Ghibellini  in  Lombardia  ,  di  cui  benché  fosse- 
ro restali  molti  figliuoli  successori  dello  slato  e  aderenze 
paterne  ,  nondimeno  ei  si  credeva  che  non  avessero  a 
perseverare  nel  governo  con  quella  felicità,  ne  con  quella 
potenza,  per  esser  divisi,  che  avea  fatto  il  padre;  il  quale 
nel  lunghissimo  spazio  della  vita  sua,  essendo  pervenuto  ne 
novantesimo  anno  della  sua  età,  avea  con  costante  fortezza 
provato  i  maravigliosi  scambiamenti  dell'  una  e  dell'  altra  for- 
tuna, e  negli  uni  e  negli  altri  governatosi  con  gran  senno 
e  virtù  ;  il  che  lo  fece  stimare  per  uno  de'  più  savi  e  pru- 
denti principi  de'  suoi  tempi  ;  e  tale  che  forse  non  senza  ra- 
gione meritò  il  cognome  di  grande,  se  l'essersi  con  troppa 
ostinazione  opposto  a'  disegni  del  papa  non  l' avesse  fatto 
morire  in  disgrazia  di  santa  Chiesa,  e  per  questo  giudicato 
indegno  dell'  onore  del  mortorio  e  della  sepoltura.  Dopo  que- 
ste novelle  i  Fiorentini  ordinarono  una  fiera  per  S.  Giovanni 
Decollalo  nel  prato  d'Ognissanti,  ma  per  le  grandi  gabelle 
ella  non  durò  molto  tempo.  Indi  a'  7  di  luglio  si  apprese  il 
fuoco  in  sul  ponte  Vecchio  ,  il  quale  arse  tutte  le  botteghe 
da  mezzo  il  ponte  in  qua ,  e  tornato  ad  appiccarsi  di  nuovo 
di  là  ad  un  mese,  come  se  fosse  fatto  artatamente,  tutte  ab- 
bruciò r  altre  botteghe  dall'  altro  lato  di  là  insieme  con  le 
case  de'  Mannelli,  «  e  per  le  botteghe  fu  poi  di  settembre 
«  ordinato  che  si  rifacessero  ».  Ebber  gli  antichi  scrittori 
cura  di  celebrare  in  questi  tempi  il  sottile  ingegno  d'  un  ar- 
tefice sanese,  il  quale  fece  sonare  la  grande  campana  del 
popolo  a  distesa  da  due  soli  uomini ,  che  appena  dodici  po- 
teano  far  sonare,  di  che  meritò  cortese  riconoscimento  dalla 
Repubblica.  Ne  io  son  per  lacere  quello  che  in  leggendo 
questa  storia  al  granduca  Cosimo  sentii  da  lui,  questa  cam- 
pana al  peso  di  ventisetlemila  libbre  esser  ascesa  ,  e  il  suo 
suono  tredici  miglia  di  lungi  essersi  sentito. 

Intanto  avendo  la  città  «dov'era  venuto  nuovo  podestà 
«  Filippo  de' Gabrielli  d'Agubbio  »  in  poco  spazio  di  tem- 
po messo  in  ordine  un  esercito  tra  di  sue  genti  e  di  amici 
di  ducmilacinquecento  cavalieri  e  di  quindicimila  pedoni , 
quel  che  avesse  avuto  in  animo  di  fare ,  inaspettatamente  fu 
licenziato  il  nono  giorno  d'agosto  con  ammirazione  de'  cit- 
tadini ,  a  notizia  de'  quali  (  il  che  non  era  altre  volle  avve- 


88  dell'istorie  fiorentine 

nulo  )  non  pervenne    mai  quel    che    con  così  fallo  apparalo 
avesse  allora  la  signoria  procaccialo    di  fare.  Né    piccolo  fu 
il  sospello  de' Pisani ,  degli  Arelini  e  di  Caslruccio;  i  quali 
prima  che  vedessero  cotante  genti  licenziate  molto   temeron 
delle  lor  cose.  Prese  poi  il  gonfalonerato  Rinieri  del  Fores^s 
pieno  ancor  esso  di  simili  varietà  :  coneiossiachè  i  Pisani ,  i 
quali  nonostante   la  lega   di   Caslruccio  non  s'  erano    affatto 
pubblicati    nimici    de' Fiorentini ,   sotto    colore  d'aver    fatto 
nuove  gabelle ,  ruppono  loro  le  franchigie,  nò  per  molti  am- 
basciatori che  dal  gonfaloniere  e  da'  priori  vi  si  mandassero 
si  potè  ottener  cosa  alcuna.  Non  poterono  allora  i  Fiorentini 
vendicarsi    dell'  ingiurie  che  parca  loro   ricevere  da'  Pisani , 
riserbando   la  vendetta  a   più  comodo   tempo  ;  e   tra   tanto 
avendo  segrete  pratiche  con  alcuni  del    castello  di  Caposel- 
voli  di  Val  d'Ambra,  il  qnal  castello  dalla    venuta  dell' im- 
pcradore  Enrico  era  stato   tenuto   dagli  Aretini,  feciono   in 
modo   che    l' ebbero    a   patti.  I  soldati  i   quali  erano    nella 
rocca,  si  difcsono  per  molti  d'i  con  speranza  d'  aver  soccorso 
dagli  Arelini.  Ma  i  Fiorentini  vi  cavalcarono  grossi  in  modo 
che  a  quelli  d'  Arezzo  non  bastò  l' animo  di  muoversi,  e  a' sol- 
dati   della  rocca    veggendosi  abbandonali ,  convenne   ancora 
ad  essi  d'arrendersi.  Erano  le    genti  a  Caposelvoli,  quando 
comparirono    nel  senato    gli    ambasciatori  de'  Bolognesi ,  ri- 
chiedendoli d'  aiuto  contra  Cane  della  Scala  signor  di  Vero- 
na, e  contra  Passerino  signor  di  Mantova,  i  quali   postosi  a 
campo  a  Regi^io ,  accennavano  di  volerne  venire  a    combat- 
tere a  Bologna.  I  Fiorentini  1'  accomodarono  di  trecento  ca- 
valieri ,  mostrando  come  di  più  non  poteano  per  i  contrasti 
che  aveano  in  Toscana  ;  la  qual  gente  arrivata  che  fu  a  Bo- 
logna, i  nimici  si  partirono  dall'assedio  per    tema,  come  si 
disse,  non  tanto  de'Fiorenlini ,  quanto  del  duca  di  Chiaren- 
tana e  del    conte   di  Gurizia,  i  quali  si  dubitò   che   per  co- 
mandamento dell'  imperadore  fossero  per  venire    sopra  Ve- 
rona e  Vicenza.  Ricuperalo  Caposelvoli ,  e  dato  queir  aiuto 
agli  amici,  che  era  parulo  loro  conveniente,   la    Repubblica 
deliberò  di  rifar  il  castello  di  Casaglia  sopra  l'Alpe,  il  quale 
era  slato  già  rovinato  di  ordine  del  conte  di  Battil'olle  a  Si- 
nibaldo ,  quando  si  trovava    in  bando  de' Bianchi:  e  vollono 
che  si  levasse  un  passaggio    che  il  detto  conte  vi  facea  rac- 


LIBRO   SESTO.  89 

cogliere;  e  non  prima  che  allora  ripresone  la  signoria  di 
tutte  quelle  villate  che  erano  sotto  il  castello  d'  Ampinana 
in  Mugello ,  allegando  averlo  compralo  infm  dell'  anno  1291, 
ancora  che  alcuni  di  quelli  signori  che  per  cagione  di  ere- 
dità vi  pretendcvan  ragione  fossero  venuti  in  Firenze  ,  e 
cercato  di  tirar  la  quistione  in  giudizio.  Vennero  poscia  gli 
Ubaldini  per  gare  nate  infra  di  loro  medesimi  a  darsi  insie- 
me co'  loro  fedeli  alla  signoria  :  da  cui  ebber  promessa  d'  es- 
ser tratti  d'ogni  bando,  e  di  esser  fatti  esenti  di  gravezze 
per  due  anni  ;  ma  per  lutto  ciò  risorte  le  guerre  di  Castruc- 
cio ,  gli  Ubaldini  non  perseverarono  nella  fede  data  più  di 
quello  che  per  1'  addietro  s' avesscr  fallo ,  essendo  usi  leg- 
giermente a  mutarsi  secondo  gli  accidenti  delle  cose.  Era 
appunto  presso  il  fine  di  deporre  il  suo  magistrato  Rinieri 
del  Forese,  quando  s'udì  che  Piacenza  era  stata  ribellata 
per  opera  d'  Obizo  Landò  a  Galeazzo  Visconti  suo  signore, 
il  quale  fu  di  grandissimo  conforto  alla  città,  parendo  che 
quel  che  poco  innanzi  s'  era  antiveduto  de' figliuoli  del  gran- 
de Matteo  ,  incominciasse  tostamente  a  riuscire.  Ma  questa 
allegrezza  crebbe  ancor  mollo  più  preso  che  ebbe  il  gonfa- 
lonerato  Albizo  Soderini  «  e  venuto  nella  città  nuovo  capi- 
a  lano  del  popolo  Cione  de'Tebaldi  da  Città  di  Castello  »,  es- 
sendo giunte  novelle  ,  come  a  Galeazzo  si  era  anche  ribellata 
la  stessa  città  di  Milano  capo  del  suo  imperio,  e  egli  cac- 
ciatone fuori  con  vergogna,  e  danno  de' suoi;  la  qual  letizia 
fu  sentita  tanto  vivamente ,  giudicando  che  per  questa  via  le 
guerre  di  Lombardia  avessero  a  terminare ,  sapendo  quanto 
importasse  alla  somma  di  tutte  le  cose  che  alla  parte  ghi- 
bellina mancasse  un  appoggio  tanto  notabile,  che  in  Firenze 
se  ne  fecero  giostre  e  feste,  come  nelle  solenni  e  pubbli- 
che allegrezze  di  una  città  si  suol  costumare,  ignorante 
nondimeno  del  presto  mutamento  della  fortuna,  non  essendo 
più  tardi  che  nel  fine  del  detto  gonfalonerato  rientrato  (ia- 
leazzo  in  Milano ,  e  poco  appresso  a  grido  di  popolo  fattosi 
far  signore  della  terra. 

Ma  le  discordie  de'  Sanesi  tirarono  un'altra  volta  le  genti 
de' Fiorentini  in  quella  città,  ove  furono  mandati  trecento 
cavalieri  e  mille  pedoni  insieme  col  capitano  del  popolo  e 
con  molti  altri  principali  cittadini  sotto  titolo  d' ambasciadori 


90  dell'istorie  fiorentine 

per  metter  pace  Ira  le  parti:  ma  non  solo  non  feciono  per 
allora  alcun  effetto ,  anzi  furono  ingratamente  incolpali  di 
tradimento.  Avea  Deo  Tolomei  ribello  di  Siena,  per  trattato 
tenuto  dal  vescovo  d'Arezzo  e  da  alcuni  suoi  particolari 
amici  di  Firenze  ,  corrotto  cinque  conneslabili  oltramontani 
con  le  loro  masnade  in  numero  di  dugento,  i  quali  erano  al 
soldo  de'  Fiorentini ,  e  con  costoro  e  con  la  gente  del  ve- 
scovo e  con  cento  cavalieri  d'Orvieto  avea  preso  il  castello 
d' Asinalunga  e  quel  di  Torrita ,  e  essendo  ben  cinquecento 
uomini  a  cavallo  sotto  nome  di  compagnia ,  aveano  predato 
e  corso  tutto  il  paese  di  Siena  senza  trovar  contrasto  veruno. 
Ora  nonostante  che  i  Sanesi  avessero  chiesto  aiuto  a'  Fio- 
rentini, e  che  da  essi  fosse  stato  loro  mandato  con  mirabii 
prontezza ,  temevano  tuttavia  che  il  movimento  di  Deo  e 
una  tal  impresa  non  potesse  essere  stala  fatta  senza  loro  sa- 
puta. E  per  questo  non  vollono  udir  cosa  alcuna  d'  accordo, 
che  da'  Fiorentini  fosse  slata  proposta  ;  talché  quelli  scom- 
pigli durarono  per  molti  giorni  dell'anno  seguente,  ne' pri- 
mi mesi  del  quale  fu  tratto  igonfaloniere  Teghia  Tolosini , 
nel  cui  tempo  sedè  de'  signori  Boccaccio  Ghibellini  padre 
del  Boccaccio.  Fu  il  principio  di  quest'anno  siccome  era 
stato  il  fine  del  passato  molto  aspro,  sì  per  li  freddi,  i  quali 
furono  grandi ,  e  sì  per  la  carestia ,  la  quale  afflisse  molto 
non  che  Firenze  e  Toscana ,  ma  quasi  tultta  Italia.  Ma  nò 
la  fame  né  la  difficoltà  de'  tempi  vietò  che  non  si  mandas- 
sero gli  aiuti  domandati  dal  papa  per  le  guerre  di  Lombar- 
dia. Partirono  a  calen  di  febbraio  dalla  città  dugento  ca- 
valieri insieme  coi  capitani  e  ambasciadori  della  Repubblica, 
«  e  riuscì  questa  impresa  prospera  con  lode  di  Filippo  Gab- 
«  brielli  d'  Agubbio  ,  uscito  di  podestà ,  e  in  suo  luogo  en- 
ee Irato  il  primo  dì  dell'  anno  Ridolfo  de'  Grassoni  o  Gar- 
«  soni  da  Vignole,  e  d'Urlimbacca  tedesco,  amendue  connesta- 
«  bili  de' Fiorentini,  »  i  quali,  essendosi  l'esercito  ecclesiastico 
incontralo  con  quel  de'  Visconti  in  sulla  riva  d'  Adda ,  e  una 
parte  di  essi  incominciato  a  esser  danneggiato  da'  nimici  per 
aver  passato  prima  il  fiume,  ed  essersi  dilungato  alquanto 
daH'  altre  genti ,  toslaracnle  vedendo  il  disordine  si  posero 
a  passare  ,  e  giunti  in  aiuto  dei  loro  ,  i  quali  tuttavia  pie- 
gavano, in  prima   fermarono  gli  amici,  poi  dando  con  gran 


LIBRO   SESTO.  91 

vigore  addosso  a'  nimici  sparti  agevolmente  li  ruppono,  molti 
ne  uccisero,  e  non  piccolo   fu  il  numero   de' prigioni,  fug- 
gendo dall'ardore  della  battaglia  con  gran  tema   di  non  es- 
ser preso   Marco  Visconti  capitano   dell'  esercito   milanese , 
uno  de'  figliuoli  del  morto  Matteo  ;  il  quale   nell'  assedio   di 
Genova  era  stato  cotanto  ardito ,  che  avea  mandato  a  sfidare 
il  re  Ruberto  che  uscisse  a  combatter  seco  da  corpo  a  cor- 
po.  La   qual   temerità   penetrata  profondamente   nell'  animo 
reale  diede  da  credere  che  egli  l' avrebbe  bruttamente  fatto 
impiccare ,  se  fosse   in  quella   giornata  stato   fatto  prigione. 
Questa  rotta  accadde  a'  25  di  febbraio,  dieci  dì  dopo  che  era 
entrato  gonfaloniere  Giotto  Angiolotli  ;  costor  fur  poi  delti 
Fantoni.  Ma  ne  il  suo   magistrato  fu  nel   mezzo   così  felice 
come  era  stato  in  principio ,  nò  i  capitani  de'  Fiorentini  eb- 
bono  quella  ventura  a  casa  che  gli  altri  loro  compagni  avea- 
no  avuto  di  fuori;  perciocché  Castruccio,  non  contento  d'aver 
fatta  sua  tributaria  Pistoja ,  ardendo   d' incredibile  desiderio 
d' insignorirsi  delle  terre  della  montagna,  subitamente  mosse 
lor  guerra ,  e  quelle  vergendo  che  i  Pistojesi  per  paura  di 
sé  medesimi  non  ardivano   difenderle,  ricorsono  a' Fiorenti- 
ni ,  da'  quali  fu  mandato  loro  un  numero  conveniente  di  ca- 
valieri e  di  fanti  per  guardia  del  paese,  confidando  parte  con 
quel  soccorso    e  parte   con  l' asprezza   del  tempo  ,  essendo 
tuttavia  la  montagna   piena   di  grandissime   nevi,   di  poter 
resistere  al  nimico.   Ma  Castruccio    superando    le   difiìcoltà 
de'  ghiacci  e  del  freddo ,  avendo  fatto  smontare  i  suoi  cava- 
lieri a  piede ,  fu  il  primo  ad  assalir  i  passi  che  erano  sopra 
Lucchio,  e  fu  conosciuto  non  esser  fondamento  più  vano  nei 
consigli  militari ,  che  far   assegnamento  in  quel  che  può  la- 
sciar di  fare  il  nimico  ;  conciossiachè  ogni  volta  che  essendo 
egli  prode  e  sollecito  non  pretermetta  cosa  alcuna,  colui  che 
viene  ingannato  dalla  credenza  su  la  quale  si  trova  fondalo, 
facilmente  rovina.  I  soldati  de'  Fiorentini  vcggendo  contra  la 
loro  opinione  Castruccio  aver  preso  con  terribile  ostinazione 
i  passi ,  si  ritirarono  alle  fortezze  :  ma  ne  quelle  difesero  con 
maggior  virtù  che  aveano  fatto  i  passi;  essendosi  senza  pur 
sostenere  una   piccola   scaramuccia   arreso   a   patti   Lucchio 
fortissimo  castello  il  dì  17  di  marzo.  «  Del  qual  mese  furo- 
re no  lette  le  lettere  del  papa ,  che  presentò  in  senato  Alesso 


92  dell'  istorie  fiorentine 

«  Rinucci  in  ritornando  dalla  sua  ambasceria  d' Avignone  ; 
«  nelle  quali  venendo  lodato  la  Repubblica  de'  dugento  ca- 
«  valli  destinali  per  Lombardia,  gli  concedè  che  il  clero  con- 
«  corresse  alla  contribuzione  della  spesa  delle  mura  della 
«  città,  nella  quale  parendo  a' preti  d'essere  aggravati,  fu 
«  il  ponteGce  costretto  a  dichiarare  ,  che  pagassero  in  tutto 
«  diecimila  Hre  usuali ,  o  che  fabbricassero  a  loro  spese  sei- 
«  mila  braccia  quadre  delle  dette  mura.  Si  contentò  ancora 
«  il  papa  di  prolongar  il  tempo  al  comune  di  pagarli  cinque- 
«  mila  fiorini  d'  oro  riscossi  già  delle  decime  sessenali  poste 
«  da  Clemente  V  nel  concilio  di  Vienna  per  aiuto  di  Terra 
«  Santa,  e  depositati  appresso  al  pubblico  dal  già  vescovo 
«  Antonino.  Non  rinvengo  già  che  il  Rinucci  riportasse  ri- 
«  soluzione  per  la  promozione  del  vescovo  alla  Chiesa  fio- 
«  rentina ,  la  quale  secondo  che  scrive  il  Borghino  vacava 
«  di  due  anni  ».  I  Fiorentini  pensando  per  un  trattato  d'avere 
il  ponte  di  Cappiano  su  la  Gusciana ,  e  in  questo  modo  po- 
ter vendicare  la  vergogna  ricevuta  a  Lucchio ,  mandarono  le 
lor  cavallatc  e  i  soldati  infmo  a  Empoli,  ma  venendo  fallito 
loro  il  disegno ,  se  ne  tornarono  a  casa  scherniti  dell'  una 
impresa  e  dell'  altra.  Le  quali  avversità  mitigò  la  nuova 
d'Alessandria,  che  s'era  ribellata  a' Visconti  e  datasi  alla 
Chiesa .  e  non  molto  dopo  1'  avviso  pubblicato  da  Pugio  di 
Jacopo  Monti  (famiglia  conforme  che  mi  disse  già  in  Parigi 
Zaccaria  Monti  spenta  in  Firenze,  ma  che  ben  ne  viveano 
in  Brettagna)  su  i  primi  di  del  suo  gonfalonerato  della  se- 
conda rotta  di  Marco  Visconti ,  a  cui  presso  a  Moncia  in  un 
luogo  detto  la  Gargazuola  il  d'i  19  d'aprile,  mentre  andava 
per  impedire  le  vettovaglie  all'  esercito  ecclesiastico,  venuto 
alle  mani  co'  nimici,  erano  stali  ammazzati  quattrocento  cava- 
lieri ,  tolte  diciasette  bandiere  ,  fatti  prigioni  e  uccisi  molli 
fanti  a  piede  ,  guasti  più  di  secento  cavalli ,  e  finalmente 
sconfìtto  tutto  il  suo  esercito ,  ed  egli  salvatosi  con  tutte 
r  altre  genti  più  per  beneficio  della  notte  che  per  industria 
alcuna  militare  :  la  qual  vittoria  fu  ricevuta  tanto  più  lieta- 
mente quanto  che  era  slata  con  pochissimo  danno  degli  ec- 
clesiastici, non  vi  essendo  tra  morti  e  presi  restati  più  di 
venticinque  a  cavallo,  tra" quali  fu  uno  de'  connestabili  de' Fio- 
rentini, mentre  dilungatosi  da' suoi  nella  lunga  caccia  de' ni» 


LIBRO   SESTO.  93 

mici  restò  in  poter  de'  vinti.  Questi  prosperi  successi,  «  es- 
ce sondo  arrivato  alla  città  il  primo  di  maggio  Albcrtaccio 
«  de'Visdomiiii  da  Piacenza  nuovo  capitano  del  popolo  », 
commossono  i  Fiorentini  e  particolarmente  il  gonfaloniere, 
lieto  che  il  principio  del  suo  magistrato  fosse  stato  felice,  a 
tentare  di  vendicarsi  di  Castruccio;  e  per  questo  feciono  con 
grandissima  diligenza  venir  di  Napoli  per  loro  generale  il 
conte  Beltramo  del  Balzo  cognato  del  re,  capitano  altre  volte 
da  loro  rifiutato.  «  ed  era  stato  eletto  a  tal  carica  (in  dal 
«  gonfaloniere  Tolosini  a'  4  di  febbraio  » ,  e  mandatolo  a 
chiamare  per  Donato  degli  Acciainoli  e  Simone  Peruzzi  .  il 
(juaic  arrivò  a  Firenze  con  dugcnto  cavalieri  il  dì  IT  di  mag- 
gio ,  «  dove  arrivarono  altre  lettere  del  pontefice,  con  le 
«  quali  ricercava  la  signoria  di  voler  dar  aiuto  all'  abate  di 
«  S.  Saturnino  rettore  della  Marca  per  ridurre  alla  devozio- 
«  ne  della  Chiesa  Fermo  e  Fabriano,  i  quali  luoghi  gli  s'  era- 
«  no  ribellali  ».  S'  era  tra  tanto  tenuto  occulte  pratiche 
co'  Genovesi  di  venir  per  terra  e  per  mare  sopra  Castruccio, 
e  disoccupargli  per  trattalo  il  castello  di  Buggiano  con  più 
altre  castella  di  Valdinicvole.  «  Tutti  questi  pensieri  non 
«  poterono  ne'  Fiorontini  rilardare  la  gratitudine  dovuta  a'  ser- 
«  vizi  ricevuti  dal  ^ià  conte  Ugolino  giudice  di  Gallura,  e 
u  la  pietà  ,  vedendo  priva  la  conlessa  Giovanna  sua  figlinola 
«  de' beni  occupatigli  da' Ghibellini;  perche  gli  fu  dato  dal 
a  pubblico  assegnamento  da  potersi  intrattenere  per  qualche 
«  tempo  ».  Ma  non  e  cosa  mai  stata  più  dannosa  ai  grandi 
parimente  e  a'  piccoli  imperi  (  il  che  pure  abbastanza  con 
somma  infamia  e  vitupero  della  milizia  cristiana  abbiamo  co- 
nosciuto a'  presenti  giorni  )  che  le  gare  e  le  quistioni  delle 
precedenze  de'  capitani  :  perciocché  Jacopo  Fontanabuona  . 
il  quale  con  grandi  segni  di  fedeltà  e  di  valore  avea  infino 
a  queir  ora  co'  suoi  Forlani  servito  la  Repubblica,  rammari- 
candosi tra  se  medesimo  che  il  conte  Beltramo  fosse  venni ;> 
a  levargli  la  prerogativa  che  infino  a  queir  ora  gli  pareva 
d'aver  avuto,  e  dolendosi  che  olire  il  carico  dell'onore  gli 
fosse  anche  scemato  il  soldo .  e  la  sua  gente  compartita  sotto 
più  insegne,  prese  partito,  non  potendo  tollerare  così  fatte 
ingiurie,  di  passar  a  Castruccio.  come  volesse  render  eguale  Kt 
macchia  del   suo   tradimento   al   danno  de' Fiorentini:  né   fu 


9%  dell' isTOurE  fiorentine 

dubbio  alcuno  con  la  passala  di  lai  capitano  e  di  tali  squa- 
dre di  Forlani  essere  affallo  stato  sovvertilo  tutto  l'ordine 
della  loro  impresa;  il  qual  successo  recò  grandissima  dilTi- 
coltà  al  magistrato  di  Guerriante  Marignolli  la  seconda  volta; 
poiché  Castruccio  aggiunte  alle  forze  sue  quelle  de'  Forlani, 
avendo  messo  insieme  un  esercito  di  ottocento  cavalli  e  di 
ottocento  pedoni,  si  volle  servir  dell'  occasione,  e  passato  la 
Gusciana,  in  pochi  dì  danneggiò  aspramente  Fucecchio,  S. 
Croce ,  e  Castelfranco  ;  nò  quivi  ritenendosi  passò  Arno ,  e 
diede  il  guasto  a  Montopoli,  e  tornato  in  su  1'  Elsa  fece  gran 
danno  a  S.  Miniato  ;  onde  si  tornò  a  Lucca  quasi  trionfan- 
do: ne  i  Fiorentini  ancora  che  avessero  ragunato  le  loro 
amistà  ardirono  mai  di  farsi  contra  il  nimico  ;  ma  da  indi  in 
là  attesono  a  guardar  le  frontiere  :  la  qual  timidità  porse  ani- 
mo a  Castruccio  di  proceder  più  innanzi  ;  il  quale  avendo 
ricerco  quelli  di  Prato ,  che  dovessono  esser  suoi  tribularj 
a  quella  guisa  che  aveano  fatto  i  Pistojesi,  l  aveano  ricu- 
sato :  onde  egli  accampatosi  con  secento  uomini  a  cavallo 
e  quattromila  pedoni  alla  villa  d'  Aiuolo  poco  più  d'  un  mi- 
glio lontano  di  Prato  ,  mostrava  di  venirne  alla  terra ,  e  di 
volerla  in  ogni  modo  occupare  per  forza.  Non  aspettarono  i 
Fiorentini  in  cosi  fatto  caso  d'esser  richiesti  da' Pratesi, 
imperocché  oltre  il  danno  degli  amici  loro ,  si  trattava  dei 
proprj  interessi,  ma  tosto  che  ebbono  la  novella  che  Ca- 
struccio era  ad  Aiuolo  '  ,  serrarono  le  botteghe ,  e  a  gara 
corsono  ad  armarsi ,  e  uscir  popolo  e  cavalieri  per  raffrenar 
la  temerità  del  troppo  ardito  nimico.  Fu  tanto  l'ardore 
de'  Fiorentini  in  questa  impresa ,  che  olire  le  persone  loro 
stesse  furono  molti  cittadini  così  de' grandi  come  de' popo- 
lani i  quali  assoldarono  delle  masnade  a  loro  spese,  e  con- 
-dussonle  nel  campo,  e  il  gonfalonier  co' priori  mandarono 
un  bando,  che  qualunque  sbandito  guelfo  si  rappresentas- 
se nell'esercito,  e  desse  il  suo  nome  tra  gli  altri,  sarebbe 
tratto  fuori  d' ogni  bando  ;  le  quali  provvisioni  furono  ca- 
gione che  il  dì  che  seguì  dietro  all'  editto  ,  furono  conti  in 
Prato  millecinquecento  cavalieri  e  ventimila  pedoni.  Ira'  quali 
n'  erano  quatlroraila  sbandili,  genie  fiera,  e  da  impiegarla  in 

1   \  illaggio  nel  piano  ili  Prato. 


LIBRO   SESTO.  95 

Ogni  gran  fazione.  Castruccio  non  si  conoscendo  alto  a  poter 
contrastar  con  si  gran  numero  di  nemici,  fece  il  medesimo  che 
i  Fiorentini  due  anni  addietro  avcan  fatto  a  lui ,  quando  sotto 
Guido  della  Petrella  lor  capitano  fuggendosi  di  notte  tacita- 
mente dal  campo ,  si  salvarono  a  Fucecchio  ;  perciocché  la 
notte  dei  3  di  luglio  (  nel  qual  dì  aveano  i  Fiorentini  disegnato 
di  voler  combattere ,  ed  egli  avea  dato  segni  di  non  abbor- 
rir  la  battaglia)  partitosi  con  gran  silenzio  dagli  alloggiamenti, 
passò  r  Ombrone ,  e  non  si  fermò  mai ,  finche  non  si  vide 
condotto  a  Serravalle.  Subito  che  la  partita  fu  nota,  s'inco- 
minciò a  disputare  nel  campo  de'  Fiorentini ,  se  si  dovesse 
Castruccio  seguitare  o  lasciarlo  andar  via.  I  nobili  serven- 
dosi di  quella  volgar  sentenza  ,  che  a  chiunque  fugge  si 
deono  fare  i  ponti  d'  oro .  dicevano  che  dovca  lor  bastare 
d'  aver  liberalo  Prato  e  d'  aver  messo  in  fuga  il  nimico.  Il 
non  contentarsi  del  dovere  non  esser  altro  che  un  tentare 
Iddio,  e  che  senza  andar  cercando  gli  antichi  esempi,  si  ri- 
cordassero di  quello  che  avvenne  loro  a  Montecatini,  quan- 
do per  non  aver  voluto  lasciar  andar  Uguccione  in  pace,  si 
tiraron  addosso  la  mala  ventura.  11  popolo  allegando  che 
queste  cose  fosser  dette  da'  nobili,  non  perchè  così  le  sen- 
tissero, ma  per  invidia  e  malivoglienza  che  aveano  allo  stato 
popolare,  e  perchè  (  come  da  alcuni  di  essi  si  era  sentito 
mormorare  )  non  poteano  patire  queir  ordine  di  giustizia , 
che  r  uno  nobile  fosse  tenuto  per  lo  malefizio  dell'  altro  , 
con  alte  voci  esclamarono  che  si  andasse  dietro  a  Castruc- 
cio ,  e  se  pure  egli  si  era  ridotto  in  luogo  salvo,  entrassero 
armati  su  quel  di  Lucca,  e  non  volessero  perder  1'  oppor- 
tunità di  così  nobile  esercito,  nel  quale  tuttavia  si  aspetla- 
tavano  nuove  genti  e  aiuti.  Le  cagioni  non  esser  pari  ,  nò 
per  questo  averne  sempre  a  temere  i  medesimi  fini.  Ag- 
giugnevano  esser  cosa  da  savi  il  saper  conoscere  e  usare  i 
favori  della  fortuna  ;  ed  essendo  poco  innanzi  venute  no- 
velle nel  campo,  come  le  genti  che  essi  aveano  nell'  eser- 
cito della  Chiesa,  il  quale  s'  era  ridotto  intorno  a  Milano, 
aveano  il  dì  di  S.  Giovambatista  fatto  correr  il  palio ,  mo- 
stravano che  non  dovean  tante  genti  che  aveano  in  casa 
propria  ceder  di  virtù  ad  alcune  poche  squadre  che  tene- 
vano in  Lombardia:  ma  lutto  era  indarno  ;  perciocché  i  no- 


96  dell'istorie  fiorentine 

bili  metlendo  innanzi  il  beneficio  comune  replicavano  che 
non  conveniva  agli  uomini  pratici  e  intendenti  della  guerra 
avventurar  lo  stato  della  Repubblica  per  i  temerari  voti  della 
plebe,  e  che  se  pure  voleano  rimirare  piìi  indietro  f  e  non 
raffrenava  la  loro  insolenza  quello  che  era  di  fresco  acca- 
duto a  Montecatini  )  si  volgessero  per  la  memoria  di  quanta 
rovina  furono  alla  loro  Repubblica  gli  audaci  conforti  dello 
Spedilo  ;  quando  chiamando  vili  e  timidi  i  prudenti  consigli 
di  Tegliiaio  degli  Adimari,  rovinò  precipitosamente  lo  stato 
de'  Guelfi  in  quella  sanguinosa  e  non  mai  dimentichevole 
rotta  dell'  Arbia  ;  e  che  piacesse  a  Iddio  che  un  dì  i  Fio- 
rentini non  s'  avessino  a  pentire  di  quel  vano  palio  corso 
intorno  le  mura  di  Milano.  La  cosa  era  ridotta  in  contesa, 
né  il  capitano  era  sufficiente  ad  accordar  questo  litigio.  On- 
de si  mandarono  ambasciadori  al  senato,  afiinchè  deliberasse 
se  r  esercito  dovca  entrar  nel  paese  de'nimici,  o  tornarne 
in  Firenze.  In  un  momento  la  discordia,  la  qual  era  nel  cam- 
po, parve  che  insieme  con  gli  ambasciadori  fosse  entrata  ne- 
gli animi  de'  senatori ,  essendosi  incontanente  il  palazzo  ri- 
pieno delle  medesime  quistioni  ;  e  chi  volca  che  si  seguisse 
r,astruccio ,  e  a  chi  parca  che  in  ogni  modo  1'  esercito 
s'  avesse  a  licenziare,  e  che  dovea  bastar  quello  che  infino 
a  queir  ora  s'  era  fatto.  Gli  autori  delle  sentenze  erano  i 
medesimi,  il  popolo  consigliava  1"  andare,  e  questo  era  se- 
guito da  tutta  la  plebe  minuta.  Da'  nobili  si  persuadeva  il 
contrario,  e  1'  autorità  di  costoro  (benché  non  avessero  parte 
nel  priorato,  per  quella  invecchiata  benché  odiosa  riputa- 
zione della  nobiltà  )  non  era  piccola.  Il  gonfaloniere  e  i 
priori,  come  che  fossero  popolari  ,  nondimeno  erano  fatti 
tardi  a  deliberare  dalla  grandezza  della  cosa,  avendo  con- 
tinuamente innanzi  1  immagine  delle  due  meraorabih  rotte 
dell'  Arbia  e  di  Montecatini.  Ma  i  fanciulli  (  acciocché  ogni 
condizione  e  stalo  di  uomini  s'avesse  a  gloriare  d'aver 
avuto  autorità  in  Firenze)  lolsono  queste  dubbiezze.  Co- 
storo mossi  0  da  proprio  impeto,  o  pure  spinti  innanzi  dal- 
l' infima  plebe,  ma  ben  seguitati  poi  da  essa ,  se  ne  vennero 
in  grandissimo  numero  nella  piazza  de'  priori ,  e  gridando 
battaglia,  e  muoiano  i  traditori,  avendo  i  grembiuli  pieni  di 

sassi,   incominciarono  a  trarre    con    grandissima    furia   alle 


LIBRO   SESTO.  97 

finestre  del  palagio.  Cosa  raostmosa  a  dire ,  la  maestà  del 
gonfaloniere,  de' priori,  de' dodici  buoni  uomini,  e  di  tutto 
il  senato  insieme  violata  dalle  brutte  e  disoneste  domande 
della  feccia  del  popolo  minuto  !  Convenne  lasciarsi  girare  se- 
condo le  sue  voglie  ,  e  così  deliberarono  che  '1  campo  do- 
vesse senz'  altra  disputa  passar  nel  territorio  di  Lucca. 

Avviaronsi  per  questo  le  genti  per  la  via  di  Carmignano 
a  Fucecchio  ;  ma  non  perciò  furon  più  pronti ,  arrivali  in 
quel  luogo,  ad  entrar  nel  paese  de'  nimici  ;  conciossiachè  ri- 
cordando i  nobili  le  medesime  cose  dette  a  Prato,  e  a  quelle 
aggiugnendo  delle  nuove  ,  ricusavano  di  dover  in  conto  al- 
cuno metter  il  piò  di  là  della  Gusciana.  I  passi  esser  molto 
ben  fortificati.  Caslruccio  se  fuor  del  suo  era  stato  sempre 
superiore  a'  Fiorentini,  quanto  maggiormente  dover  esser  in 
casa  propria.  Ricordassonsi  aver  egli  due  volte  dato  il  gua- 
sto a  quei  luoghi,  ove  ora  erano  accampati,  e  1'  una  caccian- 
dosi innanzi  1'  esercito  loro  spaventato  ,  e  perduto  d'  animo. 
L'arte  della  guerra  esser  meglio  conosciuta  e  trattata  da  lui 
che  da  capitano  che  allora  vivesse  in  Italia  ,  ed  esser  tanto 
superiore  di  scienza  militare  ad  Uguccione,  di  quanto  Uguc- 
cione  andò  innanzi  al  prenze  di  Taranto ,  di  cui  però  non 
era  miglior  capitano  il  conte  Beltramo  (  benché  queste  cose 
dicesser  con  parole  diverse ,  ma  con  sentimenti  medesimi  ). 
Mostravano  1'  esercito  loro  esser  tumultuario  ,  e  per  questo 
da  farvi  leggier  fondamento  ;  quel  di  Castruccio  esser  di  sol- 
dati vecchi ,  che  si  conoscevano  l' un  1'  altro ,  e  per  questo 
esser  l' ardir  di  ciascuno  accresciuto  dalla  confidenza  del 
compagno.  E  che  già  si  era  incominciato  a  scorger  per  Tarli 
tenute  da  quel  capitano,  che  non  più  il  numero  ma  la  qua- 
lità delle  genti  era  quella  che  acquistava  le  vittorie;  essendo 
egli  il  primo  da  cui  la  milizia  italiana  per  lo  spazio  poco 
meno  di  mille  anni  seppellita ,  era  quasi  di  sotterra  risusci- 
tata, riducendo  le  cose  che  eran  sottoposte  all'  impeto  della 
forza  e  della  moltitudine  ad  ingegno  e  ragione.  La  felicità, 
parte  maggiore  di  tutte  l' imprese,  esser  in  lui  non  solo  gran- 
de ma  maravigliosa  ;  nò  cosa  più  spaventava  i  Fiorentini  che 
la  straordinaria  fortuna  di  Castruccio  per  mezzo  di  tante  dif- 
ficoltà e  da  cosi  bassi  principj  penetrata  a  sì  notabil  gran- 
dezza, trovandosi  nel  campo  di  coloro,  i  quali  si  ricordavano 

Amm.  Vol.  il  7 


98  dell'istorie  fiorentine 

averlo  veduto,  essendo  ancor  egli  piccol  garzone,  discaccialo 
col  suo  padre  Geri  di  Lucca  per  lo  nome  della  parie  ghi- 
bellina ,  menarne  la  vita  poveramente  in  Ancona.  Altri  dice- 
vano averlo  poi  veduto  in  Lione  fattore  d'  un  mercatante  luc- 
chese guadagnarsi  il  pane  non  più  con  l' esercizio  della 
penna ,  che  col  fior  dell'  età  ;  e  quindi  passato  in  Londra  in 
Inghilterra,  benché  per  lo  giuoco  della  palla  piccola  fosse 
venuto  in  grazia  del  re  Odoardo,  quel  medesimo  giuoco  aver- 
gli nondimeno  apportalo  gli  estremi  pericoli  d'  una  crudelis- 
sima morte,  per  avere  in  presenza  del  re  ucciso  un  de'  suoi 
baroni ,  da  cui  temerariamente  nell'  ardor  del  giuoco  con  la 
palma  della  mano  era  sialo  battuto  nel  viso;  onde  saltando 
in  una  barca  e  fuggendone  per  il  fiume  Tamigi  ,  appena  si 
era  salvato  in  Fiandra.  Aver  poi  con  eccellente  lode  di  virtù 
militato  nelle  guerre  che  passarono  tra'  Franzesi  e  Fiammin- 
ghi sotto  Alberto  Scolto  nobile  piacentino,  e  per  questo  ve- 
nutone in  grazia  di  Filippo  re  di  Francia ,  a  cui  lo  Scotto 
serviva.  Di  là  tornatone  in  Italia  qual  maraviglia  non  aver 
avanzato  ,  che  il  d'i  che  dovca  andare  alla  morte  fosse  innal- 
zalo alla  signoria  di  Lucca,  avendo  i  ceppi  ne' piedi ,  e  la 
mannaia  sul  collo,  e  in  sei  anni  di  principato  esser  già  pa- 
drone di  Lunigiana ,  di  Pistoja  e  della  Montagna  ;  aver  se- 
guito innumerabile  di  soldati,  aver  contratte  grandi  amicizie 
e  confederazioni ,  divenuto  il  suo  nome  tremendo  a  tutta 
Toscana  ;  e  benché  i  Fiorentini  facessero  professione  di  aver 
più  di  ciascun  altro  popolo  pronti  i  danari ,  nondimeno  non 
esser  dal  campo  di  Caslruccio  passato  un  sol  fantaccino  a 
quel  de' Fiorentini ,  ma  ben  da  quello  esser  passale  tutte  le 
bande  de'Forlani,  che  erano  le  migliori  e  più  esercitale 
genti  che  avesse  la  Repubblica,  a  quel  di  Caslruccio.  Non 
«M'a  d'i  che  queste  cose  non  fossero  rammentale  più  volte 
nelle  lende  e  ne'  padiglioni,  onde  conchiudevano  che  si  do- 
vesse lasciar  stare.  Ma  gli  orecchi  de'  popolari  erano  chiusi 
a  tutti  questi  discorsi,  massimamente  perchè  nel  campo  erano 
sopraggiunli  dugento  cavalieri  da  Bologna  ,  essendo  quella 
città  ricordevole  degli  aiuti  altre  volte  ricevuti  da'  Fiorentini, 
dugento  da  Siena  ,  e  quel  che  fu  cosa  molto  notabile ,  ve 
n'  erano  venuti  de'  gentiluomini  sanesi  a  loro  spese  per  av- 
venturieri dugentocinquanta  cavalieri,  gente  molto  bella  e  ar- 


LIBRO    SESTO.  99 

dita  ;  perchè  esclamando  il  popolo  tuttavia  che  si  dovesse 
andar  innanzi ,  confondeva  e  metteva  sossopra  ogni  buon 
ordine.  Di  qua  nacque  che  il  generale  fu  costretto  venirne 
in  Firenze  ,  il  che  accrebbe  la  licenza  del  campo  restato 
senza  capo.  A  questo  s'  aggiunse  che  i  nobili  per  poter  me- 
glio vincer  la  pugna  sparsono  una  fama  che  la  Repubblica 
non  osserverebbe  i  patti  promessi  a' fuorusciti ,  il  che  fu  ca- 
gione che  eglino  tirati  da  questo  sospetto  ,  e  dall'  opportu- 
nità di  veder  l'esercito  presso  che  disfatto,  se  ne  vennero  la 
sera  de'  14  di  luglio  con  le  bandiere  spiegate  a  Firenze 
credendo  o  poter  volentieri  o  per  forza ,  se  Irovasser  con- 
trasto, entrar  nella  terra.  Grande  fu  la  confusione  della  città 
sentendo  che  i  fuorusciti  s'accostavano  alle  mura;  perchè  il 
popolo  per  esser  ito  quasi  tutto  alla  guerra  ,  era  ridotto  a 
piccol  numero,  e  quello  temeva  in  un  medesimo  tempo  l' ar- 
mi loro,  e  sospettava  il  tradimento  di  quelli  di  dentro.  Né 
era  del  tutto  chiaro  quale  animo  avesser  coloro  che  erano 
vestati  nel  campo.  Ragunossi  nondimeno  a  suon  di  campana 
quello  che  vi  si  trovava  nella  piazza  de'  signori,  e  ritenutane 
parte  per  guardia  del  palagio,  l'altra  fu  dal  gonfaloniere  e 
da'  priori  mandata  a  guardia  delle  porte  e  delle  mura  ;  spe- 
rando pur  finalmente,  quando  i  nobili  tenessero  con  gli  usciti, 
nella  moltitudine  del  popolo.  Appena  era  levato  il  sole  che 
giunse  un  messaggio  il  quale  riferiva  come  1'  esercito  s' ap- 
pressava. Il  che  diede  grand'  animo  alla  città ,  e  i  fuorusciti 
incominciando  a  vedere  la  vanguardia  del  campo ,  senza 
aspellare  d' esser  colti  in  mezzo  dal  popolo  adirato  ,  si  mi- 
sero disordinatamente  a  fuggire.  Restò  la  città  con  sommo 
dolore  delle  cose  succedute,  veggendo  invece  di  combatter 
le  mura  di  Lucca,  aver  avuto  intorno  le  sue  un  esercito 
de'  medesimi  cittadini  ;  ogni  cosa  esser  mutata  dalla  passata 
riputazione  e  grandezza,  quando  comparendo  con  gli  eser- 
citi armati  sopra  gli  Aretini  o  sopra  i  Pisani  davano  le  leggi 
a' vinti,  e  a' cenni  loro  moderavano  gli  stati  di  Toscana:  ne 
tutto  questo  scambiamento  esser  da  altro  proceduto,  che 
dalla  virtù  d'  un  solo  uomo  ,  il  quale  se  fuggendo  era  slato 
tremendo  ,  che  farebbe  quando  con  nuove  genti  comparisse 
armalo  su  i  loro  terreni?  Per  tutto  ciò  non  patì  l'animo  a 
niuiio  del  popolo  che  i  fuorusciti    fossero  ribanditi ,  ancora 


100  dell'istorie   FIORENTINE 

che  i  nobili  s'affaticassero  di  nioslrarc  che  la  Repubblica 
era  tenuta  per  vigor  della  promessa  falla  da  lei ,  e  per  la 
condizione  adempiuta  da' fuorusciti,  di  rimetterli  alla  patria; 
il  che  se  pure  non  volcano  fare  [ter  il  debito  della  ragione, 
almeno  doversi  piegare  per  il  comodo  proprio ,  che  nell'  in- 
stanti necessità  della  Repubblica  per  le  guerre  di  Castruccio 
poteano  conseguire  dall'  opera  di  tanti  uomini  valorosi.  Per- 
severavano costantemente  i  magistrali  a  negar  la  ritornata 
degli  usciti ,  allegando  d'  esser  caduti  d'  ogni  grazia  conce- 
duta loro  per  esser  venuti  con  le  bandiere  spiegate  a  com- 
batter la  propria  patria.  Ne  cosa  fu  mai  negata  in  quel  se- 
nato con  maggior  fermezza  di  questa.  Erano  in  Firenze  otto 
ambasciadori  da  parte  degli  usciti ,  i  quali  avuto  prima  salvo 
condotto  dalla  signoria  erano  venuti  a  trattar  la  causa  propria 
e  de'  compagni.  Costoro  veggendosi  disperati  di  poter  per 
mezzo  di  ragioni  o  di  preghiere  ottener  cosa  alcuna,  si  vol- 
sono  a  tentar  1'  inganno  e  la  forza ,  trovando  per  confor- 
tatori e  aiutatori  molti  de' nobili,  i  quali  parte  per  paren- 
tado che  aveano  con  alcuni  de'  fuorusciti,  e  parte  per  trovarsi 
mal  soddisfatti  d'  esser  soverchiati  dal  popolo  desideravano 
cose  nuove.  L'  ordine  era  che  la  notte  di  S.  Lorenzo ,  che 
viene  a'  10  d'  agosto ,  i  fuorusciti  s' accostassero  alla  porta 
della  città  che  mena  a  Fiesole ,  che  quivi  ritroverebbono  i 
loro  amici,  da' quali  sarebbono  messi  dentro.  Uniti  insieme 
avessero  a  correr  la  città ,  e  metter  fuoco  in  più  parli  per 
spaventare  in  universale  ciascuno .  ammazzar  coloro  i  quali 
erano  più  pertinaci  contra  la  libertà  de'  nobili,  abbruciar  tutte 
le  leggi,  capitoli,  scritture  e  libri  che  facessero  contra  di  lo- 
ro ,  abbattere  e  levar  via  il  magistrato  de' priori  e  gonfalo- 
nieri di  giustizia,  e  in  somma  sovvertir  il  tranquillo  e  paci- 
fico stato  della  città,  e  introdur  nuova  forma  e  modo  di  go- 
verno tulio  in  favore  e  grandezza  della  nobiltà  ;  essendo 
autore  in  gran  parte  di  questo  irall.ito ,  come  fu  creduto, 
Amerigo  Donati  cavaliere  figliuolo  di  Corso  ;  V  alterigia  del 
quale  nò  T  infelice  morte  del  padre,  ne  quella  di  Simone 
suo  fratello,  nò  le  calamità  della  propria  patria,  avute  origine 
dalle  disavventurate  bellezze  della  famosa  moglie  di  Buon- 
delmonle ,  (  come  se  gli  uomini  e  le  femmine  di  quella  fa- 
miglia fossero  fatali  alla  patria,  )  avean  potuto  reprimere  ;  ma 


LIBRO   SESTO.  101 

serbando  nel!'  animo  orgoglioso  l' odio  occulto  di  sfogarsi 
contra  il  popolo  ,  parea  che  avesse  studiosamente  aspettato 
la  presente  occasione.  Ma  il  trattato ,  del  quale  eran  cotanti 
consapevoli ,  non  potè  condursi  innanzi  sì  segretamente  che 
alcuno  odore  non  ne  fosse  venuto  a  coloro  che  governavano, 
benché  non  prima  che  l' istessa  sera  disegnata  a  cotanta  scel- 
leratezza ;  perchè  il  popolo  corso  all'  arme  comparì  con  gran- 
dissimi lumi  su  per  le  mura,  commosso  in  un  medesimo 
tempo  da  odio,  da  timore,  e  dall'  indegnità  della  cosa.  Erano 
i  fuorusciti  in  numero  di  millesecento  uomini,  tra'  quali  n'  era- 
no sessanta  a  cavallo,  venuti  con  molte  scuri  per  tagliare  la 
porta;  ma  veduto  risplendér  come  di  mezzo  giorno  di  tanti 
fuochi  le  mura  della  città,  e  per  questo  potendo  più  facil- 
mente scorgere  gì' innumerabili  volti  de' cittadini  feroci  per 
difender  la  patria,  e  la  quantità  grandissima  dell'armi  prese 
contra  di  loro,  né  veggendo  o  sentendo  alcuno  di  quelli 
che  aveano  promesso  di  dar  loro  aiuto  e  favore,  fortemente 
della  propria  salute  sbigottiti  se  ne  tornarono  indietro.  Fu  la 
loro  salvezza  la  tema  che  ebbono  i  cittadini  de'nimici  do- 
mestici ;  perciocché  vi  era  comandamento  che  ninno  si  do- 
vesse partir  dalle  mura  ;  onde  poterono  a  beli'  agio  tornar- 
sene a' luoghi  loro  senza  esser  molestati  da  alcuno.  Ma  né 
questo  prospero  successo,  siccome  anche  il  primo,  apportò 
però  alcun  conforto  a'  cittadini  ;  vedendo  da  un  canto  non 
potersi  assicurare  da  quelli  di  dentro ,  e  dall'  altro  non  sa- 
pendo qual  partito  pigliarsi,  mentre  sospinti  dall'  atrocità  del 
delitto  e  raffrenati  dalla  grandezza  della  pena  stavano  sospesi 
se  doveano  inclinare  alla  clemenza  o  al  gastigo.  Perciocché 
sebbene  non  erano  ancora  alla  notizia  d'alcuno  pervenuti  i 
nomi  de' congiurati  nondimeno  a  poco  vi  s'appressavano. 
Parve  necessario  che  si  cercasse  in  prima  di  quelli  che  ave- 
vano tenuto  mano  alla  congiura  ,  e  poi  più  maturamente  di- 
scorrere del  modo  e  qualità  della  pena.  Ma  sorse  subita- 
mente un'  altra  difficoltà ,  non  osando  ninno  de'  popolari  di 
pubblicare  in  consiglio  i  nomi  de' congiurati,  temendo  d'  es- 
ser manomessi  quando  se  ne  tornavano  la  sera  a  casa  ;  con- 
ciossiachè  il  non  poter  i  nobili  in  pubblico  non  avesse  tolto 
loro  le  forze  private,  e  i  popolani  nel  buio  della  notte  non 
poteano  esser  difesi  dalla  riverenza    del  priorato ,    sì    fatta- 


102  dell'istorie   FIORENTINE 

mente  che  il  giudizio  tornava  vano.  Da  Giovanni  de' Ricci 
gonfaloniere  la  terza  volta  e  da'  priori  che  furon  seco  ,  fu 
trovato  un  nuovo  modo  di  ovviare  alla  potenza  de'  grandi , 
potendo  esser  accusati  senza  pericolo  dell'  accusatore,  la  qual 
cosa  fu  poi  messa  in  uso  più  volte  in  così  fatti  accidenti 
dalla  Repubblica.  Ciò  fu  che  ciascuno  scrivesse  in  polizze  i 
nomi  di  coloro  che  giudicavano  colpevoli.  Quasi  tulle  le  po- 
lizze convenivano  in  tre  cavalieri  nobili,  il  già  detto  Amerigo 
Donati ,  Teghia  Frescobaldi  e  Lotlcringo  Gherardini.  Prese 
il  senato  la  via  della  clemenza ,  e  comandò  a  Manno  della 
Branca  d'Agubbio,  allora  podestà,  che  promettesse  la  sicurtà 
della  vita  a'  cavalieri  pure  che  comparissero  in  giudizio.  Il 
che  fu  osservato  loro  sinceramente ,  avendo  confessato  di 
essere  siali  consapevoli  del  trattato,  ma  non  complici  ;  perchè 
furono  solamente  condennati  ciascuno  in  libbre  duemila,  e 
a'  confini  sei  mesi  fuor  della  città  e  contado  quaranta  miglia; 
dove  per  le  leggi  imperiali  essendo  incorsi  nel  crimine 
dell'  offesa  maestà  per  non  aver  palesato  la  congiura  a'  prio- 
ri ,  andava  la  pena  del  capo.  Fu  questo  partito  ricevuto  di- 
versamente dall'universale;  perchè  a  molti  piaceva  che  si 
fosse  presa  questa  moderazione  ,  altri  la  biasimavano  come 
opera  di  cattivo  esempio.  Ben  convennero  tulli  per  le  cose 
avvenute  che  s'  attendesse  con  ogni  diligenza  a  fortificar  il 
popolo,  e  per  questo  veggendo  che  alle  sue  compagnie  non 
bastava  un  sol  capo,  il  quale  da  essi  era  chiamalo  gonfalo- 
niere di  compagnie  ,  aggiunsono  cinquantasei  altri  capi ,  i 
quali  da'  pennoni  che  portavano  furono  delti  pennonieri,  ma 
distribuiti  in  modo  che  ciascun  gonfaloniere  n'  avesse  sotto 
di  sé  due  o  tre ,  quasi  tanti  capi  di  squadre  ;  participando 
di  questo  ufiicio  eziandio  quei  popoli  i  quali  non  governa- 
vano. Quest'ordine  fu  formato  e  messo  in  esecuzione  il  dì 
27  d'agosto,  nel  quale  ciascuno  del  popolo  ragunato  per 
ordine  sotto  il  suo  sestiero  promise  con  giuramento  di  trarre 
in  ogni  accidente  alla  conservazione  dello  slato  popolare. 

Mentre  la  città  era  in  questi  travagli,  «  si  sentì  che  l'eser- 
«  cito  della  Chiesa  s'  era  levato  di  sotto  Milano,  e  ritiratosi  a 
«  Monza  sì  per  rispetto  delle  malattie  entrate  fra' soldati, 
«  come  per  esser  passati  i  lor  Tedeschi  alla  parte  del  Vi- 
«  sconti,  il  quale  avendo  perciò  preso  animo  era  andato  per 


LIBRO   SESTO.  103 

«  assediarlo  a  Monza.  Sollecitava  per  questo  il  papa  i  Fio- 
«  renlini   a  mandarvi    soccorso    di    genti  ».    Né    Castruccio 
stette  a  perder  tempo  ' ,  avendo  massimamente  gli  abitatori 
di  Montopoli  danneggiato  i  poderi  di    quelli   del  castello  di 
Marti  sudditi  de'  Pisani  ;  alla  richiesta   de'  quali   mandò  tre- 
cento cavalieri,  da'  quali  fece  guastare  in  Montopoli,  Castel- 
franco e  S.  Croce,  tutto  quello  che  quando  egli  v'  era  stato 
col  campo  era  scampalo  che  guasto  non  fosse.  Le  masnade 
de' Fiorentini,  le  quali  erano  in  Valdarno,  come  che  fossero 
in  maggior  numero,  non  ardirono  d' uscir  a  difender  gli  ami- 
ci; il  che  tornò  a  gran  vergogna   della    Repubblica.   Dietro 
a  questo  disordine  ne  segui  incontanente  un  altro  ;  che  es- 
sendosi il  Castel  della  Trappola  ,  il  quale    teneano  i  Pazzi , 
dato  al  comun  di  Firenze ,  e  per  questo  mandatovi  da'  Fio- 
rentini il  [tresidio  ,  vi  stavano  quelle  genti  con  tanta   negli- 
genza, che  entrali  per  trattato  nel  castello  di  notte  tempo  i 
Pazzi  in  compagnia  degli  Ubertini ,  prestamente   il   ricupe- 
rarono, avendo  su  per  le  letta  scannali  più  di  quaranta  fanti 
di  Castelfranco  che   v'  erano  alla  guardia.  Cercarono  i  Fio- 
rentini di   rimediare  al  danno    ricevuto   mandando    dugento 
cavalli  e  gran  numero   di    pedoni    per    tentare  se  potessero 
ricuperar  la  Trappola  :   la  quale    non    sperando    coloro    che 
v'  eran  dentro  di  poter  tenere,  rubata  che  l' ebbono  vi  poser 
fuoco  e  r  abbandonarono,  e  tostamente  si  ridussono  nel  ca- 
stello di  Lanciolina.  I  Fiorentini  li  tenner  dietro,  e  giunti  al 
castello  vi  posono    1'  assedio  ;  ma  non  cos'i   tosto    sentirono 
che  venivano  in  loro  aiuto  i  Pazzi  e  gli  libertini,  che  senza 
aspettar  di  vederli  in  viso  sene  partirono.  Succedette  un'al- 
tra perdita   molto    notabile  ,  non     perchè    ella    fosse    cosa 
de'  Fiorentini,  ma  perchè  era    acquisto  della   parte  ghibelli- 
na, la  quale  fece  ridesiare  tutti  coloro  che  seguivano  la  fa- 
zion  guelfa.  Era  in  quel  tempo  la  Città  di  Casi  elio  signoreg- 
giata da  Branca  Guelfucci  più  a  guisa  di  tiranno  che  di  giu- 
sto e  mansueto  signore  ;  perciocché  oltre  averne  cacciato  i 
Guelfi ,  con  quelli  i  quali    erano   restati    nella    terra  non  si 
portava  punto  più  umanamente  ;  perchè  fece  venir  loro  dc- 

'    .Ventre  la  città  era  in  questi  trcwugli  Castruccio  non  istette  a 
perder  tempo  ec.  ec.  Prima  Edizione. 


i04  dell'istorie  fiorentine 

siilerio  di  discacciarlo:  e  questo  venne  lor  fallo  agevolmcn- 
f  0 ,  conciossiachè  introdollo  per  una  delle  porle  che  fu  iii 
loro  balia  Tarlatino  Tarlali  con  trccenlo  uomini  a  cavallo 
fratello  del  vescovo  d'  Arezzo,  con  cui  aveano  lenulo  il  trat- 
talo, ed  egli  congiuntosi  con  Tano  degli  Ubaldini  e  con  al- 
tri Ghibellini  della  città,  felicemente  ne  cacciassero  Branca, 
sbigottito  per  vedersi  in  un  medesimo  tempo  contro  fiuelii 
e  Ghibellini;  ma  appena  era  fuori  Branca,  che  i  Ghibellini 
voltatisi  contra  i  medesimi  Guelfi  che  ve  l' aveano  introdotti, 
quasi  per  merito  del  servigio  ricevuto,  ne  discacciarono  ancor 
essi,  e  più  di  quattrocento  altri  mandarono  a' confini,  riforman- 
do in  tutto  la  terra  a  parte  ghibellina.  Questa  perdita  pia 
che  altro  accidente  successo  diede  affanno  a  coloro  che  segui- 
tavano la  parte  della  Chiesa;  per  la  qual  cosa  i  Perugini,  Ag.  - 
bini,  Orvietani,  Sanasi,  Bolognesi  e  conti  Guidi  guelfi,  veg- 
gendo  i  progressi  che  tutto  dì  andava  facendo  la  contraria  fa- 
zione, mandarono  ambasciadori  a  Firenze,  come  a  città  la  quale 
era  capo  de'  Guelfi  in  Toscana,  per  fermar  taglia  a  beneficio 
comune  de'  lor  partigiani,  e  danno  de'  nimici,  e  specialmente 
per  la  ricuperazione  di  Città  di  Castello.  Mentre  in  Firenze 
gli  ambasciadori  di  tante  Repubbliche  disputavano  de'  capi- 
toli della  lega  ,  del  numero  delle  genti ,  della  persona  del 
capitano  e  della  lassa  delle  contribuzioni,  fu  nel  senato  per 
unir  più  la  Repubblica  introdotta  nuova  forma  di  eleggere  i 
magistrati.  Avea  preso  il  gonfalonerato  Francesco  Baroncelli, 
e  i  priori  che  avea  seco  furono  Pace  da  Cerlaldo,  Neri  del 
Giudice,  Dardano  Acciainoli,  Chele  Bordoni,  Cecco  Falconi 
e  Cionelto  Bastari ,  cittadini  tutti  di  grande  autorità  nella 
Repubblica.  Costoro  considerando,  oltre  la  mala  soddisfazione 
de' fuoruscili  e  l'odio  e  gare  antiche  de' nobili,  esser  den- 
tro della  città  molli  del  popolo  stesso  poco  conlenti  per  es- 
ser tenu'i  schiusi  dal  governo  ,  e  costoro  erano  tulli  quelli 
che  aveano  governalo  innanzi  al  17 ,  pensarono  che  fosse  da 
mitigar  gli  animi  loro,  facendo  loro  parte  degli  ufici  e  onori 
della  città:  ma  queslo  non  per  via  d"  elezione  e  di  tempo 
in  tempo,  come  prima  si  era  costumalo  di  fare,  ma  di  sor- 
te ;  mellendo  confusamente  così  i  nomi  loro  come  di  quelli 
che  non  governavano  in  una  borsa,  e  poscia  traendoli  ogni 
due  mesi  infino  ad  un  temi  o  disegnalo.  Fallasi  dunque  dar 


LIBRO   SESTO.  103 

i' autorità  del  popolo,  imborsarono  i  nomi  de' cittadinis  che 
,'iveano  ad  esser  priori  per  quarantadue  mesi ,  e  in  questo 
modo  si  venne  a  dar  principio  all'  imborsare  per  più  tempo 
i  magistrati,  le  quali  imborsazioni  furono  poi  chiamate  squit- 
tinì. Questa  deliberazione  stimata  per  allora  buona  ,  perchè 
parca  che  togliesse  la  cagione  delle  discordie,  fu  in  processo 
di  tempo  da  prudenti  cittadini,  in  quanto  al  modo  del  trarre 
gli  ufizi ,  creduto  che  avesse  fatto  il  contrario  ,  rimettendo 
la  elezione  del  sujìrcmo  magistrato  alla  sorte  e  al  caso,  ove 
prima  era  serbato  alla  prudenza  e  al  consiglio. 

Quasi  nel  medesimo  tempo  che  si  riordinavano  queste 
cose  in  Firenze  «  dove  il  primo  di  novembre  era  venuto 
«  capitano  del  popolo  Nigrizolo  degli  Ansaldi  da  Cremona  » 
ebbe  in  Pisa  a  succeder  gran  mutazione:  il  qual  movimento 
per  essere  stato  cagione  di  spiccar  Castruccio  da'  Pisani,  fu 
alla  Repubblica  sommamente  caro ,  ancora  che  quindi  aves- 
se potuto  comprendere  quanto  era  intento  1'  animo  di  quel- 
r  uomo  a  usurparsi  l'imperio  di  Toscana.  Era  in  Pisa  un  ca- 
valiere de'  Lanfranchi  detto  Betto  Malepa  ,  il  quale  o  per 
propria  inquieludine,  o  per  naturai  superbia  della  famiglia,  o 
per  ingiuria  ricevuta  dal  conte  Mieri  { perciocché  amore 
della  patria  non  pare  che  ve  lo  spingesse ,  volendola  sotto- 
porre a  più  fiero  signore  )  ebbe  trattato  con  Castruccio  e 
con  quattro  connestabili  tedeschi  i  quali  erano  in  Pisa,  d'  uc- 
cider il  conte  e  il  figliuolo,  correr  la  terra  e  darne  la  signo- 
ria a  Castruccio,  il  quale  con  provvisione  di  genti  ben  a  or- 
dine si  doveva  trovare  al  giorno  determinato  in  alcun  luogo 
vicino  alla  città.  Questo  trattalo,  scoperto  da  un  de'  Guidi  e 
da  Bonifazio  de'  Cerchi  ribelli  di  Firenze  che  dimoravano  in 
Lucca  e  in  Pisa,  ebbe  per  fine  la  morte  del  Lanfranchi ,  a 
cui  fu  mozzo  il  capo,  e  1'  esser  Castruccio  per  decreto  pub- 
blico giudicato  nimico  de'  Pisani ,  e  posto  taglia  di  diecimila 
fiorini  d'  oro  ,  e  di  esser  tratto  da  ogni  bando  a  chiunque 
r  uccidesse.  Ma  non  perciò  si  sbigottì  Castruccio;  anzi  co- 
me se  volesse  mostrare  a"  Fiorentini  che  quanto  infino  a 
queir  ora  avea  fatto  non  era  stato  per  l'aiuto  ricevuto  da'  Pi- 
sani, ma  per  opera  del  proprio  valor  suo.  prima  che  finisse 
r  anno  .  si  diede  a  tentare  nuove  imprese ,  essendo  in  Fi- 
renze tratto  di  quattro  dì  nuovo  gonfaloniere  Lapo  del  Buto- 


106  dell'istorie  fiorentine 

Dopo  Baldo  Ruffoli  costui  fu  il  primo  gonfaloniere  di  giu- 
stizia il  quale  s' incominciasse  a  trar  delle  borse,  con  eguale 
singolarità  d'  amendue,  le  cui  famiglie  non  ebbono  per  al- 
tra volta  mai  più  1'  onore  di  così  fatta  dignità.  E  avendo  la 
città  in  quel  primo  costume  trentuno  anno  continuato,  vide 
in  questo  tempo  risedere  centoltantasei  gonfalonieri.  Avendo 
dunque  Castruccio  intelligenza  con  alcuni  di  Fucecchio  d'es- 
ser introdotto  nella  terra,  colse  una  notte  nella  quale  traeva 
grandissimo  vento  e  pioveva  fortemente,  e  venutone  di  Lucca 
con  centocinquanta  uomini  a  cavallo  e  cinquecento  a  piede, 
trovò  che  quelli  che  teneano  il  trattato  aveano  smurato  una 
porta  ,  la  quale  per  esser  posta  in  luogo  solitario  e  per  il 
cattivo  tempo  poterono  facilmente  aprire  senza  esser  sentiti 
da  persona.  Per  questa  intromesso  Castruccio  con  le  sue 
genti  incominciò  a  correr  la  terra  ;  ma  essendo  ciascuno 
che  non  era  consapevole  del  tradimento  levato  al  romore, 
presono  1'  arme,  e  benché  sbigottiti  dal  vedere  i  nemici  den- 
tro, dal  buio  e  confusion  della  notte,  e  soprattutto  dal  no 
nie  già  fatto  a  lutti  terribile  di  Castruccio  ,  faceano  nondi- 
meno quella  resistenza  che  in  mezzo  di  tanti  travagli  era 
possibil  farsi  maggiore  ;  perciocché  per  i  giorni  passati  i  se- 
natori aveano  scritto  lettere  di  fuoco  a'  capitani  che  stavano 
alle  guarnigioni ,  quando  Castruccio  danneggiando  Montopoli, 
S.  Croce  e  Castelfranco  non  fu  ninno  ardito  di  uscirgli  con- 
tro ;  e  molto  più  si  erano  sdegnati,  quando  senza,  aspettare 
che  i  Pazzi  giugnessero  in  Lanciolina ,  con  tanta  lor  vergo- 
gna se  ne  fuggirono.  Combattevano  per  questo  egregiamen- 
te ;  ma  veggendo  per  tutto  che  lunga  ora  senza  nuovo  soc- 
corso non  averebbono  potuto  resistere  al  nimico,  già  insi- 
gnorito d'  una  parte  della  terra  e  della  rocca  che  i  Fioren- 
tini vi  aveano  cominciato  a  fabbricare  ,  feciono  per  quella 
parte  delle  mura  che  non  era  vinta  molti  segni  di  fuoco , 
quasi  chiedendo  aiuto  alle  castella  vicine.  Perchè  i  soldati 
i  quali  erano  in  S.  Croce  ,  a  Castelfranco  e  a  S.  Miniato 
considerando  i  compagni  trovarsi  in  alcun  grave  pericolo,  si 
posono  subito  a  cammino,  e  non  essendo  i  luoghi  molto  di- 
scosto ,  giunsono  prestamente  a  F'ucecchio  ;  ove  con  tanto 
maggior  ardire  quei  che  vennero  e  quegli  che  erano  nella 
terra  rinfrescaron  la  zuffa ,  quanto  che  venuto  il  dì ,  e  spa- 


LIBRO   SESTO.  107 

l'ilo  via  lo  spavento  delle  tenebre,  poletter  veder  i  nimici  in 
viso ,  e  il  numero  loro  non  esser  tale ,  che  volendo  far  il 
lor  debito  non  potesser  combatter  del  pari.  Certo  rade  volte 
fu  combattuto  dentro  una  terra  con  maggior  fierezza.  I  ca- 
pitani e  soldati  de'  Fiorentini  erano  accesi  dalle  severe  voci 
e  riprensioni  de'  senatori  come  fosser  presenti.  Quelli  di 
Castruccio  oltre  la  tema  di  perder  la  preda  mezzo  acqui- 
quistata ,  facea  feroci  la  presenza  del  capitano,  il  quale  non 
mancando  in  tanto  travaglio  nò  a  sé  medesimo  né  a'  suoi,  si 
vedea  a  guisa  di  fulmine  discorrere  per  tutto  ,  e  in  uno 
stesso  tempo  ora  ordinando  che  si  finissero  di  sbarrar  le 
strade,  ora  combattendo  e  facendosi  innanzi  ove  era  mag- 
giore r  ardor  della  zuffa ,  far  uficio  di  soldato  e  di  capitano. 
Ma  era  cosa  molto  dura  combatter  co'  terrazzani,  i  quali  gli 
erano  sempre  alle  spalle  ,  e  co'  soldati  di  tante  guernigioni 
insieme,  da' quali  era  combattuto  ora  da  fianco  e  ora  di- 
nanzi ;  ancora  che  avendo  egli  occupato  la  piazza  si  fosse 
ingegnato  di  farsi  forte  in  quel  luogo  infino  che  nuova  gente 
gli  fosse  sopraggiunta  di  Lucca  ,  ove  con  somma  prestezza 
avca  mandato  messi  con  1'  avviso  della  terra  guadagnata ,  e 
dimandando  nuove  genti  per  poter  resistere  a'  nemici  che 
dubitava  che  venissero  di  luori.  Ma  combattendo  tuttavia  vi- 
gorosamente i  soldati  della  Repubblica,  e  avendo  Castruccio 
tocco  una  ferita  nel  volto,  e  dubitando  se  più  ostinatamente 
perseverasse  a  fermarsi  in  Fucecchio,  di  non  rimanervi  morto 
0  prigione,  veggendo  massimamente  tutti  i  suoi  sgomentali, 
e  incominciar  a  far  segni  più  di  volersi  salvare  che  di  com- 
battere, incominciò  ancor  egli  a  pensare  di  mettersi  in  si- 
curo, e  fattosi  con  un  drappello  di  gente  eletta  far  via  per 
mezzo  de'  nimici  ,  con  gran  rischio  si  ridusse  fuor  della  ter- 
ra, e  di  là  a  Lucca.  Fu  tenuto  per  cosa  certa  che  se  i  soldati 
fossero  andati  dietro  a  Castruccio,  l'avrebbono  senza  al- 
cun dubbio  preso  o  ucciso,  e  che  si  sarebbe  quel  dì  po- 
sto fine  a  quella  guerra,  la  quale  fu  mollo  vicina  a  metter 
fine  alla  libertà  e  slato  de'  Fiorentini.  Ma  i  capitani  avvezzi 
ad  esser  battuti  da  Castruccio.  si  contentarono  d'  una  medio- 
cre vittoria,  la  quale  nondimeno  ai)portò  incredibil  piacere 
a'  Fiorentini  ;  avendo  i  suoi  messo  in  fuga  il  nimico ,  ucci- 
sagli di  molta  gente   e  fatti  molti   prigioni  ;  e  quel   che   fu 


108  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

soprammodo  caro  ,  ricevute  molle  bandiere  di  Castruc- 
cio  e  de'  suoi  conneslabili ,  con  alquanti  belli  cavalli  pre- 
si de'  nimici ,  che  insieme  co'  prigioni  furono  dilettevole 
spettacolo  agli  occhi  de'  cittadini  e  della  plebe  ;  la  quale  e 
le  noie  e  i  diletti  è  usa  a  ricevere  senza  modo  e  misura 
alcuna. 

Questa  fu  l' ultima  azione  che  si  facesse  l' anno  1323. 
Seguita  l'anno  132^,  nel  principio  del  quale  «  arrivato  nuovo 
a  podestà  della  città  Jacopo  de'  Gonfalonieri  da  Piacenza ,  » 
la  signoria  deliberò  condurre  al  suo  soldo  cinquecento  cava- 
lieri franzesi,  e  per  questo  furono  mandati  ambasciadori  al 
re  che  restasse  contento  che  la  Repubblica  fiorentina  po- 
tesse condur  quella  gente.  Questo  fu  fatto  perchè  oltre  la 
potenza  di  Castruccio  andava  facendo  ogni  dì  nuovi  acquisti 
il  vescovo  d' Arezzo ,  da  cui  ultimamente  era  stata  guada- 
gnata la  rocca  di  Caprese,  la  qual  era  del  conte  di  Romena, 
tardi  soccorsa  da  lui  e  da'  Fiorentini ,  e  perchè  era  tra'  se- 
natori molta  inclinazione  che  si  dovesse  un  di  far  giornata 
con  Castruccio,  considerando  che  se  quel  fuoco  non  si  spe- 
gneva, era  una  volta  per  arder  la  città.  «  Intanto  per  opera 
«  di  Pieraccio  degli  Obizi  fuoruscito  di  Lucca,  e  di  Baldi- 
(i  nolto  da  Monlopoli,  si  sottopose  a'  5  di  febbraio  il  comune 
«  di  Montopoli  alla  Repubblica.  Prese  poi  il  gonfalonerato 
a  Nigi  Spigliati,  il  quale  a' 21  di  marzo  fece  pubblicare  la 
a  lega  già  conchiusa  con  Siena,  Bologna,  Perugia,  Orvieto, 
«  Agubbio  ,  e  altre  comunità  e  signori  guelfi,  per  la  ricu- 
«  perazione  di  Città  di  Castello  »  ;  dovendo  tutte  queste  Re- 
pubbliche tener  assoldati  tremila  cavalieri  per  tre  anni  a  ri- 
chiesta del  capitano  della  taglia,  «  il  quale  per  i  primi  sei 
«  mesi  fu  Guido  marchese  del  Monte  Santa  Maria  » ,  buona 
parte  delle  quali  genti  toccava  a  pagarne  a'  Fiorentini.  Ap- 
presso considerando  che  mal  poteano  i  cittadini  contribuire 
alle  presenti  e  future  necessità,  se  le  soverchie  spese  non 
si  ristringevano,  fu  fatta  una  legge  molto  severa  centra  i  di- 
sordinati ornamenti  delle  donne  ;  e  tra  tanto  non  mancavano  i 
soliti  accidenti  di  fuori,  i  quali  tenesser  la  città  fra  la  tema 
e  la  speranza  delle  cose  proprie  :  perciocché  i  fatti  de'  Vi- 
sconti prosperavano  mollo  contro  la  Chiesa  ,  e  olire  aver 
r  anno  passato  sconfitto  trecento  cavalieri  ecclesiastici  a  Car- 


LIBRO   SESTO.  109 

rara,  e  poco  dopo  preso   la  rocca  e  ponte   di  Basciano,  in 
questo  neir  ultimo  di  febbraio  avean  dato  una   gran  rotta  a 
Ramondo  di  Cardona  capitano  generale  del  papa  a  Nauri  ca- 
stello posto  su  r  Adda  ;  e  di  più  fattoi  prigione  insieme  con 
Arrigo  di  Fiandra  capitano  famoso,  ancorché  non  molto  dopo 
fosse  stato  riscattato  da'  Tedeschi;  e  quello  che  non  era  sti- 
mato minor  danno  affogalo  nel  fiume  Simonino  della  Torre , 
uomo  per  lo  suo   valore  e   per  esser  figliuolo  di   Guidetto , 
il  quale  era  stato  signor  di  Milano,  e  nimico  di   Matteo  Vi- 
sconti  e  della  sua  fazione ,  molto    utile   a  queir  impresa  ;  e 
benché  a  tante  sciagure  fosse  piccola  aggiunta,  v'erano  an- 
cora restali  prigioni  due  connestabili  de'  Fiorentini.  Dall'  al- 
tro canto  i  Perugini  con  1'  aiuto  de'  Fiorentini  a  capo  di  dui- 
anni  aveano  acquistato   Spoleto  ,  e  i  Pisani  mentre  per  soc- 
correr Villa  di  Chiesa ,   terra  posta  in  Sardigna  ,  erano  con 
possente  armata   navigati   nell'  isola ,  furono   in   terra   ferma 
rotti  da  Alfonso  figliuolo  del  re  d'  Aragona,  e  uccisovi  il  lor 
generale ,  il  quale  era   Manfredi    della  Ghcrardesca  figliuolo 
del  conte  Mieri,  e  poco  appresso  oltre  la  perdita  di  Villa  di 
Chiesa  perduto  buona  parte  dell'  armala  carica  di  grandi  mu- 
nizioni e  di  vettovaglie.  Ma  colali   avversità  de'  Pisani    furon 
men  lietamente  sentite  da'  Fiorentini,  dubitando  non  1'  abbas- 
samento loro  fosse    la  grandezza  di  Castruccio  ,  il  qual  fallo 
potente,  con  più  facilità  mettesse  in  pericolo  lo  stalo  della  lor 
Repubblica.  Essendo  le  cose  in  questi  termini  Beltramo  del 
Balzo,  «  chiamalo    dal  Villani   il  conte   Novello,  »)  ne'  primi 
dì  del  gonfaloncralo  di  Bartolommeo   Sirainelli    prese  senza 
saputa  della  Repubblica  Carmignano,  e  proseguiva  ardente- 
mente  a    voler    prender   la  rocca  ,    se   dal    gonfaloniere    e 
da'  priori    non  gli  fosse  slato   scritto   che  in  ogni  modo   si 
partisse  dall'  assedio    e  rimanesse   di  molestar  quella  terra  : 
il  che    feciono  perciocché   l'abate   di  Facciano  ,  il  quale   si 
era  insignorito  di  Pisloja,  facea  vista  di  voler  render  la  terra 
a  Castruccio;  la  quale  si  era  presso  che  liberata  dal  suo  do- 
minio, e  Castruccio  era  per   questo   con  cinquecento  cava- 
lieri venuto  a  Serravalle.  Furono  anche  a  ciò  stimolali  per- 
chè il  conte  non  tanto  per  desiderio  di  servir  la  Repubblica 
avea  posto  a  ciò  mano,  quanto  per  vendicarsi  de'  Pistojesi,  i 
quali  pentiti  d'aver  detto  di  voler  tornar  a  ricevere  un  vi- 


110  dell'istorie  fiorentine 

cario  del  re  Ruberto  già  cacciato  da  loro ,  aveano  assallato 
lui  medesimo  prima  che  venisse  alla  terra  sotto  Tizzano  ,  e 
non  meno  a  lui  che  a  sua  compagnia  insieme  con  trenta  a 
cavallo  delle  masnade  del  conte  avcan  fatto  grande  oltrag- 
gio e  vergogna  ;  perchè  la  Repubblica  non  approvava  che  il 
conte  avesse  a  vendicare  l' ingiurie  private,  o  quelle  del  suo 
re,  col  danno  e  pericolo  delle  cose  loro ,  ignorando  che  Pi- 
stoja  avea  in  ogni  modo  a  darsi  a  Castruccio  ;  il  quale  non 
restando  di  molestar  le  cose  de'  Fiorentini,  un  mese  dopo 
questo  successo  mandò  centocinquanta  cavalieri  a  predar  in- 
torno Castelfranco.  Uscirono  contra  costoro  centoventi  di 
quelli  i  quali  erano  al  presidio  del  castello ,  e  combatte- 
rono con  pari  fortuna  per  più  di  tre  ore  continue  ;  ma  so- 
praggiunti cento  cavalieri  di  Fucecchio  della  gente  del  conte 
Novello,  facilmente  misono  in  fuga  i  nimici,  de'  quali  resta- 
rono morti  dieci  senza  altro  danno  de'  Fiorentini  «  che  di  Ra- 
ce mondo  Porcelletta  cavaliere  d' Arli,  e  d'  un  suo  compagno, 
«  restati  amendue  prigioni  de'  nimici  per  essersi  nel  segui- 
«  tarli  spinti  più  innanzi  degli  altri  ».  Intanto  il  primo  di 
maggio  era  venuto  nuovo  capitano  del  popolo  Bonifazio 
de'  Giacani  da  Perugia  ;  ed  essendo  finito  il  tempo  della  con- 
dotta del  conte,  gli  fu  con  poca  soddisfazione  della  Repub- 
blica dato  comiato.  Furono  poi  mandati  trecentoquaranla  ca- 
valieri a'  Perugini  per  l' impresa  di  Città  di  Castello  sotto  la 
condotta  di  Amerigo  Donati,  «  il  quale  avea  la  carica  princi- 
«  pale  di  consigliere  per  la  Repubblica  appresso  il  nuovo 
«  generale  della  taglia  )■<.  Parve  a' signori ,  avendo  il  cavahere 
tollerato  pazientemente  l'esilio,  e  ubbidito  prontamente  a' co- 
mandamenti della  Repubblica ,  di  addolcir  1'  animo  suo  con 
questo  onore,  e  di  non  spegner  affatto  le  reliquie  di  Corso 
Donati  :  la  memoria  del  quale  benché  sospetta  alla  patria , 
era  nondimeno  grata  per  1'  onore  che  parca  di  ricevere  dalla 
magnificenza  e  fama  d'  un  sì  gran  cittadino.  Tanto  possono 
r  eccellenti  virtù  ricuoprire  talora  eziandio  i  grandi  vizj.  Ma 
dagli  uomini  severi  era  detto  che  la  città  facea  tutte  le  cose 
a  rovescio  ;  poiché  avendo  ella  mozzo  il  capo  ad  Azzolino 
degli  liberti  in  rimunerazione  del  sempre  memorabile  servi- 
gio ricevuto  da  Farinata  suo  padre  di  non  aver  patito  che 
Firenze  fosse  distrutta,  ora  onorava  e  tirava  innanzi    Arac- 


LIBRO   SESTO.  Ili 

rigo  Donali,  non  meno  per  la  gratitudine  del  padre,  il  quale 
con  l'aiuto  d'  Uguccione  della  Fagiuola  volea  insignorirsi 
della  patria  sua,  che  per  quello  che  poco  innanzi  avea  lo 
stesso  Amerigo  macchinalo  contra  lo  stato  col  prestar  favore 
a'  fuorusciti. 

Nel  mezzo  di  così  fatti  ragionamenti  venne  la  creazio- 
ne de' magistrati;  e  fu  tratto  gonfaloniere  Peduccio  della  Ma- 
rolta,  «  in  tempo  del  qual  magistrato  i  Pisani  caddono  della 
«  possessione  di  Sardigna,  e  Simone  de' Visconti  cavaliere 
«  pisano  essendo  come  guelfo  stato  cacciato  con  sua  fami- 
«  glia  di  Pisa,  ritiratosi  a  Firenze  ritrovò  ne'  padri  solleva- 
«  mento  alle  sue  miserie  con  essergli  stato  assegnato  da 
«  vivere.  Come  per  onorare  quei  di  casa  Malatesti  e  dar  loro 
«  calore  contra  i  nimici,  ne  fecero  con  ogni  splendidezza  far 
«  sei  cavalieri,  tra'quali  Ferrantino  stalo  eletto  generale  della 
«  taglia  per  sei  mesi  da  cominciare  il  primo  di  novembre.  » 
In  questo  medesimo  tempo  Filippo  Tedici  nipote  dell'  abate 
di  Pacciano  tolse  la  signoria  di  Pistoja  al  zio  ,  e  non  am- 
mettendo alla  città  i  cavalieri  mandativi  da'  Fiorentini  ,  fece 
amicizia  con  Caslruccio,  obbligandoglisi  tributario  di  duemila 
fiorini  d'oro  l'anno,  pure  che  il  ricevesse  sotto  la  sua  pro- 
tezione. Ma  r  animo  vasto  di  queir  uomo ,  dicendo  che  egli 
non  era  avvezzo  a  tornar  indietro  ,  domandava  il  medesimo 
tributo  dei  tremila  che  era  solito  ricever  prima,  e  non  veg- 
gendo  che  Filippo  se  ne  risolvesse  condusse  1'  esercito  a 
Pistoja  del  mese  d'  agosto,  e  alloggiato  il  campo  a  piò  delle 
montagne  diede  ordine  che  si  riponesse  il  castelletto  di 
Brandelli;  al  quale  perchè  scopriva  Pistoja  e  Firenze  pose 
nome  Bellosguardo  ;  dal  qual  luogo  con  occhio  cupido  a 
guisa  d'ardente  amatore  vagheggiava  quelle  due  città  che 
tuttavia  procacciava  di  sottomettere  al  suo  dominio,  con  ani- 
mo, fortificato  che  fusse  il  castello,  di  poter  con  più  como- 
dità assediare  Pistoja.  I  Pistojesi  veggendosi  stringere  ricor- 
sono  per  aiuto  a' Fiorentini,  e  da  Grazia  Guittomanni  entrato 
poco  innanzi  gonfaloniere  a'  lo  d'  agosto,  e  da'  compagni,  fu- 
rono mandate  genti  sufficienti  così  a  pie  come  a  cavallo  per 
soccorso  della  città  sotto  la  condotta  d'Azzo  de' Manfredi 
da  Reggio  «  venuto  podestà  di  Firenze  il  primo  di  luglio  ». 
Costoro   come   furono  a  Prato  ,   mandarono    innanzi  alcuni 


112  dell'  istorie  fiorentine 

scorridori  avvisando  a  Pistoja  che  erano  già  vicini ,  e  che 
fosse  loro  fallo  inlendere  da  qual  parte  doveano  enlrar  nella 
terra.  Filippo  non  confidando  di  tirarsi  i  Fiorentini  a  casa  , 
rispose  loro  che  il  suo  desiderio  era  che  essi  s' oppones- 
sero di  fuori  all'  esercito  di  Caslruccio ,  perchè  questa  era 
via  più  facile  a  farlo  disloggiare,  che  1'  enlrar  nella  terra  non 
era  di  ulililà  alcuna;  la  qual  cosa  parendo  a'  Fiorentini  che 
procedesse  da  poca  fede  che  Filippo  avea  in  loro  ,  furono 
mossi  da  tanto  sdegno ,  che  senza  andar  più  innanzi  se  ne 
tornarono  in  Firenze;  il  che  costrinse  Filippo  ad  accordarsi 
di  nuovo  con  Castruccio,  e  dargli  quel  tributo  che  ricercava. 
È  la  città  di  Pistoja  posta  tra  Lucca  e  Firenze  con  eguale 
distanza  (  essendo  venti  miglia  lontana  dall'una  e  dall'altra) 
facendo  ella  a  queste  due  città  a  guisa  di  triangolo,  e  ben- 
ché si  dilunghi  alquanto  dalla  strada  diritta  che  mena  da 
Firenze  a  Lucca ,  nondimeno  lo  spazio  è  cosi  piccolo  che 
nelle  guerre  dell'  un  popolo  e  dell'  allro  ella  è  per  giovare 
e  per  nuocere  grandemente  a  qualunque  delle  due  parli  si 
scuopre  favorevole  o  nimica  ;  questo  era  stato  cagione  che 
con  tanta  sollecitudine  e  travaglio  ora  da  Caslruccio  e  ora 
da' Fiorentini  fosse  stata  ricerca,  e  questo  mosse  di  nuovo 
i  Fiorentini  veggendola  tornala  a  Caslruccio  a  procurare  di 
guadagnarla  dalla  loro  :  perciocché  sapendo  essi  i  romori 
passali  tra  Fil\j)po  e  l'abate  suo  zio,  tentarono  con  l'abate, 
e  per  mezzo  deh'  abate  con  un  conneslabilc  guascone  che 
era  a  guardia  della  terra,  d' aver  una  delle  porte,  e  di  notte 
tempo  entrare  e  correr  la  cillà,  e  volgerla  a  favor  loro, 
Cavalcaronvi  per  questo  a'  22  di  settembre  con  grande  spe- 
ranza d'  ottenerla  ,  ma  palesato  il  tradimento  dal  guascone 
a  Filippo,  fece  subitamente  prigione  il  zio,  e  con  esso  gli 
ambasciadori  che  v'erano  per  la  Repubblica,  e  molti  altri 
che  egli  tenea  per  poco  suoi  confidenti ,  con  grande  peri- 
colo della  salute  di  ciascuno.  I  fanti  e  i  cavalieri  che  s'era- 
no avvicinati  alle  mura  sentendo  la  cosa  scoperta ,  se  ne 
tornavano  scherniti,  e  non  senza  qualche  timore  di  se  me- 
desimi a  Firenze  ;  ove  essendo  nato  sospetto  che  la  prima 
imborsazione  de' magistrali  non  fosse  sinceramente  fatta,  gli 
animi  di  molti  erano  alquanto  sollevati,  rammaricandosi  che 
i  Bordoni ,  famiglia  popolare,  col  seguito  d'alcuni  loro  cor>- 


LIBRO   SESTO  113 

giunli  e  amici  (  i  quali  tulli  erano  a  guisa  d' una  sella  com- 
presi sotto  nome  di  Scrraglini  )  volcssono  più  che  parte  nel 
governo  dell;»  città  ;  perchè  accostatisi  a  coloro  i  quali  per 
r  addietro  erano  stali  tenuti  lontani  dall' amministrazione  della 
Repubblica,  alcuni  de'  quali  si  trovavano  esser  de' priori,  e 
alcuni  de' dodici  buoni  uomini,  operarono  in  modo  che  ot- 
tennero per  poter  riformare  le  cose  mal  falle ,  che  si  pren- 
desse la  balia  da' medesimi  priori,  e  dodici  buoni  uomini 
loro  consiglieri.  Costoro  aperte  le  borse  dell'  anno  passalo 
squarciarono  l'elezioni  mal  falle,  l'altre  lasciarono,  ma  ag- 
giunsono  i  nomi  de'  cittadini  per  sei  altri  priorati  ;  nel  qual 
tempo  pervenne  in  poter  de'  Fiorentini  il  castello  di  Lancio- 
lina  per  opera  di  quelli  di  Castelfranco,  i  quali  essendo  ve- 
nuti alle  mani  con  Aghinolfo  degli  Ubertini  signor  di  quel  ca- 
stello, da  cui  era  molto  travaglialo  il  Valdarno,  e  fattolo  lor 
prigione,  coslrinsono  Berlino  il  Grosso  suo  padre,  e  altri  di 
quella  famiglia ,  che  rendessono  Lanciolina  alla  Repubblica 
se  voleano  ricuperare  Aghinolfo.  In  questo  modo  perven- 
nero le  ragioni  e  possessioni  di  quel  castello,  slato  già  pos- 
seduto dal  conte  Alessandro  da  Romena  zio  per  conto  di 
madre  del  dello  Aghinolfo ,  al  comune  di  Firenze  :  il  quale 
godendo  che  lo  stalo  con  1'  acquisto  di  simih  castelli  si  an- 
dasse felicemente  ampliando,  vi  aggiunse  anco  la  diligenza 
di  edificarne  di  nuovo  ;  perchè  in  questo  medesimo  tempo 
diede  principio  a  edificare  una  nuova  terra  in  Mugello  presso 
ove  fu  Ampinana,  a  cui  pose  nome  Vicchio. 

Ma  la  provvisione  presa  nell'  imborsazioni  de'  cittadini 
per  sei  altri  priorati  non  parca  che  bastasse.  Per  questo  es- 
sendo tratto  gonfaloniere  Bartolo  de'  Ricci  giudice  posono 
di  nuovo  mano  alle  borse ,  e  comprendendo  un  gran  numero 
di  cittadini,  imborsarono  tulli  gli  iifici  per  quarantadue  mesi 
non  solo  de' priori  e  gonfalonieri  di  giustizia,  ma  de'  dodici 
buoni  uomini,  de' gonfalonieri  delle  compagnie,  de' condot- 
tieri delle  masnade  de' soldati,  i  quali  nondimeno  si  muta- 
vano di  sei  mesi  in  sei  mesi,  e  somigliantemente  corressero 
la  elezione  delle  capiludini  dell'  arti ,  rislrignendo  1"  elezione 
ad  una  sola  volta  per  ciascun  anno  ;  le  quali  cose  finite  con 
maggior  quiete  che  da  principio  non  si  sperava  ,  giunsono 
in  Firenze,  dov'era  capitano  del  popolo  Angelo   da   S.  El- 

Amm.  Vol.  II.  8 


114  dell'istorie  fiorentine 

pidio ,  i  soldati  franzesi  in  numero  di  cinquecento  cavalie- 
ri ,  tulli  uomini  nobili ,  e  esercilati  nell'  arme ,  e  fra'  quali 
erano  più  di  sessanta  cavalieri  di  corredo.  Crcdesi  la  venula 
di  costoro  essere  slata  grande  cagione  che  i  Fiorentini 
movessero  l'anno  seguente  la  guerra  conlra  Castruccio.  E 
tra  tanto  il  papa  per  favorirli  eziandio  nelle  piccole  cose  , 
pubblicò  gravissime  censure  conlra  coloro  i  quali  contraffa- 
cessero il  fiorino  dell'oro  che  si  batteva  dalla  Repubblica  , 
come  che  egli  fosse  stato  il  primo  a  contraifarlo.  Fu  poi 
tratto  gonfaloniere  Alessandro  Cacciafuori  figliuolo  di  Bel- 
lincione ,  col  magistrato  del  quale  entrò  1'  anno  1325 ,  e  po- 
destà Accorimbono  di  M.  (iio.  da  Tolentino;  anno  tanto  ca- 
lamitoso verso  il  fine  a'  Fiorentini ,  quanto  mostrò  esser  lieto 
e  favorevole  nel  suo  principio ,  ancora  che  non  mancassero 
delle  solile  perturbazioni  alla  città  ;  perciocché  i  terrazzani 
di  Carmignano  non  polendo  sofferire  la  tirannide  di  Filippo 
Tedici  signor  di  Pistoja ,  di  propria  volontà  si  costituirono 
sudditi  e  vassalli  del  comune  di  Firenze.  La  signoria  per 
non  lasciarsi  vincere  di  umanità  li  fece  franchi  per  sette  anni, 
e  concedette  loro  che  per  detti  selle  anni  potessero  nomi- 
nare per  loro  podestà  qualunque  cittadino  di  Firenze  voles- 
sono ,  pure  che  fusse  popolano.  Ad  assettar  queste  cose  a 
Carmignano  era  stato  mandalo  con  nome  d' ambasciadore 
Kernardo  Bordoni,  figliuolo  di  Pagno  stato  gonfaloniere  l'anno 
1298,  cittadino  molto  potente,  e  perchè  alla  potenza  avea 
aggiunto  r  orgoglio,  grandemente  odiato  da'  buoni  ;  così  fatto 
uomo  avvisando  i  suoi  nimici  di  poter  facilmente  sbalzare 
trovandosi  fuori,  proposono  contra  di  lui  e  d'alcuni  suoi 
seguaci  un'  accusa  di  baratterìa  (  così  erano  notati  coloro  i 
quali  rubavano  il  comune  )  instando  che  fosse  secondo  le 
leggi  gastigato;  e  perchè  la  cosa  procedesse  con  più  rigore, 
proposono  l' accusa  innanzi  all'  esecutore  della  giustizia ,  il 
quale  era  allora  romano  detto  per  nome  Pietro  Landolfo , 
sapendo  che  i  priori  erano  fautori  de' Bordoni.  I  seguaci  dei 
Bordoni ,  i  quali  erano  presenti ,  comparirono  ,  e  delle  colpe 
imputale  loro  si  scusarono  in  quel  miglior  modo  che  pote- 
rono ;  ma  per  Bernardo  ,  il  quale  era  assente ,  comparì  Bor- 
done suo  fratello ,  dicendo  che  non  era  cosa  ragionevole 
che  coloro  i  quali  erano  fuori  per  servigio  della  Repubblica 


LIBRO    SESTO  115 

fussono  travagliali  dalle  malignità  di  quelli  di  dentro  ,  e  che 
quando  egli  fosse  tornato  darebbe  conto  delle  cose  da  lui 
amministrate  con  quella  fede  e  sincerità  che  a  buon  citta- 
dino s'  apparteneva  ;  ma  che  se  pure  1'  esecutore  volesse  pro- 
cedere di  fallo ,  eh'  egli  si  scusava ,  perciocché  si  sarebbe 
opposto  all'  ingiustizia  che  usavano  al  fratello  ,  con  1'  autorità 
degli  altri  magistrali  e  con  le  forze  private ,  e  che  del  male 
che  sarebbe  succeduto  ne  avrebbono  avuto  la  colpa  loro . 
i  quali  per  così  brutti  modi  s' ingegnavano  di  metter  al  fondo 
la  riputazione  de'  grandi  cittadini.  Avea  Bordone  usato  questi 
modi  di  dire,  perciocché  oltre  l'ardire  che  quella  famiglia 
s'  avea  preso  per  le  ricchezze  e  per  il  seguito  di  molli  che 
li  favorivano,  avea  con  seco  la  famiglia  de' priori,  la  quale 
essendogli  attorno  armata ,  si  mostrava  pronta  ad  eseguire 
tutto  ciò  che  da  lui  le  venisse  accennato.  Ma  l'esecutore 
romano  avendo  il  favore  del  resto  del  popolo  ,  a  cui  per  la 
molla  arroganza  erano  i  Bordoni  divenuti  fortemente  abbomi- 
nevoli.  non  sbigottendosi  punto  per  le  minacce  del  Bordoni, 
privò  Bernardo  in  perpetuo  di  tutti  gli  ufici  pubblici  della 
città,  così  dentro  come  di  fuori,  e  condannollo  in  duemila 
libbre.  Poi  pose  le  mani  addosso  allo  stesso  Bordone,  e  per 
le  parole  da  lui  temerariamente  usale  il  mandò  a'  contini  . 
condannandolo  ancora  in  moneta.  11  medesimo  fece  di  molti 
altri  loro  seguaci,  i  quali  si  erano  mostrati  in  quel  giudizio 
per  uomini  sediziosi  e  concitatori  della  moltitudine  ;  e  sti- 
mando che  quella  fazione  si  dovesse  del  tulio  sbarbare,  en- 
trato che  fu  nuovo  gonfaloniere  Odaldo  del  Clanga ,  con- 
dannò uno  de'  priori  usciti  d'  uficio  per  contumacia  sotto  il 
medesimo  pretesto  di  baratteria  ,  ma  veramente  perchè  egli 
si  era  mostrato  molto  favorevole  a'  Bordoni. 

Tulle  queste  cose  benché  fussono  state  fatte  con  gran- 
de animosità  erano  approvale  dalla  plebe,  come  quella  a  cui 
soprammodo  erano  venuti  a  noia  i  prosuntuosi  modi  tenuti  da 
quella  casa;  ma  essendone  l'  esecutore  montalo  in  tanta  au- 
dacia, che  egli  incominciava  a  schernire  l' uficio  de' priori 
e  averli  per  niente ,  a  molli  pareva  che  mentre  Pier  Lan- 
dolfo si  era  studiato  di  cacciar  una  parte  n'  avea  fatto  un'  al- 
tra ,  perciocché  egli  si  vedea  tutte  queste  cose  aver  fallo 
per  servir  a  coloro  i  quali  di  nuovo  aveano  ripreso  lo  stato; 


116  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

e  ricordandosi  delle  crudeltà  e  scelleratezze  di  Landò  d'Agub- 
bio,  dubitavano  non  di  nuovo  la  città  si  guastasse,  e  qualche 
scandalo  di  ciò  non  succedesse.  Per  questo  incominciando- 
visi  a  far  sopra  di  molti  discorsi ,  parve  a  ciascuno  che  la 
cosa  avesse  bisogno  di  presto  rimedio;  onde  essendosene 
più  volte  ragionato  in  senato,  fu  finalmente  per  pubblica  de- 
liberazione conchiuso ,  che  il  magistrato  del  gonfaloniere , 
de'  priori,  e  de'  dodici  buoni  uomini,  i  quali  per  la  dignità  e 
sopraeminenza  di  queir  uficio  rappresentavano  tutta  la  Repub- 
blica, potesse  privare  de'  loro  ufici  ciascun  podestà,  capitano 
ed  esecutore,  che  non  si  portassero  bene,  senza  appello  e  ri- 
chiamo alcuno:  nel  qual  modo  fu  raffrenata  l'audacia  dell'  ese- 
cutore ,  ma  non  perciò  scemato  punto  di  vigore  a' decreti  da  lui 
fatti.  Questo  breve  moto  civile  fu  cagione  che  discorrendosi 
sopra  lo  stato  della  città,  dagli  amanti  della  Repubblica  fosse 
presa  deliberazione  di  ridur  a  popolo  dieci  famiglie  di  quelle 
che  per  la  loro  nobiltà  erano  comprese  da  antico  tempo  nel 
numero  delle  grandi.  Ma  molto  presto  furono  i  Fiorentini 
rivocati  a  riguardar  alle  cose  di  fuori ,  «  perchè  avendo  il 
«  Visconti  preso  il  Borgo  a  Sandonnino  fra  Parma  e  Pia- 
«  cenza,  con  la  qual  comodità  danneggiando  grandemente  le 
«  genti  della  Chiesa,  il  papa  gli  esortava  e  sollecitava  a  man- 
ce dar  nuove  gente  in  Lombardia,  dove  trovo  lor  generale  il 
«  marchese  Manfredi  in  aiuto  del  cardinale  Bertrando  le- 
«  gato  ».  E  Castruccio  nonostante  il  tributo  pagatogli  da 
Filippo  Tedici,  e  la  tregua  che  avea  co' Pistojesi,  tolse  loro 
la  Sambuca,  castello  fortissimo  posto  nella  montagna  ;  da  che 
nacque  che  a  Firenze  furono  mandati  ambasciadori  da  Fi- 
lippo e  da'  Pistojesi  per  accordarsi  con  esso  loro  ;  e  come 
il  desiderio  della  guerra  che  si  avea  a  fare  con  Castruccio 
era  grande,  furono  lietamente  ricevuti  ,  e  purché  si  mante- 
nessero nell'  incominciata  amicizia,  promesse  di  render  loro 
Carmignano,  d'  accordar  le  differenze  che  erano  tra  Filippo 
e  il  vescovo,  e  non  potendole  accordare  di  provveder  il  ve- 
scovo d' ini  beneficio  in  iscambio  del  vescovado  ;  che  Filip- 
po si  rimanesse  con  quell  autorità  che  avea;  e  che  a  guardia 
della  città  si  mandassero  cento  cavalieri  soldati  dalla  Repub- 
blica ad  elezione  de'  Pistojesi.  Tulle  queste  cose  furono 
fatte  con   somma  sollecitudine;  tanto  era   grande  la   volontà 


LIBRO   SESTO.  117 

de'  Fiorentini  d'  aver  Pistoja  a  lor  divozione  ;  e  avrebbono 
anche  data  tutta  quella  somma  di  danari  che  da  Filippo  era 
addomandata  se  egli  si  fosse  contentato  di  cedere  la  signo- 
ria della  terra ,  o  se  coloro  per  mezzo  de'  quali  si  trattava 
la  compra ,  non  1'  avessono  più  volte  con  speranza  de'  pro- 
prj  comodi  disturbata.  Ma  Castruccio  crescendogli  l' animo 
ne"  travagli,  e  non  sbigottendosi  per  l'alienazion  di  Pistoja, 
in  un  medesimo  tempo ,  olire  l' intelligenze  che  avea  in  Pi- 
stoja e  in  Prato,  tenea  occulti  trattati  in  Pisa  e  in  Firenze 
per  sottoporre  quelle  due  nobilissime  Repubbliche  al  suo 
dominio;  ma  con  poca  felicità;  perciocché  in  Pisa  gli  assas- 
sini da  lui  mandati  per  uccider  il  conte  Mieri  avendo  ne'  tor- 
menti palesato  il  tradimento,  furono  secondo  al  lor  fallo  si 
conveniva  puniti ,  feciono  il  conte  Mieri  più  cauto ,  e  a  se 
resono  quello  stato  meno  facile  ad  espugnarlo. 

Né  in  Firenze  essendo  creato  nuovo  gonfaloniere  Bar- 
tolo Benci  (vanno  questi  Benci  per  S.  Pancrazio),  e  venutovi 
capitano  del  popolo  Cristofano  de'  Gualfredi ,  (  par  che  dica 
da  Cremona)  ebbe  la  fortuna  più  propizia,  ancora  che  vi 
fosse  stato  alcuno  de' medesimi  cittadini  il  quale  con  famosa 
perfìdia  avesse  cercato  di  soggiogare  la  propria  patria  all'im- 
perio d'un  ciltadin  lucchese.  Costui  fu  Tommaso  Fresco- 
baldi,  il  quale  sollecitato  da  un  comune  famigliar  suo  e  di 
Castruccio ,  si  pose  a  corrompere  le  masnade  de'  Franzesi 
per  mezzo  d'  un  monaco  dato  dal  papa  per  penitenziere  a 
quelle  genti,  il  cui  nome  fu  Cristiano  ;  il  quale  scoperto  il 
tradimento  fu  confinato  a  perpetua  carcere  ;  ad  un  cavaliere 
che  dovea  commuover  gli  animi  de'connestabili  fu  mozzo  il 
capo  ;  e  Tommaso  essendosi  fuggito  fu  giudicato  traditor 
della  patria,  e  come  a  ribello  confiscatigli  i  beni.  Prosegui- 
vasi  contra  la  persona  di  Guglielmo  di  Noreri,  uno  de'con- 
nestabili, a  cui  era  fama  che  il  trattato  fosse  stato  scoperto , 
se  egli  allegando  di  essere  in  quel  tempo  stato  ammalato  , 
e  perciò  non  atto  a  tener  mano  a  simili  imprese,  non  avesse 
schifato  il  supplicio.  Il  medesimo  fine  ebbono  le  pratiche 
tenute  in  Prato  con  Vita  Pugliesi  e  con  altri  della  terra,  es- 
sendo con  la  stessa  fortuna  palesato  I'  ordine  della  congiura 
prima  che  fosse  condotta;  onde  tutti  i  Pugliesi  furono  cac- 
ciati di  Prato,  e  molli  altri  che  non  furono  presti  a   fuggir 


118  dell'istorie  fiorentine 

decapitali.  Solo  in  Pistoja  riuscirono  i  disegni  suoi  per  opera 
di  Filippo  Tedici  prosperamente  ;  il  quale  non  giudicando 
da  se  solo  poter  mantenersi  signor  di  Pistoja ,  o  non  spe- 
rando mollo  ne'  Fiorentini,  slimò  partito  più  sicuro  d' aver 
a  confidar  in  un  solo  che  a  depender  da  tanti  :  perchè  deli- 
berò d'introdur  di  nuovo  Castruccio,  e  di  cacciarne  i  Fio- 
rentini. Il  premio  di  questa  subita  mutazione  furono  dieci- 
mila fiorini  d'oro,  e  l'esser  Filippo  slato  eletto  genero  di 
Castruccio,  e  i  soldati  i  quali  erano  alla  guardia  della  terra 
per  i  Fiorentini,  e  gli  altri  Guelfi  che  si  levarono  alla  difesa, 
intervennero  a  celebrare  gli  sposalizj  del  tiranno  con  la  mor- 
te loro.  In  Firenze  pervenne  la  novella  del  principio  del  tu- 
multo in  una  solenne  festa  che  si  faceva  il  quinto  giorno  di 
maggio  in  S,  Piero  Scheraggio,  per  aver  il  popolo  per  molti 
lor  meriti  armato  cavalieri  Pier  Landolfo  esecutore  degli  or- 
dini della  giustizia,  e  Urlirabacca  connestabile  tedesco  ;  ove 
in  un  gran  convito  erano  a  mangiare  co'  delti  cavalieri  no- 
velli il  gonfaloniere  Benci,  i  priori,  e  lutti  i  magistrali  della 
ciltà  ;  la  qual  cosa  stimata  esser  a  tempo  da  potersi  rime- 
diare, commosse  a  tanto  ardore  ciascuno ,  che  abbattute  le 
tavole,  montarono  a  cavallo  seguitati  da  infinito  popolo  ar- 
mato, e  avviaronsi  con  grand'  impeto  a  Prato.  Ma  avuto  per 
via  certi  avvisi  che  la  città  era  affatto  perduta ,  con  maggior 
dolore  se  ne  tornarono  a  Firenze ,  maledicendo  piìi  volte 
l'avarizia  de' malvagi  ministri,  i  quali  per  propri  interessi 
aveano  sì  fattamente  dilTcrita  la  compra  di  Pistoja ,  che  Fi- 
lippo come  disperalo  fosse  stato  costretto  gittarsi  nelle  brac- 
cia di  Castruccio.  Mitigò  grandemente  questa  universale  ama- 
ritudine de' Fiorentini  la  persona  di  Ramondo  di  Cardona; 
il  quale  fuggilo  il  novembre  passato  di  Milano,  ove  era  pri- 
gione de' Visconti,  e  stato  poi  in  corte  in  Avignone  tutto  il 
verno,  per  la  via  di  Talamone  il  dì  seguente  era  giunto  a 
Firenze  ;  perciocché  senza  molto  discorrere  come  fosse  un 
angelo  mandato  loro  dal  cielo,  il  crearono  subitamente  capi- 
tano generale  di  tulle  le  lor  genti,  avendo  nel  medesimo  dì 
fattogli  giurare  que'patti  che  si  ricercano  da' capitani,  con 
gran  trionfo  e  celebrità  in  su  la  piazza  di  S.  Giovanni.  Né 
più  ritardarono  del  seguente  giorno  ,  che  con  quelle  genti 
che  si   trovavano  in   ordino  il  mandarono  a   stringere   Arti- 


LIBKO   SESTO.  119 

mino,  '  castello  dc'Pistojcsi,  il  quale  a' 22  di  quel  mese  si  ar- 
rese ,  e  vennero  diigentosclte  Ira  terrazzani  e  Pistojesi  pri- 
gioni a  Firenze,  e  sul)ito  fu  dato  ordine  che  le  mura  fossero 
disfatte,  e  recatene  le  campane  del  comune  nella  città.  La 
venuta  d'  un  sì  fatto  capitano  quando  meno  vi  si  sperava , 
la  presta  vittoria  d'Artimino,  l'opportunità  della  stagione, 
r  antica  voglia  di  far  a  un  tratto  giornata  con  Castruccio ,  e 
r  ampiezza  delle  speranze  che  naturalmente  si  propone  cia- 
scuno innanzi  tempo  delle  cose  che  s'  hanno  a  fare,  mossone 
i  Fiorentini  alla  guerra,  benché  dissuasa  da  coloro  i  quali 
misurando  le  cose  con  più  prudenza  e  con  meno  ardire , 
malagevolmente  entrano  ne'  partiti  pericolosi  senza  manifesta 
necessità  ;  sbigottiti  ancora  da'  segni  e  prodigj  del  cielo,  per- 
chè la  sera  del  d'i  che  prese  Artimino,  si  vide  volar  sopra 
la  città  un  grandissimo  razzo  di  vapore  di  fuoco ,  e  la  notte 
innanzi  era  stato  un  grandissimo  tremtioto,  e  1'  aprile  passalo 
era  caduta  sì  gran  quantità  di  neve  dal  ciclo  per  tutta  To- 
scana, che  come  cosa  insolita  a  quel  tempo  era  stala  a  lutti 
non  meno  di  maraviglia  che  di  spavento.  Aggiugncvasi  a 
questo  la  mala  fortuna  del  capitano ,  fuggito  poco  innanzi 
dalle  prigioni  e  da'  cei)pi  de'  signori  Visconti  ,  e  quello  che 
tante  altre  volte  era  stato  considerato  la  grandezza  e  felicità 
del  nimico. 

Ma  nò  queste  né  altre  cose  erano  potenti  a  frenar  gli 
animi  de'  cittadini  desiderosi  della  guerra;  talché  senza  altre 
dilazioni  s' incominciò  a  dar  opera  alle  provvisioni  necessa- 
rie, e  prima  che  Bartolo  Benci  uscisse  del  suo  gonfalonerato 
fu  pronunciata  la  guerra  contra  Castruccio  con  metter  l'in- 
segne dell'  esercito  a  S.  Piero  a  Monticelli,  e  non  molto  do- 
po essendo  tulle  le  genti  a  ordine  fu  comandato  al  capitano 
che  s'  avviasse  verso  Prato,  e  con  buona  fortuna  della  Re- 
pubblica fiorentina  desse  principio  alla  guerra;  dovendo  pri- 
ma entrar  con  l'esercito  nel  contado  di  Pisloja ,  e  studiarsi 
di  guadagnar  quella  città  per  poter  poi  con  più  comodità 
trasferir  la  guerra  in  sul  Lucchese,  e  incominciar  a  travagliar 

'  Artimino,  oggi  piccolo  ••astello  appartenente  alia  famiglia  Barto- 
lommei  che  P  acquistò  dal  Granduca  Leopoldo  I.  Tuttavia  la  sua  strut- 
tura moMra  clie  nei  tempi  avanti  Cristo  doveva  essere  un  luogo  d'im- 
portanza. 


120  dell'istorie  fiorentine 

Caslruccio  (lenirò  le  raura  della  propria  casa.  Erano  in 
quell'esercito  quindicimila  pedoni ,  tutti  o  cittadini  o  del 
contado  di  Firenze  benissimo  armati ,  e  ducmilacinquecento 
cavalieri ,  la  quinta  parte  de'  quali  era  delle  cavallate  della 
città.  Il  resto  erano  tutti  condotti  a  soldo  di  diverse  nazioni, 
perchè  ve  n'erano  cinquecento  franzesi,  e  quasi  altrettanti 
tra  tedeschi,  e  borgognoni  e  catalani.  Il  rimanente  erano 
guasconi  ,  fiamminghi  ,  provenzali ,  italiani  e  franzesi  scelti 
di  tutte  le  masnade  vecchie  pochi  per  bandiera ,  e  tra  que- 
sti molti  signori  e  cavalieri  di  conto,  che  fu  stimata  per 
gente  molto  fiorita,  con  tante  provvisioni  di  trabacche  e  di 
tende ,  che  furono  più  volte  a  guisa  d' un  campo  regio  nu- 
merativi ottocento  padiglioni  e  poco  meno  di  quattromila  ca- 
valli per  condurre  le  bagaglie,  spendendo  la  Repubblica  per 
conto  di  chi  tenea  cura  di  ciò  tremila  scudi  per  ciascun 
giorno  ;  cose  tutte  da  dare  gran  maraviglia  a  chiunque  con- 
sidera il  piccolo  spazio  tra  '1  quale  si  ristrignea  lo  stato 
de' Fiorentini  in  quel  tempo  Con  queste  genti  s'avviò  Ra- 
inondo  di  Cardona  verso  Prato .  mandando  innanzi  secondo 
r  antico  costume  il  carro,  ove  era  la  campana,  al  cui  suono 
si  moveva  l'esercito.  Ma  celebrandosi  la  partita  dell'oste  col 
sonar  quasi  tutte  le  campane  della  città,  fu  riputalo  a  cattivo 
augurio  ,  e  accrebbe  grandemente  la  paura  di  coloro  che 
non  lodavano  questa  guerra,  1'  essersi  nel  cominciar  a  suo- 
nare rotta  la  campana  montanina .  quella  che  ventidue  anni 
addietro  era  stala  condotta  dal  Montale  a  Firenze;  la  qual 
paura  lornò  tosto  vana  per  i  lieti  successi  del  capitano,  igno- 
rando il  turbo  e  1  nugoli  che  aveano  a  seguir  dietro  al  se- 
reno di  quel  tempo.  Avea  di  due  dì  preso  il  gonfalonerato 
Manetto  de'  Scilinguati,  quando  Ramondo  essendo  soggior- 
nato alcuni  dì  a  Prato,  ove  erano  arrivati  dugento  cavalieri 
di  Siena,  s'avviò  col  campo  ad  Aglìana  su  quel  di  Pistoia. 
e  le  diede  il  guasto;  poi  nello  spazio  di  sei  dì  abbattè  molte 
fortezze,  e  avendo  predato  tutto  il  paese ,  finalmente  s'  ac- 
campò d'intorno  le  mura  di  Pistoja.  Quivi  Caslruccio  s'era 
rappresentato  da' primi  diche  i  Fiorentini  s"  erano  mossi  con 
tante  genti,  che  se  non  ardiva  uscire  ad  affrontar  i  nimici 
in  campagna,  era  sicuro  di  difender  la  terra  di  ogni  assalto. 
Ma  Ramondo  pensò  provocarlo  con  far  correr  il  palio  il  dì 


LIBRO   SESTO.  121 

di  S.  Giovanili  presso  alla  porta  della  citlà,  il  che  fu  invano, 
perciocché  inghiottendo  egli  quell'ingiuria  con  animo  forte, 
aspettava  tempo  di  vomitarla  a  danno  de' Fiorentini  senza 
metter  in  manifesto  pericolo  le  cose  sue  :  perchè  avendo 
Ramoudo  consumato  alcuni  altri  giorni  in  scorrer  il  paese , 
e  conoscendo  alla  line  di  non  poter  far  cosa  di  molto  pro- 
litto,  tornò  indietro  a' 4  di  luglio  con  l'esercito  a  Tizzano  , 
ove  pensò  valersi  d'una  nuova  industria,  avendo  incomin- 
ciato a  far  fosse  e  cave  e  instromenti  da  combatter  le  mura, 
onde  diede  a  credere  che  egli  volesse  in  ogni  modo  espu- 
gnar quel  castello.  Questo  quando  conobbe  esser  tenuto  per 
vero  infin  dallo  stesso  Castruccio,  comandò  al  suo  maliscalco 
che  con  cinquecento  cavalieri  e  con  molti  pedoni  di  notte 
tempo  prendesse  il  cammino  verso  Fucecchio,  e  studiassesi 
di  gitlar  un  ponte  su  la  Gusciana ,  occupando  con  sonmia 
prestezza  il  passo  di  Rasamolo  per  potersi  insignorir  di  Cap- 
piano,  dal  qual  luogo  s'  apriva  la  strada  per  passare  sul  Luc- 
chese. Quella  medesima  notte,  acciocché  il  nimico  avesse  ca- 
gione di  pensar  ad  altro ,  mandò  un'  altra  parte  delle  sue 
genti  per  predare  con  gran  romore  intorno  le  mura  di  Pi- 
sloja;  perchè  gli  riuscì  quello  che  intendeva  di  fare  felice- 
mente; conciossiachè  il  maliscalco  avendo  in  sua  compagnia 
Ottaviano  Brunelloschi  e  Bandino  de'  Rossi  capitani  delle 
fanterie,  nomini  valorosi  e  pratichi  del  paese  ,  avendo  tro- 
vato il  luogo  opportuno,  gittò  la  seguente  notte  di  furto  un 
ponte  di  legname  sulla  Gusciana ,  e  passate  tutte  le  genti 
senza  alcun  disturbo  improvvisamente  assalirono  le  torri  del 
ponte  a  Cappiano  tenute  da'  nimici.  Poco  appresso  al  qual 
tempo  sopraggiunse  col  rimanente  dell'  esercito  Ramondo  par- 
titosi dall'assedio  di  Tizzano,  di  cui  s'era  insino  a  quell'ora 
servito  per  una  strattagemma.  11  che  sbigottì  grandemente 
Castruccio.  veggendosi  superalo  non  solo  con  la  forza  e  nu- 
mero de'  nimici,  ma  eziandio  con  1'  arti  sue  medesime.  Non- 
dimeno senza  lasciarsi  sopraffare  dal  dispiacere,  mandato  per 
soccorso  a  tutti  i  Ghibellini  di  Toscana ,  della  Marca  e  di 
Romagna ,  attese  a  ingrossar  il  suo  esercito  di  secentocin- 
quanta  cavalieri;  e  con  questi  venutone  in  Valdinievole  si 
pose  col  campo  in  su  Vivinaia ,  comprendendo  il  paese  di 
Montechiaro  e  del  Cerruglio;  poi  fece  con  incredibile  cele- 


i22  dell'istorie  fiorentine 

rità  far  un  fosso  dal  poggio  al  padule,  e  tenerlo  fortificato 
per  tutto  con  buone  guardie  di  giorno  e  di  notte;  percioc- 
ché il  contado  di  Lucca  è  talmente  diviso  da  quel  di  Pistoja 
che  dal  lato  di  sopra  ha  asprissimi  monti  i  quali  si  congiungo- 
no con  l'Appennino;  da  quel  di  sotto  ha  il  padule  larghissi- 
mo e  mollo  impedito  da  tutti  i  luoghi,  eccetto  in  quel  poco 
spazio  che  egli  pena  a  congiungersi  con  la  montagna.  Ma 
queste  provvisioni  non  impedirono  che  i  Fiorentini  a'  14  di 
luglio  non  guadagnassero  le  torri  e  il  ponte,  e  cinque  dì 
appresso  non  raeltesser  fuoco  a  Cappiano,  e  che  finalmente 
verso  gli  estremi  dì  di  quel  mese  non  acquistassero  anche 
Montefalcone.  In  questo  tempo  era  venuto  podestà  di  Fi- 
renze Ranuccio  della  Serra  d'Agubbio,  e  un  fuoco  appreso 
nella  città  in  S.  Trinila  abbruciò  quattordici  case  con  al- 
cuni uomini.  Perchè  se  in  aiuto  di  Castruccio  erano  soprag- 
giunte nuove  genti,  molto  più  ne  vennero  in  favore  de' Fio- 
rentini, sì  per  vedere  che  incominciavano  a  mostrar  il  viso 
gagliardamente  al  nimico  ,  e  sì  perchè  a  calen  d'  agosto  s'  era 
pubblicalo  in  Firenze  e  per  altre  città  guelfe  di  Toscana  il 
processo  della  scomunica  fatto  da  papa  Giovanni  contra  Ca- 
struccio come  nimico  di  S.  Chiesa;  onde  i  Sanesi  tornarono 
a  mandare,  olire  i  primi,  dugento  cavalieri  e  secenlo  bale- 
strieri, senza  cento  altri  che  vi  vennero  per  conto  partico- 
lare. E  di  Perugia,  di  Bologna,  e  di  Camerino  ve  .ne  giun- 
sono  tanti  altri ,  che  congiunti  con  quelli  d'  Agubbio  ,  di 
Grosseto,  di  Montepulciano  ,  di  Colle  ,  di  S.  Gimignano,  di 
S.  Miniato,  di  Volterra,  di  Faenza,  d' Imola  e  di  Loiano  con 
certi  altri  che  vi  mandarono  i  conti  a  Sarziano  di  Chiusi,  e 
i  conti  da  Batlifolle,  e  con  nuovi  fuorusciti  di  Lucca  e  di 
Pistoia  passarono  il  numero  di  millcqualtrocenlo  cavalieri  e 
di  milledugenlo  balestrieri.  Con  queste  genti  non  solo  rime- 
diarono al  mancamento  de'  fanti,  i  quali  erano  parte  amma- 
lati e  parie  morti  per  la  dimora  fatta  in  su  la  Gusciana,  che 
a  que'  tempi  massimamente  è  tenuta  per  cattivissima  aria , 
ma  i  cavalieri,  ne' quali  le  malattie  non  erano  stale  minori, 
si  trovarono  passare  il  numero  di  tremila:  con  le  quali  genti 
a' 3  d'agosto  s'accamparono  intorno  ad  Altopascio.  Era  quel 
castello  allora  lenulo  per  molto  forte  ,  e  giudicato  luogo  di 
grande  importanza  per  l' impresa  di  Lucca  ;  perchè   oltre  il 


LIBRO   SESTO.  123 

non  discostarsi  di  Lucca  più  che  cito  miglia,  egli  era  forte 
di  mura  e  di  fossi,  e  avea  gran  copia  di  torri  e  di  sleccati, 
e  oltre  a  ciò  vi  erano  dentro  cinquecento  fanti  che  avendo 
riguardo  alla  piccolezza  del  luogo  che  s'  avea  a  guardare  , 
era  stimato  molto  buon  presidio.  Ramondo  essendovisi  po- 
sto col  campo  attendeva  con  ogni  diUgenza,  ora  dando  l'as- 
salto di  giorno  e  ora  di  notte  alle  mura  ,  a  molestar  quelli 
di  dentro;  ancora  che  il  campo  suo  per  le  molle  malattie 
e  per  le  licenze  che  concedeva  egli  assai  volentieri  a'  sol- 
dati per  guadagnar  le  paghe  per  sé ,  andasse  tuttavia  nota- 
bilmente diminuendo.  Ma  non  era  minore  il  morbo  in  quel 
di  Castruccio;  anzi  era  egli  di  tante  maggiori  difficoltà  cir- 
condato, quanto  gli  venivano  ogni  giorno  meno  i  danari;  ma 
con  la  solila  franchezza  che  egli  avea  mostrato  sempre  in 
lutti  i  suoi  affari,  procurava  di  riparare  a  così  fatti  inconve- 
nienti con  r industria,  cercando  di  corrompere  come  altre 
volte  avea  tentato  di  fare  alcuni  connestabih  de'  Fiorentini;  e 
avrebbe  agevolmente  condotto  il  suo  intendimento  al  desi- 
derato flne ,  se  Miles  dal  Zurro  uno  de'  capitani  franzesi 
venendo  a  morte  per  i  disagi  contralti  nella  guerra ,  e  dan- 
dosi in  colpa  del  fallo  che  aveva  a  commettere,  non  avesse 
palesalo  il  trattato  ;  perchè  fu  preso  come  complice  Gugliel- 
mo di  Noreri,  quello  che  poco  innanzi  con  la  malattia  aveva 
fuggilo  la  pena  del  primo  tradimento.  Ed  era  Ramondo  in 
proposito  di  farlo  secondo  la  legge  militare  morire ,  se  per 
sospetto  di  non  alienarsi  in  così  fatti  bisogni  gli  altri  Fran- 
zesi, non  fosse  stato  costretto  prender  più  benigna  delibera- 
zione ;  perchè  gli  diede  licenza ,  e  egli  facendo  vista  d' an- 
darsene a  Napoli  se  ne  tornò  per  Maremma  a  Castruccio ,  e 
fece  poi  di  molti  danni  alla  Repubblica. 

Veggendo  Castruccio  non  riuscirgli  i  primi  disegni  tentò 
la  via  della  diversione ,  mandando  dugenlo  cavalieri  di  Pi- 
stoja  con  molli  pedoni  a  predare  in  sul  contado  di  Prato,  e 
a  scorrere  in  quel  di  Firenze ,  per  vedere  se  risolvendosi  i 
Fiorentini  a  divider  le  forze  del  loro  esercito  egli  potesse 
con  qualche  impeto  assalir  il  campo,  e  tentar  con  alcuno  suo 
vantaggio  la  fortuna  della  ballaglia.  Ma  ogni  opera  era  git- 
tata indarno:  perciocché  Giovanni  Viviani,  il  quale  era  suc- 
ceduto nel  gonfalonerato  a  Manetto  de' Scilinguati,  non  vo- 


124  dell'  istorie  fiorentine 

leudo  esser  da  meno  del  suo  predecessore ,  e  desiderando 
d'  onorar  il  suo  magistrato  con  alcuno  onoralo  acquisto,  sol- 
lecitava con  continui  messi ,  che  posposta  ogn'  altra  cosa , 
s'  attendesse  con  ogni  fervore  all'  assedio  d' Altopascio.  Il 
che  fece  a  Castruccio  tentar  una  nuova  impresa  con  mandar 
centocinquanta  cavalieri  e  mille  pedoni  a  Carraignano  con 
speranza  d'  aver  la  terra  ;  onde  i  Fiorentini  fosser  costretti 
levarsi  dall'  assedio.  Andarono  prontamente  i  soldati  il  23" 
giorno  di  quel  mese  ove  era  stato  lor  comandato,  e  vigoro- 
samente erano  entrati  nella  villa,  e  già  parea  che  avessero 
conseguito  quel  che  s'  avea  a  fare  ;  quando  sopraggiungendo 
quelli  di  Campi  e  di  Gangalandi  con  alcuni  cavalieri  bolo- 
gnesi, i  quali  erano  a  servigio  della  Repubblica,  e  dando 
animo  a'  Guelfi  di  Carmignano  che  avevano  incominciato  a 
fare  un  poco  di  resistenza,  s'  attaccò  una  terribil  zuffa  :  co- 
storo forzandosi  di  ripignerli  di  fuori ,  coloro  usando  ogni 
estremo  sforzo  perchè  non  perdessero  quello  che  una  volta 
aveano  acquistato.  Ma  era  difficii  cosa  combattere  co'  terraz- 
zani, i  quali  co' sassi  li  percuotevano  dalle  finestre,  e  co' sol- 
dati e  cavalieri  venuti  di  fuori ,  che  con  le  balestre  e  con 
le  lance  non  li  lasciavano  prender  fiato  ;  talché  incominciarono 
ad  esser  malmenati,  e  finalmente  a  esser  del  tutto  perditori, 
rimanendovi  dopo  lungo  spazio  morti  più  di  quattrocento- 
cinquanta uomini  senza  i  prigioni  :  quello  che  appena  sareb- 
be in  que'  tempi  succeduto  in  un  fatto  d' arme  generale. 
Questa  cosa  abbattè  molto  1'  ardire  di  Castruccio  ,  e  si  tirò 
dietro  la  perdita  d'  Altopascio  ;  il  quale  udita  si  nolabil  rotta, 
ed  essendo  quelli  di  dentro  venuti  tra  loro  a  contesa,  due 
giorni  dopo  s'arrendè  a' Fiorentini,  con  patto  che  il  presi- 
dio se  n'uscisse  salvo  e  senza  offesa  alcuna.  Non  fu  così 
prima  acquistato  quel  castello  ,  che  coloro  i  quali  desidera- 
vano di  vedere  il  fine  di  quella  guerra  incominciarono  con 
gran  veemenza  a  persuadere  che  si  procedesse  oltre ,  e  che 
s'andasse  in  ogni  modo  a  Lucca;  per  lo  qual  fine  si  erano 
mossi  di  Firenze.  Mostravano  V  aver  guadagnato  il  passo 
della  Gusciana,  le  torri  e  '1  ponte  a  Cappiano,  Montefalcone 
e  finalmente  Altopascio,  essere  stale  per  sé  slesse  cose  di 
piccol  momento,  e  non  da  corrisponder  di  gran  lunga  alla 
grandezza  della  spesa,  alle  fatiche  patite,  e  al  numero  grande 


LIBRO   SESTO  125 

degli  uomini  che  v'  eran  morii ,  se  elle  non  giovassero  per 
un  mezzo  dell'impresa  di  Lucca:  ma  con  lai  deliberazione 
farsi  la  più  gloriosa  opera  che  mai  avesse  fallo  la  Repub- 
blica fiorenlina,  meller  in  confusione  e  rovina  manifesla  lutti 
i  disegni,  tutti  i  pensieri,  tulle  le  vaste  e  smisurale  imprese 
di  Caslruccio  ;  ed  esser  cosa  impossibile  che  o  per  forza , 
0  per  mancamento  di  danari,  o  per  mala  soddisfazione  di 
vedersi  i  Lucchesi  privali  della  loro  libertà,  o  per  trattato 
di  quelli  che  erano  nell'  esercito  loro  non  succedesse  in 
quella  città  disposizione  tale ,  che  s'  avessero  a  bramare 
più  tosto  alcune  oneste  convenzioni  che  da'  Fiorentini  le 
sarebbono  proposte ,  che  la  superba  e  insolente  tirannide 
d'un  lor  cittadino.  Dietro  Lucca  non  aversi  a  dubitar  di  Pi- 
«toja  ;  la  quale  come  era  stala  poco  fedele  a'  Fiorentini,  così 
in  ogni  caso  che  Caslruccio  incominciasse  a  balenare,  vacil- 
lerebbe ancor  ella.  La  stretta  doversi  dare  quando  il  nimico 
è  sgomentalo  ;  il  che  vedersi  in  Caslruccio  dall'  essersi  rin- 
chiuso ,  e  dal  non  aver  mai  in  tutta  quella  guerra  voluto 
uscir  in  campagna,  ne  doversi  aspettare  che  egli  ripigli  ani- 
mo e  vigore.  Non  esser  da  credere  che  i  Visconti  fossero 
per  abbandonar  Caslruccio ,  essendo  questa  una  sorte  d' in- 
teresse comune  ;  ma  con  1'  ardire  e  con  la  prestezza  doversi 
impedire  e  disordinare  tulli  questi  rimedj.  Quelli  che  senti- 
vano il  contrario  mostravano;  che  perchè  fosse  preso  Allo- 
pascio  non  era  però  così  agevole  il  passar  a  Lucca;  esservi 
dell'  altre  fortezze  e  ripari ,  i  quali  non  si  polrebbono  supe- 
rare se  non  con  grandissime  didìcollà,  e  con  maggior  lun- 
ghezza di  tempo  che  altri  leggiermente  non  slimava.  Il  lor 
esercito  esser  grandemente  diminuito  (  come  quello  nel  quale 
mancava  il  terzo  de'  cavalieri  ,  e  poco  meno  della  metà 
de'  fanti  ) ,  con  le  quali  forze  ninno  uomo  savio  e  esperto 
delle  cose  militari  aveva  a  sperare  che  s'  avesse  a  prender 
Lucca.  Non  doversi  far  argomento  di  paura  o  di  viltà  di  Ca- 
slruccio per  non  essersi  in  quella  guerra  lascialo  vedere  ; 
perchè  i  grandi  capitani  debbono  esser  polenti  a  lollerare  pa- 
zientemente il  dispregio  della  l'ama  per  condur  nel  fine  l' ira- 
prese  a  buon  porto  ;  e  che  talora  il  lasciar  perdere  è  un 
mezzo  certissimo  d'  acquistare  :  il  che  avea  egli  slesso  olli- 
mamenle  mostrato ,  quando  nella  guerra  de'  Malespini  si  la- 


i26  dell'istorie  fiorentine 

sciò  perder  tante  castella  in  Lunigiana  ;  le  quali  poi  non  solo 
riacquistò  ,  ma  travagliò  grandemente  lo  stato  de'  Fiorentini. 
E  se  quelli  stessi  che  erano  di  contrario  parere  confessava- 
no che  i  Visconti  non  erano  per  mancare  a  Castruccio,  es- 
ser cosa  puerile  darsi  a  intendere  che  quando  tutte  le  cose 
fosser  prospere  a'  Fiorentini,  e  contrarie  al  nimico  ,  non  gli 
avesse  a  sopravanzar  sempre  tanto  di  tempo ,  che  in  ogni 
fortuna  potesse  aspettar  gli  aiuti  di  Lombardia. 

In  simili  questioni,  la  deliberazion  delle  quali  s'aspet- 
tava dalla  Repubblica,  si  consumarono  molti  giorni;  per- 
ciocché tra'  senatori  furono  le  medesime  dispute  nella  città, 
che  erano  state  in  campo  tra'  capitani;  e  finalmente  fu  messa 
a  esecuzione  la  sentenza  più  feroce  e  meno  prudente ,  es- 
sendo molti  insuperbiti  da  una  apparente  felicità ,  che  spi- 
rava in  favor  de'  Fiorentini,  nel  dominio  de'  quali  era  in  quelli 
medesimi  giorni  pervenuto  il  contado  di  Mangone.  Coloro  i 
quali  eran  di  contrario  parere  s'  ingegnavano  con  nuove  ra- 
gioni, quando  videro  il  partito  vinto  ,  di  persuadere  che  si 
dovesse  almeno  prima  porre  il  campo  a  S.  Maria  a  Monte , 
e  ivi  attendere  nuova  provvisione  di  genti ,  così  di  cittadini 
come  di  forestieri,  e  secondo  gli  avvenimenti  con  più  matu- 
rità risolversi  all'impresa  di  Lucca.  Ma  il  capitano,  il  quale 
con  la  vittoria  di  così  fatta  città,  sperava  di  poter  in  Firenze 
ottener  cose  grandissime ,  allegando  non  esser  più  tempo  di 
poter  ditì'erirc  i  comandamenti  del  gonfaloniere  e  de' priori, 
!'  ottavo  dì  di  settembre  si  partì  d'  Altopascio,  e  la  sera  con 
balorda  ignoranza  alloggiò  alla  Badia  di  Pozevole  in  sul  pan- 
tano di  Sesto,  potendosi  porre  alla  piaggia  tra  Vivinaia  e 
Porcari.  Conobbe  tardi  come  1'  alloggiamento  preso  era  poco 
sicuro  ;  conciossiachc  venendosi  a  combattere ,  Castruccio 
avrebbe  avuto  il  vantaggio  del  sito  :  talché  dopo  l' essersi 
fermato  due  giorni  in  quel  luogo  ,  si  pose  a  tentare  se  egli 
potea  passar  oltre  tra  Montechiaro  e  Porcari;  non  tanto  per- 
chè sperasse  di  poterlo  conseguire,  quanto  che  avendo  a 
mutar  alloggiamento,  mostrasse  ciò  fare  più  per  voler  andar 
innanzi  che  per  ritrarsi.  Mandò  dunque  molti  guastatori  a 
fare  spianare  e  rilevare  i  passi,  e  comandò  al  suo  maliscalco 
e  a  Dietaraar  dotto  Urlimbacca  tedesco,  che  con  cento  ca- 
valli !  accompagnassero  per  non  esser   offesi  da'  nimici.  Ma 


LIBRO   SESTO  127 

Castruccio  avuto  notizia  della  venuta  di  costoro  ,  non  fu 
lardo  a  mandare  alcune  delle  sue  genti  per  impedir  il  dise- 
gno. E  egli  posto  in  ordine  tutto  1'  esercito  ,  calò  alquanto 
verso  la  valle,  perchè  in  così  fatta  occasione  se  i  Fiorentini 
volessero  venir  a  giornata,  si  trovasse  a  tempo  ;  avendo  in 
prima  munito  ottimamente  i  passi  del  poggio.  Riscontrate  in 
sul  monte  le  genti  di  Castruccio  con  quelle  che  guidava  il 
maliscalco  di  Ramondo,  incominciarono  tra  loro  una  leggiere 
scaramuccia ,  ma  la  quale  per  la  vicinità  de'  campi  andò 
molto  presto  crescendo  e  facendosi  maggiore;  essendovi  dal 
campo  de'  Fiorentini  sopraggiunti,  oltre  i  primi ,  più  di  du- 
gento  cavalieri ,  e  da  quel  di  Castruccio  tanti  altri  che  avan- 
zavano la  metà.  In  tanto  vantaggio  di  numero  di  genti,  tu 
nondimeno  così  dubbia  la  fortuna  della  battaglia  a  ciascuna 
delle  parti ,  che  avendosi  per  Io  spazio  di  molte  ore  quattro 
volte  attaccali  insieme,  ora  queste  squadre  cacciando  quelle, 
non  bene  appariva  chi  avesse  a  rimaner  vincitore ,  se  1'  es- 
sere Castruccio  slesso  entrato  nell' ardor  della  zuffa,  e  il  non 
aver  voluto  Ramondo  mandar  più  gente  in  aiuto  de' suoi, 
sdegnato  che  i  dugento  cavalieri  s'erano  messi  a  combattere 
senza  suo  ordine ,  non  avesse  finalmente  dato  la  vittoria  a 
Castruccio;  il  quale  nondimeno  fu  sostenuto  prima  da' cava- 
lieri fiorentini  molto  vigorosamente,  come  quegli  che  essen- 
do stato  gittato  da  cavallo,  e  ferito,  si  trovò  a  rischio  della 
vita.  Erasi  intanto  Ramondo  con  le  sue  genti  in  ordinanza 
accostato  a  capo  d'un  piano,  per  vedere  se  gli  fosse  potuto 
riuscire  di  passar  oltre ,  mentre  Castruccio  immerso  nel  fu- 
ror della  pugna  era  occupato  a  combattere.  Ma  1'  essere 
quel  piano  attraversato  da  un  fosso  con  piccolo  spazio  dall'  al- 
tra parte,  gli  tolse  1'  animo  di  mettersi  in  quella  fortuna,  non 
polendo  ciò  fare  senza  smembrare  1'  esercito  in  più  parti  ; 
nel  qual  caso  sarebbe  così  fatta  divisione  seguita  sempre 
con  suo  non  piccol  pericolo  :  perchè  egli  fu  costretto  a  ri- 
trarsi al  luogo  onde  era  partito ,  il  che  porse  più  facililà  alla 
piccola  vittoria  di  Castruccio;  nella  quale  oltre  i  morti  rima- 
sono  suoi  prigioni  uomini  di  stima  Urlimbacca  tedesco,  e 
de' Fiorentini  Francesco  Brunelleschi,  il  quale  di  fresco  avea. 
preso  r  ordine  della  cavalleria ,  e  Giovanni  della  Tosa  fi- 
gliuolo di  Rosso,  ma  non  senza  eguale  e  forse  maggior  dan- 


128  dell'  istorie  fiorentine 

no  de'  nimici  ;  perciocché  e'  si  videro  tornare  più  di  conio 
cavalli  voti  nell'  oste  della  Repubblica,  avendo  nel  fuggire  te- 
nuti tutti  la  via  del  piano.  Ma  1'  esser  Castruccio  restato  si- 
gnor del  campo  mostrò  d'  averne  avuto  il  migliore.  Slettono 
nondimeno  amendue  gli  eserciti  in  ordinanza,  come  se  aves- 
sero a  combattere,  sonando  continuamente  le  trombe  perchè 
non  paresse  che  1'  uno  consentisse  di  ceder  all'  altro,  infino 
che  furon  divisi  dalla  notte.  Ma  senza  dubbio  alcuno  da 
queir  ora  innanzi  scemò  grandemente  l' ardire  nel  campo 
de'  Fiorentini  ;  ove  molte  fazioni  onorate  erano  seguite  per 
virtù  d'  Urlimbacca. 

Non  fu  nascosta  a  Castruccio  la  paura  de' nimici;  della 
quale  avendo  più  timore  che  non  avea  avuto  dell'ardire  e 
sicurezza  da  essi  prima  mostrata  ,  temendo  che  questo  non 
fosse  un  torgli  la  suprema  e  ultima  vittoria  di  quell'  esercito, 
si  volse  all'usate  astuzie,  facendo  dalle  vicine  castella  di 
Valdinievole  tener  diversi  finti  trattati  con  Uamondo  per  farlo 
indugiare;  e  tra  tanto  avea  con  incredibile  celerilà  fatto  in- 
tendere a'  signori  Visconti,  che  questo  era  il  tempo  comodo 
di  abbatter  la  superbia  de'  Fiorentini,  i  quali  dal  pazzo  ar- 
dir loro  erano  stati  condotti  in  parte ,  ove  egli  con  alcuno 
giusto  soccorso  1'  avrebbe  facilmente  superati.  Comandò  su- 
bito Galeazzo  ad  Azzo  suo  figliuolo,  giovane  di  grande  espct- 
lazione,  per  essersi  il  marzo  passato  insignorito  del  Borgo 
a  S.  Donnino,  che  con  ottocento  cavalieri  tedeschi  andasse 
a  soccorrer  Castruccio;  il  quale  Azzo  per  ubbidir  a' coman- 
damenti paterni  messosi  in  cammino  arrivò  a  Lucca  il  ven- 
tiduesimo giorno  di  settembre ,  onde  fece  a  Castruccio  in- 
tender la  sua  venuta,  e  richiederlo  di  danari,  perchè  si  desser 
le  paghe  a'  soldati.  Erasi  nel  campo  de'  Fiorentini  sparla  pri- 
ma una  fama  della  venuta  d' Azzo ,  e  dubitandosi  che  non 
fosse  un  falso  romore  levato  da  Castruccio  per  metter  loro 
spavento,  non  se  n'era  fatto  molto  conto;  ma  quando  eb- 
bero per  certe  novelle  lui  esser  arrivato  a  Lucca,  non  sti- 
mando di  star  sicuri  alla  Badia  a  Pozevere  ,  col  campo  in 
ordine  si  ridussono  ad  Altopascio,  ma  non  con  maggior  giu- 
dizio che  avcsser  fatto  nel  primo  alloggiamento  ;  perchè  fu 
giudicato  infin  da  quei  tempi,  che  se  1'  esercito  avesse  pas- 
sato la  Gusciana,  o  almeno  ridottosi  in  su  '1  Gallena,  sarebbe 


LIBRO   SESTO  129 

stato  sempre  a  suo  arbitrio  signor  del  combattere  senza  es- 
servi forzato  dal  nimico.  Castruccio  bestemmiando  la  sua 
lortuna,  e  l'avara  tardanza  d'Azzo,  che  con  T  importuna  do- 
manda de' danari,  ritenindosi  a  Lucca,  gli  facesse  uscire 
così  nobil  vittoria  dalle  mani,  montato  a  cavallo  ,  andò  il  dì 
medesimo  a  ritrovarlo,  e  dopo  molte  liete  dimostrazioni,  ri- 
tiratisi in  camera  soli,  gli  usò  simili  parole.  Il  mio  padre 
Gerì,  0  Azzo,  non  per  altro  che  per  seguitar  fedelmente  la 
parte  ghibellina,  essendo  io  ancora  assai  piccol  fanciullo,  fu 
cacciato  di  Lucca.  Il  dire  quali  e  quanti  fossero  i  disagi  che 
in  quello  acerbissimo  esilio  ed  egli  ed  io  patimmo,  sarebbe 
per  avventura  opera  più  compassionevole  che  necessaria  a 
raccontare.  Ma  bastivi  in  segno  della  loro  asprezza  sapere 
essere  stali  tali,  che  con  invitta  ostinazione  mi  costrinsono 
a  far  giuramento,  che  io  non  sarei  mai  per  cessare  di  ven- 
dicarmi di  cotante  ingiurie,  pur  che  una  volta  me  ne  fosse 
dato  il  potere.  Se  io  ho  ciò  adempito,  dopo  che  a  Dio  pia- 
cque di  farmi  sentire  il  beneficio  della  presente  fortuna,  alla 
quale  con  la  grazia  e  favor  de'  miei  cittadini  mi  apersi  la 
strada  ,  e  la  quale  parte  con  la  virtù  propria  e  con  la  ripu- 
tazione della  casa  vostra  mi  ho  infino  a  quest'  ora  conservata 
e  accresciuta ,  io  non  chiamo  di  ciò  altro  testimonio,  che  la 
felice  memoria  del  magno  Matteo  vostro  avolo ,  in  servigio 
del  quale  io  ruppi  primieramente  la  guerra  a'  Fiorentini ,  e 
la  presente  fede  dell'  illustrissimo  Galeazzo  vostro  padre  ; 
nò  ricercherò  mollo  presto  altra  che  quella  di  voi,  pure  che 
in  sì  bella  occasione  non  manchiamo  a  noi  medesimi.  Ora 
io  mi  persuado  che  l'avervi  ciò  fatto  intendere  debba  suf- 
ficientemente bastare  ,  che  voi  con  quel  valore  e  virtù  che 
solete,  mi  prestiate  il  vostro  opportunissimo  aiuto  in  que- 
sto bisogno;  perciocché  i  Fiorentini  non  sono  meno  nimici 
vostri  che  miei,  i  quali  uscendo  de'  termini  di  Toscana  han- 
no più  volle  avuto  ardimento  d'  entrar  nelle  terre  di  Lom- 
bardia per  oppugnar  le  forze  degli  amici  e  seguaci  vostri , 
e  di  voi  medesimi.  Talché  questa  causa  è  più  comune,  che 
particolare  d'  alcun  di  noi.  E  a  voi  torna  utile  che  io  con 
perpetui  danni  e  rovine  mantenga  sempre  vivo  1'  odio  e  le 
nimicizie  con  questa  nazione,  ma  molto  più  se  con  singoiar 
beneficio  di  queste  genti  che  ci  avete  recate,  noi  ci  studie- 
AiiM.  YoL.  II.  9 


130  dell'istorie  fiorentine 

remo  di  spegnerli  affatto  senza  lasciarli  risurgcrc  in  tempo 
alcuno.  Eglino  sono  disloggiati  da' primi  alloggiamenti,  ma 
Iddio,  il  qual  hanno  contrario,  li  ha  fatti  incorrere  in  un  er- 
rore non  minore  del  primo  ,  trattenendosi  per  quanto  pur 
ora  ho  raccolto  da  certe  spie  a  fortificar  Altopascio,  come 
quelli  che  non  si  confidano  di  poterlo  difender  con  Y  arme. 
Ora  io  spero,  se  noi  non  perderemo  il  tempo  inutilmente  a 
Lucca,  di  tirarli  non  ostante  questo  alla  giornata  :  perciocché 
non  polendo  eglino  in  questa  notte  dar  ordine  a  tutte  le  cose 
che  bisognano  per  sicurtà  d'  Altopascio,  noi  saremo  a  tempo 
domani  a  ritrovarli,  o  dentro  la  terra,  o  in  atto  di  partire; 
neir  un  modo  e  nell'  altro  de'  quali  saranno  costretti  ricever 
la  battaglia:  se  dentro  la  terra  forzatamente,  e  come  po- 
tranno fuggire  di  difendersi,  dando  noi  l'assalto  afie  mura? 
se  di  fuori ,  io  son  certo  che  essi ,  i  quali  son  soliti  chia- 
marmi in  questa  guerra  vile  e  codardo ,  non  patiranno  di 
fuggirmi  dinanzi;  e  benché  con  lor  disavvantaggio,  vorranno 
prima  avventurar  la  sorte  della  battaglia,  e  mettere  in  peri- 
colo tutto  lo  stato  loro,  che  sostener  con  fortezza  il  biasimo 
popolare,  e  ritirarsi  prudentemente  in  sicuro.  In  tal  caso  non 
dubito  punto  della  vittoria ,  la  quale  quante  cose  si  possa 
tirar  dietro,  comode  tutte  a' fautori  della  parte  ghibellina, 
non  fa  mestiere  di  dire.  Ma  a  voi  spezialmente,  siccome  ho 
ferma  credenza  in  Dio ,  non  sarà  piccola  aggiunta  a'  felici 
principj  della  vostra  gloriosa  milizia  1'  aver  dato  aiuto  a  Ca- 
struccio   a  domar  la  fiorentina  superbia. 

Questo  parlare  commosse  Azzo  a  promettergli  che  senza 
fallo  alcuno  la  mattina  seguente  si  sarebbe  trovato  nel  campo 
con  tutte  le  sue  genti  a  ordine  ,  e  dove  egli  corcava  prima 
mollo  maggior  quantità  di  moneta  ,  si  contentò  per  allora 
d'  esser  assicuralo  per  fede  di  mercatanti  di  seimila  fiorini 
d' oro.  Ma  Caslruccio  non  tenendosi  per  tutto  ciò  sicuro 
che  Azzo  fosse  a  tempo  (così  era  grande  la  sua  ansietà,  che 
quella  vittoria,  la  quale  gli  parca  aver  in  pugno,  non  gli  fug- 
gisse), salito  di  nuovo  a  cavallo  la  notte  stessa,  se  ne  tornò 
neir  esercito  ,  e  commise  alla  moglie  che  in  compagnia  di 
tutte  le  belle  donne  di  Lucca  sollecitasse  con  ogni  fervore 
la  mattina  seguente  il  giovane  a  dover  partire.  I  Fiorentini 
avendo  provveduto  a'  bisogni  della  terra ,    la    quale   aveano 


LIBRO    SESTO.  131 

prima  otlimamente  munita,  si  erano  la  seguente  mattina  messi 
in  ordinanza  per  ridursi  a  Fucecchio.  Ma  veggendo  che  Ca- 
struccio  con  le  sue  genti  in  battaglia  si  era  messo  a  scender 
dal  poggio ,  dubitando  che  la  partita  non  paresse  unaj  mani- 
festa fuga,  si  fermarono,  e  voltato  il  viso  a'nimici,   si   po- 
sono  in  atto  di  voler  ricever  la  battaglia.  Non  erano  nel  lor 
campo  restali  piìi  che  due  mila  cavalieri,  e  i  fanti  da  sedici 
mila    erano    scemati    la    metà;  ma  quanti  essi  si  fossero,  il 
numero    de'  nimici  era  anche  minore.  Il  che    rese  Ramondo 
ardito  non  solo  a  fermarsi,  ma  anche  a  far  sonar  le  trombe, 
e  usar  ogn'  altra  dimostrazione  di  non  volere  schifar  la  bat- 
taglia. Castruccio  giudicando    che  questo  tornasse  a  suo  pro- 
posito,   accese    maggiormente    l'arroganza  del   catalano  con 
servirsi  moderatamente    di    quello    ardore  ;    e   mostrando  di 
fuggir    la    giornata,    fece    solamente   appiccar  certe  leggieri 
scaramuccie.  dando  tempo  che  le  genti  d'  Azzo  arrivassono; 
lo  quali  quando  vide  venute ,  voltatosi  ad  Azzo,  e  mostrato- 
gli il  capitano  de'  nimici,  gli  disse  :  questo  è  quel  Ramondo 
di  Cardona  il  quale  quattro  anni  sono  fu  sconfitto  a  Bisagno 
da  Marco  vostro  zio,  e  non  molto  dopo    da  (ialeazzo  vostro 
padre  a  Nauri.  Rimane  che  sia  ora  vinto  da  voi  ad  Altopa- 
scio.  acciocché  tornando  alle  prigioni  onde  egli  si  è  fuggito, 
appari  a  usar  con  più  fedeltà  la   mansuetudine    de'  suoi  vin- 
citori. E  ciò  detto  calato  con  tutta  la  cavalleria  da  Vivinaia 
al  piano  come  se  fosse  forzato  a  ciò  fare  ,  comandò    che  si 
desse  dentro.  I  Fiorentini  secondo  l'uso   dell'antica   milizia 
aveano  delle  lor  genti  fallo  tre  schiere,  e  la  prima,  la  quale 
era  di  centocinquanta  a  cavallo,  ove  non  erano  altri  che  Fio- 
rentini e  Franzesi ,   avendo  vigorosamente   attaccalo    il  fatto 
d'arme  urtarono  con  tanto  impelo  le  genti  d' Azzo,  il  quale 
era  nelle  prime  file  de' nimici,  che  trapassarono  oltre  nell'al- 
tra schiera.  Veniva  appresso  la  seconda  di  settecento    cava- 
lieri guidata  da  Bornio  maliscalco  di  Ramondo,  ma  con  ani- 
mo e  fede  molto  diversa  dalla   prima ,  la   quale   non   soste- 
nendo l'incontro  d' Azzo  ,  adirato  che  dalla  piccola   schiera 
de"  Fiorentini,  gli  ordini  de' suoi  Tedeschi  fossero  stati  tur- 
bati, e  corrotto  come  fu  fama  il  lor  capo    da   trattati   tenuti 
prima  con  Castruccio,  con  grandissimo  suo  vitupero  si  volse 
in  poco  d  ora  a  fuggire.  Ramondo,  che  col  resto  dell'  eser- 


132  dell'istorie  fiorentine 

cito  era  nell'ultima  schiera,  o  sbigottito  dalla  cattiva  e  per- 
fida riuscita  del  suo  raaliscalco,  o  sopraffatto  dal  nome  a  lui 
fatale  de'  Visconti,  co'  quali  avesse  sempre  a  perdere,  slette 
per  buona  pezza  quasi  stordito  senza  prender  risoluzione 
alcuna  d'  uomo  valoroso.  I  niraici  veggendolo  sbigottito  ur- 
tarono dentro,  e  con  poca  fatica  disciolsono  tostamente  tutto 
il  gruppo  di  quelle  genti.  Solo  i  fanti  a  piede  riportarono 
quel  dì  onesta  lode  d'aver  fatto  un'egregia  resistenza  al 
vincitore.  Ma  essendo  la  cavalleria  volta  in  fuga  e  dissipata 
tutta,  furono  ancor  essi  alla  fine  costretti  a  piegare.  Il  danno 
de' morti  nella  battaglia  fu  assai  leggieri  a  petto  a  quello  che 
seguì  nella  fuga;  perchè  Castruccio  in  sul  principio  che  s'av- 
vide dell'  esito  della  battaglia  ,  mandò  con  gran  prestezza 
parte  delle  sue  genti  d' arme  a  occupare  il  ponte  a  Cappia- 
110  ;  il  quale  abbandonalo  da  coloro  che  v'  erano  alla  guar- 
dia ,  fu  cagione  che  tulli  quelli  che  tennero  quella  strada 
per  salvarsi,  fosser  tagliati  a  pezzi,  o  falli  prigioni  da' niraici. 
Tulli  i  carriaggi  vennero  in  potere  del  vincitore  ;  il  carro , 
la  campana,  1'  insegna  reale ,  e  quasi  tutte  le  bandiere  del 
campo.  E  accrebbe  non  poco  la  vergogna  di  questa  rotta  la 
presura  del  capitano  insieme  col  figliuolo,  più  per  la  riputa- 
zione del  titolo,  che  per  conto  suo  particolare  ;  il  quale  es- 
sendo per  mezzo  d'  alcuni  malvagi  cilladini  che  il  nutrivano 
in  simili  speranze,  entrato  in  desiderio  d'  aver  la  slessa  ba- 
lìa e  autorità  in  Firenze  che  aveva  nel  campo ,  fu  in  tanto 
abbassamento  di  fortuna,  stimala  util  calamità  che  egli  fosse 
restato  prigione.  Ninna  cosa  è  più  incerta  nelle  battaglie 
che  il  [numero  de' morti;  il  quale  in  questa  è  incertissimo. 
Ben  si  sa  tra  morti  e  fatti  prigioni  di  persone  notabili  es- 
servi dei  Fiorentini  restati  intorno  quaranta,  d'altri  Toscani 
trenta,  e  de'  Franzesi  più  di  cinquanta  tulli  cavalieri,  o  uo- 
mini per  ricchezze,  o  per  nobiltà,  o  per  qualche  grado  di 
milizia  onorati.  Tra  tutti  i  prigioni  di  chiarissima  fama  fu  Piero 
di  Narsi  cavaliere  banderese  della  contea  di  Bari  del  Reno. 
Questi  tornando  con  un  suo  figliuolo  di  visitare  il  Santo  Se- 
polcro, e  giunto  in  Firenze  sette  dì  innanzi  il  fatto  d'  arme, 
volle  come  ardito  cavaliere  ritrovarsi  nella  battaglia,  non  più 
infelice  a'  Fiorentini  che  infausta  e  lacrimevole  a  lui  per  la 
morte  del  figliuolo  ,  e  per   quello  che  a  lui   stesso  ultima- 


LIBRO   SESTO.  133 

mente  avvenne.  Castruccio  mandati  i  prigioni  e  le  spoglie 
del  campo  a  Lucca,  senza  indugiar  punto  attese  a  ricuperar 
i  luoghi  vicini ,  e  in  pochissimi  dì  ebbe  il  castello  di  Cap- 
piano  L'  quello  di  Montefalcone  ,  i  quali  per  non  avere  a 
guardare,  fece  diroccar  subito;  siccome  avvenne  del  Monte 
a  Sansavino,  a  cui  il  vescovo  d'Arezzo  fece  abbatter  le 
mura  per  esser  molto  guelfi,  e  aver  mandato  delle  lor  genti 
in  ajuto  de' Fiorentini.  Mandò  poi  Castruccio  Filippo  suo  ge- 
nero con  le  genti  di  Pistoja  a  Carmignano,  e  senza  combat- 
tere, essendo  i  Fiorentini  rifuggiti  alla  rocca,  l'ottenne 
quattro  di  dopo  la  giornata.  Egli  avendo  lasciato  che  s'  as- 
sediasse Altopascio,  due  giorni  appresso  se  ne  venne  con 
r  esercito  a  Lecore  in  sul  contado  di  Firenze ,  e  il  dì  se- 
guente si  pose  col  campo  in  su'  colli  di  Signa,  mettendo  in 
ordine  varie  macchine  e  instrumenti  da  combatter  la  terra. 
I  cavalieri  e  fanti  de' Fiorentini,  i  quali  erano  in  Signa,  ve- 
dendo il  nimico  vittorioso  prepararsi  con  sì  grande  apparec- 
chio di  guerra,  senza  aspettar  assalto  alcuno  abbandonarono 
il  luogo ,  con  tanto  terrore  e  paura  di  non  esser  soprag- 
giunti da'  nimici ,  che  non  ardirono  (  quello  che  l' avrebbe 
fatti  più  sicuri  )  di  tagliar  il  ponte  che  era  sopra  Arno.  Ca- 
struccio veggendo  con  maravighosa  felicità  sgombrarsi  ogni 
cosa  dinanzi,  pose  il  primo  dì  d'  ottobre  il  suo  campo  a  S. 
Moro,  dando  a  ruba  e  a  fuoco  Campi,  Borghi,  Quaracchi,  e 
tutte  le  ville  d'intorno.  11  secondo  dì  venne  a  Peretola, 
due  miglia  lontano  dalla  città,  e  mandò  le  sue  genti  che 
scorressero  infin  alle  mura  di  Firenze ,  guastando  ciò  che 
era  dal  fiume  d'  Arno  infino  alle  montagne,  e  infino  a  pie  di 
Careggi  in  su  Rifredi:  ed  essendosi  nel  primo  dì  occupati 
a  rubare  le  masserizie  e  arnesi  delle  ville ,  nel  secondo  e 
nel  terzo  fece  ardere  e  rovinare  tutte  1'  abitazioni,  tutti  gli 
alberi,  tutte  le  vigne  e  giardini ,  infino  a'  tempj  e  munisteri 
o  di  donne  o  di  maschi  consegrati  al  servizio  di  Dio ,  con 
rovina  non  piccola  di  molti  egregi  artefici  della  pittura  ;  la 
quale  in  que'  tempi  maravigliosamente  era  incominciata  a  fio- 
!  rire.  Essendo  dunque  tutto  il  contado  de'  Fiorentini  molto 
!  adorno  di  così  fatte  opere  e  lavori ,  e  per  la  naturale  incli- 
nazione de' cittadini ,  i  quali  avvezzi  con  l'industria  della 
mercatura  a  fare  di  grandi  guadagni  ,  spendono   nell'  opere 


134  dell'istorie  fiorentine 

del  murare  superbamente ,  e  per  la  copia  de'  nobili  ingegni 
degli  artefici,  ebbe  Caslruccio  larghissima  materia  a  sfogar 
tanto  furore.  Ma  non  gli  parendo  a  bastanza  1'  aver  fatte  co- 
tante ingiurie  a' Fiorentini,  se  non  v'avesse  aggiunto  ancora 
il  dispregio,  la  sera  del  quarto  di  d'  ottobre  giorno  dedicato 
a  S.  Francesco  fece  correr  tre  palii  dalle  mosse  stesse  della 
città  infino  a  Peretola:  il  primo  fu  di  cavalli,  il  secondo  di 
fanti  a  piede,  il  terzo  fece  correre  a  femmine  meretrici.  Indi 
arso  il  quinto  giorno  Peretola,  a  guisa  d'  un  turbine  si  volse 
a'  luoghi  vicini,  e  fuggendo  d'  ogni  luogo  i  presidi ,  prese  e 
abbruciò  Capalle  e  Calenzano,  e  tornato  la  sera  a  Signa,  e 
passato  il  dì  seguente  il  fiume,  fece  il  medesimo  a  Ganga- 
landi,  a  S.  Martino  alla  Palma,  al  castello  de' Pulci  e  a  tutto 
il  piano  di  Settimo  :  lieto  che  in  quel  medesimo  dì  gli  erano 
venute  novelle  che  Altopascio  s'era  reso;  onde  egli  mandò 
più  di  cinquecento  uomini  prigioni  a  Lucca.  L'  ottavo  giorno 
venne  con  l'esercito  a  Greve,  e  scorrendo  infino  a  S.  Piero 
a  Monticelli,  a  Marignolle,  e  a  Colombaia,  con  la  medesima 
rapacità  e  furore  ogni  cosa  diede  alle  fiamme  e  all'  avarizia 
de'  soldati,  con  sommo  spavento  de'  borghi  di  S.  Piero  a 
Gattolino,  di  S-  Friano,  del  Carmine,  e  di  Camaldoli,  non  di- 
fesi da  altre  mura,  che  di  steccati  e  di  cento  bertesche  che 
si  faceano  pur  allora.  In  somma  fu  consumato  ciò  che  era 
infino  a  Torri  in  Val  di  Pesa,  e  infino  a  Giogoli  e  a  Mon- 
telupo  dove  arsono  il  borgo.  Il  medesimo  fu  fatto  a  Pontor- 
mo,  luogo  di  poi  nobilitato  per  1'  eccellenza  del  pittore  Pon- 
tormo.  Fu  arsa  la  villa  di  Quarantola,  e  a'  12  di  quel  mese 
ebber  la  rocca  di  Carmignano  ,  e  il  castello  delli  Strozzi 
chiamato  Torre  Becchi,  che  era  molto  forte  e  ben  guernito 
castello  ;  sì  fattamente,  che  1'  assedio  dell'  imperadore  Enrico 
fu  stimato  cosa  leggierissima  a  comparazione  delle  rovine 
fatte  da  Castruccio.  Perchè  ninna  cosa  a  me  pare  ,  quando 
io  leggo  le  memorie  degli  antichi,  a  cui  meglio  possano  ag- 
guagliarsi i  danni  che  pali  allora  il  contado  fiorentino,  che 
il  guasto  il  quale  diede  al  contado  ateniese  Filippo  re  di 
Macedonia,  così  per  la  crudeltà  de'  vincitori,  come  per  la  bel- 
lezza e  magnificenza  dei  luoghi  che  furono  danneggiati. 

Per  tutti  questi  danni  e  vergogne  non  fu  uomo  che  ar- 
disse uscir  di  Firenze,  ancora  che  nella  città  fosse  innurae- 


LIBRO   SESTO.  133 

rabil  popolo,  concorsovi  non  meno  da  S.  Salvi,  da  Ripoli,  e 
da  tutte  le  vicine  contrade,  che  da  quella  parte  che  furono 
a  tempo  a  scampare  dinanzi  alla  furia  de'  nimici.  Ne  piccola 
era  la  quantità  de' cavalieri:  ma  la  tema  che  dentro  la  città 
non  fosse  tradimento,  il  vedere  che  ogni  cosa  ccdea  al  ni- 
mico ,  eziandio  senza  ragione  ,  e  il  sapersi  di  tutte  queste 
cose  il  nimico  con  ragione  servire ,  avea  avvilito  e  reso  stu- 
pidi gli  animi  di  lutti;  nel  mezzo  de' quali  scompigli  prese 
come  in  un  generale  corrotto  della  città  il  sommo  magistrato 
Guglielmo  Altoviti.  Castruccio  essendo  richiesto  dal  Visconti 
(  poiché  le  cose  erano  succedute  prosperamente  )  che  conse- 
gnasse la  moneta  di  che  gli  era  debitore ,  soprastando  il 
tempo  di  tornarsene  a  casa,  e  che  insiememente  gli  facesse 
piacere  di  dargli  la  persona  di  Ramondo  di  Cardona ,  se 
n'  andò  a  Lucca ,  e  messo  in  ordine  i  danari  fece  il  paga- 
mento di  venlicinquemila  fiorini  d' oro,  e  gli  concedette  li- 
beramente Ramondo  ,  pure  che  egli  se  ne  servisse  prima 
per  il  trionfo  che  intendeva  di  celebrare  in  Lucca.  Ma 
Azzo  ricordandosi  che  gli  anni  addietro  i  Fiorentini  era- 
no stati  arditi  intorno  Milano  di  far  correr  il  palio  lungo 
le  porte  della  città,  non  volle  tornare  in  Lombardia  se  pri- 
ma non  vendicava  queir  ingiuria  con  pari  vendetta.  E  per 
questo  comandato  alle  sue  genti  che  si  mettessero  in  or- 
dine ,  seguitato  ancora  da  Castruccio  ,  se  ne  venne  il  23" 
giorno  d'ottobre  a  Signa ,  ignorando  ciascuno  quello  che  i 
capitani  in  questa  seconda  mossa  disegnavano  di  fare.  La 
mattina  seguente  vennero  a  Rifredi  inflno  all'isola  d'Arno, 
e  reggendo  da  quel  luogo  ottimamente  Firenze ,  essendo 
Azzo  a  cavallo  circondato  da  tutti  i  suoi  cavalieri,  e  da  quelli 
di  Castruccio,  che  facevano  il  numero  di  duemila,  parlò  a' suoi 
in  questa  maniera.  AH'  allegrezza  e  felicità  nostra,  valorosi 
soldati  miei,  d'aver  aiutato  sì  fedamente  il  nostro  amico, 
d'aver  insieme  con  esso  lui  vinto  i  comuni  nimici,  di  ritor- 
nare a  casa  carichi  di  ricchezze,  e  d'aver  ricuperato  il  ca- 
pitano generale  de'  Fiorentini  fuggito  poco  innanzi  dalle  no- 
stre prigioni,  una  sola  cosa  manca;  che  i  Fiorentini  veggano 
dalle  lor  mura  correr  il  palio  a' miei  vincitori  soldati,  rome 
poco  innanzi  videro  quelli  di  Castruccio  ;  acciocché  in  tanta 
lor  miseria  non  rimanga  loro  questa  consolazione,    che  noi 


i36  dell'istorie  fiorentine 

non  avessimo  sapulo  vendicarci  dell'  ingiuria  da  essi  fattaci 
ini  orno  a  Milano,  quando  in  compagnia  dell'esercito  eccle- 
siastico ardirono  con  simile  dimostrazione  di  schernire  1'  ar- 
me nostre,  tenendoci  assediati  dentro  le  mura  della  nostra 
città.  Questa  sola  cosa  mi  resta  a  desiderare  dell'opera  vc- 
slra  in  questa  impresa;  certo  che  all'illustrissimo  Galeazzo 
Visconti  signor  vostro  e  mio  padre  non  potremo  recar  no- 
vella di  maggior  soddisfazione  di  questa,  non  avendo  la  casa 
nostra  maggior  nimici  in  Italia  de'  Fiorentini,  i  quali  ora  col 
papa,  e  ora  col  re  Ruberto,  e  ora  con  tutti  due  insieme, 
chiamando  infino  ai  lontani  aiuti  d'  Alemagna  e  di  Francia , 
si  sono  più  volte  con  ogni  lor  diligenza  studiali  di  spegner- 
ne,  e  di  cacciarne  d'Italia.  Così  appareranno  costoro  ad  es- 
ser più  riverenti  co'loro  maggiori,  non  senza  grande  speranza 
che  l'inclito  nostro  amico  Caslruccio,  il  quale  è  quivi  presente, 
r  andrà  con  la  sua  virtù  domando  in  modo,  che  non  farà  loro 
mestiere  d'  altro  maestro  che  1'  insegni  a  saper  moderare 
con  più  prudenza  le  loro  brevi  felicità.  Mostrarono  i  sol- 
dati con  liete  grida  d'  esser  pronti  ad  ogni  comandamento 
del  lor  capitano.  Onde  subito  fu  messo  innanzi  un  palio  di 
sciamilo  ;  il  quale  portato  intorno  con  molta  Jcsta  e  giubilo 
de'  soldati  ,  che  con  altissime  voci  e  oltraggiosi  cenni  scher- 
nivano i  Fiorentini,  e  finalmente  corso  da  coloro  che  a  ciò 
furono  deputati ,  a  guisa  d'  un  trofeo  fu  dato  al  vincitore,  e 
tornato  a  portare  intorno  con  suoni  militari  e  pompa  gran- 
dissima ;  giudicando  gli  antichi  che  i  palii  fossero  come  le 
spoglie  di  quella  città,  onde  i  cittadini  non  uscissero  a  pren- 
der vendetta  d' una  colai  pompa  fatta  in  onta  e  oltraggio 
loro.  Veramente  se  prima  ebbe  in  Firenze  paura  e  sospetto 
grandissimo  per  la  vittoria  di  Caslruccio,  mollo  maggiore  fu 
in  questa  volta,  dubilando  che  i  medesimi  Fiorentini,  i  quali 
erano  stali  fatti  prigioni  da' nimici,  non  tenessero  per  esser 
falli  liberi  alcun  trattato  nella  città  con  gli  amici  e  parenti 
loro.  Accresceva  anche  il  timore  una  fama  divolgata  tra  '1  po- 
polo ,  che  il  vescovo  Guido  degli  Aretini  calava  dalla  parte 
di  sopra  con  grande  esercito  a  stringere  la  città.  Ma  il  ve- 
scovo, 0  che  giudicasse  1'  ajuto  mandato  a  Caslruccio  di  tre- 
cento cavalieri  dal  principio  che  incominciò  la  guerra  esser 
a  bastanza  e  non   volesse    sfornire  le    cose  sue  ,  o   che  gli 


LIBRO   SESTO.  137 

rincrescesse  l'immoderata  grandezza  sua,  l'animo  del  quale 
diiricilmenle    s"  induceva  a  credere  che  fosse  per  contenersi 
quando  avesse  occupato  Firenze  di  non  volere  anche    occu- 
pare Arezzo,  «  o  che  avesse  rigiiardo  a  noti  conci» arsi  mag- 
a  giormentc  contra  il  papa,  il  quale  per  indebolii  lo  a\ea  di 
«  già  reso  il  vescovo  alla  città  di  Corlona  iì  ,  o  che   pure  le 
lagrime  della  madre,  la  quale  era  nobi'e  fiorentina  della  casa 
de'  Frescobaldi,  l'avessero  ritenuto  dalla  rovina  della  paLria, 
egli  non  volle  in  conto  alcuno  muoversi  d'  Arezzo  ;    ancor- 
ché in  Firenze  s'  avesse  per  fermo  che  gli  A'-etini  non  fos- 
sero per  abbandonare  una  sì  fatta  (occasione  per   vendicarsi 
della  rotta  ricevuta  a  Carapaldino,  ne  clasUiTcco  fosse  iettato 
di  ricordarlo    loro  e  al  vescovo   per    sprora'-'i   pi.i  ardente- 
mente all'  estrema  rovina  de'  Fio''enani.    Onde    s'  at'esouo  a 
far    provvisioni    gagliardissime  per  ovviare  a  futti  i   pericoli 
che  di  sì  fatta  guerra  poleano  nascere  :  perciocché  essi  fe- 
ciono  un  decreto  ,  che  ciascun   fuoruscilo  ,  salvo   di    quelli 
delle    case  cacciati  per    ghibellini  o  bianchi  ribelli,  potesse 
pagando  una  certa  piccola  gabella  al  comune  uscir  di  bando, 
nonostante    qualsivoglia  altro  grave  fallo    che    av esser  com- 
messo. Crearono  per  lor  ca;)itano  inuno  a  nuova  provvisione 
Oddo  degli  Oddi  cavaliere  perugino,  il  quale  si    trovava   in 
Firenze  con   certi  ajuti  mandati  da   quella   repabbl-ca.  Pre- 
posono  alla  guardia  della  città  Guasta  da    Radicofani.    Com- 
misono  a  Neri  degli  Alberti  e  a  Giano    degli  Albizi  che  ri- 
vedessero le  mura  e  i  fossi,  e  avesser  cura  clte   fosse  fatto 
lutto  quello  che  bisognasse.  Afforzarono  il  monastero    di  S. 
Miniato  a    Monte  ,  ove  ora  è  la  foriezza.  «  Elessero    Berlo 
«  de' Frescobaldi ,  Jacopo  del   Giudice,  Giono  de  Buondel- 
«  monti,  Marabottino  de'  T ornaqainci .  Occo  di    Spina  Fal- 
ce coni  e    Cionetto  de'  Bastari  per  ulizìalì    sopra  le  fortifìca- 
«  zioni,  guardia,  e  altre    occo'renze   delle   castella  ».  E  es- 
sendo un  certo  romore,  che  GosLrucc'o  volea  riporre  Fiesole 
per  poter  meglio  assediar  Firenze,  fortificarono  la  rocca  che 
v'  era.  Mandarono    per  nuovi  aiuti    agli   amici  loro ,  e  i  pri- 
mi che  comparirono  furono  ottanta  cavalieri  samminiatesi,   e 
venticinque  colligiani   con   cento   fanti  :  nel    qual   tempo  es- 
sendosene Azzo  tornato  in  Lombardia,  Castruccio   s'era  ac- 
campato con  r  esercito  intorno  Prato. 


i38  deli/ ISTORIE   FIORENTINE 

Ma  non  solo  da  questi  mali  era  tribolala  la  città  ;  che 
agli  altri  incomodi  si  aggiunse  la  pestilenza  ,  male  comune  , 
e  il  quale  malagevolmente  si  lascia  superare  dalla  provvi- 
denza degli  uomini  ;  perchè  i  disagi  patiti  nel  tempo  dell'  au- 
tunno da  coloro  massimamente  i  quali  scampati  dalla  rotta 
orano  rifuggiti  nella  città,  e  insiemcmentc  da'  contadini ,  al- 
teravano i  corpi  di  tutti,  e  incominciandosi  in  questo  modo 
a  infermare,  morivano  ;  ne  da  principio  il  male  si  distendeva 
fuora  di  essi.  Ma  poiché  per  esser  curati  o  visitali  dalla  ca- 
rità de'  cittadini,  il  morbo  incominciò  ad  appiccarsi  a  quegli 
i  quali  non  erano  usciti  dalle  mura  della  città ,  le  malattie 
moltiplicarono  in  maniera,  che  gl'infermi,  o  morivansi  per 
esser  abbandonali  dalla  solita  pietà ,  o  tiravansi  dietro  con 
r  impeto  e  violenza  del  lor  male  coloro  da  cui  erano  go- 
vernali 0  visitati  ;  sì  fattamente  che  non  si  vedeva  altro  per 
la  città  ogni  giorno  che  cataletti  di  morti  ,  ne  si  udiva  di  d'i 
né  di  notte  se  non  le  terribili  voci  de'  banditori ,  che  alcun 
cittadino  fosse  morto  ;  cosa  non  meno  spaventevole  che  la 
morte  slessa.  Quanto  rimedio  poterono  i  senatori  trovare  in 
tante  sciagure  fu  il  commettere  che  ninno  banditore  ardisse 
più  per  r  avvenire  bandire  morti,  acciocché  la  gente  informa, 
pur  troppo  soverchiamente  offesa  dalla  potenza  del  male  , 
non  sbigottisse  ancora  dall'  udir  che  tanti  fosser  portati  a 
seppeUire.  «  In  tante  avversità  della  Repubblica  era  venuto 
«  il  primo  di  novembre  per  capitano  del  popolo  Carlo  da 
«  Sassoferrato,  il  quale  non  fu  più  avventurato  degli  altri , 
«  perché  andato  alla  fine  dell'  anno  a  Siena  vi  fu  soprag- 
«  giunto  dalla  morte  ».  Castruccio  intanto  avendo  per  nove 
giorni  continui  dato  il  guasto  intorno  Prato ,  non  potendo 
per  la  via  diritta  per  la  grandezza  delle  pioggie  tornarseno 
a  Signa ,  andò  a  Pistoja ,  e  di  là  tornato  a  Signa ,  fece  di 
nuovo  correr  il  paese  di  qua  e  di  là  d' Arno,  ardendo  infino 
a  Greve  e  a  Giogoli,  se  cosa  alcuna  era  rimasta  salva  dalle 
prime  scorrerie.  Poi  a'  5  di  novembre  trascorso  con  set- 
tecento cavalieri  e  millecinquecento  pedoni  in  Valdimarina  , 
ove  il  guasto  fatto  fu  grandissimo,  con  pensiero  ,  uscito  di 
quella  valle,  di  correr  il  Mugello.  Onde  tutti  gli  abitatori  di 
quel  paese  aveano  fatto  capo   alla   Croce  a  Cambiata  '  per 

'  Questa  croce  pare  che  fosse  dove  è  ora  Tosteria,  luogo  detto  le  Croci. 


uBno  SESTO.  139 

impedir  il  passo  a  Caslriiccio.  Questa  cosa  diede  animo 
a'  Fiorentini  a  tentar  una  impresa,  la  quale  sarebbe  loro  leg- 
giermente riuscita  felicissimav,  se  innanzi  tratto  il  nimico  non 
fosse  stato  avvisato  de'  loro  disegni ,  perciocché  si  mossono 
di  Firenze  dugento  cavalieri  e  duemila  pedoni  per  occupare 
un'  altra  uscita  che  avca  la  valle  dalla  parte  dinanzi ,  ove  è  po- 
sta la  pieve  di  Calenzano.  La  qual  cosa  avrebbe  messo  Gastruc- 
cio  in  grandissime  difficoltà  ;  ma  egli  cerlillcato  per  spie  della 
lor  venuta,  si  ridusse  spacciataraente  con  grossa  preda,  e  con 
cento  trenta  prigioni  a  salvamento  a  Signa;  ove  per  far  onta 
a'  Fiorentini  fece  batter  una  nuova  moneta  con  l' impronta 
dell'  imperadore  Otto,  la  quale  foce  chiamare  Castruccini. 

Dopo  tante  opere  da  lui  valorosamente  fatte ,  paren- 
dogli tempo  d'  onorare  la  patria  sua  e  sé  stesso  con  una 
sembianza  degli  antichi  trionfi  ,  e  di  celebrare  co'  suoi  sol- 
dati la  festività  di  S.  Martino,  lasciò  prima  munita  Signa 
mettendovi  dentro  i  fuorusciti  di  Firenze  e  trecento  cava-, 
lieri  ;  poi  fece  mettere  in  ordine  tutte  le  cose  per  entrare 
il  decimo  dì  di  novembre  trionfando  in  Lucca.  Certa  cosa  è 
alla  fama  di  tanto  apparalo  esservi  concorsi  i  più  onorati 
personaggi  d'Italia,  tirati  non  meno  dal  desiderio  di  vedere 
uno  spettacolo  tralasciato  per  tanti  secoli ,  che  di  mirar  in 
viso  Castruccio,  come  primo  imitatore  della  virtù  e  superbia 
degli  antichi  Romani,  e  come  il  più  glorioso  e  felice  capi- 
tano de' suoi  tempi.  Ma  fu  anche  cosa  molto  più  maravigliosa 
per  r  avvenire,  non  avendo  in  Italia  dopo  lui  infino  a'  pre- 
senti giorni  avuto  altri  ardire  ne  animo  d' imitarlo ,  se  non 
Alfonso  re  d'  Aragona ,  poiché  avendo  vinto  il  re  Renato  , 
superato  i  baroni  di  quella  fazione,  e  acquistato  tutto  il  re- 
gno, volle  entrare  trionfatore  nella  città  reale  di  Napoli.  En- 
trò Castruccio  nella  città  sopra  un  bellissimo  cavallo,  essendo 
prima  stato  incontrato  dal  clero  e  da  tutti  gli  uomini  e  donne 
lucchesi  a  guisa  d'  un  grandissimo  re.  Gli  andavano  innanzi 
i  contadini  e  soldati  privati  di  minor  conto  col  capo  scoperto 
e  con  le  braccia  attraversate  dinanzi  a  modo  di  croce,  quasi 
supplicando  con  colai  segno  di  umiltà  la  loro  liberazione 
dal  vincitore.  Veniva  appresso  il  Carroccio  tirato  da  buoi 
con  r  istesse  sopravvesti  che  avevano  portate  nel  campo,  ove 
il  supremo  stendardo  del  popol  fiorentino  era  posto  a  ritroso. 


140  dell'  istorie  fiorentine 

Dopo  il  Carroccio  ,  dietro  al  quale  seguivano  1'  allre  insegne 
di  parte  guelfa  e  del  re  Ruberto  strascinate   per  terra  ,  ve- 
nivano tutti  i  capitani,  condottieri  e  soldati  di  maggior  conto  ; 
tra  costoro  sopra  tutti  gli  altri  tre  furono  riguardevoli,  i  quali 
per  esser  più  notabili,  la  disavventura  da  tre  diverse  nazioni 
r  aveva   raccolti   insieme  ;  Urlimbacca   tedesco,  uomo  molto 
chiaro  per  la  riputazione  del  suo  valore,  Piero  di  Narsi  fran- 
zese,  il  quale  dopo  che  si  riscosse  fu  creato  capitano  de'  Fio- 
rentini, e  Ramondo  di  Cardona  catalano,  illustre  per  lo  titolo 
del  generalato  ,  la  cui   miseria   accresceva  la  compagnia  del 
figliuolo  giovanetto,  e  una  squadra  di  baroni  e  cavalieri  spa- 
gnuoli  presa   insieme   con  lui.    Ma   ninna   cosa   trafìsse   più 
l'animo    de' prigioni,  che  l'aver  a   portare   alcuni   torchietti 
accesi  in   mano ,  come   quelli   che  da   Caslruccio  ,  imitatore 
eziandio  in  questa  parte  dell'  antica  religione,  e  riconoscente 
questa  vittoria  da  Dio,  erano  menati  a  offerire  a  S.  Martino; 
santo    eletto  da  lui  non  solo   perchè  la   sua  festività   veniva 
nel  giorno  appresso,  grato  a' soldati    per   la   licenza   pazza- 
mente usurpata  da'  Cristiani  nel  mangiar  fuor  d'  ogni  misura 
e  parimente  nel  bere  sopra  ogni  regola ,  sotto  nome   di  as- 
saggiare i  varj  gusti    de'  vini  omai  maturi  dalla   vicina   ven- 
demmia, ma  perchè  Martino   insin  dalla  sua    fanciullezza  at- 
tese al  meslier  della  guerra  ,  militando  così    sotto  Costanzo 
come  negli  eserciti  di  Giuliano  amendue  imperadori  romani. 
Coloro  i  quali    scrissono  Caslruccio   esser   entrato   in  Lucca 
sopra  un  carro,  attesono  più  all'  apparenza   e  al  gonfiamento 
del  dire,  che  alla  verità  della  storia  ;  la   quale   dovrebbe  di- 
sprez/.are  così  fatte  lusinghe,  essendo  massimamente  conce- 
duti alcuni  non  angusti  termini,  infino  a'  quali  legittimamente 
può    trascorrere  il  giudizio    e  la  congettura   dello    scrittore. 
Dopo  la  celebrazione  del  trionfo  egli   diede  il  dì  seguente  a 
desinare  a    lutti  i  maggiori    capitani  e   nobili   fiorentini    pri- 
gioni, che  passarono  il  numero  di  cinquanta;  di  che  avrebbe 
leggiermente  meritato  lode  di  cortese  pietà,  se  tornato  a  ri- 
melterli   in  carcere .    e   usando  loro    molte   inumanità ,    non 
r  avesse  costretti  a  ricomprarsi  con  gran  somma  di  moneta  ;  la 
quale  è  fama  esser  arrivata  a  centomila  fiorini  d'oro;  quan- 
tità (  perche  sempre  non  ci  sbigottiamo  delle   cose  antiche  ) 
alla  quale  poche  spoglie  ascesone  de'  romani  trionfi;  se  qne- 


LIBRO   SESTO.  141 

sto  i'crù  non  fa  più  toslo  argomento  della  molta  morbidezza 
che  virtù  nostra. 

Mcnlre  in  questo  modo  trionfava  Castruccio  de'  suoi  ni- 
micì  nella  città  di  Lucca,  1' Altoviti  e  compagni  senza  per- 
dersi d' animo  attendevano  con  ogni  industria  possibile  a  ri- 
mediare al  furore  dell'  avversa  loro  fortuna  :  e  perchè  si  vi- 
reva  nella  città  in  gran  sospetto  di  tradimento  domoslico  per 
conto  di  que' cittadini ,  così  grandi  come  possenti  popolari, 
i  quali  aveano  i  loro  figliuoli  e  fratelli  in  prigione  a  Lucca, 
tenendo  sotto  colore  di  pace  continui  trattali  col  nimico  con- 
tra  il  volere  degli  altri,  feciono  sotto  grandi  pene  un  decre- 
to ,  che  a  ninno  cittadino  che  avesse  prigione  fosse  con-- 
messa  la  guardia  di  castello  o  fortezza  alcuna,  ne  che  fosse 
vicario  di  lega,  o  di  gente,  o  richiesta  di  nullo  consiglio  t!i 
comune.  Appresso  considerando  fra  tutte  le  cose  necessaris- 
sima esser  la  provvisione  de' danari,  accrebbono  le  loro  ga- 
belle poco  meno  che  il  terzo,  aggiungendo  seitantamila  fio- 
rini d"  oro  a  cento  ottanta  che  montavano  prima  ,  «  e  fra 
'(  queste  fu  forse  quella  cavata  fuori  a'  15  di  novembre,  vo- 
ce lendo  trarre  utile  fin  da'  morti.  Che  ciascuno  che  avesse 
«  di  valsente  da  lire  mille  fino  a  cinquemila  dovesse  lasciare 
«  un  fiorino  d'oro  sotto  nome  di  giibella  per  la  fabbrica  delle 
«  mura  della  città,  e  chi  ne  avesse  sopra  cinquemila  ne  do 
«  vesse  lasciar  due,  e  non  gli  lasciando  1'  erede  dovesse  pa- 
«  garli  in  ogni  modo  ».  Mandarono  per  cavalieri  nella  Ma- 
gna e  a  Padova.  Feciono  fortificare  il  poggio  di  Cambiata, 
e  quello  di  Montebuoni ,  acciocché  a  Castruccio  fosse  tolta 
la  comodità  di  passar  in  Mugello  e  in  Valdigrevc.  Ma  quello 
soprattutto  fu  simile  alla  romana  virtù,  che  in  tante  loro  ca- 
lamità non  restarono  di  mandare  dugeiito  cavalieri  sotto  la 
condotta  di  due  cavalieri  fiorentini  Amerigo  Donati  e  Bia- 
gio Tornaquinci  in  ajuto  de' Bolognesi,  stimando  di  commet- 
tere un  grandissimo  fallo  d'  ingratitudine,  se  di  quelle  piccole 
dimostrazioni  che  in  sirail  fortuna  poleano ,  non  si  fosser 
mossi  a  soccorrer  que'  popoli,  i  quali  non  per  altro  che  per 
opporsi  a'  Ghibellini  di  Lombardia  ,  che  intendevano  di  ve- 
nir in  ajuto  di  Castruccio  contra  essi,  si  trovavano  allora  in 
guerra  con  Passerino  signore  di  Mantova.  Ma  succedute 
male  le   cose   de'  Bolognesi  (  i  quali  il  decimoquinto  giorno 


142  dell'  istorie  fiorentine 

di  quel  mese   furono   rotti  da   Passerino  ,  al  cui  t-seicilo  si 
trovò  opportuna  la  tornata  d'Azzo  in  Lombardia,  che  co' suoi 
soldati   arditi   e   superbi  della   fresca   vittoria   intervenne   in 
quella  battaj^lia)  Castruccio   uscì  di  nuovo   in  campagna  per 
non  lasciare  riaver  punto  i  niraici  circondali  da  tante  mole- 
stie. E  avendo  i  suoi  di  nuovo  scorso  infino  a  Giogoli,  egli 
se  ne  venne  a  Signa,  ove  prese  deliberazione  di  porre  l'as- 
sedio   al    castello  di  Monlcmurlo;  ove   s'accampò    a' 27   di 
novembre:  ma  perchè  il  castello  era  molto  forte,  e  ben  guer- 
nito  di  vettovaglia,  e  soprattutto  difeso  dalla   diligente  e  fe- 
del  cura  di  Giovanni  degli  Adimari   e  di  Neri  de' Pazzi  (an- 
cora che  avendo  rispetto  alla  grandezza  del   suo   circuito  vi 
fosse  assai   poca   genie)  egli  si  volse  tra  tanto  a  ricuperare 
r  altre  castella  vicine  che    non  erano    ancora    pervenute  nel 
suo  dominio  ;  e  il  seguente  di  ebbe   per  patti  una  fortezza , 
che  aveano  gli  Strozzi    chiamata   Chiavello  ' ,   la  quale  fece 
abbattere  e  tagliar  da  pie;   l'altro   dì   acquistò   per  forza  la 
torre  a  Puligiano;  questa  era  dei  Pazzi,  ove  morirono  trenta 
uomini,  e  finalmente  le  fece  disfare,  stringendo  tuttavia  con 
ogni  sorte  di  macchine  Montemurlo.  Nel  qual  tempo  essen- 
do venute  le  calen  di  dicembre,  giunsono  nella  città  trecento 
cavalieri  mandati  dal  re  Ruberto ,  la  metà  pagati   da'  Fioren- 
tini, ma  di  poco   giovamento    a' loro  bisogni;  perciocché,  o 
che  tale  fosse  1'  ordine  del  re,  o  che  pure  per  non  entrare 
essi  ne' pericoli  della  guerra  si  fosser  serviti  di    quel  prete- 
sto, non  si  vollono  mai  partire  dalla  città,  allegando  le  cose 
de'  Fiorentini    essere  in  stato  che  era  necessario    pensare  a 
difender  le  mura   dolla  terra ,  e  non    attender   a    travagliarsi 
in  simili  tempi  de' falli  di   Montemurlo,  il  quale  se  Firenze 
si  manteneva  in  libertà  leggiermente  si  potea  un  giorno   ri- 
cuperare ;  [ìerchè  non  essendo  Castruccio  ritenuto  da  impe- 
dimento   alcuno    attendeva   ogni  dì  maggiormente    a    batter 
Montemurlo.  Il  quale  oltre  aver  cinto  intorno  tutto  di  slec- 
cati, con  vari  edificj  e  macchine  vi  gettava  dentro  sassi  gran- 
dissimi con  gran  rovina    delle   mura,  de'  tetti,  delle  case  e 
de'  difensori  medesimi.  Dall'  altra  parte  egli  faceva  cavare  il 

I  C/iiavtllo^  ora  Ja^'ello.  Vauo  bo^eo  appartenente  al  Duca  StFoizi, 
posto  nella  maggiore  sommità  di   Munteinurlo. 


LIBRO   SESTO.  143 

fastello  da  quel  lato,  ove  era  posta  la  rocca,  ove  avea  fatto 
cadere  una  lunga  cortina  ,  cercando  invano  i  capitani  soc- 
corso di  gente  della  Repubblica,  sbigottita  dalle  nuove  cor- 
rerie di  Caslruccio,  dugenlo  cavalieri  del  quale  vennero  il 
decimo  dì  di  novembre  scorrendo  infino  a  S.  Piero  a  Mon- 
ticelli con  tanto  ardimento,  che  vollono  veder  da  presso  le 
porte  della  città.  Non  potette  una  masnada  di  Fiamminghi, 
che  era  a  guardia  delle  mura ,  sostener  cotanta  vergogna , 
e  per  questo  vollono  uscire  impetuosamente  per  vendicar 
cotanta  arroganza.  iMa  non  essendo  seguitati  dal  proprio  ca- 
pitano, ed  essendo  stala  la  lor  mossa  con  maggior  furia  che 
ordine,  con  poca  fatica  furono  rimessi  dentro  della  città  rolli 
e  malmenati  da'nimici.  '  Questa  cosa  addoppiò  il  dolore  e 
lo  sdegno  de' Fiorentini  ;  perchè  levatosi  il  romore  per  la 
città,  che  simili  oltraggi  non  si  doveano  in  conto  alcuno  pa- 
tire, s'incominciarono  a  sonar  le  campane  all'arme,  al  cui 
suono  s'armarono  più  di  ottocento  cavalieri  e  popolo  innu- 
raerabile  ;  i  quali  usciti  vigorosamente  correndo  infino  a  Set- 
timo, non  tenner maggior  ordine  di  quel  che  s'avessero  fatto 
prima  i  Fiamminghi.  Onde  la  notte  se  ne  tornarono  stanchi 
e  affannali  in  Firenze,  senza  aver  fatto  cosa  alcuna,  ma  non 
senza  gran  biasimo  di  così  subito  e  poco  ordinalo  movi- 
mento :  perciocché  dagli  uomini  intendenti  del  mestier  della 
guerra  fu  considerato,  che  se  Castruccio  fosse  stato  in  aguato 
non  più  che  con  cinquecento  cavalieri ,  di  sicuro  avrebbe 
sconfitto  i  Fiorentini,  e  leggiermente  l'avrebbe  potuto  venir 
fatto,  nella  fuga  e  scompiglio  che  sarebbe  seguito  ,  di  pren- 
dere combattendo  la  città. 

In  così  fatti  travagli,  de' quali  non  patì  mai  la  Repubblica 
maggiori,  prese  il  gonfaloneralo  Durantozzo  Bonfantini;  nella 
cui  mente  e  de'  compagni  aggirandosi  il  turbulento  tempo 
in  che  si  trovavano,  il  nimico  potente  ogni  giorno  brandir 
la  spada  su  le  mura  di  Firenze  e  su  le  teste  de'  suoi  abita- 
tori, Signa  occupata,  Prato  guasto,  il  contado  distrutto,  Mon- 
lemurlo  assediato ,   1'  esercito  de'  Bolognesi   che   gli  era  un 

I  Giovanni  Villani  pone  questo  fatto,  succeduto  il  dì  io  dicembre  : 
e  mostra  che  le  intenzioni  del  popolo  sarebbero  state  ottime  qualora 
fussino  state  ben  secondate  dai  capi. 


144  dell'  istorie  fiorente 

riparo  per  le  cose  di  Lombardia  rotto,  1  capitani  di  mag- 
gior conto  prigioni ,  1  soldati  scemali ,  le  spese  cresciute ,  i 
cittadini  impaurili  ,  e  lutte  le  cose  finalmente  essere  a  loro 
contrarie,  e  al  nimico  felici;  veggendo  esser  lo  stato  loro  a 
tal  ridotlo,  che  per  sé  stessi  non  poteano  più  mantenersi, 
si  volsono  agli  usati  rimedj  di  dare  per  un  certo  tempo  la 
signoria  e  dominio  della  città  a' reali  di  Napoli,  e  spezial- 
mente a  Carlo  duca  di  Calabria,  unico  figliuolo  e  futuro  suc- 
cessore del  re  Ruberto.  «  E  così  a'  23  di  dicembre  fu  eletto 
«  il  duca  in  signore,  governatore,  e  difensore  della  citlà  e 
«  dominio  di  Firenze  per  dieci  anni,  con  patii  che  detta  si- 
te gnoria  cominciasse  quando  il  duca  fosse  in  Firenze,  il  che 
«  dovca  seguire  al  più  tardi  per  tutto  aprile.  Che  dovesse 
c<  stare  per  trenta  mesi  personalmente  nella  città  e  contado, 
«  0  in  quello  de' niraici  facendo  lor  guerra,  la  quale  durando 
«  davvantaggio,  il  duca  ci  dovesse  stare  tre  mesi  della  state. 
«  In  tempo  di  guerra  dovesse  tener  mille  cavalli  oltramon- 
t<  tani,  e  dalla  Repubblica  aver  dugcntomila  fiorini  d'oro  in 
«  tutto,  e  in  tempo  di  pace  ne  dovesse  aver  solo  centomila, 
«  e  tener  quattrocento  cavalli.  Se  mentre  che  la  Repubblica 
«  fosse  in  pace,  il  duca  non  volesse  stare  in  Firenze,  ci  do- 
«  vea  tener  un  luogotenente  del  suo  sangue,  o  qualche  gran 
«■  signore,  come  ci  dovea  tenere  un  vicario  per  amministrar 
«  la  giustizia.  Che  non  potesse  alterar  cosa  alcuna  del  go- 
«  verno,  anzi  difendere  e  mantenere  i  priori  e  gonfaloniere, 
a  r  esecutor  degli  ordini  di  giustizia,  e  i  gonfalonieri  di  com- 
«  pagnie.  Questa  elezione  fu  mandata  al  duca  per  soLnne 
«  ambasceria,  la  quale  fu  di  Francesco  Scali  cavaliere,  Ales- 
«  so  Rinucci  giurisperito ,  due  Donali  uno  degli  Acciaiuoli  e 
«  r  altro  de'Peruzzi,  e  Filippo  di  Bartolo  ».  Entrò  l'anno  1326 
continuando  tuttavia   Caslruccio   1'  assedio  di  Montcmurlo.  ' 

I  II  vecchio  Ammirato  dice  :  La  qual  cosa  eonchiusa  che  J'u  dal 
gonfaloniere^  priori^  dodici  buoni  uomini,  e  da  tutto  il  senato  insie- 
me col  consiglio  di  molti  altri  cittadini  così  grandi,  come  di  popolo, 
furono  mandali  cinque  ambasciatori  al  duca.  I  nomi  de""  quali,  se- 
condo dice  C  Aretino,furono  questi.  Francesco  Scali,  Alessio  Rinucci, 
due  Donati  ,  /'  uno  degli  Acciajuoli  ,  e  /'  altro  dei  Peruzzi,  e  Filippo 
Bartoli,  adendo  commissione  di  con\;enire  col  duca  con  queste  condi- 
zioni: che  Carlo  duca  di  Calabria,  primogenito    del  re   Ruberto  di 


LIBRO   SESTO.  145 

Nel  primo  giorno  del  quale  essendosi  Piero  di  Narsi  riscosso 
da  Caslruccio  e  tornato  in  Firenze,  fu  da' Fiorentini  solen- 
nemente creato  capitano  generale  delle  loro  genti,  inGnchè 
Carlo  duca  di  Calabria  venisse  in  persona  a  prender  la  si- 
gnoria della  città,  e  il  governo  della  guerra.  Ma  ancora  che 
senza  metter  tempo  alcuno  in  mezzo  Piero  con  ogni  dili- 
genza si  fosse  dato  a  riparare  alle  rovine  de'  Fiorentini,  non 
potè  però  far  in  modo,  che  Montcmurlo  non  pervenisse  in 
poter  del  nimico;  percioochc  Giovanni  degli  Adimari  e  Neri 
de'Pazzi  (  poiché  avendo  in  vano  cercato  più  volte  soccorso 
alla  Repubblica,  non  veniva  mai  loro  mandato ,  e  vedevano 
gran  parte  delle  mura  rovinare,  la  maggior  parte  del  presi- 
dio taglialo  a  pezzi,  o  ferito,  e  i  terrazzani  impauriti)  avendo 
ottenuto  di  potersene  uscir  salvi  con  le  bandiere  spiegale,  e 
con  ogn' altra  cosa  che  potesser  portar  addosso,  e  che  agli 
abitatori  che  voleano  restar  nella  terra  non  fosse  stata  fatta 
ingiuria  né  oltraggio  veruno,  renderono  il  castello  a  Ca- 
struccio  r  ottavo  giorno  di  queir  anno  ;  il  quale  rifatto  su- 
bito di  mura,  forni  di  buone  guardie  per  i  casi  della  guerra; 
e  indi  attese  con  le  solite  correrie  a  travagliar  tutto  il  pae- 
se. Piero  non  restando  di  tentare  ogni  cosa  per  poter  repri- 
mere il  nimico,  e  massimamente  perchè  erano  venute  no- 
velle a  Firenze   come   il  duca   era  per  accettar  il   governo 

Gerusalem  e  di  Sicilia,  per  termine  e  tempo  di  dieci  anni,  avesse  la 
signoria  e  amministrazione  della  città  di  Firenze:  che  venisse  in 
persona  a  terminar  la  guerra,  che  i  Fiorentini  avevano  con  Caslruc- 
cio ;  per  la  quale  si  dovessero  dare  al  duca  dugento  fiorini  d'oro 
V  anno,  e  il  pagamento  avesse  a  farsi  di  mese  in  mese,  assegnando 
a  ciò  l'  entrata  delle  gabelle,  obbligandosi  di  più,  di  dar  un  mese  di 
venuta,  ed  un  altro  di  ritorno;  che  non  potesse  il  duca  Jar  la  guer- 
ra per  luogotenente  ;  ma  che  fornita  potesse  lasciar  uno  di  casa  sua, 
o  altro  gran  barone  in  suo  luogo,  con  quattrocento  cavalieri  oltra- 
montani; e  in  tal  caso  non  dovesse  avere  più  che  cento  fiorini  d''  oro 
r  anno.  Queste  J'urono  le  principali  capitolazioni,  le  quali  s'  avevano 
a  fiare  col  duca,  da  cui  mentre  s'  attendea,  che  deliberazione  intorno 
a  ciò  prendesse,  entrò  l'' anno  1826,  continuando  tuttavia  Caslruccio 
l'  assedio  di  Montemurlo.  ec.  ec. 

E  veramente  curioso  che  il  nipote  abbia  tolto  questo  pezzo,  per 
sostituirvene  un  altro,  che  nella  soiAtanza  dice  lo  stesso,  e  forse  anche 
meno. 

AjttM.  VOL.  II.  10 


146  DELLISTOUIE   FIORENTINE 

della  città,  per  far  alcuna  cosa  segnalala  prima  che  depo- 
nesse il  generalato ,  volse  1'  animo  a  vedere  se  per  via  di 
trattato  potea  ribellargli  Signa  e  Carmignano,  e  insiememente 
uccider  Castruccio,  per  mezzo  dell'  opera  de'  suoi  stessi  con- 
nestabili  oltramontani,  i  quali  sperava  d'aver  a  trovar  più 
fedeli  verso  se,  che  era  nato  oltre  monti,  che  non  verso  un 
toscano.  Nò  in  ciò  s' ingannò  punto;  perciocché  due  conne- 
stabili  borgognoni  ed  uno  inglese  in  compagnia  di  sei  pri- 
vati soldati  tedeschi  presono  il  carico  d'uccider  Castruccio; 
il  quale  avuto  notizia  della  congiura ,  e  slato  lunga  ora  in 
dubbio  qual  partito  dovesse  in  cosi  fatto  accidente  pigliarsi, 
sapendo  quanto  alle  nazioni  oltramontane  sia  grave  che  i 
lor  capitani  sien  puniti,  ancorché  macchiali  dall'  infame  colpa 
del  tradimento,  seguendo  la  grandezza  dell'  animo  suo,  de- 
liberò, checché  avvenir  ne  potesse,  di  gastigarli  secondo  il  lor 
fallo  meritava,  perchè  fossero  memorabile  esempio  a'  soldati 
stranieri  di  non  tentare  giammai  contra  le  severe  leggi  della 
milizia  d'  aver  a  lordar  le  mani,  obbligate  alla  religione  del 
giuramento,  del  sangue  de' lor  capitani  di  qualunque  nazione 
si  fossero.  Avendo  dunque  prima  segrelaracnle  fallo  prender 
i  traditori,  e  ordinate  quelle  cose  che  s'  aveano  a  fare ,  pose 
in  ordine  tutto  il  suo  esercito  ;  e  essendo  egli  montato  a 
cavallo  armato  di  tult'  arme,  e  postosi  in  mezzo  di  tutti  in 
un  luogo  rilevato,  e  circondato  da  tutti  i  suoi  più  cari  e  fe- 
deli soldati ,  parendo  che  gettasse  scintille  di  fuoco  dagli  oc- 
chi, parlò  loro  in  questa  maniera.  Se  io  mi  pregiassi  dello 
stato  nel  quale  io  mi  trovo  più  come  principe  che  come  ca- 
pitano, io  m'ingegnerei  di  conservarmi  questo  luogo  tenen- 
do quelle  vie  che  costumano  tener  tutti  gli  altri  principi;  ie 
quali  pure  che  guardino  alla  conservazione  de' loro  stati, 
sempre  sono  approvate  per  buone  e  per  belle,  quantunque 
siano  molte  volte  poco  oneste,  e  talora  ingiuste.  Ma  nascen- 
do la  gloria  e  ripulazion  mia  dall'  essere  io  stalo  primiera- 
mente soldato ,  e  poi  capitano  ,  il  qual  grado  a  chi  dirilla- 
raente  giudica  parrà  sempre  maggiore  del  principato;  per- 
ciocché a  questo  vi  si  perviene  spesso  con  la  fortuna ,  e  a 
quello  non  mai  se  non  con  la  virtù;  è  necessario  che  pospo- 
sti i  rispetti  della  signoria,  io  miri  con  ogni  mio  studio  alla 
conservazion  della  milizia,  alla  quale  attesono  tanto  gli  antichi 


LIBRO   SESTO.  147 

Romani,  che  siccome  i  privilegi  in  favor  de'  soldati  da  essi 
conceduti  fur  grandi,  così  stimarono  che  i  lor  peccali  con  più 
gravi  pene  dovcsser  punirsi,  che  quelle  de' cittadini,  per  inse- 
gnar loro  che  la  milizia,  come  cosa  sacra,  richiede  pene  e  ri- 
munerazioni maggiori.  E  certo  se  grave  fallo  è  riputato  l'usci- 
re dell'  ordinanza  henchc  per  bisogni  importantissimi,  il  non 
tener  polite  l'armi,  1'  aver  il  cavallo  magro,  il  serrar  gli  occhi 
per  impazienza  naturale  quando  si  fanno  le  sentinelle;  ma  che 
dico  io  queste  cose,  se  la  stessa  vittoria  fino  de' combattenti 
è  peccato  di  morte,  quando  non  si  combatte  con  licenza  del 
capitano:  di  qual  qualità  stimerete  voi,  soldati  miei,  che  sia 
quello  di  coloro,  i  quali  senza  ragione,  senza  causa,  non  di- 
spregiati, non  ritenute  loro  le  paghe,  non  offesi  in  cosa  al- 
cuna, cercano  d'  uccidere  il  lor  capitano  ,  siccome  alcuni  di 
voi  hau  procuralo  di  uccider  me  capitano  vostro  ?  Nò  que- 
sto avete  però  voi  apparato  da  noi,  i  cui  nimici,  passato  1'  ar- 
der ilella  battaglia  ,  non  solo  non  abbiamo  ucciso,  ma  resti- 
tuito a' medesimi  nimici;  di  che  cotesto  Piero  di  Narsi 
capitan  generale  de'  Fiorentini ,  e  capo  e  autore  di  questa 
ribalderia,  fa  fede  ;  e  Ramondo  di  Cardona  istesso ,  il  quale 
fu  da  noi  volentieri  a' signori  Visconti  conceduto,  sapendo 
cha  essi  non  erano  per  insanguinarsi  le  mani  d'  un  lor  pri- 
gione vinto  in  battaglia.  Ora  onde  s'  abbiano  questi  scelle- 
rati colai  arte  appreso,  a  me  è  nascosto,  né  di  saperlo  mi 
curo  :  ma  mi  è  ben  cosa  chiara  e  palese,  esser  necessario  e 
utile,  a  me,  a  voi,  e  a  tutti  coloro  che  appo  noi  verranno  , 
di  far  in  modo  che  cotanto  fallo  non  vada  impunito,  non 
perchè  sia  a  me  tanto  in  pregio  la  vita  mia,  la  quale  sì  fa- 
cilmente espongo  ogni  giorno  a' pericoli  delle  battaglie,  che 
io  abbia  a  farne  sì  alta  vendetta,  ma  perchè  per  nostra  dap- 
pocaggine, lasciando  di  gastigar  simile  errore,  la  militar  di- 
sciplina, la  quale  accenna  di  voler  in  Italia  risorgere,  non 
resti  di  nuovo  abbattuta  e  schernita.  Io  non  ho  voluto ,  nò 
debbo  veramente  del  carico  di  questi  ribaldi  imputar  le  loro 
onorate  nazioni,  dalle  quali  e  altre  volte  e  in  questa  pre- 
sente guerra  io  sono  stato  così  bene  e  fedelmente  servito. 
Sarà  virtù  vostra,  per  non  contaminarsi  cotanti  valorosi  soldati 
dal  peccato  di  nove  uomini,  non  solo  non  ricever  questo  ga- 
sligo  con  sdegno,  ma  rallegrarsi  che  con  la  morte  de'  rei  si 


148  dell'  istorie  fiorentine 

cancelli  una  quasi  pubblica  ignominia  di  colai  nazione,  e  di 
tutta  la  disciplina  e  ragion  di  guerra.  Per  questo,  o  carneQ- 
ce  ,  senza  altra  dimora  mena  in  pubblico  i  traditori ,  e  se- 
condo r  ordine  avuto  eseguisci  il  nostro  comandamento. 

Stavano  i  soldati  non  meno  sbigottiti  dalle  parole  di  Ca- 
struccio ,  che  pieni  di  ansietà ,  aspettando  quali  fossero  i 
traditori,  quando  «lopo  poco  spazio  si  videro  comparire  con 
le  braccia  legate  dietro  le  spalle ,  col  busto  ignudo  ,  e  col 
capo  scoperto  i  tre  connestabili  seguiti  dai  sei  soldati  tede- 
schi ;  a' quali  tutti  l'uno  innanzi  l'altro  furono  con  un  largo 
spadone,  stando  eglino  ritti,  tolte  le  teste  dal  busto.  Non  fa 
niuno,  mentre  la  giustizia  ebbe  il  suo  fine ,  che  pur  ardisse 
di  respirare,  parendo  che  Castruccio  più  feroce  che  mai 
stesse  in  atto  di  manometter  con  le  proprie  mani  chiunque 
fosse  ardito  di  contradire.  Ma  partitosi  egli  dopo  che  ogni 
cosa  fu  fornita  dal  cospetto  de'  soldati,  e  andando  ciascuno 
più  d'  appresso  a  veder  la  strage  fatta  de'  malfattori,  i  Fran- 
zesi  come  se  allora  avessero  raccolto  l'animo  oppresso  dallo 
stupore,  incominciarono  dolendosi  liberamente,  a  mormorare 
in  sì  fatta  maniera,  che  riferito  a  Castruccio,  e  perseverando 
egli  invitto  centra  la  licenza  militare,  diede  commiato  ad  una 
gran  parte  de'  Franzesi  e  Borgognoni  che  erano  nel  suo 
esercito,  non  senza  esser  alquanto  prima  slato  sospeso,  se 
egli  dovea  incrudelire  contra  coloro  i  quali  romoreggiando 
mostravano  d'  aver  approvato  il  peccato  del  tradimento.  Se- 
guitava con  tutto  questo  Piero  di  tener  il  trattalo  miserabile 
al  capo  suo  con  altri  connestabili  di  Castruccio,  e  entrato  in 
speranza  d' aver  Signa ,  vi  cavalcò  il  penultimo  giorno  di 
gennaio  con  quattrocento  cavalieri,  ma  non  conseguendo  cosa 
che  egli  desiderasse,  se  ne  tornò  la  sera  a  Firenze.  Il  che 
mise  in  tanto  sospetto  Castruccio,  che  egli  vi  venne  in  per- 
sona il  terzo  giorno  di  febbrajo,  e  rimenatine  a  Pistoja  sette 
connestabili,  della  fede  de' quali  non  era  sicuro,  stava  aspet- 
tando occasione  di  cogliere  un  dì  alla  trappola  Piero ,  adi- 
rato Geramente  verso  di  lui,  che  contra  il  costume  di  guerra 
avesse  con  ogni  suo  studio  congiurato  per  via  di  tradimenti 
contra  la  persona  sua  propria.  «  Intanto  trovandosi  fin  da 
«  principio  dell'  anno  podestà  di  Firenze  1'  Oddi  stato  capi- 
«  tano  generale  avanti  al  Narsi,  non  si  lasciava  dalla  signo- 


LIBRO   SESTO.  149 

«  ri.i  occasione  di  riconoscer  la  fede  de' suoi  cittadini,  per- 
a  che  essendo  morlo  in  Lucca  Bandino  de'  Rossi  cavaliere  , 
«  slato  fatto  prigione  nella  rotta  dell' Altopascio ,  volle  che 
«  i  suoi  figliuoli  e  nipoti  godessero  quei  beni  e  quelle  esen- 
ci  zioni  stale  già  concedute  a  lui  ».  A  mezzo  febbrajo  prese 
il  sommo  magistrato  Buoninsegna  Machiavelli,  il  quale  aven- 
do per  lo  spazio  di  quarantaquattro  anni,  e  primo  della  sua 
famiglia  governalo  sempre  la  Repubblica  dal  secondo  anno 
che  incominciò  a  esser  retta  da' priori,  dieci  volte  prima  con 
parlicolar  lode  d' integrità,  e  con  rara  felicità  della  persona 
sua  era  slato  in  queir  ordine.  Questi  di  consentimento  di 
tutta  la  Repubblica  mandò  per  sollecitar  la  venuta  del  duca 
nuovi  ambasciadori.  Alamanno  Acciaiuoli,  Piero  di  Primera- 
no,  e  Spinello  Pinardo,  le  quali  cose  non  essendo  occulte 
a  Caslruccio  furono  cagione  che  egli  allora  che  avea  il  temi- 
po  ,  attendesse  da  capo  con  ogni  studio  a  far  que'  danni 
che  polca  maggiori  allo  stalo  de' Fiorentini.  Tornato  dunque 
a'  diciannove  di  febbrajo  a  Signa  con  non  più  che  settecento 
cavalieri  e  duemila  pedoni  (  a  tanta  confidenza  era  venuto 
de' suoi  nimici  ),  di  là  cavalcò  a  Torri  in  Valdipesa,  e  dopo 
aver  saccheggialo  tutta  la  villa,  vi  fece  attaccar  il  fuoco.  Tre 
giorni  appresso  andò  a  S.  Casciano,  e  arse  il  borgo  e  tutta 
la  contrada,  tornando  la  sera  a  salvamento  a  Signa,  percioc- 
ché Piero  capitano  de'  Fiorentini  lasciando  la  via  piana  della 
Lastra,  per  la  quale  avrebbe  egli  leggiermente  rotto  Caslruc- 
cio, tenue  vanamente  la  via  del  poggio  di  Campaio ,  onde 
se  ne  tornò  la  sera  a  casa  stanco  dal  lungo  cammino  senza 
aver  pur  veduto  le  vestigia  de'  nimici.  Castruccio  avendo  tut- 
tavia per  nulla  i  Fiorentini,  venne  tre  giorni  appresso  con 
ottocento  cavalieri  e  tremila  pedoni  infino  a  Peretola,  e  veg- 
gendo  che  ninno  se  gli  faceva  incontro,  se  ne  tornò  a  Si- 
gna; ove  gli  cadde  nell'animo  un'  impresa  di  sommo  ardire, 
essendosi  con  estrema  sollecitudine  volto  a  tentare,  se  al- 
zando con  mura  il  corso  del  fiume  d'  Arno  allo  stretto  della 
Gonfolina,  gli  fosse  potuto  venir  fatto  d'  allagar  la  città  di 
Firenze.  Ma  trovalo  per  maestri  esperti  in  cosi  fatto  me- 
stiere,  che  il  calo  d'Arno  di  Firenze  in  giù  arrivava  a  cen- 
tocinquanta braccia,  si  ritenne  dall'impresa.  Nondimeno  con- 
siderando  dall'altro   canto  che   Signa,  venendo   il  duca   di 


i50  dell'istorie  fiorentine 

Calabria  grosso  con  genti,  non  era  per  potersi  tener  lungo 
tempo,  prese  partito  di  disfarla,  e  postovi  fuoco,  e  taglialo 
il  ponte  che  era  sopra  Arno,  si  ridusse  a  Carraignano  ;  il 
quale  attese  a  fortificare  così  di  mura  e  ripari  ,  come  di 
gente,  e  misevi  dentro  per  guardia  tutti  i  ribelli  di  Firenze 
e  di  Signa  ,  avendo  disegnato  di  fare  che  quel  luogo  fosse 
la  sedia  della  guerra.  A  tanti  mali  s'  aggiunse  la  rovina  di 
Laterino,  guasto  e  spianato  infino  a'  fondamenti  dal  vescovo 
d'Arezzo,  non  perche  egli  fosse  de' Fiorentini ,  ma  perchè 
alcuno  degli  libertini  che  n'era  signore  aveain  animo  di  dar 
il  castello  alla  Repubblica  e  di  collegarsi  seco.  Né  tra  i  ni- 
mici,  i  quali  andavan  tuttavia  crescendo  d'  ardire  e  di  ripu- 
tazione, era  il  vescovo  punto  a  dispregiare,  quando  la  ribal- 
deria d'  uno  della  famiglia  de'  Frescobaldi,  il  quale  per  danari 
diede  la  Castellina  di  Greti  a  Caslruccio,  accrebbe  ancora  i 
danni  della  sua  patria;  perciocché  entrando  Caslruccio  per  lo 
Greti  incominciò  a  travagliare  aspramente  Vinci,  Cerreto  e 
Vettolino,  anzi  passato  Arno  corse  sopra  Empoli;  e  a'S 
d'  aprile  occupò  il  castelletto  di  Petrojo ,  il  quale  era  posto 
sopra  Empoli,  e  quindi  avendovi  messo  il  presidio,  attendeva 
a  danneggiar  ogni  dì  tutto  il  paese  vicino  ;  perchè  in  Firenze 
non  si  studiava  ad  altro  che  a  sollecitar  tuttavia  la  venuta 
del  duca,  la  quale  con  stimoli  non  minori  di  quel  che  avea 
fatto  il  Machiavelli,  fu  incominciato  ad  affrettare  dal  nuovo 
gonfaloniere  Bardo  Risaliti  :  la  cui  industria  fu  tale,  che  ben- 
ché il  duca  non  potesse  venir  sì  tosto,  come  egli  desiderava, 
impedito  da' preparamenti  dell'armate  che  s' avea  a  mandare 
in  Sicilia  per  espugnare  queir  isola,  pur  fu  cagione  che  egli 
si  disponesse  a  mandarvi  in  suo  luogo  con  quattrocento  ca- 
valieri Gualtieri  di  Brenna  duca  d'Alene,  uomo  molto  sti- 
mato, sì  perchè  egli  per  splendore  (fi  famiglia  discendeva 
da' re  di  Gerusalem,  e  sì  perchè  era  marito  di  Beatrice  cu- 
gina del  duca,  nata  da  Filippo  prenze  di  Taranto  fratello  del 
re  Ruberto:  del  quale  menlre  s'aspettava  la  venula,  essen- 
dovi avvisi  che  era  per  entrar  in  cammino  di  corto ,  i  Fio- 
rentini ,  contentandosi  di  così  fatto  vicario,  mandarono  tra 
tanto  in  un  medesimo  tempo  alcune  genti  in  Lombardia  e 
in  Romagna  per  non  mancare  in  quello  che  poleano  agli 
amici   loro.  In   Lombardia    si  mandò  per  aiuto   della  Ghie- 


LIBRO   SESTO.  151 

sa,  in  servigio  della  quale  Vergin  di  Lauda  aveva  occu- 
pato molle  castella  de'Modanesi;  in  Romagna  per  soccorso 
de' Guelfi,  a' quali  i  Ghibellini  avoan  ribellalo  il  castello  di 
Lucchio;  e  per  lai  conio  era  gran  guerra  Ira  que'di  Forlì, 
i  quali  seguitavano  la  fazion  imperiale,  e  i  signori  di  Faenza, 
i  quali  erano  Guelfi,  infino  che  per  accordo  il  castello  si  rese 
a'  signori  di  Faenza.  Piero  di  Narsi  finalmente  desiderando 
prima  che  il  duca  venisse  di  far  alcuna  opera  onde  potesse 
mostrare  il  suo  valore  e  1' affezione  che  portava  a' Fioren- 
tini, cercò  per  un  nuovo  trattato  con  alcuni  connestabili  bor- 
gognoni d'  aver  Carmignano  :  e  datanegli  intenzione  con  la 
maggior  segrete/za  che  egli  potesse  senza  conferir  a  niuno 
il  suo  inteniliraento,  raccolse  di  tutte  le  sue  masnade  du- 
gento  cavalieri  e  cinquecento  fanti,  gente  elettissima,  e  par- 
titosi subitamente  di  Prato,  e  passato  1'  Ombrone ,  marciava 
verso  Carmignano.  I  connestabili  borgognoni  spaventali  dalla 
severa  giustizia  poco  innanzi  fatta  da  Castruccio  ,  ma  molto 
più  da  una  terribil  paura  che  il  nome  della  loro  nazione 
non  divenisse  infame  in  Italia  per  tanti  tradimenti ,  scoper- 
sono  il  trattalo  a  Castruccio,  il  quale  lieto  nel  cuor  suo, 
che  gli  fosse  corsa  1'  occasione  in  grembo  di  vendicarsi  di 
Piero,  avendo  messo  in  agualo  quattrocento  cavalieri  e  nu- 
mero grande  di  pedoni  in  più  luoghi,  perchè  Piero  non  gli 
uscisse  dalle  mani,  comandò  a  tulli  che  lo  lasciasser  passare, 
e  che  niuno  si  muovesse  dalle  sue  poste  finche  egli  non 
desse  il  cenno.  Appunto  fu  eseguilo  il  suo  comandamento  , 
ne  prima  fu  Piero  assalito,  che  egli  era  arrivato  in  parte 
onde  lo  scampare  non  era  più  in  suo  potere.  Conobbe  egli 
r  inganno,  né  per  questo  si  sbigoUì  ;  ma  come  franco  e  ar- 
dito cavaliere  diede  dentro  co' suoi ,  e  combattè  cosi  vigo- 
rosamente, che  ruppe  in  poca  ora  i  primi  assalitori.  Ma  es- 
sendo uscito  fresco  il  secondo  aguato,  e  trovatolo  stanco,  e 
i  suoi  cavalieri  alquanto  dispersi,  dopo  aver  falle  maravi- 
gliose  prove  della  sua  persona,  gli  convenne  finalmente  re- 
star prigione  del  nimico.  Furono  presi  con  esso  lui  due  ca- 
pitani di  grande  stima,  Anne  di  Gubcrto,  e  Ulasso  capitano 
franzese,  undici  cavalieri  di  corredo,  quaranta  scudieri  fran- 
zesi,  e  quasi  la  maggior  parte  della  gente  a  pie;  onde  in 
Firenze  sentendosi   questa   dolorosa  aggiunta    all'  altre  loro 


152  dell'  istorie  fiorentine 

calamità,  fu  grande  il  dolore  ;  ma  mollo  più  quando  il  dì  se- 
guente si  ebbe  avviso,  come  Castruccio,  arrivato  co'  prigioni 
a  Pistoja ,  senz'  altro  indugio  nel  mezzo  della  piazza  avca 
fatto  mozzar  il  capo  all'infelice  generale,  apponendogli  come 
Piero  gli  avea  giurato,  quando  si  ricomperò  di  sua  prigione, 
di  non  prendergli  l'arme  contro,  e  allegando  d'aver  contrav- 
venuto all'  onorale  leggi  della  milizia,  avendo  per  mezzo  di 
traditori  cercato  più  volte  d"  ucciderlo  in  casa,  e  non  nelle 
battaglie.  Onde  Dio  parca  che  gliele  avesse  dato  in  mano 
a  salvamento  ;  acciocché  egli  scampato  dall'  ardor  della  zuffa 
dovesse  morir  di  morte  poco  diversa  da  quella  che  egli 
procacciava  di  far  sentire  altrui. 

Non  fu  accidente  alcuno  che  sbigollisse  più  i  Fiorentini 
di  questo;  ricevendo  a  cattivo  augurio  che  oltre  i  danni,  i 
quali  eran  grandi,  fosser  sempre  percossi  ne' capi,  come  se 
finalmente  avesse  a  patire  il  capo  della  Repubblica;  e  vera- 
mente rade  volle  era  avvenuto  in  altre  guerre  che  in  si 
breve  tempo  fosser  fatti  prigioni  due  capitani  generali,  al- 
l'uno de' quali  fosse  mozzo  il  capo,  e  che  vi  fossero  anche 
restati  i  figliuoli  d'amendue,  l'uno  prigione,  e  l'altro  uc- 
ciso. Ne  perche  il  papa  avesse  scomunicato  e  deposto  del 
suo  vescovado  il  vescovo  d'Arezzo,  uno  de' maggior  ni- 
raici  che  essi  avessero,  né  perchè  avesse  egli  fatto  suo  le- 
gato Giovanni  Gaetano  degli  Orsini  cardinale  di  santa  Chiesa 
per  pacificare  le  discordie  toscane,  si  polcan  per  tultociò 
consolare,  parendo  che  la  grandezza  de' mali  supei asse  i  ri- 
medi ;  quando  opportunamente  giunse  a' 17  di  maggio.  Ire 
giorni  dopo  la  presa  di  Piero ,  con  quattrocento  cavalieri  il 
duca  d'Atene,  il  quale  ricevuto  a  casa  de' Mozzi  d'olir' Arno 
insieme  con  la  sua  donna ,  fu  all'  afflitta  città  di  gran  ri- 
sloro.  Questi  pubblicò  pochi  giorni  appresso  un  breve  pa- 
pale, per  lo  quale  si  vedova  che  la  Chiesa  avea  fatto  il  re 
Ruberto  vicario  d'Imperio  in  Italia,  vacante  l'Imperio,  e 
pochi  giorni  appresso  mostrò  lettere  del  duca  di  Calabria, 
con  che  l'avvisava  che  egli  senza  alcun  fallo  partiva  l'ul- 
timo giorno  di  maggio  di  Napoli  per  venirsene  a  Firenze, 
essendo  già  partila  l'armata  per  l'impresa  di  Sicilia.  Eranci 
novello  come  Castruccio  per  tema  della  venuta  del  duca  avea 
abbandonalo  Petrojo ,  e  che  incominciava  a  star  molto  sopra 


I 


LIBRO   SESTO  i53 

di  sé.  Tutte  queste  cose  dettero  alquanto  d'animo  a' Fioren- 
tini,  sperando    se  essi  potessero   sollevar  un  poco  la  testa, 
di  non   aver  sempre  a  correr  la  medesima   fortuna.   Nella 
qual  sollevazione  d'  animi  venne  il  tempo  di  fare  gli  squit- 
tinì, e  il  duca  mostrando  che  per  le  convenzioni  fatte  tra  il 
duca  di  Calabria  e  i  Fiorentini  1'  elezione  de'  magistrali  toc- 
cava a  sé,  come  a  suo  vicario,  del  quale  essi  erano  restali 
contenti ,  volle  che    fosser  casse   tutte  1'  elezion   de'  priori 
che  per  1'  addietro  si  trovavan  fatte;  e  da  mezzo  giugno  in- 
nanzi   cominciò   a  far    1'  elezione  a  suo    modo ,  nominando 
per  gonfaloniere  Francesco  Acciajuoli,  guardando  in  questo 
la  stretta  servitù  che  avea  quella  famiglia    col  re   Ruberto. 
Non  passarono  molti  dì  che  il   legato   venne  a  Pisa  su  cin- 
que galee    dei    Pisani,   e    quasi  nel  medesimo   tempo   con 
dieci  galee  di  Provenza  giunsono  a  Talamone,  onde  poi  ven- 
nero a  Firenze,  quattrocento  cavalieri   provenzali.  Venneci 
anche  di  Pisa  il  cardinal  legato,  e  ricevuto  con  onori  gran- 
di a  S.  Croce  ,  e  fattogli    dalla  città    dono  di  mille    fiorini 
d'  oro,  a'  4  di    luglio    pubblicò   la   sua  legazione  ,  cercando 
ajulo  e  favore  da  tutti  i  principi  e  repubbliche   alla  sua  le- 
gazione soggetti ,  perchè  le  cose  in  essa    contenute    fosser 
prontamente,  siccome   era  il  dovere,  ubbidite.  Castruccio  o 
che   r  autorità    del   papa   il  muovesse  ,  o  che  mostrasse  di 
muoverlo,  o  parendogli  con  questa  occasione  onorevol  par- 
tito di  chieder  la  pace,  sapendo  i  preparamenti   grandi  che 
se  gli  faceano  contro   da' Fiorentini ,  dal  re  Ruberto  e  dal 
pontefice ,    che  eran   quelli  i  quali   finalmente   tiravan  tutti 
ad  un  segno,  scrisse  al  legato  una  lettera,  il  cui  sentimento 
era  tale.  La  fortuna  avergli  dato  gran  cagione  di  ridere;  ma 
lui,  il  quale  non  avea  mai  creduto  alle  sue  lusinghe  ,  esser 
nondimeno    acconcio   a  voler    pace  co'  Fiorentini  ;    purché 
stando  eglino  ne'  termini  loro  non  s'  impacciassero  delle  cose 
che  ad  essi  non  appartenevano.  Dover    esser  ornai   ammae- 
strati quello  che  era  1'  andar  molestando  altrui  in  casa  sua; 
perciocché  Iddio,  il  quale  non  lascia  lungo    tempo   insuper- 
bire niuno  ,  avea   fatto  lor  vedere  quanto  abborriva  1'  orgo- 
glio di  coloro  i  quali  troppo  si  prometton  della  loro  poten- 
za. Queste  parole  misero   in   speranza  il  legato   di    qualche 
accordo ,  ma  o  perché  1'  animo  di  Castruccio    fosse   diverso 


154  dell'  istorie  fiorentine 

dalle  parole,  o  perchè  i  Fiorentini  credendo  esser  venuto  il 
tempo  di  vendicarsi,  non  molto  prestassero  orecchio  a  si- 
mili ragionamenti;  perciocché  già  vi  eran  lettere  ,  come  il 
duca  di  Calabria  a'  10  di  luglio  era  arrivato  a  Siena;  la  pra- 
tica se  n'  andò  in  fumo,  e  da  ciascun  lato  s'  attese  a'  prov- 
vedimenti della  guerra.  Ma  perchè  in  Siena  eran  nate  gran 
discordie  e  battaglie  civili  per  la  niraicizia  che  era  allora 
tra  la  famiglia  de'  Toloraci  e  quella  de'  Salimbeni,  e  in  Fi- 
renze fortemente  si  dubitava  che  per  conto  di  queste  gare 
lo  slato  della  città  che  era  guelfo  non  si  mutasse  ,  il  che 
avrebbe  dato  gran  tracollo  alla  sua  inchinata  fortuna ,  furo- 
no con  gran  diligenza  mandati  ambasciadori  al  duca,  pre- 
gandolo che  gli  piacesse  non  volere  in  conto  alcuno  partir 
di  Siena  prima  che  le  dette  brighe  non  fossero  assettate, 
facendogli  con  molte  ragioni  vedere  quello  che  avrebbe  ira- 
portato  a  tutta  la  somma  della  guerra  se  Siena  si  gover- 
nasse da'  Guelfi  o  da'  Ghibellini.  Il  duca,  tornandogli  comode 
le  domande  de'  Fiorentini,  si  fermò  in  Siena  diciotto  giorni; 
nel  qual  tempo  fece  far  triegua  per  cinque  anni  tra  le  due  fa- 
miglie nimiche,  diede  a  molti  1'  ordine  della  cavalleria,  volle 
per  quella  dimora  sedicimila  fiorini  d' oro  dal  comune  di 
Firenze  ,  a  cui  inslanza  si  era  fermato  ,  e  quel  che  fu  di 
molto  maggior  importanza  fece  in  guisa  su  quelli  scompigli, 
che  ebbe  con  certi  patti  per  cinque  anni  ancora  la  signoria 
di  Siena ,  onde  partitosi  a'  28  di  luglio ,  1'  altro  giorno  arri- 
vò a  Firenze. 

Non  fu  per  molti  anni  innanzi  fatta  entrata  alcuna  in  città 
d'  Italia  da  re  ,  pontefice  o  imperatore  veruno  ,  con  tanta 
pompa  e  grandezza,  quanta  fu  allora  quella  del  duca,  segui- 
tato dalla  sua  donna  figliuola  di  Carlo  di  Valois  ,  da  Gio- 
vanni principe  della  Morea  suo  zio,  che  menava  ancora  egli 
la  prenzcssa  ,  e  da  Filippo  despoto  di  Komania  suo  cugino 
figliuolo  del  principe  di  Taranto ,  «  che  furon  poi  regalati 
da'  Fiorentini  »  ;  e  olire  questi,  i  quali  eran  della  casa  rea- 
le ,  quasi  da  tulli  i  maggiori  conti  e  signori  del  regno  di 
Napoli.  Quelli  che  ebber  cura  di  raccorre  le  memorie  di 
queste  cose  raccontano  che  i  cavalieri  che  venner  col  duca 
passarono  il  numero  di  millecenlo  ,  tra'  quali  ve  n'  avea  du- 
gcnto,  che  eran  tutti  cavalieri  a  spron  d'  oro.  Fu  il  duca  al- 


LIBRO    SESTO.  iSq 

loggiato  nel  palagio  del  podestà  ,  e  il  principe  della  Morea 
in  casa  de'  Cerchi  ' ,  e  i  tribunali  della  giustizia  passarono 
in  Orto  S.  Michele,  rendendo  giustizia  il  vicario  del  duca 
nelle  case  de'  Macci  ^,  con  maraviglia  di  tutte  le  nazioni 
d' Italia  ,  che  il  popolo  fiorentino  padrone  di  piccolo  stato , 
e  quello  non  abbondante ,  massimamente  se  noi  consideria- 
mo la  grandezza  a  che  poi  per  mezzo  della  Repubblica  e 
del  presente  principe  e  stato  ampliato ,  dopo  tante  battiture 
ricevute  da  Castruccio  ,  a  capo  di  tante  spese  fatte,  e  quan- 
do era  quasi  per  render  il  fiato ,  avesse  condotto  un  prin- 
cipe di  tanta  autorità,  e  si  grande  e  nobil  baronaggio  con 
seco ,  che  contando  i  quattrocento  cavalieri  del  duca  d'  Ale- 
ne ,  e  quelli  che  vennero  di  Provenza  ,  erano  nella  città 
duemila  cavalieri  forestieri ,  senza  la  corte  del  legato ,  la 
quale  non  era  piccola.  Facea  anche  molto  maggiore  questa 
maraviglia  una  calamità  privata ,  la  quale  nondimeno  fu  di 
qualità  ,  che  toccò  alla  maggior  parte  de'  cittadini  potenti , 
conciossiachè  in  questi  medesimi  tempi  fallisse  in  Firenze 
la  compagnia  degli  Scali  e  Amicri  durata  per  lo  corso  di 
centoventi  anni  in  gran  credito  e  riputazione.  Il  cui  danno 
si  credette,  se  tu  non  vi  conti  le  persone,  essere  stato  mag- 
giore della  rotta  d'  Altopascio,  essendosi  trovati  debitori  di 
quattrocentomila  fiorini  d' oro  ,  molti  de' quali  erano  de'me- 
desimi  cittadini  fiorentini;  cose  certo  alle  quali  ninno  altro 
popolo  avrebbe  retto,  che  il  fiorentino.  Ma,  come  fu  poi 
creduto,  la  maggior  rolla  e  danno  che  i  Fiorentini  a  que- 
sti tempi  patirono,  fu  il  non  saper  conoscere  l'occasione  di 
abbatter  Castruccio  ,  mentre  facendo  perder  il  tempo  al  duca 
poco  men  che  inutilmente  a  Siena,  e  in  questi  principj  della 
sua  venuta  in  Firenze,  non  attesono  ad  assalire  il  nemico; 
il  quale  essendo  gravemente  ammalato,  con  nuove  speranze 
di  pace  attendea  ad  uccellar  il  legato  ,  il  duca  e  gli  stessi 
Fiorentini ,  ancor  che  astuti  e  poco  atti  ad  esser  beffati. 
Contuttociò  per   non  istarsi    il   duca  ozioso  ,  e  per  trovarsi 

'  Le  case  de'  Cerchi  erano  verso  dove  ora  sono  i  bagni  e  11  teatro 
'lilla  Quarconia.  Queste  case  servirono  di  abitazione  ai  priori,  avanti  che 
•>i   fabbricasse  il  Palazzo   della  Signoria. 

2  Le  case  de'  Macci  erano  quasi  unite  a  quelle  de'  Cerchi  nel  me- 
desimo luogo,  distendendosi  più  verso  Orsanmichele. 


156  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

pronto,  in  caso  che  la  pace  non  andasse  innanzi,  a'  bisogni, 
mandò  alle  città  confederate  per  gli  aiuti ,  i  quali  mentre 
s'  aspettavano  fu  crealo  in  Firenze  gonfaloniere  Bencivenni 
Rucellai,  detto  altrimenti  Cenni  Ggliuolo  di  Naddo ,  nel 
principio  del  cui  magistrato  giunsono  gli  ajuti  degli  amici; 
treccntocinquanta  cavalieri  di  Siena,  di  Perugia  trecento,  di 
Bologna  trecento  ,  d'  Orvieto  cento ,  cento  altri  ne  manda- 
rono i  signori  di  Faenza,  e  trecento  fanti  il  conte  Ruggieri, 
senza  la  cerna  che  si  fece  de'  fanti  del  contado  fiorentino, 
la  quale  fu  in  buon  numero.  Fece  oltre  a  ciò  imporre  a'cit- 
tadini  ricchi  sessantaraila  fiorini  d'oro;  e  giudicando  che  a 
così  fatta  impresa  e  di  itanto  pericolo ,  ove  erano  stati  fatti 
prigioni  due  capitani  generali ,  e  guasto  tutto  il  loro  conta- 
do ,  egli  non  dovea  entrare  senza  che  i  patti  co'  Fiorentini 
non  fosser  meglio  dichiarati  e  allargati,  massime  a  questi 
tempi  che  Castruccio  rinforzato  di  tutti  i  Ghibellini  di  Lom- 
bardia, non  si  curando  più  di  ragionamenti  di  pace,  minac- 
ciava d'  esser  buono  non  solo  a  difendersi,  ma  anche  a  ga- 
stigare  i  nimici  suoi,  fece  proporre  in  senato  da  Rinieri  di 
raesser  Zaccheria  da  Orvieto  suo  vicario  ,  che  gli  fosse  al- 
largata l'autorità.  «Perchè  a' 29  d'agosto  i  priori  e  gonfa- 
((  loniere  co'  dodici  buoni  uomini  ,  sedici  gonfalonieri  delle 
«  compagnie  con  le  capiludini  delle  dodici  arti  maggiori, 
«  avendone  balia,  dettero  p'ena  potestà  col  mero  e  misto 
«  imperio  al  duca  per  termine  di  dieci  anni  da  cominciare  il 
a  primo  di  settembre,  con  patti,  olire  a' primi,  di  far  guardare 
«  a  spese  però  del  comune  le  città  e  castelli;  non  vollero 
a  già  che  potesse  imporre  aggravi  di  sorte  alcuna  senza  il 
«  consenso  della  signoria,  dalla  quale  in  caso  di  necessità 
n  se  ne  dovesse  dar  gli  ordini  ;  che  quando  il  duca  fosse 
a  fuor  di  Toscana  non  potesse  liberare  da'  bandi  ribelli,  ban- 
«  diti  0  condannali  ;  che  1'  entrale  della  repubblica  andasse- 
«  ro  in  mano  del  camarlingo  del  comune  ,  eccetto  che  li  du- 
ci gentomila  fiorini  da  darsi  al  duca  in  tempo  di  guerra  ,  e 
«  i  centomila  in  tempo  di  pace.  Che  il  denaro  da  spendersi 
«  in  tempo  di  guerra  fosse  pagato  con  bulletta  generale  della 
a  signoria  al  camarlingo  ,  e  poi  con  particolari  del  duca  o 
a  suo  luogoieneiite  quando  il  duca  fosse  in  Toscana;  ma  cs- 
'I  sendo  fuori,  il  suo  luogotenente  dovesse  aver  con  sé  due 


LIBRO   SESTO  157 

«  cittadini  fiorentini,  e  tutti  tre  uniti  in  tempo  di  guerra  fa- 
«  cessero  le  bullette  particolari  al  camarlingo  per  i  paga- 
ci menti.  Che  la  Repubblica  mentre  durasse  la  guerra  con 
a  Caslruccio  dovesse  tener  pagati ,  oltre  a  quei  del  duca , 
«  cinquecento  cavalli  e  seimila  fanti. 

Queste  cose  avea  volute  il  duca  '  parendogli  aver  messo 
la  persona  sua  con  tutte  le  forze  del  suo  regno  in  un  ma- 
nifesto pericolo  per  servigio  de'  Fiorentini  ;  perciocché  oltre 
la  gente  venuta  per  terra  dal  regno  di  Napoli  e  quella  per 
mare  di  Provenza,  ultimamente  essendo  l'armata  che  avea 
mandato  a  Sicilia  tornala  all'  isola  di  Ponza  ,  e  di  là  alla 
riviera  di  Genova ,  avea  comandato  che  smontasse  gente 
nella  ri\iera  per  entrare  in  Lunigiana  e  molestar  Castruccio 
da  quel  lato;  mentre  egli  si  preparava  d'assalirlo  dalla  parte 
di  Lucca.  Furon  varie  contese  nella  città  per  uno  importuno 
movimento  che  fecero  i  cittadini  delle  famiglie  grandi  ;  i 
quali  stimando  poiché  per  i  severi  ordini  di  giustizia  si  ve- 
deano  sottoposti  al  popolo,  esser  per  avventura  minor  male 
d'  esser  sudditi  d'  un  tal  principe  ,  aveano  proposto  che  al 
duca  si  dovesse  dar  la  signoria  libera  della  città  senza  ter- 
mine e  eccezione  alcuna.  Il  che  dava  grandissimo  affanno  a 
coloro  i  quali  amavano  la  libertà  della  lor  patria,  veggen- 
dosi  divenir  vassalli  del  re  di  Napoli.  Ma  il  duca,  a  cui  gli 
umori  della  città  non  erano  celali ,  e  per  isperienza  fattane 
da'  suoi  maggiori  conoscea  che  era  assai  meglio  mante- 
nersi Firenze  amica  che  suddita  ,  sprezzando  i  conforti 
de'  nobili,  s'  accostò  col  popolo;  il  quale  volentieri  gli  avea 
accordato  tutte  1'  altre  domande,  scusando  essi  medesimi  il 
duca ,  che  altrimente  sarebbe  paruto  un  lor  capitano  gene- 
rale simile  a  Piero  di  Narsi  o  a  Ramondo  di  CarJona,  se 
egli  non   avesse   voluto   questa  assoluta  e   libera   potestà  in 

I  Ecco  come  si  legge  nel  testo  originale  :  Jece  proporre  che  oltre 
gli  uffici  della  città  intendea  che  tutti  i  castellani  delle  Jortezze 
«'  allesserò  a  metter  per  lui,  che  a  sua  volontà  potesse  Jar  guerra  e 
pace,  che  potesse  rimetter  in  Firenze  gli  sbanditi  e  ribelli  non  ostan- 
te qualsivoglia  capitolo  in  contrario  ;  e  che  tutte  queste  cose  gli  fos- 
sero riconfermate  di  nuovo  per  dieci  anni,  incominciando  da  caìen 
di  settembre  del  presente  anno  irifino  a  calen  di  settembre  dell'  an- 
no i336.  Queste  cose  chiedea  il  duca,  parendogli  ec.  ec. 


158  dell'istorie  fiorentine 

mano,  importandogli  poco  le  altre  condizioni  per  soddisfa- 
zione della  signoria  «  la  quale  gli  mandò  a  presentare  que- 
«  sta  dichiarazione  per  Alamanno  degli  Acciainoli  giurecon- 
«  sullo,  e  Spinello  da  Mosciano,  due  de'  gonfalonieri  delle 
«  compagnie,  e  per  Piero  del  già  Nardo  ».  Tra  questo  mezzo 
essendosi  il  legato  chiarito  che  Castruccio  1'  aveva  tenuto 
in  parole,  e  che  il  medesimo  avea  fatto  il  vescovo  di  Arez 
zo,  col  quale  erano  corse  le  medesime  pratiche  di  pace, 
lenendosi  di  ciò  grandemente  offeso,  sì  per  conto  suo  come 
per  la  dignità  e  riputazione  della  sede  apostolica  ,  senza 
dar  pili  tardanza ,  a'  30  d'  agosto  nella  piazza  di  S.  Croce 
scomunicò  di  nuovo  Castruccio  e  il  vescovo  ,  deponendo 
r  uno  e  r  altro  di  tutte  le  dignità  e  onori  così  temporali 
come  spirituali  che  essi  avessero  ,  dichiarandoli  eretici  e 
persecutori  di  santa  Chiesa  ,  e  perciò  poter  contra  di  loro 
ciascuno  senza  peccato  prender  1'  arme  ,  e  coloro  esser  tutti 
scomunicati,  i  quali  li  difendessero,  o  In  qualsivoglia  altro 
modo  pubblico  o  segreto  prestassero  loro  ajuto  e  favore.  11 
duca  dall'  altro  canto  avendo  disposto  Spinetta  marchese 
Malespina,  il  quale  avendogli  Castruccio  occupato  la  maggior 
parte  dello  stato  si  riparava  in  corte  di  Cane  della  Scala, 
a  rompergli  la  guerra  dalla  parte  di  Lunigiana,  aspettava  di 
sentire  che  si  fosse  messo  in  ordine ,  acciocché  in  un  me- 
desimo tempo  egli  1'  assaltasse  dalla  banda  di  Pistoja.  Tra 
tanto  avendo  i  Fiorentini  considerato  di  quanto  incomodo 
era  stato  alle  cose  loro  che  Signa  fosse  stata  in  poter  di 
Castruccio,  deliberarono  di  riraurarla  di  nuovo  ,  indotti  an- 
che a  questo  acciocché  il  piano  e  contado  che  era  da  quella 
parte  si  potesse  lavorare;  e  perciò  concedetlono  alcune  im- 
munità a  tutti  quelli  terrazzani  che  vi  rifacesser  le  case.  11 
medesimo  feciono  di  Gangalandi  ;  e  il  duca  avendo  avuto  av- 
viso che  il  marchese  Spinetta  con  trecento  cavalieri ,  che 
egli  stesso  gliele  avea  pagato ,  con  dugento  datigli  dal  le- 
gato che  stava  per  la  sede  apostolica  in  Lombardia ,  e  con 
cento  de'  quali  1'  avea  accomodato  Cane  suo  signore,  era  en- 
trato in  Lunigiana,  e  postosi  a  campo  al  castello  di  Verru- 
cabuosi  già  statogli  tolto  da  Castruccio ,  non  più  indugiò  a 
mandar  le  sue  genti  dalla  parte  onde  avea  disegnato  ,  es- 
sendosi in  questo   medesimo  tempo   con  lieto  principio  ,  il 


LIBRO  SESTO.  459 

quale  nondìriieno  riuscì  tosto  vano,  ribellali  a  Caslruccio  Ga- 
vinana  e  Mamiano  castella  poste  noli'  alpe  di  Pisloja  ;  oltre- 
ché al  duca,  non  contale  le  genti  che  egli  avea ,  era  arriva- 
lo il  conte  Beltramo  del  Balzo  suo  cognato  con  cento  ca- 
valieri ,  il  quale  stalo  generale  dell'  armala  che  fu  mandata 
in  Sicilia,  poiché  non  essendo  più  tempo  di  navigare,  l'avea 
dal  golfo  della  Spezia  rimandala  a  Napoli,  ed  egli  smontato 
in  Maremma  se  n'  era  venuto  a  trovarlo  a  Firenze  per  tro- 
varsi nelle  guerre  toscane.  Ninno  di  tanti  preparamenti  sbi- 
gottì Caslruccio  ;  ma  come  avea  impedito  che  V  armata  met- 
tesse gente  in  Lunigiana  ,  così  venuto  a  Pisloja  ,  in  un 
medesimo  tempo  diede  ordine  che  alle  castella  ribellate  si 
metlesse  il  campo ,  e  che  egli  con  esercito  da  poter  con- 
trastare, stesse  sempre  a  petto  alle  genti  ducali,  perchè  non 
potessero  imprender  cosa  alcuna  di  nuovo  ,  ne  le  prese 
ovver  ribellate  ritenere.  Il  duca  temendo  fortemente  che 
la  prima  cosa  che  egli  si  era  posto  a  tentare  non  gli  riu- 
scisse male  ,  non  perchè  egli  avesse  tenuto  mano  alla  ribel- 
lione delle  castella ,  ma  perchè  ribellatesi  di  loro  volontà 
avea  loro  promesso  aiuto  ,  mandò  dugento  cavalieri  delle 
masnade  tedesche  ,  e  cinquecento  fanti  sotto  la  condotta  di 
Biagio  Tornaquinci  a  soccorrerle.  Ma  le  provvisioni  del  ni- 
mico eran  tali,  aiutale  ancora  dalla  stagione  (nella  quale 
erano  cadute  grandissime  nevi  dal  cielo,  e  la  montagna  che 
è  per  sé  aspra  e  difiìcile,  aveano  resa  malagevolissima),  che 
né  Biagio  co' fanti,  né  i  tedeschi  a  cavallo  poleano  in  alcun 
modo  condursi  pur  a  veder  le  mura  di  Mamiano  e  di  Gavi- 
nana;  perché  il  duca  mandò  la  maggior  parte  del  campo  a 
Prato  per  esser  più  vicina  a' bisogni,  e  quindi  spedì  Tom- 
maso di  Marzano  conte  di  Squillaci  con  trecento  cavalieri, 
e  Amerigo  Donati  e  Giannozzo  Cavalcanti  con  mille  pedoni 
per  soccorrer  le  dette  castella  ;  e  perchè  tenesse  Caslruccio 
diviso  mandò  il  resto  dell'  esercito  a  Pisloja.  Corsono  co- 
storo infino  alle  porte  della  città,  e  poi  si  posono  a  campo 
in  sul  castellare  del  Montale,  ma  con  tanto  travaglio  di 
vento,  di  nevi,  e  di  piogge,  che  non  potendovi  in  conto 
alcuno  tener  i  padiglioni  tesi ,  dopo  aver  tre  dì  combattuto 
con  la  difficoltà  e  stranezza  del  tempo ,  bestemmiando  la 
felicità  di  Caslruccio  ,   a  cui  parca  che  i  cieli  e  i   sili  por- 


160  dell'  istorie  fiorentine 

gesser  favore,  se  ne  tornarono  a  Prato.  Mollo  maggiore 
era  il  travaglio  di  quelli  i  quali  erano  su  la  montagna, 
avendo  il  freddo  in  modo  intormentito  i  lor  membri ,  che 
non  che  combattere  se  fosse  stato  il  bisogno ,  ma  neppure 
poteano  attendere  a' servigi  necessari  della  vita.  A  questo 
s'aggiugneva  il  mancamento  della  vettovaglia,  e  quel  che  fu 
di  mollo  maggior  pericolo,  che  Castruccio  cavalcalo  in  per- 
sona per  impedir  che  le  castella  non  fosser  soccorse,  e 
presi  tutti  i  passi  che  menavano  alle  castella,  fu  vicino  a 
rinchiuderli ,  sì  che  pur  uno  non  ne  fosse  tornato  a  Prato. 
Coututtociò  li  spinse  in  guisa,  che  far  costretti  tornarsene 
per  lo  contado  di  Bologna  lasciando  per  le  montagne  di 
molti  cavalli  e  carriaggi  al  nimico. 

In  questo  modo  riuscì  vana  la  prima  impresa  tentata  in 
queir  anno  dal  duca  conlra  Castruccio  ,  essendosene  tutte 
le  genti  tornale  a  Firenze  a' 20  d'oitobre  ,  ove  di  cinque  dì 
prima  avea  preso  il  gonfalonerato  Daldo  Marignolli,  pres- 
soché disperato  che  le  cose  della  patria  sua  dovesser  mai 
più  levar  capo  ;  poiché  Caslruccio  tornando  ogni  giorno  in- 
vincibile incominciava  anche  a  schernire  i  tremendi  apparati 
del  duca  di  Calabria ,  avendo  riacquistale  le  castella  che 
gli  si  erano  ribellate,  e  a  guisa  di  fulmine  senza  fermarsi 
punto  passato  in  Lunigiana,e  messo  tal  terrore  e  spavento 
al  marchese  Spinella,  che  con  la  fama  delle  castella  riacqui- 
state, e  d'avere  sconfino  su  la  montagna  le  genti  del  duca, 
lo  costrinse  ad  abbandonar  l'impresa  della  Verrucca,  e  a 
ripassar  l'Alpe,  e  a  ringraziar  Iddio  d' esserne  potuto  tornar 
a  salvamento  a  Parma.  Onde  coloro  a' quali  negli  anni 
passati  era  paruto  orribile  e  fiero  inimico  Uguccione,  inco- 
minciavano a  dire  che  quello  era  paruto  il  tuono,  ma  che 
Castruccio  era  stala  la  saetta  per  la  cillà  di  Firenze,  la 
quale  avea  messo  in  lauta  confusione  e  dannaggio  d' uo- 
mini, di  danari,  e  di  riputazione,  che  come  uscita  di  se 
medesima  non  sapeva  dove  prima  voltarsi ,  ne  onde  più 
sperare  aiuto  a' casi  suoi,  veggendo  che  Caslruccio  per  tante 
vittorie  non  facea  mai  cosa  ninna  temeraria,  ne  a  caso.  E 
come  uomo  che  avea  animo  d'offendere,  e  vedea  di  poter 
esser  offeso,  avea  fatto  disfare  la  maggior  parie  delle  for- 
tezze in  Lunigìana ,  perchè  non  se  gli  ribellassono  ;   e  tor- 


J 


LIBRO   SESTO.  161 

nato  in  Lucca  a  guisa  di  trionfanle ,  avea  il  medesimo  fatto 
del  castello  di  Montefalcone  in  su  la  Gusciana,  e  di  quello 
del  Montale  di  Pisloja  ;  dicendo  che  le  vere  castella  eran 
quelle  che  camminando  poteano  in  un  dì  far  molle  miglia , 
e  tenerle  presso  e  discosto  secondo  il  bisogno  ricercava. 
Questa  sua  tanta  fierezza  e  virtù  accompagnata  da  una  per- 
petua felicità  essendo  conosciuta  ,  e  ormai  temuta  da  tutti 
i  principi  italiani ,  fece  ravvedere  il  savio  re  Ruberto  d'avere 
in  gran  pericoli  posto  il  duca  suo  figliuolo;  il  quale  disceso 
per  SI  lungo  ordine  da  tanti  grandissimi  re,  stesse  ogni  di 
a  rischio  d'esser  morto,  o  vinto,  o  almen  fatto  prigione 
da  un  povero  gentiluomo  lucchese  ;  non  gli  essendo  partito 
dalla  memoria,  da  Uguccione ,  se  non  men  fiero  nimico 
certo  men  felice  di  lui,  nella  rotta  di  Montecatini  essergli 
stati  morti  un  fratello  e  un  nipote.  Fece  per  questo  in- 
tender al  duca  che  i  Fiorentini,  oltre  le  cose  convenute, 
dovessono  assoldare  ottocento  cavalieri  oltramontani ,  i  quali 
egli  avrebbe  fatto  venire  tra  di  Provenza,  e  di  Valentinois, 
e  di  Francia  ,  se  essi  desideravano  che  egli  continuasse 
r  impresa  ;  il  qual  soldo  si  sarebbe  potuto  compartire  con 
l'altre  città  di  Toscana  amiche,  e  che  altrimenti  facendo, 
protestasse  loro  che  egli  era  per  tornarsene  a  Napoli.  Parve 
strana  questa  nuova  domanda  a' Fiorentini,  stanchi  affatto 
dalle  insopportabili  spese  della  guerra;  nondimeno  conside- 
rando a  che  strani  tempi  si  ritrovavano,  si  condussono  per 
la  porzion  loro  a  pagar  trentamila  fiorini  d'  oro  al  duca.  Il 
quale ,  quello  che  non  increbbe  meno  agli  uomini  severi , 
fu  che  a'  prieghi  della  duchessa  sua  moglie  concedette  uno 
ornamento  stato  già  tolto  per  decreto  pubblico  come  poco 
onesto  alle  donne  fiorentine;  dolendosi  d'esser  giunti  a  tal 
termine  ,  che  ad  instanza  di  femminile  importunità  s'  aves- 
sero ad  alterare  i  prudenti  ordini  e  decreti  della  Repub- 
blica, e  che  le  stesse  donne  loro,  le  quali  tra  tanti  affanni 
della  loro  patria  doveano  anzi  vestir  tutte  di  bruno ,  e  far 
il  corrotto  di  tanti  cittadini  morti ,  di  tante  ville  abbru- 
ciate ,  di  tanti  danari  e  facoltà  ite  male ,  avessero  agio  a 
pensare  d'ornarsi  la  testa  con  trecce  posticcie,  quando  non 
per  altro,  contro  il  volere  de'  proprj  mariti  ,  e  padri  loro. 
«  In  sì  fatte  doglienze  e  rammarichi  della  città,  non  lasciò 
Amm.  Vol.  il  11 


162  dell'  istorie  fiorentine 

«  la  signoria  di  condesccnilero  alle  richieste  faUegliene  dal 
«  ponlcfice  e  dal  legalo  di  liberare  da  ogni  bando  e  conden- 
«  nagione  Scnnuccio  del  Bene,  con  rendergli  i  beni  con- 
«  fiscali,  ancora  che  applicati  ad  altri  ,  come  furono  resi 
«  agli  eredi  di  Lapo  Saltarelli  dottore ,  stato  de'  signori  il 
«  1292  96  e  1300.  A  questi,  oltre  al  favore  del  papa,  avendo 
u.  in  considerazione  le  buone  opere  di  Simone  Saltarelli  suo 
«  fratello  arcivescovo  di  Pisa,  e  a  Sennuccio  i  servizi  resi, 
«  si  nella  corle  romana  come  in  Alemagna  alla  parie  guelfa, 
«  e  come  questo  fu  illustrato  dal  Petrarca,  così  Lapo  l'era 
«  stato  da  Dante».  Con  sì  fatte  doglienze,  rammarichi,  e 
opere  finì  l' anno  1326 ,  negli  ullimi  giorni  del  quale  avea 
preso  il  gonfalonerato  Covone  Covoni  «  e  per  vicario  del 
«  duca  era  nella  città  il  cavalier  Bonifazio  da  Fara  ». 


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DEH'  ISTORI!  If MESTISI 

DI 

SCIPIO]\E   AMMIRATO 

LIBRO  SETTIMO 

Anni    1327-1337. 


IwJLenlre  i  Fiorentini  temevano,  erano  essi  in  non  manco 
terrore  venuti  a'  signori  lombardi  di  fazion  ghibellina ,  i 
quali  vcggendoli  stretti  co',  pontefice  e  col  re  Ruberto,  non 
solo  si  confederarono  insieme  ,  tenendo  amici  e  uimici  co- 
muni ,  ma  giudicando  che  con  la  dignità  de!  papa  e  potenza 
del  re  avesse  di  necessità  a  mettersi  all'incontro  un' altra  su- 
prema autorità,  si  volsono  alla  sopraemiuenza  del  titolo  im- 
periale. E  sentendo  Lodovico  duca  di  Baviera  eletto  re 
de' Romani  chiamato  il  Bavero  esser  nimico  del  papa  per  aver 
gli  anni  addietro  soccorso  Milano  contra  1'  esercito  ecclesia- 
stico, giudicarono  costui  esser  attissimo  a  contrastare  co' loro 
nimici  in  Italia,  stando  sempre  in  piede,  quasi  un  perpetuo 
attizzamento  di  brighe,  l'antiche  differenze  tra  i  pontefici  e 
gli  imperadori,  nutrite  non  meno  dagli  ingegni  degli  uomini  di 
lettere  che  dall'armi  de' faziosi  e  de' partigiani.  A  che  par- 
ticolarmente, oltre  le  cose  dei  Fiorentini ,  erano  riscaldati , 
perchè  l' anno  passato  Parma  e  Bologna  si  erano  date  al  le- 
gato del  pontefice ,  il  vescovo  d' Arezzo  era  stato  deposto 
del  suo  vescovado,  e  per  ultimi  avvisi  aveano  che  oltre 
molte  terre  di  Toscana,  oltre  Siena  e  Firenze,  come  Prato, 
Samminiato,  S.  Gimignano  e  Colle  .aveano  ialino  ad  un  certo 


164  dell'istorie  fiorentine 

tempo  donato  la  signoria  della  loro  repubblica  al  duca  ;  delle 
quali  Prato  particolarmente  se  l'era  data  in  perpetuo.  Onde 
questo  era  un  far  signori  d'Italia  i  re  di  Napoli,  poiché  ol- 
tre il  regno  che  n'  occupava  così  buona  parte,  si  vedea  aver 
allargato  le  loro  speranze  in  Toscana  ;  non  contenti  d'  aver 
parli  grandissime  in  Roma  e  in  Genova,  e  d'esser  signori 
della  Provenza  ;  dalla  qual  parte  conflnava  coi  re  di  Francia 
loro  parenti  e  amici.  Per  questo  acciocché  al  tempo  nuovo 
le  cose  fossero  in  ordine,  su'  primi  giorni  dell'anno  1327 
mandarono  ambasciadori ,  pregando  il  Bavero  che  gli  pia- 
cesse d'avvicinarsi  a  Trento,  ove  s' aveano  a  trovare  tutti  i 
signori  ghibellini  d' Italia,  o  i  loro  ambasciadori,  per  trattar 
cose  appartenenti  alla  grandezza  ed  esaltazione  dell'  imperiai 
maestà.  Mentre  si  facevano  questo  preparazioni  in  Lombar- 
dia ,  ne  Castruccio  nò  il  duca  si  stava  ozioso  in  Toscana  ; 
perciocché  Castruccio  venuto  in  speranza  di  torre  a' Pisani 
il  castello  di  Vicopisano,  v'avea  mandalo  Bencdelto  Macca- 
caioni  de' Lanfranchi  ribello  di  Pisa;  il  quale  entrato  nella 
terra  se  n'  era  pressoché  insignorito,  se  i  terrazzani,  ripreso 
animo,  non  1'  avessero  tornato  a  cacciare  con  morte  di  molli 
suoi;  e  il  conte  Beltramo  cavalcato  con  ottocento  cavalieri 
infino  alle  porte  di  Pistoja  avea  rotto  l'antiporto,  guasto  le 
mulina,  e  messo  a  fuoco  tutta  Valdibura.  Nella  città  era  stato 
creato  gonfaloniere  a  mezzo  febbraio  Luigi  de' Mozzi,  nel 
cui  magistrato  il  duca  fu  fatto  certo  della  venuta  del  Bavero 
in  Trento  ;  della  promessa  da  lui  fatta  di  passar  in  Italia  per 
coronarsi  in  Roma  senza  tornare  in  Alcmagna;  de' danari  a 
lui  promessi  da'  signori  ghibellini  giunto  che  fosse  in  Mila- 
no,  la  cui  somma  ascendeva  a  centocinquanta  mila  fiorini 
d'  oro  ;  d'  aver  dichiarato  il  papa  eretico  ;  e  con  maraviglioso 
concorso  essersi  in  quel  parlamento  trovati  tutti  coloro  i 
quali  erano  della  sua  fazione,  o  almeno  gli  ambasciadori  di 
quelli  che  per  distanza,  o  per  altri  impedimenti,  non  vi  si 
potettono  trovare;  perciocché  ei  v'intervennero  Azzo  e  Mar- 
co Visconti  figliuolo  e  fratello  di  Gal  azzo  signor  di  Milano, 
Cane  della  Scala  signor  di  Verona,  Passerino  Bonaccorsi  si- 
gnor di  Mantova,  uno  de'  marchesi  da  Este  signor  di  Ferra- 
ra,  Guido  Tarlati  deposto  dal  vescovado  d'Arezzo,  gli  am- 
basciadori di  Castruccio,  de'  Pisani,  de'  fuorusciti  di  Genova, 


LIBRO    SETTIMO  165 

e  di  Federigo  re  di  Sicilia  ;  il  quale  abboccamento  fallo  a'  26 
di  febbraio,  non  più  tardi  che  a'  13  di  marzo  stelle  a  par- 
tirsi di  Trento  per  venirne  a  Milano.  «  Onde  i  Fiorentini 
«  spedirono  in  Avignone  al  papa  Simone  de' Pazzi  cavaliere, 
«  e  il  duca  mandò  il  vescovo  di  Turpia  e  Giovanni  Barile 
«  per  rappresentare  al  pontefice  che  da  questa  passata  del 
«  Bavero  non  se  ne  poteva  aspettare  se  non  efletti  peggiori 
«  di  quelli  d'  Enrico,  essendo  la  parte  ghibellina  molto  po- 
«  tenie  in  Lombardia  ,  come  anche  in  Toscana  rispetto  a 
«  Castruccio ,  e  che  per  queslo  lo  confortavano  a  bandirgli 
«  conlra  la  crociata,  e  a  rimettere  i  fuoruscili  in  Bologna 
«  e  in  Ferrara  ».  Intanto  il  duca  fu  costrcUo  a  far  nuove 
provvisioni  di  danari,  raccogliendo  da  uno  estimo  fallo  sopra 
la  facoltà  di  ciascuno,  cosi  de'  beni  slabili  come  de'  mobili, 
e  de'  guadagni,  con  1"  esamina  di  sette  testimoni  segreti  e 
vicini,  ottanta  mila  fiorini  d'  oro  ;  le  quali  esazioni  benché 
fossero  acerbissime  per  colpa  massimamente  de' ministri,  che 
in  molte  cose  procedevano  piìi  con  passione  che  con  ra- 
gione ,  nondimeno  la  piacevolezza  del  duca,  e  la  necessità 
de'  tempi  era  tale  che  ciascuno  si  ristringea  nelle  spalle, 
e  sperando  che  come  si  liberarono  in  non  meno  malagevoli 
tempi  delle  molestie  d' Uguccione  e  dell' imperadore  Enrico, 
così  un  d'i  si  svilupperebbono  da  quelle  di  Castruccio  e  del 
Bavero,  ancorché  appena  incominciate,  sofferivano  con  forte 
animo  tulle  le  avversità  ;  ricordandosi  di  quel  generale  con- 
forto delle  repubbliche,  che  essendo  cileno  per  lo  più  in 
un  certo  modo  eterne,  non  si  spegnendo  per  la  morte  d'al- 
cun particolare,  spesso  resistono,  benché  per  altro  deboli, 
conlra  i  grandi  e  tremendi  assalii  de'  potenti  principi ,  per 
esser  eglino  (  consistendo  la  potenza  in  un  solo  )  più  facil- 
mente esposti  all'ingiurie  della  morte  e  della  fortuna.  Le 
quali  parole  incominciale  ad  andare  attorno,  e  dicendo  cia- 
scuno che  non  dovea  apparire  minor  virtù  in  loro  di  quella 
che  s'era  veduta  ne' loro  antichi,  che  con  la  costanza  e  for- 
tezza dell'animo  s' erano  liberati  da  grandi  pericoli,  fcciono 
a  molti  ripigliare  ardire,  sì  fattamente  che  essendo  nato  al 
duca  un  fanciullo  in  Firenze  a'  13  d'  aprile  ,  il  quale  a  bat- 
tesimo fu  chiamalo  Carlo  Martello,  e  tenuto  nella  fonte  da 
Simone  della   Tosa   e    da  Salvestro  Manetti   de'  Baroncelli 


166  uell'  istorie  fiorentine 

sindachi  del  comune,  se  ne  fece  quella  festa  e  armeggiare 
nella  città,  ohe  avesse  in  qualsivoglia  sua  maggior  quiete  e 
felicità  potuto  fare  giammai;  ancora  che  questa  letizia  per 
la  morte  del  bambino  succeduta  indi  a  otto  dì,  che  già  avea 
preso  il  gonfalonerato  Lapo  Bonaccorsi,  fosse  stata  assai  bre- 
ve ;  onde  alcuni  incominciavano  a  temere  che  se  pure  al- 
cuna allegrezza  dovesse  avere  il  popol  fiorentino  per  conto 
di  guerra,  quella  avesse  ad  esser  poco  durabile.  Il  che  fu 
molto  più  credulo  per  le  cose  che  seguirono  appresso.  Ma 
tra  tanto  ninna  cosa  avca  più  occupato  1'  animo  del  duca  e 
de' Fiorentini,  che  una  sollecita  cura  di  ribellar  Lucca  a  Ca- 
struccio,  entrati  in  questa  speranza  per  l' ampie  promesso 
fatte  loro  da  un  cavaliere  lucchese  della  casa  de'Quartigiani, 
chiamato  Guerruccio ,  il  quale  seguitato  in  questo  da  tutta 
la  sua  famiglia  (  la  quale  era  molto  piena  d'  uomini  ),  o  non 
potendo  sostener  gli  aspri  modi  che  tenea  Castruccio,  o 
credendo  acquistar  una  gran  gloria  appresso  i  posteri,  se  per 
mezzo  dell'opera  sua  si  restituiva  la  libertà  alla  patria,  o 
quello  che  fu  più  facilmente  creduto,  lusingato  da' denari 
de'  Fiorentini  ,  avea  tolto  in  sé  questa  impresa  di  liberar 
Lucca  dalla  servitù,  e  cacciarne  del  tutto  l'oppressore  di 
ossa.  E  il  modo  che  s'avea  a  tenere  era  questo.  Che  il  duca 
dovea  uscire  in  campagna  con  1'  esercito  sotto  nome  di  met- 
tersi intorno  Pisloja,  e  che  veramente  vi  si  accampasse  con 
tanto  sforzo  e  possanza,  che  verisimilmenle  fosse  Castruccio 
costretto  ad  andar  a  soccorrerla.  In  questo  caso  dovessero 
i  Quartigiani  con  lutti  i  loro  amici,  con  molte  bandiere  e 
pennoni  dell'armi  della  chiesa,  e  del  duca,  le  quali  già  erano 
state  loro  mandate  segretamente  di  Firenze,  correr  Lucca, 
chiamando  gli  amici,  i  parenti  e  tutto  il  popolo  a  libertà,  e 
forzandosi,  quando  altro  non  venisse  lor  fatto,  d'  insignorirsi 
d'una  delle  porle  della  città;  e  che  nel  medesimo  tempo 
senza  muoversi  pur  un  soldato  di  Pisloja,  quella  gente  che 
leneano  i  Fiorentini  in  Fucecchio  e  nelle  terre  di  Valdar- 
no  ,  dovesse  volando,  avuto  un  cenno  tra  lor  convenuto , 
cavalcar  a  Lucca  e  prender  la  terra.  Né  si  dubitava  punto , 
in  guisa  era  ordinalo  il  trattato,  che  fosse  per  riuscire;  se 
uno  della  medesima  casa  ,  tardando  ad  uscir  la  genie  del 
duca  a  Pisloja,  perdutosi  d'animo,  non   avesse  scoperto  la 


LIBRO   SETTIMO.  167 

congiura  a  Caslruccic  Onde  egli,  il  quale  non  era  in  sì  falli 
casi  avvezzo  a  smarrirsi  ,  comandato  che  si  serrassero  le 
porte  della  città,  montò  con  tulle  le  sue  masnade  subita- 
mente a  cavallo,  e  fatti  prigioni  ventidue  della  casa  de' Quar- 
tigiani,  e  fra  essi  Guerruccio,  nelle  cui  case  furono  le  ban- 
diere trovale,  senza  metter  tempo  in  mezzo,  nel  medesimo 
di,  avendo  prima  fallo  strascinar  quelle  insegne  per  terra,  il 
detto  Guerruccio  con  tre  suoi  figliuoli  e  con  1'  istesse  ban- 
diere a  rovescio,  dalle  quali  era  sialo  convinto,  fece  impic- 
care. Una  parte  comandò  che  fussero  a  guisa  di  vili  propa- 
ginali.  Tutto  il  resto  della  casa,  nella  quale  erano  piìi  di 
cento  uomini  alli  a  portare  arme,  che  non  polelte  aver  nelle 
mani,  bandì  e  giudicò  per  traditori  e  ribelli;  non  si  pertur- 
bando mollo  i  Lucchesi  di  sì  rigorosa  giustizia,  ricordandosi 
chela  medesima  famiglia  de' Quartigiani.  la  quale  eradi  na- 
tura guelfa,  era  siala  quella  che  tradendo  gli  amici  e  parti- 
giani suoi  gli  anni  addietro  avea  dato  la  signoria  di  Lucca 
a  Caslruccio.  Egli  veggendo  che  i  nimici  suoi  non  dormi- 
vano, tenendo  ogni  giorno  diverse  vie  per  levarlosi  dinanzi, 
si  diede  ancor  egli  con  ogni  sollecitudine  a  procacciare  la 
venuta  del  Bavero  (  a  cui  già  era  siala  falla  la  solennità  della 
coronazione  della  corona  del  ferro  in  Milano  per  mano  del 
vescovo  d'Arezzo)  sperando  col  suo  mezzo  polore  in  poco 
spazio  di  tempo  metter  il  giogo  a' Fiorentini  e  a' Pisani  : 
a'  Fiorentini  come  a  naturali  nimici  suoi,  essendo  di  contra- 
ria fazione  ;  a'  Pisani ,  oltre  il  desiderio  del  signoreggiare , 
perchè  avendo  nella  loro  ciftà  alcuni  fuoruscili  delle  loro 
terre,  e  parlicolarmenle  di  Firenze ,  fatto  falò  e  feste  per  la 
novella  della  coronazione  del  Bavero ,  erano  da'  Pisani  stati 
cacciati  via,  e  insiememenle  aveano  mandato  a'  confini  molti 
de'lor  grandi  cittadini,  come  uomini  che  desiderassero  la 
grandezza  sua  e  la  venuta  dell' imperadore  ;  e  quel  che  gli 
parve  più  strano,  avendo  licenziato  i  Tedeschi,  perchè  non 
potessero  offenderli,  aveano  tolto  loro  i  cavalli.  Credesi  che 
i  Pisani  non  si  fossono  a  questa  volta,  secondo  il  lor  costu- 
me ,  voluto  scoprire  in  favor  del  Bavero  ;  ammaestrati  da 
quello  che  era  avvenuto  loro  nella  venuta  dell'  imperadore 
Enrico,  che  dove  erano  entrati  in  ismisurate  speranze  di 
vendicarsi  de' Fiorentini  e  di  mettergli  in  fondo,  essi  ne  di- 


168  dell'  istorie  fiorentine 

vennero  preda  d'  Uguccione  ;  talché  mollo  temevano  che 
così  similmente  non  dovesse  ora  il  guiderdone  della  lor  fede 
esser  altro  che  il  diventar  sudditi  di  Caslruccio.  «  Corapar- 
«  vero  in  questo  tempo  lettere  del  papa  alla  signoria,  nelle 
«  quali  non  risolvendo  di  bandir  la  crociata  contro  al  Ba- 
«  vero  ,  aizzava  bene  se  fosse  stalo  bisogno  i  Fiorentini 
rt  conlrogli;  chiamandolo  uomo  reprobo  e  usurpatore  del  no- 
«  me  di  re  de' Romani,  del  quale  diceva  averlo  privato,  co- 
«  me  l'avea  privato  del  titolo  di  duca  di  Baviera,  e  d'ogni 
«  feudo  che  avesse  della  Chiesa  e  dell'Imperio;  conforme 
«  al  processo  e  sentenza  che  ne  mandava  al  cardinale  Or- 
«  sini  legalo,  nel  quale  quei  di  Milano,  di  Ferrara  ,  e  di 
«  Modena  erano  condennati  come  eretici,  e  quei  di  Como, 
'(  di  Lucca,  e  d'  Arezzo  come  fautori  d'  eretici.  » 

In  questo  stalo  si  trovavano  le  cose  ;  quando  il  duca  no- 
minò gonfaloniere  Bernardo  Ardinghelli,  e  avendo  il  legalo 
nella  festa  di  S.  Giovanni  tornato  a  fulminar  i  processi  e 
sentenze  di  scomunica  contro  il  Bavero,  il  duca  si  pose  an- 
cor egli  di  nuovo  a  tentar  alcuna  fazione  conlra  Caslruccio. 
Ma  come  quelli  che  assaltandolo  alla  scoperta  difficilmente 
parca  che  si  potesse  superare,  si  volse  agli  inganni,  cercan- 
do se  per  maestria  di  guerra  gli  avesse  potuto  guadagnar 
qualche  fortezza.  Presa  dunque  una  parte  del  suo  esercito  , 
nella  quale  erano  ollomila  fanti,  milledugeulo  cavalieri  fora- 
stieri ,  e  cento  principali  cittadini  fiorentini  tra  nobili  e  po- 
polani, con  due  e  molti  con  Ire  altri  a  cavallo  per  ciascuno, 
commise  la  cura  di  quel  che  s'avesse  a  fare  al  conte  Beltra- 
mo, il  quale  avuta  la  benedizione  del  legato,  dinanzi  al 
quale  fu  fatta  la  rassegna  di  tutte  le  genti  nella  piazza  di 
S.  Croce  ,  il  di  23  di  luglio  si  part'i  di  Firenze,  «  dove  era 
«  venuto  vicario  Jacopino  da  Palazzuolo  bresciano  »,  e  la 
sera  medesima  si  accampò  a  pie  di  Signa  in  sull'Ombrone, 
fermandovisi  per  tre  giorni  senza  che  a  niuno  fosse  i)alese 
quello  che  il  capitano  s'  avesse  a  fare.  Caslruccio  udita  la 
mossa  di  queste  genti  ,  stelle  ancor  egli  in  dubbio  qual 
cammino  dovessero  prendere,  e  non  parendogli  essere  in  nu- 
mero tale  che  avcssono  a  far  l'impresa  di  Lucca  o  Pistoja, 
dubitò  di  Carmignano  ;  e  come  che  egli  tenesse  tutti  i  suoi 
luoghi  molto  ben  muniti,  nondimeno  in  così  fallo   accidente 


LIBRO    SETTIMO  169 

gli  parve  d'aggiugner  dugento  cavalieri  a  quel  castello,  i 
quali  tolse  al  presidio  di  S.  Maria  a  Monte,  giudicando 
che  cinquecento  fanti  che  rimanevano  a  S.  Maria  a  Monte 
dovesscr  bastare ,  essendo  quel  castello  mollo  forte  per  aver 
la  rocca,  ed  esser  circondato  da  tre  gironi  di  mura,  e  come 
colui  che  non  dubitava  che  s'  avesse  a  perdere  per  man- 
camenlo  di  vettovaglia,  avendovone  introdotta  per  molti  mesi. 
11  clic  succedette  appunto  secondo  il  disegno  del  duca;  per- 
ciocché il  conte  udito  che  ebbe  Caslruccio  aver  falta  questa 
provvisione,  a  capo  di  tre  dì  che  era  sialo  formo  a  Signa, 
si  parti  la  notte  tacitamente  con  tutto  1'  esercito,  non  volen- 
do che  si  muovessero  le  tende  infino  la  mattina  a  terza, 
perchè  le  spie  de'  nimici  non  si  potessero  accorgere  della 
parlila,  e  facendo  la  via  di  Montehipo,  1'  altro  giorno  innanzi 
nona  passò  la  Giisciana  al  passo  del  Kossaiuolo  per  un  ponte 
che  egli  vi  avea  fallo  gillare  la  stessa  notte  in  su  la  prima 
guardia,  e  giunto  a  S.  Maria  a  Monte  ,  ove  erano  prima  ar- 
rivali quattrocento  cavalieri  di  quelli  che  stavano  nel  Valdar- 
no,  subito  fece  alloggiar  il  suo  campo  ne' luoghi  opportuni; 
nel  quale  concorrendo  secondo  prima  era  stato  deliberato 
Irecenlocinquanta  cavalieri  de' Bolognesi  e  del  legato  sotto 
la  condona  di  Vergin  di  Landa,  e  di  mano  in  mano  degli 
altri  amici,  il  dì  seguente  si  trovò  1'  esercito  esser  cresciuto 
infino  a  dodicimila  fanti,  e  duemilacinquecento  cavalieri.  Il 
conte  prima  che  desse  l'assalto  fece  intendere  a  quei  del 
castello  che  era  contento  di  dar  loro  tre  giorni  di  tempo 
per  consullare  se  si  aveano  ad  arrendere  ,  perchè  conosces- 
sero che  il  duca  di  Calabria  e  i  Fiorentini  muovevano  l'ar- 
me per  la  salute,  e  non  desolazione  de' popoli  ;  ma  che  se 
passato  quel  termine  essi  voleano  far  prima  esperienza  della 
forza  che  della  clemenza ,  egli  protestava  loro  che  in  quei 
caso  non  si  sarebbe  usata  niuna  pietà,  ma  che  sarebbono 
trattati  come  crudelissimi  nimici,  e  posti  tutti  al  fil  delle 
spade.  Giunto  il  termine  ,  i  terrazzani  e  quei  del  presidio 
mandarono  a  dire  che  essi  erano  disposti  difender  la  lerra 
infino  che  avessero  spirito  in  servigio  di  Caslruccio  loro  si- 
gnore. E  che  per  questo  facesser  quel  che  tornava  loro  co- 
modo, perchè  per  villa  e  paura  essi  non  sarebbono  per 
commetter   mai  cosa  indegna  d'allievi  d'un  tanto  capitano; 


170  DELI.'  ISTORIE   FIORENTINE 

perchè  il  conte  senz'altro  lardare  comandò  che  si  desse  l'as- 
salto con  quella  maggior  ferocia  che  fosse  possibile,  accioc- 
ché, dicea  egli,  un  esercito  reale  ,  e  dove  era  tanta  nobiltà, 
non  fusse  affatto  schernito  da  cinquecento  contadini  rinchiusi 
dentro  un  castello,  benché  forte,  non  però  insuperabile.  Ag- 
giunse, se  le  cose  incominciavano  a  andar  prospere,  potersi 
sperare  che  s'  avesse  a  meltcr  qualche  freno  all'  orgoglio  di 
Caslruccio,  e  per  conseguente  non  piccolo  impedimento  alla 
passala  del  Bavero  in  Toscana,  onde  nasceva  il  liberare  di 
grandi  molestie  il  regno  di  Napoli,  e  1'  assicurarsi  dello  stato 
di  Roma:  il  quale  per  la  venuta  che  dovea  far  Lodovico 
era  tutta  sossopra.  Non  sapete  voi,  diceva  egli,  soldati  miei, 
che  il  re  Ruberto  nostro  signore  ha  mandalo  un'  armata  di 
settanta  galee  in  Sicilia  contra  Federigo  d'Aragona,  non 
tanto  per  1'  antiche  inimicizie,  quanto  per  aver  quel  postic- 
cio re  favorito  la  venula  di  queslo  falso  iraperadore  ?  Selle 
galee  de'  Genovesi  non  sono  nella  foce  del  Tevere  per  im- 
pedir che  vellovaglia  non  vada  a  Roma  divenuta  fautrice 
d'uno  scomunicato  ?  Il  principe  della  Morea,  sebbene  non 
è  potuto  entrare  in  Roma,  non  ha  però  egli  guasto  tutto  il 
contado  d'Orvieto,  e  insignoritosi  di  molle  terre?  La  citlà 
di  Rieti  non  è  già  in  guardia  del  duca  d'  Alene  ?  Ostia  non 
si  comballe,  e  sperasene  d'  ora  in  ora  la  vittoria?  Tutte  que- 
ste fatiche  non  per  altro  si  durano,  che  affine  che  ogni  cosa 
non  ne  corra  in  preda  di  cotesto  barbaro,  il  q\ialc  sitibondo 
pili  di  danari  che  di  gloria,  la  prima  beli'  opera  che  gli  è 
uscita  dalle  mani  ha  caccialo  dello  stalo  i  Visconti  ospiti 
suoi,  degni  nondimeno  di  molto  maggior  supplicio  di  questo, 
come  quelli  che  in  un  modo  o  in  un  altro  sono  stati  sempre 
perturbatori  della  quiete  d'Italia.  Por  queslo  è  necessario 
che  noi  ancora  e'  ingegniamo  di  far  qualche  fallo  degno  di 
lode  in  Toscana,  acciocché  reprimiamo  Caslruccio  polente 
ministro  di  questo  tedesco,  e  ormai  troppo  insofiferibilc  per 
i  favori  immoderali  della  fortuna.  Egli  si  gloria  esser  già  un 
anno  che  le  nostre  genti  sono  arrivale  in  Firenze ,  e  ora 
averci  burlato  con  speranza  di  pace,  ora  esserci  falli  burlar 
da  noi  stessi  co' trattali  di  Lucca:  non  aver  saputo  soccor- 
rere Mamiano  e  Gavinana:  commosso  il  marchese  Spinetta 
a  prender  la  guerra  conlra  di  lui,  averlo  piantato   nel  me- 


LIBRO    SETTIMO.  171 

glio,  e  insomma  in  ninna  cosa  esser  noi  più  valenti  che  cou 
le  scomuniche.  E  quello  che  arrossisco  in  pensarlo ,  gli  è 
bastato  l'animo  di  dire,  che  egli  spera  d'  aver  un'altra  volta 
a  tornar  trionfante  in  Lucca  col  duca  di  Calabria  innanzi  pri- 
gione, e  di  menarlo  col  torchio  in  mano  ad  offerire  a  S. 
Martino,  come  fece  due  anni  addietro  Raraondo  di  Cardona. 
Or  questa  sola  arroganza  non  v'  ha  da  inanimir  tutti  a  cal- 
carla con  quella  maggior  ira  che  potesse  entrare  ne'  petti 
degli  animi  nobili ,  poiché  (  a  che  sono  condotte  le  cose 
umane!  )  Castruccio  povero  fantaccino  d'Uguccione  della  Fa- 
giuola  ardisce  sperare  d'  aver  a  menar  legato  dinanzi  al  suo 
carro  il  figliuolo  del  re  Ruberto,  tutta  la  nobiltà  del  reame 
di  Napoli  .  e  insiememente  la  città  e  popolo  fiorentino.  Noi 
non  comballiamo  pur  al  presente  né  Lucca,  nò  Pistoja,  né 
abbiamo  incontro  lui  così  gran  capitano.  Ora  a  che  credete 
voi  che  sia  per  montare  la  superbia  di  quest'  uomo  ,  se  non 
siamo  buoni  ad  espugnare  uno  de'  suoi  castelli  ,  dove  egli 
fra  gli  altri  suoi  onori  si  vanta  non  aver  lasciate  a  Firenze 
altro  chele  mura?  Io  mi  persuado  che  chiunque  ha  pur  un 
poco  cura  dell' onor  suo,  vorrebbe  più  tosto  morire,  che 
sopravvivere  a  tanta  ignominia,  se  non  ci  vien  fallo  di  far 
acquisto  di  questa  terra.  E  io  per  me  non  solo  mi  sono  dato 
a  credere,  ma  per  quel  che  tocca  a  me,  ho  preso  risoluzio- 
ne ,  0  di  morire  intorno  queste  mura,  o  che  noi  questa  sera 
abbiamo  ad  alloggiar  dentro  la  terra.  Se  ciascuno  di  voi  è 
del  medesimo  pensiero  io  non  fo  niun  dubbio  della  vitto- 
ria ,  perchè  agli  uomini  risoluti  tutte  le  cose  sono  piane  e 
agevoli.  Ma  a  me  già  par  di  conoscere  nel  volto  di  lutti  voi 
il  giusto  sdegno  che  avete  preso  conlra  questo  tiranno  ,  e 
che  desiderando  di  consentire  alle  mie  parole  co'  fatti,  vi  sia 
tuttavia  grave  il  tempo  che  s'impiega  in  altro  che  in  dar 
r  assalto.  E  per  questo  poiché  lo  star  a  cavallo  a  noi  altri 
cavalieri  oggi  non  ci  è  per  giovare  in  cosa  alcuna,  perchè 
non  abbiamo  a  temere  che  questi  di  dentro  abbino  ad  as- 
salir il  campo,  essendo  io  il  primo  a  smontare  del  mio,  mo- 
strerò quello  che  abbia  a  far  ciascun  di  voi,  a'  quali  con  mol- 
tiplicare in  più  parole  non  voglio  invidamcnle  differir  la  glo- 
ria di  questa  giornata  Appena  ebbe  il  conte  finito  di  parlare, 
e  dato  il  cenno  dell'assalto,  che   s'incominciò   la  più  aspra 


172  dell' ISTOUIE   nORENTINE 

battaglia,  che  per  molti  anni  addietro  fosse  stata  giammai 
l'alta  in  castello  alcuno  di  Toscana  ;  perciocché  in  un  mede- 
simo tempo  altri  altendevano  con  le  saette  a  votar  le  mura 
di  difensori,  altri  correndo  alle  scale,  l'appoggiavano  al  mu- 
ro ,  e  con  quel  maggior  impeto  e  ardire  che  egli  poteva  si 
forzava  di  salir  su.  Maravigliosa  era  soprattutto  l'animosità 
de' cavalieri,  non  solo  per  esser  conosciuti  dal  capitano;  di- 
nanzi agli  occhi  del  quale  erano  tutte  le  cose  palesi  ;  ma  per 
esser  meglio  armati  degli  allri,  avendo  le  medesime  armi  in 
assaltar  le  mura  che  usavano  a  cavallo  ;  onde  contra  la  tem- 
pesta che  fioccava  di  sopra  erano  difesi  dagli  elmi  e  dai  pa- 
vesi. L'  esempio  della  nobiltà  commosse  il  popolo  benché 
non  armalo  a  quella  foggia,  a  correre  rovinosamente  come 
cicchi  contra  1'  arme,  e  contra  le  ferite.  Ondo  quegli  di  den- 
tro erano  molto  incalzali;  nondimeno  ricordandosi  dell'ar- 
dita risposta  falla  a'  niniici,  e  quel  che  importava  molto  più, 
rendendosi  certi  che  con  esso  loro  non  si  sarebbe  usala 
sortii  alcuna  di  pietà,  attendevano  a  difendersi  con  somma 
ostinazione  ;  non  essendo  meno  pronti  i  terrazzani  dei  sol- 
dati; e  agli  uni,  e  agli  allri  portando  le  donne  molti  rinfre- 
scaraenti ,  perchè  in  tanto  pericolo  della  patria  1'  opera  loro 
non  fosse  del  tutto  vana.  La  ferocità  di  questa  gente  ,  oltre 
la  cagione  de' soprastanti  mali,  procedea  dall'esercizio  e 
dalla  conscienza  delle  cose  passate  :  perciocché  essendosi  la 
terra  governala  sempre  a  parte  guelfa ,  veggendo  sorgere  la 
fortuna  di  Castruccio,  non  solo  si  era  contentata  di  passar 
alle  parti  sue ,  ma  come  se  quella  ribalderia  non  fosse  ba- 
stevole senza  la  compagnia  di  qualche  altra  notabile  scelle- 
ratezza, avea,  quando  si  gli  rese,  datogli  in  mano  tutti  i  fuo- 
rusciti di  Lucca  che  in  detta  terra  si  trovavano;  di  poiché 
si  era  resa  a  Castruccio,  era  slata  il  ricetto  di  tutte  le  ru- 
berie e  omieidj  fatti  in  Valdarno  ;  onde  erano  divenuti  fe- 
roci, e  per  la  lunga  pratica  esercitati  nel  sangue  ;  e  la  di- 
sperazione del  perdono  li  facea  più  che  fiere  ;  per  la  qual 
cosa  se  la  virtù  degli  oppugnatori  era  grande,  non  era  mi- 
nore la  costanza  dei  difensori.  Ma  cadendone  tuttavia  alcun 
morto  a  terra  per  1'  industria  massimamente  do'  balestrieri 
genovesi  che  erano  ne!  campo ,  che  in  questa  sorte  di  bat- 
taglia erano  in  quc'  tempi  tenuti  per  molto  buona  gente ,  la 


LIBRO   SETTIMO.  173 

cui  opera  fu  in  quel  dì  molto  giovevole,  si  vedea  che  quella 
battaglia  non  era  per  andar  lunga  ora  del  pari.  Il  che  diede 
grande  ardire  a  coloro  che  aveano  appoggiato  le  scale , 
tra' quali  illustre  apparve  il  valore  d'uno  scudiere  proven- 
zale, che  portava  l'insegna  d'una  compagnia,  perciocché  es- 
sendosi egli  dopo  lungo  contrasto  attaccato  ad  un  merlo,  e 
con  l'asta  della  bandiera  abbnllulo  quelli  che  v'erano  alle 
poste,  con  sommo  ardire  balzò  su  la  muraglia.  Onde  mo- 
strandosi a  tulli  con  r  insegna  in  mano  lietissimo  di  quel 
l'atto  ,  e  dando  animo  con  altissime  voci,  che  lutti  gli  altri 
montossero  su,  fu  prestamente  seguitato  da  molti,  i  quali 
preso  animo  conlra  i  difensori  sbigottiti  di  vedersi  i  nimici 
in  casa,  dopo  averne  uccisi  molti,  s' impadronirono  del  primo 
girone,  essendo  quei  che  erano  restati  per  le  vie  note  ri- 
fuggiti al  secondo.  Non  basta  ciò  che  abbiamo  fatto,  gri- 
dava il  conte,  e  così  gli  altri  capitani  minori,  se  noi  non  pas- 
siamo oltre,  instigando  tuttavia  che  s'  attendesse  ad  espu- 
gnar 1'  altro  girone.  E  per  questo  erano  eglino  i  primi  a  met- 
tersi ove  il  bisogno  appariva  maggiore.  E  certo  non  fu  mi- 
nore la  fatica  e  il  travaglio  di  questa  seconda  battaglia  della 
prima,  conciossiachc  sebbene  i  difensori  erano  grandemente 
diminuiti,  era  anche  scemato  lo  spazio,  che  s'  avea  a  difen- 
dere, e  il  vedere  dalle  mura  con  gli  occhi  proprj  scannarsi 
innanzi  i  figliuoli,  i  padri  e  le  donne,  che  non  aveano  po- 
tuto rifuggire  al  secondo  cerchio,  l'avea  tolto  il  sentimento 
della  pietà  de' loro  medesimi.  Vedevano  ardere  le  proprie 
case,  eia  loro  terra  non  esser  altro  che  sangue,  fuoco,  urli 
e  pianti  amarissimi  :  onde  disprezzato  ogni  allettamento  di 
vita,  attendevano  solo  a  far  in  modo  di  non  morire  senza 
vendetta.  Ma  non  potendo  la  rabbia  di  pochi  resistere  all'im- 
pelo di  tante  migliaia  d'uomini,  a  viva  forza  furono  discac- 
ciati dalle  seconde  mura  con  uccision  grandissima  ,  tantochi'i 
pochi  ne  rifuggirono  alla  rocca  ;  la  quale  era  compresa  dal 
terzo  cerchio  della  terra.  Qui  si  fece  fine  quel  dì  di  combat- 
tere, essendo  i  soldati  non  tanto  stanchi  dalla  fatica,  benché 
grande,  quanto  vaghi  della  preda,  la  quale  nondimeno  fu 
molto  poca,  per  avere  gli  oltramontani  attaccato  fuoco  in 
molte  parli,  perchè  ella  non  divenisse  in  potere  degli  italia- 
ni ,  i  quali  non  cessando  di  far  il  medesimo,  furono  cagiono 


174  dell'  istorie  fiorentine 

che  non  solo  la  terra,  ma  molli  de'  terrazzani,  cho  scampati 
dal  fuoco  s'erano  nascosti  in  alcuni  luoghi  segreti,  fossero 
assorbiti  dalle  fiamme.  Il  che  causò  anche  un  altro  male, 
che  se  pur  alcuno  per  singoiar  beneficio  di  fortuna  era  scam- 
pato dal  ferro  e  dal  fuoco,  fu  tostamente  ucciso  da' soldati 
per  rabbia  che  tornasse  loro  tanta  fatica  senza  alcun  como- 
do; talché  la  crudeltà  che  si  esercitò  quel  giorno  in  quel 
luogo  fu  molto  notevole. 

Posalo  finalmente  il  furore  pattuirono  quei  della  rocca 
se  fra  otto  giorni  non  fossero  soccorsi  da  Caslruccio  di  ren- 
derla al  conte  ;  sperando  che  saputo  il  caso  loro  non  avesse 
a  patire  la  perdita  di  sì  buon  castello.  Ma  Castruccio  ancora 
che  accampatosi  a  Vivinaia  avesse  grand'  animo  di  soccor- 
rere così  fedeli  e  valorosi  sudditi ,  considerando  che  il  ve- 
nir a  battaglia  co'niraici  era  di  mollo  pericolo,  non  gli  parve 
partito  d'avventurare  le  cose  sue;  avendo  massimamente  no- 
velle che  a'  12  d'  agosto  dovea  il  Bavero  partir  di  Milano. 
Onde  egli ,  il  quale  era  usato  per  conseguire  fini  maggiori 
di  saper  raffrenare  i  desiderj  suoi,  sostenne  che  la  rocca  si 
rendesse  al  conte,  a  cui  fu  data  il  decimo  dì  di  quel  mese, 
con  grande  allegrezza  de'  Fiorenlini ,  che  per  loro  si  desse 
principio,  se  non  ad  altro,  alla  mutazione  della  fortuna.  Il 
conte  dimoratovi  con  1'  esercito  per  olto  giorni ,  nel  qual 
tempo  in  Firenze  avea  preso  il  gonfalonerato  Jacopo  Becca- 
nugi,  l'attese  a  riparare  de' danni  palili  con  ogni  diligenza, 
e  lasciatovi  cento  cavalieri  e  cinquecento  fanti  per  guardia 
tornò  a  ripassar  la  Gusciana,  e  per  tener  sospeso  Castruccio 
in  quel  modo  che  avea  fallo  prima,  s'accampò  a  pie  di  Fu- 
cecchio,  e  quivi  dimorato  per  due  giorni,  tornò  a  passar  la 
Gusciana  di  nuovo,  e  pose  gli  alloggiamenti  a  pie  del  Cerru- 
glio  mollo  presso  al  nimico.  Il  quale  essendo  per  tre  giorni 
più  volte  provocato  alla  battaglia,  o  perchè  nel  suo  esercito 
non  fossero  più  che  ottocento  cavalieri  e  diecimila  pedoni, 
o  perchè  avea  fermo  nell'animo  d' aspettar  il  Bavero,  e  di 
sofferirc  tra  tanto  ogn' indegnità,  non  volle  accettar  mai  la 
giornata.  Onde  il  conte  ebbe  in  pensiero  di  passar  verso 
Lucca  [)er  forza,  se  non  fusse  stato  ritenuto  da  coloro  che 
riferivano  il  Bavero  doversi  a  calen  di  settembre  trovar  a 
Pontreraoli;  perchè  stimò  esser    utile  tornar  a  passar  il  fiu- 


LIBRO   SETTIMO.  175 

me  ,  e  poiché  il  nimico  non  si  potea  tirar  al  fatto  d' arme, 
«  l'  andar  a  Lucca  era  fuor  di  tempo  ,  vedere  se  potea  al- 
meno occupargli  in  questa  occasione  alcun  altro  luogo;  per- 
chè passato  Montalbano  senza  fermarsi  s'  accampò  d'  intor- 
no al  castello  d'  Artimino.  Avea  Castruccio  fortificato  questo 
castello  da  che  venne  in  poter  suo  in  tutti  i  luoghi  neces- 
sarj,  avcalo  fornito  molto  ben  di  vettovaglia,  e  messovi  den- 
tro un  presidio  conveniente  a  difenderlo  da  qualunque  as- 
salto, talché  non  facca  dubbio  alcuno  di  esso.  Ma  il  conte 
reggendo  1'  esercito  innanimito  del  felice  successo  di  S.  Ma- 
ria a  Monte,  lieto  tra  se  stesso ,  come  se  avesse  la  vittoria 
in  mano,  comandò  che  si  desse  1'  assalto.  Difenderonsi  quei 
di  dentro  per  tre  giorni  continui  con  molto  valore.  Ma  es- 
sendo stata  r  ultima  battaglia  del  terzo  giorno  molto  aspra 
per  esser  durata  dal  mezzo  dì  infino  al  primo  sonno  della 
notte,  e  arsovi  lutti  gli  steccati  e  la  porta  della  terra,  essen- 
do molti  di  essi  forili  e  morti,  e  quelli  ne'  quali  rimaneva 
alcun  vigore  avendo  continuamente  dinanzi  agli  occhi  le 
crudeltà  usate  a  S.  Maria  a  Monte,  la  mattina  seguente,  che 
fu  il  di  27  di  agosto  ,  mandarono  a  dir  al  conte  che  avreb- 
i)ero  reso  il  castello  ,  purché  fossero  lasciali  andar  sal\i 
pe' fatti  loro.  Il  che  fu  loro  liberamenle  acconsentito,  ben- 
ché molti  di  essi  da  poi  che  furono  lasciati  da' cavalieri  che 
l'aveano  accompagnati,  fossono  stati  morti  da'  conladini.  En- 
trato  il  conte  in  speranza  certissima  di  poter  fare  ogni  gior- 
no maggiori  progressi,  avea  volto  1'  animo  a  Carmignano  e 
a  Tizzano  con  tanta  sicurtà  che  proraettea  al  duca,  purché 
fosse  lasciato  fare,  di  acquistargli  in  pochissimi  giorni.  Ma 
essendovi  avvisi  chiari,  che  il  Bavero  era  di  già  arrivato  a 
Pontremoli  con  duemila  cavalli ,  dolendosi  il  duca  forte- 
mente che  il  legato  del  papa,  il  quale  era  in  Lombardia 
con  tremila  cavalieri,  non  se  gli  fosse  opposto  in  luogo  al- 
cuno, richiamò  1' esercito  a  casa  per  poter  provveder  a  quello 
che  bisognasse,  non  parendogli  tempo  d' attender  ad  altro.  Il 
Bavero  intanto  ricevuto  infino  a  Pontremoli  da  Castruccio  , 
e  da  lui  accompagnato  con  grandissimi  onori  e  segni  d'  amo- 
revolezza infino  a  Pietrasanta,  ricusando  d'entrar  a  Lucca, 
se  non  avea  Pisa,  già  incominciava  ad  esser  di  qualche  spa- 
vento a  Toscana,  ancora  che  i  Pisani,  a  cui  1'  amicizia  e 


176  dell'  istorie  fiorentine 

r  inimicizia  degl'  irnperadori  doveva  esser  sempre  dannosa , 
non  volessero  in  conio  alcuno  riceverlo,  sapemio  la  congiun- 
zione che  era  tra  lui  e  Caslruccio  ,  e  quanto  facilmente  il 
Bavero  sarebbe  per  vender  la  loro  libertà ,  trovando  cosi 
avido  compratore  :  perchè  il  vescovo  d'  Arezzo  si  pose  di 
mezzo,  dubitando  se  Lodovico  tentava  la  forza,  che  i  Pisani 
non  si  volgessero  a'  Fiorentini  e  al  duca,  come  parca  che 
se  ne  mormorasse.  E  per  questo  sapendo  che  i  Pisani  ave- 
vano più  fede  in  lui  che  in  Castriiccio  ,  essendosene  egli 
venuto  a  Ripafralta,  fece  loro  intendere  che  per  vietare  molti 
mali  che  poleano  succedere  era  bene  che  gli  mandassero 
alcuni  uomini  da  parte  della  Repubblica  per  trallar  seco 
delle  cose  appartenenti  allo  stato  loro,  accennando  per  1'  an- 
tica amicizia  che  era  stata  tra  loro,  questo  a'  Pisani  non  avere 
ad  essere  di  nocumento  alcuno.  I  Pisani  gli  mandarono  tre 
ambasciadori,  Lemuio  Gismondi,  Albizo  da  Vico  e  Iacopo  da 
Calci  ;  co'  quali  essendo  slato  a  lunghi  ragionamenti  non 
traeva  da  loro  altra  conclusione  ,  se  non  che  i  Pisani  per 
molti  rispetti  non  volevano  che  Lodovico  o  sue  genti  entras- 
sero nella  città,  ma  che  si  contentavano  pure  che  non  fos- 
sero molestali  da  lui,  e  che  egli  senza  punto  badare  nel  loro 
contado  seguisse  il  suo  viaggio,  di  pagarli  sessantaniila  fio- 
rini d'oro;  alla  qual  cosa  non  volendo  il  lìavero  in  conto 
alcuno  restar  contento,  il  vescovo  licenziò  gli  ambasciadori; 
quando  Castruccio  passando  con  somma  perfìdia  con  una 
parte  della  sua  gente  d'  arme  il  fiume  del  Serchio,  fece  pri- 
gioni i  legati  :  e  il  Bavero  col  suo  maliscalco  ,  seguitandolo 
appresso  prima  che  in  Pisa  si  sapesse  cosa  alcuna  della  presa 
degli  ambasciadori ,  si  accampò  intorno  la  città  il  sesto  dì 
di  settembre,  ponendosi  con  la  persona  sua  a  S.  Michele 
delli  Scalzi.  Il  dì  seguente  passato  Arno  si  pose  nel  borgo 
di  S.  Marco,  e  Castruccio  restato  da  quella  parte  che  guar- 
dava verso  Lucca  si  slese  con  le  sue  genti  verso  la  porta  di 
S.  Donnino  e  quella  di  Legatia.  E  tra  pochi  altri  giorni  git- 
tando  un  ponte  dal  borgo  a  S  Marco  a  S.  Michele  de' Prati, 
e  un  altro  in  su  barche  dal  lato  di  sotto  alla  Legatia,  quasi 
compresono  con  le  loro  genti  tutto  il  circuito  della  città.  Ag- 
giugneva  1'  esercito  che  era  intorno  Pisa  al  numero  di  tre- 
mila cavalieri,  de'  quali  la  maggior  parte  era  male  a  cavallo, 


LIBRO    SETTIMO.  177 

c  la  gente  a  pie  era  grandissima,  perciocché  olire  quella  del 
contado  di  Pisa  e  di  Lucca,  vi  concorsono  molti  fanli  di  Luni 
e  della  riviera  di  Genova,  chi  per  fazione  e  chi  per  ingor- 
digia del  guadagnare.  Con  queste  genti  si  combatteva  allora 
Pisa  ;  ma  mollo  più  con  1'  arme  de'  medesimi  cittadini  ;  quello 
che  ha  fatto  sempre  facili  le  vittorie  in  Italia  a'  principi  fo- 
restieri ;  perciocché  i  fuorusciti  pisani  cavalcando  per  lo  con- 
tado ,  in  pochi  giorni  acquistarono  al  Bavero  tutte  le  castella 
e  terre  suddite  all'imperio  della  pisana  repubblica,  e  sa- 
pendo di  quanta  importanza  era  impedire  agli  assediati  i  soc- 
corsi del  mare,  s'  impadronirono  di  Porlo  Pisano,  mettendo 
ogni  giorno  in  maggior  difficoltà  le  cose  loro.  Per  tulli  que- 
sti travagli  non  si  mossone  giammai  i  Pisani  a  cercar  a' Fio- 
rentini aiuto  di  genti,  se  non  che  li  richiesono  d'  arme  e  di 
danari,  e  d'amendue  le  cose  furono  copiosamente  provve- 
duti, attendendo  a  difendersi  da  se  slessi  con  sommo  valore. 

In  Firenze  tra  questo  mezzo  (  perchè  quella  città  che 
facea  professione  d'esser  devotissima  della  sede  apostolica 
non  mostrasse  di  nutrire  per  rispetto  alcuno  umano  i  semi- 
natori di  scandali  e  d'eresie)  fu  condannalo  alla  morte  Cecco 
d'Ascoli,  il  quale  sotto  nome  d'astrologo,  facendo  opere 
da  negromante,  si  riparava  in  corte  del  duca;  uomo  per 
aver  antiveduti  molti  accidenti  a'  suoi  dì  .  e  fatte  altre 
opere  maravigliose ,  famosissimo  sopra  tutti  gli  uomini  del- 
l' età  sua.  La  sua  dottrina  era  da  alcun  tempo  innanzi 
slata  riprovata  in  Bologna,  per  avere  egli  scritto  un  libro, 
per  lo  quale  mostrava  nelle  spere  di  sopra  essere  genera- 
zioni di  spiriti  maligni,  i  quali  per  incantamenti  sotto  certe 
costellazioni  si  poteano  costrignere  a  far  gran  maraviglie; 
affermava  per  influenze  celesti  esser  messa  necessità  alle 
azioni  umane,  e  molle  altre  cose  diceva  contra  i  precetti 
della  religione  cristiana;  perchè  dall'inquisitore  de' paterini 
fu  dato  alla  corte  secolare,  e  da  quella  condannato  al  fuoco 
con  grandissimo  concorso  della  plebe ,  appresso  la  quale 
s'era  sparso  una  voce,  che  Cecco  per  la  potenza  de' suoi 
spirili  in  sul!'  atto  della  morte  dovea  scampare  di  mano  de' mi- 
nistri della  giustizia.  Pochi  giorni  appresso  morì  Dino  del 
Garbo  peritissimo  nell'arte  della  medicina,  e  grande  instru- 
mcnlo   della  morte  di  Cecco-  Onde  da  alcuni   era  imputalo 

Abim.  Vol.  II.  12 


178  dell'istorie  fiorentine 

questo  accidente  a  miracolo,  perchè  si  dicea  prr  invidia  e 
non  per  zelo  alcuno  di  religione  aver  Dino  condono  un 
uomo  COSI  illustre  alla  morte  ;  conciossiachè  Cecco  essendo 
rigorosamente  esaminato,  perseverò  sempre  con  maravigliosa 
costanza  a  dire ,  lui  non  esser  mai  dopo  1'  ammonizione  ri- 
cevuta a  Bologna,  ricaduto  in  quella  dannala  opinione,  nò 
usato  incantesimi,  o  sorte  di  malia  alcuna.  Cosi  passavano  le 
cose  di  Firenze,  quando  Pisa  non  solo  era  ogni  giorno  mag- 
giormente ristretta  dall'  armi  di  fuori,  ma  da  quelle  di  den- 
tro ;  incominciando  i  suoi  cittadini,  chi  per  stanchezza  e  de- 
bolezza d'animo,  chi  per  salvar  la  patria  da' maggiori  peri- 
coli, e  quelli  che  furono  più  potenti  per  anticipar  la  grazia 
del  Bavero  ,  a  prestar  orecchi  alle  sue  petizioni.  Nò  il  campo 
de'nimici  era  in  tutlo  libero  di  gare  e  d'odj  frescamente 
commossi  tra'  capitani  ;  perciocché  essendo  stato  Caslruccio 
e  il  vescovo  d'  Arezzo  in  presenza  del  Bavero  a  ragionamenti 
insieme  del  fatto  degli  ambasciadori,  erano  trascorsi  ad  in- 
giurie mollo  gravi  ira  loro  ;  conciossiacosaché  dolendosi  il 
vescovo  che  conlra  1' onor  suo  fossero  slati  fatti  prigioni  gli 
ambasciadori  de' Pisani,  e  quel  che  era  peggio  violata  l'an- 
tica ragion  delle  genti,  Caslruccio  presa  quindi  occasione, 
dicea  non  maravigliarsi  che  al  vescovo  dispiacesse  che  i  ni- 
mici  fossero  vinti,  perciocché  per  lato  di  madre  egli  traeva 
origine  da'  Frescobaldi  famiglia  fiorentina  ;  e  non  era  uomo 
che  interamente  seguisse  la  fede  e  ardor  delle  parti,  «  se 
«  non  quanto  gli  tornava  comodo  ».  E  insomma ,  che  sicco- 
me egli  avea  mescolato  la  diversità  del  sangue,  cosi  pari- 
mente era  in  lui  poco  slabile  la  costanza  dell'animo.  E  di 
ciò  adduceva  per  testimonio  il  vedersi  ancora  in  piede  Fi- 
renze ;  dicendo  che  se  quando  egli  venne  con  Azzo  Visconti 
a  Peretola,  il  vescovo  con  le  forze  sue  fosse  calato  ancor 
egli  per  la  via  di  Valdarno,  quella  citlà  che  un  dì  sarebbe 
per  soggiogar  Arezzo  e  tutta  Toscana,  e  tener  a  freno  gli 
impcradori  quando  scendevano  in  Italia,  sarebbe  a  quest'ora 
0  soggiogata  0  distrutta  :  e  che  con  simile  tenore  gli  rincre- 
sceva oggi  che  si  vincesse  Pisa,  per  la  quale  combatteva 
più  egli,  che  non  faceano  i  Pisani  medesimi;  nel  qual  ragio- 
namento s'  accese  di  modo,  che  trascorse  a  chiamar  il  ve- 
scovo traditore.  Ma  il  vescovo,  che  non  era  inferiore  d'  ar- 


LIBRO  SETTIMO.  179 

dire,  né  di  prontezza  di  spirito  a  Castruccio,  rispose  con 
molta  severità  di  parole  ,  che  si  maravigliava  come  fosse  in 
lui  tanta  sfacciatezza,  che  gli  bastasse  l'animo  di  nominare 
il  nome  di  traditore,  potendo  esser  certo  nella  conscienza 
sua  di  quanti  inganni  e  tradimenti  era  slato  cagione.  Ricor- 
dasscsi  aver  rotto  la  pace  a' Fiorentini  ;  con  quanto  giusto  e 
onorcvol  partito  avesse  spogliato  i  Malesp ini  dello  stato  loro, 
essendo  quelli  signori  stati  sempre  più  ghibellini  di  lui;  e 
quante  volte  avesse  tentalo  d'  uccidere  il  conte  Mieri  dentro 
di  Pisa,  onde  nascea  l'alienazione  de' Pisani  dalla  fazione 
imperiale.  Tu,  tu  ,  diceva  egli,  sei  cagione  che  i  Pisani  non 
aprano  le  porte  all'  imperadore  ;  perciocché  con  quelle  fraudi 
e  inganni,  co'  quali  hai  soggiogato  Lucca  e  Pistoja,  temono 
che  non  abbi  ad  occupare  la  loro  liberta:  perciocché  é  noto 
al  mondo  appresso  te  non  esser  fede  né  carità  alcuna,  non 
timor  di  Dio,  non  sospetto  o  riraordiraento  di  quel  che  si 
giudichino  o  si  dicano  le  genti  di  te  ,  pure  che  tu  accre- 
scendo d'imperio  in  qual  modo  tei  facci,  fondi  soprai  colli 
de'  popoli  una  crudele  e  spaventosa  tirannide.  Io  sono  tale 
che  non  mi  ho  punto  a  vergognare  della  mia  progenie,  nò 
il  favorire  le  cose  giuste  mi  farà  temere  che  della  mia  fe- 
de s'abbia  a  dubitare  appresso  de' buoni  giudici;  perciocché 
centra  i  Fiorentini  comparirono  1'  armi  mie  non  meno  che 
le  tue  a  Pcretola,  e  se  io  non  vi  venni,  buona  cagione  ne 
fusti  tu,  che  hai  sempre  nutrito  in  dubbio  della  fede  tua  non 
meno  gli  amici  che  i  nimici.  Né  in  questo  tempo  mi  avrà 
alcuno  sentito  dire  che  Pisa  non  si  debba  espugnare  ,  ma 
ben  dello  che  é  slata  somma  scelleratezza  e  perfìdia  il  rite- 
nere i  loro  ambasciadori ,  quando  erano  da  me  chiamati  per 
trattar  delle  cose  comuni.  Ma  io  non  mi  maraviglio  che  ti 
paia  ora  cosa  strana  il  credere  che  si  debba  osservare  la  fede 
a' nimici,  poiché  hai  slimato  sempre  per  cosa  gloriosa  il  rom- 
perla agli  amici;  e  però  non  é  gran  fallo  che  tu  giudichile 
cose  a  rovescio,  chiamando  traditori  coloro  i  quali  non  ri- 
tengano nulla  de'  tuoi  costumi  e  della  tua  maligna  natura. 
Pose  line  a  colali  contese  il  Bavero  con  poca  sua  dignità, 
essendo  passali  tanto  oltre  nell'ingiurie  in  presenza  sua.  Né 
rimase  dubbio  che  co' cenni  e  co' falli  non  pendesse  da  Ca- 
struccio; perché  il  vescovo  si  parti  mal   soddisfatto  da  lui, 


180  dell'  istorie  fiorentine 

e  lardi  penlilo  d'essersi  allontanato  dall'ubbidienza  del  ro- 
mano pontefice,  d'  essersi  accostato  ad  un  falso  imperadore, 
e  soprattutto  di  vederne  andar  Pisa  in  man  sua,  da  cui  tosto 
avesse  a  passare  a  quelle  di  Castruccio  ;  le  quali  cose  giunte 
con  la  novella  che  Pisa  per  opera  del  conte  Fazio  figliuolo 
del  conte  Gaddo,  e  di  Vanni  figliuolo  di  Banduccio  Bonconti 
corrotti  dalle  promesse  del  nimico  avea  messo  dentro  l' im- 
peradore ,  Irafisson  gravemente  1'  animo  suo ,  e  molto  più 
quando  a  capo  di  tre  giorni  seppe  esservi  stato  introdotto 
ancora  Castruccio,  avendo  i  Pisani  stessi  di  propria  volontà 
squarciato  le  prime  capitolazioni  fatte  con  1' imperadore , 
nelle  quali  spezialmente  si  conteneva  che  nò  Castruccio , 
ne  alcun  d:  sua  gente,  o  altro  fuoruscito  pisano  dovesse  en- 
trar nella  città.  Trafìtlo  da  tanti  dispiaceri  il  vescovo  cadde 
infermo ,  e  morissi  più  di  dolore  che  di  malattia  il  21"  d'i  di 
quel  mese  nel  castello  di  Montencro  in  Maremma  ;  «  avendo 
«  preso  in  Firenze  il  sommo  magistrato  Ghino  Rondinclli , 
«  il  quale  con  la  signoria  entrata  seco,  stante  le  differenze 
«  che  passavano  tra  la  Repulililica  e  Benuccio  de'  Salimbeni 
«  cavaliere  sancse,  il  quale  pre!ondeva  ragione  nel  castello 
«  di  Mangone  per  la  contessa  Margherita  sua  moglie  figliuola 
«  del  già  conte  Nerone  del  conte  Alessandro,  ne  fece  arbi- 
«  tro  il  duca,  come  quello  che  era  anche  signore  di  Siena,  il 
«  quale  fece  poi  rendere  il  caslello  al  Salimbeni,  come  rac- 
'c  conta  il  Villani,  senza  però  far  punto  menzione  della  ri- 
«  messione  fattane  nel  duca.  « 

Ma  i  successi  de'  Pisani  aveano  recato  non  minore  ama- 
ritudine in  Firenze  che  in  Pisa  medesima  ;  perciocché  sic- 
come durando  alcun  tempo  queir  assedio  vedevano  i  Fio- 
rentini che  per  la  povertà  de'  danari  le  forze  del  Bavero 
erano  per  consumarsi  da  se  stesse  ,  cos'i  ora  aspettavano 
tutte  le  cose  in  contrario;  sapendo  die  olire  alla  riputazione, 
Lodovico  con  un  fcdiace  nome  di  libertà,  nella  quale  pro- 
nietlea  di  voler  conservar  i  Pisani,  era  per  trarre  da  essi 
non  piccola  quantità  di  moneta  ,  ancora  che  in  quel  tempo 
si  trovassono  in  male  stalo ,  e  poi  quando  più  non  potesser 
soccorrerlo  di  moneta  ,  egli  li  averebbe  venduti  a  Castruccio  ; 
il  qual  nimico  da  sé  solo  pur  mollo  spaventevole,  veniva 
con   queste   aggiunte  a  farsi  tremendo  e    insopportabile:  né 


LIBRO    SETTIMO.  181 

SÌ  dubitava  che  avuta  Pisa  non  si  avesse  il  Bavero  senza 
altra  tardanza  a  volger  insieme  con  Caslruccio  contra  di 
loro.  Ma  Lodovico  avendo  in  animo  di  passar  a  Roma  per 
incoronarsi,  e  indi  entrare  nel  regno,  lasciata  l'impresa  di 
Firenze  ,  la  quale  giudicava  aspra  e  malagevol  molto  ,  alien- 
dea  a  provvedersi  di  danari ,  e  a  rendersi  con  benefizi  e 
con  qualunque  dimostrazioni  d'  onore  benevolo  Caslruccio  , 
col  mezzo  del  quale  non  era  impresa  così  grande  che  egli 
non  sperasse  poter  conseguire,  avendo  scorto,  negli  spessi 
e  diversi  ragionamenti  tenuli  insieme ,  in  queir  uomo  non 
solo  animo  e  ardire  grande  ,  ma  prudenza  maravigliosa.  Ve- 
(lea  che  non  tanto  l' affezion  delle  parti,  o  la  benignità 
della  fortuna,  quanto  il  suo  senno  e  la  scienza  dell'arie 
militare  l' avca  inalzato  a  così  sublime  luogo  di  grandezza  e 
di  riputazione.  Non  fu  punto  rozzo  Caslruccio  in  saper  ac- 
crescere con  le  apparenze  e  con  le  lusinghe  la  benivolenza 
commossa  dall'  estimazione  del  vero  valore.  Il  quale  avendo 
menato  Lodovico  in  Lucca,  avea  con  la  magnificenza  d'una 
masserizia  reale  ,  e  con  lo  splendor  della  tavola,  fatto  veder- 
gli che  ci  non  era  in  questa  parte  inferiore  a  qualunque 
principe  disceso  per  lungo  ordine  da  grandissimi  re.  E  in 
un  medesimo  tempo ,  come  se  volesse  dargli  ad  intendere 
che  egli  non  era  per  lutto  ciò  da  lasciarsi  prendere  da  mor- 
bidezza alcuna,  lo  condusse  a  Pistoja.  E  indi  mostratogli  la 
città  e  il  contado  <li  Firenze  ,  è  fama  avergli  ricordato  quanto 
quella  città  era  stata  sempre  nimica  agli  imperadori ,  e  che 
mentre  ella  stava  in  piede  ninno  impcradore  avea  a  far  conto 
d'esser  libero  o  quieto  signor  di  Toscana;  cercando  d' in- 
durlo a  far  l'impresa  di  Firenze  avanti  la  sua  incoronazione. 
Imperocché  sapendo  egli  che  l'imperadore  volea  menarlo 
con  seco  ,  gli  rincresceva  lasciar  lo  stalo  suo  in  bocca  de'Fio- 
renlini ,  sospettando  non  meno  dell'  arme  loro  che  della  in- 
certa fede  degli  slessi  sudditi  suoi,  porgendogli  ampia  ca- 
gione di  temere  l'esempio  d' Uguccione  della  Fagiuola ,  e  la 
naturai  gelosia  di  chiunque  signoreggia  nuovo  in  alcun  do- 
minio. Ma  Lodovico ,  il  quale  avea  fermo  nell'  animo  di  non 
tardar  più  la  sua  incoronazione ,  promettendo  grandissime 
cose  a  Caslruccio,  deliberò  tra  tanto  per  innanimirlo  a  seguitar 
volentieri  il  suo  proponimento,   e  per  rendergli  alcun  gui-. 


182  dell'istorie  fiorentine 

derdone  de' servigi  ricevuti,  d'onorarlo  con  titolo  di  duca  di 
Lucca,  e  con  comunicar  seco  l'armi  del  ducato  di  Baviera, 
quasi  per  un  vincolo  di  perpetua  amicizia ,  e  di  parentado 
infra  di  loro.  Tornati  dunque  a  Lucca  di  nuovo,  e  prepa- 
rata solenne  e  gran  festa  per  il  giorno  di  S.  Martino  ,  dì 
molto  celebre  a'  Lucchesi ,  e  a  Caslruccio  stesso  per  il  trionfo 
riportato  gli  anni  addietro  della  vittoria  de' Fiorentini,  gli 
fu  dal  Bavero  posto  in  capo  il  cerchio  ducale,  e  con  quello 
fatto  cavalcare  armato  per  tutta  la  città  con  gran  pompa, 
avendo  dinanzi  e  di  dietro  non  solo  gran  frequenza  di  ca- 
valieri e  di  popolo  ,  ma  portandosi  da  molti  a  guisa  d'  un 
nuovo  trionfo  diverse  bandiere  segnate  dalle  nuove  insegne 
che  egli  prendea;  le  quali  erano  in  campo  d'oro  una  grande 
banda  a  traverso  a  scacchi  pendenti  azzurri  e  d'  argento. 
Solennità  certo  per  la  cosa  stessa  e  per  la  persona  a  cui  si 
faceano  queste  onoranze  molto  nobile,  ma  illustre  soprat- 
tutto per  essere  stato  il  primo  duca  che  fosse  fatto  in  Italia 
dopo  il  mancamento  di  coloro  che  primi  vi  furono  introdotti 
da'  Longobardi;  onde  poi  (benché  in  qualche  processo  di 
tempo,  non  essendo  gli  uomini  così  presto  arditi  di  secon- 
dare i  magnanimi  fatti  di  Caslruccio  )  s'  aperse  la  via  ai  molti 
titoli  di  duchi,  che  sorsono  in  Italia.  Ma  non  volendo  il  Ba- 
vero lasciar  cosa  alcuna  indietro,  onde  credesse  potersi  gua- 
dagnar r  animo  di  così  gran  capitano ,  pochi  giorni  dopo  gli 
fece  dono  del  castello  di  Sarzana,  di  quello  di  Ratina  in 
Versilia,  di  Monte  Calvoli  e  di  Pietrasanta,  non  senza  ram- 
marichi grandissimi  de' Pisani,  i  quali  con  così  fatti  principj 
conoscevano  gitlarsi  i  semi  della  lor  servitù,  veggcndo  con 
quanta  rapace  liberalità  l'avaro  imperadnre  guiderdonava  un 
vecchio  lor  nimico  dei  beni  loro.  Stimando  il  Bavero  essersi 
in  questa  guisa  impadronito  di  Castruccio,  e  avendo  cavato 
da' Pisani  quello  che  ascendea  alla  somma  di  dugentomila 
fiorini  d'oro  (  cosa,  considerando  la  brevità  del  tempo  e  l'in- 
chinata fortuna  de' Pisani,  dura  a  credere)  a' 15  di  dicembre 
appunto  quando  in  Firenze  entrava  nuovo  gonfaloniere  Fi- 
lippo degli  Albizi  si  partì  di  Pisa  per  andare  a  far  la  sua  co- 
ronazione in  Roma.  Sentita  che  fu  dal  duca  di  Calabria  la 
partita  di  Lodovico,  e  come  Castruccio  sollecitato  da  lui  si 
metlea,  benché  malvolentieri,  in  ordine  per  andargli  appresso. 


LIBRO  SETTIMO.  183 

e  che  facilmente  dopo  essersi  coronato  imperadore  avrebbe 
voluto  far  l'impresa  del  regno,  conobbe  che  gli  era  neces- 
sario partirsi  di  Firenze,  essendo  allora  le  cose  d'Italia  per 
colai  movimento  in  gran  bisbiglio;  «  poiché  tutti  i  signori  di 
«  Lombardia,  il  duca  Castruccio,  i  Ghibellini  di  Toscana,  e 
«  il  re  di  Sicilia  a  niuna  altra  cosa  attendevano,  che  a  far 
«  grande  l' imperadore  ».  Il  papa  dall'  altro  canto,  il  re  Ru- 
berto e  la  Repubblica  fiorentina  con  tutte  le  lor  forze  s'ar- 
mavano per  impedire  i  disegni  de' loro  nimici.  E  per  questo 
il  papa  avea  fatto  in  Avignone  nuova  creazione  di  cardinali, 
avea  scritto  al  legalo  che  era  in  Firenze  che  passasse  in  terra 
di  Roma,  e  il  re  Ruberto,  oltre  molta  gente  che  tenea  in 
Roma  e  per  tutti  i  luoghi  vicini  per  contrastare  al  Bavero, 
avea  ancora  egli  scritto  al  figliuolo,  che  lasciata  guernita 
Firenze  il  meglio  che  potesse,  egli  col  rimanente  delle  genti 
che  avea  se  ne  venisse  nel  reame  per  esser  presto  a  quello 
che  fosse  necessario.  Per  la  qual  cosa  avendo  il  duca  il  dì 
della  vigilia  del  Natale  del  Signore  fatto  chiamar  nel  suo  pa- 
lazzo il  gonfaloniere  Albizzi,  i  priori,  i  collegi,  i  capitani  di 
parte  guelfa  e  quasi  tulli  quelli  che  erano  di  qualche  ripu- 
tazione nella  città,  essendo  accompagnato  da  tulli  i  suoi  ba- 
roni, parlò  loro  in  questa  maniera,  lo  crederei,  signori  Fio- 
rentini, che  non  solo  con  voi  che  sete  discreti,  e  che  cono- 
scete ottimamente  la  qualità  de' tempi  in  che  ci  troviamo, 
ma  appo  qualsivoglia  barbara  gente  avesse  a  servirmi  per 
sufficiente  scusa,  se  io  dicessi  esser  costretto  d'  abbandonar 
la  cura  d'  altri  per  attendere  alle  mie  cose  proprie.  Ma  le 
fortune  nostre  sono  congiunte  in  modo,  senza  che  voi  siete 
ora  cosa  mia,  avendomi  voi  elello  per  signor  vostro,  che  in 
ogni  tempo  e  in  ogni  stato  quel  pensiero  hanno  ad  avere 
i  re  di  Napoli  della  vostra  Repubblica,  ehe  del  proprio  rea- 
me loro,  non  altrimente  che  dovete  e  che  avete  fatto  voi  in 
tutte  quelle  cose  che  avete  potuto;  essendo  stati  non  mero 
solleciti  delle  cose  nostre  che  de'  fatti  vostri  particolari.  Non 
dirò  io  dunque  esser  costretto  partirmi  da  voi  perchè  io 
preponga  la  cura  delle  cose  di  quel  regno  alle  vostre ,  ma 
perchè  torna  comodo  a  voi,  essendo  volto  il  pericolo  di  To- 
scana nel  regno,  che  io  lasciandovi  però  tutte  quelle  prov- 
visioni che  sono  necessarie,  me  ne  vada  nel  regno  ;  percioi- 


184-  dell'  istorie  fiorentine 

che  clii  non  sa  la  consulta  de'  niraici  non  esser  allra  che 
d'occupar  il  nostro  rcamo,  e  poi  di  abbattere  questa  città, 
che  essi  chiamano  la  rocca  di  Toscana,  e  in  questo  modo 
farsi  padroni  d' Italia  ?  Per  la  qual  cosa  poiché  Firenze  non 
può  stare  in  piede ,  massime  in  questa  nuova  inondazio- 
ne di  barbari  ,  se  non  sta  ancora  in  piede  il  reame  di  Na- 
poli, io  crederei  che  quando  io  da  me  non  sapessi ,  o  per 
qualsivoglia  altro  accidente  non  volessi  prendere  questa  de- 
liberazione di  partirmi  di  Firenze,  voi  sareste  i  primi  a  per- 
suadermi l'andata.  Ma  ancora  che  i  bisogni  di  quelle  parti 
ove  si  vede  esser  volta  questa  tempesta  sien  grandi,  e  quivi 
essendone  partito  ancora  Castruccio,  non  rimanga  avversario 
alcuno  da'  quali  abbiate  a  temere ,  nondimeno  io  vi  lascerò 
per  mio  vicario  Filippo  di  Sanguinelo,  della  cui  fede  e  va- 
lore abbiamo  mio  padre  ed  io  fatto  molte  esperienze,  e  con 
seco  mille  cavalieri;  l'opera  de' quali  so  che  conoscerete 
sempre  in  tutte  le  bisogne  vostre  molto  profittevole.  Sarà 
vostro  uficio  osservare  quella  fedeltà  e  amorevolezza  verso 
il  mio  capitano  che  avete  fatto  non  dalF  altro  ieri  in  qua  a 
me,  ma  è  ormai  lo  spazio  di  scssant'anni,  che  conlinua- 
mente  e  con  maravigliosa  saldezza  di  de\ozione  avete  guar- 
data al  re  Kubcrlo  mio  pa  Ire  ,  e  ad  amcndue  i  Carli  di  fe- 
dele memoria  avolo  e  bisavolo  mio;  promettendovi  io  quando 
losi  il  bisogno  ricercasse  di  nuovo,  e  vcl  giuro  su  la  parola 
di  figliuolo  di  re,  che  non  così  tosto  vedrò  respirare  il  regno 
mio  dalle  persecuzioni  di  quel  ladrone,  il  quale  essendo  pri- 
mieramente nimico  di  Dio  e  del  suo  vicario  viene  a  tur- 
bare gli  stati  nostri,  che  \errò  io  da  capo,  se  a  Dio  piacerà 
concedermi  vita,  con  tutte  quelle  maggiori  forze  che  mi  sa- 
ranno possibili,  al  vostro  scampo,  e  alla  vostra  salvezza.  E 
se  nel  medesimo  tempo,  che  sarà  travagliata  la  città  stessa  di 
Napoli  capo  del  nostro  regno,  accadesse  (  il  che  tolga  Iddio  ) 
che  Firenze  col  medesimo  tenore  fosse  combattuta  da'ni- 
mici;  onde  io  ancora  che  multo  il  desiderassi  non  potessi 
venire  a  darvi  quel  soccorso  che  alla  mia  affezione  e  amor 
verso  voi,  e  alla  vostra  osservanza  verso  me  e  la  casa  mia 
si  ricerca  ;  in  questo  caso  vi  assicuro ,  che  non  rimarrà  di 
venirci  alcuno  de' zii  o  de' cugini  mici,  spererò  con  più  lieta 
e  felice  ventura  (  por  non  augurarci  male  )  che  non  vi  venne 


MBRO   SETTIMO.  185 

il  conte  di  Gravina,  e  Carlo  da  Tnranlo  zio  e  cugino  mio, 
ancora  che  mi  giovi  grandemenle  ricordare  che  l'amicizia 
nostra  sia  fermata  con  così  illustri  e  preziosi  soggclli.  Con- 
tinuerete dunque,  Fiorcnlini  miei,  nella  vostra  fede,  e  in 
quella  di  santa  Chiesa,  come  per  T addietro  sete  costumati 
di  fare,  senza  sbigottirvi  per  sinistro  alcuno  che  potesse 
avvenirvi  ;  perchè  queil'  Iddio  il  quale  riguarda  dal  cielo 
l'opere  de' mortali,  e  che  al  glorioso  re  Carlo  bisavolo  mio, 
non  essendo  più  che  conte  di  Provenza,  diede  forza  di  vin- 
cere due  antichi  e  potenti  re  in  Italia,  come  oppressori  e 
conculcatori  della  sede  apostolica .  e  che  a  voi  ha  porto 
sempre  vigore  di  sapore  e  di  potervi  difcmlcre  non  da  uno 
o  da  due,  ma  da  tanti  iniperadori  voslri  nimici,  e  che  final- 
mente nel  colmo  della  gloria  sua  fece  vedervi  a  che  sozzo 
fine  condusse  1'  altezza  d' Uguccione  della  Fagiuola,  vi  farà 
anche  veder  tosto,  se  sarete  forti  e  avrete  speranza  in  lui , 
in  che  leggier  fumo  convertirà  questi  che  ora  ci  paiono  s'i 
gran  vampi  di  Castruceio  e  di  Lodovico.  Solo  rimane  che 
con  la  fortezza  dell'  animo  altri  si  sappia  governare  e  reg- 
gere in  modo,  che  uscendo  salvo  de'  pericoli  soprastanti , 
come  chi  si  trae  a  porlo  dalle  tempestose  onde  del  mare , 
possa  goder  la  quiete  delle  passate  fatiche  e  riportare  un  one- 
sto frutto  della  propria  costanza.  Il  non  dubitar  la  qual  cosa 
da  voi,  mi  fa  partire  con  molto  minor  ansietà,  che  non  fa- 
rei quando  a  me  non  fossero  noti  i  costumi  e  la  virtù  vo- 
stra. Jncrebbe  grandemente  a' Fiorentini  la  necessità  che 
muovea  il  duca  a  partirsi,  perchè  veramente  oltre  le  cose 
da  lui  raccontate,  egli  si  era  portato  in  modo  con  esso  loro 
ne'  fatti  appartenenti  al  governo  civile,  ancorché  ne' ministri 
non  avesse  molto  soddisfallo  al  popolo,  che  ciascuno  o  per 
benefizio  ricevuto,  o  per  sperarlo  da  lui  per  la  cortesia  che 
mostrava  negli  atti  e  nelle  parole,  se  gli  sentiva  obbligato; 
la  qual  cosa  avea  fallo  tollerar  loro  con  meno  asprezza  la 
molla  spesa  che  portava  a  tutti  egualmente  la  sua  signoria. 
Cos'i  è  la  natura  de' popoli  acconcia  a  sostenere  i  grandis- 
simi pesi,  pure  che  con  benigne  dimostrazioni  da  chiunque 
signoreggia  sia  riguardala  ;  arte  a  chi  la  sa  esercitare,  se 
non  viene  operala  naturalmente,  che  è  più  da  commendare, 
molto  più  profitlevolc  che  non  sono  le  squadre  degli  uomini 


186  dell'  istorie  fiorentine 

armati,  e  i  ceppi,  e  le  prigioni,  e  altri  simili  slrumenli,  che 
usa  la  tirannia.  Ma  conoscendo  ciascuno  esser  1'  andata  sua 
necessaria  alle  cose  comuni,  avendogli  promesso  di  osservare 
quella  fede  a  cui  di  ragione  per  le  stesse  convenzioni  da  lor 
fatte  eran  tenuti,  accettarono  con  pronto  animo  il  vicario  da 
lui  nominato  ;  né  lasciarono  indietro  sorte  alcuna  di  uficj 
amorevoli  che  si  costuman  tra  coloro  i  quali  per  alcuno 
spazio  di  tempo  hanno  a  dividersi.  11  duca  fece  per  lo  di 
che  seguitava  al  Natal  del  Signore  a  lutti  coloro  che  go- 
vernavano la  Repubblica  insieme  con  le  lor  donne  un  so- 
lenne convito,  e  ivi  a  due  giorni  essendo  accompagnato  da 
tutta  la  città,  con  maravigliosi  segni  d'affetti  si  parti  per  an- 
darne quanto  prima  nel  rogno,  essendo  quasi  nel  medesimo 
tempo  per  altra  via  partitosi  Castruccio  di  Lucca  per  rag- 
giungere il  Bavero  (  da  cui  con  continui  messi  era  slato  sol- 
lecitalo )  in  sul  cammino  di  Roma. 

In  così  fatti  movimenti  di  cose  entrò  l'anno  1328,  es- 
sendo venuto  in  Firenze  vicario  del  duca  per  amministrare 
giustizia  Benedello  di  M.  Zaccheria  da  Orvieto;  ne' primi 
giorni  del  quale  non  restando  la  fervente  cura  de'Fioren- 
tini  (benché  fossero  sotto  il  dominio  del  duca)  di  fortificarsi, 
fu  dato  ordine  che  si  fondasse  la  porta  di  S.  Piero  Gatto- 
lini,  e  che  si  cignesse  di  mura  tutta  quella  parte  della  città 
che  guardava  verso  Siena ,  avendo  veduto  di  quanto  peri- 
colo era  slato  alla  Repubblica  l'aversi  trovata  quella  parte 
poco  difesa,  quando  Castruccio  ardendo  tutto  il  contado 
s'accostò  con  l'esercito  a  Grieve.  Ne  Filippo  di  Sanguineto 
posava  nell'animo,  cercando  di  rispondere  al  favore  usatogli 
dal  suo  signore  in  commettergli  un  carico  di  tanta  impor- 
tanza, con  alcun  fatto  valoroso ,  avendo  massimamente  in- 
teso che  la  parte  del  re  Ruberto  favorita  dagli  Orsini  e  da 
Stefano  Colonna  era  stata  cacciata  di  Roma  e  ,  che  il  Ba- 
vero restato  come  signore  della  terra,  col  favore  di  Sciarra 
Colonna  fratello  di  Stefano  e  di  Jacopo  Savello,  avea  a'  16 
di  gcnnajo  fatta  la  solennità  della  sua  coronazione;  e  che 
avendo  maraviglioso  concorso  di  gente  si  preparava  per 
l'impresa  del  regno.  Tenendo  dunque  il  Sanguineto  l'ani- 
mo volto  a  fare  o  per  occulte  pratiche  o  a  guerra  scoperta 
alcun  fatto  egregio  contra  i  nemici  (ancora  che  Castruccio 


LIBRO   SETTIMO  187 

tra  la  guardia  di  Lucca,  di  Pisloja  e  di  Pisa  raccomandata- 
gli dall'  imperatore  avesse  lasciato  più  di  mille  cavalli  con 
latiti  fanti,  quanti  gli  parvero  esser  abbastanza)  gli  venne 
ordito  e  posto  ad  esecuzione  un  trattalo  mollo  felicemente- 
Erano  tra  le  genti  de' Fiorentini  '  due  fuorusciti  di  Pisloja, 
uno  detto  Baldo  Cecchi ,  e  1'  altro  Jacopo  Bandini,  cacciati 
dalla  patria  non  per  altro  che  per  odio  delle  parti,  essendo 
stati  sempre  di  fazione  contraria  a'  Ghibellini.  Costoro  aven- 
do notizia  del  sito  della  città  ,  della  guardia  che  vi  si  face- 
va, e  in  che  modo,  quando  fosse  chi  togliesse  l' impresa,  si 
potesse  occupare  di  furto  ,  andarono  a  trovare  Simone  della 
Tosa  figliuolo  di  Rosso  cavaliere  di  grande  reputazione,  e 
sì  gli  mostrarono  la  via  molto  piana  a  condurre  a  fine  cotale 
impresa.  Simone  la  comunicò  con  Filippo,  e  Filippo  aven- 
do dato  ordine  che  si  tenesse  il  trattalo  occultissimo ,  co- 
mandò frattanto  che  si  facessero  con  somma  diligenza  in  Prato 
ponti  di  legname,  scale,  bolcioni,  triboli  e  altri  inslru- 
menti  militari,  ed  essendo  lulie  le  cose  in  punto,  la  sera  dei 
27  di  gennajo ,  senza  menar  con  seco  alcun  fiorentino,  eccetto 
Simone,  si  partì  con  seicento  cavalieri  di  Firenze,  ove  di 
ciò  non  era  notizia  alcuna.  E  giunto  innanzi  la  mezza  notte  a 
Prato,  ove  erano  in  ordine  duemila  fanti  e  gli  apparecchiati 
instrumenli  già  s'  erano  caricati  su'  muli ,  con  tutta  questa 
gente  camminando  in  fretta  e  con  sommo  silenzio  giunse  a 
Pisloja  un  pezzo  innanzi  all'  apparir  dell'  alba.  I  fuorusciti , 
sapendo  che  il  più  solitario  luogo  della  citla  era  verso  la 
porta  di  S.  Marco ,  e  dove  era  minor  acqua  ,  e  quella  per 
agevolar  più  1'  impresa  si  trovava  allora  indurala  dal  ghiac- 
cio, sì  che  sostenea  il  peso  degli  uomini  armati,  senza  per- 
der momento  di  tempo  si  posono  a  passar  il  fosso  su  per 
lo  ghiaccio ,  e  appoggiata  una  scala  al  muro  ,  per  quella 
montarono  sulla  muraglia,  per  la  qual  via  misero  dentro 
cento  fanti  eletti.  Costoro  messe  le  bandiere  del  duca  e 
della  Repubblica  sulle  mura,  co'  bolcioni  atlendeano  ad  aprir 
la  cortina  di  dentro  per  introdurre  con  più  facilità  i  soldati 
di  fuori,  i  quali  avendo  gittato  i  ponti  sul  fosso ,  atlendea- 
no con  la  medesima  diligenza  a  bucar  la  muraglia  dal  canto 
loro;  quando  trovali  dall'  uficiale  che  andava  ricercando  le 
guardie,  vennero  seco  alle  mani,  e  incontanente  1'  uccisone 


188  dell'  istorie  'fiorentine 

Con  tutta  la  compagnia  che  menava.  A  questo  romore  si 
destarono  coloro  che  erano  più  vicini  ,  e  subitamente  si 
sparse  il  tumulto  per  tutta  la  città ,  come  i  nimici  cran  den- 
tro. Per  la  qual  cosa  i  soldati  di  Castruccio,  che  erano  cin- 
quecento fanti  e  centocinquanta  cavalieri  senza  la  guardia 
de' cittadini,  presono  incontanente  l'arme,  e  fatto  alto  una 
parte  di  essi  in  su  la  piazza  per  sapere  ove  far  capo,  un'  al- 
tra ne  fu  mandala  verso  quel  luogo,  onde  i  nirnici  si  diceva 
essere  entrati ,  e  incontratisi  con  esso  loro  attaccarono  una 
fiera  battaglia  con  tanto  vigore  di  quelli  di  dentro  ,  che  i 
soldati  di  Filippo  furono  ripinli  infino  alle  mure  ;  ove  la 
paura  di  molti  fu  così  grande  ,  che  per  le  medesime  rotture 
per  le  quali  erano  enti  ati,  si  gitlaron  fuor  della  terra ,  e  sa- 
rebbesi  facilmente  con  quell'ardire  salvala  Pistoja ,  se  la 
virtù  di  Filippo  non  fosse  siala  pretta  al  bisogno  de'  suoi; 
il  quale  essendo  per  un'  altra  rottura  entrato  dentro,  e  fatto 
rimondare  ciascuno  de'  suoi  cavalieri  a  cavallo  (perciocché  si 
avca  ciascuno  nell'  entrare  tirato  dietro  il  cavallo  a  mano) 
urlato  ferocemcnie  con  tra  i  nimici,  due  volte  li  mise  in 
rotta.  Lo  spavento  della  notte,  lo  strepito  delle  grida,  e  i 
snoni  delle  trombe  e  nacchere,  che  assordavano  l'aria,  e 
molto  più  la  fama  sparsa  che  i  Fiorentini  avean  già  occu- 
palo la  terra,  posero  tal  terrore  negli  animi  delle  donne 
pistojesi,  che  usci'ndo  dalle  proprie  case  mezzo  ignude 
co'  piccioli  fanciulli  in  braccio  ,  e  chi  con  le  cose  che  avea 
più  care  in  mano,  non  sapeano  esse  stesse  dove  s'  andas- 
sono.  Ne  cosa  fu  che  avesse  più  accresciuto  la  confusione 
di  quella  notte  di  questa  ,  mentre  quasi  prive  di  sentimento 
indifferenlcmenle  or  davano  di  petto  a'  nemici  ,  ed  or  agli 
amici,  le  quali  con  pari  molestia  a  quelli  ritardavano  la  vit- 
toria volgendosi  a  far  prigioni  e  a  rubare  le  cose  che  avea- 
no  nelle  mani,  o  nel  seno,  e  a  costoro  erano  d' irapcdimcnlo 
circa  il  poter  altendere  alla  difesa.  E  nondimeno  ebbe  nella 
fine  cos'i  fallo  scompiglio  ad  esser  cagione  che  di  nuovo 
s'avesse  per  le  genti  di  Castruccio  a  salvar  la  città  :  le  quali 
veggendo  i  nimici  sparti  dietro  1'  odor  della  preda  ,  da  capo 
si  raccozzarono  insieme ,  e  giudicando  che  quando  vinces- 
sero il  capitano,  il  quale  restato  con  pochi  solo  altendea  a 
seguir  la  vittoria  ,  gli   altri    da   per  sé   stessi    erano    rolli , 


LIBRO   SETTIMO.  189 

con  grandissima  ferocia  1'  andarono  ad  assalire  ,  e  sì  fiera- 
mente il  percossono  che  più  volle  fu  in  pericolo  di  restarvi 
morto,  non  essendo  con  lui  altri  che  Simone  della  Tosa  , 
e  poco  più  di  settanta  cavalieri.  Ma  incominciando  a  schia- 
rire il  giorno  ,  e  il  pericolo  del  capitano  avendo  ragunati 
molti  intorno  la  persona  sua  .  e  il  popolo  essendo  in  gran 
parte  rifuggito  al  castello,  pensarono  anche  que' pochi  che 
erano  restati  alla  pugna  di  salvarsi,  i  quali  entrali  nella  for- 
tezza per  la  porla  Lucchese  insieme  co'  figliuoli  di  Caslruc- 
cio  si  diedono  a  fuggir  verso  Serravalle.  In  questo  modo  per- 
venne Pistnja  in  poler  dil  duca  di  Calahria  il  ventottesimo 
giorno  di  gennaio,  dove  la  proda  fu  grandissima  ,  avendo  per 
dieci  giorni  continui  duralo  i  soldati  a  rubare  indistinta- 
mente così  i  Guelfi  come  i  Ghibellini.  Grande  fu  in  Firen- 
ze 1'  allegrezza  di  cotale  acquisto  ,  onde  ricevettero  il  San- 
guineo con  onori  trionfili;  essendogli  uscito  incontro  tulle 
le  compagnie  del  popolo  a  piede,  ciascuno  sotto  il  suo  gon- 
falone; andògli  innanzi  la  cavalleria  molto  ben  guernila  ,  e 
una  gran  schiera  d'  arraeggiatori  con  bandiere  e  coverte  di 
zendadi.  11  gonfaloniere  Albizi  in  compagnia  de' priori  e  col- 
legi r  aspettarono  alla  porla  del  palagio.  Nò  rimase  persona 
che  non  se  gli  facesse  innanzi  per  onorarlo  ,  parendo  che 
con  r  acquisto  di  lai  città  i  Fiorenlini  avessero  ragguagliato 
tutti  i  danni  e  onte  ricevute  da  Castruccio.  Fugli  oltre  a  ciò 
mandato  il  palio  per  riceverlo  sotto  esso  ;  ma  egli  ricusando 
questo  onore,  il  che  gli  tornò  a  maggior  gloria,  comandò 
che  sotto  il  palio  andasse  il  pennone  dell'arme  del  duca. 
Volle  bene  che  gli  andassero  innanzi  molli  prigioni  pi- 
stojesi;  tra  i  quali  riguardevoli  furono  un  figliuolo  di  Filippo 
Tedici  nato  della  figliuola  di  Castruccio ,  e  un  nipote  di 
detto  Filippo,  amcnduc  piccoli  garzoni;  e  benché  fosse  da 
molli  stimalo  che  se  Filippo  avesse  avuto  soldati  più  ub- 
bidienti, avrebbe  sul  corso  della  \illoria  potuto  prender  Ser- 
ravalle ,  Carmignano  ,  Montemurlo ,  e  Tizzano,  nondimeno 
non  fu  per  questo  slimaia  poca  aggiunta  la  resa  della  Caslel- 
lina ,  che  è  sopra  Pontormo  ;  la  quale  grandemente  avrà 
danneggiato  la  strada  di  Pisa. 

Ma  come  in  Firenze  il  giubilo  di  colai  vittoria  era  stato 
incredibile  ,  così  altamente  penetrò  l'  animo  di   Castruccio  , 


190  dell'istorie  fiorentine 

a  cui  in  tre  dì  per  via  di  mare  era  stala  recala  l' infelice 
novella  a  Roma;  ne  meno  del  suo  quello  del  Bavero,  veg- 
gendo  per  così  falli  accidenli  Ironcati  tutti  i  suoi  disegni  del- 
l'impresa  del  regno,  come  quelli  che  il  maggior  fondamento 
dell'imprese  sue  avea  collocalo  sul  valore  e  autorità  di  Ca- 
struccio.  La  cui  fama  benché  in  ogni  tempo  fosse  grande  , 
finalmente  in  Roma  era  slata  grandissima,  tenendo  non  sola 
il  popolo  e  baroni  romani,  ma  la  stessa  corle  dell'  impe- 
radorc,  più  conto  di  lui  che  del  Bavero  slesso.  Avendo 
dunque  udito  la  perdita  di  Pistoja:  la  quale  parca  che  avesse 
antiveduta  con  due  molti  che  avea  poco  innanzi  cavato 
fuori  in  una  sua  roba  di  sciamilo  cremisi;  l'uno  de' quali 
dinanzi  al  petto  con  lettere  d'  oro  diceva  EGLI  È  QUEL 
CHE  DIO  VUOLE,  e  l'altro,  dietro  alle  spalle,  SARÀ 
QUEL  CHE  DIO  VORRÀ:  gravemente  si  dolse  di  Lodo- 
vico ,  che  con  levarlo  di  Toscana  avea  oltre  tal  percossa 
poslo  in  manifesto  pericolo  tulle  le  cose  sue;  e  senza  per- 
der momento  di  tempo  entrato  il  primo  dì  di  febbraio  in 
cammino,  a  capo  di  nove  dì  per  la  via  di  Maremma,  rolla 
per  molti  ladronecci  che  vi  si  commettevano ,  non  più  che 
<;on  dodici  cavalli  con  grandissimo  rischio  si  condusse  a  Pisa  , 
avendo  lascialo  per  lungo  spazio  addietro  cinquecento  cava- 
lieri,  e  mille  balestrieri,  in  compagnia  de' quali  si  era  par- 
tito di  Roma.  Frenò  grandemente  la  presenza  sua  gli  animi 
di  coloro  che  vacillavano,  e  giudicando  egli  il  tempo  oppor- 
tuno in  cosi  fatta  occasione  d'insignorirsi  di  Pisa,  come  se 
con  nuovo  acquisto  fosse  coslrelto  moderare  la  perdita  fatta , 
fece  in  modo,  oltre  la  tema  dell'armi  sue,  con  l'opera  di 
que' cittadini  che  amavano  la  sua  signoria,  che  prese  in 
mano  il  dominio  libero  della  città,  recando  a  se  tulle  l'en- 
trale e  gabelle  del  comune;  e  per  l'impresa  di  Pistoja  (per- 
ciocché ninna  cosa  avea  più  nell'  animo  che  di  ricuperare 
quella  cillà)  incominciò  a  gravarli  di  nuove  imposizioni  di 
moneta.  In  Firenze  essendo  venuto  il  tempo  della  creazione 
de' nuovi  magistrati,  e  capo  di  essi  nominalo  Bartolo  Ri- 
dolfi  (questi  sono  i  Ridoliì  di  Borgo),  ancoraché  la  tornala 
di  Castruccio.  l'essersi  insignorito  di  Pisa  ,  e  il  provvedersi 
per  ricuperare  Pistoja  porgessero  ampia  cagione  di  sospet- 
tare ,  non  si  facea  però  provvisione  alcuna  che  buona  fosse 


LIBRO   SETTIMO  191 

per  una  intempestiva  quistione  nata  Ira  Filippo  e  i  cittadini 
circa  il  fortificar  Pisloja  ;  perciocché  Filippo  allegando  che 
a  lui  dovea  bastare  di  avere  fuor  dell'opinione  di  tutti  fatto 
acquisto  d' un  luogo  cosi  importante  ,  dicea  che  il  provve- 
derla di  vettovaglia  e  delP  altre  cose  necessarie  toccava  a' Fio- 
rentini, e  che  per  questo  egli  si  scusava,  e  protestava,  se 
disordine  alcuno  seguisse,  non  esserne  egli  cagione  I  Fio- 
rentini all'incontro  dicevano  che  eglino  per  questo  paga- 
vano dugentoraila  fiorini  d'oro  l'anno  al  duca  di  Calabria, 
acciocché  il  carico  delle  cose  della  guerra  andasse  tutto 
sopra  di  lui,  e  nondimeno  tener  oltre  a  ciò  fuor  de' patii 
cinquecento  fanti  nel  castello  di  S-  Maria  a  Monte ,  e  mille 
a  Firenze.  Soggiugnevano  aver  Filippo  cavato  tanto  dal 
sacco  di  Pistoja,  che  egli  potea  a  bastanza  provederla  di 
quanto  bisognasse.  E  in  somma  quando  bene  essi  voles- 
sero, non  potere  più  reggere  a  tante  spese.  In  mezzo  delle 
quali  conlese  Caslruccio  per  mezzo  d'  un  tradimento  venne 
in  speranza  d'acquistare  Montopoli ,  essendovi  cavalcato 
con  le  sue  genti,  e  per  condotta  di  chi  menava  il  trattato 
entrato  infìno  all'  antiporto  della  terra.  Ma  i  soldati  che 
v'  erano  por  la  Repubblica  avendo  sentito  alcuna  cosa  del 
tradimento,  corsono  a  difender  vigorosamente  la  porta,  e 
uccisi  molli  di  coloro  che  erano  già  entrati,  tra' quali  con 
maravigliosa  ventura  restò  morto  il  traditore  medesimo ,  co- 
strinsono  i  nimici  a  tornarsi  indietro.  Fu  similuiente  qualche 
gelosia  nella  città  per  un  movimento  fatto  da  Guglielmo 
Spadalunga  de' conti  Guidi  ghibellini;  perchè  con  l'aiuto  di 
trecento  cavalieri  tedeschi  datigli  dagli  Aretini ,  (i  quali  dopo 
la  morte  del  vescovo  si  governavano  sotto  l'autorità  di  Dolfo 
e  Piero  suoi  fratelli  signori  di  Pietramala)  avea  preso  il  ca- 
stello di  Romena,  se  quasi  in  un  subito  non  ne  fosse  stalo 
cacciato  da'  conti  Guidi  gueliì  suoi  consorti.  Quasi  nel  me- 
desimo tempo  cavalcò  Caslruccio  in  persona  infmo  a  Pi- 
stoja ,  non  si  sa  se  per  tentare  di  che  animo  fossero  i 
Pistoiesi ,  0  se  pure  gli  fosse  data  alcuna  speranza  da  quelli 
di  dentro;  e  senza  far  altro  che  munir  Montemurlo  se  ne 
tornò  a  Lucca.  Tutte  queste  cose  addormentarono  maggior- 
mente i  Fiorentini ,  parendo  che  la  fortuna  pendesse  dal 
canto  loro,  massimamente   perchè  erano  venuti   in    grande 


v^,  192  dell'  istorie  fiorentine 

speranza  che  le  cose  del  Bavero  incominciassono  ad  abbas- 
sare ,  conciossiachè  in  Roma  fosse  seguila  una  gran  zuffa 
Ira  i  suoi  Tedeschi  e  i  Romani  per  conio  che  non  \oleano 
pagar  le  robe  che  prendevano  dai  òiltaiiini,  i  quali  sapevano 
che  l'aver  egli  preso  l'arme  conlra  Orvieto  ,  e  assassinalo 
sotto  zelo  d'amicizia  Salveslro  dc'Galti  signor  di  Viterbo,  a 
cui  avea  tolto  trentamila  fiorini  d'oro,  1' aveano  già  reso  ni- 
mico di  tutto  il  paese,  veggendo  che  1'  azioni  sue  molto  lon- 
tane dalla  dignità  e  grandezza  del  titolo  imperiale,  e  pur  da 
qualunque  altro  desiderio  di  gloria  militare,  ad  altro  non  at- 
tendevano che  ad  ammassar  danari.  Accrebbe  questa  trascura- 
tezza dc'Fiorontini  un  prospero  accichnle;  perciocché  avendo 
Caslruccio  ribellato  Monlcmassi  in  Maremma  a' Sanesi ,  e  i 
Fiorentini  mandatovi  due  volle  soccorso  in  favore  di  quella 
repubblica,  per  mezzo  dell'  opera  loro  i  Sanesi  ricuperarono 
il  castello  a  patii,  ne' primi  dì  che  in  Firenze  era  slato 
creato  nuovo  gonfaloniere  Piero  Baroncelli.  Aggiunsesi  a 
questo  la  presa  di  Pozzo,  castello  posto  in  sulla  Gusciana 
molto  forte,  mon're  le  genti  di  Caslruccio  andavano  per  for- 
nirlo,  e  quelli  della  terra  gli  uscivano  incontro  per  ricevere 
il  nuovo  presidio;  perciocché  le  masnade  de' Fiorentini  ,  i 
quali  erano  in  S.  Maria  a  Monte,  essendo  entrali  in  mezzo 
Ira  il  castello  e  loro,  e  attaccata  la  zuffa ,  sconfìssono  i  ni- 
mici,  e  avuto  il  castello,  di  presente  il  feciono  diroccare  in- 
fino  a'  fondamenti.  Per  la  qual  cosa  avveggendosi  Caslruccio 
che  era  necessario  far  dadiiovero,  e  considerando  che  a  far 
le  grandi  cose  bisognava  grand'  animo  ,  e  non  pender  tra 
due  ,  deliberò  d'  insignorirsi  prima  di  Pisa  più  assolutamen- 
te che  non  facea  per  nuovi  accidenti  che  erano  nati  ,  e 
poscia  lasciato  ogn'  altro  pensiero  da  parte  in  ogni  modo  ri- 
cuperar Pistoja  ,  0  morirvi.  Quelli  che  in  Pisa  erano  stati 
nella  venula  del  Bavero  fautori  di  Caslruccio  .  pentendosi 
molto  presto  che  egli  avesse  ad  essere  loro  signore,  si  po- 
sono  a  tentare  con  Lodovico  di  darsi  a  lui.  Ma  egli  giudi- 
cando che  questo  fosse  un  perdersi  Caslruccio ,  sostenne 
che  questa  pratica  si  tenesse  con  l' imperatrice  ,  come  non 
appartenesse  a  lui  quel  che  la  sua  donna  si  facesse  ;  la  quale 
avida  di  signoreggiare  accettò  prestamente  1'  offerta  de' Pi- 
sani ,  e  a  tempo  che  già  Caslruccio  avea  preso  la  terra  per 


LIBRO   SETTIMO.  193 

se  ,  girando  le  gabelle  e  rendite  del  comune  alla  camera 
sua,  mandò  ella  in  Pisa  per  suo  vicario  il  conte  d'Ottinghe 
alemanno.  Caslruccio  riceveltc  il  conte  con  allegro  viso,  più 
quasi  sopraffatto  dalla  cosa  venutagli  addosso  fuor  dell'  6- 
spellazion  sua  ,  che  per  segno  alcuno  d'  amorevolezza.  Ma 
considerando  poi  che  la  grandezza  del  Bavero  non  era  tale 
che  egli  se  gii  avesse  a  dar  tutto  in  preda  con  danno  suo 
manifesto  ,  e  che  il  farlo  alto  o  basso  non  dipendea  alla 
fine  se  non  dai  medesimi  Italiani ,  e  che  1'  averlo  troppo  ub- 
bidito e  fattoselo  per  idolo  era  siala  la  rovina  di  Galeazzo 
Visconte,  il  quale  allora  si  riparava  appresso  di  lui,  e  po- 
co men  che  la  sua  ,  essendogli  stalo  cagione  di  perder  Pi- 
stoja,  spogliandosi  affatto  in  un  momento  di  tanto  ossequio, 
a  capo  di  due  giorni  eh'  era  venuto  il  conte,  corse  con  tutta 
la  sua  cavalleria  e  con  gran  numero  di  fanti  a  pie  del  con- 
tado di  Lucca,  due  volte  la  città  di  Pisa  per  sua.  Fece  pri- 
gioni Bavisone  d'Agubbio  e  Filippo  di  Caprona  uficiali  e 
dipendenti  del  Bavero,  con  altri  cittadini  grandi,  de' quali 
egli  avea  sospetto  ;  e  costrinse  il  popolo  a  farsi  eleggere 
per  due  anni  libero  signor  di  Pisa:  perciocché  queste  ap- 
parenze e  solennità ,  ancora  che  violentate ,  si  cercano  sem- 
pre da  chi  vuol  dominare  per  titolo  di  legittima  signoria.  Al 
conte  d'  Oltinghe  non  usò  forza  alcuna  ,  se  non  quella  de- 
r  oro ,  come  fu  opinione,  perchè  tornandosene  in  Roma  fa- 
cesse meno  rammarichi  in  corte  della  sua  presta  e  vergo- 
gnosa cacciata  :  onde  fu  detto  da  un  arguto  fiorentino  ,  che 
al  conte  d'  Oltinghe  era  stala  serrala  la  bocca  da  Castruccio 
con  un  chiavistello  d'  oro.  Fatto  Castruccio  signor  di  Pisa,  e 
sapendo  che  per  la  poca  intelligenza  che  era  in  Firenze  tra 
il  vicario  del  duca  e  i  Fiorentini,  in  Pistoja  non  erano  tutte 
quelle  provvisioni  che  bisognavano,  dispose  di  mandarvi  il 
campo  ,  e  così  fece  ,  che  a'  13  di  maggio  vi  mandò  mille 
cavalieri  e  molto  popolo  a  piede  ;  essendo  egli  restato  in  Pisa 
per  sollecilare  che  si  finissono  l'altre  cose  ,  che  per  espu- 
gnazion  della  terra  giudicava  necessarie.  Era  dentro  Pistoja 
a  guardia  della  città  Simone  della  Tosa  con  trecento  cava- 
lieri e  mille  pedoni,  capitano  e  gente  attissima  a  difender  la 
terra,  se  vi  fosse  stala  introdotta  vettovaglia  abbasianza;  la 
qual  cosa  fece  queir  assedio  durissimo  ;  sapendo  gli  amici  e 
Amm.  Vol.  II.  13 


194  DEl.LISTORIK    FIORENTINE 

i  nimici  in  un  medesimo  tempo  ,  quanto  importava  far  le 
cose  tostamente.  La  città  era  per  se  molto  forte  di  mura, 
avendola  lo  stesso  Castruccio  fortificata  prima  con  ogni  dili- 
genza ,  perciocché  oltre  le  spesse  torricelle  e  bertesche, 
delle  quali  ninna  città  era  in  quei  tempi  \Vìh  copiosa,  era 
anche  cinta  di  doppio  fosso  ,  e  i  cittadini  di  parte  guelfa  , 
che  avea  dentro  ,  come  non  cedeano  di  vo  onta  ,  così  non 
erano  anche  inferiori  di  valore  a' soldati  in  difender  la  terra  ; 
anzi  uscendo  spesse  volte  ad  assalire  il  campo  ,  davano  gran 
noia  a'  nimici ,  molestati  grandemente  dalle  masnade  che  i 
Fiorentini  teneano  in  Prato-  Ma  questo  travaglio  durò  infino 
all'  ultimo  di  quel  mese,  che  Castruccio  venne  egli  stesso 
in  persona  con  settecento  cavalieri  e  con  molli  altri  fanti 
all'assedio  di  Pistoja,  il  quale  attendendo  con  sollecitudine 
maravigliosa  non  solo  a  far  battifolU  per  strigner  la  terra, 
ma  a  tagliar  vie  e  far  fossi  e  sbarre  e  steccati  per  non  es- 
sere impedito  da' Fiorentini,  raffrenò  grandemente  così  le 
sortite  de'  Pistojcsi  stessi,  come  le  correrie  della  gente  che 
usciva  di  Prato;  delle  quali  parendo  restar  quasi  libero,  si 
volse  con  lutto  1'  animo  a  combatter  la  terra,  facendo  ogni 
giorno  con  gatti  e  grilli,  e  con  torri  di  legname,  dar  nuovi 
assalii  alle  mura.  Tardi  s'incominciarono  ad  accorgere  i  Fio- 
rentini dell'  error  preso  a  non  munire  Pistoja,  e  si  conobbe 
per  isperienza  quanto  il  risparmio  sia  dannoso  nelle  cose 
della  guerra;  perciocché  essendosi  trovato  chi  con  quallro- 
mila  fiorini  si  obbligava  fornir  Pistoja  di  vettovaglia,  nel 
qual  modo  si  sarebbe  la  citlà  conservata,  se  ne  spesero  po- 
scia, mentre  durò  la  guerra,  centomila,  e  non  per  questo  si 
ricuperò.  3Ia  volendo  incominciare  a  dar  alcun  rimedio  al 
disordine  che  era  seguito,  mandarono  genti  per  fare  spia- 
nare il  castello  di  S-  Maria  a  Monte  ,  stimando  poter  di- 
vertire Castruccio  dall'  assedio  di  Pistoja.  Ma  egli  il  quale 
era  di  saldo  proponimento  nelle  sue  imprese,  ne  da  quelle 
era  avvezzo  a  lasciarsi  rimuovere  per  grandi  contrasti  che  se 
gli  opponessono  innanzi,  perseverò  costantissimo  a  stringer 
la  città  ,  non  permettendo  che  numero  alcuno  di  soldati  si 
partisse  del  campo  per  vietar  la  rovina  di  S.  Maria  a  Monte. 
Onde  i  Fiorentini  furon  costretti  a  far  mollo  maggiori  prov- 
visioni per  soccorrer  Pistoja,  che  infino  a  queir  ora  non  avean 


LIBRO   SETTIMO  195 

t'aito,  riscaldati  maggiormente  da' nuovi  magistrali,  i  quali  en- 
trati a  mezzo  giugno  aveano  avuto  per  gonfaloniere  France- 
sco Acciaiuoli  la  seconda  volta.  Ricorsono  per  questo,  come 
neir  importanti  cose  eran  usi  di  fare,  agli  amici  e  confederali, 
e  in  breve  tra  del  legato  di  Lombardia,  e  del  comune  di 
Bologna  e  di  Siena,  e  dell'altre  terre  guelfe  di  Toscana,  eb- 
bono  millcquatlrocento  cavalieri ,  che  con  gli  ottocento  di 
Filippo  di  Sanguineto,  benché  dovevano  esser  mille,  e  quat- 
trocento sessanta  che  ne  condusse  di  nuovo  la  Repubblica 
sotto  Giovanni  Bonville  franzese  e  Vergin  di  Landa  cava- 
liere piacentino,  si  trovarono  aver  messo  insieme  più  di  due- 
mila seccnto  cavalieri.  I  fanti  a  piede ,  de'  quali  gli  antichi 
scrittori  rade  volte  tengono  conto,  furon  molti.  Perchè  pa- 
rendo aver  genti  abbastanza,  a'  13  di  luglio  «  che  si  trovava 
nella  città  vicario  del  duca  Jacopo  Rangoni  da  Modena  »  in- 
cominciarono a  partir  di  Firenze,  per  far  la  massa  a  Prato; 
avendo  prima  ricevuto  il  gonfalon  della  Chiesa  con  gran  pom- 
pa nella  piazza  di  S.  Croce.  Messo  che  fu  insieme  l'esercito, 
si  partirono  in  ordinanza  il  diciannovesimo  giorno  di  Prato, 
e  la  sera  alloggiarono  di  là  dal  ponte  Agliana.  Il  seguente 
giorno  si  posarono  alle  Capannello  a  vista  de'nimici:  e  su- 
bitamente Filippo  mandò  un  araldo  a  sfidare  Castruccio  alla 
battaglia,  la  quale  accettò  prontamente  ;  e  per  questo  fu  di 
comune  consentimento  de'  capitani  comandato  a'  guastatori 
(he  spianassero  fra  i  due  eserciti ,  perchè  come  avesse  a 
tarsi  un  giuoco,  si  potesse  combattere  più  agiatamente-  Ca- 
litruccio  0  che  prima  avesse  deliberalo  di  fare  quello  che  poi 
lece,  0  che  pure  considerato  l'ardir  de'nimici,  e  veduto  il 
maggior  numero  delle  lor  genti,  non  avesse  stimato  partito 
sicuro  il  combattere,  essendo  l'altro  giorno  stato  l'esercito 
ile'  Fiorentini  sempre  schierato  per  venir  seco  alle  mani  ri- 
cusò la  battaglia  :  e  perchè  Filippo  noi  potesse  a  questo 
trarre  per  forza,  con  incredibile  sollecitudine  si  diede  a  for- 
tificar il  campo  di  nuovi  steccali,  essendo  molte  volte  stato 
veduto  smontar  da  cavallo  ,  e  nella  maggior  forza  del  sole 
mettersi  tra'  guastatori  e  gli  altri  soldati  ordinar]  a  far  opere 
manuali,  non  ischifando  fatica  ne  travaglio  alcuno  per  rin- 
cuorar gli  altri ,  e  perche  le  cose  fossero  condotte  bene  e 
prestamente   alla  lor   perfezione.   Filippo  veggendo  che  Ca- 


196  dell'istorie  fiorentine 

stniccio  non  volea  accettar  la  giornata,  e  forzarlo  non  polca, 
si  mosse  con  l'esercito  tenendo  a  man  diritta  verso  tramon- 
tana, e  accampossi  al  ponte  alla  Bura ,  per  impedir  la  vetto- 
vaglia, che  veniva  al  campo  de'  niniici  da  Serravalle,  lascian- 
do di  tener  il  cammino  di  costa  all'Ombronc  verso  la  man 
sinistra,  che  sarebbe  stalo  di  maggior  profitto.  Stelle  in  que- 
sto alloggiamento  Filippo  otto  giorni  continui ,  dove  ebbe 
spesse  scaramuccio  con  le  genti  di  Castruccio,  ma  con  ninno 
avvantaggio  ;  perciocché  oltre  che  quella  parte  era  molto  forte 
da  sé  per  lo  sito  del  terreno,  Castruccio  1'  avea  munita  con 
gagliardissime  trincee,  e  v'avea  messo  a  guardia  un  grosso 
numero  di  pedoni  ;  e  se  pure  il  giorno  perdca  alquanto  di 
terreno,  per  la  gran  vigilanza  il  riprendeva  la  notte,  non  ces- 
sando mai  di  riparar  a'  bisogni,  o  facendo  fossi,  o  tagliando 
alberi,  e  sbarrando  i  luoghi  aperti  per  farli  inaccessibili  al 
nimico.  Fu  a  Castruccio  di  gran  beneficio ,  che  Filippo  per 
esser  alquanto  infermato  non  potesse  ogni  giorno  intervenire 
alle  scaramucce  che  si  faceano  ;  da  che  procedo  a  un  altro 
disordine,  che  ogni  giorno  andavan  passando  di  molti  tede- 
schi nel  campo  de'nimici  ,  non  senza  sospetto  che  Castruc- 
cio avesse  corrotto  i  conneslabili  di  quella  nazione.  E  quello 
che  molto  più  importava  fu  che  tra  Filippo  e  il  maliscalco 
della  Chiesa,  il  quale  avea  con  se  cinquecento  cavalieri,  era 
poco  buona  intelligenza  ;  essendo  di  diversi  pareri  circa  il 
maneggiar  la  guerra  ;  senza  che  il  legato,  il  quale  slava  in 
Bologna,  sollecitava  di  riaver  le  sue  genti  per  servirsene 
ncir  imprese  di  Romagna.  Tulle  queste  cagioni  feciono  risol- 
vere i  Fiorentini  a  levar  il  campo  di  Pistoja,  con  animo  pe- 
rò di  correr  su  quel  di  Pisa  e  di  Lucca,  e  di  lasciar  tanta 
gente  e  vettovaglia  a  Prato,  che  se  avvenisse  che  Castruccio 
abbandonasse  l'assedio  per  proibir  quelle  correrie,  si  potesse 
in  un  momento  fornir  la  terra.  Ma  prima  che  si  muovessero 
vollono  di  nuovo  tentar  il  nimico  se  si  potesse  tirar  alla  bat- 
taglia, sperando  che  il  superbo  e  feroce  animo  suo  non  reg- 
gerebbe a  cotante  provocazioni.  Ma  tutto  fu  indarno,  per- 
ciocché siccome  egli  era  sopra  tulli  i  capitani  dell'  età  sua 
audace  ad  appiccar  le  battaglie,  quando  conoscca  l'occasione, 
e  godea  nel  mezzo  del  sangue  e  delle  ferite  ,  cosi  fu  suo 
parlicolar  costume  di  tollerar   parimente   qualunque  vergo- 


LIBRO   SETTIMO.  197 

gnoso  scherno  e  dispregio  per  mandar  innanzi  i  disegni  suoi. 
Levatisi  dunque  i  Fiorentini  a' 28  di  luglio  da' terreni  di  Pi- 
stoja  presono  diverse  vie,  perciocché  alcuni  se  ne  tornarono 
a  Prato,  altri  presono  la  via  di  Signa  in  Valdarno  di  Sotto, 
e  passando  la  Gusciana  corsono  il  contado  di  Lucca,  dan- 
neggiando grandemente  il  paese.  Il  maliscalco  della  Chiesa 
con  gran  cavalleria  e  pedoni  entrò  in  quel  di  Pisa,  e  tro- 
vando i  luoghi  mezzo  sprovveduti  per  esser  tutti  all'  assedio 
di  Pistoja,  prese  e  arse  il  Ponladera  ;  fece  acquisto  del  fosso 
arnonico,  ove  uccise  e  prese  di  molta  gente  ;  espugnò  Ca- 
scina, e  trascorso  a  Sansavino  assai  presso  il  borgo  di  S. 
Marco  di  Pisa,  avendo  con  la  celerità  anticipato  la  fama  della 
sua  mossa,  fece  molti  prigioni,  e  menù  grandissima  preda,  con 
gran  confusione  e  spavento  de'  Pisani.  Per  tulle  queste  cose 
non  si  mosse  punto  Castruccio  dall' incominciato  assedio,  sa- 
pendo in  Pistoja  esser  le  cose  ridotte  a  mirabile  strettezza, 
ed  esser  forzati  quegli  di  dentro  in  ogni  modo  ad  arrendersi 
se  non  voleano  lasciarsi  morir  dalla  fame.  Il  qual  pensiero 
non  gli  venne  fallito  ,  poiché  Simone  veggendo  che  i  Fio- 
rentini con  così  nobile  e  gagliardo  esercito  non  gli  erano 
stati  d' alcun  giovamento ,  e  che  Castruccio  per  qualunque 
gran  cagione  non  era  per  partirsi  da  quelle  mura,  pensò  poi- 
ché non  polca  salvar  la  terra,  far  cosa  molto  utile  se  prov- 
vedea  alla  salvezza  de' soldati  e  de' cittadini  medesimi.  E  per 
queslo  fece  intendere  a  Castruccio  che  se  egli  lasciava  par- 
tir il  presidio  con  tutto  ciò  che  ciascuno  potesse  portarne  con 
seco,  e  che  a'  cittadini  non  fosse  fatto  oltraggio  veruno,  per- 
mettendo che  chiunque  volesse  rimaner  nella  città  si  po- 
tesse star  sicuramente,  egli  era  per  rendergli  Pistoja.  Castruc- 
cio ancorché  sapesse  i  Pislojesi  esser  ridotti  a  tale ,  che 
poco  tempo  più  si  sarebbon  potuti  mantenere  ,  nondimeno 
veggendo  l'esercito  de' nimici  entrato  ne' luoghi  suoi,  e  ogni 
giorno  andar  facendo  diverse  correrie ,  e  che  in  ogni  modo 
era  sempre  miglior  partito  preporre  le  cose  cerle  alle  dub- 
Ijie,  benché  con  qualche  disavvantaggio,  concedette  volen- 
tieri a  Simone  i  patti  che  addimandava:  e  così  gli  fu  re- 
stituita la  città  di  Pisioja  a'  3  d' agosto,  con  tanto  giubbilo  e 
allegrezza  sua,  che  né  l'essersi  insignorito  di  Lucca,  né  di 
Pisa,  gli  recò  mai  a  gran  pezza  simil  soddisfazione  d'animo, 


198  dell'istorie  fiorentine 

parendo  che  avesse  conseguito  la  signoria  di  Lucca  più  per 
beneficio  de' suoi  cittadini  che  per  proprio  valor  suo,  e  il 
dominio  di  Pisa  stimava  che  in  gran  parte  fosse  oscuralo  da 
un  manifesto  tradimento  fatto  all' iraperadore. 

Ma  neir  aver  ricuperato  Pistoja,  e  con  non  più  che  mil- 
lesecento  cavalieri  aver  fatto  resistenza  all'esercito  de'Fio- 
renlini,  ove  erano  tante  genti  e  aiuti .  conoscea  veramente 
non  aver  altri  parte,  che  1'  industria  e  virtù  sua;  godendo 
che  non  solo  per  mezzo  dell'opera  de' soldati,  ma  delle  mani 
e  della  persona  sua  islessa  avesse  conseguito  il  fruito  di  s\ 
nolabil  acquisto.  E  1'  aver  molto  temuto  che  dietro  quella 
perdita  non  fosse  seguita  col  medesimo  tenore  una  rovina  se- 
gualatissima  dell'  altre  cose  sue  ,,  avendo  avuto  a  sospetto 
che  quello  non  fosse  slato  un  principio  di  mutazion  di  for- 
tuna, il  rendea  oltremodo  lieto,  come  libero  d'  un  molesto 
e  angoscioso  pensiero,  ignorando  (come  è  sempre  incerto  e 
poco  securo  il  fato  delle  cose  umane  )  non  aver  quella  le- 
tizia e  felicità  a  passar  il  termine  di  pochissimi  giorni.  Non 
restò  di  provveder  subitamente  Pisloja  di  tutte  le  cose  ne- 
cessarie, facendovi  rientrare  i  Ghibellini,  riacconciando  le 
mura  guaste  dalle  macchine,  e  mettendovi  dentro  tanta  vetto- 
vaglia, che  per  lungo  tempo  non  avesse  a  temere  1'  armi  della 
fame.  Le  quali  cose  fornite,  se  ne  ritornò  a  Lucca  a  tempo 
che  i  soldati  de' Fiorentini  avendo  saputo  la  perdita  di  Pi- 
stoja s'erano  ritirati  dalle  correrie,  e  che  il  Bavero  con  l'an- 
tipapa da  lui  creato,  trovala  diffìcile  l' impresa  del  regno,  s'era 
partito  di  Roma,  e  per  trattati  che  avca  con  alcuni  Orvietani 
s'  era  accampato  sopra  il  contado  d'  Orvieto.  Perchè  giudi- 
cando Castruccio  che  egli  ne  veniva  verso  Toscana,  e  che 
per  r  ingiuria  da  lui  ricevuta  del  fallo  di  Pisa,  leggiermente 
potendo,  si  sarebbe  vendicato  di  lui,  incominciò  per  render- 
selo benevolo  a  proporgli  nuovi  partiti,  confortandolo  che 
ne  dovesse  venire  per  la  via  d'Arezzo  ad  assaltare  lo  stato 
di  Firenze,  e  che  il  conte  d' Oltinghe  con  gli  Ubaldini  e 
co' Ghibellini  di  Romagna  attendesse  a  ribellar  il  Mugello, 
ed  egli  si  profferiva  con  le  genti  sue  per  Io  piano  di  Prato 
di  correre  e  molestar  il  paese,  e  a  combatter  la  città  stessa 
con  mirabil  vigore.  E  che  presa  Firenze,  restando  egli  senza 
sospetto  in  Toscana,  era  per  tornarne  con  esso  lui  nell"  im- 


LIBRO.  SETTIMO.  199 

presa  del  regno,  la  quale  gli  dipigneva  in  guisa  agevole  che 
gli  dava  per  vinto  il  rearac,  e  con  questa  via  con  grandis- 
sima facilità  potersi  far  re  d' Italia.  E  nondimeno  è  fama  , 
che  egli  nel  medesimo  tempo  tenesse  pratiche  d'accordarsi 
co' Fiorentini,  non  essendo  molto  sicuro  dell'animo  del  Ba- 
vero, e  spaventato  grandemente  del  miserabile  esempio  di 
Galeazzo  Visconte,  il  quale  giltato  a  terra  da  lui  da  così  no- 
tabil  grandezza,  finalmente  avendo  nell'  assedio  di  Pistoja  mi- 
litato con  Caslruccio,  s'era  per  disagi  palili  nella  guerra 
morto  in  questi  medesimi  giorni  p(jvcrnraente  a  Pescia. 

I  Fiorentini,  essendo  già  entralo  nuovo  gonfaloniere 
Spinello  da  Mosciano  la  seconda  volta,  avendo  perduto  Pi- 
stoja, e  sentendo  i  nuovi  preparamenti  de'nimici,  e  non 
avendo  fede  alcuna  nelle  sospettose  proferte  di  Castruccio  , 
ogni  loro  speranza  ponevano  ,  benché  sbigottiti  da  tanti  mali, 
nella  difesa  dell'arme.  E  per  questo  aveano  primamente  fatto 
intendere  al  re  Ruberto,  che  egli  mandasse  loro  il  duca  suo 
figliuolo,  come  egli  stesso  avca  promesso  di  do\er  fare,  che 
altriraente  non  intendeano  di  pagar  i  dugentomila  scudi  a 
Filippo  di  Sanguineto,  se  non  tanto,  quanto  veramente  en- 
trava nel  soldo  de' cavalieri  che  egli  tenea  ;  il  che  dicevano 
non  ascendere  più  che  alla  somma  di  centoventimila  scudi; 
del  resto  esser  necessario  che  s' assoldassono  nuove  genti: 
e  tra  questo  mezzo  munirono  di  gente  e  di  vettovaglia  tutte 
le  castella  di  Valdarno ,  come  erano  Montevarchi,  S.  Gio- 
vanni, Castelfranco,  la  Massa,  e  altri  luoghi;  cosi  simil- 
mente fecero  di  Prato ,  di  Signa ,  e  d' Artimino  con  lotti- 
le castella  di  Valdarno  di  Solto,  mandando  in  ciascuno  di 
questi  luoghi  così  delle  masnade  a  cavallo  come  de' bale- 
strieri eletti,  con  due  capitani  per  ciascuno  presidio,  un  po- 
polare ,  e  r  altro  de'  grandi.  Feciono  dalle  ville  e  da'  luo- 
ghi aperti  sgombrare  tulle  le  vettovaglie  e  strame  che  vi  si 
trovava,  e  recarlo  a  Firenze,  o  a' luoghi  forti  più  vicini, 
perchè  i  nimici  non  trovassero  onde  vivere.  Mandarono  per 
lutti  gli  amici  e  confederati,  pregandogli  che  se  mai  pron- 
tamente soccorsono  a' pericoli  della  patria  loro,  ora  maggior- 
mente il  dimostrassero,  che  aspellavan  sopra  di  loro  sì  gran 
tempesta.  Sopra  tutto  maravigliosa  fu  la  diligenza  delle  guar- 
die, che  furono    compartite  fra  i  cittadini    e  i   soldati   alle 


200  dell'  istorie  fiorentine 

porte,  torri  e  mura  della  città,  e  con  eguale  attenzione  s'at- 
tese a  riparare  a'  luoghi  deboli,  ricordandosi  che  se  Ca- 
slruccio  solo  avea  ridotto  i  mesi  passati  in  tante  difficoltà 
e  strettezza  la  città  di  Firenze,  che  dover  esser  al  presente, 
che  con  esso  lui  si  sarebbe  congiunto  lo  esercito  del  Ba- 
vero? E  avendo  bisogno  di  danari,  feciono  in  virtù  d'una 
vecchia  lettera  del  papa  un'  imposta  sopra  il  chericato ,  ben- 
ché fosse  slata  esatta  per  forza.  Neil'  espettazione  di  tanti 
mali,  nuovi  accidenti  che  sorsono  liberarono  la  città  o 
dell'estrema  rovina,  o  senza  dubbio  di  grandissime  noie  e 
affanni;  perciocché  scoperto  il  trattato  d'Orvieto,  e  giu- 
stiziati da  quel  comune  i  traditori ,  il  Bavero  s'  era  accam- 
pato sopra  Todi,  non  ostante  che  i  Todini  l'avesser  pagato 
quattromila  fiorini  d'oro  perchè  non  entrasse  nella  terra.  E 
mentre  quivi  stava  tra  la  speranza  d'occupar  la  città,  e  dava 
ordine  per  le  pratiche  che  tenea  con  Castruccio  di  far  l'im- 
presa di  Firenze ,  gii  sopraggiunsono  ambasciadori  di  Piero 
d'Aragona  figliuolo  di  Federigo  redi  Sicilia,  il  quale  venuto 
con  l'armala  alla  marina  di  Corneto,  il  richiedeva  che  non 
gli  gravasse  di  venir  alla  marina  per  trattar  insieme  i  fatti 
della  lega  Non  è  dubbio  alcuno  che  questo  accidente 
avesse  differito  la  guerra  che  s' avea  a  fare  contro  i  Fio- 
rentini ,  ma  molto  più  quello  che  poi  di  nuovo  avvenne  ; 
conciossiacosaché  mentre  accozzatisi  il  Bavero  e  Pietro  in- 
sieme a  Corneto,  l'uno  si  doleva  dell'altro,  Pietro  che  il 
Bavero  si  fosse  partito  senza  aspettar  l'armata,  onde  era 
nata  la  perdita  di  Roma  ;  la  quale  avea  messo  dentro  le 
genti  del  re  Ruberto,  e  avea  cacciata  dopo  la  partita  di 
Lodovico  la  fazion  imperiale  ;  e  il  Bavero  della  tardità  usala 
da' Siciliani,  la  quale  era  slata  cagione  di  tutti  questi  disor- 
dini ;  vennero  novelle  come  di  nuovo  le  genti  di  Castruccio 
avean  corso  la  città  di  Pisa.  Onde  dicendo  1'  imperadore  che 
s'avea  prima  a  riparare  a  questo  inconveniente,  condusse 
a  venirne  con  seco  don  Pietro,  avendo  prima  concbiuso, 
che  l'aragonese  con  l'armala  espugnasse  Talamone,  ed  egli 
con  le  sue  genti  per  terra  assalisse  Grosseto  per  impedire 
a' Fiorentini  il  porto  e  passo  della  lor  mercatanzia.  E  già 
Talamone  era  stato  preso  ,  ed  era  molto  vicino  a  prendersi 
Grosseto,  quando  s'  ebbono  avvisi  della  morte  di  Castruccio , 


LIBRO   SETTIMO.  201 

e  insiememente  si  seppe  la  cagione  perchè  Pisa  era  stata 
ultimamente  corsa,  avendo  egli  ciò  ordinato  a'Ggliuoli  che 
dovesser  fare  poco  innanzi  che  egli  morisse.  Questo  nuovo 
accidente  mise  sossopra  1'  apparato  di  tutte  le  cose;  per- 
ciocché concorrendo  tanto  maggiormente  l'istesso  don  Pie- 
tro, che  si  dovesser  prima  rassettar  i  fatti  di  Toscana,  i 
quali  per  la  morte  di  Castruccio  si  credea  che  avessero  a 
far  grande  alterazione ,  si  deliberò  .  lasciata  1'  impresa  del 
regno,  di  venirne  in  ogni  modo  a  Pisa,  oltreché  così  prima 
era  slato  deliberato.  E  i  Fiorentini,  non  facendo  più  conto 
del  Bavero ,  nò  di  potenza  alcuna ,  poiché  si  era  tolto  loro 
dinanzi  così  Gero  nimico,  erano  entrati  in  speranza  d'aver 
grandemente  a  migliorare  le  cose  loro.  Narrasi  che  fu  in 
Firenze  si  grande  la  letizia  di  questa  novella,  che  appena 
si  poteano  gli  uomini  indurre  a  credere  che  fusse  vera  : 
la  qua!  opinione  nascea  in  gran  parte  per  quel  che  si  rac- 
contava; cioè  Castruccio  esser  morto  a' 3  di  settembre,  e 
non  prima  che  a'  10  esserne  saputa  fuori  la  fama ,  e  che 
egli  stesso  sul  punto  estremo  della  sua  dipartenza  avesse 
lutto  ciò  consigliato  a'  figliuoli  e  agli  amici  suoi ,  perchè 
meglio  potessero  assicurarsi  del  nuovo  stato  ,  facendo  quelle 
provvisioni  che  in  tal  caso  si  conveniva  ;  il  che  tanto  più 
la  facea  stimar  favola ,  quanto  parca  che  per  abbellirla  le 
fossero  stati  aggiunti  questi  colori.  Ma  quando  rimosso  ogni 
dubbio  ,  la  verità  del  fatto  fu  pubblicata  esser  tale  ,  pensando 
i  Fiorentini  questo  esser  tempo  opportuno  a  far  alcuna  cosa 
notabile,  ora  che  i  nimici  erano  sbigottiti,  e  che  il  Bavero 
essendo  stato  più  tardo  ad  aver  l'avviso  si  tratteneva  in- 
torno Grosseto,  e  don  Pietro  badava  a  Talamone ,  delibe- 
rarono insieme  con  Filippo  d"  assaltar  Carmignano  ;  il  quale 
benché  fosse  luogo  forte  di  sito,  e  di  nuovo  fortificato  per 
Castruccio,  e  dove  non  s'erano  potute  far  le  mura,  fossero 
tirati  steccati  e  fossi  con  torri  e  bertesche  di  legname  , 
nondimeno  a  ragguaglio  della  grandezza  del  giro  il  presidio 
che  v'  era  di  cinquanta  cavalieri  e  di  settecento  fanti  non 
era  slimato  sufficiente.  Partendosi  dunque  Filippo  di  S.  Mi- 
niato di  notte ,  e  così  similmente  la  cavalleria  che  stava  a 
Prato ,  si  trovarono  allo  spuntar  del  sole  intorno  Carmignano 
ottocento   cavalieri ,  e  cinquemila  pedoni  :  comandò  il  capi- 


202  dell'  istorie  fiorentine 

tano  a' cavalieri  che  scendessero  a  piede,  divise  a  ciascuno 
connestabile  la  posta  sua ,  e  volle  che  ogni  capitano  di  ca- 
valli avesse  sotto  di  sé  un  numero  determinalo  di  fanti ,  e 
oltre  l'armi  da  combattere  e  i  pavesi  avessero  raffi  e  stipa 
e  fuoco,  sì  per  arder  le  porte  come  per  iscagliarlo  dentro 
la  terra ,  e  addosso  ai  difensori ,  per  empier  ogni  cosa  di 
terrore  e  di  confusione.  Dato  che  fu  cotal  ordine ,  a  suoni 
di  trombe  e  di  nacchere  fece  da  più  di  venti  parti  assalire 
il  castello  con  tanto  vigore ,  che  benché  il  presidio  si  difen- 
desse valorosamente  infin  a  ora  di  nona,  convenne  al  fine 
che  egli  per  vera  forza  cedesse  a'  vincitori  ;  i  quali  entrati 
dentro,  dopo  che  i  nimici  rifuggirono  alla  rocca,  attesono 
a  saccheggiar  la  terra.  Ma  considerando  Filippo  se  egli  non 
facea  di  aver  la  fortezza,  che  l'aver  preso  la  terra  sarebbe 
stato  di  poco  rilievo,  con  somma  diligenza  le  fece  rizzar 
intorno  di  molti  mangani,  e  di  giorno  e  di  notte  con  per- 
petua fatica  comandò  che  si  tenesser  travagliati  i  difensori-. 
Dentro  era  poca  vettovaglia,  rispetto  alla  gente  che  v'era 
rifuggita  ;  nondimeno  il  Bavero  essendo  partilo  di  Grosseto 
era  arrivato  a  Pisa  ,  onde  bisognava  spedirsi  prestamente. 
Per  questo  fu  quella  batteria  la  maggior  che  si  fosse  fatta 
a  que' tempi.  Talché  a'24  di  settembre,  otto  giorni  dappoi 
che  s'era  avuto  la  terra,  e  tre  da  che  il  Bavero  era  venuto 
a  Pisa,  quelli  di  dentro  renderono  la  fortezza  a  Filippo  con 
patti  per  questa  cagione  molto  larghi  ;  perciocché  oltre  l'es- 
ser lasciati  andar  salvi ,  e  portarsi  con  esso  loro  ciò  che  po- 
tevan  portare ,  furono  a'  cavalieri  dati  railledugcnto  fiorini 
d'oro  per  menda  dei  cavalU  perduti  nell'espugnazion  della 
terra.  Il  Bavero,  non  curando  de'  danni  di  Carmignano  ,  at- 
tendea,  secondo  egli  diceva,  a  rassettar  le  cose  di  Pisa.  Onde 
avendo  cacciato  dal  governo  i  figliuoli  di  Castruccio  (  oppo- 
nendo loro  oltre  l'altre  cose  il  tradimento  del  padre,  il  quale 
trattando  amicizia  co'  Fiorentini  nimici  dell'  imperadore  era 
incorso  nel  crimine  dell'offesa  maestà)  si  preparava  cacciarli 
anche  di  Lucca ,  se  preso  dai  doni  falligli  dalla  madre  de'  gio- 
vanetti non  avesse  mutato  pensiero.  E  nondimeno  andato  a 
Lucca,  e  levatasi  la  città  a  romore,  perché  non  volea  star 
sotto  il  dominio  de' successori  di  Castruccio,  per  altra  via 
quasi  senza  sua  colpa  conseguì  quello  che  avea  desideralo  , 


LIBRO    SETTIMO.  203 

cacciando  i  giovani  ancora  del  dominio  di  Lucca.  Ove  la- 
scialo per  suo  vicario  un  barone  tedesco,  detto  il  Porcaro  , 
tornò  a  Pisa  a' 15  d'ottobre,  quando  in  Firenze  prendeva  il 
sommo  magistrato  Cecco  Spina  Falconi. 

I  Fiorentini,  ricuperato  Carraignano,  e  sperando  tuttavia 
cose  maggiori,  sollecitavano  per  continui  messi  il  duca  di 
Calabria,  il  quale  non  potendo  venire,  vi  mandò  finalmente 
in  suo  luogo  il  conte  Beltramo  del  Balzo,  slimando  per  es- 
ser marito  della  sorella  del  padre,  di  mandare  un  della  casa 
reale,  come  nel  partir  di  Firenze  avea  promesso.  Questi  ar- 
rivò alla  cillà  il  primo  dì  di  novembre,  e  fu  ricevuto  da'  cit- 
tadini con  singolare  allegrezza,  quando  pochi  giorni  dopo 
s'  ebbono  lettere  della  morte  del  duca  di  Calabria  II  quale 
infettato  dalla  pestifera  aria  del  gunldo ,  ove  era  stato  l'au- 
tunno a  uccellare ,  s'  era  venuto  meno  di  febbre  il  nono  dì 
di  quel  mese.  Fu  in  Firenze  sentila  la  morte  sua  diversa- 
mente; perciocché  la  miglior  parte  de' cittadini  a' quali  gra- 
vava la  grande  spesa  che  costava  il  duca,  si  rallegrarono 
d'  essersi  liberali  di  quella  servitù,  massimamente  essendo 
spenta  la  paura  di  Caslruccio  che  era  stata  la  cagione  d'  es- 
sersi sottoposti  alla  signoria  di  lui.  Ma  dolse  ben  grandc»- 
mente  a  tutti  coloro  i  quali  erano  affezionati  di  parte  guelfa, 
e  che  per  non  rimaner  del  duca  figliuoli  maschi,  considera- 
vano r  alterazione,  che  in  processo  di  tempo  polca  fare  il 
regno  di  Napoli ,  e  per  conseguente  lo  stato  de'  medesimi 
Fiorentini ,  il  quale  per  quel  che  si  era  per  molti  anni  ad- 
dietro veduto ,  andava  in  modo  congiunto  con  le  fortune  di 
quel  reame  ,  che  quasi  di  necessità  avea  sempre  a  parteci- 
pare de' comodi  e  degli  incomodi  suoi.  Fu  nondimeno  egual- 
mente da  tutta  la  cillà  «  alla  quale  d'  Avignone  ne  scrisse 
«  il  pontefice  lettera  di  consolazione  »  dato  ordine  che  se  ne 
celebrassero  1'  esequie  in  S.  Croce  il  secondo  dì  di  dicem- 
bre con  pompa  reale,  ove  intervenne  il  conte  Beltramo,  il 
gonfaloniere  Falconi  co'  priori  e  collegi,  e  con  tutti  gli  altri 
magistrati  della  citlà,  con  tanla  maggior  dignità  di  quelli  or- 
dini, quanto  che  avendo  incominciato  a  esercitar  i  loro  uGci 
essendo  sottoposti  ad  altri,  ora  venivano  a  rappresentare  la 
Repubblica  tornala  in  sua  libertà,  e  non  da  altri  dipendente 
che  da  se  medesima;  perciocché  e  avanti   che  si  facesse  il 


204  dell' isroRiE  fiorentine 

mortorio,  e  dopo  infino  alla  creazione  de'  nuovi  magistrati , 
che  doveano  uscire  a'  15  di  dicembre  ,  a  niuna  altra  cosa 
s' attese  che  a  riformar  la  città  di  nuovi  ordini  ;  essendo 
ogni  giorno  in  palagio  in  continue  consulte  della  forma  che 
avea  a  darsi  al  reggimento  della  riavuta  libertà.  Sopra  tutto 
attesone  con  ogni  diligenza  che  lo  squittinio  de'  lor  ma- 
gistrati procedesse  sinceramente  ;  al  che  fu  trovata  questa 
via,  che  tutti  gli  uficiali  che  di  presente  governavano  la  città, 
come  priori,  consiglieri,  gonfalonieri  di  compagnie,  capitani 
di  parie  guelfa,  cinque  della  mercatanzia  e  consoli  dell'arti, 
ciascun  magistrato  con  due  arroti  popolani  per  sesto ,  che 
vennero  a  far  il  numero  di  novantotto  persone,  nominassero 
lutti  coloro  che  di  trenta  anni  in  su  erano  stimati  degni 
del  priorato,  Ciascun  de'  quali  avendo  sessantotto  fave  nere 
avesse  a  imborsarsi  di  sesto  in  sesto  per  esser  tratto  a'  tem- 
pi ordinali  di  mano  in  mano  che  si  facea  la  creazione 
de' nuovi  magistrati.  Alla  qual  cosa  procedettono  con  tanto 
riguardo,  che  olire  aver  preposto  al  contar  delle  fave  sei 
religiosi  forestieri  d'  ottima  fama,  voUono  ancora  che  il  for- 
uiere,  ove  dette  borse  si  conservavano,  fosse  portato  nella 
sagrestia  de'  Frati  Minori,  e  che  di  tre  chiavi  che  v'  erano 
una  tenessono  i  frati  conversi  di  Settimo,  1'  altra  il  capitano 
del  popolo,  e  la  terza  il  ministro  de' frali,  con  ordine  che 
ogni  due  mesi  tre  dì  innanzi  che  i  vecchi  priori  depones- 
sero il  loro  uficio ,  facessero  venire  il  detto  forziere,  e  in 
presenza  di  tutto  il  consiglio  aprirlo,  e  trarre  a  ventura  tante 
bollette  quante  bisognavano  a  far  i  nuovi  priori  ;  i  quali 
s'intendessero  esser  subitamente  fatli  ,  se  non  erano  impe- 
diti dal  divieto:  il  quale  a  quelli  d' una  famiglia  s'intendeva 
esser  di  sei  mesi,  e  tra  padri,  figliuoli  e  fratelli  di  due  anni. 
Questo  ordine  con  molte  altre  circostanze  necessarie  fermalo 
per  gli  opportuni  consigli ,  fu  approvato  in  pieno  parlamento 
nella  piazza  de' priori  li  11  di  dicembre,  nel  quale  annul- 
lati tutti  i  consigli  vecchi,  ne  furono  formati  due  soli;  uno 
di  trecento  uomini ,  ove  non  intervenivano  altri  che  popo- 
lani, del  quale  era  capo  il  capitano  del  popolo,  e  1'  altro  di 
dugentocinquanta ,  ove  entravano  popolani  e  de'  grandi  :  «  e 
«  di  questo  era  capo  il  podestà;  e  le  deliberazioni  prese 
K  dalla  signoria  doveano,  per  esser  valide,  essere  prima  ap- 


LIBRO  SETTIMO.  205 

«  provale  in  quello  del  popolo  e  poi  in  quello  del  podestà. 
«  Al  Sanguineto  esssendosi  portalo  bene  nella  luogotenenza 
a  del  duca ,  fu  data  la  carica  di  capitano  di  guerra  per  lutto 
a  febbrajo,  con  obbligo  di  tener  cinquanta  cavalli  ollramon- 
a  tani  e  cinquanta  italiani.  Il  Rangoni  eh'  era  stalo  vicario  del 
a  duca  vollero  che  seguitasse  d'  amministrar  giustizia  fin  al 
«  primo  di  gennajo  come  podestà  e  capitano  del  popolo,  che 
«  nella  carica  di  capitano  gli  succedetle  poi  per  dieci  mesi 
'(  Engano  de' Lambertini  da  Bologna,  e  in  quella  di  pode- 
«  sta,  per  sei,  Tebaldo  da  Castelnuovo  ». 

Assetlato  in  questa  guisa  il  governo  della  città,  il  primo 
gonfaloniere  tratto  per  i  futuri  due  mesi  che  davano  princi- 
pio alla  riacquistala  libertà,  e  al  nuovo  anno  1329,  fu  Zato 
Passavanti  la  seconda  volta  ;  il  quale  non  avendo  a  trava- 
gliarsi delle  cose  di  dentro  per  essere  siate  nuovamente  rior- 
dinale, tutto  r  animo  volse  alle  cose  della  guerra ,  non  po- 
lendo niuno  più  patire  che  il  Bavero  avesse  dato  in  Pisa 
sentenza  di  privazione  contro  papa  Giovanni,  come  se  gl'im- 
peradori,  quando  bene  egli  fosse  slato  legittimo  impcradore, 
avessero  autorità  sopra  i  pontefici.  Ritenevano  in  un  mede- 
simo tempo  fierissimo  sdegno  conlra  i  Pisani,  da' quali  a'3 
di  gennajo  era  sialo  1'  antipapa  ricevuto  nella  loro  città  con 
onori  divini ,  ancora  che  si  credesse  a'  buoni  cittadini  esser 
oltremodo  quelle  dimostrazioni  dispiaciute.  Per  questo,  di 
ordine  della  repubblica  fu  commesso  al  conte  Beltramo  ca- 
pitano delle  genti  del  re  Ruberto,  il  quale  stava  alle  fron- 
tiere in  S.  Miniato ,  che  entrasse  nel  contado  di  Pisa  dan- 
neggiando il  paese.  Cavalcò  per  Valdera  il  conte  infino  a 
Pontedisacco  ,  ove  in  due  dì  e  una  notte  fece  di  molte  ar- 
sioni ,  e  levò  gran  preda  di  genie  e  di  bestiame ,  con  tanto 
poco  riraordimenlo  del  Bavero,  che  fu  udito  dire  a'  Pisani, 
che  se  eglino  aveano  desiderio  che  egli  uscisse  conlra  i  ni- 
raici ,  procacciassero  d'  accomodarlo  di  danari.  Ma  si  vide 
poi  che  egli  cercava  di  vendicarsi  de' Fiorentini  per  mezzo 
d'un  trattalo  guidato  da  Ugolino  Ubaldini ,  a  cui  da  certi 
uomini  di  piccolo  affare  di  Firenze  era  slata  fatta  promessa 
di  tradir  la  città:  la  cosa  si  diceva  esser  composta  di  tal  mo- 
do ;  che  aveano  disegnalo  una  notte ,  nella  quale  s' avea  a 
metter  da  quattro  parti  fuoco  alla  terra,  e  che  in  questo  lem- 


206  dell'istorie  fiohentlne 

pò ,  che  i  cilladini  sarebbono  stali  occupati  a  siiogncrc  i! 
fuoco  ,  dugento  fanti,  che  sarebbono  per  i  medesimi  ribaldi 
stati  prima  introdotti  sotto  la  guida  di  Giovanni  del  Sega  da 
Garlone  ,  uomo  ardito  e  pratico  in  simili  scompigli,  doves- 
sono  tagliar  la  porta  del  Prato,  e  ricever  dentro  mille  cava- 
fiori  di  quelli  del  Bavero  con  mille  fanti  in  groppa,  oltre  i 
fuorusciti  fiorentini,  e  con  questi  e  col  maliscalco  dell'impe- 
radore,  che  in  quella  medesima  notte  dovea  venir  di  Pisa, 
correr  la  terra.  Ma  scoperto  il  tradimento  alla  Repubblica 
da'  compagni  del  Sega,  furono  messe  le  mani  addosso  a  lui, 
e  a  tre  altri  suoi  compagni  che  non  aveano  rivelato  la  con- 
giura, i  quali  tutti  furono  faiti  mnrire.  Ugolino  con  più  suoi 
seguaci  fu  dichiarato  ribello,  e  a  Jacopo  Marizzini  e  a  Gio- 
vanni Bambini ,  dello  Fatica ,  che  scopersono  il  trattato  fu- 
ron  donati  dal  comune  duemila  fiorini  d'  oro  ,  e  conceduta 
facoltà  di  potere  in  ogni  tempo  portar  arme  da  offendere  e 
da  difendere  per  guardia  delle  persone.  «  Io  so  qUello  che 
«  scrive  il  Villani  dell'  imposta  messa  sopra  il  chericato,  ma 
«  per  le  scritture  pubbliche  apparisce  imposto  ;  perchè  alli 
«  11  di  febbraio  la  signoria  avea  fatto  sindaco  Lapo  di  Dino 
«  a  pigliar  danari  in  presto  da  Francesco  vescovo  della  città 
«  e  dal  clero  per  servirsene  nella  fabbrica  delle  mura ,  per 
«  restituirgli  in  quella  forma  che  avesse  poi  voluto  papa  Gio- 
«  vanni  ».  L'accidente  del  tradimento  scoperto  accese  tanto 
maggiormente  gli  animi  de' Fiorentini  alla  guerra,  stimolatici 
ogni  giorno  da  nuove  cagioni  ;  «  perchè  sapendo  molti  es- 
«  ser  malcontenti  del  governo  del  Bavero  e  de'  suoi  ufiziali, 
«  e  che  non  gli  si  ribellavano  per  paura  (  non  avendo  a  chi 
«  ricorrere)  d'esser  peggio  trattati,  fu  fatto  sindaco  del  co- 
a  raune  Landò  Balducci  Pegolotti  con  autorità  di  far  lega  e 
«  confederazione  con  ogni  persona,  luogo  e  comune  che  gli 
«  si  volesse  ribellare,  con  rimetter  a  quei  tali  ogni  ingiuria 
«  avessero  fatto  alla  Repubblica  ».  Ma  parendo  poi  che  que- 
sto non  fosse  negozio  da  un  nomo  solo  ne  fecero  elezione 
di  quattordici.  A  Filippo  Benci  (  questi  Benci  vanno  per  il 
sesto  d'  Oltrarno  )  nuovo   gonfaloniere    era  stato  riferito  ' , 

'  Nella  prima  edizione  si  legge  solamente  ;  qiicito  accidente  accese 
tanto  maggiormente  gli  animi  de'  Fiorentini  alla  guerra^  stimolati 
anehe  ogni  giorno  da  nuove  cagioni;  perciocché  a  Filippo  Benci  nuovo 
gonfaloniere  era  stato  riferito  ec.  ec. 


LIBRO   SETTIMO  207 

come  a'  18  di  febbraio  1'  antipapa  in  Pisa  avoa  dato  sentenza 
di  scomunica  conira  papa  Giovanni,  conira  il  re  Ruberto,  e 
contra  il  comune  di  Firenze  ;  onde  tre  giorni  appresso  fu  di 
nuovo  mandato  il  conte  Beltramo  a  fare  scorrerie  nel  con- 
tado di  Pisa;  il  quale  non  sarebbe  stalo  danneggiato  meno 
dell'altra  volta,  se  centocinquanta  fanti  per  ingordigia  del 
predare  non  fossero  restali  prigioni  delle  genti  di  Lodovico. 
Durando  tuttavia  questa  disposizione  conira  i  Pisani  e  il  Ba- 
vero, fu  in  gran  parte  ritenuta  da  una  tacita  tregua,  che  egli 
fece  con  Volterra  e  con  Sangimignano  ,  veggendo  crescer 
riputazione  al  nimico;  ma  mollo  più  da  una  carestia,  la  quale 
incominciala  ad  apparir  mollo  grande,  crebbe  poi  in  quell'an- 
no grandissima  ;  ma  con  molla  lode  della  pietà  de' Fiorentini, 
i  quali  non  solo  non  cacciarono  i  loro  poveri,  come  1'  altre 
cillà  di  Toscana  avean  fatto,  ma  non  guardando  a  grandezza 
di  spesa  alcuna,  quelli  che  dalle  altre  città  erano  stati  cac- 
ciali, tulli  pietosamente  raccolse  e  niilr'i  con  memorabile  ca- 
rità insino  alla  fine  ;  giudicando  con  così  fatte  opere  miti- 
garsi grandemente  l'ira  di  Dio,  e  già  vederne  quel  popolo 
segni  manifesti;  poiché  non  solo  era  stato  liberato  dalle  cru- 
deli armi  di  Castruccio  ,  e  dal  tradimento  orditogli  contro 
dal  Bavero,  ma  ancora  da  alcune  insidie  che  se  gli  prepara- 
vano frescamente  da  Tano  da  Jesi.  Era  costui  signore  di  Jesi 
nella  Marca,  ove  per  cagion  delle  fazioni  per  esser  egli  capo 
de'  Guelfi  in  quelle  contrade  fu  molto  temuto ,  e  perchè  era 
stato  stimalo  molto  intendente  dell'arte  della  guerra,  i  Fio- 
rentini Taveano  eletto  per  lor  capitano,  «  e  mandatogli  fin 
«  nel  principio  di  febbraio  Giovanni  degli  Strozzi  a  presen- 
«  largii  la  sua  elezione  ».  Ma  assalito  e  fatto  prigione  in  quel 
mezzo  tempo  che  si  melica  a  ordine  per  venir  a  Firenze  dal 
c(mte  di  Chiaromonte  ,  barone  siciliano  e  capitano  de"  Ghi- 
bellini nella  Marca,  essendo  menato  a  guastare  ' ,  come  ri- 
bello e  nimico  dell'  imperio  ,  narrasi  che  egli  riconoscendo  il 
suo  errore,  disse.  Non  esserne  menalo  alla  morte  per  aver 
servito  santa  Chiesa  ;  il  che  facendo  sapea  non  aver  fallalo;  ma 
perchè  chiamato  capitano  da' Fiorentini,  ad  israossa  ^  d' al- 

'   Cioè  a  giustiziare^  a  morire  ec. 

2  Ad  ismo!sa,  ad  istigazione,  a   esortazione  ec.  ma  quel  modo  non 
è  bello. 


208  dell' ISTORTE   FIORENTINE 

cuni  di  quella  città  avea  deliberato  mutar  lo  sialo  di  Firenze, 
e  di  sovvertir  la  pace  e  quiete  di  quel  popolo.  Conferraaronsi 
tanto  più  in  questa  opinione  i  Fiorentini,  quanto  che  dopo 
altri  tanti  scampati  pericoli  sentirono  alla  line  l'undecime 
giorno  d'aprile  il  Bavero  essersi  partito  di  Pisa,  e  (benché 
egli  avesse  dato  a' Pisani  e  a' Lucchesi  speranza  di  presto 
ritorno)  con  opinione  certissima  che  non  avesse  a  ritor- 
nar più. 

La  cagione  della  sua  partita,  perchè  tutto  ciò  mollo  im- 
porta alla  notizia  delle  cose  che  poscia  accaddero  a  Firenze, 
fu  questa.  Eransi  ribellati  da  Lodovico,  stando  egli  a  Pisa, 
ottocento  cavalieri  tedeschi,  i  quali  dopo  che  non  riuscì  loro 
d'insignorirsi  di  Lucca,  come  aveano  disegnato,  occuparono 
il  Cerruglio,  luogo  posto  su  la  montagna  di  Vivlnaia  e  di 
Montechiaro,  stato  già  fortificato  da  Castruccio  (  dal  qual 
luogo  fu  detta  poi  la  compagnia  del  Cerruglio  ) ,  e  quivi  stan- 
do e  tenendo  pratiche  co'  Fiorentini,  costrinsono  Lodovico 
a  mandar  loro  ambasciadore  Marco  Visconti  per  accordarli. 
Marco  avendo  promesso  loro  in  nome  dell'  imperadore  tra 
certo  tempo  sessantamila  fiorini  d' oro,  perchè  passassero  in 
Lombardia,  non  essendo  al  tempo  determinalo  venuti  i  da- 
nari, fu  ritenuto  da  ossi  quasi  per  istalico  sotto  corlese  pri- 
gione, quando  Azzo  Visconti  suo  nipote,  figliuolo  di  Galeazzo 
poco  innanzi  morto  a  Pescia,  il  quale  si  ritrovava  appresso 
di  Lodovico,  fece  proferta  all' imperadore  di  centoventicin- 
quemila  fiorini  d'  oro  per  poter  soddisfare  alle  paghe  de'suoi 
soldati,  pure  che  egli  fosse  rimesso  nello  stato  paterno;  la 
qual  proferta  essendo  accettala  da  Lodovico,  ad  Azzo  fu 
conceduta  facoltà  di  potersene  ritornar  a  Milano,  menando- 
ne con  seco  il  Porcaro:  a  cui  in  nome  de' cavalieri  del  Cer- 
ruglio dovea  pagar  la  moneta,  e  Marco  fu  da  lui  creato  ca- 
pitano di  quella  gente.  Il  Porcaro  ricevuti  da  Azzo  venticin- 
queraila  fiorini,  senza  rispondere  a  quei  del  Cerruglio  se 
n'andò  a  casa  sua  in  Alemagua.  Azzo  fortificatosi  in  Milano 
non  si  travagliava  di  pagar  il  restante  della  moneta,  tenendo 
a  mente  l' ingiurie  fatte  al  padre  e  alla  casa  sua.  Onde  la 
compagnia  schernita  ritenne  Marco  Visconti  prigione  ;  e  il 
Bavero  parimente  offeso  e  burlato,  lasciando  le  cose  di  To- 
scana, si  preparava  di  vendicarsi  d'  Azzo  in  Lombardia.  Que- 


LIBRO   SETTIMO.  209 

sto  inviluppo  come  fu  origine  della  parlila  del  Bavero  di 
Pisa,  così  fu  cagione  che  la  compagnia,  fatto  Marco  Visconti 
da  prigione  suo  capitano,  e  caccialo  Francesco  Castracani 
da  Lucca,  ove  era  stato  lascialo  vicario  da  Lodovico  ,  non 
senza  saputa  d'alcuni  Fiorentini,  e  particolarmente  di  Pino 
della  Tosa  e  del  vescovo  di  Firenze,  che  promisono  loro  di 
molti  danari,  s'impadronisse  di  quella  città,  il  dì  appunto 
che  in  Firenze  prendea  il  sommo  magistrato  Cione  Bisarnesi. 
Per  la  qual  cosa  mandò  subito  Marco  a' Fiorentini,  richie- 
dendoli che  dovessono  attener  alla  compagnia  la  promessa 
fatta  de' danari,  e  egli,  pure  che  i  figliuoli  di  Castruccio  po- 
tessono  rimanere  nella  lor  patria  come  cittadini,  promettea 
di  dar  loro  la  città  di  Lucca.  Questa  è  quella  profferta  la  quale 
pose  allora  i  Fiorentini  in  molte  dispute,  e  dopo  non  lungo 
tempo  per  molti  anni  in  grandissime  guerre,  le  quali  oltre 
r  innumerabili  spese  condussouo  finalmente  a  divenir  la  fio- 
rentina Repubblica  suddita  del  duca  d'Atene;  come  che 
con  molta  sua  lode  non  indugiasse  poi  molto  a  ricoverarsi 
la  perduta  libertà.  Cotante  e  tali  alterazioni  sogliono  far  le 
venute  degli  imperadori  in  Italia,  se  non  in  profitto  e  gio- 
vamento alcun  dell'  Imperio,  quel  che  e  molto  peggio  in  ma- 
nifesta rovina  e  guastamento  de'  popoli  e  delle  repubbliche 
che  hanno  a  raccorre  i  fruiti  mortali  di  quella  pestifera  cor- 
ruzione; ammaestramento  utilissimo  a'principi  italiani  a  non 
dover  mai  per  gare  domestiche  consentire  che  impcradore 
0  principe  alcun  forestiere  entri  mai  armalo  per  mezzo  o 
per  compagno  delle  loro  parzialità;  poiché  non  s'avendo  a 
sperare  in  tanta  confusione  di  cose  1'  unione  delle  sparte 
membra  del  lacero  imperio,  tornerà  sempre  più  comodo  che 
queste  divise  parti,  quali  elle  si  siano,  si  conservino  il  piiì 
che  si  può  sane  e  quiete ,  che  aversi  a  spezzare ,  e  intorbi- 
dar di  nuovo. 

Udita  dunque  la  profferta  di  Marco  in  consiglio,  le  sen- 
tenze furon  diverse,  essendo  altri  di  opinione  che  senza  du- 
bitar punto  si  dovesse  ricever  lietamente  questa  felice  for- 
tuna che  si  preparava  dinanzi  al  popolo  fiorentino.  Altri  che 
in  conio  ninno  si  dovesse  la  Repubblica  impacciare  nel  fatto 
di  Lucca.  Costoro  allegavano  per  fondamento  del  loro  pare- 
re che  questo  non  era  tempo  ,  poiché  fuor  d' ogni  loro  cre- 

Amm.  Vol.  il  14 


210  dell'istorie  fiorentine 

denza  s'erano  liberati  da  Castruccio  e  dal  Bavero,  d'entrar 
in  nuovi  travagli,  sì  per  non  tirarsi  alle  spalle  maggiormente 
r  odio  e  l'invidia  de' Ghibellini  e  dei  futuri  imperadori,  veg- 
gendo  che  troppo  ambiziosamente  i  Fiorentini  mettevano 
mano  agli  stali  altrui,  e  sì  perchè  il  popolo  stanco  delle  con- 
tinue gravezze  e  spose  non  potea  più  contribuire  un  pic- 
ciolo. E  era  più  ragionevole  che  se  alcuna  suslanza  fosse  re- 
stata s' impiegasse  a  risarcire  le  ville  abbruciale  e  il  contado 
disfallo,  che  in  acquistare  la  signoria  di  Lucca  :  la  quale  era 
da  credere  che  al  fine  senza  molta  spesa  di  necessità  sa- 
rebbe caduta  nella  potestà  de'  Fiorentini,  pure  che  s'  avesse 
alquanto  di  pazienza.  Coloro  a' quali  piaceva  che  Lucca  s' ot- 
tenesse, oltre  la  gloria  grande  che  mostravano  di  pervenirne 
a' Fiorentini,  che  quella  citlà  per  mezzo  della  quale  Uguc- 
cione  prima  e  poi  Castruccio  aveano  messe  in  tanto  pericolo 
le  cose  loro  venisse  sotto  il  lor  dominio  ,  aggiugnevano  ella 
essere  di  gran  giovamento  per  tener  corti  i  Pisani,  non  mai 
sicuri  amici,  ma  bene  spesso  dannosi  e  pericolosi  niraici  del 
nome  fiorentino.  11  tirarsi  addosso  l'odio  de' Ghibellini  e  de- 
gli imperadori  non  esser  cosa  di  niun  momento,  quando  sen- 
za questo  potea  ciascuno  rendersi  cerio ,  esser  in  guisa  da 
per  sé  stessi  atroci  gli  odj  di  quelle  parli,  che  come  si  po- 
tea sperar  poca  concordia,  cosi  poco  oggimai  aversi  a  dubi- 
tar di  maggior  briga.  Ma  avendo  a  durare  colai  quistione 
perpetuamente  per  la  naturale  e  sempre  viva  esca  che  nu- 
trisce quel  fuoco,  esser  miglior  parlilo  l' opporsi  a' niraici 
grossi  che  deboli;  perchè  quando  pur  Dio  avesse  disposto 
nella  mente  sua  che  s'avesse  a  perder  il  lutto  (la  qual  cosa 
però  non  si  potea  innanzi  tratto  scorgere  da  mortali)  potea 
ciascuno  necessariamente  conchiudere,  che  più  penerebbono 
a  esser  vinti  coloro  i  quali  aveano  a  perder  molto,  che  poco. 
E  se  Firenze  s'era  difesa  dal  Bavero,  avendo  Lucca  nimica, 
quanto  maggiormente  potersi  per  l'avvenire  difendere,  es- 
sendone padrona  ?  Avendo  prima  i  futuri  imperadori  a  stan- 
carsi in  prender  Lucca  più  esposta  ne' loro  viaggi,  che  la 
città  di  Firenze?  11  dire  che  i  cittadini  fossero  stanchi,  es- 
ser cosa  vera,  poiché  ciascuno  il  sentiva  in  sé  slesso;  non- 
dimeno doversi  patir  tulli  gli  affanni  dagli  uomini  forti  per- 
grandezza  e  riputazion  della  patria.  E  se  inOno  a  quel  tempo 


LIBRO   SETTIMO.  21  t 

aveano  cotanto  speso  per  difendersi,  non  dover  ora  parere 
lor  grave  se  si  fosse  incomincialo  a  spender  per  amplia- 
zion  dello  stato,  anzi  per  sola  sicurezza  di  quello,  che  indi 
a  pochi  giorni  sarebbe  potuto  succedere  ;  poiché  il  Bavero 
era  ancora  in  Italia,  e  non  esser  da  stimare  che  restando  i 
Fiorentini  di  comprar  Lucca,  non  s'  avessero  di  soverchio  a 
trovare  compratori  per  insignorirsi  di  così  buona  e  bella 
città;  e  i  Pisani  medesimi  dover  esser  i  primi  fra  gli  altri, 
se  mai  riavessero  la  loro  libertà:  a' quali  se  si  aggiugnesse 
Lucca,  tardi  s'accorgerebbono  i  Fiorentini  quello  che  fosse 
giovato  loro  un  goffo  e  inutil  risparmio  in  cosa  di  tanta  im- 
portanza. Parca  che  fosse  per  restar  in  pie  questa  sentenza, 
quando  dagli  avversari  fu  dimostrato,  quando  ben  tutto  que- 
ste cose  fosser  vere,  che  non  era  da  por  fidanza  in  Marco 
Visconti  e  ne' Tedeschi,  i  quali  se  aveano  mancato  di  fede 
air  imperadore,  principe  della  loro  nazione,  e  se  Marco  avea 
tradito  il  proprio  fratello,  quanto  maggiormente  da  così  fatta 
generazione  d'uomini  poter  esser  ingannati  i  Fiorentini.  Ma 
dove  pure  in  sul  dubbio  di  così  sdrucciolosa  fede  altri  po- 
tesse fermarsi ,  che  sciocchezza  esser  quella  di  sperare  che 
i  figliuoli  di  Castruccio  avessero  a  viver  privati  cittadini  in 
quella  città  ove  il  padre  e  essi  stessi  aveano  regnato  ;  se 
pure  a'  Fiorentini  non  parca  cosa  onorata  di  rimettere  in 
slato  i  figliuoli  di  colui ,  dal  quale  aveano  ricevute  colante 
ingiurie  ?  Vinse  finalmente  questa  opinione,  della  quale  era 
stato  autore  Simone  della  Tosa  ,  non  per  carila ,  siccome 
egli  s'ingegnava  di  dar  altrui  a  credere,  della  patria,  ma  per 
invidia,  come  fu  creduto,  di  Pino  suo  consorto,  il  quale  es- 
sendo stato  quello  che  co'  suoi  conforti  avea  mosso  i  Vi- 
sconti e  i  Tedeschi  a  insignorirsi  di  Lucca,  non  volea  che 
egli  si  potesse  mai  gloriare  d'  aver  fatto  così  notabile  acqui- 
sto alla  sua  Repubblica. 

Rifiutata  dunque  per  allora  da'  Fiorentini  per  poco  pre- 
gio la  compra  di  quella  città,  che  invano  poi  con  tanto  te- 
soro cercarono  d'ottenere,  s'incominciò  con  miglior  ven- 
tura a  prestar  orecchi  alla  pace  che  cercavano  i  Pistojesi;  la 
quale  trattata  da  Francesco  de'  Pazzi  cavaliere  figliuol  di  Paz- 
zino,  e  desiderata  da' Panciatichi,  da' Muli,  da' Gualfreducci 
e  da' Vergellesi ,  famiglie   pistojesi  di  fazion  ghibellina,  ma 


212  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

nimiche  di  Filippo  Tedici  e  de'  figliuoli  di  Castruccio,  fu  fe- 
licemente condotta  a  fine  il  ventiquatlresimo  giorno  di  mag- 
gio dagli  ambasciadori  di  Pistoja  venuti  in  Firenze.  «  I  quali 
«  confessando  di  ribellarsi  a  Lodovico  già  duca  di  Baviera , 
«  cosi  chiamavano  il  Bavero,  si  sottoponevano    nello  spiri- 
«  tuale  alla  chiesa  romana,  promettendo  ubbidienza  a  papa 
«  Giovanni ,  e  per  lui ,  alla  presenza    de'  quattordici  sopra 
«  le  tregue  e  paci ,  a  Fredo  da  Panzano  notaio,  sindaco  in 
«  quest'atto    della   Repubblica,  oltre   la  qual  promessa,  le 
«  condizioni  della  pace  furono.  Che  in  Pistoja  sarebbe  inal- 
«  borato  lo  stendardo  di  santa  Chiesa  ,  e  sarebbero  cacciati 
«  i  ministri  e   ufiziali  del  Bavero.  A' Fiorentini  sarebbe  re- 
«  stituito    il   castello  di  Montemurlo ,  gli  abitanti  del  quale 
«  doveano   esser  liberali  da  ogni  bando  e  condannagione  , 
«  sì  per  la  Repubblica  come  per  la  terra   di  Prato.  Che    in 
«  Pistoja  sarebbero  rimessi  tutti  i  banditi  guelfi,   ecceltua- 
«  ione  cinquanta  da  nominarsi  da'  Pistojcsi ,  e  restituiti  loro 
«  i  beni  tolti  fin  dall'  anno  1321.   Che   dalla  Repubblica    e 
«  da' Pratesi  sarebbero  restituiti  i  beni  a'Pistojesi,  da' quali 
«  sarebbe  fatto  lo  slesso.  Che  fosse  a  cura  de' Fiorentini  di 
«  far  fare  paci  tra' particolari   di  Pistoja,  e  che  de' debiti 
«  che  il  comune  di  Pistoja  poteva  avere  con  la  Repubblica  non 
«  sene  parlasse  per  sei  anni.  Che  da' Fiorentini  fossero  resi 
«  a'Pistojesi  i  castelli   di  Lavicciano  ,  di  Valdibiscnzio ,   di 
«  Conio  e  di  Lamporecchio,  gli  abitanti  de'quai  luoghi  fos- 
«  scro  liberi  da  ogni  bando  e  condennagione  fatta  loro  da'  Pi- 
«  stojesi.   Alla  Repubblica   restassero   i   castelli   di    Carmi- 
«  guano,  d'Artimino,  di  Castellino,  di  Vilolino,  e  di  Bac- 
u  chereto.   Che  il   governo   di   Pistoja   si  accomunasse   con 
«  quelli  che  eran  fuori ,  acciocché  tutti  ne  godessero ,  e  per 
«  sicurezza  di  ciò  i  Pistojesi  aveano  a  dare  alla  Repubblica 
«  il  castello  e    fortezza  di  lizzano  da   guardarsi  da   un  fio- 
«  remino,  da  eleggersi  dalla  signoria  di  sei  che  ne  nomine- 
«  rebbero  i  Pistojesi.  Che  tulli  i  prigioni  che  non  fossero 
«  per  debito  si  liberassero  dall'  una  parie  e  dall'  altra.   Che 
«  facendo  i  Fiorentini  liberare  dalle  carceri  Ugolino   e  Lo- 
«  dovico  di  Ridolfo  de'Panciatichi ,  Simone  de'Muli,   Siri- 
fi  manno   de'  Bellasli   e   Bartolommco    Abagliati   tenutivi   a 
(i  instanza  del  Sanguinclo  stato  capitano  di  guerra  della  Re- 


LIBRO    SETTIMO.  213 

«  pubblica  senza  pagar  cosa  alcuna  ,  i  Pistojesi  fossero  ob- 
«  bligati  di  rilasciar  tulli  i  prigioni  guelfi  lanlo  Fiorentini 
«  che  Pistojesi  e  Pratesi  senz' alcuna  pagamento.  Che  i  Pi- 
«  slojesi  non  darebbero  ricetto  a' ribelli  e  nimici  di  santa 
•(  Chiesa,  e  della  Repubblica,  la  quale  restava  obbligata  a 
«  procurare  che  il  papa  approvasse  questa  pace  ,  e  libe- 
«  rasse  ogni  persona  si  di  Pistoja  che  del  contado  dalle  Sco- 
tt rauniche ,  nelle  quali  fossero  incorse  rispetto  al  Bavero 
«  e  a  Castruccio ,  e  che  sua  Santità  volesse  mutare  il  ve- 
«  scovo  di  Pistoja.  Restò  ancora  a  cura  della  Repubblica  il 
«  ridurre  i  Pistojesi  in  amicizia  co'  Bolognesi ,  Sanesi ,  Vol- 
«  terrani ,  e  Sanminiatesi.  Che  tulli  i  fuorusciti  delle  terre  e 
«  castelli  resi  al  comune  di  Pistoja  come  de' restati  a'Fio- 
«  rentini  fossero  rimessi  alle  patrie  e  a' beni,  con  altre  con - 
«  dizioni  di  minor  conseguenza  ».  Contentandosi  i  Pistojesi 
di  libera  volontà,  che  il  comune  di  Firenze  avessse  la  guar- 
dia della  città  di  Pistoja  ',  e  vi  tenesse  un  suo  cittadino  po- 
polare per  capitano,  con  quella  gente  d'arme  che  fosse  neces- 
saria. I  Fiorentini  per  non  lasciarsi  vincere  di  cortesia  fe- 
ciono  lor  sindaco  Iacopo  Strozzi  cavaliere  molto  stimato;  il 
quale  andato  a  Pistoja  per  convenire  co' Pistojesi  con  ogni 
sorte  di  umanità,  vi  fece  quattro  cavalieri,  due  de'Pancia- 
tichi,  uno  de' Muli,  e  l'altro  de' Gualfreducci ,  a' quali  donò 
duemila  fiorini  d'oro  in  nome  della  sua  Repubblica;  poi  vi 


•  Il  vecchio  Aminirato  à\cs  :  Ju  JéUcemente  condotta  a  Jine  il 
<.>entiquattresiino  giorno  di  maggio  con  queste  condizioni  :  che  i  Pi- 
stojesi rendessero  Montemurlo  a'  Fiorentini^  purché  essi  pagassero  le 
paghe  de'  soldati  che  v'  eran  dentro ,  le  quali  ascendevano  a  dodici- 
mila scudi;  che  Carmignano  ,  Artimino  ^  Vitolino  ^  e  tutte  l'altre 
terre  del  monte  di  sotto  che  erano  pervenute  in  potare  de''  Fiorentini 
Jussino  lasciate  loro  in  perpetuo  ,  cedendo  ad  ogni  azione  e  ragione 
che  il  comune  di  Pistoja  in  quelle  avesse.  Che  i  Guelfi  Jossero  ri- 
messi nella  città  ,  salvo  i  Tedici,  ammessi  e  raccomunati  agli  vj- 
fici  con  gli  altri  senza  differenza  ,  e  spezialtà  veruna  ;  e  soprattutto 
avesser  col  comune  di  Firenze  amici  e  nemici  comuni  :  per  sicurtà 
delle  quali  cose  dettone  a''  Fiorentini  la  rocca  di  Tizzano,  ma  desi- 
derando i  Pistojesi  di  aver  buona  amicizia  co'  Fiorentini ,  oltre  le 
dette  cose  alle  quali  i'  erano  obbligati,  si  contentarono  di  libera  vo- 
lontà che  il  comune  di  Firenze  avesse  la  guardia  della  città  di  Pi' 
stola,  ec. 


214  dell'  istorie  fiorentine 

fece  Ircnlasei  cavallate ,  che  si  dovessero  pagare  per  lo  co- 
mune di  Firenze  ;  le  quali  cose  piacendo  somnaaraenle  ai 
medesimi  Ghibellini  pistojesi,  vollono  per  segno  di  buona 
intelligenza  che  s'abbattessero  da  tutti  i  luoghi  della  città 
cosi  pubblici  come  privati  tutte  l' insegne  del  Bavero  e  di 
Castruccio ,  e  che  si  celebrassero  per  cagione  di  della  pace 
giuochi  pubblici  con  singoiar  letizia  del  popolo.  Il  medesimo 
fu  ordinato  dal  gonfaloniere  Bisarnesi  e  compagni  che  si 
facesse  in  Firenze  ;  ove  furono  fatte  per  tre  dì  giostre  e 
altre  rappresentazioni  militari  molto  magnifiche.  Dietro  la 
pace  di  Pistoja  seguì  quella  delle  castella  di  Valdinievole 
conchiusa  a' 21  di  giugno  in  Pistoja  sotto  il  gonfalonerato  di 
Giovanni  Siminetti  la  seconda  volta.  Queste  erano  Monteca- 
tini, Pescia,  Buggiano,  lizzano,  il  Colle,  il  Cozile,  Massa, 
Monlesomraano,  e  Montevettolino  ;  le  quali  erano  confede- 
rate tra  loro,  e  coraprendevansi  sotto  nome  della  lega  di 
V^aldinievole.  «  La  prima  condizione  fu  ,  che  sarebbero  ve- 
li nute  nell'ubbidienza  di  santa  Chiesa  e  di  papa  Giovanni,  e 
«  che  tratterebbero  gli  amici  di  essa  come  amici.  Che  non 
«  darebbero  ricetto  ne  vettovaglia  a  genti  che  volesser  pas- 
te sare  per  offendere  i  Fiorentini ,  a'  quali  si  obbligavano  di 
«  dare  il  passo  e  vettovaglia  col  danaro  per  le  lor  genti , 
(f  ancora  che  fra  esse  ne  fossero  de'nimici  delle  castella  ;  e 
«  la  Repubblica  volle  essere  obbligata  a  rifar  loro  i  danni 
a  che  vi  facessero  i  soldati ,  i  quali  non  sarebbero  entrati 
«  ne  in  terre  ne  in  fortezze.  Gli  altri  patti  furon  di  rimetter 
«  i  banditi,  e  restituire  loro  i  beni,  e  di  non  dar  ricetto 
a  a' banditi  de' Fiorentini,  e  cose  simili.  E  i  Pistojesi  che 
«  aveano  procurato  questa  pace  ne  promcssero  l' osservanza 
«  alla  Repubblica  ,  la  quale  per  onorar  quella  città  fece  cit- 
((  tadini  fiorentini  gli  anziani  di  Pistoja  col  gonfaloniere  e 
«  il  fratello,  e  il  giudice  ».  Dopo  queste  due  paci  seguì  la 
ribellione  di  Pisa  dall'  imperadore  fatta  con  l'aiuto  di  Marco 
Visconti,  e  de' cavalieri  del  Ccrruglio  ;  la  qual  novella  piacque 
allora  a'  Fiorentini  grandemente  più  por  veder  cacciato  il  Ba- 
vero dalla  possession  di  Toscana,  che  per  rispetto  de' Pi- 
sani. «  Nel  qual  tempo  attendendosi  in  Firenze  a  riparare 
«  a' disordini  della  città  e  del  contado,  fu  per  la  quiete  levato 
«  le  licenze  dell'armi,  con  accrescer  pene  a  quelli  che  nimi- 


LIBUO   SETTIMO  213 

«  ci  della  pace  non  attendevano  che  a  fare  il  brigante;  e  per- 
«  che  si  trovavano  di  quelli  i  quali  succedendo  per  legge  di 
«  natura  nella  roba  de' parenti  alTrcltavano  loro  la  morte,  a 
«  questi  come  a  disnaturati  posero  pena  d'esser  strascinati 
«  a  coda  di  mulo  final  luogo  della  giustizia,  e  quivi  irapic- 
«  cati  '  ».  Succeduta  la  ribellione  di  Pisa,  e  non  volendo 
Marco  Visconti  tornar  a  Lucca  ,  mandò  di  Pisa  chiedendo 
salvocondolto  a'  Fiorentini  per  poter  venire  a  Firenze ,  e 
ragionar  col  gonfaloniere  e  co' priori  di  cose  attenenti  al 
benefìcio  della  loro  Repubblica:  il  quale  essendogli  ampia- 
mente conceduto,  egli  veinie  alla  città  l'ultimo  giorno  di 
giugno  ;  e  quello  che  propose  alla  signoria  fu  la  cosa  di 
Lucca,  promettendo  di  dar  loro  liberamente  la  città,  pure 
che  essi  pagassero  ottantamila  fiorini  d' oro  per  le  paghe 
de' cavalieri  e  connestabili  tedeschi.  Ma  la  medesima  invidia 
che  avea  disturbato  questo  affare  in  prima ,  il  turbò  al  pre- 
sente ,  non  lasciando  conchiudere  cosa  alcuna  in  prò  di  detta 
pratica.  Onde  Marco  ricevuto  dalla  Repubblica  alcuni  doni 
di  moneta  per  andarsene  a  casa  sua,  si  part'i  nel  fine  di  lu- 
glio per  Milano ,  ove  dal  nipote  riportò  le  pene  dell'  impietà 
commessa  contro  il  fratello. 

Mentre  si  tenevano  queste  pratiche  in  Firenze,  i  Fio- 
rentini mandate  le  loro  masnade  in  Mugello,  riacquistarono 
il  contado  d'Ampinana,  il  quale  dal  conte  Ugo  da  Battifolle 
era  stato  occupato  nel  tempo  che  seguì  la  rotta  d'Altopa- 
scio.  E  i  Pisani  per  tema  che,  venendo  Lucca  in  potere 
de' Fiorentini ,  le  cose  loro  non  si  riducessero  in  maggior 
difficoltà,  crescendo  i  nimici  di  forze,  e  avvicinandosi  tutta- 
via più  allo  stato  loro,  s' interposono  e  proffersono  sessanla- 
mìla  fiorini  d'oro  alla  compagnia,  pure  che  desser  loro  il 
possesso  di  Lucca.  Nel  qual  maneggio  furono  in  guisa  fret- 
tolosi, (  tanto  era  il  desiderio  di  levar  quella  città  a' Fioren- 
tini, e  di  aggiugnerla  a  Pisa  )  che  sborsati  i  danari,  e  non 
avendo  avuto  riguardo  di  farsi  prima  consegnare  gli  statichi, 
perdcrono  la  moneta.  Al  qual  danno  s' aggiunse  prestamente 
lo  sdegno  de' Fiorentini;  i  quali  veggendo  che  i  Pisani  non 

'  Questa  giunta,  che  pur  contiene  una  notizia  importante  a  cono- 
scere, noa  poteva  essere  qui  peggio  inserita. 


216  dell'  isTORre  fiorentine 

coutenti  d'  esser  usciti  dal  giogo  d' una  perpetua  tirannia,  a 
cui  erano  stali  soggelti  presso  a  venti  anni,  ora  sotto  gl'im- 
pcradori  e  ora  sotto  Uguccione  e  Castruccio,  volgevano  l' ani- 
mo orgoglioso  a  ripigliare  1'  antica  grandezza,  incontanente 
scrlssono  al  conte  Beltramo,  il  quale  era  a  S.  Miniato,  che 
con  quella  maggior  cavalleria  e  gente  a  pie  che  potesse,  si 
studiasse  d'entrare  nel  contado  di  Pisa,  facendovi  quelli 
maggior  danni  e  rovine  che  fosse  possibile.  Il  conte  non 
perdendo  tempo  corse  infino  al  Borgo  di  S.  Marco  di  Pisa, 
e  non  trovanrlo  contrasto  alcuno  penetrò  infino  all'antiporto 
della  città,  ardendo  e  guastando  tutto  il  paese  con  non  mag- 
gior pietà  che  avea  Castruccio  gli  anni  addietro  fatto  nel 
contado  di  Firenze.  Nò  i  soldati  furono  punto  pigri  a  me- 
narne prede  grandissime  di  prigioni,  di  bestie,  e  d'arnesi. 
Poi  voltisi  per  Valdera  occuparono  per  ba' taglia  il  castello 
di  Praliglione,  e  quello  di  Camporena;  il  qualf  subilo  fc- 
ciono  disfare  con  sommo  spavento  de'popoli.  «  Mentre  che 
«  di  fuori  si  travagliavano  con  l'armi  i  Pisani,  il  gonfalo- 
«  niere  Siminetti  co' priori  facendo  reQessione  sopra  lo  stato 
«  della  Repubblica,  e  dalle  stranezze  passale  conoscendo 
«  maggiormente  quanto  si  dovesse  stimare  la  libertà,  la  quale 
«  come  dono  celeste  lasciava  a  ciascuno  il  poter  dire  e  fare, 
<(  perchè  dovendola  come  cosa  preziosa  conservare  prov- 
«  videro  a' 27  di  luglio,  che  la  città  di  Firenze,  suo  contado 
«  e  dominio,  non  si  potesse  più  sottoporre  a  persona  tanto 
«  ecclesiastica  che  secolare,  ancora  che  per  minimo  tempo, 
«  né  sotto  qualsivoglia  colore,  nò  pur  di  protettore  ;  raetten- 
«  do  oltre  alla  pena  pecuniaria,  privazione  di  uGci,  di  cari- 
ce che,  di  onori,  e  bando  della  città ,  con  poter  esser  offesi 
«  da  chi  si  fosse,  a  chiunque  de' podestà ,  capitani,  consi- 
«  glieri,  priori  e  gonfaloniere,  che  in  qualsivoglia  tempo 
«  trattasse  di  dar  balia  per  derogare  a  questa  provvisione: 
«  non  s'  accorgendo  il  Siminetti  e  i  priori  che  la  libertà  era 
«  retta  da  buoni  ordini  e  governo,  e  non  dalle  parzialità,  e 
«  dall'  incorrere  il  pubblico  in  necessità ,  nella  quale  ridu- 
ci cendosi,  non  è  legge  ne  provvisione  che  tenga,  facendosi 
«  per  essa  lecito  quello  che  non  si  vorrebbe,  come  si  vedrà 
^(  fra  non  molli  anni  che  si  ridusse  Firenze  ».  Veggendosi  i 
Pisani  molto  strolli  da' Fiorentini,  e  temendo  del  Bavero,  da 


MRRO   SETTIMO.  217 

cui  s'eran  ribollali,  e  trovandosi  mollo  strelli  di  moneta,  «  sì 
«  per  quella  the  avca  in  tante  volte  tolta  loro  l' ingordo  im- 
«  peradore,  e  sì  per  gli  ultimi  danari  pagati  alla  compagnia, 
«  mandarono  ambasciadori  a  Firenze,  dov'era  podestà  Fran- 
«  Cesco  della  Serra  d'Agubbio,  cercando  la  pace;  la  quale 
«  fu  fermata  e  conchiusa  a' 12  d'agosto  nella  chiesa  della 
n  pieve  di  Montopoli,  dove  intervennero  sindaci  della  Re- 
«  pubblica  Simone  della  Tosa  cavaliere,  Forese  da  Rabatta 
«  dottor  di  leggi,  Donato  dell' Aniella,  e  Taldo  Valori.  Vi  fu- 
«  rono  ancora  i  sindaci  di  Pistoja,  di  Volterra,  di  Massa  di 
«  Maremma,  di  Prato,  di  Sangiraignano ,  di  Colle,  de' conti 
«  di  Collcgalli,  di  Saiiminialo,  di  Fucecchio,  di  S.  Croce,  e 
f<  di  Castelfranco  tutti  da  una.  E  Lemrao  de' Gualandi  cava- 
«  liere,  Albizo  da  Vico  dottor  di  leggi  ,  e  Jacopo  de'  Talci 
«  e  Bono  de'  Branchi  amendue  notai  sindaci  de'  Pisani  dal- 
«  r  altra  I  palli  più  principali  furono.  Che  i  Pisani  tra  quat- 
«  Irò  mesi  mandassero  ambasciadori  a  papa  Giovanni  per 
«  chiederli  misericordia,  e  che  gli  ritornasse  in  grazia  co- 
«  me  erano  avanti  l'arrivo  del  Bavero  in  Lombardia  e  in  To- 
-<  scana.  Che  per  loro  non  resterebbe  d'  essere  in  pace  col 
«  re  Ruberto  ;  che  non  s'  intrometterebbero  nelle  cose  di 
«  Lucca  e  suoi  castelli,  eccettuato  Rotaio  e  Montecalvoli ,  i 
"  quali  erano  loro  avanti  la  venuta  del  Bavero,  come  eccet- 
«  tuavano  Sanrezano  diocesi  di  Lucca;  con  la  qual  città ,  e 
<i  con  chi  la  tenesse,  non  farebbono  accordo  senza  licenza 
«  de' Fiorentini ,  in  mano  de' quali  procurerebbero  che  ne 
«  venisse  il  governo,  con  obbligarsi  la  Repubblica  in  tal  caso 
«  di  farla  stare  in  pace  co'  Pisani,  e  di  rovinare  la  torre  fab- 
«  bricata  da  Castruccio  sopra  Montepisano.  Vollero  pari- 
«  mente  i  Pisani  esser  amici  o  nimici  de'  Tedeschi,  i  quali 
«  erano  in  quella  città  conforme  che  fossero  i  Fiorentini. 
«  Promessero  di  non  ricever  più  il  Bavero  né  sue  genti  ve- 
«  nendo  conlra  la  volontà  di  santa  Chiesa  ;  nel  qual  caso  i 
«  Fiorentini  s'obbligarono  d'esser  in  loro  aiuto  con  gente 
«  e  danaro  contra  chi  per  tal  conto  gli  volesse  offendere. 
'(  Che  la  città  di  Pisa  non  si  sottoporrebbe  più  ad  alcuno, 
'(  a  che  s'  obbligò  ancor  Firenze,  la  quale  dovea  restituire 
«  a' Pisani  il  castello  di  Ponliglione.  Che  fossero  rilasciati 
<i  dall'una  parie  e  l'altra  i  prigioni  e  gli  ostaggi,  e  liberali 


i*18  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

«  i  banditi  per  cagione  di  guerra.  Che  il  commercio  fusse 
«  libero  fra  lutti,  per  il  che  furono  fatti  molti  patti,  con  po- 
a  ter  tenere  i  Pisani  in  Firenze,  e  i  Fiorentini  in  Pisa ,  un 
«  sindaco  per  difesa  de'lor  mercanti;  che  fossero  restituiti 
a  i  beni  dall'  una  parte  e  dall'  altra  presi  fin  dalla  venuta  del 
«  Bavero.  Vollero  ancora  i  Fiorentini  che  i  Pisani  liberas- 
«  sero  da' bandi  gli  eredi  del  giudice  di  Gallura,  del  conte 
«  Ugolino ,  del  conte  Anselmo ,  e  i  conti  di  Biserno  e  di 
«  Monlecuccolo ,  e  quei  del  comune  di  Monlopoli  con  gli 
«  Upezzinghi  che  stavano  in  Montopoli  e  in  Forcoli.  E  che 
«  in  questa  pace  fossero  inclusi  i  Pannoccbieschi  co'  loro  fe- 
«  deli  '  ».  Sarebbono  in  questo  modo  state  molto  quiete  le 
cose  di  Toscana,  le  quali  parca  che  avessero  oggimai  ri- 
preso la  lor  prima  forma,  se  non  fosse  tuttavia  durato  l' in- 
canto di  Lucca,  e  se  da  che  Marco  Visconti  era  in  Fi- 
renze non  si  fosse  ribellato  il  castello  di  Montecatini,  nono- 
stante la  pace  fatta  con  la  lega  di  Valdinicvole  ;  la  qual 
ribellione  non  potendo  i  Fiorentini ,  per  trovarsi  d'  ogni 
guerra  sbrigati,  patire,  mandarono  Amerigo  Donati  con  gran 
numero  di  fanti,  e  con  buona  parte  delle  masnade  a  cavallo 
il  Lambertini  capitano  del  popolo  a  gasligar  i  ribelli.  Il  qual 
arso  il  borgo  del  castello,  e  presi  certi  principali  di  Monte- 
vettolino,  che  andavano  a  pigliar  accordo  co'  nimici ,  s' im- 
padronì di  Moiitevettolino  ;  e  dopo  alcune  altre  scorrerie 
s'accampò  finalmente  con  1'  esercito  sopra  Montecatini. 

Stando  le  cose  in  questo  termine  prese  in  Firenze  il 
gonfaloncrato  Bartolo  Benci  la  seconda  volta  ;  nel  tempo  del 
quale  non  ostanti  tante  repulse,  di  nuovo  la  compagnia  del 
Ccrruglio  incominciò  a  praticar  la  vendita  di  Lucca  co'  Fio- 
rentini :  la  qual  vendita  dispiacendo  ad  alcuni  cittadini  di 
grand'  animo  e  ricchezze,  che  prevalesse  tanto  l' invìdia  e 
malignità  in  alcuni,  che  ella  non  andasse  innanzi,    si  proffe- 

I  II  veccliio  Ammirato  dice  solamente  :  mandarono  amhasciadori 
(i  Firenze  cercando  la  pace,  ohhlìgandosi  a  ossen,'ar  tutti  i  patti  e 
franchigie  ^  che  negli  accordi  delle  paci  altre  volte  fatte  si  contene- 
vano^ e  di  aver  il  Bavero  e  tutti  gli  altri  amici  e  nemici  del  popolo 
fiorentino  comuni.  La  qual  pace  ^fu  Jermata^  e  conchiusa  in  Monto- 
poli^  ove  per  questo  rispetto  erano  convenuti  con  quegli  de'' Pisani  e 
sindachi  del  comune  di  Firem.e  il  dodic:si<nc  ^i  •no  di  agosto. 


I 


LIBRO   SETTIMO.  219 

rirono  di  sborsar  eglino  la  rconeta  in  nome  della  Repubblica, 
e  di  comprar  Lucca ,  pure  che  fossero  a  tempo  rimborsati 
de' loro  danari.  Ma  opponendosi  ogni  giorno  coloro  che  po- 
leano  più  a  questa  pratica,  non  solo  con  le  parole ,  ma  con 
le  prigioni,  come  se  ragionar  di  così  fatta  materia  facesse 
contra  lo  stato,  i  Tedeschi  vcggendosi  esclusi  del  tutto,  si 
accordarono  con  Gherardino  Spinola  gentiluomo  genovese  , 
e  per  prezzo  di  trentamila  fiorini  d'  oro  gli  consegnarono  il 
possesso  della  città  di  Lucca  il  secondo  di  di  settembre,  ri- 
manendo molti  di  loro  a'  suoi  soldi.  «  Avendo  quei  di  S.  Mi- 
«  niato  riordinato  il  governo  della  lor  terra  conforme  alla 
'(  volontà  de'  Fiorentini  a'  quali  erano  ricorsi,  la  signoria  per 
«  aiutarli  a  mantenerlo,  non  solo  volle  che  fosse  porto  loro 
«  ogni  aiuto  ad  ogni  cenno  di  quei  quattordici  governatori. 
«  ma  che  fosse  lor  lecito  di  far  pigliare  ogni  bandito  di  S. 
«  Miniato  fino  a  un  miglio  dentro  il  dominio  della  Repub- 
«  blica,  la  quale  oltre  all'  aver  fatto  sci  ufiziali  per  provve- 
«  dere  alla  mancanza  del  grano  e  biade  per  la  gran  carestia 
«  che  n'  era  nella  città  e  dominio,  volle  ancora  che  le  lirao- 
«  sine  solite  darsi  de'  danari  del  comune  per  le  mani  del- 
«  r  abate  di  Settimo,  del  proposto  de'  frati  Umiliati  e  dei 
«  capitani  della  compagnia  d' Orsanmichele  a' luoghi  pii.  fos- 
«  sero  divise  per  metà  a'  poveri  secolari  aggravati  di  fi- 
«  gliuoli.  »  Dispiacque  tanto  a'  Fiorentini  la  compra  fatta 
dallo  Spinola  di  Lucca,  che  essendo  ricerchi  da  lui  di  pace 
0  di  tregua,  ne  1'  una  ne  1'  altra  vollono  concedere  ;  anzi  per 
opera  d'un  certo  Cinello  da  Collodi  gli  fecero  ne'  primi  gior- 
ni d' ottobre  ribellar  quel  castello  assai  presso  di  Lucca,  con 
animo  di  non  lasciarli  godere  in  pace  la  signoria  di  quella 
città ,  che  da  loro,  o  con  sciocca  prudenza,  come  fu  ancora 
creduto,  o  senza  dubbio  con  nota  di  troppo  scellerata  invi- 
dia era  stata  rifiutata;  nel  qual  modo  si  diede  principio  alla 
guerra  lucchese,  notabile  per  la  lunghezza  del  tempo  che 
durò,  per  la  grandezza  del  dispendio  che  vi  si  fece,  e  per 
la  varietà  de'  successi  che  in  essa  seguirono.  Ma  Gherar- 
dino venuto  con  le  sue  genti  a  Collodi,  con  gran  biasimo 
de' Fiorentini  il  costrinse  ad  arrendersi,  in  tempo  che  di  cin- 
que di  prima  avea  preso  il  gonfalonerato  Niccolò  Rinucci. 
Medicarono  questa  vergogna  i  Fiorentini  con  1'  aiuto  oppor- 


220  dell'istorie  fiorentine 

tunamente  prestato  al  legato  di  Bologna  ,  a  cui  trovandosi 
per  congiure  civili  in  pericolo  di  perder  la  città  che  gover- 
nava in  nome  di  santa  Chiesa,  mandarono  sotto  l' insegna  di 
Giovanni  della  Tosa  cavaliere  trecento  uomini  a  cavallo  e 
quattrocento  balestrieri,  molto  buona  gente,  la  quale  assicurò 
in  guisa  r  animo  del  legato,  che  mozza  la  testa  a  molti  dei 
congiurati,  ritenne  in  mano  il  freno  della  città  vigorosamente. 
Ebbono  ancora  i  Fiorentini  in  questi  tempi,  «  essendo  dal 
«  primo  di  novembre  capitano  del  popolo  della  città  Mellia- 
«  duso  d'  Ascoli  »  il  castello  di  Serravalle  conceduto  loro 
per  tre  anni  liberamente  da'  Pistojesi  per  opera  delle  quat- 
tro famiglie  ghibelline  di  sopra  nominate,  che  fu  alla  Repub- 
blica di  grande  sodJisfazione  ;  perciocché  entrandosi  per  que- 
sto luogo  non  solo  in  Pistoia  ma  in  Valdinievole  e  nel 
contado  di  Lucca,  parca  a'  Fiorentini  non  solo  essersi  assi- 
curati di  Pistoja,  ma  aver  avuto  una  gran  comodità,  e  di  di- 
fender le  loro  frontiere  ,  e  di  poter  vivamente  guerreggiar 
i  Lucchesi  e  Montecatini,  che  era  quanto  in  quei  tempi  si 
ricercava.  «  Vi  fu  però  mandato  per  guardia  del  castello  Ta- 
«  lento  de'  Buccelli  cavaliere,  per  la  fortezza  Nuccio  degli 
«  Ammirati,  e  per  una  torre  che  v'  era  forte  Matteo  Rinal- 
«  di  »).  Per  la  qual  cosa  avendo  a'  15  di  dicembre  preso  il 
gonfalonerato  Lapo  di  maestro  Rinuccio  medico  detto  di  Ser- 
guidolotto,  e  giudicando  convenirsi  a  uomo  versato  negli 
studi  della  filosofia  d'  aver  cura  delle  cose  militari,  e  di  pro- 
curar r  onore  della  patria  sua,  si  pose  con  gran  fervore  a 
sollecitare  che  si  attendesse  a  stringer  l' assedio  di  Monte- 
catini con  maggior  forze  che  da  prima  non  s' era  fatto  ;  la 
qual  cosa  riscaldò  anche  maggiormente  1'  avere  udito,  che 
Gherardino  Spinola,  da  cui  era  sovvenuto  Montecatini,  era 
in  quc'  giorni  stato  in  non  piccolo  pericolo  di  perdere  la 
signoria  di  Lucca,  per  aver  i  figliuoli  di  Castruccio,  per  molte 
ore  corso  la  terra,  e  fatto  un  grande  sforzo  per  cacciarne 
lo  Spinola;  benché  fosse  seguito  poi  tutto  il  contrario.  Così 
entrò  l'anno  1330,  «  nel  principio  del  quale  venne  in  Fi- 
«  renze  podestà  Cortesia  conte  di  Casalalto  di  quel  di  Bre- 
«  scia,  e  volendo  i  padri  far  rappacificare  le  famiglie  de' Rossi 
«  e  de'  Bardi,  le  quali  per  esser  numerose  d'  uomini  ed  es- 
«  servenc  di  valore,  come  per  il  seguito  che  aveano,  era  di 


LIBRO  SETTIMO  221 

«  non  piccola  conseguenza  alla  quiete  della  città,  ne  dettero 
«  la  balia  al  vescovo  Francesco,  a  Giovanni  dello  Scelto,  e 
«  a  Jacopo  Adimari.  « 

Di  fuori  non  s"  attendea  ad  altro  che  a  stringer  Monte- 
catini ;  nella  qual  cura  entrò  il  nuovo  gonfaloniere  Duccio 
Mancini  la  «econda  volta,  ventollo  anni  dopo  che  avea  eser- 
citalo il  primo  gonfalonerato.  Ma  egli  non  avea  appena  preso 
il  magistrato,  che  le  genti  che  erano  nel  campo  ebbono  a 
patire  alcun  danno,  mentre  desiderosi  di  vincer  la  terra  si 
posono  ad  una  diffidi  impresa,  tentando  di  notte  con  scale 
e  con  altri  istrumenti  d'  entrar\-r  dentro  o  per  forza  o  di 
furto.  Né  era  mancata  la  fortuna  all'  audacia  ;  imperocché 
scalate  le  mura,  e  entrali  parte  di  loro  nella  terra  animosa- 
mente, fur  vicini  a  riportare  glorioso  frutto  del  loro  ardi- 
mento, se  i  terrazzani  imitando  la  medesima  virtìi  non  aves- 
sero fatta  gagliarda  resistenza,  e  in  poco  d'ora  ammazzati  o 
fatti  prigioni  gli  assalitori.  Ma  non  per  questo  si  partirono 
eglino  dall'  impresa;  anzi  udita  la  novella  di  questo  successo 
in  Firenze,  vi  si  mandò  gente  di  nuovo  ,  non  dubitando 
d'  averne  alfine  a  riportar  la  vittoria.  E  Ira  tanto  i  padri  ri- 
cordevoli dell'ingiuria  ricevuta  dalle  lor  donne,  quando  con 
importune  domande  mossone  il  duca  di  Calabria  a  render 
loro  certi  ornamenti  vietati  dalla  Repubblica,  e  stimando  per 
opera  degna  di  buoni  legislatori  di  raffrenare  l' immoderale 
spese  che  intorno  simil  vanità  si  faceano,  fermarono  in  mez- 
zo dell'  ardor  della  guerra  una  legge,  che  ninna  donna  po- 
tesse portar  corona  d'  oro,  ne  di  qualsivoglia  altro  metallo 
0  lavoro  in  testa;  ne  usasse  vesti  ricamate  o  intagliate,  ne 
perle  o  pietra  preziosa  alcuna  fuor  che  due  anelli  in  dito; 
nò  portasse  scheggiale,  né  cintura  di  più  di  dodici  spranghe 
d'  argento-  Vollono  poi  per  non  inasprire  fuor  di  modo  la 
donnesca  morbidezza,  che  così  s'intendesse  vietato  delle 
pompe  de'  maschi,  permettendo  solamente  alcune  cose  a'  ca- 
valieri e  alle  lor  donne  per  la  dignità  del  lor  grado.  Passa- 
rono poi  a  ristringere  i  disordini  e  l'ambizioni  della  gola, 
comandando  che  niuno  convito  si  potesse  fare  di  più  di  ire 
vivande,  né  che  a  nozze  venissero  più  di  venti  taglieri,  né 
la  sposa  menasse  più  di  sei  donne,  né  che  a  corte  di  cava- 
lieri novelli  si  vestisse  per  donar  robe  a'  buffoni.  Permisero 


222  dell'istorie  fiorentine 

bene  a' corredi  di  cavalieri  novelli  il  numero  di  conio  ta- 
glieri ;  air  osservanza  delle  quali  leggi  proposoiio  per  mag- 
gior rigore  uficiali  forestieri.  Per  simil  modo  fiiron  ricorretle 
tulle  le  corti  con  ordini  lali,  che  molle  ciltà  d' Italia  segui- 
tarono poi  r  esempio  di  Firenze,  la  quale  in  assettar  siffatte 
cose  itapiegò  quasi  lutto  il  magistrato  di  Duccio  Mancini,  a 
cui  succedolte  Francesco  Baldovinelli  ;  nel  tempo  del  quale 
avea  Amerigo  Donati  in  guisa  stretto  1'  assedio  di  Monteca- 
lici,  tirando  steccali  e  fossi  per  non  esser  impedito  da'  ni- 
mici,  che  gli  storici  di  que' tempi  ardiscono  preporre  quel- 
r  opera  alle  fatiche  romane,  perciocché  egli  avea  fatto  fare 
grandissime  tagliale  inverso  la  parte  di  Lucca,  e  in  quelle 
avea  volto  il  fiume  della  Poscia  e  della  Gora:  da  pie  di  Ser- 
ravalle  infino  a  Biiggiano  avea  tirato  altre  grandissime  fosse, 
e  messovi  il  fiume  della  Nievole  e  della  Borra.  Oltre  i  fossi 
già  ripioni  d'  acqua  avea  fallo  per  tutto  alle  sponde  di  dette 
fosse,  Irinceo,  e  bertesche  mollo  forti,  e  di  mano  in  mano 
tra  il  piano  e  i  poggi  tante  castellette  e  battifolli  con  guar- 
die che  passavano  il  numero  di  venti;  tenendo  continuamente 
molte  bande  di  soldati  per  tutto,  tanto  che  occupavano  delle 
opere  lo  spazio  di  quattordici  miglia.  Per  la  qual  cosa  non 
sperando  lo  Spinola  che  per  stanchezza  i  Fiorentini  s'aves- 
sero a  rimuovere  dall'assedio,  essendogli  venuto  in  aiuto  di 
Lombardia  il  marchese  Spinetta  con  gente  d'  arme,  uscì  col 
marchese  e  con  1'  altre  sue  genti  per  tentar  di  dar  nuovo  soc- 
corso agli  assediati.  Ma  prima  die  sopra  la  rocca  Vezanese, 
nella  quale  i  Fiorentini  teneano  cinquanta  fanti  sotto  la  guar- 
dia di  due  gentiluomini  degli  Obizi  fuorusciti  di  Lucca,  e 
la  prese  ;  col  qual  principio  ne  veniva  mollo  vigoroso  verso 
il  campo;  ma  trovalo  i  ripari  gagliardi,  non  potè  pure  per 
lungo  spazio  appressarsi  al  castello.  Cotale  impresa  benché 
avesse  tentato  due  volte,  1'  una  veiso  il  fine  d'  aprile  e  1'  al- 
tra a'  primi  giorni  di  maggio,  si  pose  poscia  a  tentare  di 
nuovo  con  maggiore  sforzo  a'  tredici  giorni  di  giugno,  es- 
sendo egli  e  i  Fiorentini  in  un  medesimo  tempo  per  diversi 
accidenti  mollo  innanimili  in  favor  delle  parli.  Lo  Spinola  per 
una  rolla  che  aveano  gli  ecclesiastici  ricevuta  a  Modena  di 
seicento  cavalieri,  tra' quali  era  stato  fatto  prigione  il  conte 
Beltramo  del  Balzo,  mandato  d'alcuni  giorni  innanzi  dal  re 


LIBRO    SETTIMO  223 

Ruberto  suo  signore  ia  Lombardia  in  servigio  del  papa  ;  e 
i  Fiorcnlini  perchè  in  un  bisogno  che  il  pontefice  avea  avu- 
to in  Avignone  di  gente ,  per  proibire  al  conte  di  Annido 
suocero  del  Bavero  che  non  venisse  a  trovarlo,  eran  compa- 
rili con  molto  ardire  e  prontezza  a  difesa  della  Santità  sua. 
Essendo  dunque  allo  Spinola  sopraggiunli  quattrocentocin- 
quanta cavalieri  tedeschi  di  Lombardia,  e  tra  questi  e  quelli 
del  marchese  Spinetta  e  suoi,  e  alcuni  avutine  segretamente 
da' Pisani,  trovandosi  aver  messo  insieme  un  numero  di  mii- 
ledugento  cavalieri  e  popolo  innumerabile,  ne  venne  da  capo 
a  soccorrer  Montecatini.  I  Fiorentini  aveano  eletto  di  pochi 
(lì  innanzi  per  capitano  di  questa  impresa  Alamanno  degli 
Obizi  fuoruscilo  di  Lucca,  e  gli  aveano  aggiunto  per  compa- 
gni non  solo  Amerigo  Donati,  il  quale  era  slato  il  primo  a 
porre  Y  assedio,  ma  cinque  altri  cavalieri  fiorentini  tutti  uo- 
mini pratichi  nella  guerra,  e  i  quali  aveano  nel  campo  ca- 
rico di  fanti  0  di  gente  a  cavallo.  Costoro  erano  Biagio  Tor- 
naquinci,  Giannozzo  Cavalcanti,  Francesco  de'  Pazzi,  Gerozzo 
de' Bardi  e  Talentino  Bucelli.  Tulli  insieme  consultarono,  che 
lasciato  fornito  di  guardie  il  procinto  alla  pieve  sotto  Mon- 
lecalini,  con  la  maggior  parte  dell'  esercito  si  facessero  ir>- 
contra  allo  Spinola,  ma  di  modo  che  non  potessero  esser 
tirati  per  forza  a  combattere;  perciocché  essendo  il  lor  fine 
d'aver  Montecatini,  ed  essendo  a  ciò  vicini  molto,  per  esser 
que' di  dentro  ridotti  all'estremo  (oltre  che  tali  ordini  avea- 
no ogni  giorno  dalla  signoria  e  da  Falconiere  Baldesi  nuovo 
gonfaloniere)  era  cosa  temeraria  tentar  i  fortunosi  casi  della 
battaglia-  Stettero  anche  duri  al  combattere  per  un  disordi- 
ne seguito  tra'niraici,  da  che  speravano  che  s'avessero  da  se 
stessi  a  disciorre  senza  metter  mano  all'  armi  ;  conciossiachè 
per  una  briga  nata  tra  Gherardino  Spinola  e  Francesco  Ca- 
stracani, lo  Spinola  era  stato  ferito,  il  Castracani  fuggito  a 
Buggiano  con  alcuni  suoi  seguaci  era  stato  preso,  e  mandali 
prigioni  a  Lucca  n'  erano  alcuni  di  loro  stali  giustiziati.  Po- 
sonsi  per  questo  i  Fiorentini  in  sul  Bruscietto,  quasi  all'in- 
contro de'  nimici,  avendo  per  mezzo  un  larghissimo  fosso, 
il  quale  s'  avea  a  passare  da  chiunque  volea  combattere  col 
nimico  per  forza.  Gherardino,  a  cui  importava  soccorrer  il 
castello,  sapendo  non  poter  lungo  tempo  regger  a  petto  con 


224  dell'istorie  fiorentine 

le  forze  de' Fiorentini,  li  richiese  prima  di  battaglia,  la  quale 
essendo  da  essi  ricusala,  si  pose  poi  a  combattere  il  fosso, 
e  ogni  cosa  riuscì  vana  ;  perchè  pensò  di  tenere  altra  via,  o 
questa  fu  d' assaltare  le  genti  che  erano  alla  pieve  ,  senza 
che  i  nimici  se  ne  potessero  accorgere.  A  che,  perchè  meno 
s'avesse  riguardo,  comandò  che  il  campo  si  mettesse  in  or- 
dinanza, come  se  volesse  dare  alcun  nuovo  assalto  la  matti- 
na per  tempo.  E  intanto  avea  commesso  la  cura  a  Gobole 
capitano  tedesco,  inlendenle  dell'  arte  della  guerra,  di  quel 
che  s'  avesse  a  fare.  Egli  preso  con  se  qualtrocencinquanta 
cavalieri  e  cinquecento  pedoni  eletti,  avendo  in  sua  compa- 
gnia Burazzo  de'  conti  de'  Gangalandi  e  altri  fuoruscili  fio- 
rentini, e  Luzimborgo  fratello  di  Gherardino,  la  notte  s'  era 
tacitamente  mosso  dal  campo,  e  pervenuto  senza  esser  sen- 
tita da  alcuno  la  mossa  sua  presso  a  Serravalle  dirimpetto 
ad  un  luogo  detta  la  magione,  ove  i  Fiorentini  non  aveano 
molto  grossa  guardia,  quella  ruppe  con  poca  fatica.  Indi  pas- 
salo per  forza  il  ponte  alla  Gora  sopra  alla  Nievole,  se  ne 
venne  prestamente  alla  pieve,  ove  con  grandissima  furia  as- 
salì la  guarnigione  de' Fiorentini;  nella  quale  erano  molti 
fanti,  ma  non  più  che  cento  cavalieri.  Costoro  non  potendo 
sostenere  r  impeto  de' nimici  furon  rolli,  e  oltre  i  morti,  me- 
natine molli  di  loro  prigioni  in  Montecatini ,  tra'  quali  due 
di  maggior  conto  furono  Iacopo  de'  Medici  cavaliere,  e  Te- 
daldo di  Castilio  conncstabile  franzese.  Gherardino  avendo 
avuto  novelle  di  quel  che  era  seguito,  credette  aver  vinto  la 
pugna,  e  subitamente  con  tutto  il  reslo  delle  genti  s'  avviò 
per  quella  via,  onde  Gobole  era  entrato.  Ma  i  Fiorentini 
mandandovi  un  soccorso  di  cinquecento  cavalieri  e  di  molli 
pedoni,  ritennero  i  nimici  non  solamente  che  non  ne  pas- 
sassero più  verso  quella  parte,  ma  impedirono  a  coloro  che 
eran  passati  il  tornar  indietro.  Onde  essi  si  raccolsono  in 
sul  poggio  del  castello,  e  da  quella  parte  assalla^a^o  i  ripari 
de' Fiorentini,  facendo  il  simile  Gherardino  dal  lato  di  fuori. 
Udito  il  successo  di  queste  cose  a  Firenze,  tra  per  la 
colpa  che  imputavano  all'  Obizi  lor  capitano,  e  perchè  egli 
0  per  le  fatiche  del  corpo,  o  per  il  travaglio  dell'  animo  s'era 
ammalato,  «  gli  sostituirono  Currado  de'  Trinci  da  Fuligno 
«  lor  podestà  »■  A  cui  aggiunsono  tante  genti,  che  otto  gior- 


LIBBO   SETTIMO  225 

ni  dopo  che  fu  arrivato  nel  campo ,  vcggcndosi  Gherardino 
a  pericolo  d'esser  rotto,  abbandonata  l'impresa,  si  ritrasse 
con  poco  suo  onore  a  Pescia  e  a  Vivinaia,  e  quindi  a  Lucca, 
perduta  affatto  ogni  speranza  d'  aver  più  a  soccorrer  Monte- 
catini. I  Fiorentini  liberati  da  cotesto  impaccio,  si  volsono 
con  ogni  studio  a  stringer  l'assedio:  e  considerando  che  se 
toglievano  certe  fontane  che  eran  fuor  della  terra,  nelle  quali 
beveano  non  solo  i  cavalli  ma  gli  uomini,  avrebbono  pri- 
vati gli  assediali  d'  un  gran  ristoro,  feciono  un  battifolle  pres- 
so al  castello  ad  un  luogo  detto  le  Quaranfole,  per  lo  quale 
in  pochi  dì  s'impadronirono  dell'acqua.  Perchè  veggendosi 
quei  di  dentro  a  duro  parlilo,  patteggiarono  di  render  il  ca- 
stello liberamente  al  comune  di  Firenze  ,  purché  ciascuno 
fosse  lascialo  andar  salvo  con  l'arme  e  cavalli.  Il  che  fulcro 
prontamente  acconsentito,  essendo  gli  assalitori  non  meno 
degli  assaliti  stanchi  dalle  fatiche  di  cosi  lungo  assedio.  En- 
trossi  a  Montecatini  con  somma  allegrezza  il  diciannovesimo 
giorno  di  luglio,  ove  non  fu  trovata  vettovaglia  piìi  che  per 
tre  giorni  solamente.  Grandi  dispule  furono  in  Firenze  se 
Montecatini  fosse  da  disfare  o  da  lasciarsi  in  piede,  paren- 
do a  molli,  che  quando  non  per  altro,  si  dovesse  spegnere 
in  vendetla  della  rotta  ricevuta  in  quel  luogo  l'anno  1315, 
oltre  lo  sgravar  la  ciltà  d'una  grande  spesa  che  sarebbe  bi- 
sognata in  guardarlo.  Ma  prevalse  1'  opinione  in  contrario , 
vincendo  la  memoria  d'un  antico  beneficio  la  fresca  cala- 
mità succeduta  senza  colpa  degli  abitatori  di  quel  luogo  ; 
perciocché  e' fu  chi  ricordò,  quando  settanta  anni  addietro  1 
Guelfi  cacciali  di  Firenze  e  ricoverali  a  Lucca  furono  po- 
scia mandati  via  da' Lucchesi,  niuno  altro  castello  in  Tosca- 
na avergli  voluto  ricevere  fuor  che  3Ionlecatini ,  e  quindi 
esserne  derivata  la  sua  calamità  ;  conciossiacosaché  essendo 
egli  luogo  libero,  i  Lucchesi  poi  non  ma',  si  posarono  fin- 
che non  r  ebbono  ridotto  nella  lor  soggezione.  E  coloro  che 
favorivano  questa  impresa,  mostrarono  ancora,  che  stando  in 
piede  la  guerra  tra  i  Fiorentini  e  i  Lucchesi,  era  cosa  in- 
conveniente privarsi  d'una  fortezza  posta  nelle  viscere  di 
Lucca;  e  per  questo  opporlunissima  a  tenerli  continuamente 
infestali.  Onde  lasciale  addietro  così  fatte  questioni,  si  at- 
tese a  riceverli  in  luogo  di  sudditi,  «  mandando  Bartolom- 
AiiM.  VoL.  IL  15 


226  dell'istorie  fiorentine 

«  meo  da  Castelfiorenlino  giureperilo  e  Cenni  Rucellai  che 
«  desser  loro  il  giuramento  della  fedeltà  e  facesser  l' altre  ce- 
«  rimonie  e  scritture  necessarie  in  simil  atto  »  ;  obbligandosi 
fra  l'altre  cose  i  terrazzani  per  la  festa  di  S.  Giovanni  a 
mandar  ogn'  anno  in  Firenze  un  ricco  cero  con  la  figura  di 
detto  castello  al  tempio  del  lor  protettore  ;  la  qual  usanza 
dura  infino  a' presenti  giorni.  Stabilite  in  questo  modo  le 
cose  di  Montecatini  fu  in  Firenze,  ove  avea  preso  il  som- 
mo magistrato  Cenni  Ghetti  (  tenuti  da'  Martelli  per  lor 
consorti),  alcuna  speranza  di  far  ribellar  Lucca  allo  Spinola 
per  un  trattato  che  menava  un  cavaliere  de'  Quartigiani  detto 
Paolo,  il  quale  co'  Poginghi  e  Avogadi,  famiglie  similmente 
Lucchesi,  tenendosi  mal  soddisfatti  di  Gherardino  procurava- 
no di  dar  la  terra  a' Fiorentini.  Ma  scoperlo  il  trattato,  e 
mozzo  la  testa  a  Paolo  e  a  un  suo  nipote  insieme  con  al- 
cuni altri  ,  quello  che  i  Fiorentini  aveano  tentato  di  fare 
contra  di  lui,  fece  egli  contra  di  loro  ,  avendo  con  le  me- 
desime arti  tolto  loro  il  castello  di  Buggiano  ;  onde  li  fu 
mandato  prigione  infino  a  Lucca  Teglia  Buondelmonti  che 
v'  era  podestà  per  la  repubblica.  Mandò  poi  Gherardino  lo 
sue  masnade  a  cavallo  per  cacciar  de'  borghi  le  guernigioni 
de' Fiorentini,  ma  furono  non  senza  lor  gran  danno  ripinte 
fin  dentro  il  castello.  La  Repubblica  pur  da  se  slessa  molto 
disposta  a  far  la  guerra  di  Lucca,  vi  fu  anche  spinta  ardra- 
temente  da  questa  occasione,  vcggendo  che  lo  Spinola  avea 
animo  di  cozzar  con  esso  lei;  poiché  oltre  aver  con  tutte 
le  sue  forze  differita  per  tanti  mesi  la  presa  di  Montecatini, 
ora  avea  messo  le  mani  a  Buggiano ,  e  s' intendea  che  egli 
era  usato  di  dire,  che  era  per  secondare  i  fatti  del  grande 
Castruccio,  e  che  poiché  i  Fiorentini  aveano  ricusato  l'ami- 
cizia sua,  sperava  d'averneli  a  far  pentire.  Per  questo  pre- 
sero per  consiglio,  lasciala  la  contesa  delle  castella,  di  tra- 
sportar la  guerra  alle  mura  di  Lucca,  la  quale  stimavano  fa- 
cilissima ,  perciocché  non  appariva  chi  fosse  per  dar  ajuto 
allo  Spinola  ,  ed  egli  da  sé  stesso  non  facea  dubbio  che 
non  fosse  per  poter  resistere  a  cos'i  falli  nimicì.  I  Pisani 
non  solo  continuavano,  per  quel  che  di  fuori  appariva,  nel- 
r  incominciata  pace,  ma  fattosi  conscienza  ,  oltre  all'obbligo 
della  pace ,    d'  ubbidir   all'  antipapa ,  e  di  tenerlo  nella  loro 


LIBRO   SETTIMO.  227 

città,  r  aveano  su  due  galee   imbarcato  e  mandalo  in  Avi- 
gnone a  papa  Giovanni,  il  quale  a'  13  di  settembre  gli  avea 
assoluti   dalle   scomuniche;  talché  non  parea   che   avessero 
di  nuovo  a  prender  Tarme  contra  gli  amici  di  santa  Chiesa. 
Il  Bavero  che  sotto  falso   nome  d'  imperadore   avea   tenuta 
viva  la  fazion  ghibellina   in    Toscana ,  succedutegli    male  le 
cose  di  Lombardia,  se  n'  era  de'  primi  giorni  di  quest'anno 
passato  in  Alemagna,  e  in  Lucca  medesima  era   Gherardino 
anzi  odiato  che  no.  Onde  con  una  quasi   certa   speranza  di 
vincer  la  terra,  ordinarono  che  si  muovessero  tutti  i  fanti  e 
la  cavalleria  la  quale  si  trovava  in  Valdinievole  e  in  Pistoja, 
facendo  capitano  dell'impresa  Alamanno  degli  Obizi;  il  quale 
essendo  risanato  dal  male  contratto  i  giorni  dinanzi,  promet- 
tea  con   ampie   proferte  ,  secondo  è  costume  de'  fuorusciti, 
di  dar  loro  in  brevissimo   tempo    in  mano  il  possesso  della 
città  di  Lucca.  Essendosi  dunque  mosse  tutte   le  genti  a'  5 
d'  ottobre,  in  'tre  dì  s' impadronirono  del  Poggio,  del  Cer- 
ruglio  ,  del  castello  di  Vivinaia ,  di  Monlechiaro,  di  S.  Mar- 
lino  in  Colle  e  di  Porcari  ,  poi   agli  8  scesono   al    piano   e 
alloggiarono  a  Lunata,  e  non  più   tardi  che  a' 10  d'ottobre 
si  trovarono  accampati  intorno   Lucca    presso  a  un    mezzo 
miglio   della  città.   Quivi   considerando ,    benché    tenessero 
r  impresa  al  sicuro  riuscibile  ,  non   dover  però   esser  1"  as- 
sedio opera  di  pochi  giorni,  incominciarono  a  fortificare  gli 
alloggiamenti,  serrando  di  fossi  tutta  quella   strada,  che  va 
di  Pistoja  a  Altopascio,  facendovi  le  solite  bertesche  e  molte 
case  coperte  d'assi  e  di  lastre,  e  quali  di  tegoli  per  potervi 
▼emare.  Essendo  in  questo  modo  preparate  le  cose ,  e  so- 
praggiunli  qual'rocenlo  cavalieri  e  popolo  grandissimo  man- 
dato dal  re  Ruberto,  da'Senesi,  e  da'  Perugini,  per  la  prima 
opera  parve  a'  Fiorentini  che  si  dovesse  far  la  vendetta  dei 
tre  palli  falli  correre  da  Caslrnccio  intorno  Firenze,  e  vol- 
lono  che  se  ne  corressero  tre  altri  sotto  le  mura  di  Lucca  : 
dando  il  primo  col  medesimo  ordine  agli  uomini  a  cavallo,  il 
secondo  a'  fanti  a  pie,  e  1'  ultimo  alle  meretrici  del  campo. 
Ma  perchè   essi  aveano   ancora  un    altro   fine,  mandarono 
un  bando,  che  chiunque  volesse  uscire   di  Lucca  a  correre 
o  a  veder  correre  i  delti  palli,  il  potesse  fare  sicuramente; 
ed  essendone  perciò  usciti  molti,  fra  gli  altri  uscì  ancora  Go- 


228  dell' ISTOIUE   FIOREJITINE 

bole  capitano  tedesco  con  dugento  cavalieri  che  avca  a 
sua  condotta:  il  quale  passò  tostamente  nel  campo  de' Fio- 
rentini, che  recò  più  d'ogn'allra  cosa  sbigottimento  allo  Spi- 
nola. S'attese  poi  a  dar  alcun  assalto,  avendo  intanto  preso 
il  gonfaloneralo  in  Firenze  Lapo  Covoni.  Ma  essendo  alcun 
dubbio  fra  i  capitani ,  se  si  dovea  dare  il  guasto  al  contado  , 
e  impedire  l'opere  de' contadini  che  non  seminassero,  fu 
deliberato  dal  consiglio  che  ciò  non  si  dovesse  far  in  conto 
alcuno,  perchè  veggendosi  i  Lucchesi  ben  trattali  da'Fio- 
reiUini,  tanto  più  si  disponessero  ad  arrendersi;  la  qual  cosa 
non  sarebbe  per  avventura  del  tutto  stala  inutile ,  se  il  capi- 
tano non  avesse  volto  il  comodo  che  ne  potea  sperar  la  Re- 
pubblica in  beneficio  suo ,  facendo  comporre  i  Lucchesi  in 
gran  somma  di  danari ,  pure  che  non  vietasse  loro  il  poter 
seminare.  Così  similmente  s' andava  slrignendo  l'assedio  con 
non  molta  diligenza  ,  sperando  che  i  Lucchesi  s'  avessero  a 
stancar  da  sé  slessi  ;  perciocché  in  que'  dì  s' erano  dati  alla 
Repubblica  tre  loro  castelli  di  qualche  importanza,  Fucec- 
chio ,  Castelfranco,  e  S.  Croce.  Ma  essendo  opinione  che 
i  Pisani  segretamente  provvedessero ,  o  consentissero ,  che 
da  particolari  loro  cittadini  fosse  provveduta  Lucca  delle 
cose  necessarie,  il  nuovo  gonfaloniere  Pugio  Buoninsegna  e 
priori,  che  aveano  preso  il  magistrato  a'  15  di  dicembre,  scris- 
sono  all'esercito  che  s'attendesse  con  ogni  diligenza  a  stri- 
gner  l'assedio.  E  per  questo  avendo  una  parte  dell'esercito 
valicato  gli  Osoli ,  che  vanno  da  Pontetelto ,  s'  accamparono 
alla  villa  di  Gattaiuola  verso  Pisa,  ove  avea  ricchi  e  belli 
casamenti  fatti  per  Castruccio.  E  Gobole  co' suoi  cavalieri, 
e  con  molti  altri  avventurieri  che  s'erano  accostati  con  lui, 
come  con  capitano  molto  vivo,  si  pose  nel  borgo  del  ponte 
a  S.  Piero  ;  e  in  capo  del  prato  sulla  strada  che  mena  a 
Ripafralta,  fece  un  bastione  ove  pose  molti  uomini  d'arme 
per  impedire  che  vettovaglia  alcuna  non  fosse  condotta  a 
Lucca.  Per  la  qual  cosa  incominciava  a  parer  l'assedio  molto 
duro  ;  il  che  fece  ravveder  lo  Spinola  quanto  sóioccamenle 
fanno  coloro  i  quali  ponderano  il  valore  de'  principi  con  la 
misura  degli  stali ,  come  se  le  cose  fatte  da  Castruccio  fos- 
sero procedute  dall' aver  dominato  Lucca,  e  non  dalla  virtù 
propria;  onde  veggendo  che  per   posseder  Lucca  egli   non 


LIBRO   SETTIMO.  229 

era  per  questo  Castruccio,  incominciò  a  pensar  in  che  modo 
rimborsandosi  de'  suoi  danari  col  minor  danno  che  fosse 
possibile ,  si  potesse  sbrigare  di  così  pericolosa  mercanzia. 
11  che  accaderà  sempre  a  lutti  coloro  che  sono  venuti  in 
possessione  d'' alcuno  stato  per  mezzo  di  danari,  e  non  di 
lode  alcuna  di  guerra  ,  o  d'  industria  civile;  perciocché  avendo 
più  r  occhio  all'interesse  della  moneta,  che  dell'  onore  ,  ogni 
volta  che  si  possono  assicurar  dell'  uno ,  facilmente  mettono 
in  abbandono  l'altro  ;  come  si  è  veduto  a'  nostri  di  in  coloro 
che  sono  stati  condotti  da  alcun  principe  per  capitani  di 
galee,  più  perchè  si  sono  trovali  esser  padroni  di  que' le- 
gni ,  che  perchè  essi  avessero  cognizione  alcuna  d'  arte  mili- 
tare 0  di  mare  o  di  terra;  onde  nelle  fazioni  accade  spesso 
che  si  attendano  più  a  salvar  le  galee  che  a  combattere. 

Conosciuto  l'animo  di  Gherardino  da'  Lucchesi,  intanto 
che  egli  pena  a  risolversi ,  essi  ancora  pensarono  in  che 
modo  potessono  provvedere  a'  casi  loro.  E  per  questo  man- 
darono segretamente  chi  dovesse  negoziar  in  Firenze  i  fatti 
della  lor  travagliata  repubblica ,  e  dopo  alcune  dispute  , 
le  capitolazioni  con  che  cercavano  di  convenirsi  co'  Fio- 
rentini eran  queste.  Che  la  Repubblica  fiorentina  pagasse 
i  trentamila  scudi  allo  Spinola,  il  quale  avutigli  tostamente 
sgombrasse  di  Lucca.  Disfacesse  il  castello  dell'  Agosta  , 
rimettendo  i  Ghibellini  nella  città  ,  i  quali  fossero  racco- 
munati negli  ufici  insieme  co'  GuelQ.  Creasse  ventiquattro 
principali  gentiluomini  ghibellini  per  sua  sicurtà  cavalieri , 
donando  come  si  fece  a  Pistoja  cinquecento  scudi  a  cia- 
scuno di  loro  ;  e  la  città  di  Lucca  all'  incontro  venisse 
nella  guardia  e  signoria  de'  Fiorentini ,  a'  quali  si  girassero 
tutte  le  gabelle  e  entrate  di  quel  comune  per  cinque  anni  , 
sì  per  fornir  la  terra  delle  guardie  che  bisognavano,  come 
per  ristorarsi  della  spesa  che  si  facea  nella  creazione  di  detti 
cavalieri,  e  insiememente  per  soddisfare  tutti  i  ricatti  fatti 
da  quelli  Fiorentini  che  si  ricomperarono  da  Castruccio,  la 
qual  partita  sola  ascendeva  a  centomila  fiorini  d'  oro.  Pia- 
ceva a  molti  questa  sorte  d'accordo,  se  l'invidia  o  avarizia 
di  que'  cittadini  che  vedevano,  andando  la  bisogna  di  questo 
modo  ,  non  pervenirne  loro  gloria  o  comodità  alcuna ,  non 
l'avessero  interrotto,  scoprendo  il  trattato  a  Gherardino,  e 


230  dell'  istorie  fiorentine 

per  questo  proponendo  a  lui  nuove  convenzioni  ;  la  qual  cosa 
e  messe  lo  Spinola  in  diffidenza  de' Lucchesi,  e  la  faccenda 
che   era   presso   che  conchiusa  differì  più  che  non  facea  di 
bisogno  ;  tanto  che  sopraggiunte  nuove  difficoltà  e  travagli , 
andò  del  lutto  in  rovina.  I  Fiorentini  sdegnati  con  1'  Obizi 
de'  danari  presi   da'  Lucchesi  per   non  impedire  il  seminare 
a' contadini,  l'aveano  con  somma  sua  infamia  privato  del  ge- 
neralato  e    mandato   in  suo  luogo   Cantuccio   de'  Gabrielli 
d'Agubbio,  il  quale   «  arrivato   a' 15   di  gennaio   dell'anno 
«  1331   nel   campo  »   molto   presto  con  maggiori  disordini 
ebbe  a   far  parere  men   grave  il  fallo  del  suo  predecessore  ; 
perciocché   fatto  metter  le  mani    addosso    ad   un  borgogno- 
ne in  quel   modo   come  se  fosse   stalo   Piero  della  Branca 
pur  d'Agubbio  venuto  podestà  in  Firenze,  e   volendolo  per 
lieve   errore   far  impiccare  ,   in  quello   che   il  borgognone 
n'  era   menato  alle  forche,    gridando   l' aiuto  de'  compagni  e 
fratelli   suoi,  commosse   a   intollerabile   sdegno  i  soldati  di 
quella  nazione,  di  cui  ve  n'avea  secento  nel  campo.  Perchè 
messe  le  mano   all'  arme  liberarono  tostamente  il  prigione  , 
uccisono  e  rubarono  cui  volle   contrastare,  e  spinti  da   bar- 
baro orgoglio  corsono  in  casa  del  capitano,  e  non  ve  lo  ri- 
trovando ammazzarono  quanti  poterono  di  sua  famiglia  ;  né 
sazj  interamente  per  questo,   misono  fuoco   nell'  albergo  ;  il 
quale  dilatandosi  facilmente  nelle  vicine  case  fatte  di  travi, 
e  di  simil  materia  alta  ad  apprender  il  fuoco,  in  poco  d' ora 
con  grandissima  strage  arse  la  quarta  parte  del  campo.  Era 
tuttavia  per  andar  maggiormente  crescendo  la  rabbia  de'  Bor- 
gognoni con  la  rovina  di  tutto  l'esercito,  se  i  cinque  capitani 
lìorenlini,  i  quali  erano  del   consiglio,   saltando   a  cavallo,  e 
implorando  1' aiuto  de' Tedeschi,  da' quali  furono  prontamente 
ubbiditi,  non  avessero  raffrenato  quella  furia  più  che  bestiale. 
Non  si  dubita  punto,  se  le  cose  de' Lucchesi  si  fossero  tro- 
vale in  miglior  condizione,  o  almeno  avessero  avuto  Gobole, 
il  quale  coi  suoi  dugento   cavalieri   tedeschi   s'  era  poco  in- 
nanzi partito  da  loro,  che  quel  dì  facilmente   s'avrebbe  po- 
tuto rompere  l'esercito  fiorentino.  Gherardino  veggendo  non 
esser  minori  i  disordini  de'  Fiorentini  in  casa   che   nel  cam- 
po, servendosi  dell' occasione,  mandò  incontanente  suoi  am- 
basciadori  a  Giovanni  re  di  Boemia  figliuolo  dell'  imperadore 


LIBRO   SETTIMO.  231 

Enrico,  il  quale  di  corto  era  venuto  in  Italia,  profferendo- 
gli sotto  alcuni  patti  la  signoria  di  Lucca.  Era  il  re  Giovanni 
infin  dall'  anno  passato  slato  tirato  in  Italia  dalle  nostre  di- 
scordie, perchè  non  mancasse  mai  nuova  occasione  di  tener 
sempre  deste  e  accese  quelle  fiamme  che  abbruciavano  così 
nobil  provincia;  e  questo  fu  perchè  trovandosi  la  città  di 
Brescia  molto  travagliata  da  Azzo  Visconte,  da  Alberto  e 
Mastino  della  Scala  signori  di  Verona ,  i  quali  erano  suc- 
ceduti a  Cane  lor  zio  mortosi  i  mesi  passati ,  e  sopra  tutto 
da'  medesimi  suoi  fuorusciti,  e  non  venendo  loro  dal  re  Ru- 
berto a  cui  s'  erano  dati,  per  la  distanza  de' luoghi,  quel  soc- 
corso che  bisognava,  mandò  a  darsi  liberamente  al  detto  re 
Giovanni,  il  quale  per  private  faccende  che  avea  a  fare  col 
duca  di  Chiarentana  suo  cognato  era  venuto  in  Chiarentana. 
Non  rifiutò  la  proferla  il  re  boemo,  sapendo  benché  fore- 
stiere da' soldati  del  padre  i  progressi  grandissimi  che  potea 
fare  in  Italia  chiunque  arrischiando  poco  si  facea  compagno 
d'  una  fazione.  E  per  questo  mandato  soccorso  a'  Bresciani, 
e  da  essi  fatto  lor  signore,  non  molto  dopo  per  la  medesi- 
ma strada  s'  era  insignorito  di  Bergamo;  perchè  correndogli 
ora  questa  altra  ventura  in  grembo  di  Lucca,  stimando  con 
cosi  fatta  opportunità  aprirsi  la  via  a'  fatti  di  Toscana,  come 
avea  fatto  a  quelli  di  Lombardia,  accettò  prontamente  i  patti 
di  Gherardino,  e  con  la  maggior  diligenza  che  fosse  possi- 
bile mandò  tre  suoi  ambasciadori  a  Firenze,  ricercando  la 
Repubblica,  con  cortesi  parole,  che  per  amor  di  lui  le  pia- 
cesse comandar  alle  sue  genti  che  si  parlissono  dall'  asse- 
dio di  Lucca,  la  qual  era  sua;  soggiugnendo  che  per  trovarsi 
egli  in  Italia  più  per  liberare  gli  oppressi  che  per  opprime- 
re chi  che  sia,  il  che  si  polca  conoscere,  che  non  di  sua  vo- 
lontà ma  chiamato  da  altri  s'era  partito  di  casa  sua,  pre- 
gava i  signori  fiorentini ,  come  uomini  giusti  e  amatori  del- 
l'altrui  libertà,  che  volessono  aver  pace  o  almeno  tregua 
con  esso  lui,  mostrando  loro  come  non  essendo  egli  più 
(he  re  di  Boemia,  non  avea  cagione  alcuna  d' implicarsi  nelle 
ragioni  o  affetti  del  già  morto  imperadore  Enrico  suo  padre. 
I  Fiorentini  occupati  in  quel  tempo  a  venerare  con  grandis- 
sima divozione  il  corpo  di  S.  Zanobi ,  trovato  dieci  braccia 
nel  profondo  della  terra  sotto  l' altare  di  S.  Reparala,  e  dato 


232  dell'istorie  fiorentine 

ordine  che  in  una  testa  d'  argento  si  riponesse  alquanto  del 
suo  teschio  del  capo  per  portarsi  più  comodamente  nella  so- 
lennità delle  processioni ,  risposono  che  1'  esercito  loro  si  tro- 
vava in  Lucca  ad  instanza  della  Chiesa  e  del  re  Ruberto , 
co'  quali  essi  erano  collegati,  e  per  questo  non  potersi  ritrar- 
re senza  comune  consentimcnlo  dall'  impresa  comune.  Nel 
resto,  ove  fossero  per  poter  fare  alcun  servigio  al  re  Gio- 
vanni, senza  pregiudizio  de'  confederati,  non  esser  per  man- 
car mai  dell'  opera  loro.  Onde  gli  ambasciadori  senza  ripor- 
tare alcun  frutto  della  loro  venula ,  per  la  via  di  Pisa  se  ne 
ritornarono  al  re  ;  il  quale  non  essendo  in  dubbio  della  ri- 
sposta che  avea  a  cavare  da'  Fiorentini ,  ma  avendo  ciò 
voluto  fare  per  giustificare  l'azioni  sue  ,  si  volse  alla  via  del- 
l'arme,  ordinando  al  suo  raaliscalco,  che  con  ottocento  cava- 
lieri si  mettesse  in  cammino  per  soccorrer  Lucca.  Né  i  Fio- 
rentini furon  tardi  a  provvedere  alle  cose  loro ,  ricordandosi 
da  così  fatti  principj  venti  anni  addietro  aver  avuto  origine 
la  guerra  che  si  ebbe  con  l' impcradore  Enrico  suo  padre; 
non  volendo  eglino  a  lui ,  che  li  ricercava  a  rimanersi  di 
molestar  Arezzo,  ubbidire;  talché  per  non  incorrere  negli 
errori  poco  innanzi  causati  dall'  Obizi  e  dal  Gabbrielli  lor 
capitani,  crearono  generale  il  conte  Beltramo  del  Balzo;  il 
quale  scambiato  per  lo  legato  con  Orlando  de'  Rossi  cava- 
liere parmigiano,  tornava  allora  di  prigione  di  Lombardia: 
uomo  per  lo  parentado  reale,  per  aver  di  lungo  tempo  mi- 
litato in  servigio  de'  Fiorentini ,  e  per  la  matura  età ,  ancorché 
non  troppo  fortunato  nelle  cose  militari,  di  grande  autorità 
e  riputazione  ,  essendo  commossi  gli  animi  di  tutti  all'  espet- 
tazione  di  questa  nuova  guerra. 


BEH'  ISTORIE  IIORIffll 

DI 

SCIPIOIVE   AMMIRATO 

LIBRO   OTTAVO 


Anni  1331-1339. 


Mn  tanto  commovimento  d'  animi ,  varj  erano  i  discorsi  che 
si  faceano  nella  città,  vaga  di  colali  ragionamenti ,  e  a  cui  è 
stato  sempre  proprio  I'  antivedere.  Ma  alla  fine  parca  che  cia- 
scuno comunemente  inclinasse  a  credere,  di  alcun  gran  male 
cagione  dovere  essere  la  città  di  Lucca  alla  Repubblica  fio- 
reatina,  veggendo  non  esser  molto  dissimili  le  cagioni,  che 
s' indrizzavano  ora  a  quel  fine,  dalle  passate  ;  perciocché  ac- 
coppiando lo  Spinola  col  re  Giovanni  faceano  una  certa  so- 
miglianza con  Castruccio  e  con  Uguccionc  ;  questi  ingrandito 
per  la  venula  dell'  imperador  Enrico,  e  quegli  divenuto  tre- 
mendo per  la  congiunzione  del  Bavero  ;  onde  parca  che 
quegli  effetti  avessero  a  surgere  dallo  Spinola  aiutato  (Ìal  re 
Giovanni,  che  da  quelli  erano  surti,  i  quali  aveano  avuto  di- 
pendenza dai  due  già  detti  imperadori.  Questi  parlamenti 
crebbouo  molto  più  quando  il  conte  Beltramo,  rubala  e  arsa 
Vivinaia,  ebbe  condotto  1'  esercito  a  casa  in  quel  dì  appunto 
che  prendeva  il  sommo  magistrato  Donato  Peruzzi  ;  il  qual 
conte  ancora  che  avesse  lodevolmente  ciò  fatto  ,  avendo  tro- 
vato r  esercito  in  molti  disordini,  e  dal  quale  Arnaldo  capi- 
tano tedesco  con  cento  cavalli  era  passato  a'  Lucchesi,  oltre- 
ché il  maliscalco  del  re  tuttavia  s'appressava  ,  era  nondimeno 


234  dell'istorie  fiorentine 

biasimato  da  coloro  i  quali  ne'  falli  militari  non  recano  in 
mezzo  altro  che  la  lingua  e  il  vano  discorso ,  prendendo  a 
cattivo  augurio  dell'  esilo  di  lulta  la  guerra,  che  il  capitano 
s'incominciasse  a  ritrarre  prima  che  vedesse  in  faccia  il  ni- 
mico; la  qual  credenza  fu  ancora  grandemente  accresciuta, 
quando  essendo  il  maliscalco  entralo  in  Lucca  il  primo  dì 
di  marzo,  (benché  i  giudicj  fossero  incominciati  a  variare 
per  esserne  partito  Gherardino  mal  soddisfatto  del  re  Gio- 
vanni, il  quale  per  non  pagargli  i  danari  spesi  nella  compra 
di  Lucca  r  avea  accusato  di  tradimento  )  fu  da'  Fiorentini 
abbandonato  il  borgo  di  Buggiano ,  il  castello  di  Cozile,  e 
quel  dell' Agosta,  oggi  delta  la  Costa;  e  molto  più  quando 
non  molto  dopo  entrato  il  maliscalco  in  Greti  nel  contado 
di  Firenze  con  mille  cavalieri  e  duemila  pedoni  senza  tro- 
var contrasto  veruno  prese  Cerrctoguidi,  Collegonzi,  e  Aglia- 
ua ,  e  scorrendo  per  tutto  il  paese  ne  menò  piìi  di  cento  pri- 
gioni, e  condusse  in  Lucca  quattrocento  capi  di  bestie  grosse 
e  duemila  minute;  la  qual  cosa  parve  tanto  brutta  a' Fioren- 
tini,  che  essendo  venuti  in  sospetto  d'alcuni  connestabili,  i 
quali  tenevano  in  Valdinievole,  li  licenziarono  da' soldi  loro. 
A  così  dolorosi  principj,  s'aggiunsono  peggiori  novelle  del- 
l'accrescimento che  facea  tulio  dì  il  re  in  Lombardia;  a  cui 
oltre  Brescia  e  Bergamo  s'  era  finalmente  data  per  opera 
d'  Orlando  de' Rossi  la  città  di  Parma-  siccome  poco  appresso 
fé'  quella  di  Reggio  e  di  Modena-  E  quello  che  non  meno 
di  tutte  le  già  dette  cose  porgea  affanno  e  ansietà  a  ciascu- 
no,  si  era  una  opinione  che  andava  attorno  per  le  bocche 
degli  uomini  ,  che  il  papa  non  fosse  del  tutto  nel  segreto 
discordante  dal  re  Giovanni,  «  e  dubitandone  i  Fiorentini 
«  fin  dal  suo  arrivo  a  Trento ,  ne  aveano  scritto  in  Avi- 
«  guone  al  papa,  il  quale  con  un  suo  breve  comparso  in 
«  questi  giorni  alla  signoria  ,  assicurava  la  Repubblica ,  che 
«  il  re  Giovanni  non  era  venuto  in  Italia  né  con  sua  saputa, 
«  né  di  sua  volontà  ,  né  licenza.  Ma  per  quello  che  poi  av- 
«  venne  fu  creduto  essere  una  finzione  e  accordo  fatto  fra 
«  loro  »  '.  E  nondimeno   in  tanti   turbulenti  principj  fu  sì 

•  Il  testo  dice  :  e  quello  che  non  meno  di  tutte  le  già  dette  cose 
porgea  affanno  e  ansietà  a  ciascuno  ,  si  era  una  opinione  che    an- 


LIBRO   OTTAVO.  235 

grande  la  magnanimità  del  £?onfaloniere  Peruzzi  e  de' priori, 
che  con  esso  lui  in  quel  tempo  sederono ,  che  fu  dato  or- 
dine che  s' incominciassero  a  lavorare  le  porte  di  metallo 
di  S.  Giovanni ,  e  furono  condotte  a  flne  alcune  fabbriche 
pubbliche.  Poi  quasi  per  addolcire  il  presente  travaglio  ,  e 
il  sospetto  del  futuro,  si  diede  in  potere  della  Repubblica 
per  molti  anni  Colle  di  Valdelsa;  ove  levatosi  il  popolo  a 
remore  con  bestiai  rabbia  avea  quasi  spenta  tutta  la  casa 
de' Tancredi,  i  quali  sotto  nome  di  capitani  di  popolo,  se- 
condo il  costume  di  quo'  tempi,  se  n' cran  fatti  signori, 
avendo  ucciso  Albico ,  che  n'  era  arciprete  e  signore  insieme 
con  Desso,  e  non  molto  dopo  strangolato  in  carcere  Angelo, 
tulli  e  tre  fratelli,  e  serbato  in  prigione  il  figliuolo  d'An- 
gelo di  età  di  dieci  anni,  dolendosi  che  fosse  scampato  dalle 
lor  mani  un  altro  suo  piecol  fanciullo  che  era  a  Firenze. 
Ma  la  città  nel  mezzo  di  tanti  scompigli  fu  subitamente  tocca 
da  grandissimo  fervore  di  religione  per  la  morte  di  due 
buoni  e  giusti  uomini,  Barduccio  e  Giovanni  da  Vespignano; 
su  le  cui  sepolture  per  essere  apparite  opere  di  sanare  in- 
fermi e  attratti,  che  eccedevano  la  potenza  della  natura, 
furono  giudicati  dalle  genti  devote  essere  stati  del  numero 
degli  eletti  di  Dio  ;  e  per  questo  furono  da  indi  innanzi  ri- 
veriti dal  popolo  sopra  la  condizione  degli  onori  umani, 
ancora  che  la  fama  loro  non  avesse  di  molto  spazio  trava- 
licato il  termine  di  quei  tempi.  Fu  poi  tratto  gonfaloniere 
Bartolo  Paradisi ,  e  il  sospetto  che  si  avea  dell'  intelligenza 
tra  il  papa  e  il  re  Giovanni  subito  fu  chiarito.  Perciocché 
essendosi  il  re  abboccato  col  legalo  in  sul  fiume  della  Sco- 
tenna tra  Bologna  e  Modena  ,  dopo  molti  e  lunghi  ragiona- 
menti si  partirono  l'un  dall'altro  con  grandi  segni  d'amore 
e  di  benivolenza,  e  il  dì  seguente  mangiarono  insieme  nel 
Castel  di  Piumaccio  con  gran  festa  e  allegrezza.  Il  quale 
abboccamento  inleso  che  fu  per  Toscana  e  per  Lombardia, 

dai>a  attorno  per  le  bocche  degli  uomini,  che  il  papa  nonjosse  del  tutti) 
nel  segreto  discordante  dal  re  Gio^ranni ,  ancora  che  in  Firenze  fosse 
giunto  un  suo  breve  ,  per  lo  quale  egli  mostrava  ,  non  essere  il  re 
venuto  in  Italia  né  per  conto  suo  impacciatosi  ne'Jattidi  Lucca; 
perciocché  tutto  ciò,  per  quello  che  poi  avvenne,  Ju  creduto  essere 
una  unzione  e  accordo /alto  fra  loro.  E  nondimeno  ec. 


236  dell'istorie  fiorentine 

è  raaravigliosa  cosa  a  dire  quanto  avesse  commosso  e  va- 
rialo gli  animi  di  tutti,  dubitando  in  un  medesimo  tempo 
di  cosi  fatta  congiunzione  non  meno  1  Guelfi  clie  i  Ghibel- 
lini d'Italia.  Perchè  s'incominciò  a  trattar  lega  (quello  che 
o  non  era  altre  volte  avvenuto  o  molto  di  rado  )  tra  i  me- 
desimi Ghibellini  e  i  GuelQ ,  facendo  la  comune  paura  ami- 
ci coloro  che  di  lunghissimo  tempo  avevano  esercitato  infra 
di  loro  odj  e  inimicizie  acerbissime:  avvengachè  il  papa 
continuando  nell'  incominciala  simulazione  ,  avesse  poi  scritto 
a  Firenze  non  essergli  dispiaciuta  la  lega  che  innanzi  a 
tutte  l'altre  era  stata  conchiusa  tra  essi  e  il  re  Ruberto;  e 
nondimeno  perchè  meglio  i  Fiorentini  fosser  conformali  nel 
sospetto  che  avevano  del  pontefice  o  de'  ministri  suoi ,  eb- 
bono  a  tempo  l' interdetto  messo  alla  città  dal  legalo  per 
conto  dell'  Imprunela.  È  questa  una  pieve  posta  a  sei  mi- 
glia fuori  della  città,  molto  celebre  per  la  grandezza  e  anti- 
quità  del  benefizio  ,  di  cui  non  si  dubita  essere  stati  fondatori 
i  Buondelmouli ;  ma  molto  più  per  la  divozione  d'una  ta- 
vola ,  ove  è  dipintó  l' immagine  di  nostra  Donna  ;  la  quale 
in  diversi  tempi  ha  fatto  grandi  e  diversi  miracoli.  Ora  volendo 
il  legalo  questa  pieve  per  sé,  essendo  per  avventura  in 
quelli  tempi  vacata ,  e  i  Buondelmonti  opponendoglisi  con 
dire  che  la  elezione  siccome  a' padroni  toccava  loro,  e  non 
ad  allri,  la  città  prese  la  protezione  in  favore  de' Buondel- 
monti ;  per  la  qual  cagione  fu  dal  legato  interdetta. 

Non  era  di  molti  giorni  la  città  stata  trafìtta  dall'  arme 
spirituali,  che  sentì  prestamente  le  temporali;  avendo  Si- 
mone Filippi  gentiluomo  pistojese ,  e  posto  dal  re  Giovanni 
per  suo  vicario  in  Lucca,  mandato  genti  per  occupare  il  ca- 
stello di  Barga  in  Garfagnana,  che  si  lenea  per  i  Fioren- 
tini. Comandò  la  Repubblica  ad  Amerigo  Donali,  il  quale 
guardava  con  buona  parte  delia  cavalleria  la  Valdinievole , 
che  con  quattrocento  cavalieri  andasse  a  far  levar  l'assedio; 
ma  essendo,  quando  fu  di  notte  arrivato  a  Buggiano  ,  soprag- 
giunto inaspettatamente  da  cinquecento  cavalieri  di  Lucca,  fu 
con  poca  fatica  rotto  :  onde  egli  con  perdita  di  più  di  cento 
a  cavallo  tra  morti  e  presi  convenne  fuggendo  salvarsi  a  Mon- 
tecatini il  sesto  giorno  di  giugno.  Quando  poco  appresso 
sudi  per  certi  avvisi  il  re  Giovanni   a   due   giorni   di  quel 


LIBRO    OTTAVO-  237 

ujesc  essersi  partito  d' Italia,  il  quale  ancorché  avesse  lasciato 
in  Lombardia  Carlo  suo  figliuolo  con  ottocento  cavalieri,  e 
con  la  possessione  di  quelle  cillà  che  si  trovava  di  prima 
aver  acquistato,  nondimeno  fu  stimato  che  importasse  molto 
che  la  persona  sua  stesse  lontana.  Era  intanto  venuto  in  Fi- 
renze il  tempo  della  creazione  de'  nuovi  magistrati,  e  pigliato 
avea  il  gonfalonerato  Teghino  di  ser  Rinaldo  Tecchi  quando 
un  fuoco  appreso  in  ponte  Vecchio  la  notte  della  vigilia  di 
S.  Giovanni  sbigottì  mollo  coloro  i  quali  vanamente  sono 
usi  attribuire  gli  accidenti  che  nascono  dalla  trascuratezza 
degli  uomini  a  miracolosi  prodigi,  come  si  vide  manifesta- 
mente ivi  ad  un  mese,  il  dì  appunto  dopo  la  festa  di  S.  Ja- 
copo, che  la  città  di  Pistoja  trovandosi  in  male  slato  per- 
venne in  potere  de' Fiorentini:  nel  qual  giorno  mentre  i  l'i- 
stojesi  contendono  insieme  del  modo  e  forma  del  reggimento. 
i  Fiorentini  con  intelligenza  di  quella  parte  che  desiderava 
il  loro  governo,  vi  mandarono  cinquecento  cavalieri  e  mil- 
lecinquecento pedoni,  i  quali  introdotti  corsono  la  terra;  on- 
de la  parte  contraria  per  non  avvenir  peggio  fu  costretta 
darsi  per  un  anno  alla  Repubblica,  «  la  quale  per  assicurarsi 
«  di  quella  città  commesse  a  Guido  marchese  del  Monte  S- 
«  Maria  capitano  generale  di  guerra,  e  a  sei  cittadini  fio- 
«  rentini,  di  far  di  nuovo  l' ufTizio  degli  anziani  e  gonfalo- 
«  nieri,  come  anche  il  consiglio  dei  cento,  di  cittadini  tutti 
«  guelQ,  con  mandare  a  conQno  chi  a  lor  paresse,  e  in  par- 
te ticolare  quelli  che  ingrati  de'  beneficj  ricevuti  da'  Fioren- 
«  tini,  che  li  aveano  rimessi  in  casa,  cercavano  di  scacciare 
«  i  cavalieri  ghibellini  fatti  dalla  Repubblica;  la  quale  volle 
«  poi  che  il  marchese  Guido  vi  restasse  come  conservatore 
«  della  pace,  con  autorità  di  disfar  tutte  o  parte  delle  for- 
ce tezze  e  rocche  di  quel  contado,  e  che  in  Pistoja  stessero 
«  cinquecento  fanti  per  guardia  '  ».  Poco  dopo  si  perde  liz- 
zano tolto  alle  genti  che  vi  teneva  il  comune  di  Firenze  per 
tradimento.  E  in  questa  guisa  s'andavano  alterando  le  cose 


■  Il  testo  dice  ••  Per  la  qual  cosa  poter  fare  confinarono  centu 
«ittadini  la  miglior  parte  guelfi:  i  quali  ingrati  de'  beneficj  rice^'uti 
dai  Fioren  ini,  che  f  allevano  rimessi  a  casa,  cercavano  di  scacciare 
i  cavalieri  ghibellini  Jatti  dalla  Repubblica.  Poco  dopo  ec. 


238  dell'  istorie  fiorentine 

in  Toscana,  avendo  nel  medesimo  tempo  i  Sanesi  dato  una 
sconfitta  a' conti  di  S.  Fiore,  mentre  i  conti  s'ingegnava- 
no di  levar  i  nimici  dall'  assedio  d'  Arcidosso  ;  la  qual  cosa 
per  essere  que'  signori  anticamente  ghibellini,  e  per  aver  in 
quel  tempo  avuto  aiuto  da'  Lucchesi,  apportò  somma  soddi- 
sfazione in  Firenze ,  e  Arcidosso  pervenne  in  poter  de'  Sa- 
nesi, a'  quali  nondimeno  si  ribellò  tosto  Massa,  cacciatane  la 
casa  de'  Gozzi  e  il  podestà  che  v'  era  per  i  Sanesi  ,  e  det- 
tesi a'  Pisani. 

Nel  mezzo  di  queste  variazioni,  benché  piccole  rispetto 
a  quelle  che  ciascuno  s'avca  conceputo  nell'animo,  prese  il 
sommo  magistrato  Ricco  d'Avanzi  (questi  sono  i  Bartolini 
Scodellari),  nel  cui  governo  seguirono  le  medesime  varietà, 
perchè  dentro  della  città  un  simil  fuoco  a  quello  di  Ponte- 
vecchio  s'attaccò  nella  casa  de' Soldanicri  incontro  a  porla 
Rossa;  il  quale  trovato  alimento  da  mollo  legname,  che  era 
riposto  in  certe  botteghe  di  legnaiuoli,  fece  gran  danno  ezian- 
dio con  la  morte  d'alcuni  uomini.  E  fuori  non  mancarono 
gli  stessi  accidenti  ora  prosperi  e  ora  infelici.  «  Avea  il  pon- 
«  lefice  con  suo  breve  esortato  i  Fiorentini  ad  accordar  le 
«  differenze  che  aveano  co'  Pisani  a  cagione  delle  fraudi  che 
«  si  commettevano  delle  gabelle  nel  passo  delle  mercanzie, 
«  per  non  disturbare  in  tempi  si  pericolosi  la  pace  fra  loro, 
«  e  per  facilitarne  1'  effettuazione  ne  avca  commessa  la  cura 
«  a  Simone  arcivescovo  di  Pisa ,  a  Francesco  vescovo  di 
«  Firenze,  e  a  Guglielmo  vescovo  di  Lucca,  e  a  ciascuno  di 
«  loro  raccomandalo  questa  faccenda;  onde  accordatisi  i  sin- 
«  daci  dell'  una  repubblica  e  dell'altra,  ne  fu  falla  1' appro- 
«  vazione  in  Firenze,  dov'  era  capitano  del  popolo  Giovanni 
'(.  degli  Oraboni  da  Imola,  e  podestà  Jacopo  de'  Gabrielli 
«  d'Agubbio  ».  Desiderava  Amerigo  Donati  vendicar  l'in- 
giuria ricevuta  a  Buggiano,  e  per  questo  sentendo,  che  i  ter- 
razzani con  guardia  di  settanta  cavalieri  di  Lucca  erano  usciti 
a  fare  le  lor  vendemmie,  si  partì  di  notte  tempo  di  Valdi- 
nievole  con  centocinquanta  cavalieri  e  con  molti  fanti  ;  e  sal- 
tato addosso  improvvisamente  a'Lucchesi  e  a' vendemmiatori, 
li  ruppe,  cacciandoli  infino  al  borgo  della  terra.  Ma  essendo 
in  quella  caccia  usciti  dugento  cavalieri  di  Peserà,  e  corso 
sopra  al  Donati,  trovando  le  sue  genti  sparte  dietro  la  gente 


LIBRO   OTTAVO.  239 

de'  Lucchesi,  leggiermente  lo  sconfissone ,  con  avervi  fatti 
prigioni  cinque  conneslabili,  e  più  di  cinquanta  cavalieri. 
Questo  successo  porse  ardire  a'  nimici,  talché  di  là  a  pochis- 
simi giorni  uscirono  di  Lucca  dugento  cavalieri  e  mille  pe- 
doni sotto  la  condotta  di  Filippo  Tedici,  per  una  intelligenza 
che  avea  d'  occupare  il  castel  di  Popiglio  posto  nella  mon- 
tagna di  Pistoja.  Era  il  luogo  onde  s'entrava  nel  castello 
molto  stretto  ,  in  guisa  che  coloro  che  erano  a  cavallo  fu- 
rono costretti  lasciati  i  cavalli  di  fuori  scendere  a  pie,  e 
entrar  nella  terra.  Ma  sentilo  il  roraore  dagli  abitatori  del  luo- 
go, e  non  essendo  se  non  una  piccola  parte  di  essi  consa- 
pevoli del  trattato,  l'altra  prese  l'arme,  e  attendendo  fran- 
cameute  a  difendersi  ripinse  fuori  i  nimici.  Tostamente  il 
remore  si  sparse  per  tutto  il  paese,  ove  i  villani  che  erano 
devoti  del  nome  fiorentino  trassono  a  forti  passi  delle  mon- 
tagne, e  primamente  s' insignorirono  de' cavalli  lasciati  da' ca- 
valieri lucchesi,  poi  corsono  addosso  a' nimici  (  i  quali  accor- 
tosi del  pericolo  cercavano  ritrarsi  a  salvamento  )  e  dopo 
avervi  ucciso  e  fatti  prigioni  molti  di  essi  li  raisono  in  rotta, 
con  esservi  morto  fra  gli  altri  l' istesso  Filippo ,  uomo  nota- 
bile non  meno  per  essere  stato  signor  di  Pistoja  ,  che  gene- 
ro di  Castruccio,  e  capital  nimico  de'  Fiorentini.  Parca  che 
quando  altro  non  fosse  succeduto  si  fossero  scancellati  con 
questa  morte  sola  tut'i  i  danni  ricevuti  per  Amerigo  Donati; 
di  che  i  Fiorentini  furono  molti  lieti  ,  quanto  che  a'  28  di 
settembre  Neri  da  Montegarullo  e  Bizzarro  de' Bizzarri  pro- 
messero  di  dar  loro  la  terra  di  Barga,  dove  fu  mandato  a 
pigliarne  il  possesso  Coppo  de'  Medici ,  e  vi  si  posero  di  guar- 
dia centocinquanta  fanti  e  venti  cavalli  per  non  la  perder  così 
facilmente  com'  era  seguito  pochi  mesi  avanti.  Aveano  essi 
dall'altro  canto  mandali  cento  cavalieri  in  aiuto  del  legalo, 
il  quale  si  trovava  con  1'  esercito  intorno  a  Forlì,  non  ostante 
che  erano  da  lui  stati  interdetti,  e  che  per  la  congiunzione 
che  parca  che  fosse  tra  il  papa  e  il  re  Giovanni  non  si  tro- 
vassero allora  in  quella  disposizione  che  solca  esser  sempre 
tra  santa  Chiesa  e  il  popolo  fiorentino.  Perseverò  questa 
gente  a  star  in  servigio  del  legato  insino  al  nuovo  gonfalo- 
nerato  di  Francesco  Salviati,  nel  qual  tempo  que'  di  Forlì 
se  gli  arrenderono. 


240  dell'  istorie  fiore^^tine 

Ora  essendo  le  cose  succedute  più  prosperamente  di 
quello  che  sul  principio  dell'  anno  non  si  era  creduto ,  il  gon- 
faloniere e  i  priori  proposono  che  si  dovesse  proseguire  la 
nobil  fabbrica  di  S.  Reparala ,  la  quale  per  le  guerre  pas- 
sale era  di  molti  anni  stata  interrotta  senza  farvisi  cosa  al- 
cuna. E  perchè  meglio  e  con  prestezza  si  conducesse  a  fine, 
ne  fu  dato  il  pensiero  all'arte  della  lana,  e  furonvi  asse- 
gnate certe  gabelle  del  comune.  «  Fu  anche  a  richiesta  de'ca- 
«  pitani  della  compagnia  delle  Laudi  di  S.  Spirito  prov- 
«  visto  di  fabbricare  un  monastero  nel  quale  si  potessero 
«  ritirare  molte  donne  state  meretrici ,  che  s'  eran  ridotte 
«  al  ben  vivere  ,  e  il  luogo  per  farlo  fu  eletto  nel  sesto 
«  d'  Oltrarno  il  terreno  dalla  porta  rimurata  di  Sitorno  fin  alla 
«  porta  chiamata  di  Gian  della  Bella  in  via  Chiara.  Mona- 
«  stero  oggi  mollo  riguardevole  per  essere  rifugio  e  ricetto 
«  di  più  di  dugentoquaranta  donne  ritiratesi  da  una  vita  in- 
«  fame  a  una  religiosa  e  santa  ».  Parve  che  Iddio  con  tacito 
consentimento  approvasse  la  pietà  de'  Fiorentini  con  fare 
quell'anno  di  tutte  le  cose  abbondantissimo,  ove  i  due  pas- 
sali erano  slati  molto  sterili.  Fu  poi  creato  il  provveditore 
circa  le  cose  che  si  vendevano,  e  statuite  pene  a' falsatori 
di  pesi  della  carne  e  del  pesce  ,  e  messo  a  pregio  conve- 
niente ogni  sorta  d'  uccellagione.  Nelle  quali  cure  s'  impiegò 
tutto  il  magistrato  del  Salviati;  come  infin  di  que' tempi 
fosse  stalo  proprio  di  quella  famiglia  1'  industria  e  la  parsi- 
monia ,  con  la  quale  sono  montati  infino  a'  parentadi  de'  prin- 
cipi ,  e  quasi  inalzatisi  sopra  il  grado  civile.  Succedette  poi 
al  gonfalonerato  del  Salviati  a'  15  di  dicembre  per  i  primi 
mesi  dell'  anno  1332  Banco  Bencivenni,  nel  qual  tempo  es- 
sendo i  Pisani  molestati  da' loro  fuorusciti,  capo  de' quali 
era  il  vescovo  d'EUera,  che  in  compagnia  de' Parmigiani 
e  con  alcuni  ghibellini  genovesi  e  con  gente  di  Lucca  avea 
tolto  loro  più  terre  di  là  dal  fiume  della  Magra ,  ricorsono 
per  ajulo  a' Fiorentini;  il  quale  fu  dato  loro  prontamente, 
mandando  dugcnlo  cavalieri  in  servigio  di  quella  repubblica, 
e  comandando  alla  cavalleria,  la  quale  stava  in  Montopoli  e 
nelle  altre  castella  vicine ,  che  erano  intorno  cinquecento 
uomini  a  cavallo,  che  fossero  presti  ad  ogni  bisogno  de'Pi- 
sani;  il  che  fu  creduto  essere  stato  cagione  che  Pisa  non  si 


LIBRO   OTTAVO  241 

ribellasse.  Da  questo  medesimo  tempo  si  possono  veramente 
annoverare  gli  anni  che  i  Pistojcsi  vennero  a  guisa  d'  ami- 
ci e  di  raccomandati  sotto  il  dominio  de'  Fiorentini.  Impe- 
rocché sentendosi  eglino  ben  trattati  da  loro,  e  mantenuti 
senza  il  peso  di  molte  gravezze  in  pacifico  slato  ,  senza 
aspettar  che  finisse  l'anno,  di  libera  volontà  mandarono  due 
lor  cittadini  più  principali  per  sindachi  al  comune  di  Fi- 
renze ,  con  pieno  mandato  di  dar  la  guardia  e  signoria 
della  loro  ciflà  al  detto  comune  per  due  anni  ;  la  qual  cosa 
continuata  poi  di  mano  in  mano  essi  venuta  lutt'  ora  con- 
fermando infino  a'  presenti  tempi.  I  Fiorentini  desiderosi  di 
fermar  gli  animi  de' Pistojesi,  si  disposono  a  regger  quel 
governo  con  gran  dirittura ,  e  per  questo  ordinarono  tutte 
le  cose  che  a  ciò  fossero  necessarie;  perciocché  elessono 
podestà  forestiere  per  la  terra  come  faceano  in  Firenze  di 
sei  mesi  in  sei  mesi;  un  capitano  della  guardia  grande  po- 
polano di  Firenze  con  sei  cavalli  e  centocinquanta  fanti;  un 
conservadore  di  pace  forestiere  con  dieci  cavalli  e  cento 
fanti  ,  la  podestà  di  Serravalle,  due  castellani  delle  rocche 
amendue  fiorentini,  tutti  di  tre  mesi  in  tre  mesi.  «  Vollero 
«  che  Guido  marchese  del  Monte  si  chiamasse  capitano  di 
«  guerra  del  comune  di  Pistoja  e  delle  terre  e  castella  che 
«  si  tenevano  per  la  Repubblica  in  Valdinievole,  avendo  per 
«  il  primo  di  marzo  eletto  capitano  generale  per  termine  di 
«  sei  mesi  Ridolfo  de'  Grassoni  da  Modena.  E  Nuccio  degli 
«  Ammirati  e  Duto  di  Maghinardo  intervennero  come  am- 
tt  basciadori  della  Repubblica  in  Pistoja  a  questi  accomoda- 
«  menti  ».  E  perchè  con  più  cura  e  sollecitudine  le  cose  di 
quella  città  fossero  governale ,  non  ostanti  colante  provvi- 
sioni fatte ,  elessono  in  Firenze  un  nuovo  magistrato  di  do- 
dici cittadini  popolani,  i  quali  non  senza  il  consentimento 
del  gonfaloniere  e  de'  priori  avessero  piena  balia  e  autorità 
di  tutte  le  cose  appartenenti  alla  città  ,  contado  e  stato  di 
Pistoja.  Essendo  in  questo  modo  ordinate  le  cose  di  Pistoja, 
parve  al  seguente  priorato,  nel  quale  era  uscito  gonfaloniere 
Giovanni  dell'  Antella,  che  per  più  sicurezza,  e  perchè  meno 
si  desse  a'  Pislojesi  occasione  di  ribellione,  si  dovesse  fon- 
dare una  fortezza,  a  cui  fu  dato  principio  neir  uscita  di  feb- 
braio, e  postovi  quando  fu  finita  la  guardia  di  cento  fanti. 
AsiM.  VoL.  II.  16 


242  dell'istorie    FIORENTINE 

Furono  oltre  a  ciò  deputali  per  continua  guardia  della  città 
trecento  fanti  alle  spese  de'  Pistojesi.  Parca  che  tuttavia  la 
Repubblica  andasse  riprendendo  l'antica  riputazione,  accre- 
sciuta della  signoria  della  città  di  Pistoja,  libera  delle  guerre 
pisane,  e  sebbene  impacciata  in  quelle  de' Lucchesi,  ciò  fa- 
cea  ella  di  sua  volontà  più  per  insignorirsi  di  quella  terra 
che  per  tema  che  avesse  delle  sue  armi ,  come  per  1'  ad- 
dietro avca  fatto.  Onde  volse  1'  animo  ,  secondo  1'  esempio 
delle  antiche  e  grandi  repubbliche,  e  per  quel  che  ella  slessa 
era  nelle  sue  felicità  usa  di  fare,  alla  fondazione  di  nuove 
terre  ;  «  avutane  occasione  dall'  essere  '  alia  fine  di  gennajo 
<(  Maghinardo  Novello  figliuolo  di  Giovanni  degli  Ubaldini 
«  tornato  alla  ubbidienza  de'  Fiorenlini,  e  depositalo  in  mano 
«  di  Feo  della  Tosa  il  castello  e  fortezza  di  Montegemmoli 
«  per  guardarla  per  la  Re[)ubblica ,  perchè  tanto  più  facil- 
«  mente  si  potesse  attendere  all'  acquisto  di  Roccabruna  , 
K  Piangnole  e  di  Belmonte  castella  e  fortezze  di  là  dall'alpi 
«  degli  Ubaldini.  Erano  similmente  venute  all'  ubbidienza 
«  della  Repubblica  i  popoli  di  Rivacornaclaro  ,  di  Camaiore 
«  e  di  Burdignano  a'  quali  tulli  fur  dati  privilegi  e  csen- 
«  zioni  grandi  per  dar  animo  agli  altri  di  venir  sotto  il  do- 
«  minio  de' Fiorenlini.  Ma  perche  gli  Ubaldini  erano  soliti 
«  di  ribellarsi  sempre  che  ne  vedevano  il  lor  vantaggio  »  , 
parve  a'  senatori  esser  cosa  necessaria  come  alcuni  anni  ad- 
dietro fu  fatto  in  Mugello  con  1'  edificazione  della  Scarperia, 
così  doversi  fondar  un'altra  terra  di  là  dal  giogo  dell'alpe 
sul  fiume  Sanlerno,  con  l'aiuto  della  quale  non  solo  si 
conservassero  liberi  e  franchi  tutti  i  distrettuali  e  conta- 
dini di  Firenze  che  di  là  abitavano,  i  quali  erano  tiranneg- 
giali dall'  insolente  signoria  di  detti  signori  ,  ma  perchè  si 
tenessero  a  freno  gli  stessi   Ubaldini,  che  non  ad  ogni  lor 


•  avutane  occasione  dall'  essere  gli  Ubaldini  tornati  all'  ubbi- 
dienza e  Jedeltà  del  comune.  A^'e'.'ano  i  capi  di  quella  J'amiglia  per 
gare  e  dissenzioni  nate  tra  loro  supplicato  per  loro  uomini  il  po- 
polo fiorentino  a  riceverli  di  nuovo  nella  sua  protezione-,  dalla  quale 
spesse  volle  poi  s'  eran  distostati.  Parve  a'  senatori.,  non  ostante  così 
spesse  ribellioni,  che  si  dovessero  accettare.,  ìnajii  stimata  cosa  ne- 
cessaria ec.  Cosi  dice  il  vecchio  Ammirato. 


LIBRO    OTTANO  243 

piacimento  fosse  loro  lecito  di  romper  la  fede  o  il  giura- 
mento dalo  a'  loro  maggiori.  «  Funne  per  questo  data  la  cura 
con  ampissima  autorità  «  Piero  Macchiavelli  ,  Filippo  Ma- 
«  galotti,  Demando  Ardinghelli  ,  Cenni  Kuceliai ,  Benincasa 
f(  Falchi  e  a  Giovenco  Bastari,  »  e  la  terra  incominciata  a 
fabbricare  sotto  felici  ascendenti  del  cielo,  fu  da  Giovanni 
Villani  scrittore  di  storie  nominata  Firenzuola.  Feciono 
gii  abitatori  franchi  per  dieci  anni,  ordinarono  per  mercato 
un  dì  della  settimana,  e  perchè  stesse  sempre  nella  fede 
della  Repubblica  le  dierono  per  insegna  mezza  Tarme  del 
comune  e  mezza  quella  del  popolo;  e  come  vollono  che  nel 
nome  ritenesse  l'apparenza  d'  una  piccola  Firenze,  così  di- 
sposono,  che  la  maggior  chiesa  fosse  ancor  detta  S.  Firenze. 
«  Intanto  Geri,  Cavernello,  Ottaviano,  Vanni  e  Ugolino  lutti 
«  degli  Ubaldini  avendo  imparato  da  Maghinardo  s'umilia- 
«  rono  alla  Repubblica,  e  il  castello  di  Roccabruna  di  Vanni 
c(  e  di  Ugolino  di  Tano  fu  dato  in  guardia  a  Nepo  del  ca- 
«  valier  Pazzino,  quello  di  Piangnole  d'  Ottaviano  a  Anto- 
«  nio  de' Pazzi,  e  Belmonte  di  Geri  e  di  Cavernello  a  Ru- 
«  berto  Adimari,  acciocché  per  il  termine  di  cinque  anni 
«  gli  guardassero  e  tenessero  per  la  Repubblica  con  render- 
«  gli  poi  a' medesimi  Ubaldini  ».  I  Lucchesi  veggendo  pro- 
sperare cotanto  le  cose  de' Fiorcnt  ni  si  niisono  a  procacciare 
di  tor  loro  Massa  di  Valdinievole,  e  per  questo  vi  manda- 
rono con  gran  segretezza  le  genti  che  teneano  in  Buggiano. 
Ma  sentita  la  mossa  loro  dalle  guarnigioni  che  la  Repub- 
blica tenea  in  Montecatini,  1'  uscirono  addosso,  e  li  ruppo- 
no  con  averne  uccisi  e  fatti  prigioni  molti,  e  recatene  a  Fi- 
renze quattro  bandiere  di  cavalli. 

In  tante  felicità  solo  il  fuoco,  che  spesso  facea  alcun 
danno  in  casa,  tenea  in  qualche  spavento  gli  animi  delle  per- 
sone, avendo  ultimamente,  oltre  gì' incendj  dell'anno  passa- 
lo ,  abbruciato  quasi  tutto  il  palagio  del  podestà ,  il  che  fu 
però  cagione  che  egli  si  rifacesse  in  volte  infino  a'  letti  di 
nuovo.  Ma  questi  lieti  successi  non  aveano  però  tolto  di  men- 
te a  Bernardo  Ardinghelli  gonfaloniere  la  seconda  volta  il 
sospetto  che  avea  ne'  Fioicntini  generato  la  congiunzione 
del  papa  col  re  Giovanni,  veggendo  massimamente  che  il  le- 
gato in  nome  della  sede  apostolica  s'era  insignorito   di  Bo- 


244  dell'  istorie  fiorentine 

legna  ;  che  avea  in  quella  città  incomincialo  a  i'orlidcare  una 
fortezza  ;  che  quei  di  Forlì  somigliantemente  se  gli  erano 
dati,  e  che  egli  era  per  questo  dal  ponleHce  stato  fatto  conte 
di  Romagna.  «  Ma  non  si  provvedendo  bene  alle  cose  di 
«  dentro,  malamente  si  possono  procurar  quelle  di  fuori;  si 
«  dette  però  1'  Ardinghelli  co'  priori  suoi  compagni,  dodici 
«  buoni  uomini,  e  gonfalonieri  di  compagnie  a  riordinare 
«  l'elezione  degli  ufiziali  maggiori  e  minori  della  città,  dove 
«  il  primo  di  maggio  venne  capitano  del  popolo  Berto  degli 
«  Alberti  da  Mevania.  E  perchè  le  raccomandazioni  e  favori 
«  facevano  spesse  volle  diviare  dal  servizio  pubblico,  e  ^^osì 
«  neir  elezione  di  podestà  si  ammettevano  de'  soggetti  del 
'(  tutto  non  buoni,  fu  ordinalo  che  fosse  falla  una  nomina- 
«  zione  di  più  cavalieri  stimali  il  proposito,  i  quali  imbor- 
«  sali  si  tenessero  in  una  cassa  appresso  a'  religiosi  camar- 
«  linghi  della  camera  in  palazzo,  e  ogni  sei  mesi  ne  fosse 
«  tratto  uno,  il  quale  trovalo  non  aver  divieto  o  per  il  tem- 
«  pò,  0  per  esser  di  luogo  di  dove  fosse  altro  nfìziale,  fosse 
«  podestà  ;  se  no  fosse  rimborsato  e  trattone  un  altro  ;  lo 
«  stesso  fu  fatto  del  capitano  del  popolo,  dell'  esecutore  de- 
«  gli  ordini  della  giustizia,  e  del  proconsolo  dell'arti  de'giu- 
«  dici  e  notai  ».  Intanto  né  i  Lucchesi  restavano  '  di  tentar 
cose  nuove;  i  quali  benché  fosse  riuscita  lor  male  l'impresa 
di  Massa,  aveano  nondimeno  mandato  da  capo  1'  esercito  per 
occupar  Barga  ;  il  che  fu  cagione  che  con  tanto  maggior  di- 
ligenza s'  attendesse  a  tirar  innanzi  la  conclusion  della  lega, 
già  incominciata  a  praticare  infin  dal  principio  dell'  abboc- 
camento fallo  tra  il  re  Giovanni  e  il  legato,  co'  Ghibellini 
di  Lombardia.  Ma  non  essendosi  potuta  condurre  solto  il 
magistrato  dell' Ardinghelli,  entrò  in  quella  cura  Pero  Gu- 
glielmi nuovo  gonfaloniere,  a  cui  non  fu  poco  sprone  l'es- 
ser successo  poco  felicemente  il  soccorrer  Barga,  dove  es- 
sendosi mandata  di  Pistoja  quasi  lulta  la  cavalleria  per  for- 
nire almeno  la  terra  di  vettovaglia,  non  si  era  potuto  far  cosa 
alcuna  ;  essendo  slati  ributtati  da'  nimici,  e  costretti  tornar- 
sene a  casa  (;on  poco  onore.  Era  ancor  egli  spaventalo  dagli 

•   Né  a'  Lucchesi  ai'evano  scemalo  l'  animo,  con  il  recchio  Ammi- 
rato, facendo  reggere  il  verbo  a^'e^ano  da  questi  lieti  succe.isi. 


LIBRO   OTTAVO  245 

spessi  incendj  che  più  che  in  altro  (cmpo  furono  tVequenli 
allora  in  Firenze,  perciocché  essendo  egli  gonfaloniere  arse 
il  palagio  dell'  arte  della  lana  ;  e  benché  non  fosse  cosa  dub- 
bia che  il  fuoco  vi  fosse  stato  posto  artatamente  da  uno  che 
vi  stava  prigione  ,  il  quale  credendo  scampare  vi  rimase  mor- 
to ,  nondimeno  era  in  ogni  modo  preso  a  cattivo  augurio  che 
o  per  una  via  o  per  un'  altra  avessero  a  seguire  sì  spessi 
casi  di  fuochi  nella  città;  e  massimamente  essendo  nell'ul- 
time volte  stati  tocchi  due  luoghi  pubblici,  e  quasi  i  due  più 
principali  membri  della  città  '  ;  «  dove  al  principio  di  luglio 
«  avea  preso  l'uficio  di  podestà  Normanno  della  Rocca  di 
«  Chiaromonte.  A'  10  d'  agosto  fu  fatto  lega  per  dieci  anni 
«  con  Rinieri  del  già  Guglielmo  de'  Casali  signore  di  Corto- 
«  na  ;  il  quale  si  obbligò  di  far  guerra  a  chi  volessero  i  Fio- 
«  fantini,  eccetto  che  a  Perugia  ,  Siena  e  a  Montepulciano, 
«  co'  quali  gli  restò  libero  di  potersi  collegare,  e  i  padri  pro- 
«  messero  a  lui  di  tenerlo  come  figliuolo,  e  d'  aiutarlo  a  man- 
«  tenersi  nella  signoria.  Ma  seguitandosi  tuttavia  di  tirar  in- 
«  nanzi  l'incominciata  pratica  della  lega  di  Lombardia,  fu 
«  finalmente,  dopo  1'  essere  stata  tolta  Rrescia  e  Rergamo  al 
«  re  Giovanni  da  Mastino  della  Scala,  conchiusa  e  fermata 
«  a'  16  di  settembre  in  Ferrara,  dove  per  la  Repubblica  in- 
«  tervenne  ambasciadore  e  sindaco  Ruonavenlura  Monaci , 
«  essendo  in  Firenze  gonfaloniere  Daldo  Marignolli,  in  que- 
«  sto  modo.  Che  la  Repubblica  fiorentina  faceva  lega  con  Ri- 
«  naldo  ,  Obizo  e  Niccolò  fratelli  marchesi  d'  Este,  con  Ma- 
«  slino  e  Alberto  della  Scala  fratelli  ,  con  Azzo  Visconti  si- 
«  gnore  di  Milano,  con  Francesco  Rusca  capitano  di  Como, 
«  con  Luigi  da  Gonzaga  capitano  della  città  di  Mantova,  e 
«  con  Guido,  Filippino  e  Feltrino  suoi  figliuoli,  e  con  Gui- 
«  do,  Simone  e  Azzo  fratelli  daX^orreggio  a  difesa  delti  stati 
«  comuni,  non  solo  contro  al  re  di  Boemia,  ma  contro  ad 
(<  ogn'  altro  che  volesse  venire  in  Italia ,  e  turbare  lo  slato 
«  de' collegati,  f  quali  premessero  d'aiutare  i  Fiorentini  ad 
«  acquistare  la  città  di  Lucca,  e  quelli  d'aiutare  i  collegati 
«  a  ricuperare  le  città  e  terre  che  il  re  di  Boemia,  o  altri  in 
«  suo  nome,  teneva  in  Lombardia,  promettendosi  di  non  far 

'  Il  testo  dice,  della  Repubblica. 


246  dell'istorie  fiorentine 

«  pace  0  tregua  l'uno  senza  l'altro.  Riserbando  luogo  nella 
«  lega  al  re  Ruberto  e  accomuni  di  Perugia,  di  Siena,  d'Or- 
«  vieto,  di  Volterra,  di  Colle,  di  S.  Giraignano,  di  Prato  e 
«  di  S.  Miniato.  La  taglia  fu  accordala  poi  d'aprile  in  nu- 
«  mero  di  tremilaquattroccnlocinquanta  cavalli  in  questo  mo- 
«  do.  Che  gli  Scaligeri  dovessero  tenere  milledugento  cavalli, 
«  il  Visconti  signor  di  Milano  ottocento.  1  Fiorentini  setle- 
«  cento.  Gli  Estensi  trecento.  I  Gonzaghi  dugcnto.  !1  signor 
«  di  Como  cento.  Il  signor  di  Pavia  cento.  E  Giovanni  ve- 
«  scovo  e  signore  di  Novara  cinquanta.  Che  in  occasione  di 
a  guerra  questa  gente  si  mandasse  in  Lombardia  o  in  To- 
«  scana,  e  perchè  il  re  Giovanni  stava  d'  ordinario  in  Lucca, 
«  non  vollero  che  i  Fiorentini  fossero  tenuti  a  mandar  in 
«  Lombardia,  in  caso  di  bisogno,  che  quattrocento  cavalli,  do- 
«  vendosene  ritener  trecento  per  lor  guardia.  Vollero  che 
«  da'  collegati  si  tenessero  altrettanti  fanti  quanto  cavalli,  non 
«  si  comprendendo  quelli  che  si  fossero  avuti  da'  procuratori 
«  del  re  Ruberto,  per  servire  come  i  cavalli;  e  che  il  capi- 
«  tano  della  taglia  fosse  eletto  di  mano  in  mano  da  quel 
«  comune  o  signore  nel  dominio  del  quale  la  gente  si  tro- 
«  vasse.Perla  Repubblica  all'accordo  di  questa  taglia  inler- 
«  vennero  Francesco  Brunelleschi  cavaliere,  Giovanni  di  Mo- 
«  re  giudice  e  Simone   dell'  Antella.  »  ' 

I  Nel  vecchio  Ammirato  si  legge  così  :  perchè  seguitando  tuttavia 
di  concliiiideie  l'  incominciata  pratica  della  legajìi  Jìnalmente  dopo 
r  essere  stata  tolta  Brescia  e  Bergamo  al  re  Gio\.'anni  da  Mastino 
della  Scala,  conchiusa  e  fermata  del  mese  di  settembre  nel  gonfalo- 
nerato  di  Daldo  Ma'ignolli  in  questo  modo  :  che  tra  il  re  Ruberto^ 
la  Repubblica  fiorent ina,  i  signori  della  Scala.,  i  signori  Risconti  di 
Milano,  i  signori  di  Ferrara  e  quelli  di  Mantova,  sij'acez  lega  e 
confederazione  contra  qualunque  nemico  comune,  senza  eccettuarne 
Imperio  uè  Chiesa,  ma  ben  nominando  particolarmente  contro  il  Ba- 
vero e  il  re  Giovanni.  Clie  detta  lega  a^'esse  a  tener  soldati  conti- 
nuamente tremila  cavalieri,  dei  quali  la  rata  ottocento  ne  toccasse 
a  quei  della  Scala,  seicento  per  ciascuno  al  re  Ruberto,  alla  Repub- 
blica fiorentina,  e  a'  Fisconti,  e  quattrocento  insieme  a  Ferrara  e 
a  Mantova.  Che  particolarmente  fosse  la  lega  tenuta  ajutare  a  con- 
quistar ad  Azza  signor  di  Milano  la  città  di  Cremona  e  il  borgo 
a  S.  Donnino,  a  Mastino  la  città  di  Parma,  a  quei  d'  Este  3Iodena, 
a'  Gonzaghi  la  città  di  Reggio,  e  ai  Fiorentini  quella  di  Lucca, 


LiBRO   OTTAVO.  247 

Menlrc  si  Irallavano  queste  cose  in  Lombardia,  accadde 
alla  Repubblica  occasione  di  lasciar  un  esempio  di  somma 
severità  e  di  misericordia  insieme  a' posteri,  per  aver  i  San- 
gìmignancsi  arso  la  villa  di  Camporbiano  del  contado  di  Fi- 
renze, ove  erano  rifuggili  i  lor  fuorusciti.  Fu  per  questa  ca- 
gione fatto  chiamar  in  Firenze  il  podestà  della  terra,  il  qual 
era  stato  capitano  dell'  impresa  con  alcuni  del  luogo  de'  pri- 
mi, i  quali  non  essendo  voluti  comparire,  fu  in  consiglio  dato 
sentenza  contra  la  comunità  di  S.  Gimignano  in  libbre  cin- 
quantamila, e  che  il  podestà  insieme  con  ccntoquarantasette 
uomini  più  principali  fosser  condennati  alla  pena  del  fuoco. 
Per  la  qual  sentenza  eseguire  aveano  preparato  genti  per 
combatter  la  terra  senza  voler  prestar  orecchio  a  sorte  d' ac- 
cordo alcuno,  se  rimettendosi  liberamente  tutto  il  comune 
alla  grazia  e  libera  discrezione  de' Fiorentini,  non  avessero 
con  abietta  umiltà  mitigalo  l'alterigia  dogli  animi  loro.  «  In- 
«  tanto  era  tornato  d'  Avignone  Alesso  Rinucci  mandatovi 
«  dalla  Repubblica  col  vescovo  Francesco  per  chiarirsi  mag- 
«  giorracnle  della  volontà  del  papa;  il  quale  avendo  ritenuto 
o  appresso  di  se  il  vescovo,  avea  per  il  Rinucci  scritto  alla 
«  signoria,  che  sua  intenzione  non  era  di  tentar  cosa  alcuna 
«  in  Italia  in  pregiudizio  de' Fiorentini  né  d'altri.  Dall'altro 
«  canto  essendo  i  Lucchesi  con  le  genti  del  re  Giovanni  tor- 
«  nati  all'  assedio  di  Barga  »  ,  e  volendo  i  Fiorentini  tentar 
ogni  prova  per  soccorrerla,  e  non  essendo  anche  a  tempo 
di  valersi  della  lega,  '  si  confederarono  col  marchese  Spi- 
netta, il  quale  tutto  che  fosse  di  natura  ghibellino,  era  nondi- 
meno capital  nimico  de' Lucchesi  :  e  promettendo  egli  vetto- 
vagliar la  terra  per  forza,  pur  che  i  Fiorentini  1'  accomodas- 
sero di  dugcnto  cavalieri,  perciocché  di  dugento  altri  l'ave- 
vano provveduto  i  signori  della  Scala  e  di  Mantova,  gU  fu- 
rono mandati  spaccialamente;  onde  egli  con  quattrocento 
cavalieri,  oltre  i  fanti  che  avea  cavati  dal  suo  paese,  si  trovò 
il  secondo  dì  di  settembre  sopra  Barga.  Pochi  d'i  poi  si  mos- 


I  Ecco  le  parole  del  testo  :  dall'  altro  canto  durava  ancora  l'  as- 
sedio di  Barga,  e  volendo  i  Fiorentini  tentar  ogni  prova  per  socco- - 
rerla,  e  non  essendo  anche  a  tempo  di  va'ersi  della  lega,  la  qu-ile 
non  era  conchiusa,  si  conjederarono   col  marchese  Spinetta  ec. 


-2ÌS  dell'  istorie  fiorentine 

sono  anche  i  Fiorentini  di  Pistoja  con  oUocento  cavalieri  e 
gran  numero  di  fanti,  e  senza  trovar  contrasto  presono  il 
Cerfuglio,  Vivinaia,  e  Montechiaro,  sperando  poter  divertire 
per  questo  i  Lucchesi  dell'assedio.  Ma  non  facendo  quelli 
sembiante  di  volersi  muovere  in  conto  alcuno,  anzi  vi  era  di 
nuovo  cavalcalo  Simone  Filippi  vicario  del  re  Giovanni  con 
luUe  le  genti  che  erano  restate  a  Lucca,  oltre  molte  altre 
squadre  di  cavalli  fattesi  venir  di  Parma,  i  Fiorentini  abban- 
donando con  cattivo  consiglio  i  luoghi  acquistati,  deliberaro- 
no tirar  tutte  le  forze  in  Garfagnana,  e  veder  per  viva  forza 
eglino  d'un  lato,  e  il  marchese  Spinetta  dall'altro,  se  potea 
\enire  lor  fatto  di  soccorrer  Barga.  La  quale  posta  sopra  un 
poggio  scosceso  e  in  paese  forte  ha  nove  piani  nella  mon- 
tagna. Ma  conoscendo  per  ninno  altro  modo  potere  ciò  fare 
per  lo  forte  alloggiamento  che  avcan  preso  i  nimici,  che  col 
venire  al  fatto  d'arme,  li  mandarono  richiedendo  di  battaglia, 
sperando  d'  averne  indubitatamente  a  riportar  la  vittoria.  Ma 
Simone  Filippi  vicario  del  re  non  giudicando  partito  utile 
metter  le  cose  certe  in  dubbio  (  perciocché  egli  era  sicuro 
che  la  terra  non  era  per  poter  tenersi  più  lungo  tempo  ) 
mandò  a  dire  a' Fiorentini  che  se  essi  aveano  voglia  di  com- 
battere facessero  di  modo  che  ve  lo  tirasser  per  forza,  con- 
ciossiacosaché egli  si  trovava  in  quel  luogo  per  espugnar 
Barga,  e  non  per  combatter  co'nimici;  la  qual  risposta  fece 
deliberar  i  Fiorentini,  conosciuto  di  gittar  l' opera  indarno,  a 
tornarsene  a  casa.  «  Dove  trovandosi  Benincasa  Lapi  maestro 
a  eccellente  d' intagliar  i  conj  delle  monete  avanti  con  gli 
«  anni,  gli  furono  dati  aiuti.  E  perchè  gli  altri  intagliatori 
«  per  ingordigia  di  maggior  guadagno  non  andassero  a  ser- 
«  vire  i  Pisani  e  i  Bolognesi,  i  quali  si  sentiva  voler  coniare 
«  nuova  moneta,  fu  accresciuto  loro  il  salario,  sapendo  molto 
«  bene  quanto  alla  bontà  dell'  oro  e  dell'  argento  dia  credito 
«  la  bellezza  dell'  impronta  del  conio,  nella  quale  la  città  ha 
«  sempre  mostrato  particolar  cura.  Fatta  la  dichiarazione  nella 
«  lega  che  si  dovessero  aiutare  1  Fiorentini  all'acquisto  di 
«  Lucca,  si  cominciò  a  dubitare  che  il  marchese  Spinetta 
«  fosse  per  esser  contrario  a  questo  acquisto  ;  il  che  venu- 
«  logli  a  notizia,  non  solo  ne  scrisse  a  Firenze  a' padri  per 
«  disingannargli ,  ma  offerse  per  sicurezza  della  sua  buona 


LIBRO   OTTAVO.  943 

«  volontà  di  dare  per  statichi  i  figliuoli  e  nipoti.  E  perchè 
«  si  volevano  indirizzar  le  cose  per  tale  acquisto  fu  dato  ba- 
«  lia  al  gonfaloniere  e  priori  di  elegger  quel  numero  d'uo- 
«  mini  che  paresse  loro  a  proposilo  per  poter  dar  principio 
«  a  far  una  fortezza  sopra  il  monte  del  Cerruglio  per  mole- 
«  star  tanto  più  vivamente  i  Lucchesi  ».  A'  quali  quei  di  Bar- 
ga  disperati  di  poter  esser  soccorsi,  avendo  prima  pattuito 
la  salvezza  delle  persone,  s'arrenderono  il  di'cimoquinto  gior- 
no d'  ottobre,  giorno  nel  quale  prendeva  in  Firenze  il  som- 
mo magistrato  Maso  degli  Uccellini,  il  cui  reggimento,  ben- 
ché la  città  nel  resto  si  trovasse  in  felicissimo  stato ,  ebbe 
spesse  molestie  per  i  diversi  fuochi  che  sentì;  il  qual  s'ap- 
prese una  volta  in  S.  Martino,  e  arse  la  torre  e  palazzo 
de'  Giugni  con  altre  vicine  case  e  botteghe,  ove  per  esser 
riposte  molte  balle  di  lana,  e  per  esservi  periti  alcuni  gar- 
zoni, il  danno  non  fu  stimato  piccolo.  La  sera  che  seguì  a 
questo  incendio,  come  il  fuoco  volesse  visitar  tutte  le  con- 
trade della  città,  passò  Arno,  e  attaccossi  all'abitazione  dei 
Bardi,  ardendo  nel  medesimo  tempo  altrove  alcune  case  che 
erano  al  canto  di  Borgo  S-  Lorenzo.  Non  passarono  poi  molti 
dì  che  egli  fece  sentire  la  sua  violenza  al  Borgo  al  Ciriegio, 
non  potendo  coloro  che  erano  proposti  a  questa  cura,  per 
molte  provvisioni  che  vi  facessero,  rimediare  che  i  detti  fuo- 
chi non  seguissono.  «  Si  rimediò  bene ,  trovandosi  capitano 
«  del  popolo  Andrea  da  Camerino,  a'  disordini  che  seguita- 
«  vano  ne' beni  delle  chiese  e  date  de' benefizi,  di  molti 
«  de' quali  essendo  padroni  le  famìglie  grandi,  quando  ne 
«  veniva  a  vacare  alcuno,  s'impadronivano  de'  terreni;  furo- 
«  no  però  poste  pene  molto  rigorose  a  simili  ladronecci,  con 
«  proibire  che  non  potessero  intervenire  nelle  date  de'  be- 
te uefizi  che  aveano  a  comune  co'  popoli,  che  per  procura- 
«  tori  ».  Essendo  i  marchesi  di  Ferrara,  i  quali  erano  com- 
presi nella  lega,  stati  sconfitti  nel  contado  di  Modena  da  Carlo 
figliuolo  del  re  Giovanni,  si  credette  dalle  genti  superstiziose 
quelli  cotanti  fuochi  essere  stati  portenti  di  quello  o  d'  altro 
maggior  futuro  male,  essendo  massimamente  il  medesimo  av- 
venuto nel  gonfalonerato  di  Cione  Falconi  d'Oltrarno  il  26° 
giorno  dell'anno  1333,  a  che  nella  città  era  venuto  podestà 
«  Giorgio  de' Tebaldeschi  d'Ascoli,  »   nel  qual  giorno  di 


250  dell'istorie  fiorentine 

mezzodì  s'apprese  il  fuoco    denlro   il    campaiiil    vecchio   di 
S.  Reparala. 

Ma  le  ambascerie  venule  a  Firenze  de'  Sanesi  e  del 
legato  ingombrarono  gli  animi  di  nuove  considerazioni.  Quelli 
pregavano  il  senato  che  dovesse  per  alcun  tempo  conce- 
dere loro  le  sue  masnade  per  la  guerra  che  aveano  co'Pi- 
sani,  ricordando  a' Fiorentini  non  meno  la  fedele  amicizia 
e  compagnia  che  era  stala  sempre  tra  la  repubblica  di  Siena 
e  quella  di  Firenze,  che  l'odio  e  inimicizie  capilali  che 
l'un  comune  e  l'altro  avevano  quasi  sempre  tenuto  co' Pi- 
sani ;  e  in  segno  di  ciò  producevano  il  capitano  de' Pisani 
esser  Ciupo  degli  Scolari  fuoruscilo  fiorentino  ;  la  lor  caval- 
leria la  miglior  parte  esser  di  Parma,  e  di  Lucca  delle  genti 
del  re  Giovanni ,  e  per  questo  aver  poco  innanzi  i  Fioren- 
tini mandato  aitilo  ad  ejsi  Sanesi  senza  esserne  richiesti  , 
veggendo  i  danni  e  il  guasto  che  aveano  dato  al  lor  con- 
tado i  Pisani.  Fu  loro  risposto  da' padri  ;  che  con  quella  di- 
rittura che  il  popolo  fiorentino  s'  era  sempre  ingegnato  di 
conservar  l'amicizia  co' Sanesi,  e  con  qualunque  altro  po- 
polo si  trovavano  in  confederazione ,  con  quella  medesima 
esser  cosa  ragionevole  ora  di  osservarla  co'Pisani,  a' quali 
non  aveano  ragione  di  romper  guerra  ;  e  i  casi  esser  molto 
dispari  :  aver  poco  innanzi  mandato  aiuto  a'  Sanesi  per  di- 
fenderli contra  i  Pisani,  e  ora  dover  mandar  loro  genti  per 
offendere  e  per  travagliar  i  Pisani.  Gli  ambasciadori  del  le- 
gato avendo  esposto  gli  antichi  e  nuovi  beneficj  fatti  da  santa 
Chiesa  alla  Repubblica  fiorentina  ,  la  natura  degli  slati  guelfi 
e  ghibellini,  e  gli  umori  che  ordinariamente  producevano 
r  inclinazion  delle  parti;  il  fine  che  aveano  i  signori  di  Lom- 
bardia, come  vicari  la  maggior  parte  d'Imperio,  e  quello 
che  aveano  i  pontefici ,  i  quali  aspirano  sempre  alla  libertà 
d'Italia:  per  le  quali  ragioni  era  stata  sempre  tra  la  sede 
apostolica  e  quel  popolo  buona  e  leale  amicizia,  quasi  per 
tutti  i  secoli  passati ,  e  all'  incontro  odj  e  gare  mortali  tra 
i  detti  signori  lombardi,  e  la  loro  Repubblica:  li  conforta- 
vano a  partirsi  dalla  delta  indebita  lega  fatta  tra  loro,  e  a 
volersi  accostare  con  lui ,  e  unanimi  attendere  alla  distruzion 
de'  loro  nemici  ;  non  cessando  di  ridurli  a  memoria  che 
l'uno   de'confederati  era   Azzo   Visconti,  il  quale  insieme 


LIBRO   OTTAVO.  2o( 

con  Castruccio  s'  era  trovalo  a  comballer  le  mura  di  Firenze  ; 
e  che  tutti  insieme  erano  stati  sempre  quelli  che  aveano 
chiamato  alla  loro  rovina  gì' irapcradori  d' Alemagna;  avendo 
campo  d'andar  vagando  per  questa  materia  molto  dififusa- 
mentc.  Colui,  a  cui  fu  dal  senato  commessa  la  cura  di  ri- 
spondere ,  disse  :  che  i  Fiorentini  non  nogavano  coleste  cose 
esser  vere  ;  ma  quanto  più  vere  erano  ,  tanto  maggior  colpa 
doversene  dare  al  legato  :  il  quale  col  modo  del  suo  proce- 
dere avea  costretto  quella  città,  devotissima  alla  sede  apo- 
stolica ,  a  gettarsi  in  braccio  a'  nimici  suoi.  Ma  lasciato  star 
questo  da  parte  ;  di  che  doversi  egli  lamentare ,  se  la  lega 
era  fatta  contra  il  re  Giovanni  e  il  Bavero  con  consenti- 
mento del  papa ,  il  quale  di  costui  era  nimico  ,  e  di  colui 
avea  detto  non  esser  venuto  in  Italia  di  suo  ordine  ,  e  non 
essersi  di  sua  volontà  travagliato  ne' fatti  di  Lombardia  e  di 
Toscana?  Andò  poi  seguendo  molte  altre  ragioni,  per  le 
quali  conchiudeva  non  potere  ,  nò  dovere  ,  o  volere  in  conto 
alcuno  partirsi  della  lega;  per  la  qual  cosa  gli  ambasciadori 
se  ne  tornarono  a  Bologna  con  poca  soddisfazione  del  le- 
gato; e  il  primo  cho  ebbe  a  sentire  lo  sdegno  dell'adirato 
animo  suo  fu  Niccolò  da  Este  marchese  di  Ferrara;  il  quale 
venuto  in  Causandoli  di  nuovo  alle  mani  con  le  genti  eccle- 
siastiche,  fu  da' nimici  rollo  e  fatto  prigione.  Onde  i  vinci- 
tori s'accamparono  intorno  Ferrara,  e  a  prima  giunta  gua- 
dagnarono il  borgo,  che  è  posto  contro  all'isola  di  S.  Giorgio, 
e  tutto  di  strignevano  la  città  maggiormente.  Queste  novelle 
recale  a  Firenze  turbarono  grandemente  la  nuova  signoria, 
che  era  enirala  col  nuovo  gonfaloniere  Giovanni  Arnolfi; 
perche  alle  prime  lettere  che  ebbono  dalle  genti  del  mar- 
chese del  danno  ricevuto  spedirono  quattrocento  cavalieri 
della  miglior  cavalleria  che  avessero  ;  e  sotlo  la  condotta  di 
Francesco  Strozzi  cavaliere  e  di  Ugo  Scali  li  mandarono  in 
Lombardia  ;  ma  con  tanta  difTicoltà ,  che  non  potendo  andar 
per  Bologna  ne  per  Parma  furon  forzati  tener  la  via  di 
mare  per  Genova  ,  e  indi  passar  a  Milano  ,  e  di  là  condursi 
a  Verona,  ove  s' aveano  a  congiugnere  con  le  genti  dei  si- 
gnori della  Scala.  Subilo  che  ciò  fu  noto  al  legalo ,  mandò 
pregando  il  re  Giovanni ,  il  quale  dopo  che  era  stato  in  Pro- 
venza col  papa  se  n'  era  passato   in  Francia ,  e  di  là    con 


252  dell'  istorie  fiorentine 

nuove  genti  era  calato  in  Italia  ,  e  allora  si  trovava  in  Parma, 
che  per  quanto  aveva  cara  la  salute  e  onore  comune  non  ii 
Cosse  grave  di  venirne  a  Bologna  per  trattar  insieme  della 
guerra  ferrarese.  Il  re  vi  venne  prestamente ,  e  fatta  la  pa- 
squa col  legato,  e  avuto  per  suo  procaccio   da' Bolognesi , 
benché  con  grande  strepito  e  sdegno  di  quel  popolo ,  quin- 
dicimila fiorini  d' oro,   si  profferì  d'andar  in   persona   alla 
guerra  di  Ferrara,  e  tra  tanto  che  egli  si  sarebbe   posto   a 
ordine  a  Parma  di  quel  che  bisognava  spedi  il  conte  d'  Ar- 
mignach  con    trecento   cavalieri,   che  con  la  maggior  pre- 
stezza che  fosse  possibile   andasse  a  dar    aiuto  al   campo.  I 
capi  della  lega  veggendo  venuto  il  conte  ,  e  informati  appieno 
delle  provvisioni  che  si  facevano  dal  re   in  Parma ,    dubita- 
rono se  punto  stavano  a  badare  di  non  esser  più    a  tempo 
di  levar   l'assedio   di  Ferrara.   Per  questo   ordinarono   con 
somma  celerità  le  genti  per  terra,  e  venticinque  gazzarre  (cosi 
si  chiamavano  quelle  che  ora  diciamo   burchi)  bene  armate 
nel  Po  ,  non   solo  con  animo  di  soccorrer   la   terra,   ma  di 
combattere    co'nimici  se   n'avessero    avuto  occasione.   Ma 
l'alloggiamento  de' nimici  era  sì  forte,  che  ciascun  capitano 
affermava  l'andare  ad  espugnarli    non   esser  altro    che   un 
condur  i  soldati  al  macello.  E  per  questo  parca  che  ciascuno 
schifasse  l'impresa.  Solo  quattro  capitani  fra  tanti   presono 
il  carico  di  dar  l' assalto    vigorosamente.  Costoro   furono   Io 
Scali   e  lo  Strozzi  capitani    de' Fiorentini,  il  marchese  Spi- 
netta ,  e  un  gentiluomo  trivigiano  di  casa  Avogadro  :  i  quali 
per  la  porla  che  va  a  Francolino  uscirono  ad  assalir  il  campo 
da  quella  parte  ove  era  più  forte  di  fossi  e  di  sleccati ,  es- 
sendo in  un  medesimo  tempo ,  poiché   così   si   convennero 
di  fare ,  uscita  l' altra  gente   per  la  porta   del   Leone ,    e  il 
navilio  per  Po  per  dar  l'assalto  al  ponte  di  S.  Giorgio.  La 
battaglia  fu  molto  aspra,  e  buono  spazio  si  stette  senza  po- 
ter  conoscere  qual  de'  due   eserciti   n'  avesse   il   migliore , 
quando  avendo  i  Fiorentini  dal  canto  loro  fatto  alquanto  di 
valico  nel  fosso  ,  e   rotta  una  piccola   parte   dello  steccalo, 
s'  udì  che  con  grandissime  grida  e  vigore  erano  saltali  dentro 
gli  steccali  degli  nimici,  e  che  incontratisi  col  conte    d' Ar- 
mignach  si  facea  da  amcnduc  le  parli  una  sanguinosa  batta- 
glia. Quindi  avvenne  che  ciascuno  corse  a  quel  lato  ;  e  ve- 


LIBRO    OTTAVO.  253 

rameiite  in  niun  luogo  si  combattè  con  maggior  fervore  , 
essendo  in  quel  dì  slata  mollo  chiara  e  illustre  1'  opera  dei 
due  capitani  fiorentini;  i  quali  essendo  in  casa  famosi,  e 
amendue  di  pregiate  famiglie ,  come  fosse  tra  loro  alcuna 
segreta  contesa  di  gloria  ,  gareggiarono  in  quel  giorno  con 
pari  lode  del  vigore  del  corpo  e  dell'  animo  ;  perchè  essi 
ruppono  alla  fine  il  campo  e  posero  con  maravigliosa  feli- 
cilà  in  volta  i  nemici,  i  qsiali  seguitati  da  cavalieri  e  da  fanti 
per  terra,  e  dalT  armala  delle  gazzarre  per  Po  ,  saetlati  ora 
da  un  lato  e  ora  da  un  altro,  quasi  tulli  fur  tagliati  a  pezzi 
0  fatti  prigioni.  Molti  altri  perirono  annegati  nel  fiume,  men- 
tre in  quello  cercavan  salvarsi.  Allri  affogarono  con  la  ca- 
duta del  ponte  di  S.  Giorgio,  il  quale  non  potendo  reggere 
il  carico  grande  della  gente  che  fuggiva,  rovinò  con  la  morie 
di  quanti  ve  n'  eran  sopra.  Uimasevi  prigione  il  conte  d'Ar- 
raignach  con  lutto  il  baronaggio  di  Linguadoca,  e  insieme- 
mente  con  la  miglior  parte  della  nobiltà  di  Romagna. 

Questa  vittoria  succeduta  a'  14  d'aprile,  fece,  recatane 
la  novella  in  Firenze ,  lietissimo  il  gonfaloneralo  di  Kinieri 
del  Forese ,  nel  quale  la  plebe  rappresentò  giuochi  e  feste 
molto  solenni,  avendo  oltocenlo  uomini  parliti  in  due  bri- 
gate per  un  mese  continuo  dato  dolcissimo  spettacolo  al  po- 
polo, non  meno  con  balli  e  danze  piacevoli,  che  con  conviti 
ricchi  e  sontuosi,  tenendo  corte  bandita  e  menando  spesso 
il  lor  re  per  la  città  con  drappo  d'  oro  sopra  capo  ;  spen- 
dendo r  impazzata  ambizione  de'  piccoli  artefici  in  poco  d'ora 
quello  che  aveva  con  assidua  fatica  acquistato  nello  spazio 
di  moltissimo  tempo;  cosa  molle  volte  stata  nolata  per  de- 
gna di  maraviglia,  che  in  una  città,  ove  sia  stata  sempre  la 
parsimonia  in  tanto  pregio,  colai  generazione  d'  uomini  per 
una  vana  ombra  di  magnificenza  si  acconci  così  agevolmente 
a  gitlare  il  suo.  Fu  in  questo  tempo  dato  ordine  dal  pub- 
blico agli  ufiziali  della  torre  di  rifar  le  botteghe  abbruciale 
«  sul  Pontevecchio.  E  perchè  gli  slaluti  e  riforme  del  co- 
«  mune  eran  molliplicali  in  mnniera ,  che  molte  volte  gene- 
«  ravano  confusione  e  contrarietà,  fu  eletto  il  dottor  Fran- 
«  Cesco  Buonamici  da  Siena  con  due  notai  per  ridurli  per 
«  ordine,  dichiarar  1'  oscurità ,  e  levar  le  superCuità  ,  aven- 
«  do  prima  giurato  di  volerlo  fare  con  ogni  rettitudine.  Ala 


254  dell'  istorie  fiorentine 

eorae  in  Firenze  la  letizia  della  vittoria  era  siala  grande  , 
così  in  tutto  lo  stato,  il  quale  era  suddito  di  santa  Chiesa, 
fu  grande  il  rammarichio  della  perdita  falla.  Onde  il  legato 
fece  di  nuovo  venir  a  se  il  re  Giovanni  a  Bologna  ;  a  cui 
diede  danari  per  far  genti ,  e  melter  nuove  forze  insieme , 
perchè  la  lega  non  procedesse  a  fatti  maggiori;  essendosi 
in  questo  tempo  infin  gli  Aretini  mossi  per  torre  al  legato 
il  castello  di  Mercalello  in  Massalrtbaria  in  Romagna,  luogo 
onde  i  Romani  cavavan  gli  abeli,  secondo  mi  disse  leggen- 
dogli io  queste  storie  il  granduca  Cosimo ,  il  che  fece  pre- 
stamente tornare  il  re  a  Bologna.  JMa  precedendo  lentamen- 
te,  0  perchè  le  provvisioni  non  fossero  a  ordine,  o  perchè 
egli,  come  si  dubitò,  avesse  intelligenza  con  gli  Aretini,  il 
castello  non  potette  aver  il  soccorso  a  tempo ,  e  arrendessi 
a'  nemici.  «  Mentre  che  gli  Aretini  erano  intorno  a  Merca- 
«  lello,  Piero  Saccone  da  Pietramala  generale  signore  d'A- 
«  rezzo  e  Tarlato  suo  fralollo  mandarono  a  Firenze  un  loro 
'<  ambasciadore  e  sindaco  a  pregare  i  signori  di  voler  in  cou- 
rt fermazione  della  pace  fatta  di  settembre  l'anno  1314  farla 
«  rinnovare,  il  che  fu  loro  tanto  più  facile  a  ottenere,  quanto 
«  che  travagliando  il  legalo  ,  facevano  il  servizio  della  Re- 
«  pubblica.  Fu  però  a'  13  di  maggio  ,  che  in  Firenze  era  ca- 
«  pitano  del  popolo  Pietropaolo  di  M.  Gio.  da  Terano,  con- 
te fermata  la  pace,  nella  quale  s' inchiusero  i  medesimi  Tar- 
«  lati  e  i  loro  consorti  ».  Ma  nato  dalla  perdita  di  Mer- 
calello sdegno  tra  il  legato  e  il  re  Giovanni  ,  perchè  il  re 
se  ne  tornò  a  Parma  il  quindicesimo  giorno  di  giugno  ,  nel 
quale  in  Firenze  si  traeva  nuovo  gonfaloniere  Cino  Mi- 
chi  '.  «  Il  primo  di  luglio  prese  la  podesteria  Nello  de'  Guel- 
«  foni  d'Agubbio.  E  a'  29  fu  conchiusa  una  tregua  in  Lom- 
<(  bardia  in  Castelnuovo  de'  signori  di  Coreggio  fino  alla 
«  festa  di  S.  Martino,  e  per  dopo  non  si  disdicendo,  tra  il 
(<  re  Giovanni  e  i  suoi  aderenti  e  collegali  da  una  ,  e  il  re 
«  Ruberto  e  la  Repubblica  fiorentina  e  loro  collegati  e  ade- 
«  remi  dall'  altra,  con  lasciar  libero  alle  parti  di  poter  aiu- 
«  lare  il  legato  e  allri  amici  non  inclusi  in  questa  tregua  per 

I  Al  solito  qui  il  giovane  Ammirato  pone  delle  parole  senza  bri- 
garsi di  rappiccar  Lene  il  senso.  Nel  testo  si  legge  così  :  arrendessi 
iC  nemici .  da  che  nacque  sdegno  J'ra  il  legalo,  e  il  re  GiOK'anni,  ec. 


LIBRO    OTTAVO.  2oS 

«  difesa  solamenle.  Talché  a  Tommaso  conte  di  S.  Severi- 
«  na  stalo  eletto  a  richiesta  del  re  Ruberto  generale  della 
«  Repubblica  per  il  tempo  di  sei  mesi  restò  poco  da  fare 
«  per  la  sua  carica  ».  Considerando  il  re  Giovanni  per  la 
mutazione  delle  cose  non  dover  poter  lungo  tempo  ritener 
Lucca,  incominciò  a  praticare  di  venderla  così  co'  Fiorenti- 
ni come  co'  Pisani  ;  ma  non  si  trovando  forma  da  potersi 
le  parli  assicurare,  ed  egli  avendo  volto  1'  animo  a  partirsi 
d' Italia,  pensò  cavarne  prima  cpiel  profitto  che  più  gli  fosse 
stato  possibile ,  e  per  questo  tornò  a  Lucca  a'  16  di  luglio, 
e  statovi  poco  mcn  d'  un  mese,  se  ne  portò  per  una  impo- 
sta fallavi  sotto  nome  di  voler  pagar  le  sue  masnade  quin- 
dicimila fiorini  d'  oro. 

Godeva  la  fiorentina  Repubblica  di  questi  scompigli,  ve- 
dendo vicina  la  dissoluzione  delle  genti  del  re  Giovanni, 
per  la  qual  via  incominciava  a  ridestarsi  di  nuovo  in  lei  la 
speranza  d' insignorirsi  di  Lucca.  Ma  giudicando  che  il  pro- 
cedere moderatamente  non  sarebbe  a  questa  volta  stalo  dan- 
noso, stava  aspettando  a  che  fine  doveano  riuscire  le  cose 
del  legato  ;  le  quali  erano  ancor  elle  dopo  la  rolla  di  Fer- 
rara mollo  alterale.  «  In  questa  condizione  di  cose  fu  di 
«  nuovo  ordinato  che  si  mettesse  mano  al  ponte  popolare  o 
«  reale  sopra  Arno,  con  fare  una  porta  simile  a  S.  Nic- 
«  colò;  la  porta  si  vede  che  fu  falla,  ed  è  veramente  reale. 
«  Fu  anche  sollecitato  il  ridurre  a  fine  la  nuova  terra  di  Fi- 
«  renzuola,  e  1'  altra  ordinala  avanti  di  S.  Pietro  nel  piano 
«  d'Assenzio  di  monte  al  Pruno.  Venuto  il  lo  d'  agosto  prese 
«  il  gonfalonerato  Giovanni  de'  Medici  figliuolo  di  Bernardi- 
«  no ,  il  primo  pensiero  del  quale  fu  di  tener  abbondante 
«  la  città;  perchè  dette  autorità  a' sci  ufiziali  dell'abbondanza 
«  di  poter  forzare  chi  si  fusse  a  metter  il  grano  in  piazza, 
(i  e  non  volle  che  persona  potesse  esser  presa  né  anche  per 
■'<■  debiti  pubblichi  iu  andando  o  tornando  da' mercati  a  ven- 
«  der  grano  o  biade.  Col  ritorno  d'  Avignone  del  vescovo 
«  Francesco  papa  Giovanni  avea  scritto  alla  signoria  esor- 
«  taudola  ,  che  avendo  dato  ordine  al  vescovo  di  procurare 
«  di  far  pace  tra' comuni  di  Pisa  e  di  Siena,  i  quali  erano 
«  in  guerra  per  conto  di  Massa  di  Maremma  e  delle  sue  ca- 
ie stella  ,  a  volerlo    assistere   di  consiglio  e   d'  aiuto  ,  onde 


256  dell'istorie  fiorentine 

«  avendo  i  Pisani  e  Sanesi  mandalo  loro  ambasciadori  a  Fi- 
«  renze,  e  rimesse  le  lor  differenze  nel  vescovo  come  in 
«  nunzio  del  papa.  La  Repubblica  avendo  ricevuto  in  gnar- 
«  dia  non  solo  Massa  ma  i  castelli  di  Monlerotondo  ,  di 
«  Gerfalco ,  di  Perolla  ,  di  Gavorrano,  di  Colonna,  di  Roc- 
«  clietla  ,  di  Pietra,  di  Caldana  ,  di  Campelroso  e  di  Ranì , 
«  promesse  1'  osservanza  di  quello  che  avcrebbe  lodalo  il 
«  vescovo  per  1'  una  e  1'  altra  repubblica.  E  al  vescovo  dette 
«  per  aiuto  in  tal  negozio  Giovanni  de'  Gianfigliazzi  cava- 
«  liere,  Tommaso  Corsini  dottore  di  leggi  ,  Jacopo  degli 
«  Alberti,  e  Lapo  Monaco  di  Badia,  dottore  in  decreti.  Il 
«  vescovo  lodò  a'  4  di  settembre,  che  Massa  restasse  libera, 
«  rimettendovi  i  fuorusciti,  e  che  gli  fossero  resi  tutti  i  suoi 
«  castelli  parie  occupati  da' Sanesi  e  parte  da' Pisani,  fra  i 
«  quali  popoli  dovesse  esser  pace ,  annullando  ogni  obbligo 
«  e  giuramento  fatto  tra  Siena  e  Massa  l' anno  1276 ,  come 
M  ogni  compagnia  fatta  tra  Pisa  e  Massa  il  1332  al  Pisano. 
«  Per  il  che  i  Fiorentini  fecero  sindaco  Rinieri  del  Forese 
«  a  lasciar  libera  Massa  e  le  sue  castella  ad  ogni  volontà 
«  del  vescovo  '.  Appena  era  conchiusa  la  pace  tra  queste 
«  due  nemiche  repubbliche  con  grande  soddisfazione  di 
«  tutta  la  Toscana  (  la  quale  in  gran  parte  parca  che  rima- 
«  nesse  vola  d'  odj  e  d'  inimicizie) ,  che  le  cose  del  legato 
«  incominciate  a  peggiorare  dcltono  del  tutto  all' ingiù;  con- 
«  ciossiachò  Francesco  OrtlelafTì  ,  il  quale  era  da  lui  stato 
«  caccialo  di  Forlì,  entrandovi  nascosamente  in  un  carro  di 

I  II  vecchio  Ammirato  dice:  Tu  questa  condizione  dì  cose  prese  il 
confalonerato  Gioi.'(inni  de'  Medici.)  figliuolo  di  Bernardino ,  in  tem- 
po cheniolti  ambasciadori  de'  Sanesi  e  de''  Pisani  attendo  Jatto  capo 
alla  signoria  per  mezzo  del  ^'escoi'o  della  città^  per  le  differenze  che 
avevano  insieme  per  cagione  di  Mussa,  cerca^'ano  la  definizione  delle 
loro  contese.  Il  senato  deliberò,  che  Mussa  rimettendo  dentro  tutti 
i  suoi  Juorusciti  do\'esse  esser  libera,  e  che  né  i  Pisani  né  i  Sanesi 
vi  si  avesser  a  int  rometter  piìi;  ma  che  il  vescovo  di  Firenze,  con- 
fidente de'  Masselani,  vi  avesse  egli  per  tre  anni  a  metter  la  signo- 
ria a  sua  volontà,  entrando  per  mallevadore  per  questa  pace  la  Re- 
pubblica., a  cui  s'  era  prima  ciascuno  dei  due  comuni  in  caso  di  con- 
travenzione  obbligato  nella  pena  di  diecimila  marche  <l'  argento,  ap- 
pena era  conchiusa  la  pace  per  opera  de'  Fiorentini.,  J'ra  queste  due 
nemiche  repubbliche  ec. 


LIBRO  OTTAVO  2o7 

«  fieno  gli  ribellasse  la  città».  Non  più  che  tre  giorni  appresso 
questo  accidente,  Malatesta  de'Malatesti  entrò  in  Rimini  ru- 
bando e  uccidendo  le  genti  del  legalo  con  ogni  crudeltà;  col 
quale  esempio  mossi  i  Cesenati,  cacciandone  fuori  le  genti 
della  Chiosa  si  ridussono  a  viver  liberi.  Queste  ribellioni 
dettero  animo  a'  figliuoli  di  Castruccio  di  ricuperar  Lucca, 
essf-ndo  massimamente  il  re  Giovanni,  non  meno  per  lo  man- 
camento delie  cose  del  legato,  e  per  1'  imposizioni  fatte  a'Luc- 
chesi ,  che  per  la  fama  che  si  era  sparsa  di  volersene  ri- 
tornare di  là  da'  monti,  per  la  qual  cagione  procacciava  ili 
yendor  quella  terra,  incominciato  a  scemar  mollo  della  pri- 
ma riputazione,  e  venuto  in  dispregio  quasi  di  tutti  i  popoli 
<r  Italia.  Quindi  presono  i  detti  giovani  ardire  a  tentar  così 
nubil  fatto,  e  partitisi  prima  nascosamente  da  lui ,  appresso 
la  corte  del  quale  vivevano  come  statichi,  se  ne  vennero  in 
Garfagnana,  e  quivi  ragunati  di  molti  soldati  allievi  del  pa~ 
dre ,  e  aliri  loro  amici,  la  notte  del  25  di  settembre  entra- 
rono in  Lucca  e  corsero  la  città  ;  della  quale  con  felici  prin- 
cipj  ,  se  il  tìn  fosse  stalo  conforme,  toslaraentc  s'insignori- 
rono, fuggendosene  le  masnade  del  re  Giovanni  senza  aver 
fatto  resistenza  alcuna  ,  al  caslel  dell'  Agosta.  Ma  il  re  in 
questo  diligenlissimo ,  venuto  quasi  volando  su  la  partita 
de'  giovani  di  Parma,  senza  aspettar  altre  novelle  in  Lucca, 
ne  discacciò  i  fratelli  Interminelli  con  fatica  e  prestezza  non 
molto  maggior  di  quella  che  essi  v'  erano  entrali,  e  traendo 
nuova  moneta  da' Lucchesi,  poiché  il  venderla  non  riusciva, 
l'impegnò  per  trentacinquemila  fiorini  d'oro  a' Rossi  di  Par- 
ma; avendo  quella  misera  repubblica  nello  spazio  di  venti 
anni,  da  che  pervenne  in  potere  d'  Uguccione  della  Fagiuola, 
mutati  sette  signori.  I  Fiorentini  lieti  dell'avversità  de' loro 
niraici,  e  ignoranti  delle  vicine  loro  sciagure,  si  rallegrava- 
no ancora  delle  letizie  degli  amici  loro  altrove  succedute, 
avendo  in  quel  tempo  mandato  «  Gerozzo  de'  Bardi ,  Simo- 
«  ne  de' Peruzzi,  Testa  de' Tornaquinci,  Lotto  de'Cavicciuli, 
«  Giovanni  de' Gianfigliazzi  tutti  cinque  cavalieri,  Orlando 
«  Marini  giudice,  Donato  degli  Acciainoli ,  e  Antonio  degli 
«  Albizi  »  ambasciadori  al  re  Ruberto  per  onorar  le  nozze 
che  egli  facea  di  Giovanna  sua  nipote  in  Andreasso  nato  da 
Carlo  Martello  re  d'  Ungheria ,  il  qual  Carlo  era  stato  cu- 
Amm.  Vol.  il  17 


258  dell'istorie  fiorentine 

giiio  carnale  di  Carlo  duca  di  Calabria  suo  figliuolo  e  padre 
di  Giovanna;  ambasceria  messa  a  ordine  con  lanla  pompa 
e  grandezza,  avendo  gli  ambasciadori  menali  con  seco  cin- 
quanta familiari  vestili  tulli  ad  una  assisa,  che  gareggiarono 
di  sontuosità  non  solo  con  tulli  gli  altri  ambasciadori  che 
comparirono  in  quella  festa,  ma  con  la  morbidezza  e  fasto 
degli  stessi  baroni  napoletani,  usi  più  che  tutte  l'altre  na- 
zioni d' Italia  a  procurare  1'  apparente  splendore.  Fece  accre- 
scere il  cumulo  di  colante  allegrezze  la  novella  che  venne 
nel  goiifaionerato  di  Lapo  Covoni  la  seconda  volta  ,  che  il 
re  Giovanni  s'  era  parlilo  di  Parma  per  andarsene  in  Ale- 
magna  a'  15  d'  ottobre,  nel  qual  dì  avoano  preso  in  Firenze 
la  signoria  i  nuovi  magistrati  ;  ancor  che  mortosi  quattro 
giorni  dopo  il  gonfaloniere  Covoni,  avesse  preso  il  suo  luo- 
go Giovenco  Bastari. 

In  tanta  felicità  e  buono  stato  della  fiorentina  Repub- 
blica, libera  afTatlo  dalle  battiture  d'  Uguccione  e  di  Castruc- 
cio,  secura  dagli  spaventi  del  Bavero,  e  del  re  Giovanni,  e 
quasi  capo  e  principe  di  tutte  l' altre  città  di  Toscana,  il  le- 
gato loro  avversario  ridotto  a  tale  che  ultimamente  avea  chie- 
sto tregua  alla  lega,  e  avea  caro  di  starsi  in  pace,  e  di  non 
molestarli,  la  rovina  che  non  potea  venir  dalla  mano  degli 
uomini  venne  dal  cielo  ;  le  cateratte  del  quale,  come  se  aper- 
te fossero  state,  lasciarono  cader  tanta  pioggia  sopra  la  terra 
che  quasi  sommerse  la  città.  Questa  incominciata  a  ca'en  di 
novembre  «  che  avea  preso  l'ufìcio  di  capitano  del  popolo  Ber- 
toldo figliuolo  di  M.  Angeluzzo  da  Rieti  »  e  continuando  senza 
cessar  mai,  anzi  più  sformatamente  ogn'  ora  crescendo  per 
quattro  giorni  e  quattro  notti  continue  con  spessi  e  spaven- 
tevoli tuoni  e  baleni,  fece  in  guisa  crescer  i  fiumi,  che  aven- 
do prima  inondato  quasi  tutto  il  piano  del  Casentino  e  quel 
d'  Arezzo,  e  il  Valdarno  di  Sopra,  scendendo  nel  piano  di  Fi- 
renze, e  ivi  accozzandosi  il  fiume  della  Sieve  coli' Arno  ;  il 
quale  per  simil  modo  avea  allagalo  lutto  il  Mugello  ;  in  un 
momento  allagò  e  coperse  il  piano  di  S.  Salvi  e  di  Bisarno, 
crescendo  sopra  i  campi  in  molti  luoghi  insino  alla  sommità 
di  dieci  braccia.  All'  abbomlanza  e  impelo  di  tante  acque 
essendo  assai  piccolo  e  debole  ricetto  l'antico  letto  d'Arno, 
il  quale  benché  assai  largo  parte  la  città  per  mezzo,  conven- 


LIBRO   OTTAVO.  259 

ne,  che  soverchiandolo  elleno  più  di  sette  braccia,  a  guisa 
iV  un  vincitore  esercito,  entrassero  nella  città  per  la  rottura 
delle  mura,  avendo  gittato  in  terra  la  porla  della  Croce,  e 
quella  del  Renaio,  e  poi  la  notte  seguente  avendo  spianalo 
più  di  centotrenta  braccia  del  muro  che  è  sopra  al  Corso 
de' Tintori.  Per  così  laiga  entrata  occuparono  l'acque  tutto 
il  resto  della  città ,  montando  infino  sul  primo  grado  della 
scala  del  palagio  de' signori,  che  è  stimato  il  più  alto  luogo 
di  Firenze  ;  ma  altrove  crebbe  molto  più ,  e  a  S.  Giovanni 
alzò  sopra  al  mezzo  delle  colonne  di  porfido.  Né  per  questo 
essendo  punto  posato  il  furore  dell'acque  s'udì  in  un  su- 
bito come  la  città  fosse  da  un  altro  lato  combattuta,  che  era 
già  stata  rotta  la  pescaia  d'  Ognissanti  con  più  di  secento 
braccia  del  muro  che  è  all'  incontro  di  delta  pescaia  dietro 
al  borgo  di  S.  Friano.  Il  trattenimento  che  per  alquanto  spa- 
zio ebbe  l'acqua,  mentre  penò  a  gittar  la  pescaia  fece  che 
il  corso  dell'  acque  tornasse  all'  indietro,  onde  con  molto  mag- 
gior danno  e  rovina  percolendo  giltò  subito  a  terra  il  ponte 
alla  Carraia  ,  non  gli  lasciando  altro  che  due  archi  dal  lato 
dell'antica  Firenze.  Rovinò  poi  il  ponte  a  S.  Trinila  salvo 
una  pila,  e  un  arco  verso  la  chiesa.  Il  simile  fece  del  ponte 
Vecchio,  il  quale  stipalo  in  su  la  proda  del  fiume  di  molto 
legname,  onde  il  fiume  vi  correa  più  stretto,  e  per  questo 
più  furioso,  non  potette  fare  alcun  riparo.  Solo  il  ponte  Ru- 
baconte  resse  a  tanta  rovina,  ma  più  tosto  a  somiglianza  di 
luogo  battuto  dall'  artiglieria,  che  libero  da  ogni  oltraggio, 
imperocché  gli  ruppe  le  sponde  d'  ogni  parte,  e  in  modo  lo 
sgominò,  che  penò  poi  molto  a  rifarsi.  Il  danno  pubblico  fu 
stimato  che  ascendesse  alla  somma  di  dugentocinquantamila 
fiorini  d'oro.  Quello  de' privati  accrebbe  di  gran  lunga  a 
maggior  somma,  perciocché  oltre  le  biade  seminate,  egli  non 
lasciò  delle  ricolle  e  riposte  in  magazzini  niuna  che  non  gua- 
stasse :  non  vino,  non  olio,  non  lana,  non  arnesi,  non  mas- 
serizie, che  furono  di  grandissimo  valore.  Portò  via  tutto 
quel  poco  terreno  che  era  in  su  colli  per  seminare  e  per 
lavorarvi;  molte  case,  molti  arnesi,  e  molle  famiglie  intere 
de' contadini  distrusse,  come  che  il  numero  degli  uomini  morii 
non  avesse  di  gran  lunga  passato  quel  di  trecento.  Ma  non 
solo  i  presenti  danni  furono  di  travaglio  e  di  spesa   a'citia- 


260  DELLISTOKIE    FIORENTINE 

dilli,  ma  le  reliquie  che  lasciò  colanlo  male,  essendo  in  gui- 
sa guasli  i  pozzi  ,  e  piene  le  cantine  e  le  strade  d'  acqua  e 
di  puzzolente  mola,  che  benché  somma  sollecitudine  vi  si 
fosse  impiegala,  non  bastò  lo  spazio  di  sei  mesi  che  elle 
fossero  interamente  sgombrate.  Il  senato  per  ovviare  per 
l'avvenire  inquanto  l'industria  umana  fosse  bastevole  a  si- 
mil  rovine,  deliberò  che  in  fra  i  ponti  nulla  pescaia  né  mu- 
lino fosse ,  ne  di  sopra  il  ponte  Rubaconle  per  ispazio  di 
duemila  braccia,  nò  di  sotto  a  quello  della  Carraia  per  ispa- 
zio di  quattromila,  sotto  gravissime  pene,  avendo  considerato 
che  r  aver  le  pescaie  tenuto  in  collo  aveano  fatto  maggior 
r  impeto  e  il  corso  del  fiume.  Penetrala  la  fama  di  cosiffatta 
inondazione  per  tutta  Italia  e  fuori ,  mosse  il  savio  re  Ru- 
berto come  antico  amico  de' Fiorentini  a  consolarli  con  una 
epistola  piena  di  grande  erudizione  e  dottrina,  e  veramente 
degna  di  quel  principe,  la  quale  scritta  a' 12  di  dicembre  fu 
letta  con  grandissima  attenzione  dal  nuovo  gonfaloniere  Bi- 
liolto  Bilioni:  ma  il  gonfaloniere  non  ostanti  le  rovine  do- 
mestiche, dopo  aver  fatto  ringraziar  il  re  con  altre  lettere 
del  pietoso  e  umano  uficio  usalo  verso  la  patria  sua  ,  veg- 
gendo  che  nel  primo  dì  dell'anno  1334  «  che  era  entrato 
«  podestà  della  città  Giovanni  de' Buonaparti  d'Ascoli,  »  la 
tregua  fatta  col  legato  spirava,  e  che  egli  mollo  diversamente 
da  quel  che  avea  fatto  il  re  Ruberto,  s'  era  di  cuore  ralle- 
gralo delle  calamità  de' Fiorentini,  dicendo  in  pubblici  par- 
lamenti in  Bologna,  coleste  mine  esser  a  quella  città  avve- 
nute per  aver  preso  1'  arme  contra  la  sede  apostolica  ,  sol- 
lecitò che  la  Repubblica  mandasse  suoi  uomini  a  Lerici  ,  ove 
si  facea  il  parlamento  di  tutta  la  lega,  per  conchiudere  se  si 
avea  a  prolungare  la  triegua  o  a  seguire  la  guerra,  con  or- 
dine e  mandato  espresso ,  che  con  ogni  eloquenza  e  vigore 
persuadessero  che  la  guerra  incominciala  si  proseguisse.  Gli 
ambasciadori  tìorentini  aiutati  da  Mastino  ,  a  cui  similmente 
piaceva  la  guerra,  ottennero  il  desiderio  della  Repubblica, 
perchè  furono  confermali  gli  accordi ,  i  quali  prima  erano 
stali  proposti  circa  la  divisione  dell'acquisto  che  s' avea  a 
fare  ;  perchè  ciascuno  de'  collegati  attese  a  fare  il  suo  sforzo 
per  quello  che  se  gli  apparteneva  :  e  siccome  i  Visconti  cor- 
sono    sopra   Piacenza ,  e  quei   della  Scala   e  i   Gonzaghi   a 


LIBRO    OTTAVO.  261 

Parma  e  a  Reggio,  e  i  marchesi  di  Fcrfara  sopra  Modena, 
così  la  genie  de'  Fiorentini  entrò  armala  in  Valdinievole  so- 
pra Buggiano  per  poter  poi  con  più  facilità  accostarsi  e  far 
l'impresa  di  Lucca.  Nò  i  Lucchesi  ritardarono  a  prender  l'ar- 
me cavalcando  a  Fucecchio  e  a  S.  Croce;  da'  quali  luoghi  il 
decimo  di  di  quell'anno  levarono  gran  preda  di  bestie  grosse 
In  questo  modo  ardeva  la  guerra  fra  il  legato  e  la  lega,  es- 
sendo non  solo  la  Toscana,  ma  tutta  la  Lombardia  posta  in 
scompiglio  per  questa  cagione.  Nò  1'  una  nazione  nò  1'  altra 
era  senza  affanno;  perciocché  a' 23  di  febbraio,  essendo  in 
Firenze  gonfaloniere  Jacopo  degli  Alberti,  a  quei  della  lega 
furon  rotti  quattrocento  cavalieri  presso  a  Correggio,  ove  re- 
stò preso  Ettore  de' conti  di  Panigò  con  altri  connestabili  di 
conto,  e  la  gente  del  marchese  di  Ferrara  teneva  in  guisa 
assediala  Argenta,  !erra  diciotto  miglia  lungi  di  Ferrara,  che 
era  in  buona  speranza  di  conseguirla;  la  qualcosa  fu  cagio- 
ne che  ad  istanza  del  pontefice,  il  quale  avca  mandato  a  que- 
sto fine  l'arcivescovo  D.  Bruno  in  Italia,  si  facesse  co' col- 
legati nuovo  parlamento  a  Peschiera;  ove  per  parte  del  papa 
tre  cose  furono  dimandate  dall'  arcivescovo  ,  ed  egli  promet- 
lea  che  la  pace  seguirebbe  nel  resto  molto  onorevole,  e  con 
gran  soddisfazione  della  lega.  La  prima  che  la  detta  lega  si 
disfacesse;  appresso  che  si  levasse  l'assedio  d'Argenta,  e  la 
lerza,  che  il  marchese  di  Ferrara  liberasse  il  conte  d' Armi- 
gnach,  e  gli  altri  prigioni  senza  costo.  Rispose  Mastino  per 
bocca  d'uno  degli  ambasciadori  fiorentini,  che  la  lega  non 
si  potea  partire,  ma  in  caso  che  Parma  rimanesse  in  sua  li- 
bertà, si  disfarebbe  1'  esercito  :  e  quando  il  papa  si  conten- 
tasse che  Ferrara  restasse  alla  casa  da  Este  col  solito  censo, 
e  che  d' Argenta  si  convenisse  per  una  onesta  e  moderata 
imposizione  co' medesimi  signori  di  nuovo  censo,  che  allora 
si  rimetterebbono  i  prigioni  senza  tassa  alcuna.  Ma  mentre 
l'arcivescovo  pon  tempo  in  mezzo  per  potersi  consigliar  col 
legato,  il  quale  era  venuto  a  trovare  a  Bologna,  Argenta,  ve- 
nendole meno  la  vettovaglia,  s'arrese  a' marchesi,  e  i  soldati 
della  lega,  veggendo  riuscir  le  cose  prospere,  e  non  volen- 
do perder  così  fatta  occasione,  entrarono  armati  nel  contado 
di  Bologna.  Il  legato  volendo  riparare  alla  tempesta  che  gli 
veniva  sopra,  comandò  che  tutta  la  cavalleria,  la  quale  tene- 


262  dell'istorie  fiorentine 

va  al  soldo  del  papa  uscisse  conLra  a'nimici;  ma  non  paren- 
dogli che  fosse  sufBcienle  per  raffrenare  il  nimico  orgoglioso 
(Iella  vittoria,  volea  mandar  appresso  i  due  quartieri  del  po- 
polo di  Bologna,  il  quale  essendo  già  armalo  in  piazza  a  que- 
sto effetto,  come  nelle  ragunanze  popolari  suole  avvenire, 
quando  riconoscono  le  proprie  forze  ,  fu  chi  incominciò  a 
borbottare  che  la  città  non  dovea  mettersi  a  rischio  d'esser 
paccheggiata  per  favorire  uno  il  quale  era  molto  più  scer- 
bo e  crudo  nimico  di  quelli  che  allora  venivano  armati ,  e 
che  i  modi  tenuti  dal  legato  erano  stati  tali ,  che  si  dovea 
egli  anzi  tagliar  a  pezzi,  che  sfoderar  una  spada  in  servigio 
suo.  Né  usarsi  per  questo  tradimento  alcuno  contra  chi  cosi 
aspramente  1'  avca  tiranneggiati ,  anzi  doversi  fare  un  sacri- 
fizio gratissirao  a  Dio,  che  così  empio  e  scellerato  uomo  ri- 
portasse le  dovute  pene  de' suoi  misfatti.  Al  suono  di  queste 
parole  commuovendosi  a  grand' ira  la  moltitudine,  e  di  lei 
fatto  capo  Brandaligi  de'  Gozzadini  cavaliere  nobile,  ma  po- 
vero e  vago  di  novità ,  seguitato  da  Beccadelli  e  da  altre 
genti  non  piiì  bene  stanti  di  lui,  si  corse  su  la  ringhiera  del 
palazzo,  ove  con  le  spade  ignude  in  mano  fu  gridato,  viva 
il  popolo,  e  muoia  il  legalo  e  le  sue  genti  di  Linguadoca. 
Per  le  quali  grida  partendosi  ciascun  della  piazza  di  pari  con- 
sentimento si  corse  al  vescovado  e  al  palazzo  del  grano,  luo- 
ghi abitati  dalle  genti  del  legalo  ,  e  quelli  predarono  e  ar- 
souo,  uccidendo  tulli  gli  oltramontani  che  vi  trovarono.  Poi 
si  addirizzarono  verso  il  nuovo  castello,  ove  slava  la  perso- 
na del  legato,  e  ove  si  erano  ritirate  quelle  poche  genti  che 
aveauo  potute  campare  dalla  furia  del  popolo,  e  quello  non 
potendo  così  prestamente  espugnare,  cinsono  di  guardie  per 
prenderlo  per  assedio.  La  novella  di  questo  movimento  suc- 
ceduto a'  17  di  marzo  fu  prestamente  recata  a  Firenze  ;  ove 
benché  la  letizia  che  si  sentì  dalla  avversità  del  nimico  fosse 
grande,  nondimeno  considerando  gli  uomini  più  maturi,  e  co- 
loro che  governavano,  di  quanto  scandalo  sarebbe  stato  ca- 
gione che  la  persona  del  vicario  di  Cristo  fosse  violata  in 
quella  del  suo  legato  in  una  città  tanto  vicina  alla  loro,  an- 
cora che  polessono  dissimulare  il  fatto,  si  disposono  a  prov- 
vedere in  quanto  le  lor  forze  si  distendevano  a  non  permet- 
tere che   tanto  disordine  seguisse.  E  per  questo  spedirono 


LIBRO    OTTAVO  263 

con  grandissima  diligenza  quattro  ambasciadori  de' più  prin- 
cipali cittadini  della  cillèi,  con  trecento  cavalieri  delle  loro 
masnade,  i  quali  presentandosi  in  Bologna,  e  con  le  forze 
e  con  le  parole  porgessero  ogni  aiuto  necessario  al  legato  ; 
con  ordine  che  bisognando  sopraggiugnessero  nuove  genti 
delle  Vicherie,  che  erano  a  pie  del  Mugello.  Conobbe  il  le- 
galo che  non  conveniva  minor  aiuto  di  questo  per  liberarlo 
da' pericoli  in  che  si  trovava:  (ancora  che  gli  scemasse  il 
piacere  della  propria  salute  il  ricever  tal  benefizio  dalle  ma- 
ni de' suoi  nimici  )  perciocché  a  fatica  le  genti  de' Fiorentini 
lo  trassono  a  salvamento  a' 28  di  quel  mese  fuor  del  castello, 
essendogli  tuttavia  dietro  e  pe'  fianchi  il  popolo  di  Bologna 
con  l'arme  in  mano  per  fargli  ofTesa.  Nò  minori  travagli  sentì 
per  le  strade  da' contadini  ;  da' quali  infino  a  Lucignano  in 
sull'alpe  fu  stranamente  sempre  accompagnalo  con  villanie, 
con  sassi,  e  con  far  ogn' altra  prova  di  mano,  se  non  fosse 
stato  vietato  loro  da  chi  più  poteva.  Fu  finalmente  ricevuto 
a  Firenze  1'  ultimo  giorno  di  quel  mese  ,  essendo  ancora 
mollo  sbigotlito  dalla  fresca  paura,  parendogli  appena  essere 
scampato  da  così  brutto  e  manifesto  pericolo  di  morte.  Quivi 
riposatosi  il  seguente  giorno,  e  rifiutato  il  dono  di  duemila 
fiorini  d'  oro  mandatogli  dalla  Repubblica  per  ispese,  per  non 
fare  apparir  maggiore  la  liberaliìà  degli  avversari,  a'  2  d'  aprile 
si  partì  per  Avignone,  accompagnato  dalla  gente  d'arme  dei 
Fiorentini  infino  presso  a  Pisa,  e  da'  cittadini  deputati  a  te- 
nerli compagnia  per  segno  di  maggior  onoranza. 

La  Repubblica  non  meno  caritevole  co' Bolognesi  che 
fosse  stata  con  lo  stesso  legato  ,  sentendo  che  dopo  la  cac- 
ciata sua  quella  ci'ià  s'  era  divisa  in  selte ,  e  era  venuta  a 
guerra  civile ,  mandò  Giovanni  Gianfigliazzi  e  Francesco 
de' Pazzi  cavalieri,  co'  quali  andarono  dieci  cittadini,  per  an>- 
basciadori  ad  accordarli  e  rappacificarli  insieme  ;  lieta  cosi 
d'aver  fatto  questi  ufici,  avendo  in  un  medesimo  tempo  prov- 
veduto alla  salute  del  legato,  e  d'una  città  tanto  principale , 
come  d'aver  ricevuto  in  Firenze  per  procaccio  d' un  monaco 
fiorentino  di  Vallombrosa  di  santa  vita  alcune  reliquie  di  S. 
Iacopo  e  di  S.  Alesso,  e  alquanto  del  drappo  che  vestì 
Cristo  nostro  Signore.  «  I  pensieri  della  guerra  non  lascia- 
«  vano  però  scordare  a' Fiorentini  quei  delle  lettere   e  del- 


264  dell'istorie  fiorentine 

«  l'arti  liberali,  essendo  a' 16  di  marzo  stati  condotti  per 
«  leggere  in  Firenze  il  dottor  Recupero  da  Sanrainiato  i 
«  canoni,  e  per  le  leggi  il  dottor  Gino  da  Pistoja.  E  aven- 
«  dosi  bisogno  d'un  uomo  eccellente  per  soprastare  e  inten- 
«  dere  alle  fabbriche ,  mura ,  e  fortificazioni  della  città  e 
«  del  comune,  e  in  particolare  a  quella  della  chiesa  di  S. 
«  Reparata ,  e  non  si  sapendo  esser  nel  mondo  il  più  suflì- 
«  ciente  ne  il  più  universale  di  Giotto  di  Rondone ,  e  perciò 
«  stimandosi  onorevole  e  profittevole  il  farlo  sfare  in  Firen- 
«  ze,  dove  molti  avrebbero  intanto  potuto  imparar  da  lui ,  fu 
«  risoluto  di  provisionarlo.  A' frati  di  S.  Maria  Novella, 
«  che  domandavano  aiuto  per  finire  la  chiesa  e  il  dormen- 
«  torio ,  fu  donato  del  terreno  e  delle  mura  vecchie  della 
«  ciltà.  Fu  poi  provvisto  a'  disordini  che  nascevano  dal- 
«  l'esercitare  una  persona  più  ufizi ,  i  quali  non  gli  potendo 
«  far  bene,  oltre  al  danno  che  ne  veniva  al  pubblico ,  dava 
«  cagione  di  doglicnze  a  quelli  che  non  erano  impiegati  per 
«  la  mala  distribuzione  ;  fu  por  questo  fatto  una  nota  d'  ufizi, 
«  de'quali  chi  ne  avea  uno,  non  poteva  esser  tratto  ,  ne  ac- 
«  cettarne  altri  ».  Accrebbe  le  soddisfazioni  e  contentezze 
della  città  la  novella  avutasi  nel  gonfaloneralo  di  Gictlo  Fan- 
toni  la  seconda  volta  come  la  lega  avea  fatto  acquisto  di 
Cremona,  come  avea  dato  il  guasto  a  Modena  e  a  Reggio  ,  e 
che  deliberava  metter  l'assedio  a  Parma.  Onde  Rellramo  del 
Balzo  capitano  de'  Fiorentini  con  ottocento  cavalieri  cavalcò 
sopra  il  contado  di  Lucca,  aspettando  ottocento  altri  cavalieri 
della  lega,  fermo  che  fosse  l'assedio  a  Parma,  per  poter 
combattere  i  Lucchesi ,  e  tra  tanto  diede  il  guasto  a  Buggiano 
e  a  Pescia.  Ma  il  proseguire  più  oltre  fu  subitamente  impe- 
dito da  un  nuovo  accidente  ;  essendo  stato  scoperto  noi  campo 
della  lega  che  alcuni  conncstabili  tedeschi  dell' Aloraagna 
bassa ,  per  pregio  di  sessantamila  fiorini  promessi  loro  dal 
cardinal  del  Poggetlo  legato  per  santa  Chiesa  in  Lombardia, 
(lovcano  far  prigione  Mastino  della  Scala  con  altri  principali 
signori  dell'  esercito  :  la  qual  cosa  ancora  che  fosse  venuta 
in  luce,  e  molti  di  coloro  che  leneano  mano  al  trattalo  fos- 
sono  stali  giustiziati,  l'essersi  tuttavia  per  questa  cagione 
partito  dal  campo  ventotto  bandiere  deTedeschi,  e  itene  a 
Parma,  vietò  in  un  medesimo  tempo  che   non  s'accampasse 


i.mRo  OTTAVO.  263 

J'  esercito  della  lega  presso  che  disfatto  ititorno  la  città  ;  e 
r>iicca,  non  avendo  i  Fiorentini  le  genti  promesse,  scampò 
per  allora  una  dura  e  pericolosa  battaglia:  perchè  Beltramo 
so  ne  ritornò  con  le  sue  genti  a  Pisloja.  La  città  di  Fi- 
renze «  essendoci  capitano  del  popolo  Niccola  della  Branca 
«  da  Agubbio  »  provò  in  casa  l'usala  violenza  del  fuoco; 
e  sentili  rinfri'scare  gli  umori  de"  Bolognesi  per  opera  del 
(igiiuolo  di  Romeo  de'Pepoli,  il  quale  col  seguilo  della 
sua  fazione  avea  cacciato  della  patria  più  dj  milleottocento 
cittadini ,  mandò  di  nuovo  suoi  ambasriadori  insieme  con 
alcuni  uomini  d'arme  a  riparo  di  quella  città.  Con  suo  non 
minor  dispiacere  udì  le  novelle  delle  civili  discordie  nelle 
quali  con  egual  pericolo  ardeva  la  cillà  d'Orvieto;  mentre 
Currado  de'Monaldeschi  uccidendo  Napoluccio  suo  consorto 
s'era  insignorito  della  propria  patria.  Ma  non  potendo  prov- 
veder a  tanto,  attese  a  far  i  nuovi  magistrati  ;  Ira'quali  uscì 
gonfaloniere  Maso  di  Valore.  Questi  veggendo  che  per  al- 
lora non  si  polca  attendere  alle  cose  di  Lucca  «  ,  dato  licenza 
«  al  caviiliere  Gorozzo  del  c;ivalier  Francesco  de' Bardi  di 
«  andare  a  servir  per  capitano  generale  della  taglia  della 
«  lega  che  era  fra  le  cillà  di  Perugia,  di  Todi,  d' Agubbio, 
«  di  Fuligno ,  d'Assisi,  e  di  Spoleto»,  procurò  gli  orna- 
menti della  cillà,  e  sollecitò  che  si  desse  principio  a  fondare 
il  nuovo  ponte  alla  Carraia,  il  quale  era  caduto  per  il  dilu- 
vio. Similmente,  quella  che  riuscì  opera  maravigliosa,  pro- 
cncciò  che  si  inconiinciassero  a  gittar  i  fondamenti  del 
campanile  di  S.  Reparala,  opera  di  Giotto  ';  la  quale  ve- 
duta non  senza  stupore  nell'età  de' padri  nostri  da  uno 
intendente  principe  ^,  disse;  che  se  da' Fiorentini  fosse  stato 
conservato  quel  campanile  in  un  fodero ,  e  una  volta  fra 
molti  anni  fosse  usato  scoprirsi,  che  da  diverse  parti  del 
mondo  sarebbono  concorsi  uomini  a  vederlo  ,  come  a  opera 
maravigliosa  e  stupenda  «.  La  podesteria  della  città  era  in 
«  questo  tempo  retta  da  Monaldo  della  Serra  d' Agubbio  »■ 


'  eccellentissimo  dipintore  ed  architetto  di  quelli  tempi,  dice  il 
vecchio  Ammirato;  né  si  sa  perchè  sieno  state  lasciate  queste  parole 
dal  nipote,  che  pur  tante  inutili  ne  ha  aggiunte. 

2  Carlo  \0. 


266  dell'  istorie  fiorentine 

Fu  poi  fatto  gonfaloniere  Cecco  Spina  Falconi  la  seconda 
volta ,  il  quale  insieme  co'  priori  e  collegi  sentendo  che 
Mastino  rifatto  e  purgato  l'esercito  già  s'era  accampato  a 
Colornia,  castello  posto  nel  contado  di  Parma,  mandò  Ugo 
degli  Scali  figliuolo  di  Veri  con  irecentocinquanta  cavalieri 
in  aiuto  della  lega;  onde  nacque  che  a' 24  di  settembre  Co- 
lornia si  arrese  a  Mastino.  Quasi  nel  medesimo  tempo  Bel- 
tramo per  trattato  ebbe  il  castello  di  lizzano  poslo  sopra 
Pescia  in  Valdinievole,  e  poi  scorrendo  infìno  alle  porte  di 
Lucca  riportò  grandi  prede  da  quel  contado,  ardendo  e  gua- 
stando tutto  quello  che  a  lui  e  alle  sue  genti  non  tornava 
comodo  di  trasportare  altrove. 

Queste  difTicoltà  antivedute  molto  tempo  innanzi  dal  re 
Giovanni  gli  posono  in  cuore  a  mostrarsi  liberale  (benché 
fosse  tenuta  finzione  )  di  quello  che  non  potea  ritenere  ,  do- 
nando tutte  le  ragioni  che  egli  avea  nella  città  di  Lucca  a 
Filippo  re  di  Francia  ;  il  quale  essendo  più  poderoso  prin- 
cipe di  lui  s'avesse  il  carico  di  difenderla  dall' arme  de' Fio- 
rentini,  e  della  lega.  11  re  Filippo  ricevendo  volentieri  il 
dono  del  re  Giovanni  significò  a'  mercatanti  fiorentini ,  i 
quali  erano  in  Parigi ,  che  dovessero  scrivere  alla  loro  Re- 
pubblica, che  ella  per  l'avvenire  in  nessun  conto  si  dovesse 
intromettere  ne'  fatti  di  Lucca ,  conciò  fosse  di  sua  giuridi- 
zione  :  la  qual  novella  turbò  grandemente  1' animo  di  Lottieri 
da  Filicaia  giudice ,  il  quale  era  succeduto  nel  gonfalonerato 
al  Falconi-  Ma  il  re  Ruberto  prendendo  egli  la  soma  d'  acque- 
tar il  re,  mostrò  che  ingiusta  era  la  sua  domanda,  non  po- 
tendo il  re  Giovanni  donare  quel  che  non  era  suo ,  e  per 
conseguente  non  esser  pervenuta  a  lui  ninna  azione  ne'  fatti 
di  quella  città:  a'  quali  conforti  avendo  il  re  di  Francia  prestato 
orecchio  distolse  il  pensiero  dalle  cose  di  Lucca;  e  il  boemo 
ne  fece  partito  co'  Rossi  di  Parma.  Ma  rimanendo  sospetto 
tra' cittadini  che  governavano,  che  nella  elezione  de' nuovi 
priori ,  la  qual  dovea  farsi  a'  IS  di  dicembre ,  non  nascesse 
alcuna  conlesa,  perciocché  alcuni  del  popolo  degni  d'esser 
ammessi  all'uficio  del  priorato  ,  erano  tenuti  schiusi  dal  detto 
magistrato ,  crearono  per  calen  di  novembre  «  nel  qual  dì 
«  prese  la  carica  di  capitano  del  popolo  Napoleone  da  Can- 
ee tagallo  »  un  nuovo  uGcio  nella  città.  Costoro  furono  sette 


LIBRO   OTTAVO.  267 

capitani  di  guardia  chiamali  bargcllini  con  venlicinquc  fanli 
armali  per  uno;  i  quali  di  dì  e  di  nolle  dovcano  guardar 
la  città,  standone  uno  per  sesto,  fuor  dol  sesto  d'oltrar- 
no, che  ve  n'erano  due.  Questo  uficio  avendo  per  appa- 
renza un  bellissimo  colore ,  parendo  che  fosse  introdotto 
per  proibire  le  zuffe  e  brighe  che  solcano  talora  succedere 
tra'  cittadini ,  e  che  a'  banditi  si  togliesse  1'  occasione  di  ten- 
tare alcuna  novità ,  in  sostanza  ebbe  per  fine  la  sicurtà  dclVe 
cose  loro ,  volendo  spaventar  ciascuno  che  ardisse  proporre 
cosa  alcuna  conlra  il  presente  governo.  Il  che  riuscì  per 
allora  felicemente,  se  l'impeto  del  fiume  solo,  quasi  sde- 
gnando la  loro  tirannia,  non  avesse  con  nuova  inondazione 
minacciato  i  passati  mali ,  menandone  seco  un  ponte  di  le- 
gname fatto  su  grandi  pali,  il  quale  era  tra  il  ponte  Vecchio 
e  quello  di  S.  Trinità ,  e  un  altro  di  grosse  piatte  incate- 
nate,  che  era  tra  quello  di  S.  Trinila  e  il  ponte  alla  Carraia, 
non  senza  gran  danno  di  moltissime  altre  cose.  Ma  eglino 
nulla  di  ciò  curando ,  ebbono  ancora  in  grado  1'  avviso  della 
morte  del  papa ,  il  quale  per  segrete  relazioni  del  legalo , 
ancora  che  in  pubblico  avesse  molto  magnificato  il  benefìcio 
ricevuto  da' Fiorentini,  e  per  informazioni  avute  dal  cardi- 
nal del  Poggetto  vescovo  d'Ostia  suo  nipote  legato  di  Lom- 
bardia, ma  da  molti  riputato  per  suo  figliuolo  ,  avea  l'animo 
acceso  di  grand'  ira  conlra  quella  città  ,  e  lasciò  opinione 
che  avrebbe  con  ogni  studio  procacciato  l' abbassamento  e 
rovina  di  lei,  se  più  lungo  tempo  avesse  vivuto.  Con  tutto 
ciò  il  di  appresso  dopo  quello  che  prese  il  gonfalonerato 
Gerì  Sederini  fratello  d'Albizzo  stato  ancor  egli  gonfaloniere 
gli  anni  passati,  s'attesono  a  far  l'esequie  del  pontefice  in 
S.  Giovanni  con  tutta  quella  pompa  e  solennità  che  nell'al- 
tezza di  tanto  grado  conveniva.  «  E  appena  era  entrato  l'an- 
ce no  1335,  il  primo  giorno  del  quale  avea  preso  1'  ufizio  di 
«  podestà  della  città  Mannello  de' marchesi  di  Massa  della 
«  Marca,  che  arrivò  in  Firenze  un  mandato  del  nuovo  pon- 
«  tefice  ,  il  quale  stato  già  monaco  e  abate  di  Cestello  si 
«  volle  chiamare  Benedetto  XII,  con  un  suo  breve  de'9  di  gen- 
rt  naio  alla  signoria,  nel  quale  dando  conio  della  sua  ele- 
«  zione  al  pontificato,  manifestava  assai  chiaramente  la  sua 
«  umiltà,  e  la  gran  confidenza  che  avea  in  Dio   per   regger 


268  dell'istorie  fiorentine 

«  sì  gran  carica.  Ed  esortando  i  Fiorentini  come  devoli  e 
«  parziali  fìgliiioli  di  santa  Chiesa  a  conservar  verso  di  lei 
«  e  di  lui  la  loro  devozione,  gli  prometteva  ogni  grazia  e 
«  favore  ;  e  in  fine  del  breve  diceva  (  cosa  che  parrà  forse 
«  assai  leggiera,  ma  scrivendola  un  papa  non  so  perchè  non 
«  la  possa  metter  io)  di  sapere  qual  fosso  l'importunità  dei 
«  portatori  di  lettere  nel  domandare ,  ma  che  volendo  che 
«  stessero  contenti  del  premio  datogli  da  lui ,  gli  avea  fatti 
«  giurare  di  non  chiedere  nò  pigliar  cosa  alcuna  ». 

Era  la  città  maravigliosamente  commossa,  com'era  ac- 
caduto a  tutta  la  Lombardia,  dalle  prediche  d'un  frate  ber- 
gamasco, detto  Venturino,  uomo  di  età  di  trentacinque  anni, 
di  piccola  nazione,  e  di  non  profonda  scienza,  ma  tanto  ef- 
ficace e  ardente  ne'  suoi  ragionamenti,  che  traendosi  dietro 
più  di  diecimila  lombardi,  la  miglior  parte  nobili,  non  era 
luogo  ove  arrivasse,  che  non  fosse  ricevuto  a  guisa  d'  uomo 
divino,  e  con  tanlo  concorso  di  limosino,  che  per  quindici 
dì  che  si  fermò  a  Firenze,  non  fu  quasi  momento  di  tempo 
che  in  sulla  piazza  vecchia  di  S.  Maria  Novella  non  si  ve- 
dessono  grandissime  tavole  apparecchiate,  ove  mangiavano 
quattrocento  e  cinquecento  uomini  per  volta.  Conduceva  egli 
come  capitano  d'  un  grande  esercito  tutta  questa  gente  a' per- 
doni di  Roma  con  maravigliosa  devozione.  Vestiti  erano  tutti 
di  colla  bianca  e  di  mantello  cileslro  o  perso,  secondo  l'abi- 
to di  S.  Domenico  ;  sopra  il  quale  aveano  intagliata  una  co- 
lomba bianca  con  tre  f(jglie  d'  ulivo  in  becco.  Tenevano  nel 
camminare  questo  costume,  che  ne  \enivano  in  varie  squa- 
dre di  venti  o  trenta  insieme  a  guisa  di  piccole  schiere, 
avendo  ciascuna  brigata  una  sua  croce  innanzi,  e  con  non 
mai  stanchevoli  voci,  massime  ove  s'incontravano  in  nuove 
genti ,  gridando  pace  e  misericordia.  Giunti  alle  città  e  luo- 
ghi abitali,  ove  chiese  di  tal  ordine  fossono  ,  aveansi  a  ras- 
segnare primieramente  alla  chiesa  de' frali  predicatori,  e  quivi 
dinanzi  all'aliare  spogliandosi  dalla  cintola  insù,  si  batteva- 
no con  grandi  segni  d'umilia  e  contrizione.  Il  frate  nelle  sue 
prediche  rimovendo  il  parlar  dubbio  e  sospeso,  parlava  se- 
condo l'usanza  de'profeti  delle  cose  future  afTerinatamente: 
onde  aggiugncndo  a' Lombardi  numerosa  frequenza  di  To- 
scani e  di  Fiorentini,  quelli  con   molla  onestà   e  pacienza  a 


LIBRO   OTTAVO.  269 

Roma  condusse  ;  dal  qual  luogo  passò  poi  nella  corte  in  Avi- 
gnone, sperando  grandi  indulgenze  per  chi  seguilo  1'  avea  di 
dover  poter  conseguire.  Ma  parendo  al  pontefice  che  il  frale 
benché  buone  opere  facesse,  fosse  ollremodo  per  lo  favore 
de' popoli  gonfialo,  e  che  cotanta  ambizione  fosse  in  ogni  modo 
da  raffrenare,  vietatogli  la  predica  e  la  confessione  ,  il  con- 
finò nelle  montagne  di  Ricondona.  Altri  dissono  che  il  papa 
era  restato  offeso  per  aver  il  frate  nelle  sue  prediche  detto, 
niuno  esser  degno  pontefice  ohe  non  stesse  a  Roma  nella  se- 
dia di  S.  Piero  ;  la  qual  cosa  tanto  più  penetrò  nel  profon- 
do dell'animo  suo,  quanto  che  innanzi  che  fosse  creato  pon- 
tefice avendo  i  cardinali  deliberato  di  far  |)apa  il  cardinal  di 
CiOmingio,  uomo  savio  e  valoroso,  e  di  buona  vita,  pure  che 
una  sola  cosa  promettesse  loro,  e  questa  era  di  non  andare 
a  Roma,  egli  con  animo  fermo  conlra  la  potenza  dell'ambi- 
zione rispose,  che  avrebbe  prima  rinunziato  il  cardinalaSo  che 
avea  certo,  non  che  il  papato,  il  quale  era  in  avventura,  che 
si  fosse  mai  obbligato  a  cosi  brutto  e  disonesto  patto.  Ma 
la  città  allentato  il  fervor  della  devozione,  ed  entrato  nuovo 
gonfaloniere  Bonaccorso  Benlaccordr,  fu  occupala  dal  pen- 
siero di  nuovi  successi,  avendo  sentito  che  Giannozzo  Caval- 
canti suo  cittadino,  il  quale  era  podestà  in  nome  del  re  Ru- 
berto in  Genova,  era  stalo  cacciato  dal  governo  di  quella  città 
dalla  fazion  ghibellina.  E  quello  che  molto  più  le  premea  per 
conto  della  vicinità,  erano  i  fatti  de' Tarlali  d'Arezzo,  la  qual 
cosa  perchè  tornò  poi  molto  a  profido  della  Repubblica  è 
necessario  che  noi  dimostriamo  partitamente  in  qual  modo 
ella  procedette.  Era  quella  famiglia,  dopo  che  s'  avea  in  un 
certo  modo  impadronita  d'Arezzo,  andata  in  guisa  crescen- 
do per  lo  valore  del  vescovo  Guglielmino  (  il  quale  mori  ni- 
mico di  Caslruccio  )  e  per  la  sagacità  e  prudenza  di  Piero 
suo  fratello  (  il  quale  essendo  di  maggior  età  e  riputazione 
degli  altri  fratelli  avea  dietro  la  morte  sua  continuata  quella 
grandezza)  e  per  trovarsi  la  fiorentina  Repubblica  impacciala 
nelle  guerre  di  Lucca,  e  nella  lega  di  Lombardia,  che  era 
alla  sua  signoria  pervenuta  la  Città  di  Castello,  quella  di  Ca- 
gli, il  Borgo  a  S.  Sepolcro  con  tutte  le  sue  castella,  e  quelle 
di  Massa  Trebara.  Avea  messo  al  fondo  Neri  della  Fagiuola 
figliuolo  d'Ugucciono,  i  conti  di  Monlefellro,  quelli  di  Mon- 


270  dell'istorie  fiorentine 

ledoglio,  il  vescovo  d'Arezzo  con  tuttala  sua  famiglia  degli 
libertini;  e  in  somma  uscendo  i  termini  di  Toscana,  e  diste- 
sasi nella  Marca,  avca  messo  insieme  un  superbo  e  invidioso 
principato.  Cotesla  grandezza  non  potendo  sopra  tutti  gli  al- 
tri sostenere  i  Perugini  ,  come  coloro  i  quali  pretendevano 
aver  ragione  in  Cagli  e  in  Città  di  Castello,  facendo  segreta 
lega  co'  suoi  nimici,  con  ogni  studio  si  diedono  a  procaccia- 
re di  vendicarsi  dell'  ingiurie  ricevute,  e  venne  agevolmente 
lor  fatto  ;  perciocché  avendo  Neri  della  Fagiuola  da  essi  e  da 
Guglielmo  signor  di  Cortona  avuto  dugenlo  cavalieri  e  cin- 
quecento fanti,  e  tenendo  egli  nel  medesimo  tempo  pratiche 
con  Rinaldo  da  Montedoglio,  il  quale  risedeva  nel  Borgo  in 
nome  de' Tarlati  suoi  cognati,  ma  da  loro  mal  soddisfatto, 
entratovi  dentro  l'ottavo  giorno  d'aprile,  tostamente  prese 
la  terra.  E  benché  la  rocca,  nella  quale  era  Ruberto  Tarlati, 
non  venisse  in  suo  potere,  e  per  lo  soccorso  mandatovi  da- 
gli Aretini  si  dubitasse  che  l' impresa  non  avesse  ad  andare 
a  lungo,  nondimeno  venutovi  maggior  numero  di  gente  dei 
Perugini,  non  più  che  dodici  giorni  appresso  ancor  ella  per- 
venne nel  lor  dominio  ;  essendo  in  Firenze  entrato  di  cin- 
que giorni  gonfaloniere  Bartolommeo  Siminclli  la  seconda 
volta.  Il  che  recò  a'  Fiorentini  incredibil  diletto,  essendo  al- 
tre volte  stati  in  lega  co' Perugini  contra  i  detti  signori  quasi 
per  le  medesime  pretendenze.  Nel  mezzo  della  letizia  che 
sentivano  dell'abbassamento  de' Tarlati,  «  essendo  venuto 
«  nella  città  nuovo  capitano  del  popolo  Angelo  di  M.  Piero 
«  da  Terni ,  e  che  1'  esecutore  degli  ordini  della  giustizia  avea 
«  dichiarato  che  la  Trappola  e  Roccaguicciardi,  del  cavaliere 
«  Bindo  e  di  Roba  de'Ricasoli,  e  già  di  Gerozzo  de' Pazzi 
«  rebello  fossero  nel  contado  di  Firenze  e  obbligati  al  co- 
«  mune  per  i  servizi  reali  e  personali ,  e  allirazioni  secon- 
«  do  l'estimo  »  av\ enne  uno  strano  accidente,  il  quale  porse 
gran  terrore  alla  città,  che  l'arte  della  lana,  onde  ella  trae 
grandissimi  comodi,  non  si  perdesse;  di  che  fu  cagione  un 
tremuoto,  per  lo  quale  cadde  una  falda  della  montagna  della 
Falterona,  della  parte  che  scende  verso  il  Dicomano  in  Mu- 
gello, e  venutane  giù  per  lo  spazio  di  più  di  quattro  miglia 
infino  alla  villa  che  si  chiama  il  Castagno  ,  quella  rovinò 
tutta;  ed  essendo  poscia  venula  grande  abbondanza  d'acqua, 


LIBRO   OTTAVO  271 

e  quella  per  aver  passato  per  dette  rovine  intorbidatasi  a 
guisa  di  lavatura  di  cenere  ,  oltre  aver  gittalo  infinita  quan- 
tità di  serpi  e  due  serpenti  con  quattro  piedi  grandi  a  so- 
miglianza di  cane,  entrando  nella  Sieve  ,  tinse  tutta  1'  acqua 
del  fiume  ,  e  la  Sieve  mettendo  in  Arno  ,  guastò  per  con- 
seguente quella  d'Arno,  la  quale  durando  così  torbida  per 
più  di  due  mesi  ,  oltreché  nò  ber  cavalli  ne  poteano  ,  ne 
altro  servigio  fiirne  che  buono  fosse  ,  diede  da  temere 
che  più  non  se  ne  polessono  lavar  panni  lani ,  perchè  1' arte 
ne  fu  in  grande  scompiglio  e  paura.  Tra  questo  mezzo  nò 
le  cose  di  Lucca  posavano  ,  nò  i  Tarlali  nò  i  Perugini 
dormivano  ;  quelli  per  vendicarsi  ,  costoro  lusingati  dalla 
presa  del  Borgo  per  far  maggior  progressi.  Aveva  Beltra- 
mo del  Balzo  posto  una  bastia  tra  lizzano  e  Buggiano  e 
Pescia,  ove  era  stato  con  molta  gente  ;  ora  tornando  da  quei 
luoghi  centocinquanta  cavalieri  de' Fiorentini  dettone  in  una 
imboscata  de'  nemici ,  a'  quali  non  solamente  feciono  resi- 
stenza, ma  preser  di  loro  vcnlidue  prigioni  e  uccisone  un 
connestabile,  di  che  tornavano  mollo  lieti  a  casa  ,  quando  in 
un  subilo  furono  assaliti  da  dugenlo  cavalieri  lucchesi  che 
venian  di  Pescia,  e  dopo  lunga  ballaglia  furono  sconfitti,  ri- 
manendo un  connestabile  morto,  quattro  prigioni,  con  molti 
altri  cavalieri  presi  e  uccisi.  Miiggiori  falli  erano  quelli  de' Pe- 
rugini e  degli  Aretini;  perciocché  partitisi  i  Perugini  di  Cor- 
tona per  r  amicizia  contratta  con  quel  signore  con  ottocento 
cavalieri  e  cinquemila  pedoni  erano  entrali  in  sul  contado 
d'Arezzo,  guastando  la  contrada  di  Valdichiana ,  senza  aver 
sospetto  alcuno  che  Piero  Sacconi  spaventato  dalla  perdita 
del  Borgo  ardisse  uscir  loro  incontro.  Ma  Piero  falla  una 
ragunala  di  cinquecenlo  cavalieri  e  di  fanti  in  maggior  nu- 
mero de'  nimici,  era  stalo  tanto  lontano  da  sorte  alcuna  di 
timore ,  che  fattosi  incontro  a'  Perugini ,  mostrò  che  aveva 
voglia  di  combattere  :  la  qual  cosa  porse  tanto  sbigottimento 
a' Perugini,  i  quali  non  s'aspettavano  cola!  deliberazione, 
che  avveggendosene  Piero,  li  assaltò  ferocemente,  e  in  breve 
ora  li  ruppe,  dando  loro  la  caccia  infine  a  Cortona;  la  qual 
fu  lo  scampo  che  tutto  1'  esercito  non  perisse.  Conlullociò 
vi  rimason  tra  morti  e  prigioni  cento  cavalieri  e  dugenlo 
fanti  ;  e  non  stimando   che   si   dovesse   abbandonar  cos'i  fé- 


272  dell'  istorie  fiorentine 

lice  occasione,  senza  perder  momento  di  tempo,  corse  nel 
contado  di  Perugia,  appressandosi  infino  a  due  miglia  alia 
città  guaslando  e  ardendo  per  cinque  di  ciò  che  gli  si  in- 
contrava innanzi.  E  quello  che  fu  costume  di  quei  tempi 
avendo  alcuni  Perugini  prigioni,  li  fece  impiccare  ne'  luoghi 
ove  solcano  far  la  lor  giustizia,  con  galle  e  lasche  del  lago 
intorno  per  scherno  e  dispregio  di  quella  nazione.  Non  fu 
cosa  che  più  cuocesse  a'  Perugini  di  questa  ;  i  quali  accesi 
dal  desiderio  della  vendetta,  mandarono  per  mille  cavalieri 
tedeschi  in  Lombardia  di  quelli  che  erano  slati  delle  mas- 
nade del  re  Giovanni  poco  innanzi  parliti  di  Parma,  che  per 
essersi  fermi  alquanto  alla  badia  della  Colomba,  furono  poi 
detli  i  cavalieri  della  Colomba.  I  Fiorentini  similmente  senza 
esser  richiesti  mandarono  in  loro  aiuto  centocinquanta  cava- 
lieri, che  furon  poi  loro  di  gran  profitto ,  a  tempo  che  ne 
aveano  al  re  Ruberto  mandati  cento  per  la  guerra  che  egli 
avea  apparecchiata  di  fare  contra  i  Siciliani. 

Mentre  così  andavan  le  cose  in  Toscana,  essondo  Lucca, 
Arezzo  e  Perugia  ,  con  lo  quali  città  avea  Firenze  amistà, 
sozzopra ,  «  si  ristrinse  dalla  signoria  1'  amicizia  co"  Sanesi, 
«  avendo  fallo  lega  insieme  a'  29  di  giugno  nella  terra  di 
«  Staggia,  dove  per  la  Repubblica  era  intervenuto  Tommaso 
«  Corsini  dottore,  per  termine  di  dieci  anni,  con  patti  che 
«  non  si  facessero  imprese  se  non  d'  accordo.  Che  non  si 
«  pigliasse  al  soldo  gente  sospetta  ne  dell'  una  ne  dell'  a\- 
«  tra  repubblica.  Che  non  si  desse  ricetto  a'  banditi;  e  per 
(v  levar  V  occasione  a'  confinali  di  far  male ,  vollero  che  per 
«  due  miglia  vicino  a'  confini  i  malfaltori  fossero  puniti  dal 
«  rettore  del  luogo  dove  quel  giorno  fossero  rifuggiti  ». 
Maggiori  di  quelli  di  Toscana  erano  gli  inviluppi  '  di  Lom- 
bardia neir  esercito  della  lega,  ove  non  mancavano  d'  in'er- 
venire  per  conto  di  Lucca  le  forze  e  i  danari  de'  Fiorenti- 
ni ;  perciocché  i  Rossi  di  Parma  (  eran  costoro  tre  fratelli 
Orlando,  Piero  e  Marsilio  lasciati  vicari  del  re  Giovanni,  ma 
quasi  liberi  signori  della  lor  patria)   veggendo  non  poterla 


I  II  testo  solamente  dice  :  Mentre  cosi  andavano  le  cose  in  Toicana 
essendo  Luvca^  Arezzo  e  Perugia  ,  con  le  guidi  città  a^>ea  Firenze 
amistà-,  sozzopra ,  maggior  erano  gf  in^'iliippi  in  Lombardia.,  ec. 


LIBRO   OTTAVO.  273 

più  difendere  contro  la  lega,  incominciarono  a  toner  prati- 
che di  darla  insieme  con  Lucca  ad  Azzo  Visconti  signor  di 
Milano.  Il  qiial  trattato  vennto  a  luce,  non  solo  sdegnò  Ma- 
stino, a  cui  per  i  patii  della  lega  s'  avea  a  dar  Parma,  ma 
turbò  tutti  gli  altri  confederati  ;  onde  fu  ordinato  che  si  fa- 
cesse parlamento  a  Lerici:  nel  quale  convenendo  i  signori 
della  lega,  si  scopersono  i  mali  umori  che  erano  tra  Azzo 
e  Mastino;  perchè  dubitando  fortemente  i  Fiorentini,  che 
avendo  il  Visconti  P.irma  ,  nun  conseguisse  ancor  Lucca,  e 
quindi  venissero  essi  defraudati  di  quello  che  era  assegnato 
per  la  lor  porzione,  con  ogni  industria  si  posono  a  far  opera 
per  accordarli  insieme ,  e  dopo  molte  fatiche  lì  condussono 
in  sul  fiume  dell'Oglio;  ove  essendo  rimessa  la  quistione 
agli  ambasciadori  fiorentini,  fu  deliberato  che  secondo  la 
prima  capitolazione  fatta,  Parma  dovesse  esser  di  Mastino; 
ma  che  la  lega  fosse  tenuta  aiutar  il  Visconti  ad  acquistar 
Piacenza,  e 'I  Borgo  a  S.  Donnino;  la  qual  cosa  approvata 
che  fu  dalle  parti,  e  confermala  per  solenni  iuslrumenti ,  i 
Rossi  non  aspettando  soccorso  dal  re  Giovanni  si  volsono 
per  mezzo  del  marchese  Spinetta ,  e  finalmente  di  Marsilio 
da  Carrara  padovano  loro  zio,  a  trattar  l'accordo  con  Ma- 
stino e  Alberto;  i  quali  aveano  poi  a  procacciare  che  Lucca 
fosse  data  con  qualche  onesta  convenzione  a' Fiorentini.  Non 
erano  ancora  queste  cose  condotte  al  lor  fine  ,  quando  in 
Firenze  a'  15  di  giugno  fu  tratto  nuovo  gonfaloniere  Fran- 
cesco di  Lapo  Giovanni  ;  nel  qual  dì  appunto  passavano  al 
dilungo  della  città  con  le  bandiere  spiegale,  e  con  le  sopra- 
insegne  imperiali  e  ghibelline  centocinquanta  balestrieri  ge- 
novesi,  i  quali  andavano  in  servigio  di  Piero  Tarlati  manda- 
tigli dagli  Spinoli  parenti  della  sua  moglie.  È  cosa  strana  a 
pensar  quanto  possa  negli  animi  eziandio  teneri  V  umor  delle 
parti.  Non  così  tosto  videro  i  fanciulli  e  i  piccoli  garzoni 
quelle  insegne,  che  senza  comandamento  de'  magistrali,  senza 
alcun  cenno  de' padri,  di  proprio  movimento  s'avventarono 
co' sassi  addosso  a' Genovesi;  dietro  i  quali  seguendo  presta- 
mente la  marmaglia  del  popolo  minuto,  in  poco  d'ora  li 
ruppono ,  e  quelli  tutti  spogliarono  e  ferirono  ,  e  tali  feciono 
prigioni,  senza  che  pur  uno  se  ne  potesse  condurre  in  Arezzo 
Onde  si  potea  scorgere  che  gli  Aretini  non  aveano  a  far 
AaiM.  VoL.  IL  18 


274  dell'  istorie  fiorentine 

meno  co' Fiorentini,  che  con  gli  stessi  Perugini,  co' quali 
era  incominciata  la  guerra,  benché  per  allora  quasi  a  niuna 
altra  cosa  s'attendesse  con  lutto  l'animo  che  a' falli  di  Lucca; 
la  quale ,  avendo  finalmente  i  signori  della  Scala  conseguito 
il  possesso  di  Parma  il  di  21  di  quel  mese,  già  si  tenea  in 
mano;  affermando  Mastino  aver  promessa  da  Orlando  e  da 
Marsilio  ,  che  Piero  lor  fratello  renderebbe  per  certa  quan- 
tità ancor  Lucca  ,  e  assicurava  i  Fiorentini  che  non  sarebbe 
egli  mai  per  posarsi  finché  tal  promessa  non  avesse  effetto  ; 
e  quando  pure  ella  ricevesse  alcuna  difficoltà ,  prometlca  in 
questo  caso  dover  tener  pagati  cinquecento  cavalieri  in  ser- 
vigio della  Repubblica  per  l'acquisto  di  Lucca.  Essendo  i 
Fiorentini  molto  lieti  per  queste  promesse,  e  aspettando 
d'ora  in  ora  la  tanto  bramata  signoria  d'una  città  emola,  Ira 
questo  mezzo  per  singoiar  beneficio  di  Niccolao  Pogginghi 
s'impadronirono  di  Pielrasanla,  la  quale  teneva  in  pegno 
per  diecimila  fiorini  d'oro,  rendendola  egli  volentieri,  e  ri- 
tenendosi solamente  la  guardia  della  rocca  per  non  poterla 
difendere  conlra  i  Lucchesi,  ove  i  Fiorentini  mandarono  su- 
bilamenle  cento  cavalieri  e  trecento  fanti  sotto  la  condotta  di 
Gerozzo  de' Bardi  cavaliere.  La  lega  intanto  proseguiva  olire 
la  guerra,  e  quello  che  rese  più  certi  i  Fiorentini  di  conse- 
guir Lucca,  fu  che  Azzo  acquistò  Piacenza,  parendo  che 
a'  collegati  venissono  di  mano  in  mano  gli  acquisti  pattuiti , 
ancora  che  per  ribellione  della  famiglia  degli  Scotti  polenti 
in  quella  terra ,  fosse  ella  di  nuovo  resliluita  in  sua  libertà. 
In  casa  «  dove  il  primo  di  luglio  aveva,  preso  l'ufizio  di 
«  podestà  Nero  degli  Abbruciati  da  Brescia  »  le  cose  erano 
molto  quiete,  perchè  i  bargellini  non  lasciavano  innovar  cosa 
alcuna  contra  quel  governo;  se  non  che  quel  morbo  che 
viene  a'  fanciulli,  detto  volgarmente  il  vajuolo,  fece  grande 
strage  di  quella  età,  ammazzando  di  loro  in  poco  spazio  di 
tempo  oltre  il  numero  di  duemila.  «  Data  licenza  a  Bindac- 
«  ciò  de' Uicasoli  cavaliere  eletto  capitano  di  guerra  della 
«  Chiesa  in  Romagna  d'andarla  a  servire,  comparsero  in 
«  senato  lettere  del  papa  ,  nelle  quali  pregava  i  Fiorentini 
«  d'  aiutar  Guglielmo  Truello  suo  tesoriere  in  Romagna  a 
«  conservare  il  castello  di  Meldola  ,  il  quale  i  nimici  di 
«  santa  Chiesa  (erano  questi  gli  Ordelaffi ,    che  solto  nome 


LIBRO    OTTAVO.  275 

«  di  capitani  signoreggiavano  a  Forlì,  a  Cesena,  a  Forlim- 
«  popoli,  e  ad  allre  terre  di  quella  provincia)  cercavano  di 
«  occupargli  ;  onde  i  padri  conforme  alla  solila  lor  devozione 
«  verso  la  Chiesa ,  vi  spediron  subilo  trecento  cavalli  ;  al- 
«  l'arrivo  de'  quali  accorgendosi  di  non  aver  a  fare  col 
«  semplice  tesoriere,  posero  in  campo  trattato  d'accordo. 
«  il  quale  fu  concluso  nel  gonfalonerato  di  Benedetto  Gennai 
«  a'  5  d'  ottobre  in  Forlì  da  Ugo  di  Lolteringo  giudice  (sono 
«  della  Stufa)  e  da  Naddo  di  Cenni  di  Nardo  (sonoiRucel- 
«  lai),  i  quali  come  ambasciadori  della  Repubblica  convenne- 
'(  ro  con  Sinibaldo  e  con  Francesco  suo  figliuolo  ,  che  accor- 
«  darono  anche  in  nome  di  Chiara  figlinola  del  già  Scarpetta 
«  degli  Ordelaffi,  e  moglie  di  Vanni  da  Susinana.  Che  per  la 
«  terra  e  fortezza  di  Meldola  supplicassero  il  papa  a  voler  far 
«  loro  giustizia  senza  aver  riguardo  alle  ribellioni  e  condenna- 
«  gioni  fatte  loro  da'  legati  e  altri  ufiziali  di  santa  Chiesa ,  e 
«  che  intanto  la  detta  terra  e  fortezza  resterebbe  in  mano  della 
«  Repubblica  per  il  termine  di  dicci  mesi,  al  qual  tempo  fosse 
«  data  a  chi  il  pontefice  avesse  dichiarato,  e  non  dichiarando, 
«  a'  medesimi  Ordelaffi.  Che  mentre  che  Meldola  slesse  in 
«  mano  do' Fiorentini  non  vi  fosse  dato  ricetto  a' ribelli  de' co- 
«  muni  di  Forh ,  di  Cesena  e  di  Forlimpopoli ,  a'  quali  non 
«  sarebbe  ne  anche  fallo  guerra,  e  che  lo  slesso  si  facesse 
«  verso  Fuscherio  da  Calvulo,  e  a' conti  di  Castrocaro;  per 
«  i  quali  comuni  e  nobili  che  osserverebbero  lo  stesso  con 
«  quei  di  Meldola,  premessero  alla  Repubblica  i  marchesi 
«  Rinaldo  e  Obizo  da  Este  ,  Malatesta  de'  Malalesti ,  e  Osta- 
«  sio  da  Polenta  ».  Nel  gonfalonerato  del  Gennai  '  accaddero 
due  volte  arsioni  di  case  in  Firenze,  e  1' una  in  quel  me- 
desimo dì  che  egli  fu  tratto  gonfaloniere.  Molli  ciò  imputa- 
rono a  cattivo  augurio  di  quello  che  poi  succedette  più  in 
danno  della  riputazione  de' Fiorentini,  che  per  conto  d'altra 
loro  avversità,  per  quello  che  accadde  in  Massa,  e  in  Lucca- 
Tenevano  i  Fiorentini  in  guardia  la  città  di  Massa  per  V  ac- 
cordo fatto  gli  anni  addietro  per  opera  loro  tra  i  Pisani  e 
i  Sanesi,  e  appunto  vi   si  trovava  in  quel  tempo   per  pode- 

'  Segue  il  gonfalonerato  di  Benedetto  Gennai,   nel  quale  acca  d- 
dero  ec.  Così  la  prima  edizione. 


276  dell'istorie  fiorentine 

sia  Teghia  Buondelmonli  figliuolo  del  cavalier  Bindo,  e  per 
capitano  Zampaglione  de'  Tornaqiiinci ,  quando  corrolto  come 
fu  opinione  per  monela  il  capitano ,  i  cittadini  che  amavano 
la  parte  sanese,  per  trattato  tenuto  con  esso  loro ,  mossone 
remore  nella  città ,  e  incominciaronsi  a  impadronirà  d'alcuni 
luoghi  forti.  I  Fiorentini  ciò  sentendo  vi  mandarono  il  ve- 
scovo in  compagnia  d'  altri  cittadini  per  ambasciadori ,  pen- 
sando di  poter  racquetar  la  terra  ;  ma  essendo  la  parte  sa- 
nese fatta  molto  gagliarda ,  perchè  era  venuta  in  favor  loro 
gente  di  Siena,  ed  essendo  già  cacciata  del  tutto  quella  che 
favoriva  i  Pisani,  fece  poco  conto  de' conforti  degli  amba- 
sciadori ;  onde  i  Pisani  si  dolsono  non  più  de'  Sanesi  che 
de' Fiorentini ,  i  quali  essendo  mallevadori  dell'accordo,  non 
fecer  vendetta  di  chi  avea  contravenulo  ;  ne  usarono  dimo- 
strazione alcuna  contra  il  Tornaquiiici  lor  cittadino,  sos- 
petto d'aver  mancato  a  se  stesso,  e  all'obbligo  che  avea 
alla  patria  sua.  Ma  non  potendo  sfogare  l'ira  co' Fiorentini , 
ft'ciono  sentire  lo  sdegno  loro  a'  Sanesi ,  porgendo  aiuto  di 
danari  e  di  gente  ad  un  cerio  Balino ,  che  avea  ribellato 
loro  la  terra  di  Grosseto ,  onde  nacquono  poi  molle  spese 
e  danni  a  quella  Repubblica. 

Mentre  i  Sanesi  si  contrastavano  co' Pisani ,  e  Firenze 
lusingata  dalle  speranze  di  Mastino  sperava  d'ora  in  ora  di 
conseguir  Lucca,  non  mancavano  i  Perugini  di  molestare  per 
ogni  via  possibile  gli  Aretini.  A' quali  finalmente  non  senza 
allegrezza  de' Fiorentini,  tolsono  la  Cillà  di  Castello,  me- 
nandone prigione  Ridolfo  de' Tarlati  con  due  suoi  figliuoli, 
che  v'  era  alla  guardia  ;  avendo  riportato  gran  lode  di  quello 
acquisto  Neri  della  Fagiuola  ,  e  uno  de'  marchesi  di  Vallano, 
il  quale  avea  tenuto  trattalo  con  tre  friitelli  de'Monterchiesi, 
che  erano  a  guardia  d'  una  porta.  Nel  mezzo  di  questi  suc- 
cessi sopraggiunse  il  tempo  della  creazione  de' nuovi  magi- 
strati, e  toccò  d'uscir  gonfaloniere  a  Cambio  Salviati ,  il 
quale  oltre  la  cognizione  delle  buone  lettere,  essendo  perito 
nell'arte  della  medicina,  s'era  per  lo  spazio  di  quaranta 
anni  impacciato  ne'  fatti  del  comune.  Questi  reggendo  che  lo 
stato  difeso  da  sette  bargellini ,  con  più  riputazione  si  sa- 
rebbe mantenuto  da  un  solo  uficial  foresliere ,  il  quale  avesse 
una  suprema  autorità,  prese  ordine  insieme  co' compagni  di 


LIBRO   OTTAVO  277 

creare  un  nuovo  reggimento  di  signoria.  E  per  questo  sotto 
titolo  di  capitan  della  guardia,  e  conservador  della  pace  e 
dello  stalo  della  città,  condussono  in  caien  di  novembre, 
«  avendo  preso  l'uficio  di  capitano  del  popolo  Rinicri  de' Sen- 
tì maritani  da  Bologna  »,  Iacopo  Gabrielli  d'Agubbio  con  cin- 
quanta cavalieri  e  cento  fanti  a  piede  ,  con  provvisione  di 
diecimila  florini  d'oro  l'anno:  la  cui  giuridizione  non  solo 
s'intendea  sopra  fuorusciti,  senza  essere  astretto  da  leggi 
0  da  statuti,  ma  si  distendea  di  ragione  e  di  fatto  sopra  ogn'al- 
tra  signoria,  facendo  sangue  ,  e  molte  altre  rigorose  giustizie 
a  suo  piacimento.  Due  giorni  dopo  che  il  Gabrielli  prese 
r  ufìcio  venne  in  potere  de'  Fiorentini  il  viscontado  di  Val- 
dambra,  incominciando  grandcmenle  a  declinare  le  forze 
degli  Aretini  per  gli  acquisti  fatti  da'Perugini.  Questi  furono 
Rondine,  Mercatale ,  la  Torre  di  S.  Reparata,  Rennolc  eia 
Torriceila,  castella  tutte  de' Tarlati;  alle  quali  la  Repubblica 
concedette  franchigia  per  cinque  anni ,  obbligandoli  secondo 
il  suo  costume  del  cero,  che  dovea  presentarsi  alla  festa  di 
S.  Giovanni  per  ciascun  anno;  «  e  avendo  Beliramo  del 
«  Balzo  finito  il  tempo  della  conferma  del  generalato  ,  fu 
«  eletto  a  tal  carica  Giovanni  marchese  del  Monte  S.  Maria, 
figliuolo  del  già  Guido  Collolorto  ».  Ma  la  tardanza  delle  cose 
di  Lucca  incominciava  a  parer  molto  noiosa  a' Fiorentini, 
si  perchè  s'  intendea  che  Piero  de'  Rossi  ne  avea  fatto 
partito  con  Mastino ,  e  sì  perchè  per  certi  romori  successi 
a  Pisa  ,  si  conoscea  che  Mastino  tirato  innanzi  dal  favor 
della  fortuna  incominciava  ad  aspirare  all'  imperio  di  Toscana; 
la  qual  cosa  non  pareva  in  que'  tempi  da  non  prestarvi  fede. 
Perchè  se  bene  Mastino  non  avea  in  apparenza  splendore 
alcuno  di  titolo  di  principato ,  nondimeno  appresso  gli  uo- 
mini che  ponderavano  le  cose  dalla  sustanza,  non  era  nasco- 
sto ,  non  esser  allora  principe  ne  re  alcuno  tra  cristiani , 
salvo  che  il  re  di  Francia,  di  maggior  entrala  di  lui,  mon- 
tando le  sue  rendile  alla  somma  di  settecentomila  fiorini  d'oro 
per  ciascun  anno.  Erano  nel  suo  dominio  oltre  l'infinite  ca- 
stella dieci  città  principali;  le  quali  congiunte  col  seguilo 
della  fazion  ghibellina  il  rendevano  mollo  potente  e  tremendo 
per  tutta  Italia ,  e  vedevasi  che  egli  avea  in  animo  di  favorir 
in  Pisa  la  parte  de' non  reggenti;  i  quali   guidati  da  Bene- 


278  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

detto  e  da  Geo  de' Gualandi,  da  certi  de' Lanfranchi,  e  da 
Cola  Buonconti  ,  aveano  preso  1' arme  contra  il  conte  Fazio, 
e  contra  il  governo  degli  anziani.  Già  si  era  sapulo  che  Ma- 
slino  mandava  loro  in  aiuto  quattrocento  cavalieri  di  Lucca  , 
i  quali  erano  arrivali  in  Asciano,  benché  per  essere  preva- 
luta la  parte  del  conte  Fazio  non  fossero  stali  a  tempo.  I 
Fiorentini  non  cessarono  di  mandar  ancor  essi  trecento  de' loro 
cavalieri,  i  quali  giunsono  infino  a  Monlopoli  per  soccorso 
del  conte ,  benché  l' opera  loro  non  fosse  bisognata.  Per 
colali  andamenti  allesono  i  Fiorentini  a  far  maggiormente 
sollecitar  Maslino  alla  risoluzione  di  Lucca,  il  quale  oltre 
alle  cose  dette  avea  con  1'  aiuto  e  trattati  suoi  operato  che 
il  marchese  Spinetta  si  fosse  insignorito  di  Sarzana  ribel- 
landola a' Pisani;  ne  rimaneva  dubbio  alcuno  che  tra  lui  e 
Pier  de' Rossi,  il  quale  era  ilo  a  trovarlo  a  Verona,  fosse 
seguito  l'accordo  ;  e  perciò  mandarono  oltre  quelli  che  le- 
neano  continuamente  appresso  di  lui  nuovi  ambasciadori  «  Si- 
«  mone  della  Toi?a,  Francesco  de' Pazzi,  Simone  de' Penizzi 
«  tutti  tre  cavalieri ,  Alesso  Rinucci  con  sedici  altri  cittadini 
«  e  due  notai  '  »,  i  quali  facessero  ogni  diligenza  d'  inten- 
dere qual  fosse  1'  animo  suo;  e  per  mezzo  degli  altri  colle- 
gati s' affaiicassero  che  ancora  a  loro  fossero  osservali  i 
patti  della  lega,  tanto  più,  poiché  comparsero  lettere  de' 16 
di  dicembre ,  le  quali  «  scriveva  Azzo  Visconti  alla  si- 
«  gnoria,  dando  conto  che  il  giorno  avanti,  che  appunto 
«  avea  in  Firenze  preso  il  gonfalonerato  Rinaldo  Casini  giu- 
«  dice,  era  con  le  sue  genti  entrato  in  Piacenza,  della  quale 
«  avendone  la  libera  signoria,  la  terrebbe  a  laude  di  Dio, 
«  e  a  esaltazione  de' Fiorentini,  e  degli  altri  collegali  ». 
Erano  parimente  venute  nuove  come  pur  a  20  di  dicembre 
sgombrato  già  Piero  de'  Rossi  di  Lucca ,  non  piìi  di  nasco- 
sto ,  ma  già  palesemente  n' avea  Mastino  preso  il  possesso, 
e  fattoci  entrar  dentro  le  genti  sue  ^.  Onde   i  primi   giorni 


'   De''  maggiori  della  città.  Prima  edizione. 

'  Tutto  questo  pezzo,  cioè  da  tanto  piìt  ec.  fino  a  dentro  le  genti 
sue.,  è  da  ridurre  così  secondo  1'  originale  .■  tanto  più  poi  che  di  nuoi'o 
f'  intendea  Piacenza  ribellata  agli  Scotti,  esser  pervenuta  a'  Fisconti, 
Queste  c^se  fatte  tulle  nel  tempo  del  Sah'iati,  Jìirono  con  ditigenni 


LIBRO   OTTAVO  279 

dell'anno  1336  «nel  quale  avea  preso  l'uficio  di  podestà 
«  Ugolino  de'  Guelfucci  da  Città  di  Castello  »  furono  tutti 
pieni  di  querimonie  contra  Mastino  ,  e  contra  i  collegati,  do- 
lendosi gli  ambasciadori  acerbamente  del  torto  manifesto 
fatto  alla  loro  Repubblica.  Mastino  mostrando  la  difficoltà 
procedere  da'Rossi,  i  quali  vi  pretendevano  sopra  interesse, 
fece  dire  agli  ambasciadori  da  Orlando  ,  il  quale  era  stato 
fatto  mezzano  in  questa  pratica,  che  gran  quantità  di  mo- 
neta facea  di  bisogno  per  potere  aver  F^ucca,  bisognando 
accordar  prima  il  re  di  Boemia ,  da  cui  i  Rossi  riconosce- 
vano quella  città  come  vicarj.  E  finalmente  la  somma  fu  di- 
chiarala che  dovea  essere  Irecentosessantamila  fiorini  d' oro, 
sperando  che  i  Fiorentini  non  fossero  per  comprar  una  città 
pressoché  disfatta  per  cosi  ingordo  pregio.  E  veramente  fu 
cosa  che  avanzò  l'opinione  di  tutti  gli  uomini,  che  i  Fio- 
rentini a  capo  di  non  aver  l'anno  1329  voluto  da' soldati 
del  Cerruglio  prender  Lucca  per  ottantamila  fiorini,  e  per 
molto  minor  prezzo  rifiutatala  Tanno  seguente  da  Gherar- 
dino  Spinola ,  finalmente  dopo  tanta  moneta  spesa  per  que- 
sto medesimo  effetto  in  servigio  della  Irga ,  per  la  quale 
aveano  i  compagni  ottenuto  in  parte  i  fini  loro  ,  si  condu- 
cessono  a  volerla  avere  per  somma  tanto  notabile.  Di  che 
essendo  Pino  della  Tosa  fieramente  trafitto ,  fu  più  volte 
sospirando  udito  dire,  che  in  tal  modo  era  di  necessità  Lucca 
pervenuta  in  podestà  della  Repubblica  senza  spesa,  tome 
gli  avversari  suoi  s'  erano  affaticati  di  mostrar  gli  anni  ad- 
dietro ,  quando  pareva  loro  gran  somma  ottantamila  fiorini. 
Ma  i  Fiorentini  senza  sbigottirsi  dalla  grandezza  del  danaro , 
e  tollerando  con  forle  animo  l' indignità  usata  loro  dal  di- 
sleale Mastino,  fecer  subitamente  intendere  a' loro  ambascia- 
dori,  che  accettassero  l' offerta,  imperocché  essi  averebbon 
pagato  fedelmente  la  moneta;  essendo  dall'altro  canto  in  quel 
tempo  molto  soddisfatti  che  i  Colligiani  compiuto  il  termine 
per  il  quale  s'  erano  dati  alla  Repubblica,  di  nuovo   fossero 

non  minore  sollecitate  da  Rinaldo  Casini  giudice  nuovo  gonfaloniere^ 
essendoci  nuove  come  a' 20  di  dicembre  sgombrato  già  Piero  de' Rossi 
di  Lucca,  non  più  di  nascosto-,  ma  già  palesemente  n'  ai'era  Mastino 
preso  il  possesso,  e  fattoci  entrar   dentro  le  genti  sue. 


280  dell'  istorie  fiorentine 

tornali  a  darsi  per  Ire  anni  futuri  con  più  liberi  palli  di  pri- 
ma ;  soffercndo  che  ella  fondasse  una  forle  rocca  nella  lor 
terra,  ove  stesse  un  castellano  fiorentino  e  quaranta  fanti  di 
guardia,  de' quali  la  metà  s'avesse  a  pagare  per  i  medesimi 
Colligiani.  Ma  Maslino  sentendo  fuor  della  sua  credenza  la 
deliberazione  de'  Fiorentini,  rcsLò  quasi  sbigoltilo,  rincre- 
scendogli di  lasciar  Lucca,  ancora  che  ne  cavasse  (ani' oro; 
e  dall'  altro  canto  non  veggendo  in  che  guisa  potesse  uscire 
da  questa  ultima  promessa,  parendogli  allo  prime  ingiurie 
d'aggiugnere  e  fiir  loro  un  torto  mollo  grande  e  manifesto, 
credesi  che  consigliandosi  di  ciò  col  marchese  Spinella,  gli 
fosse  da  Ini  fatto  intendere,  come  i  principi  nelle  cose,  ove 
si  traila  di  signoreggiare,  non  debbono  star  suggelli  a  certe 
vane  apparenze  d'onore;  a' quali  slan  sottoposti  i  privali  uo- 
mini ;  e  che  per  questo  mettendo  egli  in  mezzo  nuove  con- 
siderazioni, negasse  audacemente  di  volere  consegnar  Lucca 
per  danari  ;  ma  che  desse  intenzione  di  farlo  in  caso  che  si 
disponessero  di  dargli  aiuto  in  acquistar  Bologna;  con  pen- 
siero che  nò  questo  dovesse  attener  loro  ,  impadronito  che 
si  fosse  di  quella  città.  Tulio  ciò  consigliava  il  marchese; 
perchè  già  in  corte  di  Mastino  s' era  incominciato  a  mormo- 
rare dell'  impresa  di  Bologna,  per  poter  egli  continuare  il  suo 
imperio  dalle  città  di  Lombardia  con  una  terra  di  tal  qua- 
lità, onde  venendo  a  Lucca  e  a  Pisa,  ove  s'avea  ancora  po- 
sta la  mira,  con  poca  fatica  si  potesse  poi  metter  il  giogo 
a' Fiorentini;  avendolo  a  tanto  innalzato  la  credenza  della  sua 
felicità,  che  non  arrossiva  di  sperare  di  aver  finalmente  a  cac- 
ciar il  re  Ruberto  dal  reame  di  Napoli,  e  pareggiando  la  glo- 
ria sua  a  quella  degli  antichi  principi,  farsi  re  d'Italia.  Né 
fu  dubbio  che  egli  facesse  in  quel  metlesimo  tempo  far  una 
ricchissima  corona  d'  oro  e  di  pietre  preziose  per  coronarsi 
prima  re  di  Toscana  e  di  Lombardia.  Credetlono  molti  che 
questo,  0  un  così  fatto  consiglio,  gli  fosse  slato  ancor  dato  da 
Azzo  Visconti,  e  da  alcun  altro  signore  di  Lombardia,  non 
per  bonivolenza  che  portassono  a  Maslino,  o  che  stimassero 
queste  cose  averli  a  riuscire,  anzi  a  fine  molto  diverso,  per 
renderlo  per  tal  conio  nimico  de' Fiorentini  :  i  quali  essen- 
do danaiosi  e  fermi  nelle  loro  imprese,  e  convenendo  di  con- 
giugnersi  co'  Veneziani   o  con  altri ,  meltessono   in  qualche 


LIBRO   OTTAVO.  281 

«liflìcollà  lo  slato  di  quelli  della  Scala,  o  almeno  raffrenassero 
per  allora  il  troppo  veloce  corso  de'lor  prosperi  avvenimenti. 
Fallo  dunque  da  Mastino  intendere  a' Fiorentini  che  egli 
non  avea  bisogno  di  danari,  ma  che  farebbe  loro  dar  Lucca 
ogni  volta  che  l'aiutassero  ad  acquistar  Bologna,  mosse  a 
tanta  ira  la  Repubblica,  con  la  quale  i  Bolognesi  dopo  la  cac- 
ciata del  legalo  s'erano  confederati,  che  fu  scritto  subito  agli 
arabasciadori  che  protestando  a  Mastino  l'ingiuria  ricevuta, 
so  ne  tornassero  a  casa.  Mastino  recandosi  quoslo  scompi- 
glio a  guadagno,  diede  ordine  alle  masnade  che  tenea  in 
Lucca,  che  senza  altro  sfidamento  entrassero  in  Valdinievole 
e  in  Valdarno  di  Sotto,  che  era  tenuto  da' Fiorentini,  e  quello 
trattassero  come  luogo  di  ni  mici,  comandando  che  nello  stes- 
so tempo  le  genli  che  aveva  a  Modena  facessero  il  medcsi- 
rao  nel  contado  di  Bologna;  perchè  Filippo  Buoniìgliuoli  nuo- 
vo gonfaloniere  s'incominciò  a  preparare  alla  guerra,  sentendo 
che  il  d'i  innanzi  che  egli  prendesse  il  magistrato  era  stato 
danneggiato  il  tenilorio  de'  Fiorentini,  il  quale  molto  ben 
avea  compreso  dagli  ambasciadori  a  bocca  (  i  quali  torna- 
rono a  Firenze  a' 21  di  febbraio);  oltre  quel  che  n'  avea  rap- 
portato la  fama,  qual  fosse  il  furor  di  Mastino,  il  quale  agli 
ambasciadori  quando  si  partirono  da  lui  usò  così  fatte  pa- 
role. Andate  pure  a'  vostri  Fiorentini,  e  dite  loro  che  si 
mettano  a  ordine,  perchè  non  vogliamo  che  sia  passalo  il 
prossimo  mezzo  maggio,  che  li  verremo  a  visitare  infino  alle 
porle  di  Firenze  con  quattromila  armadure  a  cavallo.  Per 
questo  s'attese  dal  canto  de'  Fiorentini  a  far  le  provvisioni 
gagliardamente.  Si  scrisse  in  prima  al  re  Ruberto,  a'  Peru- 
gini, a'  Sanesi,  e  a  tulle  l'altre  terre  guelfe  di  Toscana,  ai 
Bolognesi,  e  altre  terre  guelfe  di  Romagna,  e  a  lutti  i  si- 
gnori lombardi,  co' quali  erano  collegali,  il  torto  ricevuto 
da  Mastino,  scusandosi  se  erano  per  muovergli  guerra,  e  ri- 
chiedendoli d'aiuto,  e  con  la  miglior  parie  feciono  lega,  e 
nuova  confederazione.  Appresso  crearono  sei  cittadini  uno 
per  sesto  sopra  la  cura  delle  cose  della  guerra,  «  i  quali  fn- 
«  rono  Ridolfo  de'  Bardi,  due  Simoni,  che  uno  della  Tosa  e 
«  r  altro  de'  Peruzzi  lutti  Ire  cavalieri.  Acciainolo  degli  Ac- 
ci ciaiuoli.  Giovenco  de'Bastari,  e  Chele  de'Bordoni  ».  A  tro- 
var danari  ne  deputarono  quattordici  tulli  popolani  con  am- 


282  dell'istobik  fiorentine 

plissiraa  autorità;  dopo  i  quali  provvedimenti  si  rincorarono 
tanto  ,  che  sentendo  che  Piero  Sacconi  per  la  guerra  che  ave- 
va co' Perugini,  trattava  di  far  lega  con  Mastino  della  Sca- 
la, «  senza  aver  riguardo  alla  fatta  con  la  Repubblica  tre  anni 
«  prima  »  deliberarono  d'  incominciare  ancora  aperta  guer- 
ra alla  città  d'Arezzo,  e  furono  bandite  le  strade  nell'ulti- 
mo giorno  del  gonfalonerato  del  Buonfigliuoli,  a  cui  succe- 
dette Coppo  di  Stefano  Buonaiuti.  Questi  «  e  insieme  con 
«  lui  gli  eletti  della  guerra  »  veggeiido  che  se  Mastino  non 
veniva  infestato  in  Lombardia,  la  guerra  di  Lucca  polca  po- 
co nuocergli,  trovarono  occasione  prontissima  a  molestarlo, - 
essendo  venuto  a  loro  notizia  lo  sdegno  e  quistione  che  ave- 
vano i  Veneziani  presa  seco  per  conto  che  egli  tenea  loro 
occupate  le  saline  di  Chioggia,  oltre  molti  divieti  di  mer- 
catanzie  fatte  da  lui  contra  la  loro  libertà  a  Padova,  e  in 
molte  altre  cose  oltraggiatili  in  Trivigiana.  Sperando  dunque 
poterne  conseguire  il  loro  intendimento  mandarono  segre- 
tamente «  Francesco  Baldovinetti  stato  gonfaloniere  nel  30, 
«  e  Salvestro  d'  Alamanno  (  questo  è  il  Medici ,  che  fu 
«  poi  sì  grande  nella  Repubblica  )  »  ambasciadori  a  Vinegia, 
per  far  con  quella  repubblica  lega  e  compagnia  contra  Ma- 
slino;  i  quali  essendo  uditi  volentieri  dopo  aver  fatti  lunghi 
e  molti  discorsi  circa  il  modo  della  capitolazione,  finalmente 
conchiusono  la  lega  a' 21  di  giugno,  avendo  in  Firenze  di 
sette  giorni  preso  il  gonfalonerato  Ubertino  Strozzi  «  e  tre* 
«  vandovisi  capitano  del  popolo  fin  dal  primo  di  maggio  Gio- 
«  vanni  de'  Mazzetti  dal  Borgo  a  S-  Sepolcro  ».  Il  tenore  de'ca- 
pitoli  tratto  dagli  atti  del  comune  fu  tale.  Che  i  detti  due  co- 
muni faceano  tra  loro  lega,  compagnia  e  unità,  la  qual  do- 
vesse durare  dal  detto  dì  infino  alla  festa  di  S-  Michele  di 
settembre,  e  dalla  detta  festa  a  un  anno,  e  per  li  delti  co- 
muni si  soldassero  duemila  cavalieri  e  duemila  pedoni  al  pre- 
sente, i  quali  stessero  a  far  guerra  in  Trivigiana  e  Veronese, 
e  quando  parrà  a' detti  comuni,  se  ne  conducessero  maggior 
quantità;  e  che  tutte  le  mende  de' cavalli,  e  ogni  sposa  che 
occorresse,  si  dovessero  pagare  comunemente  ;  e  che  per  la 
detta  guerra  fare,  si  tenesse  un  capilano  di  guerra  a  comuni 
spese  ;  e  che  per  lo  comune  di  Firenze  si  mandasse  uno  o 
due  oiltadini  a  slare  in  Vinegia,  o  dove  bisognerà,  e  abbia- 


LIBRO   OTTAVO  283 

no  balia  con  quelli  che  si  eleggeranno  per  lo  comune  di  Vi- 
negia  di  crescere  o  raenovare  i  delti  soldati,  come  a  loro  par- 
rà, e  a  potere  spendere  per  fare  ribellare  le  terre  che  si 
tengono  sotto  la  signoria  di  quelli  della  Scala;  e  che  sia  le- 
cito al  comune  di  Firenze  e  di  Vincgia  poter  tenere  per  fare 
la  detta  guerra  due  cittadini  e  sue  bandiere,  come  a' detti  co 
munì  piacerà.  E  abbia  il  capitano  della  guerra  pieno  d'arbi- 
trio. E  che  per  tempo  di  tre  mesi  avanti  la  fine  della  detta 
lega,  si  convcgnano  insieme  ambasciadori  de'  detti  comuni  a 
prolungare,  e  non  prolungare  la  lega  predetta.  E  che  il  co- 
mune di  Firenze  faccia  una  guerra  alla  città  di  Lucca,  e  se 
ella  s'avesse  ',  facciano  guerra  a  Parma  ;  e  che  i  detti  comuni, 
0  alcuno  di  quelli,  non  faranno  pace  o  tregua  ,  o  faranno,  o 
terranno  alcun  trattalo  con  quelli  della  Scala,  se  non  fosse 
di  scienza  o  volontà  di  ciascuno  comune.  «  Sapendo  i  Pio- 
te rcntini  che  in  simili  congiunture  ciascuno  è  bastante  per 
«  far  male,  massime  quando  gli  umori  e  siti  ne  possono  por- 
c<  gere  occasione,  mandarono  un  lor  cittadino  a  lutti  i  roag- 
«  giori  di  casa  Ubaldini  ricercandogli  a  dichiararsi,  se  nelle 
«  novità  che  seguiranno,  e  erano  per  seguire  per  opera  dei 
«  nemici  della  Repubblica,  essi  fossero  per  esser  da  lei,  o 
«  da  quelli.  Gli  Ubaldini  fatti  savi  a  loro  spese  risposero  al 
«  mandalo,  d'esser  pronti  ad  ogni  servizio  della  signoria,  e 
«  che  a  quella  volevano  ubbidire,  e  a  quella  si  raccoman- 
«  davano.  Buoso  degli  Ubertini  vescovo  d'Arezzo,  avendo 
((  sentita  la  risoluzione  della  Repubblica  di  far  guerra  agli 
«  Aretini  e  a' Tarlati,  mandò  Francesco  degli  Ubertini  a  Fi- 
«  renze,  perchè  in  nome  suo  e  di  lulla  la  famiglia  si  offe- 
«  risse  per  servidori  del  popolo  e  comune  di  Firenze,  e  che 
«  delle  terre  che  possedeva,  sì  di  patrimonio  come  del  ve- 
«  scovo,  voleva  che  la  Repubblica  ne  potesse  disporre  a  suo 
«  modo  fin  a  finita  la  guerra  d'  Arezzo,  e  che  lo  stesso  se- 
te guisse  di  quelle  che  i  Fiorentini  o  il  medesimo  vescovo 
«  pigliassero,  le  quali  attenessero  al  vescovado,  bastandogli 
'(  che  gli  fossero  lasciale  le  ragioni  de' fitti  e  rendite  spet- 
«  tanti  al  vescovado  ;  per  il  quale  pregò  i  signori  a  voler  pa- 
té rimente   lasciare  le  rendite   di  Genuina  e  di  Galalrone.  E 

'  Cioè  si  conquistasse,  si  ottenesse  ec. 


28i  dell'istorie  fiorentine 

'<  che  in  conformila  che  si  volesse,  il  vescovo  e  lutti  gli  L'ber- 
«  tini  eran  pronti  a  far  guerra  alla  città  d'Arezzo,  e  a  chi 
«  la  teneva,  purché  in  occasione  di  pace  vi  fossero  inclusi 
c<  con  le  lor  terre  e  fortezze  ;  le  quali  offerte  come  molto 
«  giovevoli  al  pubblico  furono  accettate ,  con  incaricarsi  i 
«  senatori  di  darne  conto  al  papa  rispetto  alle  terre  del  ve- 
«  SCO vado  ». 

Mastino  Ira  questo  mezzo  non  era  stalo  a  perder  tempu, 
essendo  massimamente  per  trattato  de' Fiorentini  stato  in  pe- 
ricolo di  perder  Modena,  e  per  questo  avea  fatto  calar  a  Forlì 
per  passar  ad  Arezzo  inlìno  al  numero  di  ottocento  cavalieri; 
ma  i  Fiorentini  avendo  presentito  questo  ordine  furono  pri- 
mi a  mandar  secenlo  cavalieri  in  Romagna  di  loro  masnade 
sotto  la  condotta  di  Pino  della  Tosa  e  di  Gcrozzo  de'  Bar- 
di,  i  quali  congiuntosi  co' Bolognesi  e  con  gli  altri  guelfi 
romagnuoli  «  tra  questi  Francesco  e  Riccardo  de"  Manfredi 
«  signori  di  Faenza,  che  ricevettero  molto  volentieri  le  genti 
«  de' Fiorentini  e  de' Bolognesi  »  conlesono  il  passo  in  mo- 
do a'  uimici,  che  non  potettono  in  conto  alcuno  per  quella 
state  passar  ad  Arezzo  :  onde  eglino  assicurati  che  il  nimico 
non  passerebbe,  entrarono  a' 4  di  luglio  «  che  in  Firenze 
«  avea  preso  la  podesteria  Francesco  de'Cnmporeni  da  Asco- 
«  li  »  dall'altro  canto  con  settecento  cavalieri  e  assai  po- 
polo nel  contado  d  Arezzo;  ove  accozzandosi  con  l'esercito 
de'  Perugini  fcciono  in  tutto  quel  paese  e  intorno  alla  città 
stessa  gran  guasto  di  biade  e  d'  arsioni  di  possessioni  infìno 
a'  7  d"  agosto.  Le  genti  di  Mastino,  che  erano  in  sul  Luc- 
chese, per  non  star  ancor  elleno  a  bada,  essendo  già  stata 
pubblicala  la  lega  a'  lo  di  luglio  in  un  dì  medesimo  a  Firenze 
e  a  Vinegia,  e  sentendo  che  le  genti  de'  Fiorentini  che  era- 
no a  Cerretoguidi  la  miglior  parte  era  a  Pistoja  por  veder 
celebrare  la  festa  di  S.  Jacopo,  uscirono  subitamente  di  notte- 
tempo di  Baggiano,  e  vennero  a  Cerretoguidi,  e  quello  tro- 
vando sprovveduto  combatterono  e  vinsono  ;  ne  furono  punto 
pili  pietosi  di  quello  che  gli  stessi  Fiorentini  erano  slati  nel 
contado  d'  Arezzo;  perciocché  il  danno  che  feciono  di  biade 
e  d'arsioni  di  poderi  e  di  case  fu  molto  grande.  Cinpo  de- 
gli Scolari  nobile  fuoruscilo  fiorentino  mandalo  da  Mastino 
per  capitano  delle  genti  che  teneva  in  Toscana,  avendo  tro- 


LIBRO     OTTAVO.  285 

vaio  i  soldati  lieti  e  animosi  per  questo  successo,  pensò  di 
far  ancor  egli  alcuna  altra  nobile  impresa  ;  e  per  questo  uscito 
di  Lucca  a'  5  di  agosto  con  ottocento  cavalieri,  e  con  gran 
numero  di  fanti  a  pie  passò  Arno  ;  e  non  trovando  intoppo 
alcuno,  diede  il  guasto  al  boigo  Santafìore,  e  fermandosi  per 
due  notti  nella  villa  di  Martignano  sotto  S.  Miniato,  fece  gran 
danno  a  tutte  le  ville  vicine.  I  soldati  de' Fiorentini,  i  quali 
erano  sparsi  per  Empoli  e  per  le  castella  di  Valdarno,  e  in 
Valdinievole,  desiderosi  di  vendicar  la  prima  ingiuria,  usci- 
rono in  campagna  francamente  con  animo  di  venir  con  cssf) 
loro  alle  mani.  Ma  i  nimici  non  essendo  provveduti  di  vetto- 
vaglia, e  per  questo  dubitando  di  non  esser  colti  in  mezzo, 
senza  aspettar  l' incontro,  si  partirono  con  gran  disordine 
a'7  d'agosto,  non  avendo  ardire  di  metter  fuoco  al  borgo  di 
santa  Gonda,  onde  passarono;  perciocché  i  Sanminialesi  calati 
a' balzi,  e  alle  tagliale  e  sbarre  fatte,  faceano  vista  di  venirli 
a  trovare  con  grande  impeto  :  la  qual  cosa  porse  loro  tanto 
terrore,  che  disordinandosi  in  tutto  e  postosi  a  fuggire,  di- 
vennero molti  di  loro  preda  di  chi  li  seguitava.  Alcuni  per 
stanchezza  e  per  il  gran  caldo  morirono  per  lo  contado  di 
Pisa.  Molti  spasimati  per  la  sete  annegarono  nella  Gusciana. 
E  fu  opinione  che  se  la  cavalleria  de'  Fiorentini  avesse  più 
studiato  il  cavalcare  ',  non  ne  campava  pur  uno  di  tutto  quel- 
l'esercito. Raffrenato  e  domo  l'ardir  de'nimici,  veggendo  gli 
eletti  della  guerra  che  per  tante  cavalcate  che  si  facevano 
le  castella  di  Valdarno  e  di  Greti ,  o  poco  o  del  tutto  non 
murate,  erano  esposte  a  grandi  danni  e  calamità,  diedono  or- 
dine che  si  mnrassono,  e  spezialmente  ordinarono  che  fos- 
sero rifatte  le  mura  d'Empoli  e  di  Pontormo,  e  che  per  ca- 
gione del  diluvio  passato  erano  mollo  danneggiale;  commi- 
sono  che  si  cumpicsse  di  murare  il  borgo  di  Monlelupo ,  e 
quel  di  Cerretoguidi  :  il  che  fu  l'alto  in  pochissimo  tempo  , 
concedendo  la  Repubblica  alcune  immunità  e  franchigie  ai 
terrazzani.  «  Mentre  si  provvedeva  così  alle  cose,  essendo 
«  nella  città  Goffredo  vescovo  di  Malta,  e  Niccola  Moricj  da 
«  Napoli  giurisperito,  ambasciadori  del  re  Ruberto,  e  gli  am- 

•   J>Iodo  elegantissimo:  clie  vale  affrettarsi  co'  cav'aìli  :  e  viene  dal- 
l' altro  modo  studiare  il  passo^  desunto,  come  è  noto  ,  dal  latino. 


286  dell'istorie  fiorentine 

»  basciadori  di  Bologna  e  di  Perugia  ,  Alamanno  Adimari 
«  cavaliere,  Bartolo  de'  Ricci  dollore,  e  Bindo  degli  Allovili 
«  come  sindaci  e  procuratori  del  comune  di  Firenze  ferma- 
«  rono  lega  con  loro  per  un  anno  agli  11  d'  agosto  nella 
«  chiesa  di  S.  Eusebio  sul  prato  a  difesa  delli  stati  comuni 
«  e  esaltazione  di  parte  guelfa,  e  di  santa  Chiesa:  con  patti 
«  che  la  taglia  fosse  di  tremila  cavalli,  de'  quali  il  re  ne 
«  contribuisse  settecento  in  tempo  di  state,  e  trecentocin- 
<(  quanta  di  verno,  da  stare  Ira  la  Lombardia  e  i  monti  fin  al 
«  mare  ;  che  Firenze  ne  tenesse  ottocento  ,  Bologna  cinque- 
«  cento,  Perugia  quattrocento,  e  il  restante  si  distribuisse 
«  fra  gli  altri  che  fossero  venuli  nella  lega.  Vollero  che  la  metà 
«  di  delta  cavalleria  fosse  oltramontana,  e  il  resto  buon  soldati 
«  e  non  banditi  da  alcuno  de' collegati,  eccettuandone  li  sel- 
«  tecento  del  re  Rubarlo,  al  quale  restò  libero  il  pigliarli  di  dove 
«  gli  fosse  tornato  bene.  Gli  amici  e  nemici  de'  collegati  fos- 
«  sero  trattati  da  tutti  come  tali.  Che  capitano  generale  della 
«  taglia  fosse  Beltramo  del  Balzo  conte  di  Monteseagioso  ; 
«  e  la  cavalleria  fosse  all'  ordine  per  tutto  settembre.  Che 
«  ciascun  collegato  tenesse  un  buon  consigliere  esperto  in 
«  arme  appresso  del  generale  ;  al  qual  generale  si  dovesse 
«  dare  quattrocento  fiorini  d'  oro  il  mese ,  co'  quali  restasse 
«  obbligato  di  tenere  un  dottore,  due  compagni,  due  notai, 
«  due  trombatori ,  un  trombetta,  un  nacchero,  e  altri  simili 
«  ufiziali.  Che  il  generale  conducesse  seco  cento  cavalli  ar- 
ce mali  da  delrarsi  della  taglia  ,  e  per  ciascuno  cavallo  avesse 
«  di  soldo  dicci  fiorini  d'  oro  il  mese  da'  collegati  ;  e  delta 
«  cavalleria  dovesse  aver  cavalli  di  valuta  almeno  di  venti 
«  fiorini  d'  oro  V  uno  ,  e  restandone  in  battaglia  morti ,  o 
«  inutili,  i  collegati  gli  dovessero  pagare,  e  tra  un  mese 
«  dovea  con  essi  esser  in  Firenze  e  farne  la  mostra.  Che 
«  durante  la  lega  non  si  potesse  far  pace  ne  accordo  senza 
«  il  consenso  di  tulli,  e  che  due  mesi  avanti  finisse  1'  anno 
«  si  mandassero  ambasciadori  a  Firenze  per  risolver  se  la 
«  lega  si  dovea  prolongare.  Furono  ricevuti  in  essa  i  capi- 
«  tani  e  comuni  di  Faenza  e  d' Imola  con  obbligo  di  con- 
ce Iribuire  cinquanta  cavalli  per  ciascuno.  Doveano  i  colle- 
«  gali  mandare  ambasciadori  al  papa  per  dargli  conto  della 
«  lega,  e  pregarlo  a  favorirla  e  a  riconciliarsi  con  la  città  di 


LIBRO   OTTAVO.  287 

«  Bologna.  A'  Sanesi  fu  lascialo  luogo,  con  1'  obbligo  di  con- 
«  venire  con  dugenlo  cavalli ,  e  1'  ambasciadore  di  quella 
«  citlà  se  ne  conlentò,  purché  il  capitolo  degli  amici  e  ni- 
«  mici  non  avesse  luogo  per  il  comune  di  Siena  con  quel 
«  d'  Arezzo,  col  quale  voleva  osservare  i  patti  che  erano  tra 
«  loro.  I  sindaci  di  Firenze  premessero  del  proprio  che  il 
«  re  Ruberto  averebbe  oltre  li  settecento  cavalli  tenutone 
«  cento  altri  fra  tre  mesi.  La  pena  fu  di  mille  marche  d'  ar- 
ce gcnto  a  chi  mancasse  ».  Gherardo  Paganelli  '  (sono  i  Pa- 
ganelli consorti  de' Canigiani  ) ,  il  quale  a' 15  d'agosto  era 
succeduto  al  magistrato  dello  Strozzi ,  senza  sbigottirsi  che 
siccome  l'anno  passato  era  in  quel  di  medesimo  succeduto 
nel  principio  del  gonfalonerato  del  Gennai  un  fuoco  appreso 
a  casa  Toschi,  che  abitavano  in  mercato  Vecchio  ,  avesse 
fatto  gran  danno  a'  vicini  pizzicagnoli ,  ma  attendendo  con 
gli  eletti  della  guerra  a  provvedere  tutto  di  che  Mastino 
fosse  travagliato  in  Lucca  e  in  Lombardia,  adempiva  il  ca- 
rico del  suo  uficio  con  grande  sollecitudine.  Ma  perchè  le 
cose  di  Lombardia  erano  di  molto  maggior  importanza,  fu 
dato  ordine  che  in  Vinegia  dimorassero  al  continuo  due 
cittadini  fiorentini  per  provvedere  il  danaro  ,  perchè  i  sol- 
dati fossero  di  mano  in  mano  pagati.  Due  altri  in  compa- 
gnia d'  un  cavaliere  e  d'  un  giudice  sotto  nome  d'  ambascia- 
dori  risedessero  appresso  il  doge  e  nel  consiglio  per  le  cose 
della  guerra.  E  similmente  due  cavalieri  di  grande  autorità, 
r  uno  de'  grandi  e  1'  altro  del  popolo  ,  dovessero  star  nel- 
r  esercito,  e  intervenire  nel  consiglio  del  capitano  generale. 
La  provvisione  de'  danari  ,  essendo  la  camera  molto  stretta 
per  le  continue  spese  fatte  nella  lega  passata  e  per  quelle 
avute  in  Toscana ,  fu  presa  sopra  le  spalle  de'  cittadini  pri- 
vati,  pervenendosi  a  loro  delle  gabelle  della  città  non  pic- 
colo utile  per  conto  de'  loro  interessi. 

Stando  le  cose  in  questo  termine ,  e  non  essendo  ancor 
uscito  il  mese  d'agosto,   Piero   de'Rossi,  il   quale  insieme 

'  Il  senso  tagliato  da  questa  lunga  giunta  si  rannoda  così  :  il  che 
fu  fatto  in  pochissimo  tempo,  concedendo  la  Repubblica  alcune  im- 
munità e  franchigie  a'  terrazzani,  e  sollecitando  queste  cose  gran- 
demente Gherardo  Pasanelli  ec. 


288  DELL    ISTORIE   FIORENTINE 

co'  fratelli  aveva  dato  a  Mastino  Parma  e  Lucca ,  incomin- 
ciando non  solo  a  mancargli  le  promesse  fatte ,  ma  essendo 
cacciato  da  tutte  le  fortezze  e  possessioni  che  aveano  in 
Lombardia  (  e  questo  per  conto  dell'  inimicizia  che  essi  avea- 
no con  la  famiglia  di  Coreggio  ,  con  la  quale  Mastino  avea 
stretto  parentado)  e  finalmente  essendo  assediati  nel  castello 
di  Pontremoli,  se  ne  venne  a  Firenze  ,  avendo  prima  fatto 
intendere  a'  senatori  che  egli  venia  con  animo  di  congiu- 
gnersi con  esso  loro  conlra  Mastino  :  il  quale  introdotto 
nella  presenza  de'  padri  ,  parlò  loro  in  questa  maniera.  Io 
non  dubito,  eccelsi  signori,  che  a  coloro  i  quali  hanno  poca 
esperienza  delle  cose  del  mondo  sia  per  parere  strano  che 
io  ,  che  poco  innanai  sono  slato  nimico  vostro  e  amico  di 
Mastino,  venga  ora  a  pregarvi  che  mi  riceviate  per  compa- 
gno neir  odio  e  nella  vendetta  che  apparecchiale  contra  Ma- 
stino. Ma  sono  dall'  altro  cauto  ancora  ben  certo  che  a  voi, 
a'  quali  per  lo  lungo  governo  di  questa  Repubblica  non  sono 
nascosti  i  vari  successi  e  mutazioni  del  mondo,  non  solo  non 
sia  tutto  ciò  per  dar  maraviglia,  ma  parrà  un  fatto  mollo 
usato  e  quasi  ordinario  ;  accadendo  ogni  giorno,  che  i  con- 
sigli degli  uomini  si  mulino  per  la  mutazion  delle  cose;  e 
poi  chiunque  di  ciò  si  maravigliasse,  averebbe  anche  a  ma- 
ravigliarsi di  questa  Repubblica,  di  cui  ninno  signore  o  co- 
mune è  stato  più  amico  con  Mastino.  Di  che,  ed  io,  e  i  miei 
fratelli,  e  la  casa  mia  può  rendere  ottima  testimonianza;  che 
cercando  di  convenirci  di  Parma  e  di  Lucca  con  Azzo  Vi- 
sconti, come  quelli  che  di  Mastino  non  faceano  molto  retto 
giudizio,  voi  ,  che  avevate  più  fede  in  Mastino  che  in  Azzo, 
vi  metlesle  di  mezzo  ,  e  tanto  operaste  con  gli  altri  confe- 
derati per  la  sollecita  cura  de'  vostri  ambasciadori  ,  che  ac- 
cozzaste amcndue  in  sul  fiume  dell'  Oglio  ,  e  faceste  opera 
che  al  fine  Azzo  consentisse  che  Parma  secondo  il  vigor 
de'  capitoli  fosse  data  a  Mastino;  onde  noi  fummo  costretti 
farne  parlilo  con  Mastino  ,  a  cui  io  tirato  dalle  persuasioni 
de'  miei  fratelli  convenni  poco  poi  render  ancor  Lucca.  Ora 
se  io  da  questo  mancator  di  fede  ingannato,  ricorro  a  voi, 
che  non  meno  di  me  sete  dal  medesimo  stati  ingannati  e 
traditi ,  e  mi  profferisco  per  vostro  compagno  a  vendicar  il 
comune  scherno  e  ingiuria ,  avrò  a  temere  di  far  cosa  con- 


LIBRO   OTTAVO  289 

tra  r  onor  mio  ?  o  che  non  convenga  a  questo  stalo  nel 
quale  io  mi  ritrovo?  o  che  ella  sia  tale,  che  voi  possiate  so- 
spettare della  fede  mia  ?  quasi  sia  questa  una  favola  ordita 
tra  noi  per  ingannarvi?  Ohimè  rhe  troppo  sono  abbastanza 
pur  note  le  nostre  ingiurie,  e  niuno  il  sa  meglio  di  voi;  per- 
chè se  cosi  sta  veramente  il  fallo ,  come  intendete,  potete 
credere  che  quello  sdegno  che  serbale  voi  conlra  Mastino, 
il  medesimo,  anzi  molto  maggiore,  1'  è  serbato  da  noi  ;  per- 
ciocché voi  \i  dolete  che  Mastino  non  v'abbia  osservalo 
quello  che  vi  aveva  promesso;  ma  noi  ci  rammarichiamo 
che  egli  ci  abbia  tolto  quello  che  era  posseduto  da  noi ,  che 
era  Parma  e  Lucca,  e  che  ci  sia  venuto  meno  del  cambio , 
che  obbligalo  si  era  di  darci,  che  fu  di  cinquantamila  flori- 
ni  d'  oro  1'  anno;  oltre  averci  privato  delle  possessioni  e  delle 
castella  già  di  lungo  e  antico  tempo  slate  possedute  dalla  ca- 
sa nostra,  e  ora  tenerci  1'  assedio  intorno  a  Pontreraoli,  ove 
sono  le  donne  nostre.  Per  questo  vi  è  facil  cosa  giudicare, 
signori  fiorentini ,  che  se  le  comuni  ingiurie  fanno  slabile  al- 
cuna amicizia,  slabilissima  debba  esser  la  nostra,  per  esser 
siali  così  notabilmente  ingiuriali  da  questo  ladrone.  E  ben- 
ché niuno  debba  aspettare  che  i  meriti  altrui  l'abbiano  a 
render  grato  appresso  alcun  popolo,  nondimeno  se  pure  ve- 
diamo cotesto  luogo  essere  spesso  messo  innanzi  da  coloro 
che  alcuna  cosa  desiderano  ottenere,  io  non  mi  avrò  a  ver- 
gognare d'addurre  in  favor  mio  la  buona  memoria,  e  la  quale 
so  esser  a  voi  gratissima,  d'Ugolino  de' Rossi  fratello  d'Or- 
lando mio  avolo:  il  quale  essendo  vostro  podestà,  e  non 
avendo  a  impacciarsi  de' fatti  della  guerra,  vcggendovi  non- 
dimeno involti  nelle  guerre  aretine  ,  volle  in  ogni  modo  tro- 
varsi nella  battaglia  di  Cerlomondo ,  nella  quale  non  fu , 
come  ne  vive  ancor  la  fama,  desiderato  punto  il  valore  e  ar- 
dir suo.  Ingegnerommi  io,  che  mollo  meno  abbiate  a  desi- 
derare la  fede  e  sollecitudine  mia  nelle  guerre  che  avrete 
con  Mastino,  perciocché  il  zio  di  mio  padre  fu  tratto  a  ser- 
virvi da  un  onesto  desiderio  di  gloria.  Io  a  questo  sprone 
ho  aggiunto  stimoli  ardcnlissimi  d'ingiurie  troppo  acerbe  e 
troppo  mortali  ;  avendoci  il  nostro  avversario  softu  speranza 
d'ampie  promesse  da  grandi  e  ricchi  signori  condotto  ad 
estrema  necessità,  se  non  ci  ingegnamo  di  provveder  col  va- 
Amm.  Vol.  II.  19 


290  dell'  istorie  fiorentine 

lore  alle  cose  nostre  :  e  forse  abbiamo  noi  questo  patito,  per- 
chè avevamo  macchinato  contra  la  vita  e  lo  slato  suo  ?  anzi 
perchè  l' avearao  fatto  padrone  di  Parma  e  di  Lucca  ;  e  per- 
chè conoscea  così  grandi  e  segnalali  benefici  "or»  potersi 
pagare,  se  non  con  altreitanla  ingratitudine.  Onde  io  ardo 
d' incredibil  desiderio  di  ritrovarmi  ove  siano  forze  e  armi 
contra  Mastino,  e  per  conseguente  d'esser  a  parie  con  voi 
del  bene  e  del  male  che  è  per  poterci  da  così  falla  impresa 
venire.  O  voi  vi  vogliate  servire  di  me  in  Lucca,  o  in  Lom- 
bardia, neir  un  luogo  e  nell'altro  ha  la  casa  nostra  dei  par- 
tigiani e  degli  amici  ;  abbiamo  cognizione  de' siti  e  del  paese; 
insomma  non  è  dubbio  che  siccome  a  me  è  per  giovar  gran- 
demente l'autorità  e  riputazione  del  nome  vostro,  e  le  forze 
e  prontezza  del  vostro  danaro,  così  non  sia  per  recare  a  voi 
grandissima  utilità  la  vigilanza  mia  e  de' miei  fratelli,  e  il 
seguito  che  ha  la  famiglia  nostra  in  questi  due  luoghi  ,  in 
Lucca  per  la  fresca  signoria,  e  in  Lombardia  per  gli  antichi 
stali  posseduti  da' nostri  maggiori.  Datemi  dunque  occasio- 
ne, prestantissimi  senatori,  che  io  aiutato  da  voi  possa  a  co- 
mun  beneficio  esercitar  le  giustissime  armi  contra  questo 
serpente  ;  avvenga  che  per  quel  che  toccherà  alla  persona 
mia,  non  ne  attenda  io  licenza  da  alcuno;  avendo  già  fermo 
nell'animo  mio,  o  nel  campo  vostro,  o  di  qualunque  sentirò  es- 
ser nimico  di  quei  della  Scala,  d'  avermi  a  ritrovar  sempre, 
benché  come  privato  cavaliere,  e  non  con  altra  compagnia 
che  con  quella  de' miei  scudieri,  a  combattere  contra  essi. 
Nò  cercherò  mai  altro  se  non  che  la  fortuna  m'  abbia  a  gui- 
dar in  luogo  ,  (  quando  per  le  leggi  di  chi  governa  non  sarò 
sottoposto  a  più  stretto  carico  )  ove  io  da  persona  a  perso- 
na abbia  a  riscontrarmi  con  Mastino  ,  ovver  con  Alberto  ;  ai 
quali  se  non  il  mio  valore,  almeno  la  loro  scelleratezza  po- 
trebbe facilmente  insegnare  quanto  sia  empia  e  inumana 
cosa,  fuor  d'ogni  dovere,  e  conlra  tutte  le  leggi  divine  e 
umane  ingannare  chiunque  alla  lor  fede  si  trovava  aver  avuto 
ricorso.  Desidero  bene,  che  voi  quanto  prima  mi  porgiate  al- 
cun aiuto,  col  quale  io  possa  levar  1'  assedio  da  Pontremoli; 
la  qual  cosa  benché  riguardi  per  ora  il  mio  privato  comodo, 
non  è  però,  signori,  che  impadronendoscne  Mastino,  non  se 
n'accresca  forza  al  vostro  nimico,  e  che   le  cose  di  Lucca 


LIBRO    OTTAVO.  291 

non  si  mettano  per  conseguente  in  maggior  difficoltà;  dove 
se  mi  concederete  non  più  che  ottocento  cavalieri,  e  alquanto 
numero  di  fanti,  io  spero  non  solo  liberare  Ponlremoli  dal- 
l' assedio,  ma  travagliar  tanto  i  Lucchesi,  che  per  avventura 
ci  potrebbe  venir  fatto  qualche  gloriosa  impresa.  A  voi  sta 
il  deliberare,  se  al  nimico  s'abbia  a  metter  freno,  o  pure  la- 
sciarli ancor  fare  questo  altro  acquisto,  perchè  egli  baldanzo- 
samente possa  vantarsi,  e  non  scioccamente  sperarlo,  d'aver 
fra  pochi  mesi  a  coronarsi  re  di  Toscana  e  di  Lombardia. 
A  me  basterà  in  qualsivoglia  tempo  poter  dire  di  non  esser 
mancato  a  me  stesso,  e  di  non  aver  lasciato  passare  occa- 
sione alcuna,  come  farò  sempre  infino  che  avrò  spirito  e  vi- 
gore di  maneggiar  questa  spada,  affinchè  onoratamente  po- 
tessimo riacquistar  quello  che  fellonescamente  ci  è  stato 
tolto,  e  d'avere  tentato  con  nobile  ardimento  di  rintuzzare  l'or- 
gogliosa superbia  del  nostro  troppo  fiero  e  potente  nimico: 
conciossiacosaché  questo  solo  mi  pare  che  stia  in  potere  de- 
gli uomini,  essendo  il  fine  dell'  imprese  o  lieto  o  misero  che 
egli  si  sia,  come  ignoto  a  noi,  così  fuor  della  nostra  pos- 
sanza, rimesso  solo  nel  libero  e  assoluto  arbitrio  della  divi- 
na volontà. 

Fu  ascoltato  Piero  con  grande  attenzione,  e  con  molto 
più  favore  de' voli,  fu  creato  capitano  generale  de' Fiorentini 
neir  impresa  di  Lucca  centra  Mastino.  Perchè  avute  le  genti 
che  da  lui  erano  state  richieste,  il  penultimo  di  d'  agosto  si 
partì  di  Firenze;  e  parendogli  che  per  levar  l'assedio  di 
Pontremoli  non  fosse  migliore  strada  che  travagliar  Lucca  , 
il  primo  giorno  si  pose  a  Capannole  ,  guastando  intorno 
tutte  le  vigne  e  villaggi  de' Lucchesi;  e  poi  passato  Lucca,  oc- 
cupò il  ponte  a  S.  Quirico ,  ove  si  fermò  per  tre  giorni, 
sempre  danneggiando  il  paese.  Il  maliscalco  di  Mastino ,  il 
quale  era  dentro  di  Lucca,  uscì  con  molti  pedoni  e  con  sei- 
cento cavalieri,  e  pensando  d'impedir  la  vettovaglia  e  il  passo 
alle  genti  de' Fiorentini,  s'  accampò  sul  Cerruglio,  poiché  per 
la  meno  gente  che  egli  avea,  non  stimava  partito  da  com- 
battere con  Piero  in  campagna  aperta.  Piero  conoscendo  il 
consiglio  de'nimici,  deliberò  tornar  indietro,  e  quando  fu 
sotto  il  Cerruglio,  dove  era  il  fosso  che  avea  fatto  Ramondo 
di  Cardona,  quando  fu  rotto  ad  Altopascio,  trovando  quello 


292  dell'istorie  fiorentine 

munito  da  oUo  bandiere  di  cavalieri  de'nimici,  comandò  alla 
schiera  de'  feritori  che  attaccassono  la  scaramuccia  ,  e  sfor- 
zassero il  passo.  Il  che  feciono  con  tanta  vigoria,  che  pen- 
sando nel  mezzo  delio  sbigottimento  de'  nimici,  a'  quali  avea 
dato  la  caccia  infino  al  Cerruglio,  di  potere  anche  in  quella 
occasione  guadagnare  il  Cerruglio,  senza  aspettare  l'ordine 
del  capitano  e  il  cenno  delle  trombe  che  sonavano  a  rac- 
colta, entrarono  nella  terra  ,  ove  trovando  i  nimici  grossi  e 
in  ordinanza  furono  prestamente  gastigali  della  loro  temerità, 
rimanendovi  morto  Gherardo  da  Viterbo  tedesco  ,  il  quale 
avea  il  pennone  di  quella  schiera,  con  lutti  quelli  che  seco 
furono  primi  a  entrar  nella  terra,  fuor  di  quattro  connesta- 
bili,  e  d'alcuni  altri,  che  veggendosi  rotti  si  reson  prigioni. 
Il  maliscalco  di  Mastino  credendosi  aver  vinta  quella  gior- 
nata, scese  con  grande  ardire  dal  poggio  per  venire  addosso 
a' Fiorentini.  Ma  Piero  avendo  fermato  la  maggior  parte  delle 
sue  genti,  e  con  brevi  parole  dimoslrato  loro  quello  che  non 
era  ubbidire  a' comandamenti  del  capitano,  e  come  nella 
guerra  la  pena  corre  velocissima  dietro  all'errore,  aspettò  a- 
nimosamente  l'incontro  del  maliscalco  feroce  non  meno  per 
il  felice  principio  della  viltoria,  che  per  lo  vantaggio  della 
scesa,  e  fu  l' incontro  s'i  impetuoso,  che  furono  alquanto  i 
Fiorentini  ributtati.  Ma  gridando  per  tutto  il  capitano  con  al- 
tissime voci  che  ciascuno  tenesse  il  suo  luogo  ,  e  che  era 
gran  vitupero  che  i  molti  si  lasciassero  vincer  da' pochi,  e 
che  il  maliscalco  di  Mastino  non  era  Uguccione  della  Fa- 
giuola,  0  Castruccio  Castracani,  ma  un  capitano  ignobilissi- 
mo, di  nessun  nome  e  riputazione,  accese  tanto  i  suoi  di  ver- 
gogna e  di  ira,  che  inanimiti  dalle  sue  parole  incominciarono 
prima  a  far  gagliarda  resistenza  ;  poi  riprendendo  tuttavia 
maggior  ardimento,  urtarono  i  nimici ,  e  alla  fine  percoten- 
doli  fieramente  li  misero  in  rotta,  uccidendo  e  facendo  pri- 
gioni cento  cavalieri  ;  tra'  quali  venne  a  Firenze  prigione  il 
maliscalco  di  Mastino  con  tredici  connestabili ,  oltre  due 
morti,  e  con  otto  bandiere,  «  e  di  più  quella  do' tiranni  della 
«  Scala;  cos'i  gli  nomina  Piero  nella  Ictlera  che  ne  scrive 
«  alla  signoria.  Avendo  quella  sconfitta  fatto  celebre  il  quinto 
«  giorno  di  settembre.  Di  questa  vittoria  avendone  i  Fio- 
«  reiilini  dato  conto  al  papa,  sua  Santità  se  ne  rallegrò  con 


LIBRO   OTTAVO.  293 

ft  SUO  breve,  mostrando  però  prima  in  esso  di  abborrire  si- 
«  mili  riscontri  per  il  pericolo  dell'anime  di  qnei  che  vi  re- 
te stavano  morti  '  ».  Piero  essendo  dimorato  infino  alla  notte 
con  le  torce  accese  sul  campo,  facendo  sonar  a  vittoria,  la 
notte  albergò  a  Gallena ,  e  1'  altro  dì  se  ne  ritornò  con  le 
sue  genti  a  Fucecchio,  avendo  ricevuto  lettere  da' Veneziani 
che  col  consentimento  del  consiglio  deputato  da'  Fiorentini 
era  slato  creato  capitano  generale  della  lega  ;  onde  egli  ve- 
nuto a  Firenze  senza  pompa  alcuna,  con  buona  licenza  della 
Repubblica  verso  l' uscita  di  settembre  si  parli  per  Trivi- 
giana  ,  ove  gran  parte  dell'  esercito  della  lega  era  ragunata  ; 
e  in  suo  luogo  fu  da' Fiorentini  creato  lor  capitano  generale 
in  Toscana  Orlando  suo  fratello,  uomo  feroce,  ma  per  capa- 
cità d' ingegno  e  di  disciplina  militare  molto  dissimile  dalla 
virtù  de' fratelli.  «  Tra  tanto  gli  eletti  a  far  leghe  non  re- 
ti stando  di  fortificar  la  Repubblica  con  esse,  ne  aveano  con- 
«  elusa  una  per  termine  di  due  anni  a  difesa  comune  a' 4 
«  pur  di  settembre  con  gli  ambasciadori  venuti  in  Firenze  di 
«  Malatesta  e  di  Galeotto  Malatesti  signori  di  Rimini,  di  Pe- 
«  sarò,  e  di  Fossombrone,  e  di  Ostasio  da  Polenta  signore 
«  di  Ravenna,  di  Cervia,  di  Lugo,  e  di  Berlinoro;  nella  qual 
«  lega  concorsero  i  Bolognesi:  e  facendosi  nella  ciltà  a  gara 
«  a  chi  più  poteva  operare  in  benefizio  del  comune  ^  »  gli 
eletti  della  guerra  aveano  fatto  fortificare  di  nuovo  il  castello 
di  Lalerina  già  sialo  destrullo  dal  vescovo  d'  Arezzo,  e  in- 
trodottovi i  primi  abitatori,  che  divisi  in  tre  borghi,  s'erano 
posti  ad  abitare  al  piano  di  sotto.  «  Ma  trovandosi  il  pub- 
«  blico  in  Firenze  scarso  di  moneta  per  pagar  la  soldatesca 
«  e  per  comprar  grani,  si  ricorse  al  solilo  rimedio  di  dar 
«  campo  a'  banditi  e  condannali  di  potersi  liberare,  con  pa- 
«  gar  per  tulio  novembre  quei  della  ciltà  dodici  denari  per 
«  lira,  e  quei  del  contado  sei,  e  tal  liberazione  si  potesse 
«  fare  ancor  per  quei  che  fossero  morti  ;  non  volendo  però 
«  che  si  potessero  liberar  quelli  che  pagando  li  dodici  e  sei 
«  danari  per  lira,  facessero  maggior   somma  di  cinquanta  e 

'  Con  gran  numero  di  cai'alteri,  e  con  molte  bandiere^  avendo 
quella  sconfitta  fatto  celebre  il  quinto  giorno  di  settembre.  Piero 
essendo  dimorato  insino  alla  notte  ec.  Prima  Ediz. 

*  L'  Ammirato  vecchio  dice;  Tta  tanto  gli  eletti  della  guerra  ai'C- 
jano  fatto  Jortificare  ec. 


294  dell'  istorie  fiorentine 

«  di  venticinque  lire.  Vollero  bene  che  si  polessero  liberare 
«  quelli  che  erano  stali  condannali  ad  essergli  taglialo  alcun 
«  membro  ,  avendo  però  la  pace ,  con  lire  cinquanta  della 
a  città,  e  venticinque  del  contado.  Escludendo  da  simil  gra- 
«  zia  i  condannati  per  essersi  trovali  nclli  eserciti  delli  im- 
«  peradori,  i  ribelli  del  comune,  i  falsari,  i  soddomili,  gli  as- 
te sassini,  i  barallieri,  e  quelli  che  avessero  rollo  paci  fatte 
«  per  contratto,  fatta  vendetta  in  altra  persona  che  nell'of- 
«  fendente,  i  banditi  come  uliziali  del  comune,  i  grandi  per 
«  aver  offeso  popolani,  i  cessanti  e  fuggilivi,  i  rubalori  alla 
«  strada,  gl'incendiari,  e  i  violatori  de' mandali  del  comu- 
«  ne  ».  Vennero  in  questo  tempo  in  potere  della  Repubblica 
il  castello  del  Terraio  in  Val  d'Arno,  lutti  i  borghi  di  Gan- 
ghereto,  le  Conie,  le  Cave,  Balbischio  e  Moncione,  che  sono 
parte  nel  viscontado  e  parte  in  Chianti  ,  ribellatesi  a  Guido 
figliuolo  che  fu  del  conte  Ugo  da  Baltifolle,  per  mal  reggi- 
mento che  il  giovane  facea  a' suoi  fedeli  d'opera  di  femmi- 
ne. Il  simile  feciouo  al  conte  Ruggieri  da  Doadola  Viesca, 
e  Filinno,  benché  recata  la  cosa  poi  in  giudizio,  la  Repub- 
blica avesse  a  Guido  dato  ottomila  fiorini  d'  oro  per  le  ra- 
gioni che  egli  v'  avea  ,  ancora  che  per  il  torlo  ricevuto  dal 
padre,  quando  nella  rotta  d'  Altopascio  si  riprese  di  propria 
autorità  le  ville  d'Ampinana  in  Mugello,  non  fusse  stimato 
degno  di  colai  grazia.  «  E  perchè  nella  città  non  era  luogo 
«  da  conservare  le  provvisioni  del  grano  che  si  facevano  dal 
«  comune,  la  signoria  il  primo  d'  ottobre  dette  ordine  che 
«  fusse  fallo  il  palazzo  su  la  piazza  d'Orlo  S.  Michele,  in- 
«  caricandone  la  cura  a' consoli  e  università  dell'arte  diporta 
«  santa  Maria,  fabbrica  per  tutti  i  rispetti  degna  della  gran- 
te  dezza  dell'animo  de' Fiorentini  ».  Fu  commesso  a  Geroz- 
zo  de' Bardi  e  a  Pino  della  Tosa,  i  quali  con  seicento  ca- 
valieri aveano  guardalo  il  [tasso  di  Romagna,  che  con  le  me- 
desime genti,  e  con  mille  fanti  ultimamente  falli  passassero 
in  Lombardia:  ove  erano  quasi  avvenuti  i  medesimi  successi; 
perciocché  i  conti  da  Collalto  in  Trivigiana,  ribellatisi  a  quei 
della  Scala,  diedono  la  Motta  e  altre  loro  castella  alla  signo- 
ria di  Vincgia,  e  fuor  che  la  perdita  di  dugento  cinquanta 
fanti  de'  Veneziani,  che  furono  presi  da  Mastino,  mentre  era 
stata  data  loro  sotto  trattato  di  moneta  speranza  d'insigne- 


LIBRO   OTTAVO.  293 

tirsi  di  Mestri,  le  cose  andavan  bene.  Conciosiacosachè  Pie- 
ro partitosi  dalla  Motta  a'  20  d'  ottobre  (  cinque  di  da  poi  che 
in  Firenze  avea  preso  il  gonfalonerato  Zato  Passavanli  la  terza 
volta  )  e  venendone  francamente  per  Trivigiana  con  mille- 
cinquecento cavalieri  e  tremila  pedoni,  per  dieci  giorni  avesse 
corso  e  predato  con  molto  ardire  tulio  il  paese  :  ora  ardendo 
e  guastando  le  ville,  e  ora  all'  improvviso  assaltando  le  porte 
di  Trivigi  e  di  Meslri,  ove  pose  fuoco  ne'  borghi.  Baslogli 
l'animo  d'entrare  nel  padovano  infino  alla  Pieve  di  Sacco, 
avendo  con  seco  Marsilio  suo  fratello,  della  cui  virtù  e  va- 
lor molto  confldava  ;  ancora  che  egli  sapesse  quei  della  Scala 
aver  dentro  Padova  ridotto  il  numero  di  quattromila  cavalieri. 
Ma  Marsilio  pose  terrore  a  Mastino,  il  quale  era  uscito  per 
incontrarli,  solo  con  far  comparir  molle  lettere  nel  campo 
de'nimici,  per  le  quali  erano  richiesti  di  battaglia:  perchè 
tornatosene  Mastino  con  molla  fretta  a  Padova ,  al  Rossi  fu 
dato  agio  di  potere  spogliare  d'  ogni  sostanza  le  grasse  vii- 
late  di  Pieve  di  Sacco,  e  di  tutto  il  paese  d'intorno.  S'ac- 
costò poi  Piero  a  Bovolenlo,  selle  miglia  presso  a  Padova, 
e  quello  fortificò  per  non  essergli  impedita  la  vettovaglia  di 
Vinegia  e  di  Chioggia.  Finalmente  si  presentò  con  tremila 
cavalieri  e  cinquemila  pedoni  per  espugnare  le  saline  di  Pa- 
dova, cagione  e  origine  della  guerra;  alla  cui  difesa  venne 
subito  Mastino  con  bellissimo  esercito ,  e  dubilossi  che  si 
avesse  a  far  fallo  d'armo;  per  lo  qual  rispetto  e  in  Vinegia 
e  in  Firenze  si  fecero  per  tre  d'i  solenni  processioni  per 
la  vittoria.  Ma  Mastino  non  volendo  tentar  la  fortuna  della 
battaglia,  diede  comodità  a  Piero  di  combatter  le  fortezze 
fattevi  da  lui  per  guardia  delle  saline:  le  quali  vinse  per 
forza  il  22"  di  di  novembre  «  che  in  Firenze  era  capitano  del 
«  popolo  Francesco  de'Parisiani  da  Castagneto  ».  Non  avea 
Orlando  secondalo  in  Toscana  alla  fama  e  valore  delle  cose 
che  faceano  i  fratelli  in  Lombardia;  perciocché  andato  per 
levar  l'assedio  di  Pontremoli  con  millelrecenlo  cavalieri  e 
tremila  pedoni  avea  trovato  che  i  terrazzani  s'erano  arresi, 
né  per  questo  danneggiò  molto  ,  come  avrebbe  potuto  al- 
meno fare  in  vendetta,  il  territorio  de' Lucchesi.  Onde  egli 
se  ne  tornò  a  Fucecchio,  e  le  donne  de'frafelli  e  sua  uscite 
da  Pontremoli  furono  ricevute  a  Firenze  con    ogni   sorte  di 


296  dell'  istorie  fiorentine 

amorevolezza.  «  Quello  che  si  è  scritto  d'Orlando  de'Rossi 
«  è  stato  conforme  al  Villani  scrittore  di  quei  tempi.  Ma  non 
«  si  deve  già  da  noi  lasciar  di  avvertire  che  fin  dal  princi- 
«  pio  di  giugno  era  stato  eletto  per  termine  di  sei  mesi  ca- 
«  pilano  generale  di  guerra  della  Repubblica  Giovanni  mar- 
ce chese  del  Monte  S-  Maria,  il  quale  con  una  lettera  de' 25 
<(  di  novembre,  dove  s'intitola  tale,  e  è  soscrilla  parimente 
«  da  Orlando  de'Rossi,  ma  senz' altra  qualità,  ancora  che 
«  egli  già  fosse  eletto  generale  per  un  anno,  come  si  è  detto, 
«  che  al  certo  dovea  entrare  in  carica  dopo  spirati  i  sei  mesi 
«  del  marchese,  e  se  Piero  fratello  d'  Orlando  era  stato  di- 
ce ehiarato  generale  de'  Fiorentini  in  tempo  che  il  marchese 
«  era  in  carica,  è  necessario  dire  che  fosse  slato  eletto  solo 
((  per  r  impresa  di  Lucca.  Il  marchese  dunque  e  Orlando 
«  avvisavano  di  Sanminiato  alla  signoria,  che  a' 20  di  novem- 
«  bre  di  buon'  ora  eran  passati  per  il  ponte  della  Gusciana 
((  alla  parte  de'niraici,  e  che  stati  la  notte  al  Gallena,  il  gior- 
«  no  dopo  erano  andati  al  ponte  di  Muriano,  dove  accampa- 
«  lisi  avean  per  due  notti  col  ferro  e  col  fuoco  danneggiato 
«  molto  i  nimici.  Di  quivi  partiti  in  adunanza,  e  andati  a  S. 
«  Angelo  in  Campo  in  coda  de' prati  vi  si  erano  fermali  pur 
«  due  notti,  e  fattovi  gran  danni,  i  quali  sarebbero  ancora 
«  stati  maggiori,  se  non  fossero  stali  impediti  dalla  gran  piog- 
«  già,  mediante  la  quale  furono  costretti  a  ritirarsi,  e  che  si 
«  erano  tanto  avvicinati  a  Lucca,  che  le  balestre  de' nimici 
ce  arrivavano  ;  che  ripassato  poi  il  ponte  delia  Gusciana ,  le 
((  genti  si  trovavano  quivi  intorno.  Riuscendo  la  spesa  della 
«  guerra  in  Lombardia  assai  grave  a' Fiorentini ,  non  so  se 
«  per  provare  qual  capitale  potessero  in  bisogno  maggiore 
«  far  del  papa  e  del  re  Ruberto  {  al  quale  eran  soliti  di  dar 
«  danari,  e  non  di  riceverne)  a  questi  mandarono  a' 27  di 
«  novembre  Renedetto  Ardinghelli ,  e  a  quello  Giovanni  di 
«  More  giurisperito  per  domandarne  in  aiuto  a  mantener 
((  quello  esercito.  Il  papa  se  ne  scusò  come  di  cosa  insolita 
«  della  Chiesa,  e  per  non  servir  come  dicea,  d'esempio  ai 
«  re  di  Francia,  d'Inghilterra,  e  di  Spagna;  e  il  re  Ruberto 
«  per  la  spesa  che  faceva  nell'apparecchio  delle  galee.  Se 
ft  ne  scusarono  ancora  i  Perugini,  e  i  Montepulcianesi,  a' quali 
«  ne  furono  domandati.  Ma  i  Bolognesi,  i  Sanesi,  i  Voller- 


LIBRO    OTTAVO  297 

<  rarii,  quei  di  Sangimignano  e  di  Colle  molto  prontamente 
'(  accomodarono  la  Repubblica  di  danari  e  di  gente.  Il  gon- 
'(  faloniere  Passavanti  volendo  onorare  della  cavalleria  Fran- 
«  Cesco,  Lapo,  e  Vannuccio  de'  Salvucci  da  Sangimignano 
«  figliuoli  del  cavaliere  Gualtieri,  fece  sindaco  a  armarli  in 
«  nome  della  Repubblica  il  cavaliere  Niccolò  degli  Strozzi, 
«  con  ricever  il  giuramento  d'  esser  Guelfi  e  nimici  de'  Ghi- 
«  bellini.  Ma  non  sentendo  bene,  e  non  tornando  ne  anche 
'<  bene  a' Fiorentini  le  nimicizic  che  erano  tra  Malatesta,  e 
«  Galeotto  suo  fratello,  e  la  città  di  Riraini,  e  gli  altri  luoghi 
«  che  possedevano  con  i  lor  seguaci  da  una  banda,  e  Fer- 
«  ranlino  pur  de'Malatesti  da  Pietrabuba,  e  i  conti  di  Mon- 
'(  tefeltro,  il  comune  d'Urbino,  i  castelli  di  Mondavio,  di  S. 
«  Laudizio,  di  Montevetulo,  di  Melito,  e  di  Montepettorino 
«  co' loro  seguaci  dall'altra;  e  perciò  volendo  procurare  di 
«  metter  quiete  tra  loro,  mandarono  su' luoghi  Simone  del- 
t  l'Antella,  perchè  facesse  ogni  opera  per  accomodargli  in- 
«  sieme,  con  ricevere  bisognando  in  accomandigia  e  custodia 
«  della  Repubblica  i  castelli  di  Melito  e  di  Montepettorino: 
«  ma  non  essendo  riuscito  all'  Antella  il  tirar  a  buon  fine 
«  questo  negozio,  fu  poi  effettuato  il  giugno  appresso  con 
«  l'autorità  della  Repubblica  da  Ostasio  da  Polenta  ».  11  go- 
verno della  Repubblica  quanto  alle  cose  di  dentro  era  in  ma- 
no de' medesimi;  i  quali  come  che  avesser  veduto  partirsi 
Jacopo  Gabbrielli  d'Agubbio  ricco  de' loro  danari,  e  molti 
stimassero  che  a  torto  egli  avesse  fatto  mozzar  il  capo  a 
Rosso  Buondelmoiiti  figliuolo  di  Gherardino,  e  usate  altre  ri- 
gidezze e  crudeltà  nel  suo  magistrato,  nondimeno  per  gelo- 
sia di  non  perder  lo  stalo,  con  somma  diligenza  procuraro- 
no che  nel  medesimo  tempo  che  egli  partiva  venisse  il  nuo- 
vo conservadore.  Questi  fu  Accorimbono  di  M.  Giovanni  da 
Tolentino,  uomo  il  quale  essendo  pervenuto  all'  età  di  ottan- 
tacinque anni,  era  altre  volte  stato  in  Firenze  podestà,  e  per 
questo  stimato  per  buon  rettore  ;  se  in  processo  di  tempo 
per  vaghezza  dell'  oro,  di  cui  queir  età  è  molto  cupida,  non 
fosse  trascorso  a  far  alcune  ree  opere. 

In  questo  modo  terminò  1'  anno  1336,(»verso  il  fine  del 
quale  avea  preso  il  gonfalonerato  Alesso  Rinucci  giudice;  e 
le  genti  della  lega  aveano  rotto  quattrocento  cavalieri  di  Ma- 


298  dell'istorie  fiorentine 

stino,  che  mandava  a  Monselici;  e  in  questo  stato  si  die 
principio  all'  anno  1337,  «  per  i  primi  sei  mesi  del  quale  ven- 
«  ne  podestà  di  Firenze  Niccolò  della  Serra  di  Agubbio,  » 
notabilissimo  per  molte  cose  degne  di  memoria,  che  in  esso 
seguirono,  siccome  chi  andrà  leggendo  potrà  vedere.  Piero 
de'  Rossi  desideroso  sopra  lutto  d' acquistar  Padova,  e  di  spo- 
gliar il  nimico  d' una  città  così  importante,  quasi  nel  fine  del 
primo  mese  dell'  anno  si  partì  di  Bovolento  con  duemila  ca- 
valieri e  molti  fanti,  e  non  senza  intelligenza  di  Marsilio  da 
Carrara ,  della  sorella  del  quale  egli  era  nato ,  stato  già  si- 
gnor di  Padova,  e  quella  poi  rinunziata  a  Cane  zio  di  Ma- 
stino e  d'Alberto,  ma  mal  trattato  da' nipoti,  assalì  la  porta 
del  borgo  d'Ognissanti,  e  avendo  quella  affocata,  con  parie 
delle  sue  genti  era  entrato  dentro,  non  tanto  con  animo  di 
acquistar  Padova,  il  che  egli  sapea  mollo  bene  non  potere 
allor  fare,  quanto  per  potersi  accampare  e  fortificare  nel 
detto  borgo  per  molestare  i  Padovani  più  d' appresso.  Ma  la 
gente  d'  Alberto,  il  quale  si  trovava  a  Padova,  veggendo  quel 
che  r  inimico  cercava ,  saltò  fuori,  e  pose  fuoco  al  borgo 
mezzo  occupato  ;  onde  Piero  senza  poter  far  altro  fu  costretto 
tornarsene  a  Bovolento.  Ma  non  restando  per  questo  di  far 
ogni  opera  possibile,  avendo  nuove  pratiche  d'  aver  il  borgo 
di  S.  Marco,  si  parti  di  nuovo  dopo  alcuni  pochi  giorni  di 
notte  dal  campo  con  alquanti  pedoni  e  con  trecento  cavalieri 
eletti ,  ma  con  ordine  che  milledugento  cavalieri  richiesti  il 
seguissono  appresso.  Giunto  al  borgo,  e  quello  secondo  il 
preso  ordine  avuto,  vi  si  pose  dentro  con  la  sua  gente,  aspet- 
tando l'arrivata  degli  altri,  i  quali  fallita  la  strada,  impediti 
da'  fiumi  e  da'  canali,  e  molto  combattuti  dal  freddo ,  dopo 
essersi  tutta  notte  ravvolti,  tornarono  il  di  stanchi  a  Bovo- 
lento.  Piero  avendo  atteso  i  suoi  infino  ad  ora  di  nona,  e 
non  avendo  di  loro  novella  alcuna,  dubitò  di  non  esser  as- 
salito da'  nimici,  se  egli  partendo  senza  far  nulla  facesse 
cenno  dell'  error  preso.  Onde  per  rimediare  al  fallo  de'  com- 
pagni, prese  un  partito  di  somma  audacia,  assalendo  la  porta 
della  città ,  e  quella  animosamente  combattendo,  come  se 
avesse  il  soccors.^  vicino.  La  qual  cosa  fece  pensar  Alberto 
più  a  difender  la  terra,  che  a  combatter  Piero,  cui  mollo  fa- 
cile era  di  vincere.  Onde  egli  per  non  tentar  più  la  fortuna 


LIBRO   OTTAVO  299 

dopo  aver  fatto  alcuna  forza,  messo  fuoco  al  borgo,  accioc- 
ché i  nimici  noi  polesser  seguire,  se  ne  tornò  al  campo,  sde- 
gnato che  per  1'  errore  de'  suoi  gli  fosse  uscita  di  mano  cosi 
fatta  occasione.  Ma  non  per  questo  si  ritrasse  egli   dall'  im- 
presa, confortato  ogn'  ora  non   solo  da'  Veneziani   e  da'  Fio- 
rentini a  far  qualche  opera  notabile,  ma  accesovi  in  un  me- 
desimo tempo  da'proprj  slimoli;  di  qua  tratto   da   desiderio 
di  gloria,  di  là  cacciato  innanzi  dal  desiderio  della  vendetta: 
affetti  i  quali  in  lui  eran  potentissimi.   Ma   mentre   sta  pen- 
sando per  che  via  potesse  occupar  Padova,   avendo  a'  20  di 
febbraio,  dopo  che  in  Firenze  era  uscito  nuovo  gonfaloniere 
Giovanmanno   Rinaldelli    giudice  ,    mandati    cinquecentocin- 
quanla  cavalieri  a  predare  in  sul  Padovano,  e  avendo  quelli 
levato  gran  preda,  ebbe  a  ricever  non  piccol  danno  ;  concios- 
siacosaché ottocento  cavalieri  usciti  di  Padova,  colto  ad  unorj 
stretto  passo  i  nimici  carichi  della  preda,  dessero  loro  fiera- 
mente addosso  ;  e  ricuperata  più  che   mezza  la  preda   ucci- 
dessono  e  facesser  prigioni  intorno  a  cento  di  loro.   Questo 
accidente  infiammò  Piero  d'intollerabile  sdegno;  perchè  tre 
giorni  appresso  con  millecinquecento  cavalieri  s'  accostò  alle 
mura  di  Padova,  e  con  incredibil  valore  e  industria  partico- 
lare della  sua  persona  prese  un  borgo,   misevi   fuoco,  e  ar-    ^ 
sevi  pili  di  quattrocento  case.  Ma  fu  molto  maggior  il  danno 
che  egli  ricevette  nel  campo  di  Bovolento,  ove   appiccato  il 
fuoco   da   certi  ribaldi   per   opera  di  Mastino ,  arse  bene  il 
quarto  del  campo ,  e  la   camera  dell'  oste  ;  e  facilmente  era 
per  arder  lutto,  se  per  somma  diligenza  di  coloro  che  v'  era- 
no restati  alla  guardia  non   fosso   stato   riparato.  Piero  tor- 
nato al  campo  attese  a  rimediare  al  danno  ricevuto,  ed  aven- 
do fatto  ribellar  quattro  villate  a  Mastino,  tuttavia  attendeva 
a  molestar  Padova  e  il  contado.  A  Mastino   veggendo  1'  ar- 
der di  Piero  cadde  nell'  animo  una   somma  scelleratezza,,  la 
quale  però  era  spesso  usata  in  quei   tempi  da   così  fatti  ti- 
ranni. Ciò  fu  di  far  ammazzar  Piero    da   alcuni   connestabili 
tedeschi,    i   quali  eran  seco  nel  campo  a  Bovolento;  il  qua! 
tradimento  come  che  fosse  scoperto,  fu   nondimeno   di  gran 
turbazione  all'esercito  della  lega;  perciocché  i  connestabili 
avendo  il  seguito  di  più  di  mille  cavalieri,  per  non  esser  pu- 
niti,  poiché  la   congiura   fu  venuta  a  luce ,  si  partirono   dal 


300  dell'istobie  fiorentine 

campo,  e  in  quello  lasciarono  acceso  il  fuoco,  dalle  cui  fiam- 
me fu  gran  parte  di  esso  consumato.  Perchè  essendo  in  Piero 
tuttavia  la  voglia  di  vendicarsi,  a'  5  d' aprile  con  tremila  ca- 
valieri cavalcò  inaspetlatamcnte  insino  alle  porle  di  Trevigi, 
ove  il  danno  dell'  arsioni  e    delle  prede  fu  grandissimo. 

Mentre  cosi  andavano  le  cose  della  lega  in  Lombardia , 
non  erano  minori  i  progressi  che  faceano  i  Fiorentini  in 
Toscana,  lenendo  in  un  medesimo  tempo  infestati  gli  Aretini 
e  i  Lucchesi;  e  maravigliosa  fu  stimata  la  lor  potenza  in 
quel  tempo ,  non  veggendo  gli  uomini  come  una  quasi 
sola  città  potesse  reggere  a  cotante  spese;  «  perchè  se  bene 
«  per  r  entrate  pubbliche  vendevano  le  gabelle  a'  cittadini 
«  particolari ,  acciocché  il  comune  non  fosse  defraudato  nel 
«  riscuoterle,  tenevano  però  sei  cittadini ,  i  quali  avean  cura 
«  che  i  popoli  non  fossero  aggravati  più  del  dovere  da' me- 
«  desimi  compratori  ».  Gli  Aretini  veggendo  andar  le  cose 
loro  in  declinazione ,  e  da  Mastino  per  trovarsi  egli  impac- 
ciato a  difender  lo  stato  suo  non  poter  aver  soccorso ,  e  fi- 
nalmente esser  costretti  ad  andarne  in  preda  de'  Perugini 
o  de'  Fiorentini ,  incominciarono  col  sentimento  de'  Tarlati 
a  trattar  prima  alcuna  sorte  d'  accordo  con  la  repubblica  di 
Perugia,  per  avere  eglino  molti  de' suoi  cittadini  prigioni; 
ma  trovavano  molte  difficoltà,  facendo  i  Perugini  iramode- 
rate  domande ,  alle  quali  né  i  Tarlati  consentivano  per  i 
loro  interessi ,  né  i  medesimi  cittadini  avrebbono  potuto 
corrispondere.  E  quello  che  interruppe  del  tutto  la  pratica 
dell'  accordo ,  fu  che  mentre  vegghiava  la  pratica  da  ambe 
le  parti,  i  Perugini  con  intendimento  d'alcuni  della  ter- 
ra, vennero  di  notte  con  gran  forza  di  gente  a  pie  e  a 
cavallo  alle  mura  d'  Arezzo ,  e  entrati  dentro  la  città  per 
una  fogna,  furono  in  vicina  speranza  di  vincerla,  se  i  ter- 
razzani, sentito  il  romore  e  prese  animosamente  l'armi,  non 
avesser  con  morte  di  quanti  ve  n'  erano  entrati  dentro 
punito  quell'ardimento.  Questo  accidente  fece  volger  l'ani- 
mo degli  Aretini  a' Fiorentini ,  a' quali  anche  i  Tarlati  di- 
scendevano volentieri,  per  esser  Piero  e  Tarlato  nati  per 
madre  di  casa  Frescobaldi ,  e  sperare  per  questo  parentado 
ottime  convenzioni  con  quella  Repubblica.  Ma  le  capitola- 
zioni fatte  tra  il  comune  di  Firenze  e  di  Perugia  eran  tali, 


LIBRO   OTTAVO.  301 

che  non  potea  1'  un  popolo  trattar  tregua ,  o  pace  ,  o  sorte 
alcuna  d'  amicizia  o  accordo,  senza  espressa  sapula  e  con- 
sentimento dell'  altra ,  quando  per  un  oppoiluno  errore  fatto 
da' Perugini,  fu  a' Fiorentini  aperta  la  strada  di  poter  se 
non  giustamente,  almeno  con  1'  esempio  dogli  stessi  confe- 
derati, provvedere  a'  comodi  loro.  Quelli  di  Lucignano  es- 
sendo continuamente  infestati  dalle  masnade  che  i  Peru- 
gini tenevano  a  Sansavino  ,  mandaron  loro  arabasciadori  a 
Firenze  pregando  quel  comune  a  riceverli,  perciocché  si 
voleano  costituire  lor  sudditi;  ma  negando  i  senatori  di  po- 
terli ricevere  per  lo  vigore  de'ca|)itoii  della  lega,  se  n'an- 
darono a'  Perugini ,  i  quali  disposero  facilmente  al  voler 
loro,  senza  farne  intendere  cosa  alcuna  al  comune  di  Fi- 
renze. Il  vescovo  d'Arezzo  similmenle,  il  quale  era  ancor 
egli  compreso  nella  lega,  si  prese  Montefocappio ,  il  quale 
era  un  forte  castello  degli  Aretini;  perchè  instando  segreta- 
mente gli  ambasciadori  de'  Tarlati  e  degli  Aretini  afTmchè 
la  Repubblica  accettasse  il  partito,  e  volesse  ancor  ella  pen- 
sare agli  avvantaggi  suoi,  volentieri  cominciò  a  prestar  orec- 
chio ,  e  finalmente  a  metter  la  cosa  ad  effetto  ;  sapendo 
quanto  1' avea  nociuto,  e  di  quante  intollerabili  spese  1'  era 
stato  cagione  il  non  essersi  deliberata  a  prender  Lucca, 
quando  se  le  profferiva  «  Furono  dunque  i  capitoli  accor- 
«  dati  a' 7  di  marzo  da  Galizio  giudice  e  da  Luzio  de'Gua- 
«  sconi  cittadini  aretini,  sindaci  e  procuratori  del  comune 
«  d'Arezzo,  e  di  Pietro  Saccone  da  Piclramala,  alla  pre- 
«  senza  de'  priori  e  gonfaloniere  Rinaldelli  in  questa  ma- 
«  niera.  Che  la  città,  contado,  e  distretto  d' Arezzo  si  sot- 
«  toponeva  al  comune  di  Firenze  per  termine  di  dieci  anni 
n  dandogli  la  signoria,  imperio  e  libera  giuridizione.  Che 
«  Piero  Saccone  e  Tarlato  rinunziavano  a  ogni  imperio  ,  giu- 
«  ridizione ,  e  vicariato,  che  in  qualunque  maniera  avessero 
«  in  detta  città,  distretto,  e  contado,  dove  nessuno  da  Pie- 
«  tramala  potesse  usare  giuridizione.  Che  il  comune  di  Fi- 
«  renze  potesse  eleggere  un  capitano  di  custodia  e  di  guar- 
«  dia  d'Arezzo  e  distretto,  il  quale  fosse  cittadino  popo- 
«  lare  guelfo  ,  con  tener  dugento  cavalli  e  altrettanti  fanti 
«  italiani  per  guardia,  i  quali  non  fossero  d' Arezzo,  ne  del 
((  contado  ;  e  per  i  primi  duo  semestri  ne  facesse  la  nomi- 


302  dell'  istorie  fiorentine 

«  nazione  Piero  Saccone ,  e  per  il  resto  del  tempo  ne  fosse 
«  fatta  r  imborsazione  da' Fiorentini ,  i  quali  vi  dovessero  te- 
«  ner  un  podestà,  da  farsene  l'elezione  come  del  capitano 
«  di  custodia,  e  un  giudice  dell'appellazioni.  Che  la  città 
«  d'  Arezzo  fosse  retta  a  popolo  s'i  guelfo  come  ghibellino. 
«  Che  gli  esuli  della  città  e  del  contado  fossero  rimessi 
«  a' beni  e  agli  onori.  Che  per  il  pacifico  sialo  d'  Arezzo  nes- 
«  suno  degli  Libertini,  la  maggiore  parte  de'Pazzi  diValdarno, 
«  i  conti  di  Montedoglio,  i  Beccognani  dal  Borgo  a  San- 
«  sepolcro,  Neri  delia  Fagiuola,  e  i  figliuoli  del  conte  Fe- 
n  derigo  da  Montcfeltro  ,  né  i  lor  figliuoli  e  discendenti  per 
«  linea  mascolina  potessero  per  delti  dieci  anni  andare  né 
«  stare  vicino  alla  città  d'  Arezzo  a  dieci  miglia,  sotto  pena 
a  d'  esser  offesi  còme  ribelli.  Che  nel  contado  d'  Arezzo 
«  non  si  potesse  far  alcuna  fortezza,  salvo  che  il  cavaliere 
«  Lealetto  da  Pietramala  e  i  figliuoli  potessero  risarcire  le 
«  fatte.  Che  i  cavalieri  Piero,  Ridolfo,  Tarlato,  Ruberto, 
«  Bertoldo,  Uguccione,  e  Manfredi,  e  tutti  i  loro  consorti 
«  sì  legittimi  che  naturali  da  Pietramala,  fossero  cittadini  po- 
«  polari  fiorenlini ,  e  ne  godessero  i  privilegi ,  come  ancora 
«  popolari  d'  Arezzo  ,  e  godere  degli  ufici  come  gli  altri. 
«  Che  tutte  le  lor  terre  ,  castella,  e  luoghi  del  contado 
a  d'Arezzo  e  di  fuori  (passavano  il  numero  di  cinquanta) 
*  con  i  loro  fedeli  fossero  esenti  e  liberi  da  ogni  gabella 
«  e  gravezza  si  reale  che  personale ,  e  che  in  dette  lor  terre 
«  e  luoghi  potessero  esercitare  il  mero  e  misto  imperio  senza 
«  essere  impediti  da  alcuno  ufiziale  d'  Arezzo.  Che  i  figliuoli 
«  d'Andrea  da  Montauto  de'Barbolani  per  il  detto  castello 
((  e  per  le  loro  persone  e  fedeli,  e  i  figliuoli  e  nipoti  di 
«  Griffolo  di  Guglielmo  da  Valenzano  avessero  quanto  al 
«  comune  d'Arezzo  le  medesime  immunità  e  esenzioni  che 
«  aveano  i  suddetti  da  Pietramala,  e  che  nel  castello  di  Mon- 
«  tanto  e  ne"  suoi  fossi  non  potesse  entrar  persona  contra 
M  la  volontà  dedctli  figliuoli  d'Andrea  de'Barbolani ,  volendo 
«  però  che  il  podestà  e  giudice  d'  Arezzo  potessero  in  aì- 
«  cuni  casi  esecutare  conlra  detti  luoghi  e  abitanti.  Che  i 
«  comuni  di  Firenze  e  d'  Arezzo  fossero  per  i  medesimi 
«  dieci  anni  obbligati  a  difendere  e  mantenere  Piero  Sac- 
«  cene  e  i  suoi  consorti  in  tutti  i  loro  castelli  e  giuridizioni, 


LIBRO   OTTAVO.  303 

'<  che  come  privati  tenevano  nel  contado  d' Arezzo  e  fuori, 
i  con  aiutargli  a  ricuperarne  alcuni  che  di  ragione  erano 
«  loro ,  e  ribellandogliesene  alcuno  dovessero  essere  aiutali 
«  a  ricuperarlo.  Che  il  sindacato  fatto  dal  comune  d'Arezzo 
«  di  poter  vendere  o  impegnare  i  castelli  di  Pontenano  e 
a  di  Caprarone  contado  d'  Arezzo  per  la  somma  di  dodici- 
«  mila  fiorini  d'  oro  a  effetto  di  pagare  i  soldati  stali  al  ser- 
c<  vizio  d'  Arezzo  e  del  medesimo  Piero,  stesse  fermo  e 
«  avesse  effetto  senza  averne  a  render  conto.  Che  Piero  e 
«  Tarlato  suo  fratello  avessero  e  tenessero  per  dieci  anni 
«  Castiglione  Aretino  e  il  suo  distretto,  e  i  comuni  di  Fi- 
«  renze  e  d'  Arezzo  glielo  dovessero  difendere  e  mantenere 
«  in  ogni  caso  di  molestia-  Che  delti  fratelli  dessero  al  co- 
«  mune  di  Firenze  tutte  le  castella  che  tenevano  del  ve- 
«  scovado  d'  Arezzo ,  eccetlualone  tre  da  nominarsi  da  loro, 
«  nelle  quali  i  Fiorentini  non  potessero  intromellersi.  Che 
«  Piero  e  i  suoi  consorti ,  come  né  anche  altro  cittadino  si 
«  guelfo  che  ghibellino,  potessero  esser  mandati  a  confino 
«  fuor  della  città  d'  Arezzo  dal  podestà ,  capitano  di  guar- 
«  dia,  0  da  altro  ufììziale.  Che  i  beneficiali  ecclesiastici  sì 
«  della  città  come  del  contado  fossero  mantenuti  ne'  loro 
«  benefizj.  Che  per  dieci  anni  il  comune  d'  Arezzo  desse 
«  allo  stesso  Piero  per  distribuire  a  suo  modo  fra'  suoi  con- 
«  sorti  trentadue  paghe  di  cavalli  stipendiati  italiani ,  e  di 
«  dugento  fanti,  e  queste  paghe  si  dessero  per  metà  ogni 
«  mese.  Che  il  podestà  e  capitano  di  guardia  d'  Arezzo 
«  avesse  per  raccomandato  Piero  e  i  suoi  consorti.  Che  al- 
«  cuni  de' Contiguidi,  di  quei  di  Pietragutola,  il  conte 
<t  Jacopo  da  Sanlaflore,  e  i  nobili  di  Baschio  fossero  libe- 
«  rati  da  ogni  bando  e  condennagione  ,  e  potessero  andare 
«  e  stare  in  Arezzo  come  gli  altri  cittadini  popolari.  Che 
«  Regolino  del  cavaliere  Cuccio  de'  Tolomei  da  Siena,  e 
«  donna  Sofia  sua  moglie  fossero  difesi  e  mantenuti  ne'  beni 
«  e  giuridizioni  che  aveano  nel  contado  d'Arezzo,  e  go- 
«  dere  d'  ogni  immunità  ;  e  che  il  medesimo  Regolino  per 
«  dieci  anni,  e  per  più  se  i  Fiorentini  averanno  la  città, 
«  avesse  dicci  paghe  de'  dugento  cavalli  che  si  doveano  te- 
«  nere  per  custodia  d'  Arezzo,  senza  averne  a  dar  mostra. 
«  (Questo  Regolino  secondo  Orlando  Malevoli!  è  quello  che 


304  dell'  istorie  fiorentine 

«  persuase  a  Piero  il  dare  Arezzo  a' Fiorentini).  Che  Piero 
«  e  i  suoi  consorti  potessero  aiutare  i  loro  parenti  e  amici, 
«  e  in  particolare  Paolozzo  della  Fagiuola,  e  i  conti  Jaco- 
«  pò ,  Guido  e  Stefano  di  Santafiore  contra  ogni  ghibellino 
«  non  collegalo  co' Fiorentini.  I  quali  Fiorentini  dovean  pro- 
«  curare  che  i  Perugini  liberassero  il  cavaliere  Ridolfo  e  i 
«  suoi  flgliuoli  dalle  carceri;  nel  qual  caso  Piero  rilascerebbe 
«  de'  Perugini  che  avea  prigione.  Doveano  ancora  i  Fioren- 
te tini  procurar  che  i  fuorusciti  del  Borgo  a  S.  Sepolcro  fos- 
«  sero  rimessi  e  restituiti  a'  loro  beni ,  come  dovean  vedere 
«  che  facesse  la  città  di  Cortona  a  Chiara  moglie  di  Lealetto 
«  da  Pielramala,  e  in  ogni  caso  di  negativa,  a  questa  e  a 
«  quelli  fossero  assegnati  de'  beni  che  i  Borghesi  e  i  Corto- 
«  nesi  aveano  nel  comune  d'Arezzo.  Che  Piero  e  i  suoi  con- 
«  sorti  potessero  far  portar  armi  offensive  e  difensive  per 
«  la  città  e  contado  d'  Arezzo  fin  a  novanta  loro  familiari. 
«  Che  il  medesimo  Piero  e  i  suoi  uficiali  del  tempo  che 
«  avea  tenuto  la  signoria  d' Arezzo ,  non  dovessero  ren- 
«  dere  alcun  conto,  e  che  le  loro  sentenze  tenessero,  ec- 
«  celto  che  conlra  quelli  che  avean  ad  esser  rimessi  in 
«  Arezzo.  Che  il  podestà,  che  sarebbe  d'  Arezzo,  dovesse 
«  regger  e  governar  quella  città  conforme  agli  statuti  di  quel 
«  comune.  Che  i  primi  gonfalonieri,  podestà,  capitano  del 
«  popolo,  e  esecutore  che  per  i  tempi  governassero  Firenze, 
«  fossero  tenuti  a  giurar  1'  osservanza  di  questa  capitola- 
»  zione,  e  in  oltre  quel  che  fosse  dichiarato  da  Regolino  To- 
«  lomei ,  e  da  Naddo  de'  Cenni  (  è  de'  Rucellai  )  arbitri  da 
«  eleggersi  dal  comune  di  Firenze,  e  dal  sindaco  d'Arezzo 
«  e  procuratore  di  Piero,  e  le  giurassero  ancora  cinquecento 
«  popolari  fiorentini  da  nominarsi  dal  comune  d'  Arezzo 
«  e  da  Piero ,  il  quale  co'  suoi  consorti  non  potesse  essere 
«  astretto  a  comparir  personalmente,  se  non  in  caso  d' omi- 
«  cidio  e  di  Iradiracnto;  e  che  i  frulli  de'  beni  che  posse- 
«  devano  a  comune  fra  loro  non  potessero  esser  molestali 
«  per  mallevadoria  d'  alcuno  di  loro.  Che  il  podestà  d'Arezzo 
«  dovesse  giurare  di  far  pagare  agli  stessi  Piclramalesi  in 
«  capo  di  quattro  mesi  quello  che  doveano  avere  dal  co- 
«  mone  d'Arezzo  per  le  spese  fatte  in  guardare  i  castelli 
«  nella  presente  guerra  ,   purché  la  spesa  non  eccedesse   la 


LIBRO   OTTAVO.  305 

«  somma  di  qualtromila  fiorini  d'  oro.  Che  i  forestieri  ila- 
«  liani  fino  al  numero  di  dodici  ,  che  avessero  abitalo  Arezzo 
'(  per  due  anni  famiharmente  ,  non  ne  potessero  essere  cac- 
«  ciati.  Che  il  podestà  che  fosse  di  mano  in  mano  dovesse 
«  procurar  di  far  fare  paci  e  tregue  tra  gli  Aretini  ;  che 
«  in  Arezzo  e  suo  comune  non  si  potesse  mettere  alcuna 
«  prestanza,  se  non  conforme  alia  lira  che  vegliasse,  e  la 
«  lira  non  si  potesse  alterare  se  non  conforme  all'  estimo. 
«  Che  ogni  \oIta  che  Anghiari  fosse  tornato  all'ubbidienza 
«  del  comune  d'Arezzo  gli  si  dovesse  rovinar  lo  mura  e  la 
«  fortezza,  acciocché  non  fosse  più  cagione  di  scandali,  come 
«  era  stalo  per  il  passato.  Che  i  Fiorentini  per  quiete  d'Arezzo 
«  procurassero  che  al  vescovo  Buoso  fosse  dato  altro  ve- 
«  scovado ,  e  che  vescovo  di  quella  città  fosse  fallo  l'arci- 
«  prete  Barloloramoo  Tarlali.  Che  gli  Aretini  e  i  sudditi  di 
«  quel  comune  fossero  liberati  da'  Fiorentini  da  ogni  bando 
«  e  condennagione  avute  per  due  anni  passali ,  e  lo  slesso 
«  fosse  fatto  de' Fiorcnlini  dagli  Aretini  '  ». 

Fatte  le  scritture  furono  mandati  a  pigliar  la  possessione 
della  città  d'Arezzo  dodici  cittadini  di  Firenze  Ira  grandi 
e  popolani  con  piena  autorità,  «  accompagnati  da    Orlando 

'  La  descrizione  di  questi  capitoli  è  fatta  dal  Tecchio  Ammirato 
ne'  seguenti  termini  :  /  patti  adunque  con  che  la  città  d'  Arezzo  ve- 
Tiii'a  per  dieci  anni  un  mero  e  misto  imperio  in  podestà  de'  Fioren- 
tini ,J'urono  questi:  che  i  Fiorentini  pagassero  primieramente  a' Tar- 
lali, i  quali  n'  eran  signori,  t.'enticinquemila  Jìorini  d''  oro  per  la 
translazione  del  dominio  e  rinunziazione ,  che  sfacevano  ad  eSjsi  Fio- 
rentini della  detta  città  ;  quattordici  ne  pagassero  per  quella  ra- 
gione e  parte,  che  i  detti  fratelli  de''  Tarlati  a^>ei>ano  nel  vescovado 
compralo  già  per  lo  vescovo  d'  Arezzo  lor  Jratello  da'  conti  Guidi, 
ancora  che  egli  si  fosse  prima  reso  al  comune  di  Firenze;  e  tre- 
milaottocento se  ne  contassero  al  conte  Guido  per  la  quarta  parte 
che  aveva  nel  delta  vescovado;  oltreché  dovesse  la  Repubblica  fioren- 
tina dare  in  pretto  al  comune  d'  Arezzo  fiorini  dicioft ornila  per  po- 
ter pagare  le  sue  masnade  a  pie  e  a  cavallo;  che  dovevano  avere 
le  paghe  di  presso  sei  mesi.  Rimasero  a'  Tarlali  tutte  le  loro  pos- 
sessioni e  castella,  che  per  eredità  paterna  possedevmo  ;  ed  eglino 
trasferita  la  signoria  d'  Arezzo,  divenissero  cittadini  e  popolani  di 
Firenze,  con  goder  tutti  quelli  privilegi  e  prerogative  che  gli  ali  ri 
cittadini Jìorentini  golevano.  Fiitfe  le  scritture  re. 

Amm.  Vol.  II.  20 


306  DELLISTOKIE   FIORENTINE 

«  de'  Rossi  generale  di  guerra  della  Repubblica  »  con  cin- 
quecento cavalieri  in  arme  e  tremila  pedoni  del  Valdarno  di 
Sopra.  Il  popolo  aretino  uscì  loro  incontro  due  miglia  fuori 
della  città  con  rami  d'ulivi  in  mano  ,  e  con  lieti  applausi, 
gridando  pace  e  perpetua  felicità  e  conservazione  alla  Repub- 
blica fiorentina.  Piero  li  rirevctle  su  la  porta  della  città  «  e 
«  andati  insieme  nella  chiesa  maggiore  ,  quivi  con  grande 
«  allegrezza  di  canti  e  suoni  fu  dato  a'  sindaci  de'  Fiorentini 
«  il  gonfalone  della  giustizia,  e  le  chiavi  della  città  M) ,  e 
da  chi  ebbe  la  cura  di  parlamentare  con  ornata  diceria,  fu 
chiamato  il  decimo  giorno  di  marzo  d'i  felicissimo  e  memo- 
rabile a  tutti  gli  Aretini;  il  quale  mettendo  fine  a  tante  guerre 
e  tempeste,  desse  principio  alla  loro  quiete,  venendo  sotto 
la  guardia  e  protezione  del  popolo  fiorentino ,  le  cui  lodi 
con  amplissime  parole  magnificando,  mostrò  per  molti  esempi, 
che  egli  era  degno  per  valore,  per  clemenza,  e  per  indu- 
stria d'esser  comparato  agli  uomini  dell'antiche  lodate  re- 
pubbliche. «  De' venlicinquemila  fiorini  che  il  Villani  scrive 
«  essere  slati  pagati  a'  Tarlati  per  la  data  d' Arezzo ,  e  quindi- 
«  cimila  per  le  terre  del  viscontado,  ne' capitoli  non  n' è 
«  fatta  menzione,  e  ad  altra  scrittura  che  lo  dica  non  mi 
«  sono  abbattuto  più  di  quel  che  si  dirà  ».  Fornite  queste  ce- 
rimonie i  sindachi  si  volsono  a  riformar  la  terra,  e  primie- 
ramente la  provvidero  di  podestà  ,  e  per  i  patti  avuti  fra  loro, 
fur  i  due  podestà  per  i  primi  due  sei  mesi  vegnenti  nomi- 
nati dagli  Aretini.  L'  uno  fu  Currado  de'  Panciatichi  pistojese, 
dal  lato  guelfo  ,  e  dopo  lui  Giovanni  suo  fratello,  amendue 
ornali  del  titolo  della  cavalleria,  dovendo  gli  altri  podestà 
per  r  avvenire  esser  Fiorentini  all' elezione  della  Repubblica. 
Crearono  poi  nuovi  anziani,  così  de' Guelfi  come  de' Ghi- 
bellini ,  secondo  a  lor  medesimi  piacque.  Feciono  nondimeno 
capitano  di  guardia  e  conservadore  di  pace,  il  quale  i  Fio- 
rentini vollono  che  fosse  lor  cittadino  ;  e  questi  fu  Bonifa- 
zio Peruzzi  ;  a  cui  per  termine  di  sei  mesi ,  come   doveano 

•  li  testo  dice:  Piero  li  ricevette  sulla  porla  d'  Arezzo  ,  e  per 
solennità  e  alto  di  traslazion  di  dominio  consegnò  al  maggiore  de'do- 
dici  sindaci  di  Firenze  le  chiavi  della  città  d""  Arezzo.  In  sul  pala- 
gio del  comune  J'u gli  poi  dato  il  gonjalone  ,  e  da  chi  ebbe  la  cura 
di  parlamentare  ec. 


LIBRO   OTTAVO.  307 

poi  far  gli  altri,  assegnarono  venticinque  cavalieri  con  al- 
cuni fanti-  Rifeciono  popolo  e  diedono  i  gonfaloni  delle  com- 
pagnie secondo  il  costume  di  Firenze.  E  perchè  fosse  quella 
città  dirittamente  governala  ,  fu  oltre  alle  dette  cose  ,  sic- 
come feciono  di  Pistoja,  creato  in  Firenze  un  magistrato  di 
dodici  consiglieri  popolani ,  i  quali  avesser  la  cura  di  tutti 
i  fatti  attenenti  allo  stato  e  governo  d'Arezzo.  Costoro  ordi- 
narono che  vi  si  facesse  una  fortezza  sulla  piazza  di  Perei, 
ove  stessero  continuamente  due  castellani  fiorentini  con  cento 
fanti.  Provvidero  che  per  guardia  della  terra  vi  si  tenessono 
sempre  almeno  trecento  cavalieri  delle  loro  masnade.  Né 
molto  tempo  passò  che  feciono  fare  un  altro  castello  sulla 
V  porla  del  piano  che  va  a  Lalerino ,  per  aver  sicura  queir  en- 
trata .  impiegando  in  meno  spazio  d'  un  anno  in  quella  terra 
la  valuta  di  più  di  centomila  fiorini  d'oro- 

In  questo  modo  venne  sotto  la  podestà  e  dominio 
de' Fiorentini  la  ciUà  d'Arezzo  ,  nobile  non  meno  per  la  fre- 
sca potenza,  e  competenze  state  tra  loro,  che  per  la  ripu- 
tazione dell'  antiquità  '  ;  di  cui  e  forse  non  senza  ragione 
si  sogliono  gli  Aretini  molto  gloriare  ,  solendo  spesso  ad- 
durre in  testimonio  della  loro  grandezza,  che  infìno  nelle 
memorie  degli  antichi  Romani  apparisce  per  le  private  di- 
scordie di  quella  sola  città  essersi  tutta  la  Toscana  ribellata  : 
e  per  questo  creato  un  dittatore  da' Romani ,  e  mandatolo 
con  r  esercito  nel  paese  ,  con  aver  composto  le  discordie 
degli  Aretini ,  e  pacificato  la  famiglia  de'  Licinj  con  la  plebe  . 
aver  quietala  tutta  quella  provincia.  Il  suo  acquisto  aggrandì 

'  A' anta  Arezzo  la  sua  origine  dagli  antichi  Greci  nell'anno  a55;, 
al  tempo  in  cui  regnavano  i  Giudici  in  Israele.  Tito  Livio  1'  annove- 
ra fra  le  più  antiche,  nobili  e  potenti  città  di  Toscana,  avendo  colle 
altre  città  collegate  fronteggiato  più  volte  1'  ardire  de'  Romani.  Dallo 
stesso  Livio  sappiamo ,  che  avendo  Arezzo  insieme  con  Rosella  e  Pe- 
rugia (  tutte  e  tre  città  gagliardissime  )  domandato  la  pace,  Fabio  Maì- 
simo  glie  la  concedette  con  condizione  di  non  più  ribellarsi  ;  il  che 
non  avendo  osservato,  fu  nuovamente  assalita,  indebolita  di  forze,  e 
sottomessa  all'  alto  dominio  de'  Romani;  i  quali  per  più  abbassarla,  vi 
mandarono  una  colonia.  Intorno  all'  antichità  e  potenza  d'  Arezzo  è  da 
leggere  la  cronica  della  Vernia  del  P.  Salvatore  Vitale,  e  ciò  che  Fi- 
lippo da  Bergamo  ne  scrisse  nel  suo  Supplemento  Storico. 


308  dell'istorie  fiorentine 

molto  per  tutti  i  luoghi  d'Italia  la  fama  e  magnificenza  de' Fio- 
rentini ;  essendo  ancor  fresco  nella  memoria  di  ciascuno , 
che  non  più  che  sei  anni  addietro  s'erano  insignoriti,  ben- 
ché sotto  nome  di  raccomandati  ,  della  città  di  Pistoja ,  e 
ora  più  che  mai  studiarsi  per  impadronirsi  di  Lucca.  «  Lo 
«  stesso  giorno  che  fu  preso  il  possesso  di  Arezzo ,  Salve- 
«  stro  Baroncelli  cavaliere ,  Luigi  de'  Mozzi  e  Francesco 
«  di  Borghino  (sono  i  Baldovinetti)  ambasciadori  e  sindaci 
«  della  Repubblica  in  Venezia,  volendo  entrare  nella  lega 
«  con  queste  due  repubbliche  i  signori  di  Milano  ,  di  Fer- 
«  rara,  e  di  Mantova  conlra  li  Scaligeri,  accordarono  prima 
«  co' sindaci  di  Venezia,  durando  ancora  la  lega  fra  loro 
«  fino  a  S.  Michele:  che  la  guerra  contro  Lucca  fosse  e 
«.  dovesse  esser  sotto  il  governo  de' Fiorentini,  e  che  non 
((  ostante  la  lega  da  farsi  co' suddetti  signori,  il  comune  di 
«  Venezia  non  se  ne  dovesse  impacciare,  se  non  di  volontà 
«  del  comune  di  Firenze ,  al  quale  dovesse  toccare  la  signo- 
«  ria  di  quella  città ,  e  1'  una  e  1'  altra  Repubblica  promesse 
«  di  osservarsi  i  patti  fatti;  dichiarando  che  i  mille  cavalli 
«  che  1  signori  di  Lombardia  volevano  che  Venezia  e  Fi- 
«  renze  tenessero  a  spese  proprie  nelle  parti  inferiori  del 
«  Padovano  e  Trivigiano ,  fossero  del  numero  di  quelli  che 
«  si  dovean  tener  da  loro  mediante  la  lega  che  era  in  piedi. 
»  Che  dopo  S.  Michele,  che  spirava  la  lega  vecchia,  e  da- 
te rerebbe  quella  co'  signori  lombardi  ,  vollero  queste  due 
«  repubbliche  essere  obbligate  a  tener  a  comune  mille  fanti 
«  per  guardia  de' luoghi  e  castelli  datisi,  e  che  si  darebbero 
«  a'  Veneziani  e  alla  lega  nella  Marca  Trivigiana ,  oltre 
«  a' sopradetti,  mille  cavalli;  il  lutto  a  spese  comuni.  Accor- 
«  date  in  questa  maniera  le  cose  tra  Venezia  e  Firenze  •  e 
«  protestatisi  gli  ambasciadori  fiorentini  con  gli  ambasciadori 
«  di  Milano,  di  Ferrara,  e  di  Mantova  ,  che  avendo  la  loro 
«  Repubblica  altra  lega  con  loro  ,  non  intendeva  con  quella 
«  che  si  voleva  far  di  nuovo  di  derogare  all'  altre  ,  conchiu- 
((  sero  lo  stesso  giorno  do'  10  tra  Venezia  ,  Firenze ,  Azzo 
«  Visconti  signor  di  Milano,  Obizo  marchese  d' Este ,  e 
(■(.  Luigi  Gonzaga  signor  di  Mantova,  e  Guido  Filippino  e 
«  Feltrino  suoi  figliuoli,  lega  da  durare  fin  all'  intera  distru- 
«  zione  delli  Scaligeri.  I  patti  furono  che  si  tenessero  tre- 


LIBRO   OTTAVO  309 

«  mila  cavalli,  e  fanti  quanti  fossero  bisognati  in  Lombardia, 
«  0  nella  Marca  Tri\  igiana ,  secondo  che  sarebbe  giudicalo 
«  più  utile.  Che  un  terzo  de'  cavalli  e  fanti  fossero  a  spese 
«  de'Veneziaui,  un  terzo  de'  Fiorentini,  e  1'  altro  terzo  a  spese 
«  degli  altri  collegali.  Che  i  comuni  di  Venezia  e  di  Firenze, 
«  oltre  a'suddetti,  tenessero  nelle  parli  inferiori  del  Trivi- 
«  sano  e  Padovano  almeno  mille  cavalli  con  quel  numero  di 
«  fanti  stimato  necessario,  per  tener  occupati  gli  Scaligeri  in 
«  quelle  parti,  acciocché  i  collegali  potessero  spedir  più  presto 
«  le  cose  di  sopra  ;  e  occorrendovi  più  genti  Venezia  e  Fi- 
«  reuze  concorressero  per  i  due  terzi  ,  e  gli  altri  collegali 
«  per  r  altro  terzo.  Che  il  comune  di  Firenze  avesse  il  go- 
«  verno  di  Lucca,  e  che  i  collegati  non  vi  s'  introraeltes- 
«  sero  in  conto  alcuno  ;  e  per  questo  rispetto  i  Fiorentini 
«  non  dovessero  avere  cosa  che  si  acquistasse  in  Lombar- 
«  dia  e  Marca  Trivigiana.  Che  essendo  gli  Scaligeri  soc- 
«  corsi  in  maniera  che  potessero  travagliare  alcuno  de'  col- 
«  legati,  questi  dovean  mandare  a  quel  collegato  aiuto  ba- 
«  stante  per  difendersi  a  spese  come  sopra.  Che  la  strada 
«  e  via  del  Po  fosse  tenuta  aperta  e  nella  solita  libertà,  e 
«  occorrendovi  spesa,  fosse  a  comune.  Che  le  città  e  terre 
«  che  si  acquistassero  sopra  li  Scaligeri,  fossero  tenute  e  go- 
te vernate  per  la  lega  ,  eccetto  che  la  città  di  Lucca  e  suo 
«  contado  ,  che  dovea  essere  de'  Fiorentini ,  e  salvo  le  ra- 
«  gioni  de' marchesi  da  Este  in  Scodilrà  e  Padovano,  ne'  quali 
«  luoghi  se  i  marchesi  entrassero  durante  la  lega ,  i  colle- 
«  gali  promettevano  di  non  dare  aiuto  a'  Padovani  ».  Un  me- 
se dopo  essersi  preso  la  signoria  d'  Arezzo  venne  in  Firenze 
con  nobile  e  pomposa  compagnia  Piero  Tarlati ,  la  cui  ve- 
nuta fu  molto  celebre,  sì  per  veder  inviso  colui,  per  la  cui 
opera  aveano  i  Fiorentini  avuto  il  dominio  di  così  nobil  città  , 
e  sì  perchè  egli  con  signorile  apparato  in  sei  dì  che  di- 
morò in  Firenze  ,  fece  splendidissimi  conviti  a'  cittadini , 
fra' quali  molto  memorabile  e  illustre  fu  l'ultimo  fatto  in  su 
la  parlila  in  S.  Croce  il  dì  che  entrava  gonfaloniere  Ugo 
Altovili,  essendo  stati  annoverati  alla  prima  mensa  più  di 
mille  de' più  principali  ed  orrevoli  uomini  della  città.  Me 
egli  fu  tosto  richiamato  a  casa  per  un  avviso  venuto  ,  che  i 
marchesi  del  Monte    S.  Maria  aveano    occupato  il  castello 


310  dell'istorie  fiorentine 

di  Monterchi  posseduto  da  un  gentiluomo  della  casa  de'Tar- 
lali  suo  parente  ;  benché  avendovi  subilo  Bonifazio  Peruzzi 
mandato  trccencinquanla  cavalieri  delle  masnade  di  Firenze, 
avesse  per  forza  ricuperato  il  castello  dalle  man  de'  mar- 
chesi, i  quali  scusandosi  di  non  esser  venuti  conlra  la  Re- 
pubblica fiorentina ,  ma  contra  i  Tarlali ,  cercavano  meller 
tempo  in  mezzo  fin  che  sopraggiugnessero  in  loro  aiuto  i 
Perugini.  Costoro  sdegnati  fieramente  che  fossero,  secondo 
essi  dicevano,  stati  scherniti  da'  Fiorentini ,  tentavano  tutte 
le  vie  per  vendicarsi;  ma  slimando  l' impresa  molto  dura,  si 
volsono  a  instrumenli  meno  aspri;  mandando  loro  ambascia- 
dori  a  Firenze  i  quali  parte  dolendosi  e  parte  allegando  i 
patti  della  lega  vedessero  di  disporre  quel  comune  a  con- 
ceder loro  la  participazione  dell'  acquisto  fallo.  Gli  oratori 
con  gran  querimonie  rammaricandosi  domandavano  a'  Fio- 
rentini se  conlra  il  lor  costume  erano  novellamente  dive- 
nuti imitatori  di  Mastino ,  il  quale  avea  essi  Fiorentini  in- 
gannato ne'  fatti  di  Lucca  ?  O  se  pure  slimavano  esser  cosa 
ragionevole,  che  essendo  eglino  stati  ingannali  da  altri,  po- 
tessero senza  tema  d'  alcima  vergogna  ingannare  ancor  altri? 
E  che  i  Perugini  fossero  tenuti  pagar  le  pene  de'  manca- 
menti di  quelli  della  Scala?  Che  scusa  poter  eglino  allegare 
in  queste  cose  ?  Confederati  erano  i  Fiorentini  e  Mastino  : 
confederati  similmente  i  Fiorentini  e  i  Perugini:  contra  i 
patti  della  lega  Mastrtìo  aver  ritenuto  Lucca  a' Fiorentini  : 
contra  i  palli  della  lega  i  Fiorentini  aver  occupato  Arezzo 
a' Perugini.  Ora  se  essi  Fiorentini  aveano  chiamato  inganno 
e  tradimento  quello  di  Mastino,  come  doversi  chiamar  il  loro? 
e  se  eglino  scrivendo  a  lutto  il  mondo  il  torto  ricevuto  da 
Mastino,  aveano  pieno  la  terra  e  il  mare  delle  lor  querele, 
non  dover  altresì  i  Perugini  esclamar  infino  al  ciclo  il  torlo 
che  veniva  lor  fatto  da' Fiorentini  ?  Con  sì  fatti  carichi  s'in- 
gegnavano gli  ambasciadori  de' Perugini  di  spaventare  gli 
animi  de'  Fiorentini  da  colai  ingiusto  acquisto.  Ma  eglino 
con  maggior  veemenza  rispondevano  le  cose  esser  mollo 
dispari  ' ,  essendo  i  Perugini  stati  j  primi  a  insegnar  loro  in 


I  II  testo  dice:  ma  eglino  con  maggior  veemenza   rispondevano  ^ 
le  cose  esser  motto  dispari  ;  perciocché  Arezzo  s'' era   dato  a'  Fio- 


LIBRO   OTTAVO  311 

che  modo  si  doveano  governare ,  avendo  lascialo  d' insigno- 
rirsi d'Arezzo,  non  per  religione  di  giuramento,  o  per  vin- 
colo di  confederazione  che  fosse  Ira  loro ,  ma  perchè  gli 
Aretini  non  voleano  acconsentire  alle  loro  disoneste  doman- 
de :  nò  questo  potersi  negare  in  conto  alcuno,  quando  erano 
presti  i  testimoni  a  provar  il  contrario  ,  sapendosi  i  segreti 
ragionamenti  e  pralithe  fra  essi  tenute,  e  come  da  quelle 
isclusi  gli  Aretini ,  erano  finalmente  venuti  a  Firenze  '  ,  o 
pur  darsi  a  intendere  ,  che  a'  Fiorentini  convenisse  d'  aver 
a  star  sempre  al  di  sotto?  e  ingannati  da  Mastino  esser  ne- 
cessario e  di  dovere  che  s'  abbiano  a  lasciar  girare  ancora 
da' Perugini?  Ingannarsi  eglino  di  gran  lunga,  se  ciò  folle- 
mente credevano;  perchè  come  la  Repubblica  fiorentina  non 
era  usata  a  ingannar  alcuno ,  così  non  era  tanto  debole  e 
impotente  che  avesse  a  patire  d'  esser  senza  gasligo  ingan- 
nata da  chi  che  sia.  E  se  Mastino  era  a  lei  venuto  meno  non 
esser  nascosti  a' popoli  d'Italia  gli  affanni  e  le  calamità, nelle 
quali  Mastino  dall'arme  e  forze  de' Fiorentini  era  stato  ri- 
dotto, e  esser  tuttavia  le  lor  genti  e  eserciti  intorno  Padova 
e  Trivigi  molestando  il  tiranno ,  e  sperare  ben  tosto  di  fargli 
conoscere  con  quanto  suo  danno  s'era  posto  a  schernire  co- 
tal  nazione.  «  Ma  non  aver  già  i  Fiorentini  ingannato  i  Peru- 
«  gini ,  perchè  nella  lega  fatta  tra  loro  non  era  obbligo  che 
«  Arezzo  dovesse  esser  de'  Perugini ,  o  che  tolendosi  dare 
«  a'  Fiorentini  non  lo  dovessero  ricevere.  » 

Queste  parole  andavano  attorno  con  gran  commovimento 
d'animi;  quando  per  opera  d'alcuni  cittadini,  venendo  gli 
ambasciadori  a  più   umili  petizioni ,  fu   trovata  una   via  di 

rentini  a  tempo  che  il  termine  della  lega  era  spirato  ;  onde  essi  non 
erano  più  obbligati  a  convenzione  alcuna;  ma  esser  dal  canto  loro 
tanta  ragione ,  che  eziandio  durante  la  lega  ,  senza  timore  alcuno 
d*  injamia  ,  avrebbon  potuto  J'ar  quello  che  ultimamente  ai.'evano 
Jatto  i  essendo  i  Perugini  ec.  — Queste  parole  sono  state  lasciate  dal 
giovine  Ammirato. 

I  tanto  tardi  ,  che  il  tempo  prejìsso  alla  lega  era  spiralo,  Mu 
oltre  a  ciò  non  aver  eglino  preso  Lucignano  senza  saputa  alcuna 
de''  Fiorentini  ,  e  quel  che  è  peggio  durante  il  termine  della  lega  '> 
O  pur  darsi  ad  intendere  ec.  Ancora  le  qui  riferite  parole  sono  state 
tralascrate  dal  giovane  Ammirato. 


312  dell'  istorie  fiorentine 

mezzo.  Ciò  fu.  «  Che  gli  Aretini  e  Tarlati  facessero  pace 
«  coi  Perugini  e  signor  di  Cortona  e  loro  aderenti,  che  era- 
«  no  i  figliuoli  del  conte  Federigo  da  Monlcfeltro ,  il  mar- 
«  chese  Ghino  di  Civitella,  e  il  vescovo  d'Arezzo  con  tulli 
«  gli  Ubertini  ;  e  per  autenticar  questa  pace ,  la  quale  fa 
«  fatta  a'  29  d'  aprile  in  Perugia,  dov'  era  podestà  Giovanni 
«  de'  Tosinghi  cavaliere  fiorentino ,  e  per  tanlo  maggior- 
«  mente  conservar  la  riputazione  a'  Perugini,  la  quale  dice- 
«  vano  di  cercare,  e  in  quella  aver  premura,  v'  intervennero 
«  Ugo  de'  Lotleringhi  dottor  di  leggi,  e  Antonio  degli  Al- 
«  bizi,  sindaci  del  comune  di  Firenze,  i  quali  dettero  l'au- 
«  toritù  agli  Aretini  e  a'  Tarlati  di  poterla  fare  ;  protestan- 
«  dosi  intanto  di  non  intendere  ne  volere  che  con  essa  si 
«  diminuisse  in  conto  alcuno  la  giuridizione  e  signoria  che 
«  la  Repubblica  fiorentina  avea  della  citlà  d'  Arezzo  e  suo 
«  contado.  Onde  i  medesimi  Tarlali  poterono  rinunziare  a' Pe- 
ce rugini  ogni  signoria  che  aveano  in  Arezzo  ,  e  accordarono 
«  che  per  il  termine  di  sette  anni  stesse  in  Arezzo  per  la 
«  città  di  Perugia  un  suo  cilladino  guelfo  da  eleggersi  da'Fio- 
«  renlini  di  sei  in  sei  mesi  ,  il  quale  avesse  1'  appello  delle 
«  cause  tanto  civili  che  criminali,  conforme  alli  statuti  d'Arez- 
«  zo.  Che  per  le  differenze  che  erano  tra  '1  vescovo  d'Arezzo 
«  e  Piero  si  rimettessero  in  due  fiorentini  o  perugini:  e 
«  gli  Aretini  promessero  per  i  Tarlati  1'  osservanza  di  quel 
«  che  fosse  lodalo.  Che  per  otto  anni  e  mezzo  il  comune 
«  di  Perugia  avesse  il  governo  di  Foiano ,  di  Lucignano , 
«  del  Monte  a  Sansavino  ,  e  d'  Anghiari ,  e  dopo  detto  tempo 
«  li  restituisse  liberamente  al  comune  d'Arezzo,  i  banditi 
«  della  qual  città  non  doveano  esser  rarcettati  in  alcune  di 
«  quelle  terre.  Che  gli  altri  castelli  e  luoghi  del  comune 
«  d'Arezzo,  che  fossero  tenuti  da'  Perugini,  o  da' loro  ade- 
«  renti,  gli  fossero  restituiti ,  come  si  rendessero  anche  gli 
«  altri  a  di  chi  erano.  Che  i  Tarlati  per  il  termine  di  venti- 
«  cinque  anni  non  potessero  avere  ne  accettare  alcuna  si- 
«  gnoria ,  podesteria,  o  uficio  in  alcuna  terra  del  ducato  di 
«  Spoleto,  in  Città  di  Castello,  in  Cortona,  in  Cagli, 
«  in  Todi ,  in  Orvieto  ,  e  nel  Borgo  a  Sansepolcro  ;  e  li 
«  trentaduc  cavalli  e  dugento  fanti,  i  quali  doveano  avere 
<(  per  guardia  de' loro  castelli,  non  potessero  stare  in  Arezzo. 


tlBRO   OTTAVO.  313 

«  Kel  qual  moJo  furono  per  allora  terminate  le  loro  diffe- 
«  renze.  Alla  fine  di  maggio  Paolino  de'Tolomei  come  pro- 
«  curatore  del  eonle  Gnido  Alberto,  e  de' conti  Giovanni 
«  e  Francesco  suoi  nipoti  de' Contiguidi,  vendè  alla  Repub- 
«  blica  per  tremilaottocento  fiorini  d'  oro  le  ragioni  che 
«  aveano  nelle  terre  del  viscontado ,  e  Piero  Saccone  con 
«  Tarlato  suo  fratello  dettero  a'  Fiorentini  quello  che  viave- 
«  vano  per  ventimila  fiorini  d'  oro  ,  e  così  restò  il  viscon- 
«  tado  alla  Repubblica  ».  Non  si  poneva  già  alcuno  assetto 
alle  cose  di  Lucca  ',  anzi  preparavansi  i  Fiorentini  con  giu- 
sto esercito  d'assaltarla  e  di  f.ir  ogni  prova  per  vincerla; 
il  che  sentendo  Mastino,  mandò  per  il  suo  vicario  Azzo  da 
Corcggio  con  trecento  cavalieri  alla  guardia  di  quella  città. 
Per  la  qual  cosa  affrettando  i  Fiorentini  1'  esecuzione  delle 
cose  proposte  ,  il  penultimo  giorno  del  mese  di  maggio  co- 
mandarono a  Orlando  de' Róssi  lor  capitano,  che  s'inviasse 
con  l'esercito  in  sul  Lucchese:  nel  quale  essendo  venuti  gli 
aiuti  degli  amici  furono  conti  duemila  cavalieri  e  diecimila 
fanti.  Piero  de' Rossi  dall'altro  canto  restato  a  guardia  del 
campo  di  Bovolenlo  commise  a  Marsilio,  che  con  la  mnggior 
parte  dell'  esercito  prendesse  il  cammino  verso  Mantova,  ove 
avca  a  congiugnersi  con  gli  altri  confederati  per  far  l'im- 
presa di  Verona.  Qui  arrivò  Lucchino  Visconti  il  vigesirao 
dì  di  giugno  (  cinque  dì  dopo  che  in  Firenze  avea  preso  il 
gonfalonerato  Strozzo  Strozzi),  al  qual  Lucchino  era  com- 
messo il  carico  di  tutta  la  guerra  :  e  avendo  con  le  genti  sue, 
e  con  quelle  che  avea  menate  Marsilio,  e  de' marchesi  da 
Este  e  de'Gonzaghi  più  di  quattromila  cavalieri  ,  e  infinito 
numero  di  fanti,  con  così  fatto  esercito  si  mosse  per  assal- 
tar Verona.  Ma  la  viltà  di  Lucchino  e  1'  ardir  di  Mastino  fe- 


'  Nella  prima  edizione  leggesi  solamente  :  Ciò  fu  :  che  il  comune 
di  Perugia  avesse  in  Arezzo  un  giudice  rf'  appellazione  per  termine 
di  cinque  anni  sofia  il  titolo  di  conservadore  di  pace,  con  salario  di 
cinquecento  Jiorini  d'  oro  ogni  sei  mesi  :  e  che  Ji/ìito  detto  termine 
di  cinque  anni,  dovesse  rimanere  a'  Perugini  il  castello  <i'  Anghiari, 
Foj'ano,  Lucignano,  e  Monte  Sansavino.  Nel  qual  modo  furono  per 
allora  terminate  le  loro  differenze  :  ma  non  già  cosi  leggermente  st 
poni€¥a  assetto  alcuno  alle  cose  di  Lucca,  anzi  ec. 


314  dell'  istorie  fiorentine 

ciono  vani  tulli  quelli  apparali,  conciofossechè  uscito  Masti- 
no di  Verona  con  tremila  cavalieri ,  e  avendo  richiesto  di 
battaglia  Lucchino-,  egli  la  ricusasse;  e  la  notte  de'  27  di  giu- 
gno fu  da  tulli  abbandonalo  il  campo,  partendosi  ciascuno 
chi  per  una  parte  e  chi  per  un'  altra  con  grandissimo  disor- 
dine. Quelli  che  vollono  scusare  Lucchino  dissero  che  egli 
ebbe  sospetto  di  tradimento  ;  altri  stimarono  che  ciò  fosse 
fatto  perchè  veramente  egli  non  volea,  spegnendo  Mastino , 
far  tanto  grandi  i  Veneziani,  che  mettesse  in  maggior  perì- 
colo lo  stato  de'  Visconti.  «  Ma  non  avendo  i  collegati  altra 
«  mira  che  la  distruzione  degli  Scaligeri  non  lasciavano  oc- 
«  casione  né  congiuntura  di  nuocergli.  E  perchè  Carlo  mar- 
«  chese  di  Moravia,  e  Giovanni  duca  di  Carintia  suo  fratello 
«  e  figliuoli  del  re  Giovanni  di  Boemia  si  tenevano  offesi 
«  da  Mastino  per  tener  loro  occupato  la  città  di  Bellune, 
«  di  Feltro,  e  di  Cadubrio  ,  a' 28  di  luglio  furono  ricevuti  in 
«  Venezia  nella  lega,  al  qual  ricevimento  intervennero  per 
«  il  comune  di  Firenze  Giovanni  GianGgliazzi  cavaliere  , 
«  Ale«so  Rinucci  giudice,  Antonio  degli  Albizi,  Bernardo  de- 
«  gli  Ardinghelli,  e  Guccio  da  lizzano.  Le  condizioni  furo- 
«  no  che  la  lega  durasse  fin  all'  intera  rovina  degli  Scaligeri, 
«  i  quali  doveano  esser  trattati  da  questi  principi  come  ni- 
«  mici,  e  perciò  aveano  ad  impedire  il  passo  ad  ogni  genie 
'(  che  volesse  venire  in  lor  soccorso-  Che  i  collegati  tenes- 
«  sero  al  soldo  trecento  cavalli  dello  slesso  marchese  Carlo, 
«  il  quale  gli  dovesse  far  comandare  da  persona  capace  e 
«  con  la  sua  bandiera,  per  maggior  riputazione  della  quale 
«  i  collegati  vi  dovessero  metter  sotto  dugento  de'lor  cavalli, 
«  e  tutti  a  cinquecento  col  loro  connestabile  ubbidire  al  ge- 
«  nerale  della  lega.  Che  volendo  i  collegati  condurre  al  ser- 
«  vizio  della  lega  il  marchese  Carlo ,  dovesse  venire  con 
«  quella  condotta  che  paresse  a' collegati,  e  non  polendo  egli 
«  per  manifesta  cagione,  venisse  il  duca  Giovanni  suo  fra- 
«  tello.  A'  quali  fratelli  fu  proibito  il  far  pace  né  tregua  con 
«  quei  della  Scala  senza  il  consenso  della  lega,  la  quale  in 
«  ogni  accordo  che  facesse  con  gli  Scaligeri  ce  li  dovea 
«  includere.  Che  al  marchese  Carlo  restasse  la  città  di  Bel- 
«  lune  dataglisi  ultimamente,  come  doveano  rimanergli,  acqui- 
«  standosi,  Feltro  e  Cadubrio.  Degli  altri  acquisti  che  si  fa- 


LIBRO   OTTAVO  3i5 

«  cessero  dalla  gente  di  questi  fratelli ,  e  aiuto  de'  collegali 
«  se  ne  disponesse  conforme  alla  lega  di  marzo.  E  Brescia 
«  venendo  in  mano  de' collegati  si  dovea  nel  disporne  aver 
«  riguardo  all'onore  di  Carlo,  e  di  Giovanni  ».  Qual  se  ne 
fosse  la  cagione,  Mastino  riprese  ardire,  e  lasciala  Verona 
ben  fornita,  s'accostò  con  le  sue  genti  sette  miglia  presso 
a  Mantova,  senza  essergli  contrastato  il  passo  da  alcuno.  Ivi 
sentendo  che  i  Padovani  tenevano  pratiche  di  darsi  a  Piero 
de' Rossi,  pensò  d'avvicinarsi  a  Bovolento,  sì  per  impedire 
i  pensieri  di  Piero,  e  vietargli  la  vettovaglia,  e  sì  per  op- 
porsi a  Marsilio,  che  non  potesse  congiugnersi  col  fratello. 
E  eragli  felicemente  venuto  fatto  ciò  che  egli  avea  propo- 
sto, se  Piero  con  sottile  astuzia  non  avesse  trovato  rimedio 
a  sì  gran  difficoltà.  Egli  sapendo  che  1'  esercito  di  Mastino 
pativa  alquanto  d'acqua,  non  avendone  altra  che  quella  del 
canale  tra  Bovolento  e  Chioggia  ,  comandò  che  tutte  le  lor- 
dure del  campo  fossero  gittate  nel  canale.  Oltre  a  ciò  avendo 
notizia  che  nel  paese  nascea  gran  quantità  di  cicuta  ,  diede 
ordine  a'  guastatori  del  campo,  che  quella  continuamente  mie- 
tessero, e  gittassero  nel  canale;  con  la  quale  industria  venne 
in  guisa  corrotta  l'acqua  nel  campo  di  Mastino,  il  quale  era 
alloggiato  ivi  a  tre  miglia,  che  non  potendo  berne  i  cavalli, 
nò  uomini ,  convenne  per  forza  che  disloggiasse  il  terzode- 
cirao  giorno  di  luglio  ,  e  se  ne  tornasse  a  Verona.  Onde  il 
dì  seguente  Marsilio  si  potè  congiugnere  col  fratello  ;  i  quali 
liberi  da  ogni  impedimento  di  Mastino,  e  sollecitati  ogn' ora 
da  quei  di  Carrara,  a' 22  di  quel  mese  con  tutto  1'  esercito 
s'accamparono  intorno  le  mura  di  Padova.  È  veramente  cosa 
provala,  ninna  maggiore  e  più  gagliarda  fortezza  esser  in- 
contro l'armi  de'nimici,  che  la  fedo  de' sudditi,  la  quale  con 
ninna  altra  arte  s'  acquista,  che  con  la  mansuetudine  e  con 
la  giustizia  :  le  quali  virtù  essendo  molto  lontane  da  Alberto 
della  Scala  (  il  quale  era  restato  alla  guardia  di  Padova,  e 
co' suoi  cattivi  modi  avea  fieramente  sdegnato  l'animo  dei 
Carraresi,  da' quali  il  zio  di  lui  avea  la  signoria  di  quella 
città  avuta  in  dono  )  furono  cagione  che  poco  a  lui  poteltono 
giovare  i  ripari  delle  mura  e  l'arme  de' soldati  ;  perciocché 
fatto  prigione  nel  proprio  palagio  da'  Carraresi,  e  aperta  la 
porta  verso  la   quale  era  il  campo   attendato,  il  terzo  dì  di 


316  dell'istorie  fiorentine 

agoslo  fu  Piero  de' Rossi  inlroclolto  nella  città,  '  della  quale 
restò  signore  Marsilio  da  Carrara.  «  Andarono  poi  gli  am- 
«  hasciadori  fiorentini  con  quei  di  Venezia  a  Padova  per 
«  rallegrarsi  con  Marsilio  e  co'  Padovani  della  lor  liberazio- 
«  ne  ,  e  per  esorlar  l' uno  e  gli  altri,  per  onor  delle  re- 
«  pubbliche  di  Venezia  e  di  Firenze,  a  dar  nelle  lor  mani 
«  Alberto  della  Scala ,  il  quale  conforme  che  ne  scrive  il 
«  doge  Dandolo  alla  signoria  di  Firenze  fu  condotto  a' 27 
«  dello  stesso  mese  a  Venezia  ».  Fu  Alberto  memorabil 
esempio  a' tiranni  a  non  doversi  mattamente  fidare,  secondo 
il  volgo  è  uso  di  dire,  ne'  favori  della  trabocchevol  fortuna. 
Ma  forse  con  non  ^  miseria  (  benché  la  gloria  degli  uomini 
valorosi  non  sia  ristretta  dai  brevi  termini  della  vila)  po- 
chissime ore  goderono  poi  i  fratelli  de' Rossi  il  pregio  del- 
l' acquistata  riputazione,  e  le  vicine  speranze  di  riacquistar 
il  perduto  principato  della  lor  patria:  perciocché  non  si  stan- 
cando Piero  per  1'  acquisto  di  Padova  a  far  maggiori  progressi, 
e  conoscendo  questa  esser  la  via  con  guadagnarsi  la  grazia 
de' Veneziani  e  de' Fiorentini  di  pervenire  a' suoi  desiderj, 
senza  fermarsi  un'  ora,  n'  andò  subito  a  Monselice,  castello 
fortissimo  tenuto  da  Mastino.  Quivi  facendo  dare  continui 
assalti  e  battaglie  da  piìi  lati,  s'  era  già  insignorito  d'una  parte 
de'  fossi  e  degli  steccati-  Era  egli  presente  a  tutte  le  cose  , 
e  combattendosi  1'  antiporto,  per  dar  animo  a'  suoi,  gli  parve 
smontar  da  cavallo,  quando  mettendosi  ove  era  maggiore  il 
pericolo,  fu  percosso  nella  giuntura  delle  corazze  d'una  corta 
lancia  manesca  nel  fianco.  Non  si  sbigottì  punto  egli  per  que- 
sto, ma  trattosi  dal  lato  il  troncon  della  lancia,  si  gittò  nel 
fosso  di  costa  all'  antiporto  per  passar  alla  terra,  la  quale  si 
tenea  già  presso  die  guadagnata  :  ma  essendo  il  fosso  pieno 
d'acqua,  e  quella  entrando  per  la  ferita,  incrudeU  sì  fatla- 
menle  la  piaga,  che  tra  per  questo  e  il  molto  sangue  uscito, 


1  L'  Ammirato  vecchio  non  dice  così  :  ma  sì  bene  :  //  terzo  dì  di 
agosto Ju  Piero  de'  Rossi  introdotto  nella  città;  dalla  quale  man- 
dato egli  prigione  a  f'inegia,  e  Jatto  signor  della  città  Albertino 
da  Carrara,  e  nel  medesimo  tempo  ricevuto  nella  lega  con  quattro- 
cento cavalieri,  Ju  memorabile  esempio  a'  tiranni  ec. 

*  Con  non  minor  miseria  ec.  dice  il  testo. 


LIBRO    OTTAVO.  317 

Piero  sentendosi  venir  meno,  comandò  che  fosse  tratto  dal 
fosso,  e  messosi  in  burchio  per  il  canale,  non  fu  così  tosto 
a  Padova  arrivato  che  con  grandissimo  dolore  de' suoi  soldati 
r  ottavo  giorno  d' agosto  passò  di  questa  vita.  Molto  mag- 
giore fu  il  dolore  della  sua  perdita,  poiché  ella  si  seppe  in 
Vinegia  e  in  Firenze.  Perciocché  Piero  fu  stimato  per  il  più 
savio  e  valoroso  capitano  che  fosse  a'  suoi  tempi,  non  che  in 
Lombardia,  ma  in  tutta  Italia.  All'arte  militare  avea  egli  ag- 
giunto costantissima  fede  e  sincerità  d'  animo.  E  combattendo 
in  un  medesimo  tempo  per  la  gloria  e  per  1'  interesse  pro- 
prio fu  lontanissimo  da  quel  peccato,  che  suole  spesso  mac- 
chiar la  fama  eziandio  de'  famosissimi  capitani,  che  è  il  la- 
droneccio. L'onore  che  si  potè  far  maggiore  al  suo  merito, 
fu  fatto  da' soldati  in  Padova  ,  da' Fiorentini ,  e  da' Veneziani 
nelle  lor  città,  celebrando  con  ogni  magnificenza  e  pompa 
signorile  il  mortorio  di  cotanto  capitano.  Ma  con  incomodo 
non  minore  di  tutta  la  lega,  non  più  che  ivi  a  sette  giorni 
morì  anche  Marsilio ,  caduto  malato  in  Padova  per  i  disagi 
paliti  nella  guerra,  e  peggiorato  poi  mortalmente  per  il  caso 
del  fratello,  a  cui  siccome  egli  fu  vicino  di  sangue,  così  fu 
sirailissimo  alla  virtù  e  al  valore,  e  però  congiuntissimo  di 
benivolenza  e  d'affetto. 

Con  la  morte  di  così  illustri  capitani  fu  mitigala  gran- 
demente '1'  allegrezza  che  i  Fiorentini  e  i  Veneziani  arca- 
no sentito  dell'  acquisto  di  Padova,  ma  a'  Fiorentini  parula 
tanto  più  grave,  quanto  fu  ancor  ella  accompagnata  in  casa 
dalla  morte  di  Pino  della  Tosa  chiaro  e  illustre  lor  cittadi- 
no :  il  quale  oltre  essere  stato  sempre  amantissimo  della  Pie 
pubblica,  e  di  parte  guelfa,  fu  quello  per  cui  facilmente  Luc- 
ca sarebbe  venuta  in  mano  de' Fiorentini ,  se  per  i  conforti 
di  Simone  suo  consorte,  non  si  fosse  il  contrario  persuaso. 
Ebbe  baronaggio  nel  reame  di  Napoli,  e  caro  fu  molto  al  r>? 
Ruberto,  il  quale  della  sua  opera  si  servì  fedelmente  in  molti 
affari.  Imprenditore  fu  per  l'altezza  del  suo  animo  di  grandi 
imprese  ;  il  che  ad  alcuno  il  rese  per  avventura  sospetto. 
Aggiunsonsi  alla  morte  di  Pino  alcuni  rumori  civili  cagiona- 
ti per  l'orgoglio  d' Accurimbono ,  il  qual  vietando  che  si 
procedesse  in  certe  condannagioni  conlra  Niccolò  della  Serra 
d' Agubbio  slato  podestà  di  Firenze,  «e  al  quale  era  succe- 


318  dell'  istorie  fiorentine 

«  dillo  il  primo  di  luglio  nella  podesteria  Fidesmido  da  Vara- 
«  no  di  Camerino  » ,  mosse  a  tanta  ira  la  plebe,  che  cu'  sassi 
ferirono  e  uccisono  alquanti  dell'una  e  dell'altra  famiglia.  E 
volendo  egli  molti  di  coloro  che  aveano   mosso  il  tumulto  , 
i  quali  avea  fatti  prigioni,  far  morire,   il  -omore  fu  per  es- 
ser molto  maggiore,  se  egli  sgomentato  alla  fine  dall' ira  del 
popolo  non  avesse  convertita  la  pena  personale  in  danari  ;  e 
non  avesse  insiememenfe    permesso   che  il  vecchio   podestà 
fosse  condannato  ,  facendosi    per  questo    decreto    che  in  fra 
dieci  anni  nullo  rettore  di  Firenze  potesse  esser  d'Agubbio 
o  del  contado.  Ritornò  poco  poi   l'esercito,   che  era  andato 
a  Lucca,  a  casa  :  i!  quale  benché  avesse  dato  il  guasto  a  Pe- 
scia,  a  Buggiano,  e  a  molte  castella  di   Valdinievole ,  e  ap- 
pressatosi a  Lucca,  e  passalo  di  là  dal   Serchio    senza  con- 
trasto alcuno,  nondimeno    considerando  le    geni!  e   apparati 
che    in  esso    erano,  e  come  si  era   fermo  nel  lenitorio  dei 
Lucchesi  per  lo  spazio  di  due  mesi  interi,  fu  giudicato  che 
il  capitano  si  fosse  portato  con  poca  vivezza,  dovendo  di  ra- 
gione aver  fatto  opere  di  maggior  profitto.  Scrivono  gli  au- 
tori di  que' tempi  (cosa   ridicola  a  dire    se  non  fosse  noto 
di  minor  cose  di  queste  aver  i  llomani  tenuto   grandissimo 
conto  )  che  nacquero  in  questi  dì  sei  lioncini  in  Firenze  ;  il 
che  recò  tanto  diletto  al    popolo   per   l'augurio   felice   che 
traea  da  colai  nascimento,  che  non  capiva  in  se    medesimo; 
e  mandonne  a  far  presenti  (di  che  cose  era  vaga  quell'età) 
cresciuti  che  alquanto  furono ,  a  repubbliche  e  signori  con- 
federati con  singoiar  letizia  di  ciascuno;  entrati  in  una  quasi 
certa   speranza    che    un    parlo    tale    avesse    ad    annunciare 
l'acquisto  di  Lucca;  talché  a  Pistoja  e  ad  Arezzo   s'avesse 
ad  aggiugnere  in  tanto  breve  spazio  di  tempo   il   guadagno 
di  cos'i  nobii  repubblica    Vennero  in  questo  medesimo  tem- 
po ambasciadori  di  Taddeo  de'Pepoli,  il  quale  cacciali  i  Goz- 
zadini  di  Bologna,  da' quali  il  legato  era  stato  caccialo,  s'era 
insignorito  di  quella  città,  e  cercando  l'amicizia   de' Fioren- 
tini fu  ricevuto  nella  lega.  Prese  poi  il  gonfaloncrato  Nerone 
Diolisalvi;  il  quale  insieme  co' priori  e  collegi  diede  ordine 
che   nel   Valdarno  nel    piano   di   Giuffrena    s'edificasse    una 
nuova  terra,  facendovi  tornar  dentro  tutti  gli  uomini  delle 
villate  e  castella  vicine,  dando  lor  alcune  franchigie  per  tor- 


LIBRO  OTTAVO.  319 

gli  in  tutto  dalla  giuridizione  de'  conti  Guidi;  alla  qual  nuo- 
va terra  fu  posto  nome  S.  Maria.  Ma  Accorimbono  non  po- 
tendo posare  per  1'  ingiuria  che  gli  parca  aver  ricevuta,  non 
lasciò  passar  molti  giorni  delia  prima  temerità  commessa , 
che  con  nuova  occasione  cercò  di  vendicarsi  de' Fiorentini, 
mettendo  alia  fune  il  figliuolo  di  Pino  della  Tosa  sotto  pre- 
testo che  insieme  col  padre  già  morlo  ,  con  Feo  e  Tebaldo 
della  Tosa  suoi  parenti,  e  con  Maghinardo  degli  Ubaldini 
avesse  tenuto  Iraltato  con  Mastino  di  tradir  Firenze;  la  qual 
inquisizione  si  per  la  memoria  onorata  di  Pino,  e  sì  perchè 
si  vedea  che  egli  procedea  con  animosità  ,  venne  in  tanto 
orrore  e  schifo  de' cittadini,  che  per  molto  che  prevalesse  la 
porte  reggente,  che  avea  introdotto  tal  uficio,  non  bastò  mai  ad 
ottenere,  nò  che  Accorimbono  seguisse  più  il  suo  magistrato, 
ne  che  altri  in  suo  luogo  succedesse;  onde  quella  signoria 
come  arbitraria  e  di  fatto,  e  senza  ordine  di  legge  o  di  sta- 
tuto alcuno,  fu  tolta  via  e  annullata  con  gran  piacere  del  po- 
polo; a  cui  parca  essersi  liberato  d'una  grave  e  insolente 
tirannia. 

Le  cose  intanto  di  Lombardia  nonostante  la  morte 
de'  Rossi  proseguivano  oltre  con  la  medesima  felicità  ;  essen- 
dosi ne' primi  dì  di  settembre  rosi  alla  lega  il  castello  di 
Mestri ,  gli  Orci,  e  Canneto  in  Bresciana;  e  quello  che  fu 
cosa  notaliilissima  l'ottavo  dì  del  medesimo  mese  pervenne 
a' confederati  la  città  di  Brescia,  la  quale  per  procaccio  par- 
ticolarmente de' Fiorentini ,  essendone  tra  i  signori  lombardi 
grande  quislione,  fu  consegnata  ad  Azzo  Visconti,  «  il  quale 
«  scrivendo  a  Firenze,  che  la  mattina  de'7  di  ottobre  v'  era- 
K  no  entrale  le  sue  genti,  dice  che  terrebbe  quella  città  a 
«  onore  de'  Fiorentini  e  della  lega  ».  La  Uepubblica  veg- 
do  per  questo  farsi  ogni  dì  più  vicina  la  speranza  di  conse- 
guir Lucca,  creò  suo  capitano  generale  Malalesta  il  giovane 
de'  Maiatesti  «  avendo  mandato  in  Lombardia  a  richiesta  dei 
«  Veneziani  Orlando  de' Rossi  dopo  la  morte  de' fratelli  ». 
Malatesla  arrivato  il  lerzodecimo  giorno  d'  ot'.obre  a  Firenze, 
senza  intromettersi  nelle  parzialità  civili,  aspettava  il  coman- 
damento de'  magistrati  per  esser  operato  ne'  falli  della  guerra; 
quando  avendo  già  preso  il  gonfalonerato  Tano  di  Chiarissi- 
mo ovver  de'  Cionacci,  con  importuna  dimora,  a  lui  fu  vie- 


320  dell'istorie  fiorentinb 

tato  d'esercitar  il  suo  valore,  e  alla  Repubblica  per  avven- 
tura in  tanto  scompiglio  del  nimico  d'insignorirsi  di  I.ucca. 
Mastino  vcggendosi  prigione  il  fratello  ;  di  dieci  principali 
città,  senza  tante  altre  castella  perdute,  toltesi  Padova,  Bre- 
scia, Feltro  e  Civita  di  Belluno;  il  suo  tesoro  scemalo,  e 
ogni  dì  i  suoi  falli  andarsi  in  maggior  difificoltà  riducendo , 
incominciò  per  suoi  ambasciadori,  essendo  alquanto  sbigot- 
tito, sotto  vista  di  trattar  della  liberazione  del  fratello,  a  pra- 
ticar co' Veneziani  alcuna  sorte  d'accordo,  non  avendo  spe- 
ranza alcuna  di  potersi  pacificar  co' Fiorentini  senza  ceder 
Lucca;  ma  queste  pratiche  venute  a  notizia  de' Fiorentini, 
e  però  entrali  in  dubbio  della  fede  de'  Veneziani,  si  ramma- 
ricarono, per  mezzo  di  coloro  i  quali  erano  deputati  ad  as- 
sistere in  Vinegia  per  le  cose  della  guerra,  di  quella  signoria; 
il  che  tolse  via  per  allora  la  pratica  di  lutto  quel  maneg- 
gio ,  scusandosi  i  Veneziani  che  ciò  che  faceano  e  tratta- 
vano era  per  utile  e  benefizio  de' collegali  ;  e  che  in  segno 
di  ciò  vedessero  che  Mastino  non  avea  voluto  acconsentire 
a'  patii  che  gli  si  proponevano.  Incominciossi  per  questo  a 
pensare  per  le  preparazioni  della  guerra  che  si  avea  a  fare 
l'anno  seguente  del  1338  «  nel  principio  del  quale  prese 
«  la  podesteria  della  città  Rolandino  de' Sali  da  Brescia,  tro- 
«  vandosi  capitano  del  popolo  Tommaso  de' Rinaldi  da  Mc- 
«  Vania  '  »;  essendo  tra  questo  mezzo  trailo  nuovo  gonfalo- 
niere Giorgio  di  Barone  ;  mi  tempo  del  quale  essendo  verniti» 
in  Firenze  Benedctlo  Lanfranchi  ribello  di  Pisa,  e  soldalovi 
con  gran  segretezza  trecento  uomini  a  cavallo,  fu  per  pren- 
dere Castiglione  della  Pescaia,  ove  era  entralo  per  una  porta 
datagli  da  coloro  che  l' aveano  chiamato,  se  non  fosse  subito 
dagli  altri,  che  non  erano  consapevoli  del  trattato,  vigorosa- 
mente cacciato  fuori;  di  che  i  Pisani  si  dolsono  mollo  de' Fio- 
rentini ;  benché  il  gonfaloniere  e  priori  si  scusassero  che 
ciò  non  era  stato  fallo  di  lor  volontà.  Vennero  poi  in  po- 
tere della  Repubblica  CivilcUa  consegnala  dal  vescovo  di 
Arezzo  che  la  tenea,  di  propria  volontà,  e  insiememente  Ca- 
stiglione degli  Libertini  di  Valdarno  ;  e  i  padri  eljbero  pen- 

'  Queste  giiinie  seguitano  sempre    ad  esstre  un  grande  inciampo  al 
filo  del  discorso. 


LIBRO   OTTAVO  321 

siero  di  pacificar  il  vescovo  co' Tarlali,  acciocché  le  cose  di 
Arezzo  procedessero  più  quielameute.  Xaslagio  Bucelli  suc- 
cessore nel  gonfaìonerato  a  Giorgio  stimò  con  la  nuova  si- 
gnoria di  assicurare  il  popolo  d;illa  potenza  de'  grandi  con 
una  nuova  legge;  e  questa  fu,  che  iiiinio  cittadino  fiorentino 
comprasse  castello  alcuno  alle  frontiere  del  distretto  di  Fi- 
renze, parendo  che  la  potenza  de' Bardi,  per  aver  Gualler- 
rollo  di  quella  famiglia  compro  gli  anni  addietro  Dicomano, 
e  poi  Piero  e  Andrea  suoi  figliuoli  V^ernia  e  Mangone,  fosse 
venula  molto  grande,  e  da  soverchiare  in  ogni  accidente  le 
forze  delia  comune  e  privala  cittadinanza.  «  Avendo  il  Ma- 
«  lalesta  finito  i  sei  mesi  delia  sua  conilotla  venne  in  suo 
«  hiogo  il  cavaliere  Guglielmo  Novello  da  Montepulciano. 
«  L'  ultimo  di  marzo,  facendo  gii  ambasciadcri  di  Malatesta 
«  e  di  Galeotto  fratelli  signori  di  Rimini,  e  quelli  d"  Ostasio 
«  da  Polenta  signor  di  Ravenna  inslanza  a' padri  di  prolon- 
«  gar  la  lega  fatta  con  la  Repubblica  nel  36,  gli  fu  posto  il  ter- 
«  mine  ancora  per  dopo  cinque  anni  ». 

Essendo  in  questo  modo  assettate  le  cose,  e  acquetala  in 
parie  la  guerra  di  Toscana  por  aspcllar  gli  esili  della  lega,  sii 
animi  di  tutti  si  volsor.o  a  rimirare  i  successi  di  Lombardia. 
Onde  la  nuova  signoria,  di  cui  era  uscito  capo  Rinieri  di  Fo- 
rese giudice,  non  ebbe  a  impacciarsi  mollo  ne' falli  di  casa. 
E  le  nuove  che  venivano  dall'  esercito  erano  tuttavia  piene 
di  gi'ibiio  e  di  letizia;  perciocché  avvisavano  i  due  cavalieri, 
che  seguitavano  il  campo  come  governatori  (  non  era  ancora 
trovato  il  nome  del  comraessario  ),  che  a'18  d'  aprile  l' esercito 
della  lega  avea  vinto  per  forza  Soave,  terra  posta  presso  a 
Verona,  con  morte  di  trecento  nimici.  Non  molti  giorni  dopo 
aggiugnevano,  essersi  il  ventunesimo  accampati  intorno  Ve- 
rona al  tiro  d'un  balestro,  e  quivi  aver  corso  il  palio  con 
grandissima  gloria  della  lega.  Ne  passarono  molti  altri  di, 
che  nel  tempo  del  medesimo  gonfaloneralo  arrivarono  i  terzi 
avvisi,  come  disloggiato  l'esercito  di  Verona,  s'era  a' 3  di 
maggio  insignorito  di  Montecchio  castel  grande  e  forte  ;  e 
il  quale  per  esser  tenuto  la  chiave  Ira  Verona  e  Vicenza  . 
era  giudicato  acquisto  di  grande  importanza.  E  che  ridottosi 
il  campo  a  Lungara,  il  quale  era  a  quelle  frontiere,  di  là  si 
preparava  a  far  alcun'  altra  cosa  notabile.  «  Era  morto  Mar- 

Amm.  Vol.  II.  21 


322  dell'  istorie  fiorentine 

«  silio  da  Carrara  in  tempo  che  trattava  di  entrare  in  lega 
<i  co'  Veneziani  e  Fiorentini;  ed  essendogli  nella  signoria  di 
i  Padova  succednto  Ubertino,  il  quale  volendo  vivere  sotto 
«  la  protezione  di  queste  due  Repubbliche  mandò  ambascia- 
«  dori  a  pregarle  di  volervelo  ricevere.  Perchè  a' 5  di  mag- 
«  gio,  che  in  Firenze  era  capitano  del  popolo  Pietro  dei 
i<  Lamberlini  da  Bologna,  ne  fu  fatto  il  contratto  in  Vene- 
"  zia  nel  palagio  del  doge,  al  quale  intervenne  per  il  co- 
«  raune  di  Firenze  Simone  della  Tosa  cavaliere,  e  Bindo 
«  degli  Altoviti.  Le  condizioni  principali  furono:  che  il  ca- 
«  valiere  Ubertino  da  Carrara  fosse  generale  e  libero  signo- 
«  re  della  città  di  Padova,  di  Monselicc,  d'  Estc,  di  Munta- 
«  gnana,  di  Castelbaldi,  di  Cittadella,  di  Bassano  ,  e  di  tutto 
«  il  resto  e  distretto  solito  tenersi  dalla  città  di  Padova,  ec- 
«  celtuatone  Pollicino,  Lendinaria  e  Abatia,  e  salve  le  ra- 
«  gioni  de'  marchesi  di  Ferrara-  Che  i  comuni  di  Venezia  e 
«  di  Firenze  dessero  a  Ubertino  e  comune  di  Padova  ogni 
«  aiuto  per  ricuperar  le  suddette  castella  e  distretto,  con 
«  tenerlo  sotto  la  loro  protezione  e  difenderlo  contra  qual- 
(f  sivoglia.  Che  Ubertino  e  comune  di  Padova  sarebbero  in 
«  lega  co'  Veneziani  e  Fiorentini  e  loro  collegjti  contra  i  si- 
«  gnori  della  Scala  fin  a  guerra  finita  con  dare  ogni  aiuto 
«  possibile.  Che  i  fuorusciti  di  Padova,  ancora  che  stessero 
«  ftiori,  godessero  i  loro  beni.  C'ie  non  si  mettesse  ne  ri- 
«  scuotesse  in  Padova  alcuna  gabella  sopra  le  robe  e  raer- 
«  canzie  de'  Veneziani  e  de' Fiorentini,  se  non  conforme  che 
«  si  faceva  quando  Padova  era  comune.  Che  le  chiese,  mo- 
«  nasteri  e  particolari  di  Venezia  polesser  godere  i  frutti 
«  de' beni  che  aveano  in  Padova  e  Padovano,  e  fargli  can- 
«  durre  a  Venezia  senza  alcuna  gabella.  E  che  Ubertino  a 
«  lutto  suo  potere  dovesse  aiutare  e  difendere  i  Veneziani 
«  e  Fiorentini  ».  Raccontavasi  Mastino  esser  fortemente  sbi- 
gottito e  ridotto  a  tanto  estremo  di  danari,  che  avea  impe- 
gnato tutte  le  sue  gioie,  e  tra  esse  la  ricca  e  famosa  coro- 
na fatta  per  coronarsi  re  di  Toscana  e  di  Lombardia.  Onde 
Chele  Bordoni  la  seconda  volta  prese  il  gonfulonerato  a'  15 
di  giugno  con  certa  speranza  d'aver  in  quell'anno  a  veder 
la  sua  Repubblica  padrona  di  Lucca.  Ne  furono  men  felici 
le  nuove  del  tempo  suo  di  quelle  del  gonfalonerato  passato, 


LIBRO    OTTAVO  323 

se  quallro  bandiere  di  gente  a  cavallo  andando  verso  Bug- 
giano  per  far  preda,  non  fossero  siale  svaligiale  da'nimici 
con  la  presa  di  due  conneslabili.  Camminava  nondimeno 
prosperamente  la  guerra  in  Lombardia,  essendoci  avvisi,  co- 
me uscendo  Mastino  di  Verona  a'  2o  di  giugno  con  mille- 
dugento  cavalieri  per  riacquistar  Montecchio,  e  già  postosi 
intorno  al  caslello,  duemila  di  quelli  della  lega  partendosi 
di  Lungara,  andarono  con  le  schiere  falle  a  trovarli,  e  che 
egli  ricusando  la  battaglia  si  partì  con  tanto  disordine,  che 
lasciò  le  bagaglio  in  preda  del  nimico.  Ma  che  pensando  po- 
tere in  quel  disordine  prender  Lungara  ,  ove  non  credea 
che  vi  fosse  restalo  presidio  siifTiciente,  cadde  in  un  secondo 
male,  essendo  stato  ributtato  dalle  mura  non  senza  perdita 
de' suoi;  talché  disperato  di  potere  star  in  campagna  a  petto 
del  nimico,  ritiratosi  a  Verona,  e  quivi  ritenuti  alquanti  ca- 
pitani con  seco,  il  resto  della  cavalleria  divise  per  le  guar- 
(lie  e  guernigioni  de'  luoghi  che  gli  rimanevano  ;  tardi  accorto 
quello  che  fosse  slato  l' ingannare  i  Fiorentini  ;  poiché  le 
genti  della  lega  eran  venute  in  tanto  avvantaggio  sopra  di 
lui,  che  trecento  cavalieri  ebbono  ardire  di  partirsi  di  Lun- 
gara, e  scorrere  insino  alle  porte  di  Verona  predando  il  paese. 
Accrebbe  queste  prosperità  la  deliberazione  de'  Collegiani, 
i  quali  non  potendo  più  reggersi  da  se  slessi,  il  duodecimo 
giorno  di  luglio,  o  che  in  Firenze  reggeva  la  carica  di  po- 
«  desta  Piero  de'  Culbi  da  Spoleti  »  si  dettero  con  tutto  il 
loro  distretto  per  quindici  anni  alla  Repubblica,  Segue  il 
gonfalonerato  di  Simone  Guasconi  non  differente  dalla  for- 
tuna de'  passali,  «  essendogli  nel  principio  comparse  lettere 
«  di  Palamino  de' Rossi  ,  capitano  delle  bastie  falle  intorno 
«  a  Monselice,  che  dicevano  che  il  mercoledì  19  di  agosto 
«  le  genti  di  Venezia  e  di  Firenze  con  quelle  di  Ubertino 
«  signor  di  Padova  erano  entrale  in  quella  terra,  e  con  le 
«  torri  e  fortezza  la  tenevano  a  onor  della  lega  ;  e  a' 29  di 
0  settembre  le  genti  di  Mastino  ricevettero  non  piccol  danno 
«  a  Montagnana  '  ».  Era  egli  venuto  in  speranza  d'insigno- 

•  Il  recchio  Ammirato  dice  :  Segue  il  gonfalonerato  di  Simone 
Guasconi  ;  non  differente  dalla  fortuna  de^  passati  ;  perché  a'  19  di 
agosto  s'arrendè  ad  Albertino  da  Carrara^     il  qua'e    era    compreso 


324  dell'  istorie  fiorentine 

rirsi  di  questo  luogo  per  un  trattalo,  che  di  sua  parte  me- 
nava il  marchese  Spinetta  con  due  soldati  fiorentini ,  i  quali 
scoperta  la  cosa  ad  Ubertino  ,   e  Ubertino   ali"  esercito  che 
era  a  Lungara,  cbbono  ordine  che  allendessero  con  la  me- 
desima simolazione  a  tirar  il  trattato  innanzi.  Mastino  essen- 
do venuto  il  giorno  disegnato,  e  non  sospettando  d'inganni, 
commise  al  marchese  che  con  cinquecento   cavalieri  e  mille- 
cinquecento pedoni  andasse  a  far  1'  effetto.  «  Ubertino  avuto 
«  da  quei  della  lega  cinquecento  cavalli  armigeri,  con  que- 
«  sii  e  con  i  suoi  che  bastavano  a  vincer  i  nimici  »  ',  si  po- 
sono  in  aguato  aspettando  la  venula  del  marchese,  e  quando 
videro  il  tempo  opportuno  gli  dotlono  addosso,  e   dopo  al- 
cun breve  contrasto  lo  posero  in  rotta,  avendogli  ucciso  tre- 
cento cavalieri  tra  annegali  e  morti  nella  zuffa,  e  quello  che 
non  fu  slimato  minor  danno,  fatti  prigioni  ventidue   conne- 
slabili  delle  miglior   genti   e  capitani   che   avesse    Mastino , 
«  con  perdita  di  venlidue  bandiere  di   tedeschi.  Rotta  della 
€  quale  il  doge  Dandolo  ne  scrisse  alla  signoria,  raccontando 
«  che  tra'  prigioni  consegnati  in  Venezia  a  quel  comune  e  agli 
«  ambasciadori  fiorentini  vi  erano  alcuni  della  casa  di  Foglia- 
«  no  ;  e  della  quale  Mastino  restò  molto  abbattuto.  Nel  mezzo 
«  di  tante  prosperità   fu   fatto   far  pace  tra  Taddeo  Pepoli 
«  conservadore  di  Bologna  e  Manfredi  e  Piero  conti  di  Cu- 
«(  nio  con  Oslasio  da  Polenta  signor  di  Ravenna,   col  quale 
«  erano  in  lile  per  conto  di  sali ,  imponendosi  silenzio  per 
u  cinque  anni  a  ogni  pretensione  che  fosse   tra  loro  ;  dopo 
«  il  qual  tempo  non  essendo   d' accordo   si  cimentassero   le 
«  ragioni  per  via  di  giustizia  senza  venire  all'armi. 

Preso  ^  il  gonfalonerato  Bellincione  degli  Albizi,  non 
più  lardi  che  il  di  appresso  ricevette  Mastino  un'  altra  per- 
cossa di  centocinquanta  cavalieri,  i  quali  mandati  da  lui  per 

nella  lega,  il  castello  di  lìfonselice,  *  a'  29  di  settembre  le  genti  di 
Mastino  ricevettero  non  piccai  danno  a  Montagnana.  Era  egli  ve- 
nuto ec. 

I  Quei  della  lega  con  settecento  cavalieri  de""  quali  dugento  ven- 
nero da  Padova,  e  con  tanti  fanti  che  bastavano  a  vincere  i  nemi- 
ci^ ec.  Prima  ediz. 

*  Nel  mezzo  di  tante  prosperità  prese  il  gonjalonerato  Bellin- 
t;ione  degli  Albizi.  Prima  Ediz. 


LIBRO   OTTAVO.  325 

soccorrer  Vicenza,  dove  s'  aspettava  l'esercito  della  lega,  in- 
contrati con  le  gemi  che  stavano  a  Montecchio  furono  rotti, 
molti  di  loro  morti,  e  quasi  tutto  il  resto  fiitli  prigioni,  Irai 
quali  furono  cinque  connestabili.  A  questo  seguì,  che  a'  18 
r  esercito  s'  appresenlò  a  Vicenza,  ed  entralo  in  ire   borghi 
fu  mollo  presso  a  guadagnar  la  terra.  Il  che   fu    il  fine  del- 
l'allegrezze  de' Fiorentini  ;    perciocché   Mastino   veggendosi 
ridotto  a  così  strani  termini,  e  considerando  che    se  perde- 
va Vicenza,  riraanea  assediato  in  Verona,  incominciò  con  più 
diligenza  che  non  avea  fatto  prima,  a  trattar  accordo  co'  Ve- 
neziani, e  per  questo  a  promelter  loro  ampi  e  grassi  partiti. 
Json  schifarono  i   Veneziani   il   loro   avvantaggio,  veggendo 
che  l'acquisto  fatto  infino  a  quell'ora  era  tornato  più  a' co- 
modi d'allri,  che  proprio;  essendo  Padova  pervenuta  a'Car- 
raresi  e  Bresci.i  a' Visconti,  onde  dando  loro  al  presente  Ma- 
stino Trivigi,  Castelfranco  e  Basciano ,  parca   che   si  doves- 
sero contentare  :  e  giudicavano   che  il  medesimo   dovesser 
fare  i  Fiorentini,  in  poter  de' quali,  se  bene  non  perveniva 
Lucca  ,  eglino  aveano  nondimeno  trattato  che   pervenissero 
molte  castella  de'  Lucchesi.  Conchiuso  dunque  1'  accordo  con 
Mastino  il  29."  dì  di  dicembre  essendo  entrato  gonfaloniere 
Lione  Guicciardini  fratello  di  Simone  stalo  gonfaloniere  nel 
2,  mandarono   loro   ambasciadori  a  Firenze    facendo  inten- 
dere a' senatori  in  pieno  consiglio,  come   essi   per  pubblico 
e  comune  benefìcio  aveano  fatto  la  pace  con  Mastino;  alla 
quale  se  essi  voleano  acconsentire,  farebbono   dar   loro ,  e 
confermar  da  Mastino  e  dal  comune  di  Lucca  tutte  le  castella 
che  i  Fiorentini  tenevano  de' Lucchesi.  Queste  erano  Fucec- 
chio,  Castelfranco,  Santacroce,  Santa  Maria  a  Monte  ,  Mon- 
topoli,  Montecatini,  Monsommano,  Montevcttolino,  Burano, 
e  Castelvecchio  ;  parte  delle  quali  erano  in  Valdarno,   parie 
in  Valdinievole,  e  alcune  in  Valle  di  Lima.   E  se   non  vo- 
levano di  ciò   contentarsi,   che  parea  pur  loro  che  fosse  di 
dovere,  facessero  a  lor  modo  ;  perchè  i  Veneziani  in  quanto 
a  essi  non   poteano   ritirarsi   dalla  pace  fatta.    Poche   cose 
sentì  quel  senato  più  gravi,  parendogli  esser  maggior  ingiu- 
ria  questa   che   ricevevano  ora  da' Veneziani  ,  che   non  era 
stalo  r  offesa  ricevuta  già  da  Mastino  :  onde  furono  diverse 
opinioni  tra' padri  del  parlilo  che  s'avesse  a  pigliare.  Molti 


326  dell'istorie   FIORENTIM! 

eran  d'opinione  che  in  conto  nessuno  s'avesse  a  far  cosi 
vituperosa  pace  ;  ma  che  le  forze  che  s'  erano  tenute  im- 
piegale nella  lega  si  volgessero  tutte  a  Lucca,  e  quivi  si  fa- 
cesse ogni  estremo  sforzo;  perciocché  Mastino  indebolito 
di  danari  e  di  riputazione  non  avrebbe  lungo  tempo  potuto 
resistere  alle  lor  arme.  Oltre  che  la  pace  con  un  vicino  tato 
non  sarebbe  mai  stata  sicura  ;  ed  esser  meglio  in  così  fatti 
casi  l'inimicizia  scoperta,  che  un'amicizia  poco  fedele.  Co- 
loro che  non  si  lasciando  trasportare  dall'impeto  dell'ira, 
consideravano  le  cose  più  maturamente  ,  mostravano  come 
la  Repubblica  era  in  debito  di  qualtrocentocinquantaraila  scu- 
di ,  le  spese  fatte  in  Lombardia  per  la  lega  e  in  Toscana 
per  r  acquisto  d'  Arezzo  essere  slate  grandissime ,  Mastino 
avendo  dato  Trivigi  a'  Veneziani,  di  ragione  dover  esser  ri- 
cevuto nella  lor  protezione,  onde  1'  entrar  di  nuovo  in  una 
guerra  di  simil  qualità  esser  di  sommo  travaglio ,  e  di  non 
minor  pericolo.  Miglior  consiglio  essere  posarsi  alquanto,  e 
doversi  contentare  per  ora  dell'  acquisto  d'  Arezzo  e  di  tante 
altre  castella  poste  nel  cuor  di  Lucca.  Rinfrancatisi,  e  respi- 
rata un  poco  da  tante  spese  la  città,  non  mancar  tempo  e 
opportunità  di  vendicarsi  del  nimico.  Giudicar  bene  esser 
cosa  necessaria  di  mandar  ambasciadori  a  Vinegia,  e  far  ogni 
opera  perchè  i  primi  patti  della  lega  si  dovessero  osser- 
vare, o  migliorar  almeno  il  partito  delle  castella:  ma  quando 
niuna  di  queste  cose  s' ottenesse,  dover  in  ogni  modo  ac- 
cettar la  pace,  secondo  le  cose  proposte.  La  qua!  sentenza 
restata  in  piede ,  furono  mandali  ambasciadori  a  Vinegia 
Francesco  de'  Pazzi,  Alesso  Rinucci  doitor  di  leggi ,  e  Ja- 
copo Alberti  ;  ma  non  avendo  potuto  disporre  i  Veneziani 
all'osservanza  de' primi  patti  ,  li  condussono  ad  arrogere  alle 
castella  già  delle  Pescia,  Buggiano,  il  Colle  e  Altopascio  ',  e  il 
ventiquattresimo  giorno  di  gennaio  dell'anno  1339,  «che  in 
«  Firenze  era  podestà  Niccolò  de' Tabula  da  Ferrara,  e  capi- 
«  tano  del  popolo  Giovanni  di  Vigonza  da  Padova  »  fu  con- 
fermala la  pace  tra  le  due  repubbliche  e  Mastino  «  nella 
«  chiesa  di  S.  Marco  alla  presenza  Ira  gli  altri  di  Andrea  pa- 

I   Neir  origia;ile  si  legge  soUmeute  ;  Asciano  e  'l    Colte    posto  so- 
pra Buggiano  ec. 


LIBRO   OTTAVO.  327 

«  triarca  Gradense  primato  di  Dalmazia,  di  Niccolò  vescovo 
«  Castellano,  Piero  vescovo  Equilinio,  e  di  Andrea  vescovo 
«  Caprulense  e  i  tre  ambasciadori  fiorentini,  poiché  come  sin- 
«  daci  della  Repubblica  a  farne  il  contratto  v'  intervennero 
«  Cipriano  Gianni  e  Dietifeci  di  ser  Michele  notaio.  I  patti 
«  furono:  che  gli  Scaligeri  dessero  al  comune  di  Firenze  i 
«  castelli  di  Pescia,  di  Buggiano,  del  Colle,  e  di  Altopascio 
«  con  le  loro  fortezze  e  giuridizioni,  gii  abitanti  de'  quali 
«  luoghi  non  potessero  per  le  cose  passale  esser  molestati. 
«  Al  comune  di  Venezia  la  città  di  Treviso  con  tutte  le  ca- 
«  stella,  con  lasciar  che  i  sudditi  delli  Scaligeri  potessero 
«  godere  i  beni  che  vi  aveano.  Dessero  ancora  a'  Veneziani 
«  il  castello  di  Baldo  con  lasciar  libero  il  transito  sopra  1'  Adi- 
«  ce  ,  e  si  levassero  la  catena  e  '1  rastrello  dai  ponte  ,  e  il 
«  castello  e  fortezza  di  Bassano.  Che  dalli  Scaligeri  fosse 
«  lasciato  libero  il  passo  alle  barche  sopra  del  Po  e  ad  Ostia, 
«  né  altrove  fosse  fatto  pagar  cosa  alcuna  per  qualsivoglia 
«  mercanzia  che  portassero.  Che  i  patti  antichi  tra' comuni 
«  di  Venezia ,  di  Verona  e  di  Vicenza  fossero  osservati.  E 
«  che  i  danni  fatti  avanti  la  guerra  alle  chiese,  monasteri  e 
«  sudditi  de' Veneziani,  non  passando  corta  somma,  e  con 
«  altre  condizioni,  fossero  rifatti ,  e  lo  stesso  si  facessero  de! 
«  tolto  dagli  ufiziali  de'  Veneziani  a'  sudditi  delli  Scaligeri. 
«  Che  Ubertino  da  Carrara  signore  di  Padova  fosse  incluso 
'<  nella  pace  con  il  castello  di  Bassano  e  castcl  di  Baldo  da- 
«  tigli  ultimamente  da' Veneziani.  I  quali  Veneziani,  Pado- 
«  vani,  e  Trivigiani  polesser  godere  i  beni  che  aveano  nel 
«  dominio  delli  Scaligeri.  Che  il  vescovo  di  Parma  godesse 
«  liberamente  de' beni  gìuridizionali  e  onori  dovuti  al  suo 
«  vescovado,  come  faceva  avanti  che  li  Scaligeri  fossero  si- 
«  gnori  di  quella  città.  Che  i  Rossi  e  Lupi  di  Parma  fossero 
«  inclusi  nella  pace  con  godere  de'  loro  castelli  e  beni  che 
«  vi  aveano  conforme  facevano  avanti  la  signoria  delli  Sca- 
«  ligeri ,  con  essere  esenti  con  le  lor  famiglie  da  ogni  gra- 
«  vezza ,  tanto  in  Parma  che  nell'altre  signorie  delli  Scali- 
'<  gerì  ;  e  a  Rolando  de'  Rossi ,  subito  che  avesse  accettata 
'i  questa  pace,  fossero  pagati  dalla  camera  di  Parma,  o  da- 
-<  gli  stessi  Scaligeri,  cento  fiorini  d'oro  il  mese,  e  a  An- 
«  dreasso  de'  Rossi  cinquanta^  lor  vita  durante.  Che  il  cavaliere 


328  dell'  istorie  fiorentine 

«  Vivano  de'Vivaij  possedesse  tulli  i  castelli  e  luoghi  che 
<(  possedeva  avanti  V  invasione  falla  da  lui  nel  borgo  di  Vi- 
ce cenza,  e  che  erano  de' suoi  antenati,  né  i  Vicentini,  ne 
<(  quelli  che  aveano  seguitalo  il  Vivario  in  quella  invasione, 
«  potessero  patirne  in  alcuna  maniera ,  ma  fossero  liberi  da 
c(  ogni  bando  e  esenti  per  cinque  anni  da  ogni  gravezza  , 
'I  con  godere  i  lor  beni ,  e  al  Vivario  fossero  pagati  cento 
((  fiorini  d'oro  il  mese  dell'entrate  di  Vicenza,  con  stare 
((  dove  più  gli  tornasse  comodo.  Che  gli  uomini  di  Mon- 
«  liccio  maggiore  fossero  liberati  da  ogni  bando  e  pena  per 
«  la  ribellione  falla  a' signori  della  Scala,  e  per  dieci  anni 
«  da  ogni  gravezza,  e  per  cinque  da  ogni  molestia  da' lor 
«  creditori.  Che  il  vescovo  di  Vicenza  avesse  la  possessione 
«  di  tutti  i  suoi  beni  con  la  giuridizioiie  temporale  e  spiri- 
«  tuale  come  avea  prima,  non  intendendo  del  temporale 
«  sopra  Vicenza.  Che  il  castello  di  Morostoge  restasse  nelle 
«  mani  e  forze  del  cavaliere  Siro  da  Castelnuovo ,  il  quale 
«  co' suoi  fratelli,  nipoti,  e  luoghi  fosse  incluso  nella  pace. 
«  Che  Alberto  della  Scala  subito  consegnalo  la  città  di 
«  Trevisi  e  i  castelli  a' comuni  di  Venezia  e  di  Firenze 
«  fosse  liberato  e  condotto  salvo  nella  città  di  Verona  o  di 
«  Vicenza  come  più  li  piacesse.  Che  tutti  i  prigioni  fossero 
((  da  tulli  liberati.  Che  Mastino  e  Alberto  restassero  liberi 
a  signori  della  città  di  Verona,  di  Vicenza,  e  di  Parma  ,  e 
«  loro  distretti,  salvo  i  luoghi  de' Rossi,  e  degli  altri  nomi- 
'(  nati.  Rimanessero  ancora  signori  della  città  di  Lucca  e  suo 
«  distretto,  eccettuatone  quei  luoghi  che  avanti  la  guerra  , 
«  e  allora  si  tenevano  per  il  comune  di  Firenze ,  e  eccet- 
«  lualone  le  terre  e  fortezza  di  PesciaTdi  Buggiano  ,  del 
«  Colle,  e  d'Altopascio  da  darsi  a' Fiorentini.  Che  i  prin- 
«  cipi  Carlo  primogenito  del  re  di  Boemia  e  Giovanni  duca 
<(  di  Carintia  suo  fratello  che  sono  stati  in  lega  co' comuni 
«  di  Venezia  e  di  Firenze  ,  fossero  inclusi  nella  pace  con 
«  le  città  di  Feltro,  e  di  Belluno,  e  loro  castelli,  terre, 
«  luoghi  e  fedeli.  Che  Azzo  Visconti  signor  di  Milano,  Obizo 
«  e  Niccolò  marchesi  d'Este  signori  di  Ferrara  e  di  Mo- 
«  dena,  Luigi  da  Gonzaga  con  i  figliuoli  signori  di  Mantova 
«  e  di  Reggio,  Ostasio  da  Polenta  signor  di  Ravenna  e  di 
«  Cervia,  e  Siro  di  Caldenazo,  ovvero  di   Castelnuovo   fos- 


LIBRO    OTTAVO.  329 

«  sero  compresi  nella  pace  come  aderenti  de' comuni  di  Ve- 
«  nczia  e  di  Firenze;  e  lo  stesso  seguisse  de' signori  di 
'(  Castelbarco,  di  Federigo  e  fratelli  marchesi  di  Villafranca, 
«  di  Francesco  degli  Ordelafiì  signor  di  Forlì  e  di  Cesena  , 
«  de' Beccaria  da  Pavia  ,  di  Pallavicino  e  de'fìgliuoli,  di  Spi- 
«  netta  marchese  Malespina,  e  de'  nobili  di  Correggio  e  di 
«  Fogliano  ,  i  quali  aveano  aderito  e  prestato  aiuto  alli  Sca- 
«  ligeri.  E  per  l'osservanza  di  questa  pace  fu  messo  pena 
«  centomila  fiorini  d'  oro.  La  qual  pace  tornati  gli  ambascia- 
«  dori  a  casa  a' 7  di  febbraio,  e  avuta  la  consegnazione  delle 
«  castella  fu  poi  pubblicata  l'undecimo  dì  di  quel  mese,  con 
«  tanta  poca  soddisfazione  de'  Fiorentini  ;  a'  quali  crebbe 
K  ancor  più  per  trenlunoraila  scttecentodicianiiove  ducati  cin- 
«  que  grossi  e  piccioli  diciasetto ,  che  pretendevano  i  Vene- 
«  ziani  dover  aver  da  loro,  ed  essi  allegavano  aver  contri- 
«  buito  per  la  guerra  ducati  quattrocentosettanlottomila  tren- 
«  tanove,  grossi  otto  e  piccioli  diciaselte ,  da  che  nacquero 
((  poi  rappresaglie,  e  convenne  a'  Fiorentini  di  pagarli  '  ».  In 
questo  modo  a  capo  di  dieci  anni  fu  terminata  per  allora  la 
guerra  di  Lucca  ;  la  quale  rifiutata  e  desiderata  oltre  ogni 
dovere  con  eguale  pazzia  sarebbe  stata  meno  disavventurata 
alla  Repubblica ,  se  con  pessimo  consiglio  indi  a  poco  tempo 
non  fosse  stata  ripigliata  la  guerra  di  nuovo ,  perchè  si  co- 
noscesse ne'Fiorentiui  con  così  chiara  esperienza  esser  vero 
quel  peccato  della  natura  umana ,  che  gli  uomini  sono  tanto 
ardenti  a  conseguir  quello  a  che  non  possono  aggiugnere , 
quanto  spesse  volte  sono  lenti  a  pigliar  quello  che  possono 
avere. 

'  I  Capitoli  di  detta  pace  sono  taciati  dal  Tccchio  Ammirato  ,•  il 
quale  dice  solamente  :  J'u  confermata  la  pace  Jra  le  due  repubbliche^ 
e  Mastino  ;  la  quale  tornati  gli  ainbasciadori  a  casa  il  dì  7  yeb- 
braio  ,  ed  avuto  la  consegnazione  delle  castella  ^  J'u  poi  pubblicata 
V  undecimo  dì  di  quel  mese  ^  con  tanta  poca  soddisjazione  de""  Fio- 
rentini (  ai  quali  increbbe  ancor  più  per  trentaseimila  fiorini  cht 
pretendevano  i  Veneziani  dover  aver  da  loro,  ed  essi  allegavano  non 
esser  più  che  venticinque  )  che  ne  nacquero  poi  rappresaglie ,  e  ri- 
mase sempre  poca  confidenza  tra  l'nn  comune  e  l'altro. 


DEH'  ISTORI  FIOREJITIl 

DI 

SCIPIOIVE   AMMIRATO 

LIBRO   NONO 
Anni  1339-1343. 


/m  danni  pubblici  s'aggiunsono  prestamente  i  privali,  avendo 
la  famosa  compagnia  de' Bardi  e  Peruzzi,  ricchissimi  sopra 
tutti  i  mercatanti  de'  Cristiani ,  incomincialo  a  crollare.  Co- 
storo tenendo  in  mano  le  rendile  del  regno  d' Inghilterra ,  e 
essendo  allora  quel  re  intrigalo  nelle  guerre  co' Francesi,  si 
trovarono  creditori  della  corona ,  i  Bardi  di  cenlottantamila 
marchi  di  sterline,  i  Peruzzi  di  centotrenlacinquemila  ,  che 
facevano  la  somma  di  un  millione  e  Irecentosessantacinque- 
mila  fiorini  d'  oro.  Onde  per  il  danno  di  molti  altri  racrca- 
Unti,  che  come  piccioli  rivi  entravano  in  questo  gran  mare, 
il  male  divenne  tosto  pubblico,  e  in  particolare  la  città  di 
Firenze  e  i  suoi  cittadini  ne  sentirono  allora  ,  e  molto  più 
nppresso,  gran  nocumento.  Era  già  nuovo  gonfaloniere  Tad- 
deo dell' Antella,  quando  Mastino,  perchè  si  vivesse  in  con- 
tinuo sospetto,  venne  a  Lucca.  Né  la  città  si  guardò  mai  con 
tdnla  cura,  e  ciascuno  delle  castella,  che  erano  alle  fron- 
tiere .  quanto  allora.  Così  avea  fatto  cauti  i  Fiorentini  il  pro- 
cedere poco  sincero  di  quel  principe  ;  benché  egli  ,  cavato 
daLiirchesi  ventimila  fiorini  d'oro  per  una  nuova  imposizione 
latta,  se  ne  fosse  spacciaiamciite  tornato  a  Verona.  Ne' li- 
bri del  comune  trovo  che  in  questo  tempo  si  dettero  a'Fio- 


332  dell'istorie  fiorentine 

«  rentiui  le  castella  che  restavano  in  Valdinievole,  come  Sti- 
«  gnano  ,  il  borgo  di  Buggiano  ,  Massa ,  Cozzile ,  Uzzano  e 
«  |Joi  anche  Avelhno;  e  ancora  che  la   guerra  fosse  finita  fu 
«  data    la   carica  di  capitano  generale  a  Iacopo  de' Gabrielli 
te  d'Agubbio  ».  11  resto  di  quella  primavera  si  slette  quiela- 
lamente.  talché  nel  gonfalonerato  di  Barlolortìrtico  Sirainelti 
la  terza  volta  non  accadde  cosa  degna  di  memoria,  «  se  però 
«  non  fossero  le  doglicnzc  de'  Perugini  arrivale  in   senato . 
«  che  Neruccio  bastardo  de'  conti   di  Sartiane  soldato  della 
«  Repubblica  con  alcuni  Aretini  avea  in  quei  giorni  cercato 
«  di  torre  lor  Chiusi;  e  se  bene  era  slato  con  gli  altri  messo 
«  in  fuga ,  e  cosi  restato  burlalo ,  pregavano  in  ogni  modo 
«  i  senatori  a  volerlo  far  gastigare-  Fu  risposto   che   Ncruc- 
«  ciò  non  era  più  al  soldo  della   Repubblica  ;   ma  che   per 
«  dar  lor  gusto  aveano  ordinato  che  in  Firenze  e  in  Arezzo 
«  ne  fosse  falla  inquisizione  e  dato  gastigo  a'  delinquenti  ». 
Bene  n'accaddero  '  in  quello  di  Consiglio  d'  Ughi:  nel  qual 
tempo  i  Romani  avendo  fatto  pace  in  fra  di  loro  ,    essendo 
in  contesa  la  nobiltà  e  il  popolo ,  mandarono  loro  ambascia- 
dori  a  Firenze ,  pregando  quella  RepubbUca  a  fare  lor  copia 
delle  leggi  da  lei  fatte  sopra  lo  stato  de' grandi  e  del  popolo; 
acciocché  co'  medesimi  ordini    si  potessono   governare   an- 
cora essi.  A  tale  scherzo  della   fortuna   sono   sottoposte    le 
cose    umane  ;  che  la  Repubblica  domatrice    e  dominatrice 
dell'  universo  ,  spogliata  di  senno  e  di  valore  ricorresse  a  un 
debol  popolo,  a  tanta  comparazione,  per  esser  retta  da  quello, 
e  ammaestrata.  Questi  discorsi  si  facevano   allora ,   ma   chi 
volea  in  un  medesimo  tempo  favorire  i  Fiorentini,  e  scusare 
i  Romani,  dicevano    non   esser  cosa  nuova  che  i  Romani 
in  molte  cose  si  servissero  dell'  industria   e  dell'  invenzione 
de' Toscani;  avendo  infin  da' suoi  primi  principj   molti   co- 
stumi appreso  ,  e  molti  ordini  intorno  i  fatti  militari   e  in- 
torno la  religione  da  quella  provincia  :  e  nel  colmo  della  sua 
grandezza  aver  i  più  nobili  senatori  tenuti  i  loro  figliuoli  in 
Toscana  per  apprender  la  lingua  ;  nella   quale   erano    scritti 
i  riti,  le  leggi,  i  costumi  e  1'  osservanze  de'sacrificj,  degli 

'  Sottintendi:  iof:e  deiine  di  tnemorin;  senso  interrotto,  al  solito, 
dalla  giunta. 


LIBRO   NOXO.  333 

augurj ,  e  di  lutto  il  nervo  dell'  antica  religione.  La  Uepub- 
blica  mandò  per  suoi  ambasciadori .  perchè  Je  cose  proce- 
dessero con  maggior  aiilorilà ,  gli  ordini  sopra  i  grandi  al 
senato  e  popolo  romano.  Ma  la  mala  soddisfazione  della  pace 
fatta,  il  dubbio  del  credito  di  così  ricchi  cittadini,  e  l'anno 
che  incominciava  ad  essere  molto  caro  per  la  mala  ricolta, 
facca  interpretare  a' Fiorentini  alcuni  segni  del  cielo  a  cat- 
tivi augurj ,  essendo  natura  degli  animi  afflitti  il  prender  a 
male  ogni  cosa;  perchè  la  città  fu  tosto  ripiena  d'ansietà, 
ancorché  altra  novità  non  fosse  apparila,  se  non  che  a' 7  di 
luglio  il  sole  dopo  il  merigge  era  alquanto  oscuralo  :  e  ne'primi 
giorni  d'agoslo  essendo  stati  grandi  tuoni  e  baleni,  una  saetta 
caduta  sulla  porta  a  S.  Gallo  dopo  aver  abbattuto  un  merlo, 
p  arso  dell'uscio  della  porla,  avea  fulminato  tre  uomini. 
Prese  in  questo  timore  il  gonfaloneralo  Forese  da  Rabatta,  «  a 
«  cui  comparsero  lettere  de' 17  d'agosto  di  Giovanni  vescovo 
«  di  Novara,  e  di  Lucchino  de' Visconti  suo  fratello,  nelle 
«  quali  gli  davano  conto ,  che  la  sera  avanti  era  morto  Azzo 
«  signor  di  Milano  ,  e  che  quel  giorno  essi  avean  preso 
«  quella  signoria  '  »  ;  ma  non  per  questo  si  toglievano  dal- 
l'animo  il  terrore  de' successi  prodigi,  essendo  di  nuovo 
venuti  maggiori  tuoni,  e  uno  tra  quelli  aver  percosso  la 
torre  del  palagio  del  popolo.  Per  questo  i  padri  provedendo 
a'que'mali  clie  poteano  nascere  se  non  da' proprj  disordini 
almen  da' vicini ,  si  diedono  a  procurar  pace  e  concordia  tra 
molli  signori  romagnuoli,  non  mirando  più  a' Guelfi  che 
a'  Ghibellini,  essendo  quelli  di  Forlì,  di  Cesena,  d'Ariraino, 
e  di  Ravenna  in  gara  e  inimicizia  co' signori  di  Faenza, 
d' Imola ,  e  co'  conli  Guidi.  Fu  fatta  la  pace  tra  i  sindachi 
di  tutte  le  parli  in  sul  palagio  de' priori;  a'  quali  di  comune 
consentimento  s'  erano  rimessi.  Essendo  poi  tratto  gonfalo- 
niere Antonio  degli  Albizzi,  e  restando  pur  vivo  alcuno  ran- 
core tra'Fiorcnlini  e  Perugini  per  le  cose  d'Arezzo.  «  li  primo 
«  di  novembre  che  in  Firenze  era  podestà  Simone  di  M.  Cur- 

^  Qui  il  ijiovine  Ammirato,  per  farci  saper  poco  più  di  quel  che 
dice  lo  zio,  altera  il  testo:  il  quale  dice.  Prese  in  questo  timore  il 
gonfaloneralo  Forese  da  Rabatta^  a  cui  le  nof,'elle  venute  della  morte 
d'  Azzo  Fisconti^  e  d'  essergli  succeduto  all'  imperio  di  Milano  Lue- 
chino  suo  /'rateilo,  non  toglievano  dall'  animo  il  terrore  ec. 


334  dell'istorie  fiorentine 

*  rado  d'Ancona,  e  capitano  del  popolo  Monaldo  da  Biltonio, 
«  Francesco  vescovo  di  Firenze  essentlosi  messo  di  mezzo, 
«  fece  far  lega  in  Lucignano  Ira'  sindaci  dell'  una  ciltà  e 
«  dell'altra  per  dieci  anni  a  difesa  comune,  dichiarando  che 
«  tra  gli  amici  comuni  fosse  Rinieri  de'  Casali  signor  di 
«  Cortona,  avendo  i  Perugini  ceduto  prima  per  mezzo  dello 
«  stesso  vescovo  a' Fioreniini  ogni  ragione  che  pretendevano 
«  sopra  d'Arezzo,  e  i  Fiorentini  a' Perugini  quelle  che 
«  aveano  sopra  le  terre  di  Lucignano,  del  Monte  a  Sansa- 
«  vino,  di  Foiano ,  e  d' Anghiari.  Poi  nel  gonfalonerato  di 
«  Piuviccese  Brancacci  primo  della  sua  famiglia  veggendosi 
«  la  s'reltczza  dell'anno  circa  le  veltovaglic  esser  grande,  fu- 
«  rono  creali  ufìziali  a  provveder  la  città  di  grano  ,  e  a  Pisa 
«  fu  mandato  Tommaso  di  Diotaiuli  perchè  in  nome  del 
«  pubblico  facesse  compagnia  con  quelli  anziani  a  comprarne. 
M  E  cos'i  di  dicembre  fu  accordato  che  le  compre  fossero  a 
«  metà  per  ciascuna  città;  che  i  Fiorentini  non  ne  potessero 
«  comprare  nel  contado  di  Pisa  ne  in  porto  Pisano  o  a 
«  Livorno  ,  o  altro  luogo  di  spiaggia  pisana  da  vascello  dove 
«  non  ne  fosse  sopra  più  di   cinquecento   staja ,   e   che   di 

*  quello  che  comprassero  in  condurlo  a  Firenze  non  pagas- 
«  sero  gabella.  Che  i  Pisani  dovessero  tenere  armate  due 
«f  galee  per  un  anno  per  sicurezza  del  mare  a  loro  spese , 
«  due  ne  tenessero  a  frenello  in  Portopisano  o  in  Livorno, 
«  e  per  ajuto  di  detto  armamento  i  Fiorentini  gli  dessero 
«  cinquemila  fiorini  d'oro,  ogni  mese  la  rata;  che  non 
a  stando  le  dette  galee  armale  ,  o  mandandole  i  Pisani  ol- 
«  tre  Portovenere,  Corsica,  o  Civitavecchia  per  loro  negozi, 
«  i  Fiorentini  non  fossero  tenuti  a  pagar  cosa  alcuna.  E 
«  facendo  in  questo  tempo  per  altro  modo  alcun  guadagno 
«  n'andasse  la  terza  parte  in  diminuzione  di  quello  che  do- 
«  vesserò  i  Fiorentini  »  Con  tutte  queste  diligenze  perde  il 
comune  in  tal  Iraflìco  cinquantamila  fiorini  d'oro,  non  tanto 
per  la  valuta  de' prezzi,  quanto  per  quel  che  si  credette  per 
la  malizia  del  magistrato  che  ne  avea  la  cura,  il  quale  in- 
tendendosi con  Jacopo  Gabbrielli ,  fatto  presso  che  tiranno 
della  città ,  frodò  in  segnalala  somma  il  comune.  Fu  poi 
corretto  l'ordine  dell'elezione  de'priori;  parendo  che  il  modo 
che  si  tenea  prima  facesse  quasi  i  magistrati  a  vita  ,  per  ri- 


LIBRO   MONO.  335 

mettersi  i  nomi  degli  eletti  priori  di  borse  in  borse,  senza 
squarciarsi  mai,  e  dar  luogo  agli  altri.  Onde  nascevano  le 
querele  -di  coloro  i  quali  erano  tenuti  schiusi  dagli  ufici  '. 

In  questo  modo  si  diede  principio  all'anno  1340  «  essen- 
«  do  venuto  per  podestà  della  città  Maffeo  da  Poniecarali  da 
«  Brescia  »,  anno  calamitoso  quanto  allro  mai  fosse  slato  alla 
Repubblica ,  perciocché  in  esso  non  mancò  l' abbondanza 
di  tutti  que'mali  che  maggiormente  sogliono  affliggere  la  na- 
tura umana,  mortalità,  carestia,  e  guerre  civili  ^  «E  i  Tar- 
«  Iati  furono  i  primi  a  patirne,  perchè  o  non  potendo  vi- 
ti vere  dopo  la  data  della  città  d'  Arezzo  a'  Fiorentini  den- 
«  tro  a  quo' termini  circonscritti  loro,  o  non  essendo  la- 
«  sciati  vivere ,  come  quelli  che  apparivano  ancora  troppo 
«  potenti,  sì  per  il  numero  e  qualità  delle  persone,  come 
«  per   i   castelli   che   possedevano;   e  avendone   la   Repub- 

*  Che  gtiazfabiiglio  è  in  queste  giunte,  le  quali  interrompono  il 
senso ,  e  guastano  la  grammatica.  Il  testo  dice  così  :  Fu  J'atta  la  pace 
tra  ì  sindachi  di  tutte  le  parti  in  sul  palagio  de' priori ^  ai  quali  di 
eomune  consentimento  s'  erano  rimessi.  E  reggendosi  la  strettezza 
dell'anno  circa  la  vettovaglia  esser  grande ^  J'urono  creati  ufficiali 
a  provveder  la  città  di  grano.  Costoro  ne  J ecero  venire  per  mare  ^  e 
provvidero  che  il  popolo  non  perisse  affatto;  avendo  la  camera  per- 
duto in  quel  tiaffico  cinquantamila  fiorini  d'  oro  non  tanto  per  la 
valuta  de'  prezzi  quanto  per  quel  che  si  credette  per  la  malizia 
del  magistrato  ;  il  quale  intendendosi  con  Jacopo  Gabbrielli ,  fatto 
presso  che  tiranno  della  città,  JVodò  in  segnalata  somma  il  comune. 
Ed  essendo  poi  tratto  gonfaloniere  Antonio  degli  Alhizzi,  e  restando 
vivo  alcun  rancore  tra'  Fiorentini  e  Perugini  per  le  cose  d""  Arezzo 
si  Jece  di  nuovo  buona  amicizia  e  lega  tra  i  due  comuni  per  mezzo 
del  vescovo  di  Firenze  .^  quel  andò  i  Perugini  a'  Fiorentini  ogni 
ragione  dell'  acquisto  d'Arezzo,  e  i  Fiorentini  lasciando  liberi 
a'  Perugini  Lucignano  ,  Sansavinu  ,  e  l'  altre  castella  promesse.  Poi 
nel  gonfalonerato  di  Piuvichese  Brancaccio  primo  di  sua  J'amiglia , 
Jfu  corretto  V  ordine  dell'  elezione  de'  priori  ;  parendo  che  il  modo 
che  si  tenea  prima,  facesse  quasi  i  magistrati  a  vita,  per  rimet- 
tersi i  nomi  degli  eletti  priori  di  borse  tn  borse,  senui  squarciarsi 
mai,  e  dar  luogo  agli  altri.  Onde  nascevano  le  querele  di  coloro,  i 
quali  erano  tenuti  schiusi  dagli  ujìci. 

^  ;  e  come  tanti  mali  insieme  non  fossero  abbastanza ,  segni,  e 
presagi  di  ftture  angosce  per  una  cometa  ec-  Coil  il  vecchio  Am- 
mirato. 


336  dell'  istorie  fiorentine 

«  blica  bene  spesso  de'  faslidj  in  fargli  rappacificare  co'  vi- 
te Cini  '.  Trovo  che  il  primo  di  febbraio,  esbendone  stata 
«  data  balia  a  quaranta  cittadini  d'  Arezzo ,  con  la  qual  città 
«  i  Tarlali  erano  in  dispula  ,  alla  presenza  del  podestà  ,  e 
«  del  capitano  del  popolo,  e  di  Forese  da  Rabalta,  e  di 
«  Marco  Marchi  dottori  furono  accordati  di  nuovo  per  olio 
'(  anni  con  mollo  loro  scapilo;  obbligandosi  per  detto  tempo 
«  a  pagar  le  gabelle  come  gli  Aretini ,  a'  quali  lasciarono  in 
«  in  mano  fino  al  numero  di  diciaselle  caslella ,  con  riservo 
«  però  di  potervi  tenere  gli  ufiziali ,  i  quali  potessero  con- 
«  dennarc  e  assolvere  fino  a  venticinque  lire  conforme  alli 
«  statuti  d'Arezzo,  al  quale  comune  le  dette  terre  doveano 
«  per  S.  Donato  dare  il  cero.  E  perchè  i  Tarlali  eran  restati 
a  ad  avere  delle  paghe  de'  cavalli  e  fanti  promesse  loro,  di- 
ce chiararono  che  per  il  passato  e  per  gli  otto  anni  di  que- 
«  sto  accordo  la  somma  fosse  di  quarantamila  lire  danari 
«  usuali,  la  qual  somma  fosse  lor  pagata  a  cinquemila  lire 
«  l'anno  ».  Una  cometa  che  apparve  all'uscita  di  marzo  nel 
gonfaloneralo  di  maestro  Michele  medico  ,  per  la  supersti- 
zione e  curiosità  degli  uomini  variamente  inlcrpetrata,  dava 
da  sospettare  di  maggior  mali.  Ma  innanzi  ad  ogn'  altra  cosa 
la  pestilenza  era  quella  che  entrando  per  le  case  de' nobili 
parimente,  e  degl'ignobili,  e  non  perdonando  a  sesso  ne  a 
età  distruggeva  con  crudel  rabbia  la  misera  città.  Onde  non 
si  polca  per  luogo  o  per  contrada  alcuna  passare  ;  che  con- 
tinualmente  non  s'  udissero  i  pianti  de'  parenti  ,  e  i  mortori 
de' cittadini.  Questa  inOuenza  prendendo  forze  col  caldo  della 
stagione  fece  non  meno  infelice  e  infausto  il  gonfaloneralo 
di  Neri  di  Pagno;  a  cui  s'aggiunse  una  gragnuola  caduta  dal 
cielo  il  seslodecimo  giorno  di  maggio  si  grossa  e  spessa, 
che  avendo  a  guisa  d'una  grandissima  neve  coperto  tuttala 
terra,  guastò  i  frutti  che  s'  aspellavano  la  prossima  state. 
«  Questi  mali  non  solo  non  impedivano  che  si  pensasse  a 
«  far  del  bene,  ma  ne  davano  maggior  cagione.  Onde  a' 26 
«  d'aprile  s'  era  risoluto  col  vescovo  Francesco  di  far  la 
«  canonica  di  S.  Reparata  per  abitazione  de'  canonici  dalla 
«  banda  di  mezzo  di  verso  la  piazza  de'  Bonizi  ».  I  rimedi 

I  Io  questo  pezzo  manca  la  sintassi. 


LIBKO  NOXO,  337 

presi  allora  dalla  Repubblica  intorno  a'  mortori  furon  que- 
sti; che  come  il  morto  fosse  recato  alla  chiesa,  le   genti  si 
partissero  subilo  ,  essendosi   veduto  per  esperienza  che  ag- 
giunto air  affanno  del    dolore  il  disagio   del  caldo    e  1'  afa 
de'  panni  bruni  ne  facevano  ammalar  molti.  Appresso,  quello 
che   altre  volte    era  usato ,    fu   data  commissione   che   non 
andasse  banditore  per  morti ,  come  cosa  di  sommo  spavento 
non  meno  a'  sani  che  agli  ammalati.   Ma  perchè  la   provvi- 
denza umana  non  parca  che  a  ciò  bastasse,  continuando   la 
mortalità  tuttavia  con  maggior  impeto,  nel  gonfalooerato  di 
Naddo    Casini  il  vescovo   della   città   ordinò    che   generale 
processione  si  facesse  in  Firenze  ;  ove  benché  concorressero 
lutti  quelli   che  erano  sani,  accompagnando  con  torchi    ac- 
cesi il  miracolo  del  corpo  di  Cristo,  che  si  truova  a  S.  Am- 
brogio ,  la   rarità  nondimeno   de'  vivi  mostrava   il  notabile 
mancamento  de' morti;  e  la  pallidezza  di  coloro  che  di  corto 
erano  usciti  di  malattia,  o  di  fresco   erano   per  cadere   in- 
fermi, rendeva  un  crudo  e  miserabile  spettacolo  a  se    me- 
desimi. «  In  questo  spavento  della  città,  dov'era  venuto  ca- 
«  pilano  del  popolo  Offreduccio  da  Collefiorito,  stimarono  i 
«  padri  tempo  opportuno  a  riformarla  dalle  superfluità,  e  così 
«  a' 2  di  maggio  fu  ordinato  di  eleggere  cittadini  savi  e  di- 
«  scroti  per  riordinare  le  spese  che  si  facevano  nelle  nozze, 
«  conviti,  nel  far  cavalieri,  nelle  doti,  ne'  doni  che  si   fa- 
«  cevano  alle  spo«e ,  e  le  spese  de' mortori  ;   riforme   alle 
«  quali  era  posto  ninno  tanto  più  spesso  ,  quanto  che  1' am- 
«  bizione  degli  uomini  e  !a  vanità  delle  donne,  essendogli 
«  allentalo  punto  il  freno  della  pena,  trascorre,  ancorché  con 
a  la  propria  rovina ,  a  volersi  mostrar  sempre  grande  e  po- 
«  tenie.  Intanto  conforme  all'  obbligo  della  lega  del  35  fatta 
«  co'  Sanesi,    si  mandò  a  Staggia  Antonio   degli  Albizi   e 
«  Jacopo  degli  Alberti,  i  quali   co' sindaci  di  Siena   accor- 
«  darono  che  per  mantenimento  del  buono  slato  e  governo 
«  dell'una  e  dell'altra  repubblica,  sempre  che  1' una  fosse 
«  avvisata  dall'altra  di  correre  alcun  pericolo,  dovesse   su- 
«  bilo  la  richiesta  mandar  gente  d'  armi  per  soccorrerla ,  e 
«  uomini  per  consigliarla;  obbligandosi  in  occasione  di  con- 
«  giura  contro  al  governo  e  lo  stato  d'  alcuna  di   esse  ,   di 
«  farne  1'  altra  inquisizione  e  processo  come  fatta  contra  la 
Amm.  Vol.  II.  22 


338  dell' ISTORIK  FIORENTINE 

«  propria;  e  quando  fosse  occupato  luogo  dell'una,  1'  altra 
((  aiutarla  a  ricuperare,  con  star  tanto  nel  campo  a  ban- 
«  diere  spiegate,  quanto  ne  stessero  le  genti  del  comune 
«  che  avesse  a  far  la  ricuperazione  ».  Ma  non  scemando  in 
Firenze  il  male ,  il  quale  durò  infino  al  verno,  con  morte 
di  quindicimila  corpi  solamente  dentro  il  cerchio  delle  mura, 
senza  quelle  de'borghi  e  del  contado,  nuovi  segni  appariti 
turbarono  la  città;  la  quale  afflitta  per  le  battiture  di  co- 
tanti mali,  e  piena  di  religione,  tutte  le  ragioni  dell'  avver- 
sità riputava  dalla  mano  di  Dio-  I  signori  delia  moneta 
(  erano  gli  ufìziali  della  zecca,  i  quali  con  quelli  della  con- 
dotta de' soldati,  e  quelli  sopra  le  gabelle  erano  chiamati 
con  titolo  di  signori  )  mandando  a  offerire  un  ricco  cero 
a  S.  Giovanni  la  mattina  della  sua  festività  su  un  carroc- 
cio ,  stravolgendosi  subitamente  il  carro  senza  vedersene 
alcuna  cagione  su  i  gradi  della  porta  de'  priori ,  ruppe  e 
spezzò  bruttamente  ogni  cosa,  come  S.  Giovanni  disdegnasse 
ricevere  quel  dono.  Nella  medesima  mattina ,  e  nella  stessa 
solennità  cadde  un  palchetto,  ove  erano  i  cantori  e  cherici, 
che  uficiavano,  e  molti  ricevettono  danno  nelle  persone;  tal- 
ché il  popolo  sbigottito  diceva  chiaramente  ,  che  Iddio  era 
adirato  co'  Fiorentini  sprezzando  i  loro  sacrifici  e  i  loro 
voti.  Il  che  fu  tanto  più  leggermente  creduto ,  quanto  che 
in  meno  spazio  d'  un  mese  un  fuoco  appreso  in  Parione 
saltando  nella  ruga  di  S.  Brancazio,  ove  si  facea  l'arte 
della  lana  ,  arse  quarantaquattro  case  con  danno  notabile  di 
tutte  le  cose.  Per  questo  consultandosi  da'  senatori  in  che 
modo  si  potesse  placare  l' ira  d' Iddio ,  fu  per  conforto 
d' uomini  religiosi  proposto  che  si  dovesse  trar  di  bando 
alcun  numero  di  sbanditi ,  e  che  a'  figliuoli  pupilli  fossero 
restituiti  i  beni  de'  padri  ribelli.  Dietro  a  questi  ordini  uscì 
gonfaloniere  Giovanni  de' Medici  la  seconda  volta,  verso  il 
fine  del  cui  magistrato  benché  le  continue  morti  andasser 
mancando,  crebbe  nondimeno  la  carestia ,  non  ostante  tanta 
diminuzione  di  popolo  ;  il  che  facea  pensare  in  che  modo 
si  sarebbe  potuto  vivere,  se  non  fosse  mancata  tanta  gene- 
razione d'uomini:  sì  fattamente  che  parca  (come  suole  ac- 
cadere nelle  grandi  miserie ,  che  alcune  disavventure  a  rag- 
guaglio dell'altre  son  riputate  felici  ]  che  la  passata  pestilenzia 


LIBRO  NONO.  339 

fosse  stata  necessaria  ;  poiché  a  ogni  modo ,  se  colanti  uo- 
mini fossero  sopravvivati  infino  a  questo  tempo ,  si  sareb- 
bono  periti  di  fame;  e  similmente  slimavano  esser  slato 
utile  che  non  si  fosse  trovata  dovizia  di  frutte  ;  conciosia- 
cosachè  riempiendosi  i  corpi  famelici  di  colai  nutrimento 
avrebbono  prodotte  nuove  malattie. 

In  questi  medesimi  giorni  vennero  novelle  come  in  Vol- 
terra era  stata  guerra  civile,  e  che  Ottaviano  di  Belforte  cac- 
ciatone il  vescovo,  il  quale  era  della  contraria  fazione,  ben- 
ché nato  d'  una  sua  sorella,  se  ne  fosse  insignorito.  A'  quali 
romori  invidiando  per  avventura  i  Fiorentini ,  mostrarono 
prestamente ,  essendo  entrato  gonfaloniere  Taldo  Valori,  ra- 
mo de'  Rustichelli,  che  i  loro  ingegni  feroci  ninno  male  per 
grande  che  fosse,  può  interamente  domare.  Jacopo  Gabbrielli, 
ministro  altissimo  delia  rabbia  e  crudeltà  di  coloro  che  go- 
vernavano (i  quali  tenendo  lontani  dalla  Repubblica  non  solo 
i  due  ordini  de'  grandi  e  dell'  infima  plebe ,  ma  molti  del- 
l' istesso  ordine  popolare,  s' aveano  parlilo  il  reggimento  tra 
pochi)  fra  1'  infinito  numero  di  coloro  che  condennava  e  of- 
fendeva ogni  giorno  a  torto  in  avere  e  in  persona  ,  aveva 
finalmente  ingiuriato  due  nobilissime  e  principali  famiglie 
Bardi  e  Frescobaldi,  condannando  Jacopo  de'  Bardi  figliuolo 
di  Piero  in  seimila  lire  per  certa  lieve  offesa  fatta  ad  un  suo 
vassallo  da  Vernia,  che  non  era  del  distretto  di  Firenze  ;  e 
Bardo  Frescobaldi  in  lire  tremilaseltecento  per  conto  della 
Pieve  a  S.  Vincenzo;  oltreché  coslrigneva  Andrea  de' Bardi 
fratello  del  già  dello  Piero  a  rendi  r  Mangone,  che  egli  avea 
compralo  da'  comi  da  Porciano,  alla  Repubblica.  Per  la  qual 
cosa  non  potendo  1'  altiero  animo  di  costoro  per  la  nobiltà 
e  per  il  caldo  delle  ricchezze,  onde  gli  uomini  si  fanno  na- 
turalmente superbi  ,  sofferire  che  da  un  forestiere  ingiusla- 
raenle  e  a  contemplazion  di  gente  nuova,  come  essi  dicevano, 
fossero  in  questa  guisa  trattati  ,  di  vendicarsi  e  uscir  una 
volta  di  cotanta  tirannia  in  ogni  modo  proposono  ;  e  il  modo 
che  voleano  tener  fu  questo-  Aveano  tiralo  dalla  loro  molte 
famiglie  de'  grandi,  e  alcune  di  que'  popolani  che  non  erano 
ammessi  al  governo;  oltre  a  ciò  aveano  intelligenza  col  conte 
Mercovaldo,  e  altri  suoi  consorti  de'  conti  Guidi ,  co'  Tarlati 
d'Arezao,  co'  Pazzi  di  Valdarno ,  con  gli  Ubertini ,  con  gli 


340  dell'istorie  fiorentine 

Ubaldini,  co'Guazzagliotri  di  Prato,  co' Belforli  di  Volterra 
e  con  altri  molti.  Tutti  costoro  doveano  venire  con  gente 
armata  a  pie  e  a  cavallo  in  gran  numero  a  un  giorno  deter- 
minato a  Firenze.  Il  che  dovea  essere  nella  solennità  del 
giorno  de'  morti,  quando  il  popolo  diviso  per  le  chiese  sì 
trovava  occupalo  in  pregar  Iddio  per  le  anime  de'  suoi  pa- 
renti. Quel  che  doveano  fare  era  levar  subitamente  il  romo- 
re,  correr  la  terra,  ammazzare  il  capitano  insieme  co' primi 
di  quelli  che  reggevano,  e  abbattendo  Y  uficio  de' priori  in- 
trodurre in  Firenze  nuova  forma  di  reggimento.  Il  che  era 
per  riuscire  facilmente,  se  Andrea  de' Bardi  (come  il  più 
delle  volte  interviene  in  tutli  i  partili  pericolosi,  ove  altri 
ha  tempo  di  far  lungo  discorso  )  mosso  più  dalla  paura  della 
pena,  che  dalla  speranza  della  vendetta,  non  avesse  il  filo  di 
tutta  la  congiura  scoperta  a  Jacopo  Alberti  suo  cognato ,  il 
quale  1'  anno  addietro  era  stato  ambasciadore  a  Vinegia  ,  e 
era  de'  primi  cittadini  tra  coloro  che  reggevano.  Costui  rife- 
rita la  congiura  a'  priori,  e  i  priori  a  tutto  il  senato  insieme, 
subitamente  fu  ogni  cosa  di  gelosia  e  di  sospetto  ripiena;  e 
nella  considerazione  della  grandezza  del  pericolo  fu  con  la 
medesima  prestezza  dato  ordine,  che  ciascuno  d'  arme  e  di 
gente  si  provvedesse,  e  slesse  apparecchiato  a  ogni  delibe- 
razione del  senato.  Era  venuto  il  dì  d'  Ognissanti,  e  si  sa- 
peva che  non  più  lardi  che  la  mattina  seguente  ,  doveano 
a'  congiurati  venire  i  loro  aiuli  ;  perchè  ragunali  i  senatori , 
e  coltro  i  quali  participavano  del  governo  nel  palagio  pub- 
blico, incominciarono  a  disputare  del  parlilo  che  s'avesse  a 
a  pigliare  ;  la  miglior  parte  volea  che  si  sonasse  la  campana 
e  il  popolo  all'  armi  si  convocasse ,  e  con  quello  le  case 
de'  Bardi  si  combattessero,  e  vivi  o  morti  si  cercasse  d' avere 
i  traditori  in  mano.  A  Taldo  Valori  gonfaloniere  e  a  Fran- 
cesco Salviali,  il  quale  era  uno  de'  priori,  o  per  amicizia,  o 
per  parentado  che  avessero  con  alcuno  de'  congiurati ,  o 
perchè  così  slimassero  veramente  esser  da  procedere,  parca 
lutto  il  contrario;  allegando  non  esser  uficio  di  prudenti 
governatori  per  ogni  piccola  e  leggier  relazione  metter 
l'armi  in  mano  del  popolo;  dover  prima  tenersi  la  via  ci- 
vile, citar  i  congiurali,  e  quando  essi  non  comparissero,  o 
facesscr  movimento  alcuno,  allora  passar  a  più  severe  deli- 


LIBRO  NONO  341 

berazioni  ;  conciò  fosse  cosa  facilissima  aprir  la  porta  agli 
scandali,  ma  serrarla  non  esser  in  potestà  di  ciascuno.  Delle 
quali  parole  fallo  pochissimo  conto,  anzi  presi  a  sospetto  ti 
Valori  e  il  Salviati,  s'  andò  con  violenza  a  sonar  la  campa- 
na. Al  cui  suono  in  poco  spazio  di  tempo  infinita  moltitu- 
dine di  popolo  chi  a  pie  e  chi  a  cavallo  armalo  sotto  i  suoi 
gonfaloni  trasse  alla  piazza  de'  signori,  gridando  con  altissi- 
me voci  che  i  traditori  fosser  tagliati  a  pezzi.  E  perchè  la 
furia  non  impedisse  i  buoni  consigli,  fu  spacciatamente  dato 
ordine,  che  tulle  le  porte  della  città  si  serrassono,  e  da  po- 
polani confidenti  sollecitamente  si  guardassero,  perchè  l'aiuto 
promesso  a'  congiurati  non  fosse  ricevuto  dentro.  I  congiu- 
rati veggendosi  innanzi  il  tempo  scoperti',  e  per  questo  nel 
soccorso  di  fuori  non  dover  porre  alcuna  speranza,  e  da  molli 
di  quelli  di  dentro  che  avean  promesso  d'  esser  con  loro, 
per  lo  subilo  caso  esser  abbandonati ,  a  prima  vista  si  sbi- 
gollirono  ;  poi  fatto  animo  tra  loro,  deliberarono  di  difender 
gagliardamenle  il  sesto  d' Oltrarno ,  abbruciar  i  due  ponti  di 
legname,  per  i  quali  in  esso  s'  entrava,  che  ancora  non  erano 
dopo  il  diluvio  fatti  di  pietra,  guardar  gli  altri,  e  metter  in 
somma  tanto  tempo  in  mezzo,  che  il  soccorso  fosse  venuto; 
il  quale  forzando  eglino  le  porle  di  questo  sesto,  averebbono 
con  non  molla  fatica  potuto  introdurre.  Ma  avendo  il  popolo 
di  là  d'  Arno  prese  1'  armi  in  favor  de'  priori  ,  si  trovarono 
fuor  della  loro  opinione  colli  in  mezzo  dagli  avversari,  i 
quali  insignoritisi  de'  ponti  ,  tolsono  loro  quella  prima  spe- 
ranza d'  aver  a  difendere  tutto  il  sesto  d'  Oltrarno.  Nondi- 
meno si  rilrassono  combattendo  nella  via  de' Bardi;  la  quale 
essendo  molto  forte  per  esser  da  un  lato  difesa  dal  fiume,  e 
dall'  altro  dall'  altezza  de'  palagi  e  dall'  arme  loro,  allendeano 
valorosamente  a  guardare.  E  era  la  conlesa  per  durar  lungo 
tempo;  perciocché  Jacopo  Gabbrielli,  come  è  la  natura  degli 
uomini  vili,  che  nella  quiete  sono  crudeli  e  ne'  pericoli  pau- 
rosi, circondalo  da'  suoi  armati ,  non  ardiva  d'  abbandonar  la 
piazza  de'  priori,  non  dava  ordine  che  la  cavalleria  andasse 
a  combatter  le  case  de'  Bardi,  né  persuadeva  che  il  popolo 
si  fermasse  o  andasse  oltre  ;  se  non  che  tulio  stupido,  e  pau- 
roso della  morte  parca  uscito  del  senlimento.  La  virtù  d'un 
solo  uomo ,  senza  abbruciamcnto  di  case ,  senza  ruberia  di 


3*2  dell'  istorie  fiorentine 

beni,  e  senza  spargimento  di  sangue  lolse  allora  salutevol- 
mente e  con  molta  sua  lode  queir  inviluppo  Questo  fu  Maf- 
feo da  Ponte  Curradi  bresciano  ,  podestà  di  Firenze,  il  quale 
posponendo  il  pericolo  della  propria  salute  alla  pubblica,  con 
pochi  armati  a  cavallo  si  pose  a  passar  il  ponte  Rubaconte, 
ove  era  maggiore  l' impelo  e  la  forza  de'  Bardi.  Ed  essendo 
venerabile  per  la  presenza,  ma  molto  più  per  le  sue  buone 
qualità,  distendendo  la  mano  disarmata,  e  facendo  segno  che 
si  posassero,  fece  a  un  tratto  fermar  1'  armi  ;  e  essendoglisi 
ragunati  attorno  quasi  tutti  i  capi  de'  congiurati,  i  quali  eran 
corsi  a  vedere  quello  che  egli  voleva  dire,  parlò  loro  in 
questa  maniera.  Se  io  avessi  offeso  alcuno  di  voi,  o  nobilis- 
simi cittadini  ,  o  da  alcuno  di  voi  fossi  io  stalo  offeso ,  men- 
tre io  mi  sono  trovato  nel  magistrato,  che  voi  mi  avete  con- 
ceduto nella  vostra  città,  certa  cosa  è  che  io  non  sarei  venuto 
quasi  disarmato  a  mettermi  nel  cuore  e  nel  nervo  delle  vo- 
stre forze  ;  perciocché  o  il  desiderio  di  vendicarvi  essendo 
stati  offesi  ,  o  il  sospetto  di  non  esser  da  me  ingannati  es- 
sendo stali  oflfenditori ,  v'  avrebbe  mosso  a  volger  le  vostre 
arme  contro  la  persona  mia.  Per  la  qual  cosa  siccome  la  mia 
innocenza  ha  fatto  me  sicuro  a  venirvi  a  ragionare  nel  mezzo 
delle  vostre  armi ,  così  desidererei  che  la  coscienza  vostra 
del  non  avermi  mai  fatto  dispiacere ,  facesse  credere  a  voi 
che  io  non  per  altro  sono  qui  venuto  a  parlarvi,  che  per  be 
neficio  vostro  ;  perciocché  gli  uomini  ordinariamente  si  met- 
tono a  far  mal  uficio  a  coloro  da'  quali  hanno  ricevuto  al- 
cuna offesa,  e  solo  gli  animi  efferati  e  bestiali  procurano 
male  a  quelli  da  cui  niun  danno  e  oltraggio  riconoscono.  Se 
voi  dunque  avete  tal  credenza  di  me,  fate  a  mio  senno ,  ri- 
ponete giìì  quest'  armi  ,  non  più  nocive  a'  vostri  avversari 
che  a  voi  medesimi,  non  dico  quando  voi  perdeste,  siccome 
vedete  d'  avere  a  fare,  ma  quando  foste  certi  d'  avere  a  vin- 
cere. Sperate  voi  che  ninna  delle  vostre  case  abbia  ad  esser 
lieta  vincendo?  Certo  avendo  voi  in  casa  donne,  nuore  e 
cognate  del  sangue  di  costoro,  contra  i  quali  avete  prese  l'ar- 
me, io  non  veggo  in  che  maniera  dopo  questa  vittoria  ab- 
biate ad  esser  lieti ,  mentre  elleno  piagneranno  i  padri ,  i 
fratelli,  i  nipoti  e  gli  altri  loro  congiunti  uccisi  da  voi.  E  so 
voi  riputale  così  fatte  genti  d  altro  sangue  e  legnaggio  del 


LIBRO   NONO  343 

vostro,  e  i  parentadi  delle  vostre  donne  non  vi  muoveranno, 
non  vi  avranno  a  nouovere  i  parentadi  de'  vostri  fìgliuoli,  che 
sono  vostro  sangue  e  viscere  vostre  ?  Se  voi  riputate  che  i 
fratelli  delle  vostre  mogli  non  vi  appartengano  nulla  ,  per- 
chè non  ci  siale  nati,  ma  fatti  parenti,  cotesto  però  non 
possono  dire  i  vostri  figliuoli  i  quali  nascono  nipoti,  e  pres- 
soché figliuoli  dc'zii  e  degli  avoli  loro.  Riponete  giù  dunque 
quest'armi;  poiché  la  vittoria  quando  fosse  certissima,  in 
man  vostra  è  piena  d'  infelicità  e  di  miseria.  Ma  voi  non 
siate  in  questi  termini,  se  io  non  voglio  con  vostro  danno, 
e  con  mia  vergogna  adularvi  in  tanto  pericolo.  Gli  aiuti  clve 
voi  speravate  non  vengono  ;  e  se  venissero,  come  entreranno 
eglino  nella  città,  le  porte  della  quale  sono  in  guardia  del 
popolo  ?  I  ponti  sono  stati  occupali.  Il  sesto  d'  Oltrarno  è 
tulio  in  mano  dei  vostri  avversari  fuor  che  questa  contrada. 
Or  credete  voi  che  questa  sola  contrada  abbia  a  far  lunga 
resistenza  a  lutto  il  popolo  fiorentino?  Scioccamente  credete, 
se  così  credete.  Ma  se  credete  d'  aver  a  perdere ,  come  è 
necessario  che  voi  legnate  per  fermo,  ditemi  che  pensiero 
è  il  vostro?  Sarà  possibile ,  che  sia  entrata  tanta  furia  negli 
animi  vostri,  che  non  dico  de'  parenti,  ma  che  di  voi  me- 
desimi non  vi  caglia?  o  pure  non  visi  rappresentino  dinanzi 
agli  occhi  le  ruberie,  gli  incendj,  gli  strazi  e  1'  uccisioni  che 
s'avranno  a  fare  in  questa  contrada?  o  credete  che  il  po- 
polo abbia  ad  essere  più  pietoso  con  esso  voi  di  quello  che 
e' si  persuade  che  per  le  vostre  congiure  voi  avevate  pro- 
posto e  conchiuso  d'  esser  centra  di  lui  ?  Anzi  cosi  fatte 
genti  saranno  tanto  più  crudeli  contra  di  voi ,  che  voi  non 
sareste  stali  contra  di  loro  ,  quanto  la  plebe  e  '1  popolo  mi- 
nuto è  per  lo  più  più  crudele  e  più  rabbioso ,  che  i  nobili 
non  sono.  La  povertà  li  farà  rapaci ,  l' ira  crudeli ,  e  la  li- 
cenza e  impunità  farà  far  loro  ogn' altra  cosa  per  fiera  e  or- 
ribile che  ella  si  sia.  Vi  vedrete  rapire  dinanzi  l' antiche 
masserizie  e  arnesi  di  casa,  abbruciar  i  palagi  fondali  da'  vo- 
stri maggiori  ;  ma  che  dico  io  ?  Queste  son  cose ,  che  col 
tempo  si  possono  ristorare  ;  vi  vedrete  uccider  dinanzi  al 
cospetto  vostro  i  vostri  figliuoli ,  le  vostre  donne,  e  voi  me- 
desimi. Per  questo  provvedete  a'  casi  vostri  ,  prima  che  si- 
mili mali ,  i  quali  mi  raccapriccio  a  raccontare ,  vi  vengano 


344  dell'  istorie  fiorentine 

addosso.  Io  con  tulle  quelle  forze  e  ingegno  che  in  me  sarà 
maggiore,  se  voi  non  schiferete  I'  opera  mia,  mi  profferisco 
d'  essere  intercessore  per  voi ,  e  se  non  potrò  impetrarvi 
perdono  o  grazia  alcuna  ,  v'  impetrerò  almeno,  che  senza  pe- 
ricolo 0  danno  d'  alcuno  di  voi  possiate  sicuramente  cedere 
a  questo  furore.  La  verità  delle  cose  che  erano  state  dette, 
e  r  autorità  e  fede  di  chi  le  diceva  fece  ammorbidire  1'  or- 
goglio de' congiurati;  i  quali  supplichevolmente  pregarono 
il  podestà ,  che  con  quella  sincerità  che  1'  avea  mosso  a  ve- 
nir da  essi ,  abbracciasse  la  causa  loro  ,  e  ingcgnasstsi  d'im- 
petrarli perdono  dal  popolo.  11  qu;ile  tornando  ad  affermare 
che  se  ne  sludierebbe  con  tutto  il  cuore ,  tornò  volando 
a' signori,  e  mostrando  che  non  era  da  nsar  crudeltà  co'lor 
cittadini  massimamente  in  simil  caso ,  ove  molti  innocenti 
avrcbbono  partecipato  della  pena,  e  dove  convenia  che  molto 
sangue  si  spargesse,  e  molli  maìefirj  si  commettessono,  tanto 
operò,  che  a  lui  medesimo  fu  concedula  facoltà  di  accom- 
pagnar la  notte  i  Bardi  fuor  della  terra ,  e  liberi  lasciarli  an- 
dare alle  loro  castella,  la  ciando  del  resto  di  giudicare  della 
lor  causa  larghissimo  campo  a'  senatori.  Disputossi  varia- 
mente, partiti  che  furono,  circa  il  modo  che  s'avea  a  tenere 
nel  procedere  in  questo  accidente;  e  alla  fine  fu  giudicato 
per  lo  migliore,  che  non  si  dovesse  f.ir  lunga  inquisizione, 
ma  solo  condannar  coloro  i  quali  erano  stati  capi ,  che  avean 
preso  l'arme,  e  che  pubblicnmente  erano  siali  veduti  in  que- 
sti scompigli.  Costoro  essendo  citati,  e  non  comparendo, 
ebbono  come  ribelli  e  traditori  della  loro  Repubblica  sen- 
tenza di  condannagione  nell'  avere  e  nella  persona,  essendo 
ristretto  il  numero  a  tredici  della  famiglia  de' Bardi,  e  a  tre- 
dici altri  della  famiglia  de' Frescobaldi.  A  costoro  furono  ag- 
giunti Andrea  Ubertelli,  Giovanni  de'  Ncrli ,  Tomagini  degli 
Angiolieri  ,  e  Salvcslrino  e  Ubertino  de' Rossi.  Contro  altri 
loro  consorti,  come  che  fosse  certo  d'  essere  slati  consape- 
voli della  congiura,  per  non  essersi  quel  d'i  fatti  vedere, 
non  si  procedette  altrimenti.  I  palagi  e  beni  dei  già  delti 
condannati ,  cosi  in  città  come  in  contado ,  a  furore  di  po- 
polo furon  tutti  guasti  e  disfalli;  e  quel  che  recò  non  pic- 
col  danno  alla  Repubblica  presesi  ordine  con  le  terre  guelfe 
di  Toscana   e  co'  collegati   di  Lombardia  ,  che   per  nessun 


LIBRO   NONO.  345 

conto  dovessero  ricettare  i  detti  nuovi  ribelli;  «  de' quali 
«  andati  molti  a  Pisa  fecero  poi  lega  con  quella  città  contro 
«  al  governo  di  Firenze,  obbligandosi  tra  le  altre  cose,  co- 
«  me  fossero  ritornati  alla  patria,  di  fare  che  la  città  di  Lucca 
«  con  le  castella  che  anticamente  avca  nella  Valdinievole 
«  sarebbe  de' Pisani;  e  Jacopo  Frcscobaldi  prior  di  S.  Ja- 
«  copo  andò  in  Avignone  in  corte  del  papa ,  dove  procurò 
«  poi  molti  danni  alla  patria  '  ».  Parendo  la  città  esser  cam- 
pata d'un  grande  pericolo,  il  26  di  novembre  fu  ordinata 
una  grandissima  processione ,  e  offerta  a  S.  Giovanni ,  con 
deliberazione  ,  che  così  si  dovesse  seguire  ogn'anno  in  per- 
petuo per  la  festività  d' Ognissanti,  nel  qual  dì  era  avvenuto 
questo  successo  :  e  che  con  una  modesta  gabella  in  fortifi- 
cazione e  difesa  del  popolo  si  dovessero  trar  di  bando  alcuni 
sbanditi  meno  colpevoli.  Dopo  le  quali  provvisioni  fu  tratto 
gonfaloniere  Ruggieri  Gianni  per  infino  a  mezzo  febbraio 
dell'  anno  1341;  «  al  principio  del  quale  era  venuto  in  Fi- 
«  renze  podestà  Dondaccio  Malvicini  da  Fontana  di  Piacenza  » 
e  continuando  tuttavia  gli  ordini  per  trovarsi  il  popolo  forte 
in  simili  casi,  e  esser  meno  esposto  all'  ingiurie  de'  grandi, 
furono  tolte  Vernia  e  Mangone  a' Bardi,  pagandone  nondi- 
meno !a  Repubblica  il  prezzo  a'  loro  signori.  Fecesi  legge 
di  nuovo  che  nullo  cittadino  venti  miglia  almeno  fuor  del 
contado  dovesse  tenere  o  acquistare  castello  o  fortezza  al- 
cuna. Comandossi  che  ogni  popolano,  che  potesse,  fosse 
armalo  di  corazza,  e  di  barbuta  alla  fiamminga.  Fu  fatta 
un'imposta  di  seimila  balestre,  le  quali  furono  distribuite 
alla  plebe ,  senza  1'  altre  che  s'  apparecchiavano  di  fare  ap- 
presso. Poi  ancora  che  si  fosse  deliberato  che  non  si  do- 
vesse procedere  se  non  contra  coloro  che  erano  comparili 
armati,  furono  nondimeno  condannati  nove  de' conti  Guidi, 
come  favoreggiatori  de'congiurati.  A  quali  poi  con  dodici 
di  casa  Bardi,  due  de' Rossi,  dieci  de'Frescolialdi  e  Ciupo 
degli  Scolari  fu  messo  taglia,  come  a  palricidi,  di  mille  fio- 
rini d'  oro  per  ciascuno  che  fosse  ammazzato ,  volendo   che 

'  de'  quali  andati  molti  a  Pisa,  e  Jacopo  Frcscobaldi  prior  di 
5.  Jacopo,  in  corte  del  papa,  procurarono  poi  molti  danni  alla  pa- 
tria loro.  Prima  ediz. 


346  dell'  istorie  fiorentine 

potessero  guadagnarla  fra  <li  loro.  Intanto  i  popoli  di  S.  Go- 
denzo  a  pie  dell'  alpi,  di  S-  Maria  di  Fecciano,  della  Pieve 
di  Sambabillo,  e  di  S.  Niccolò  di  Casale  si  sottoposero  alia 
Repubblica.  Essendo  venute  le  calende  di  febbraio ,  che  Ja- 
copo Gabbrielli  avea  finito  il  suo  ufficio ,  e  se  ne  tornava 
molto  ricco  in  quel  d'  Agubbio ,  in  suo  luogo  ,  come  un  ca- 
pitano non  bastasse,  ne  furono  con  nuovo  esempio  creali 
due,  r  uno  per  la  guardia  della  città,  e  questi  fu  Currado 
della  Bruta  parente  di  Jacopo  ;  e  l'altro  benché  fosse  di  mag- 
gior grado  meritevole,  Maffeo  da  Ponte  Curradi  di  già  uscito 
di  podesteria  ,  per  guardia  del  contado. 

Assettate  in  questo  modo  le  cose  della  città ,  incomin- 
ciarono i  Fiorentini  a  vigilar  per  le  cose  di  fuori;  percioc- 
ché i  Guazzagliolri  col  caldo  d'  alcuni  fuorusciti  fiorentini . 
come  fu  credulo,  cacciali  i  Pugliesi  e  i  Rinaldesehi,  s'erano 
insignorili  di  Prato.  Similmente  era  succeduto  in  Lucca  al- 
cuna novità ,  avendo  Francesco  Interminelli  tentato  col  fa- 
vor de' Pisani  di  tor  la  terra  a  Mastino  ;  benché  Guglielmo 
Canacci  vicario  di  Mastino ,  presi  alcuni  cittadini  che  te- 
neano  mano  al  trattato,  avesse  provveduto  interamente  a 
quel  che  bisognava.  Per  questo  si  slava  in  Firenze  con  gli 
occhi  aperti,  che  per  questi  movimenti  la  Repubblica  non 
ricevesse  aUun  danno.  E  in  prima  fu  cura  di  Porcello  da 
Diacceto  nuovo  gonfaloniere,  considerando  quanto  importa 
alle  comunità  e  a  ciascun  principe  di  conservar  l'autorità  e 
riputazion  loro,  che  fosse  vendicato  l'oltraggio  che  il  co- 
mune avea  ricevuto  da  Guido  de'conti  Guidi  '  signor  di  Sam- 
bavello.  Questi  essendo  i  dì  addietro  stato  citato  per  un  messo 
dalla  Repubblica  che  dovesse  comparir  in  Firenze ,  fece  or- 
gogliosamente mangiar  al  messo  la  citazione  con  tutto  il  sug- 
gello, avendo  dopo  molle  villanie  dettogli  che  se  egli  o 
altri  ardisse  mai  capitargli  innanzi  in  simili  atti ,  che  li  fa- 
rebbe impiccar  per  la  gola.  Fu  per  ciò  comandato  che  Toste 
andasse  al  castello,  il  qual  non  avendo  riparo  s'  arrendè  salve 
le  persone  ;  e  in  pena  dell'  orgoglio  del  cojite  fu  subita- 
mente diroccato.  Ma  per  sludi  di  lettere  molto  più  si   ren- 

■  Il  veccbio  Ammirato  dice:  Guido  de'conti  Alberti:  errore  cor- 
retto dal  nipote. 


LIBRO    NONO.  vii 

dea  altrove  illustre  la  gloria  de' Fiorentini,  essendo  in  questo 
tempo  coronato  in  Roma  di  corona  d'  alloro  Francesco  di 
Petrarco  ciltadin  fiorentino,  chiaro  allora  per  essere  stato 
de' primi  illustratori  della  romana  eloquenza,  e  in  quella 
avere  scritto  poemi  latini,  se  riguardi  la  rozzezza  di  quel 
secolo  non  disprezzabili ,  ma  il  quale  divenne  appresso  i 
posteri  di  mano  in  mano  più  celebre  per  l'eccellenza  de' versi 
toscani;  nella  purità,  leggiadria,  e  bellezza  de' quali,  tanto 
egli  Dante  suo  predecessore  in  opera  di  poesia  sopravanzò, 
quanto  da  Dante  lutti  gli  altri  scrittori  stati  innanzi  a  lui 
furon  superati  '.  In  Firenze  in  tanto  per  una  nuova  sciagura 
succeduta,  ancorché  privata,  grandemente  fu  ciascuno  sbi- 
gottito ;  dubitando  che  alcun  gran  male  non  succedesse 
alla  Repubblica  con  troppo  spessi  portenti  del  cielo  :  coii- 
ciosiacosachè  in  calen  di  maggio ,  essendo  già  stato  tratto 
gonfaloniere  Jacopo  Acciainoli  figliuolo  di  Donato  ,  s'apprese 
il  fuoco  in  Terraa  in  casa  di  Francesco  Buondelmonti  figliiiol 
di  Rinieri ,  e  non  potendovisi  alcun  riparo  trovare  arse  tutta 
con  quattro  fanciulli  maschi  che  egli  avea  ;  che  fu  tenuto 
miserabile  e  lacrimoso  accidente.  Ma  non  andò  guari  di 
tempo  che  alcune  speranze  frescamente  suscitare  d'  aver 
Lucca  implicarono  da  capo  la  città  in  nuovi  travagli ,  e  fi- 
nalmente neir  altrui  servitù  la  condussono  :  onde  parve  al 
suo  tempo  che  con  così  grande  e  segnalata  sventura  si 
fossero  verificati  tutti  i  passali  prodigi  Mastino  i  mesi  ad- 
dietro che  venne  a  Lucca,  passando  prima  di  Parma,  avea 
data  la  signoria  di  quella  città  ad  Azzo  da  Coreggio  suo  pa- 
rente ;  volendo  però  che  egli  fosse  riconosciuto  da  lui ,  come 
sovrano  signore.  Ma  Azzo  ricordandosi  che  Giberto  suo 
padre  n'era  stato  libero  padrone,  e  per  questo  rincrescen- 
dogli che  egli  n'  avesse  a  riconoscere  come  superiore  Ma- 
stino, sotto  altre  dimostrazioni,  era  stato  a  Napoli,  ove  col 

1  Questo  giudizio  non  è  esatto,  die  Petrarca  in  generale  riescisse 
più  forbito  scrittore  di  versi  toscani  ,  che  non  era  stato  Dante,  non 
•v'ha  dubbio  alcuno;  ma  che  facesse  verd  più  belli  di  esso  Dante,  non 
si  potrebbe  dire.  Chi  è  mai  giunto  all'  altezza  di  quel  poeta  sovrano' 
Ma  a^li  uomini  della  fine  del  cinquecento,  ass^i  più  che  Dante,  era  in 
grazia  il  Petrarca;  come  quello  che  avendo  meno  severità,  e  più  leggia- 
dria, secondava  meglio  l'ammorbiJita  indole  del  secolo. 


3tó  dell'  istorie  fiorentine 

re  e  con  gli  arabasoiadori  di  Lucchino  avea  trattalo,  avendo 
aiuto  da  loro,  di  ribellar  Parma  a  quei  della  Scala,  e  di 
far  lega  e  confederazione  col  V^isconli,  e  col  re.  E  per  con- 
dur  meglio  le  cose  sue  a  buon  porto ,  essendo  nel  ritornar 
di  Napoli  passalo  di  Firenze  fece  intender  ad  alcuni  prin- 
cipali senatori,  che  per  beneficio  comune  il  venissero  se- 
gretamente a  trovare  nella  Scarperia;  ove  per  non  dar  so- 
spetto della  dimora  di  Firenze  ,  avrebbono  ragionalo  di  cose 
utili  a  se,  e  alla  Repubblica.  Andovvisi,  e  veggendo  i  se- 
natori che  per  conseguir  Lucca  non  era  più  facile  via  di 
questa,  perciocché  a  Mastino  non  si  lasciava  più  comodità 
di  soccorrerla,  promisero  ad  Azzo  ogni  aiuto  e  favore;  e 
egli  giunto  a  Parma,  con  participazione  di  Luigi  Gonzaga 
signor  di  Mantova  suo  suocero,  il  ventiduesimo  giorno  di 
maggio  prese  l' assoluto  dominio  di  quella  città.  Mastino 
trafitto  ogni  giorno  di  nuove  punture ,  accorgendosi  che  con 
la  perdila  di  Parma,  ne  sarebbe  ila  tostamente  ancor  Luc- 
ca ,  essendogli  tolta  la  chiave  e  porli  da  poter  entrar  a  sua 
posla  in  Toscana ,  prima  che  la  tempesta  gli  venisse  più 
sopra,  prese  partito  di  farne  mercato  co' Fiorentini,  o  co' Pi- 
sani. A  ciascuno  de' quali  comuni  per  la  vicinità  importava 
molto  l'esser  signore  di  quella  ciltà,  oltre  che  l'uno  e  l'altro 
parca  averci  una  certa  azione  ;  i  Fiorentini  per  averci  lanlo 
speso,  i  Pisani  per  averla  una  volta  compra  ;  benché  con  no- 
labil  perfidia  de' venditori  fossero  stati  ingannali  del  danaio. 
Non  era  dubbio  che  i  Fiorentini,  per  esser  più  ricchi,  avreb- 
bono più  facilmente  ottenuto;  onde  i  Pisani  si  profferivano  di 
torlaa  mezzo  con  esso  loro.  Lucchino  Visconti  dall'altro  canto 
divenuto  nimico  di  Mastino  ,  profferiva  a'  Fiorentini  mille 
cavalieri  fermi ,  pure  che  eglino  lasciando  la  via  della  com- 
pra,  si  raetlessono  ad  assediar  Lucca,  contentandosi  che 
per  le  genti  che  egli  dava  loro,  fosse  riconosciuto  di  certa 
somma  di  moneta.  Per  queste  proferte  furono  in  Firenze 
grandi  dispule  ;  perciocché  alcuni  volevano  che  per  vendi- 
carsi delle  vecchie  ingiurie  ricevute  da  Mastino  fosse  più 
onorevole  alla  Repubblica,  avendo  massimamente  una  tal  oc- 
casione quale  era  quella  di  Lucchino,  d'aver  Lucca  per  via 
di  guerra.  Altri  proponevano  i  partili  più  sicuri ,  ciò  era  di 
comprar  la  città,  e  non  secondar  gli  appetiti  di   Lucchino, 


LIBRO  NONO.  340 

il  quale  per  l' odio  che  avea  con  Mastino,  melica  in  mezzo 
questi  garbugli.  Assai  rimaner  vendicali  i  Fiorentini,  se  per 
conto  loro  quelli  della  Scala  erano  slati  spogliati  di  Brescia, 
di  Padova,  di  Feltro,  di  Civita  di  Belluno  e  di  Parma;  e  fi- 
nalmente esser  costretti  a  vender  Lucca.  Alcuni  mettevano 
in  considerazione  la  compagnia  de' Pisani  nella  compra,  non 
lauto  perchè  i  Fiorentini  non  potessono  far  tutto  il  danaio, 
quanto  per  non  averli  affatto  nimici ,  e  esser  di  qualche  im- 
pedimento alla  pratica.  Nelle  quali  dispute  fu  consumato  il 
rimanente  del  tempo  del  gonfalonerato  dell'Acciaiuoli.  «  Nel 
«  principio  di  quello  di  Strozza  Strozzi  la  seconda  volta  vi- 
«  Vendesi  in  sospetto  dalla  parte  guelfa  del  Bavero,  fu  con- 
«  chiusa  a'  IT  di  giugno  in  Napoli  una  lega  tra  il  re  Ru- 
«  berlo,  i  Fiorentini,  Taddeo  Peppoli  dottor  di  leggi,  con- 
«  servadore  di  giustizia  e  del  pacifico  stato  della  città  e 
«  comune  di  Bologna,  Obizzo  e  Niccolò  fratelli  marchesi 
«  d'Este,  i  Sanesi,  e  i  Perugini,  e  per  Firenze  v' interven- 
«  nero  come  ambasciadori  e  sindaci  Matteo  degli  Albizzi 
«  giureconsulto,  e  Chiarozzo  di  Bene  di  Chiaro.  La  lega  fu 
«  per  quattro  anni  a  difesa  comune  centra  del  Bavero  e  suoi 
«  complici,  e  conlra  ogn' altro  che  volesse  entrare  in  Italia 
«  armato,  o  chi  volesse  molestare  alcuno  de' collegati ,  o  la 
«  Chiesa  ;  lasciando  al  re  Ruberto  dopo  che  si  fosse  con- 
«  venuto  della  taglia,  l'elezione  del  capitano,  e  che  senz'altro 
«  congresso  volendo  entrare  nella  lega  i  signori  di  Milano , 
«  di  Mantova,  o  altri  amici,  vi  fossero  ricevuti.  Non  vollero 
a  i  Sanesi  esser  tenuti  d'  andar  contro  alcuno  loro  amico , 
«  e  il  Peppoli  conlra  i  patti  che  avea  con  la  Chiesa.  Lega 
«  più  chiara  per  i  testimoni  che  v'  intervennero ,  essendo 
«  fra  essi  Andrea  duca  di  Calabria,  Carlo  duca  diDurazzo, 
«  Ruberto  principe  di  Taranto  e  d'Acaia,  Lodovico  fratello 
«  del  duca  di  Durazzo,  Guglielmo  arcivescovo  di  Bari,  Bar- 
te  lolommeo  arcivescovo  di  Trani ,  Goffredo  vescovo  di 
«  Malta,  Ugo  vescovo  di  Suessa  e  Piero  vescovo  capua- 
«  chense  ,  che  per  gli  effetti  che  avesse  prodotti.  A'  29  poi 
«  di  luglio  che  era  podestà  di  Firenze  Gherardo  de' Guidoni 
«  da  Modena,  e  capitano  del  popolo  Bernardino  dc'Bernar- 
«  dini  da  Città  di  Castello ,  fu  dato  balia  per  un  anno  » 
«  venti  cittadini  popolani  a  far  sopra  il  negozio   di   Lucca 


3bO  DELL    ISTORIE   FIORENTINE 

«  lutto  quello  che  paresse  loro  più  profittevole ,  e  con  tanta 
rt  ampia  autorità  anche  a  quattordici  di  loro,  così  circa  al 
«  comprarla ,  come  al  far  guerra ,  pace ,  confederazioni  e  a 
«  trovar  danari,  sin  con  mettere  nuove  gabelle,  che  non 
«  vollero  che  di  cosa  alcuna  avessero  a  render  conto  ,  o 
«  t.tarne  mai  a  sindacato,  e  per  corroborazione  de'loro  or- 
«  dini  gli  dettero  un  sigillo  proprio  ;  onde  meritan  bene ,  e 
«  per  la  loro  autorità ,  e  per  il  lor  mal  governo  ,  e  peggior 
«  riuscita  delle  cose ,  che  i  lor  nomi  siano  noli.  Questi  fu- 
«  rono  Neri  di  Boccuccio  (sono  i  Vettori)  Vanni  Manelti, 
«  Luigi  de' Mozzi,  Gherardo  Corsini,  Salveslro  de' Baron- 
V  celli  cavaliere ,  Pacino  de'  Peruzzi ,  Coppo  di  Borghese , 
«  Berto  di  Cecco,  Jacopo  degli  Acciainoli,  Francesco  di  Bor- 
«  ghino  ,  Bartolommeo  de'  Simonelti ,  Chele  de'  Bordoni , 
«  Paolo  degli  Strozzi ,  Luigi  Aldobrandini  (  sono  i  Bellin- 
«  cìoni)  Lorino  di  Buonaiulo  (sono  i  Lorini]  Michele 
«  de'  Rondinelli ,  Giovanni  di  Conte  de'  Medici  ,  Antonio 
«  degli  Albizi,  Taldo  Valori  e  Uguccione  de' Ricci.  Costoro 
«  essendo  inclinatissirai  al  fatto  della  compra ,  la  fecero  con- 
«  chiudere  a' 4  d'agosto  da  Tommaso  de'  Corsini  dottore, 
M  e  da  Jacopo  degli  Alberti ,  sindaci  del  comune  nella  città 
<(  di  Ferrara ,  con  Buonaventura  da  Castagneto  procuratore 
«  d'Alberto  e  di  Mastino  della  Scala;  il  qual  Buonaventura 
«  vendè  non  solo  la  città  di  Lucca  col  castello  dell' Agosta, 
«  fortezza  della  medesima  città,  ma  Pietrasanta  e  Barga ,  e 
«  tutte  r  altre  castella  e  luoghi  del  contado  di  Lucca,  che  si 
«  tenevano  per  gli  stessi  Scaligeri,  eccettuandone  quelli  che 
«  cran  posseduti  dal  marchese  Spinetta,  e  tutto  per  prezzo  di 
•<  dugentocinquantamila  fiorini  d'  oro.  E  tenendosi  i  Fioren- 
«  tini  ingannali  altre  volle  dalli  Sraligeri,  e  forse  questi  non 
«  si  fidando  per  il  denaro  » ,  avendo  gli  Scaligeri  mandato  a 
«  Ferrara  in  potere  del  marchese  Obizo  sessanta  gentiluo- 
mini tra  Veronesi  e  Vicentini  con  un  figliuolo  bastardo  di 
Mastino  per  statichi  fintanto  che  fosse  seguita  la  consegna 
di  Lucca,  la  Ripubblica  ve  ne  mandò  cinquanta  per  sicu- 
rezza del  pagamento ,  e  in  questo  numero  ne  furono  due 
di''  venti ,  e  diciotto  tra  nipoti  e  figHuoli  degli  stessi ,  e  fra 
gli  altri  trentasette  ne  furono  cavalieri,  e  dieci  donzelli.  «  Il 
«.  pagamento  si  dovea   fare  di  centomila  fiorini  d'  oro   uà 


LIBRO   NONO.  351 

«  mese  dopo  che  fossero  stali  consegnati  gli  ostaggi ,   e   li 

«  centocinquantamila  in  trenta  mesi,  ogni  dieci  mesi  la  rata, 

«  Le  condizioni  furono  ;   che   i   Fiorentini  dovessero    dare 

«  aiuto  di  gente  a  chi  li  Scaligeri  mandassero  per  dar  loro 

«  il  possesso  di  Lucca ,  dopo   il   quale   non  volevano  esser 

«  tenuti  alla  difesa  se  non  per  fatto  proprio;  che  facessero 

«  lega  insieme  per  dieci  anni,  nella  quale  doveano   i   Fio- 

«  reiitini  procurar  di  fare  entrare  i  signori  di  Bologna ,  di 

«  Firrara  e  allri ,  ma  non  il  re  Ruberto,  se  non  in  termine 

«  di  tre  mesi  dopo  che  ne  fosse  stato  richiesto ,    e   di   due 

«  Ubertino   da  {Carrara.   Che   se   Francesco   Castracani    o  i 

«  figliuoli  (li  Caslriiccio  occupassero  alcun  luogo   del   Luc- 

«  che^ìe  dopo  la  consegna  degli  ostaggi,  non  fosse  di  pre- 

«  giudizio  alla  compra,  se  perù  non  seguisse  per  falta  degli 

«  uQziali  delli  Scaligeri,  nel  qual  caso  si  dovesse  sbattere  del 

«  prezzo  a  dichiarazione  del  marchese  Obizo.  Che  i  Fiorentini 

<(  e  li  Scaligeri  per  occasione  della  lega  fossero  obbligati  d'aiu- 

<i  tarsi  r  un  Y  altro  conlra  i  nimici  di  dugentocinquanta  cavalli 

«  armati.  Che  i  Fiorentini  dovessero  aiutare  i  nobili  di  Fo- 

«.  gliano  e  di  Villafranca  contra  chi  molestasse  i  loro  castelli, 

«  e  operare  che  il  marchese    Obizo    desse    il   passo   per    il 

<(  Ferrarese  e  Modanese  alle  genti   delli  Scaligeri  che    an- 

.1  dassero  a  Lucca.  A'  12  poi  pur  d'  agosto  nella  stessa  Fer- 

«  rara  accordarono  che  non  si  pagasse  danaro  alcuno  della 

M  compra  fin  tanto  che  i  Fiorentini   non  avessero   avuto   il 

«  possesso  di  Lucca  e  della  fortezza,  e  il  marchese  promesse 

«  la  restituzione  degli  ostaggi  a'  suoi  tempi.  Fu  nello  stesso 

«  giorno   fatta   da' sindaci   della   Repubblica   la   compra  dal 

M  marchese  Spinetta,  e  per  Ini  dal  medesimo  Buonaventura 

«  d,ì  Castagneto  suo  procuratore,  di  tutti  i  suoi  castelli  e  luo- 

«  gbi  che  avea  in  Garfagnana,  i  quali   di  numero   quaranta 

«  nel  vicariato  di  Camporeggiano  distretto  di  Lucca,  e  venti- 

«  quattro  nel  vicariato  di  Castiglione  di  Garfagnana,  per  prezzo 

«  di  dodicimila  fiorini  d'oro,  da  pagarsene  un  quarto  fatto  la 

«  consegna  di  Lucca,  e  gli  al(ri  tre  quarti  in  trenta  mesi  con- 

«  forme  al  pagamento  da  farsi  per  Lucca  alli  Scaligeri,  con 

«  restare  tutti  i  medesimi  castelli  e  luoghi  in  feudo  retto  legale 

«  e  onorevole  allo  stesso  marchese  Spinetta  e  suoi  figliuoli  e 

c<  linea  mascolina  ;  e  mancando  il  marchese  Spinetta  senza  fi- 


3o2  dell'istorie  fiorentine 

«  gliiioli  legittimi  succedesse  nella  mela  del  feudo  il  cava- 
t  liere  Isinardo  suo  fralello,  e  nell'  altra  mela  il  cavaliere 
«  Gabriello,  Antonio,  Guglielmo  e  Galeotto  figliuoli  del  già 
«  cavaliere  Azzolino  fratello  dello  Spinella  e  loro  eredi  ;  dal 
«  qual  feudo  non  potesse  né  egli  ne  i  suoi  cadere  che  per 
«  tradimento  o  fellonia,  e  così  i  sindaci  fiorentini  ne  invesli- 
«  rono  col  bastone  il  procuratore  del  marchese  Spinella,  il 
«  quale  procuratore  ne  delle  ginocchione  il  giuramento  di 
«  fedeltà  agli  slessi  sindaci  ».  I  Pisani  veggendosi  esclusi 
da' Fiorentini  nella  parte  della  compra  di  Lucca,  non  stet- 
tero a  perder  tempo.  «  Ma  ancor  essi  in  Milano  fecero  lega 
«  con  Lucchino  Visconti,  co'  Gonzaghi  signori  di  Mantova 
«  e  di  Reggio,  e  con  quei  di  Coreggio  signori  di  Parma, 
«  nelle  quali  leghe  il  conte  Rinieri  di  Donoralico  è  nomi- 
«  nato  capitano  delle  masnade  e  custodia  della  cillà  di  Pisa, 
«  e  signore  generale  ».  Scrivono  gli  autori  di  quel  tempo, 
che  i  Pisani,  olire  all'aver  promesso  a  Lucchino  cinquanta- 
mila fiorini  d'oro  perchè  l'aiuto  de' mille  cavalieri,  i  quali 
aveva  offerto  a'  Fiorentini ,  fosse  conceduto  a  loro  ,  mer- 
catarono  anche  questa  amicizia,  olire  la  sicurezza  de' dodici 
slalichi  de' più  nobili  giovani  di  Pisa,  con  una  somma  scel- 
leratezza ,  '   mandando  prigione  a  Lucchino  Francesco  d.t 

I  In  questo  affare  di  Lucca,  tanto  ampliato  dal  giovane  Ammirato, 
così  il  Tecchio  Scipione  se  ne  spaccia  :  Nelle  quali  dìspute  essendosi 
consumalo  il  rimanente  del  tempo  del  gonfalone' afo  dell'  Acciajuoli , 
e  parte  di  quello  di  Strozzo  Strozzi  la  seconda  <>olta^  fu  finalmente 
del  mese  di  luglio  dato  balia  a  venti  cittadini  popolani  a  Jare  sopra 
di  ciò  tutto  quello  che  loro  paresse  piìi  profìtte\''ole  con  tanta  ampia 
autorità,  così  circa  il  comprarla,  come  HJar  guerra,  o  pace,  e  con- 
federazione per  simil  cagione ,  che  non  vollono  che  di  cosa  alcuna 
eh* essi  facessero,  n'  avessero  in  tempo  alcuno  a  render  conto,  o  starne 
mai  a  sindacato.  Costoro  essendo  inclinatissimi  aljatto  della  com- 
pra conchiusero  per  loro  procuratori  il  partito  con  Mastino  per  du- 
genlo  cinquanta  mila  fiorini  d'' oro  in  più  paghe.  Ed  essendo  di  que- 
sto maneggio  mezzano  il  marchese  di  Ferrara,  perchè  le  cose  pro- 
messe dall'  una  parte  e  dall'  altra  Jossero  osservate.  Martino  mandò 
a  Ferrara  per  istatichi  un  suo  figliuolo  bastardo  con  sessanta  gen- 
tiluomini tra  Veronesi  e  Vicentini,  e  il  comune  di  Firenze  cinquan- 
ta, tra''l  qual  numero  erano  due  de'' venti  deputati,  e  diciotto  tra 
figliuoli  e  nipoti  de''  rnedeòimi-,  e  tra  gli  altri  trenta,  de'  quali  setti.' 


LIBRO   NONO.  353 

Posteria  nobile  cavaliere  milanese  con  due  suoi  figliuoli ,  il 
quale  tornando  dalla  corte  del  papa,  ove  era  ito  a  lamentarsi 
de'  torti  ricevuti  da  Lucchino,  e  volendo  venir  in  Toscana, 
assicurato  per  un  salvo  condotto  da'  l'isani ,  e  ricevuta  da 
loro  una  galea  armata  a  Marsilia,  non  fu  così  tosto  a  Pisa 
arrivato,  che  fu  co'  figliuoli  mandato  a  Milano  ;  ove  a  lutti 
e  tre  per  ordine  di  Lucchino  fu  mozza  la  testa.  Io  non  so- 
no interamente  certo  se  tante  coso  scritte  da  autori  fioren- 
tini in  diverse  eia  delle  crudeltà  de' Pisani  fossero  tutte  vere. 
Ma  se  essi  soffrirono  finalmente  di  metter  il  collo  sotto  il 
giogo  fiorentino,  e  di  cedere  all'arme  loro,  patiranno  con 
egual  disavventura,  che  in  qualunque  modo  siano  stati  trafitti 
dalle  penne  degli  ingegni  di  quella  nazione  ;  se  non  che  co- 
tali  piaghe  come  da  durar  più ,  così  sono  da  essere  stimato 
ancor  più  gravi  e  men  tollerabili. 

Oltre  gli  aiuti  di  Lucchino,  ebbono  i  Pisani  dugenlo  ca- 
valieri di  Mantova,  centocinquanta  di  Parma,  dugenlo  di  Pa- 
dova (  nonostante  che  '1  Carrara  e  quel  da  Coreggio  fossero 
stati  aiutati  da' Fiorentini  )  e  altri  molli  da' conti  Guidi,  dagli 
Ubaldini,  da' signori  di  Forlì,  e  da' simili  Ghibellini  di  Ro- 
magna e  dal  doge  di  Genova,  che  con  trecento  delle  loro 
cavallate,  e  milledugenlo  soldati,  oltre  la  fanteria,  misero  in- 
sieme un  buono  e  poderoso  esercito.  I  Fiorentini  sentendo 
gli  apparecchi  de'  Pisani  ricorsero  ancor  eglino  a'  loro  amiri 
e  da' Sanesi,  da' Perugini,  d'Agubbio,  dal  signor  di  Bologna, 
dal  marchese  di  Ferrara,  da  Mastino,  dalle  terre  g'jclfe  ili 
Romagna,  dal  signor  di  V^olìerra,  da' Tarlati,  e  dalle  terre 
guelfe  di  Toscana  insieme  con  le  lor  genti  fecero  uno  eser- 
cito di  tremilaseicenlo  cavalieri  e  diecimila  pedoni,  del  quale 

fur  cavalieri  j  e  dieci  donzelli.  I  Pisani  reggendosi  esclusi  nella  parte 
della  compra  de' Fiorentini.,  non  stettero  a  perder  tempo.  Ma  tra  tanto 
che  con  ogni  diligenza  essi  attendono  ad  aver  per  qualunque  modo  il 
possesso  di  Lucca,e  innanzi  che  mandassero  alcuno  a  Ferrara.,  s"* ac- 
cordarono con  Lucchino  avendogli  promesso  cinquanta  mila  fiorini 
d'  oro,  purché  l^  aiuto  de'' mille  cavalieri  che  aveva  promesso  ai  Fio- 
rentini, Josse  a  lor  conceduto.  Scrivono  gli  autori  di  quel  tempo, 
che  i  Pisani  mercatarono  questa  amicizia,  oltre  la  sicurezza  de' do- 
dici statichi  de' pili  nobili  giovani  di  Pisa  con  una  somma  scellera- 
tezza ec. 

Amm.  Vol.  il  2.3 


354  dell'  istorie  fiorentine 

creato  generale  Maffeo  da  Ponte  Curradì ,  ordinarono  che 
s' inviasse  a  Fucecchio.  Ma  prima  che  procedessero  ad  altra 
novità,  essendo  già  entrato  nuovo  gonfaloniere  Francesco 
Fiorentini,  mandarono  loro  ambasciadori  a  Pisa,  richieden- 
do e  protestando  a  quel  comune  in  vigor  de'  patti  della  pace, 
che  non  si  dovesse  impacciare  de'  fatti  di  Lucca,  imperoc- 
ché ella  per  legittima  vendita,  che  n'  avea  fatto  Mastino,  era 
già  de' Fiorentini.  I  Pisani  allegando,  che  non  dovea  esser 
meno  lecito  a  loro  d'aver  Lucca  di  quello  che  era  a' Fio- 
rentini, senza  aspettar  più  tempo  uscirono  in  campagna,  e 
preso  il  Cerruglio  e  Montechiaro  si  accamparono  con  tutto 
il  loro  esercito  intorno  Lucca  ;  perchè  i  Fiorentini  coman- 
darono che  le  lor  genti  entrassono  nel  contado  di  Pisa  per 
costringere  il  campo  de' Pisani  a  venir  a  difender  le  cose 
loro.  Ma  perchè  prendessero  il  Pontadera,  e  il  fosso  arno- 
nico,  e  ardessono  il  borgo  di  Cascina,  la  villa  di  S.  Savino 
e  di  S.  Casciano,  e  scorressono  infino  al  borgo  delle  capan- 
ne due  miglia  presso  a  Pisa  ;  e  poi  volgendosi  per  la  via  che 
va  in  Valdera,  penctrassono  infino  a  Ponte  di  Sacco,  e  fa- 
cessono  ogni  di  di  molle  prede  e  arsioni,  non  fu  mai  cosa 
ninna  bastante  a  fargli  levar  dell'assedio;  il  quale  essendo 
posto  con  molta  diligenza  speravano  avergli  a  dar  tosto  l'a- 
cquisto di  Lucca.  Imperocché  essi  aveano  affossato  e  stec- 
cato con  bertesche  tutto  quello  spazio,  che  dalla  Guscianella 
verso  Pontetclto  mena  infino  al  fiume  del  Serchio  che  era 
più  di  sei  miglia,  e  similmente  tutto  il  procinto  che  piglia 
dalla  Guscianella  inlìno  a!  Serchio  di  sopra,  che  non  era  mi- 
nore spazio  ;  e  oltre  a  ciò  aveano  tirato  un  altro  fosso  con 
steccati  intorno  la  terra,  e  il  campo  tra  i  detti  serragli  s'  era 
diviso  in  tre  parti  per  modo  che  nullo  potea  entrare  o  uscire 
di  Lucca  senza  gran  pericolo ,  poiché  essendo  in  una  quasi 
certa  speranza  di  guadagnar  la  terra ,  non  volcano,  benché 
sentissero  lutto  il  loro  contado  andarne  in  rovina  ,  partirsi 
da  quelle  mura.  I  Fiorentini  non  \eggendo  riuscir  loro  il 
disegno  per  infestar  il  contado  pisano,  né  in  quello  potendosi 
più  iralleiiere  per  averlo  d'ogni  bene  spogliato,  furono  so- 
praggiunti da  nuovi  pensieri,  sollecitando  Mastino  che  essi 
dovessero  prender  il  possesso  di  Lucca,  perché  altriraente 
egli  ne  farebbe  partito  co' Pisani.  Onde  vcime  in  considera- 


LIBRO    NONO.  355 

/ione  in  senato  V  errore  che  s' erano  messi  a  fare  in  com- 
prare una  città  assediata,  stimandola  maggior  superbia  di 
quella  di  quel  romano  che  compio  il  podere  sul  quale  era 
attendato  Annibale  col  medesimo  prezzo  che  avrebbe  fatto 
in  tempo  di  pace;  perciocché  se  Annibale  vinc('\a  sarebbe 
importato  poco  a  colui  perder  i  danari  della  compra  fatta, 
dove  avrebbe  perduto  la  patria,  la  vita,  e  ogn' altro  bene. 
Ma  qual  cosa  sforzar  1  Fiorentini  a  far  mercato  di  Lucca, 
di  cui  per  ragione  di  guerra  non  si  potea  ormai  più  chiamar 
padrone  Mastino  di  quel  che  si  fossero  i  Pisaiii,  che  la  te- 
nevano assediata:  e  che  per  questo  era  molto  meglio  lasciarla 
da  canto,  e  far  la  guerra  nel  contado  di  Pisa.  Né  potersi  dir 
mai  che  i  Fiorentini  fossero  mancati  della  loro  parola  ;  per- 
ciocché Mastino  avea  promesso  di  dar  la  città  di  Lucca  con 
le  sue  castella  libera  e  spedita,  e  non  presso  che  occupata 
e  vinta  dall'arme  de'nimici.  Ma  tutte  quelle  e  molte  altre 
ragioni  furono  ripulfite  vane,  allegando  quelli  della  balìa,  che 
questo  sarebbe  un  perdere  la  ripulazione  affatto;  come  se  i 
Fiorentini  non  fossero  buoni  a  contendere  co' Pisani,  tante 
volte  superati  da  loro,  per  una  causa  poi  tanto  ragionevole: 
ma  che  si  doveano  bone  mandar  ambasciadori  al  marchese 
di  Ferrara,  il  qual  era  mediatore  del  partilo,  perchè  si  mi- 
gliorassero i  patti,  poiché  era  mutata  la  condizione;  essendo 
oltre  r  assedio  di  Lucca  perduto  il  Cerruglio  e  Montechiaro. 
((  Questa  sola  sentenza  andò  innanzi,  e  gli  ambasciadori  ot- 
«  tennero  che  il  marchese  lodo;  che  per  tutto  il  dì  8  di  no- 
te vembre  i  Fiorentini  avessero  pagato  alli  Scaligeri  cinquan- 
«  tamila  fiorini  d'oro,  e  altri  cinquantamila  alle  caien  di  gen- 
«  naio,  e  fossero  liberali  quindici  ostaggi,  che  sette  alla  prima 
«  paga  e  otto  alla  seconda:  e  se  i  Pisani  un  mese  dopoché  i 
«  Fiorentini  avessero  preso  il  possesso  si  fossero  levati  d' intor- 
K  no  a  Lucca  e  lasciatola  libera,  in  questo  caso  ne  dovessero 
«  pagare  altri  centomila  in  termine  di  cinque  anni ,  se  no  ottan- 
«  tamila  con  rimaner  dodici  ostaggi,  i  quali  andarono  poi  a  Ve- 
«  rona;  e  così  dalla  prima  somma  ne  vennero  scemati  settanta- 
«  mila  fiorini  d'  oro.  E  tra  tanto  li  Scaligeri  durando  1'  assedio 
«  di  Lucca  fossero  obbligati  di  tener  al  lor  soldo  in  aiuto  dei 
«  Fiorentini  quattrocento  cavalieri  per  sei  mesi,  e  continuan- 
M  do  il  bisogno  tornare  a  mandargli  secondo  che  dicesse  il 


356  dfll'  istorie  fiorentine 

«  marchese  '  ».  Conchiuse  queste  cose  furono  creati  dodici 
cittadini  per  consiglieri  della  guerra,  i  quali  andato  a  trovar 
il  capitano,  gli  portarono  ordine  per  parte  dei  venti,  che 
dovesse  condur  1'  esercito  sopra  Lucca,  veder  di  prender  il 
possesso  della  città,  introdurvi  dieci  mila  fiorini  d'  oro  per 
le  paghe  de' soldati  che  v'  erano  per  Mastino,  i  quali  ne  do- 
veano  uscire,  e  lasciarvi  trecento  cavalieri  e  cinquecento  fanti 
de' Fiorentini.  L'esercito  entrato  in  sul  Lucchese  parie  per 
la  via  di  Valdinievole ,  e  parte  per  Altopascio ,  s'accampò 
sul  colle  delle  donne,  prese  il  possesso  di  Pietrasanta  e  di 
Barga  ,  ebbe  molte  scaramucce  co'nimici,  i  quali  ridotto  i 
tre  campi  in  uno,  s'erano  posti  a  S.  Romigno  e  in  S.  Gen- 
naio, e  con  cenni  di  fuoco  fatti  a' Lucchesi,  avendo  in  un'  ora 
medesima  con  quelli  di  dentro  assaliti  i  ripari  e  superatili , 
introdussono  il  nuovo  presidio.  Arriguccio  Pegololti  fuoru- 
scito fiorentino,  e  sindaco  per  Mastino  a  questa  solennità, 
consegnò  la  possessione  del  castello  dell'  Agosta  e  della 
città  a  Giovanni  de' Medici,  a  Naddo  Rucellai ,  e  a  Rosso 
de'  Ricci  sindachi  per  lo  comune  di  Firenze.  De'  quali  Gio- 
vanni de'  Medici,  che  vi  dovca  rimanere  per  capitano,  fu 
fatto  cavaliere:  il  Rucellai  e  il  Ricci  presono  come  camar- 
linghi la  cura  di  pagar  le  masnade  a  cavallo  e  i  fanti,  e  di 
provvedere  per  la  grascia,  con  somma  allegrezza  che  si  fosse 
alla  fine  acquistato  il  tanto  desideralo  possesso  di  quella  città, 
la  quale  poco  tempo  aveano  a  godere. 

Parendo  a  quelli  della  balla,  che  per  lo  possesso  preso 
della  terra,  si  fossono  anche  impadronili  del  campo  de'  ni- 
mici ,  entrati  in  una  confidenza  di  se  stessi  maravigliosa,  or- 
dinarono che  il  campo  scendesse  al  piano  verso  Lucca,  e 
che  in  ogni  modo  si  venisse  al  fatto  d'arme:  comandamento 


J  Ecco  le  parole  della  prima  edizione.  Questa  sola  sentenza  andò  in- 
nanzi\  e  gli  amhasciadori  ottennero  che  dalla  prima  somma  si  scemas- 
sero settanta  mila  scudi,  sicché  la  compra  rimanesse  per  cento  ottan- 
tamila; cento  de'  quali  si  dov'esser  pagare  injra  un  anno,  per  il  qual 
conto  dove\fano  rimanere  ventisette  stalichi,  e  il  resto  in  cinque  ; 
per  i  quali  entrava  malleva  lore  il  marchese  di  Ferrara,  e  il  signor 
di  Bologna;  e  tra  tanto  Mastino  Jin  che  durasse  l'  assedio, Josse  ob- 
bligato tener  a  suo  soldo  cinquecento  cavalieri  nel  campo  de''  Fio- 
rentini. 


LIBRO   NONO.  357 

nel  quale  infallibilmente  si  scorge  il  fallo  di  chi  governa  ; 
perciocché  o  il  capitano  eletto  intende  il  bisogno  della  guerra, 
e  se  gli  deve  lasciar  la  potestà  libera,  o  egli  non  è  suffi- 
ciente, e  non  si  dee  patire  che  con  tanto  pericolo  sia  pro- 
posto alla  cura  d'un  esercito.  Fu  ubbidito  subitamente  l'or- 
dine de' venti;  e  del  primo  d'  ottobre  si  scese  al  piano,  es- 
sendosi la  notte  accampati  alla  Ghiaia  a  meno  d'un  miglio 
presso  al  campo  de'nimici;  nel  secondo  fecero  la  spianata; 
di  che  accorgendosi  i  Pisani  non  solo  non  impedirono  il  la- 
voro, ma  spianato  ancor  eglino  una  parte  del  loro  steccato, 
richiesono  i  Fiorentini  della  battaglia,  la  quale  accettata  che 
fu,  attese  ciascuno  a  metter  le  genti  in  ordinanza.  Maffeo 
fece  di  tutto  1'  esercito  due  schiere ,  la  prima  di  mille  du- 
gento  cavalieri,  e  in  questa  mise  Bonetto  tedesco  con  le  genti 
di  Mastino,  Giberto  da  Fogliano,  Frignano  da  Sesto  con  un 
signor  alamanno  ,  e  tutte  le  genti  di  Siena,  delle  quali  molti 
donzelli  si  feciono  quel  dì  cavalieri,  e  a'  fianchi  1'  aggiunse 
tremila  balestrieri,  riserbando  il  guidar  questa  parte  a  sé  me- 
desimo. Nella  schiera  grossa  pose  il  resto  de'  fanti  con  mil- 
lesecento  cavalieri,  l'insegna  reale  de' quali  portava  Gian 
della  Vallina  cavaliere  borgognone,  e  quivi  era  Tarlato,  un 
figliuolo  del  signor  di  Volterra,  e  cittadini  fiorentini  di  grande 
autorità  Alberlaccio  da  Ricasoli,  Giovanni  della  Tosa,  Fran- 
cesco Brunelleschi  e  Berna  de' Rossi.  I  Pisani  avendo  mag- 
gior numero  di  cavalieri  fecero  tre  schiere;  1' una  de'feditori 
di  ottocento  cavalieri  fasciala  da  molli  balestrieri  genovesi  e 
pisani;  l'altra  di  mille  ottocento  sotto  il  governo  di  Giovanni 
Visconti  figliuolo  di  Lucchino,  che  fu  la  schiera  grossa,  e  l'ul- 
tima di  quattrocento,  la  quale  fu  posta  a  guardia  degli  stec- 
cati, perchè  le  genti  che  erano  uscite  di  Lucca  non  assalis- 
sono  il  campo,  a  cui  propose  Ciupo  degli  Scolari,  che  quel 
dì  si  fece  cavaliere,  e  Francesco  Castracani.  Chi  si  fosse  il 
capitan  generale  di  queste  genti  non  apparisce.  Ordinate  in 
questo  modo  le  schiere ,  e  ricordate  da'  capitani  a'  soldati 
quelle  cose  che  stimarono  necessarie  per  infiammarli  a  por- 
tarsi valorosamente,  fatto  il  cenno  delle  trombe,  fu  attaccata 
la  battaglia  Ira  i  primi  squadroni:  l'incontro  de'  Pisani  ben- 
ché fossero  meno  gente,  fu  mollo  feroce,  tanto  che  ripinse 
addietro  per  buono  spazio  la  schiera  de'  Fiorentini,  ma  non 


358  DELL    ISTORIE   FIOREXTI.NE 

durando  rao'to  questo  impeto,  perciocché  i  balestrieri  mi- 
schiali tra  loro  davano  gran  travaglio  a' cavalli,  e  tuttavia  se 
ne  vedeva  cader  alcuno  per  terra,  incominciarono  con  molto 
d  sordine  a  ritrarsi,  parte  rifuggendo  alla  seconda  schiera  e 
parte  salvandosi  dentro  gli  steccati.  Onde  la  battaglia  rimase 
tra  la  prima  schiera  de'  Fiorentini  vittoriosa .  e  la  seconda 
{grossa  de' Pisani,  dove  era  Giovanni  Visconti.  Quivi  fu  una 
lìera  battaglia  e  durò  buono  spazio  senza  conoscere  da  qual 
parte  pendesse  il  favor  della  fortuna  Ma  essendo  abbattuta 
r  insegna  di  Lucchino  e  Giovanni  il  qual  combatteva  tra'pri- 
rai  essendo  fatto  prigione,  e  con  esso  Arrigo  figliuolo  di  Ca- 
slruccio  e  Bardo  Frescobaldi  fuoruscito  di  Firenze  con  al- 
quanti giovani  della  nobiltà  pisana,  già  si  potea  chiaramente 
conoscere  che  la  vittoria  era  dal  lato  de' Fiorentini,  ancora 
che  i  nimici  levando  su  un  altro  stendardo  de'  Visconti  sì 
sforzassero  di  rimetter  1'  ordinanza,  e  di  star  fermi  nel  luogo 
loro.  Ma  questo  sforzo  fu  finalmente  ancor  rotto  dall'  osti- 
nazione de'  vincitori  ;  onde  pensando  ciascuno  a  salvarsi,  parte 
si  pose  a  fuggire  per  quella  via  che  prima  gli  mostrava  in- 
nanzi il  timore,  e  parte  si  raccolse  con  più  ordine  alla  schiera 
di  Ciupo.  il  quale  avendo  in  guardia  la  cura  del  campo,  per 
amcndue  le  rotte  delle  sue  schiere,  non  s'  era  mai  voluto 
muover  di  luogo.  Ma  veggendo  i  Fiorentini  sparsi  dietro  la 
caccia  de'  suoi,  pensò  esser  venuto  il  tempo  che  egli  potesse 
esser  d'  alcun  beneficio  all'  impresa  perduta.  E  per  questo 
ordinò  a  certi  saccomanni  e  ragazzi  del  campo,  che  metten- 
dosi tra  la  schiera  grossa  e  tra  la  salmeria  de' Fiorentini,  la 
quale  aveano  innanzi  al  fatto  d'  arme  fatta  caricare,  levassero 
voce  che  la  schiera  de'  feritori  fiorentini  fosse  rotta.  Coloro 
i  quali  erano  a  guardia  delle  bagaglio  udendo  questo  romore, 
e  credendo  per  questo  che  i  feritori  che  correvano  dietro  al 
nimico  fuggissero,  ancora  che  la  schiera  grossa  fosse  intera, 
e  non  punto  entrala  nel  fatto  d'  arme,  si  diedono  bruttamente 
a  fuggire:  la  qual  cosa  mise  in  disordine  quelli  della  schiera 
grossa  ,  né  per  mollo  che  da'capi  fosse  gridato  che  ciascuno 
tenesse  il  suo  luogo,  e  che  fossero  feriti  e  ammazzati  alcuni 
di  coloro  che  più  vili  degli  altri  aveano  anticipato  la  fuga , 
fu  possibile  a  fermarli.  Onde  Ciupo  non  giudicando  che  fosse 
più  da  star  a  bada,  lasciando  andar  via  la  seconda   schiera, 


LIBRO   NONO.  359 

percosse  ne' feritori,  divisi  tulli  per  essersi  sparsi  seguendo 
i  niraici,  e  stanchi  per  aver  corabatluto  ilutì  volle;  onde  egli 
fu  facile  il  superarli;  avendo  olire  a  ciò  Iclicemcnle  riscosso 
tulli  i  prigioni,  eccello  il  Visconli,  il  quale  menalo  alla  schie- 
ra grossa  se  n'andava  a  Pescia.  Questa  fu  la  batlaglia  falla 
Ira  i  Fiorenlini  e  i  Pisani  per  1'  infelice  acquisto  di  Lucca; 
nella  quale  come  che  non  restassero  morti  più  di  trecento, 
né  prigioni  molto  piìi  di  ottocento,  e  fosse  certo  che  de' Pisa- 
ni fosse  morto  molto  maggior  numero ,  nondimeno  si  potè 
chiaramente  conoscere  che  la  riputazione  di  chi  resta  nel  cam- 
po, e  non  il  numero  de' morii  o  de' prigioni  è  quella  che  dà 
le  vittorie.  Non  morì  in  questa  battaglia  persona  di  conto,  altri 
che  Frignano  da  Sesto,  e  certi  conncslobili  di  Mastino  e  del 
marchese  di  Ferrara ,  i  quali  si  portarono  valorosamente.  Ja- 
copo Gabbrielli,  il  quale  era  venuto  con  le  genli  d'Agubbio, 
fu  fallo  prigione  fuggendo  in  Lucca;  ove  Tarlalo  similmente 
fuggendo  si  era  salvalo.  Furono  falli  prigioni  combattendo 
nel  mezzo  dei  niraici  il  capitano  generale ,  il  figliuolo  del 
signor  di  Volterra,  Bonetto  tedesco,  e  i  quattro  fiorentini 
nominati  di  sopra  con  alcuni  nobili  sanesi  ;  benché  molti  di 
costoro  si  fossono  poi  fuggili  di  Pisa  senza  pagar  le  taglie. 
In  Firenze  udito  il  successo  della  batlaglia,  ma  non  saputi 
di  essa  i  particolari ,  la  lurbazione  fu  grande ,  e  fecesi  guar- 
dia di  notte  e  di  giorno  ,  come  s'  aspettasse  il  nimico  vinci- 
tore alle  mura.  Ma  poiché  il  seguente  giorno  s'  intese  il 
poco  numero  de' morti  e  de' prigioni,  che  Lucca  non  era 
perduta ,  ma  si  teneva  tuttavia  francamente  ,  e  che  gran  parte 
dell'esercito  s"  era  ridotto  a  Pescia,  s'apersono  le  botteghe 
che  erano  serrate,  ciascuno  tornò  a  far  il  suo  mestiere,  e  i 
venti  riprendendo  animo  con  tutta  la  Repubblica  incomin- 
ciarono a  far  nuove  provvisioni.  Scrissero  al  re  Ruberto 
che  gli  riat'esse  conceder  loro  uno  de' suoi  nipoli,  e  per 
aver  le  mani  in  più  luoghi,  dubitando  che  il  re  già  vecchio 
non  fosse  per  entrare  in  queste  contese,  avendo  altre  volle 
dissuaso  a' Fiorenlini  l'impresa  di  Lucca,  scrissono  in  Avi- 
gnone a'  lor  mercanti ,  che  nella  venula  che  facea  in  corte 
il  duca  d'  Atene  ,  il  quale  era  fama  ,  che  partendosi  di  Fran- 
cia per  venir  in  Italia  ,  era  per  andar  a  baciar  i  piedi  del 
pontefice  in  Avignone,  facessero  opera  di  condurlo  per  lor 


360  dell"  ISTOKIE    FlOnEMTINE 

capilano.  E  sopra  tulio  s'  altese  ad  aver  danari ,  e  a  soklar 
nuove  genti  forestiere.  Erano  appena  finite  di  far  queste  prov- 
visioni, che  vennero  alla  Repubblica  ambasciadori  del  mar- 
chese di  Ferrara,  il  quale  consolando  i  signori  della  rotta  ri- 
cevuta, profferiva  in  lor  servigio  oltre  le  forze  e  lo  stato,  la 
persona  sua  propria,  o  quella  del  fratello.  Poco  poi  giunsono 
quelli  di  Mastino,  e  alquanto  innanzi  erano  venuti  quelli  del 
signor  di  Bologna  ,  che  feciono  i  medesimi  uffici,  a' quali  tutti 
furono  rese  infinite  grazie,  accettando  in  parte  la  prontezza 
delle  loro  proferte,  e  riserbandosene  a  servire  a  tempo  nuovo. 
Tra  tanto  prese  il  sommo  magistrato  Lapo  Sirigatti ,  ma  dal 
nome  del  padre,  che  si  chiamò  Niccolino,  delti  poi  Niccolini. 
«  Il  quale  co'  priori  per  trattar  co'  Lucchesi  come  con  sud- 
«  diti,  levò  loro  ogni  rappresaglia,  e  dette  licenza  che  po- 
«  tessero  venire ,  e  slare  liberamente  in  Firenze.  Ma  non 
«  rilardando  i  travagli  che  si  aveano  per  le  cose  di  Lucca, 
«  le  provvisioni  per  la  quiete  e  buon  governo  d' Arezzo , 
«  furono  imborsati  una  mano  di  cittadini  slimati  de' più  pru- 
«  denti ,  perchè  ogni  due  mesi  ne  fossero  tratti  due  e  an- 
ce dassero  a  risedere  in  quella  città  come  ambasciadori ,  e 
«  avessero  1'  occhio  che  il  podestà  e  capitano  con  gli  altri 
«  ufiziali  facessero  bene  il  loro  uficio.  Conforme  all'  accor- 
«  dato  nella  compra  di  Lucca  Giovanni  Gianfigliazzi,  Jacopo 
«  degli  Alberii  e  Romolo  di  ser  Trircolo  notaio ,  sindaci 
«  della  Repubblica  trovandosi  in  Verona  fecero  lega  a'  22 
«  di  novembre  per  dieci  anni  con  Alberto  e  Mastino  della 
«  Scala,  co'  marchesi  Obizo  e  Niccolò  da  Este  e  con  Taddeo 
«  Peppoli  signor  di  Bologna  a  difesa  comune  senza  pregiudi- 
«  zio  della  lega  fatta  altra  volta,  dichiarando  che  se  Ubertino 
«  da  Carrara  avesse  mosso  guerra  ad  alcuno  de'  collegati , 
a  gli  altri  dovessero  aiutare  il  collegato  attaccato ,  ma  non 
«  si  fosse  già  obbligalo  se  alcuno  de' collegati  la  rompesse 
«  al  Carrara.  Prese  poi  a  mezzo  dicembre  il  gonfalonerato 
((.  Gherardo  Corsini ,  e  al  principio  dell'  anno  1342  che  era 
«  capilano  del  popolo  Pietro  figliuolo  d'  un  altro  Pietro  da 
«  Bolsena,  venne  nella  città  per  nuovo  podestà  Pino  de'  Gab- 
«  briclli  d'  Agubbio.  » 

In  questo  tempo  arrivarono  in  Firenze  due  ambasciadori 
del  re  Ruberto,  uomini  molto  principali,  fra  Giovanni  arci- 


LIBRO   NONO.  36i 

vescovo  di  Corfù  e  Giovan  Barile  cavaliere,  gran  razionale 
della  camera  regia;  i  quali  introdolli  nel  senato  richiesono 
a' senatori  in  nome  del  lor  re  la  possessione  e  signoria  della 
città  di  Lucca,  conciò  fosse  ella  sua  infin  dall'anno  1313, 
che  quel  comune  di  sua  libera  volontà  se  gli  era  dato,  e  che 
quando  Uguccione  della  Fagiuola  gliela  rubò ,  egli  vi  tenea 
per  suo  vicario  Gherardo  da  S.  Lupidio  Marchigiano ,  come 
a  molli  di  essi  Fiorentini  potea  esser  m.inifeslo.  Che  facendo 
ciò  eglino ,  come  alla  loro  antica  amicizia  s'aspettava,  il  re 
promettea  loro  tutte  le  sue  forze  per  mare  e  per  terra  per 
vendicarsi  de'  Pisani  ;  e  in  ciascun'  altra  impresa  che  i  Fio- 
rentini volesser  tentare.  Credesi  che  il  re  facesse  questa  do- 
manda, non  tanto  per  desiderio  o  speranza  che  avesse 
d'  aver  Lucca ,  quanto  che  non  volendo  i  Fiorentini  accon- 
sentire alle  sue  domande,  egli  fosse  legittimamente  scusato, 
se  non  mandava  loro  alcuno  de'  nipoti,  ne  rispondea  con 
altra  sorte  d'  aiuto  alle  loro  richieste.  Ma  i  Fiorentini  accor- 
gendosi del  pensiero  del  re,  e  desiderando  dopo  tanti  tra- 
vagli di  rimaner  vincitori  dell'impresa,  piìi  per  riputazione, 
che  per  il  dominio  di  Lucca,  il  quale  nondimeno  avendolo 
il  re,  speravano  un  giorno  di  aver  a  conseguir  da  lui  con 
nuova  moneta ,  risposono  esser  presti  a  dar  ad  un  re,  a  cui 
aveano  altre  volte  dato  la  signoria  della  propria  lor  città, 
quella  di  Lucca;  e  alle  parole  aggiunsero  gli  effetti.  «Perchè 
«  Ventura  Monaci  uno  degli  otto  sindaci  del  comune  eletti 
«  a' 13  di  gennaio  per  darne  il  possesso  a  gh  ambascia- 
«  dori  e  procuratori  del  re,  alla  presenza  del  gonfaloniere 
«  Corsini  e  de'  priori,  disse  alli  ambasciadori  che  il  comune 
«  di  Firenze  teneva  la  città  di  Lucca  e  suo  contado  per 
«  il  re  fin  a  tanto  che  gli  stessi  ambasciadori  ne  piglias- 
«  sero  la  corporale  tenuta,  e  in  segno  di  ciò  ne  dette  loro 
«  il  bastone  ».  A  questa  funzione  uno  de'  testimoni  fu  Nìc- 
cola  degli  Acciaiuoli ,  onde  non  so  perchè  il  Villani  se  lo 
metta  ambasciadore.  Mandati  poi  i  sindaci  con  gli  amba- 
sciadori del  re  a  Lucca ,  li  feciono  con  tutte  le  solennità  che 
si  ricercavano  consegnare  il  possesso  della  città,  essendo 
r  assedio  alquanto  allargato  per  la  difficoltà  e  asprezza  della 
stagione.  Fornito  che  ebbono,  gli  ambasciadori  se  n'anda- 
rono a  Pisa,  richiedendo   quella   signoria  da  parte   del  re 


362  dell'istorie  fiorentine 

Ruberto  a  levarsi  dall'  assedio  di  Lucca ,  la  quale  era  sua , 
perchè  altriraenli  egli  sarebbe  stato  costretto  difender  le  cose 
sue  da  chiunque  cercasse  occupargliele.  I  Pisani  stimando 
queste  essere  un  ingatuio  fatto  loro  dal  re  ad  instanza  de' Fio- 
rentini, dissono  che  risponderebbono  al  re  per  loro  ambascia- 
dori,  i  quali  di  presente  manderebbono  alla  Maestà  sua;  e 
tra  tanto  attesone  maggiormente  a  strigner  l'assedio,  dubi- 
tando al  tempo  nuovo  d'  aver  contro  anco  le  genti  regie.  I 
Fiorentini  non  conseguendo  per  tanta  loro  liberalità ,  cosa 
che  volessero,  mandarono  nuovi  ambasciadori  al  re  pregan- 
dolo ,  poiché  essi  tanto  pronlaracnlc  aveano  dato  il  domi- 
nio di  Lucca  alle  genti  sue,  a  mandar  loro  uno  dei  suoi 
nipoti  per  capitano  con  alquante  genti  ;  perchè  di  questa  im- 
presa, della  quale  l'utile,  e  il  beneficio  tornava  a  lui,  ne 
restassero  essi  vincitori  almeno  per  segno  d'onore,  e  per 
ricuperare  la  riputazione  perduta  nella  passata  rolla.  Il  re 
benché  desse  intenzione  agli  ambasciadori  di  dover  mandare 
in  aiuto  de'  Fiorentini  il  duca  d'  Atene  con  seicento  cava- 
lieri,  de' quali  la  metà  avesse  a  pagarne  la  Repubblica,  e 
ella  non  potendo  far  altro  ne  rimaneva  contenta,  né  questo 
finalmente  volle  osservare  ':  rammaricandosi  i  venti  di  que- 
sto torto,  che  parca  loro  ricever  dal  re,  con  Mastino,  fu- 
rono da  lui  confortati  a  spiccarsi  dall'amicizia  del  re,  mo- 
strando non  mai  esserne  venuta  loro  miglior  occasione  che 
al  presente.  Perciocché  il  Bavero  era  calato  a  Trento,  e 
egli  mostrava  che  se  i  Fiorentini  si  congiungevano  conl'im- 
peradore  assai  presto  arebbono  fatto  conoscere  al  re  Ruberto 
quanto  ingratamente  s'  era  portato  ad  abbandonar  gli  antichi 
amici  in  così  importante  bisogno,  e  che  egli  per  facilitar  que- 
sta impresa  inducendosi  i  Fiorentini  a  mandargli  ambascia- 
dori,  li  farebbe  accompagnare  da  ambasciadori  suoi,  e  si 
rendea  sicuro,  che  troverebbono  maggior  fede  nell'impera- 
dore  di  quella  che  nel  re  non  aveano  trovata;  si  fattamente 
che  come  non  fosse  mai  egli  stato  colui,  il  quale  avea  messo 
i  Fiorentini  in  queste  difìTicoltà,  li  dispose  a  mandar  due 
ambasciadori  al  Bavero  per  aiuto.  «  Non   avendo   alcun  ri- 

'  Qui  manca  :  onde   avendo  j>reso  il  gonfalonerato  Gherardo  Cor- 
sini^ ed  essendo  già  entrato  l'  anno  i34a,  rammaricandosi  i  venti  ec. 


LIBRO    NONO.  363 

<<  guardo  alla  lega  falla  il  giugno  passalo  in  Nupoli  nominala- 
((  mente  centra  del  Bavero,  o  di  chi  altri  fusse  voluto  ve- 
«  nire  armato  in  Italia  ;  tanta  forza  ha  d'  ordinario  il  desi- 
«  derio  di  superar  1'  apparenza  del  dispregio.  Impediva  la 
K  guerra  che  si  avea  co'Pisani  il  transito  alle  mercanzie  olirà- 
«  montane  che  venivano  per  i  Fiorentini  :  perchè  furono 
«  eletti  sei  cittadini  per  trattar  accordo  co' Genovesi  e  co'Sa- 
«  nesi,  e  con  questi  per  farle  venire  al  porto  di  Talamone, 
«  0  alla  spiaggia  di  Grosseto.  Nel  gonfalonerato  di  Maso 
«  dell'  Antcila  giunse  opportunamente  in  Firenze  Malatestii 
«  de'Malatesli  da  Rimini,  stato  fin  sotto  i  12  di  febbraio  eletto 
«  capitano  generale  di  guerra  per  sei  mesi ,  avendo  con  se 
«  dugento  cavalieri  de'  migliori  uomini  di  Romagna  e  della 
«  Marca  ' ,  e  tra  essi  alcuni  ollramonlani,  con  dugento  fanti 
per  guardia  della  persona  sua;  il  quale  fu  ricevuto  dalla  città 
con  somma  allegrezza  e  onore,  sì  perchè  confidava  molto 
nel  valor  suo,  e  sì  perchè  scoperto  di  que'  giorni  un  trattato 
convenne  mozzar  il  capo  a  Schiatta  Frescobaldi  ,  e  condan- 
nar per  ribelli  Paniccia  e  Jacopo  della  medesima  famiglia, 
Biordo  e  Giovanni  de' Bardi,  Antonio  degli  Adimari  e  Bindo 
de'Pazzi;  talché  nell'esecuzione  che  s'ebbe  a  fare  di  tali 
sentenze  per  frenar  i  tumulti  che  poteano  nascere,  non  par- 
ve punto  fuor  di  tempo  la  sua  venuta. 

Acquetalo  in  questo  modo  il  movimento  di  dentro,  s'at- 
tese alle  cose  di  fuori,  mettendo  in  ordine  l'esercito  per  li- 
berar Lucca  dall'  assedio.  Alle  quali  provvisioni  fu  tanto 
pronta  la  diligenza  di  quelli  delia  balia,  che  essendo  appunto 
la  domenica  dell'  ulivo  ,  si  diedono  l' insegne  dell'  esercito  : 
nel  quale  erano  stali  annoverati  quattromila  cavalieri  e  die- 
cimila fanti  pagati  senza  i  contadini  e  distrettuali.  Il  dì  se- 
guente, non  meno  celebre  per  la  festivilà  della  Nunziata, 
l'oste  ebbe  ordine  che  si  muovesse  per  andarne  in  Valdi- 
nievole.  Tre  giorni  dopo  s'accampò,  parte  sul  poggio  di  Gri- 
gnano  e  parie  sul  colle  delle  donne,  ove  fu  1'  altra  volta,  con 
grande  espetlazione  d'  ogni  uomo,  che   sì  potente   esercito 

'  Dice  il  testo:  e  ^frattanto  giunse  opportunamente  in  Firenze 
Malatesta  d'  Arimino  con  dugento  cavalieri  de'  migliori  uomini  di 
Bomagna  e  della  Marca  ,  e  tra  essi  ec. 


364  dell' IStOftlE    FIORENTINE 

dovesse  senza  fallo  rimuover  l'assedio  dì  Lucca.  Ma  il  ca- 
pitano  essendo  entrato  in  speranza   di  corromper  i   soldati 
de'nimici,  consumò  tutto  il  resto  del  gonfalonerato  di  Masct 
e  parte  di  quello  di  Francesco  Acciaiuoli  la  terza  volta  suo 
successore,  senza  far  cosa  alcuna  degna  di  memoria.  Impe- 
rocché Nolfo  da  Montefeltro  generale  de'  Pisani,  figliuolo  già 
del  conte  Federigo,  facendo  pascere  di  vane  speranze  Mala- 
lesta,  che  era  suo  parente,  avea  care  le  dilazioni,  come  quegli 
che  avendo  meno  genti  non  facea  per  lui  il  comI)atlere,  ol- 
tre che  era  corto  a  Lucca  andar  tuttavia  mancando  la  vetto- 
vaglia; quindi   fu  messo    in   proverbio    per    somiglianza  del 
giuoco  degli  scacchi,  che  Malatesta  avca  trovalo    il    rocco  a 
petto  del  cavallo.  Di  questa  tardanza  si  disse  che  ne  fossero 
anche  in  parte  stati  cagione  i  Fiorentini   medesimi  ;   mentre 
per  un  contrasto  nato  tra  loro  stavano  sospesi,  se  dovevano 
accettare  una  proferta  de'Pisani;  i  quali  pure  che  Lucca  fosse 
lasciata  loro  in  pace,  si  profferivano  di  pagarne  il  prezzo  dei 
centoottantamila  scudi,  che  i  Fiorentini  erano  debitori  a  Ma- 
stino, in  sei   anni.  E   oltracciò    si    obbligavano    di   dar  ogni 
anno  per  omaggio  per  S.  Giovanni  diecimila   fiorini  d'  oro, 
e  un  palio  con  un  cavallo  coperto  di  scarlatto   di  valuta  di 
dugento   fiorini   d'  oro.  Alle  quali  proferte   come    che  tutti 
quasi  acconsentissero,  fu  nondimeno  tanta  l'autorità  di  Ben- 
civenni   Rucellai  stato   gonfaloniere    l'anno   1326  e  padre  di 
Naddo,  il  quale  era  camarlingo  in  Lucca,  potentissimi  citta- 
dini amendue ,  e  molto  cari  al  popolo,  che  elle  furono  rifiu- 
tate, e  convenne  che  l' impresa  si  seguisse,  riprendendo  gra- 
vemente  il   capitano,  che   con  le  sue  dilazioni  avesse  dato 
occasione  a  queste   intempestive   dispute,    quando   si  dovea 
menar  le  mani  più  che  la  lingua  ;  perchè  gli  fu  fatto  ordine 
che  senza  perder  momento  di  tempo  movesse  il  campo  verso 
i  nimici,  che  che  avvenir  ne  potesse.  Nel  qual  tempo  furo- 
no recitate  lettere  in  senato  di  Guglielmo   Altoviti    capitano 
d'Arezzo,  per  le   quali  avvisava;   come  s'era   scoperto  un 
trattato  che  Piero  Tarlati  in    compagnia  di    Ridolfo  di   Lu- 
xeraburgo  e  di  Guido  e  d'altri  di  quella  famiglia  aveano  vo- 
luto ribellare  Arezzo;  che  egli  s'era  assicuralo   de' congiu- 
rati ,  i  quali  avea  in  prigione  ,  e  che  per  ciò  la  Repubblica 
comandasse  quello  che  in  ciò  s'  avesse  a  eseguire.  1  senatori 


LIBRO   ?J0>0.  303 

fecero  venire  i  prigioni  in  Firenze,  e  tenuti  lungo  tempo  car- 
cerali nel  proprio  palagio  de'  priori,  furono  più  volte  per  con- 
dannarli a  morte.  A  Giovanni  de'  Aledici  fu  scritto  in  Lucca 
che  sotto  cortese  prigione  tenesse  sollecita  guardia  di  Tar- 
lato. Riljcllaronsi  nel  medesimo  tempo  gli  Ubaldini ,  i  quali 
con  alcune  genti  di  Lucchino  si  posono  ad  assedio  a  Firen- 
zuola, ruppono  un  condottiere  della  casa  de'  Medici  mandato 
in  soccorso  degli  assediati,  e  finalmente  presono  e  arser  la 
terra,  sopra  della  quale  riposono  e  fortificarono  Montecolo- 
reto,  e  ebbono  Tirli  per  tradimento:  «  le  quali  insolenze  e 
«  rubamenti  volendo  reprimere  in  qualche  maniera  ,  dettero 
«  la  carica  di  vicario  di  là  dall'  alpi  con  ogni  autorità  al  conte 
«  Guido  da  Battifolle  ».  Gli  libertini  e  i  Pazzi  ribollarono 
Castiglione,  Campogiallo  e  la  Treggiaia.  «  Diversamente  trat- 
«  lava  il  conte  Marcovaldo  da  Dovadola,  non  solo  nimico 
«  de' Fiorentini,  ma  taglieggiato  da  loro  fin  l'anno  passato: 
«  perchè  desiderando  di  tornare  in  grazia  della  Repubblica 
«  compromesse  in  sei  cittadini  fiorentini  ogni  sua  differen- 
«  za.  Questi  avuto  considerazione  al  conte  Ruggieri  suo 
«  padre  e  a'  suoi  antecessori,  che  furon  sempre  devoti  al  po- 
«  polo  fiorentino,  l'assolvettero  dal  bando  della  testa,  e 
«  da  ogn' altra  pena  nella  quale  fosse  incorso  per  essere  stato 
«  nella  congiura  de' Bardi.  Gli  liberarono  ancora  alcuni  po- 
«  poli  i  quali  erano  stati  messi  a' libri  della  camera  del  co- 
«  mune,  come  cosa  della  Repubblica,  alla  quale  vollero  che 
«  restasse  libero  quello  che  il  conte  pretendeva  su'  popoli 
«  di  Valdarno  ;  proibendo  al  conte  e  a' suoi  eredi  il  poter 
«  ricevere  in  alcun  modo,  e  sotto  qualsivoglia  colore  e  ti- 
«  tolo  che  importasse  servitù,  alcun  suddito  della  Repubblica, 
«  e  che  fosse  obbligato  co' suoi  successori  a  offerire  ogn"an- 
«  no  per  la  festa  di  S-  Giovanni  Batista  di  giugno  un  palio 
«  di  seta  alla  chiesa  del  santo  in  Firenze  in  seguo  d'  osse- 
«  quio  e  di  riverenza,  ma  non  già  di  soggezione,  verso  il 
«  comune  di  Firenze,  col  quale  dovesse  far  lega  perpetua, 
«  con  obbligazione  di  far  sempre  conlra  nimici  della  Rrpub- 
«  blica  quel  che  i  Fiorentini  avessero  voluto,  e  a  questi  di 
«  difendere  il  conte  e  i  suoi  luoghi  da  chi  si  fosse  ».  Oltre 
queste  cose  di  fuori  vacillò  mollo  il  credilo  de'  mercanti  fio- 
rentini, laiche  fallirono   Peruzzi  ,  Acciainoli,    Bardi.    Bonac- 


36ti  dell'  istorie  fiorentine 

corsi,  Cocchi,  Ant(;llesi,  da  lizzano,  Corsini,  Castellani,  e 
Perendoli,  e  con  esso  loro  molti  altri  di  minor  conio.  Il  clic 
avvenne  perchè  sapulo  in  Napoli,  che  i  Fiorentini  aveano 
contratto  o  erano  per  conlrarre  amicizia  col  Bavero,  e  du- 
bitando per  questo,  che  quella  città  non  diventasse  ghibel- 
lina, e  discostasscsi  al  tutto  dall'  amicizia  del  re,  i  baroni  e 
signori  che  aveano  i  loro  danari  depositati  ne'  banchi  e  com- 
pagnie de' Fiorentini,  rivollono  tulli  insieme  subitamente  il 
loro.  Nel  mezzo  di  questi  scompigli  avendo  Malatesta  avuto 
r  ordine  di  muoversi,  il  nono  di  di  maggio,  «  che  in  Firen- 
«  ze  era  capitano  di  custodia  Rodolfo  da  Varano  di  Came- 
«  rino,  e  capitano  del  popolo  Guglielmo  dì  Ciuccio  d'  Assi- 
«  si  »  scese  nel  piano,  e  accarapossi  a  S.  Piero  in  Campo 
di  costa  al  Serchio,  avvicinandosi  a  due  migJa  presso  a'ni- 
raici,  con  poco  felice  augurio  di  quello  cbe  avea  a  succe- 
dere, perciocché  le  masnade  de' Tedeschi  rubarono  il  pro- 
prio campo  de'  Fiorenlini,  da'  quali  erano  soldati.  Giunse 
nondimeno  in  quel  giorno  il  duca  di  Tecchi,  il  Borgomastro 
c'I  Porcaro,  baroni  del  Bavero,  con  cinquanta  annadure  e  ven- 
ticinque cavalieri  a  spron  d'  oro,  che  per  piccolo  numero  fu 
tenuta  bellissima  gente.  Nel  medesimo  dì  con  cento  cavalieri 
franzcsi  arrivò  medesimamente  il  duca  d'  Atene  condono  da 
Uguccione  Buondelmonti  e  da  Manno  Donati;  la  cui  giunta 
fu  tanto  più  cara  quanto  si  sapea  che  egli  v'era  venuto 
senza  chiederne  licenza  al  re  ;  a  cui  arrivalo  che  egli  fu  a 
Napoli,  e  veduto  che  il  re  non  si  disponeva  ad  aiutar  i  Fio- 
renlini, avea  dato  ad  intendere  che  egli  si  melica  a  ordine 
d'arme  e  di  cavalli  per  voler  passare  in  Grecia  ad  acquistare 
il  suo  stato.  Il  seguente  giorno  mollo  {)er  tempo  Malatesta 
ordinò  le  schiere,  e  con  quelle  in  ordinanza  s'inviò  un  mi- 
glio e  mezzo  verso  i  nimiei,  ricercandoli  di  battaglia,  la  quale 
non  vollono  accettare  ;  perchè  non  potendo  egli  sforzarli, 
pensò  d'andare  ad  assaltar  un  batiifoUe,  che  i  Pisani  avea- 
no fallo  sul  eolle  di  S.  Quirico  per  guardia  del  poggio  e  del 
ponte.  Ma  avendo  a  passar  Ire  rami  del  Serchio,  nel  terzo, 
il  quale  era  mollo  ingrossato  per  acqua  ritenuta  per  i  nimiei, 
trovò  tali  difficoltà,  che  quella  sera  noi  potè  passare;  e  aven- 
dovisi  a  fermar  la  notte,  vi  ricevette  molte  molestie,  non 
solo  dal  mancamento  della  vellovaglia,  e  dal  disagio  dell'ai- 


LIBRO   NONO.  367 

loggiare,  ma  eziandio  dagli  assalti  de' Pisani.  11  dì  appresso 
avendo  la  nolte  fallo  fare  un  ponte  di  legname,  passò  il  fiu- 
me, e  accostossi  al  colle  per  combatter  il  baltifolle  ;  ma  i 
Pisani  sapendo  di  quanta  importanza  era  difender  quel  pas- 
so, vi  mandarono  buona  parte  dell'esercito;  la  quale  avute 
più  scaramuccie  co'  Fiorentini,  li  costrinse  lasciandosi  addie- 
tro il  colle  di  S.  Quirico,  ad  accamparsi  sopra  un  poggio 
incontro  al  prato  di  Lucca;  non  avvertendo  di  scender  a! 
piano  verso  il  prato,  per  la  qnal  via  avrebbe  potuto  fornir 
la  terra  delle  cose  necessarie,  e  forzar  il  nimico  a  disloggiare, 
non  avendo  da  quella  parte  fatto  chiusa  ne  fortezza  alcuna. 
Perchè  perdendo  inutilmente  quei  giorno,  e  dato  tempo  al 
nimico  di  poterla  notte  fortificare  il  baltifolle  di  S.  Quirico, 
e  di  sleccar  molto  bene  il  prato  presso  al  Serchio,  e  di  con- 
durvi  quasi  tutte  le  genti  per  difesa  ,•  tra  per  queste  provvi- 
sioni, e  perchè  la  nolte  sopraggiunsc  grandissima  pioggia 
dal  cielo,  quando  poi  volle  non  potette  passar  o!tre  e  far 
cosa  alcuna  di  momento.  Perde  pt'r  questo  tempo  quattro 
giorni  in  quel  luogo,  aspettando  che  l'acqua  scemasse.  Nei 
quinto  r  aria  alquanto  si  rasserenò,  e  Bruschino  capitano  dei 
Tedeschi  ebbe  ardimento  di  passar  il  fiume,  e  di  appiccar 
animosamente  la  scaramuccia  co'nimici.  Il  medesimo  fece  il 
duca  d'Atene,  il  cui  esempio  essendo  seguitato  da  molti,  in 
breve  oltre  queste  compagnie  di  cavalli,  più  di  millecinque- 
cento pedoni  si  trovarono  aver  passato  il  Sinhio.  Costor(^ 
ruppero  gli  steccati  di  nuovo  fatti,  misero  in  fuga  i  nimici, 
e  se  non  fossero  slati  ritenuti  dalle  tenebre  della  nolle  che 
venne,  o  se  nel  principio  fossero  slati  sfguilali  da  tutto  il 
campo,  non  era  dubbio  che  quel  dì  avrobbono  rollo  i  Pisani. 
Malatesta  fece  sonar  a  raccolta,  e  i  Pisani  avendo  la  nolte 
con  grande  affanno  e  sollecitudine  fortificato  gli  alloggiamenti, 
e  essendo  aiutali  dalla  pioggia,  che  fece  ingrossar  il  Serchio, 
aggiuntavi  la  dappocaggine  o  la  mala  fortuna  de' Fiorentini 
0  de'lor  capitani,  privarono  al  tutto  i  nimici  d'ogni  speranza 
d'aver  a  soccorrer  più  Lucca.  Per  la  qualcosa  il  dicianno- 
vesimo giorno  di  maggio,  ripassato  il  fiume,  per  la  via  d'AI- 
topascio,  onde  eran  venuti,  vituperosamente  tornarono  indie- 
tro. Pure  cercando  per  alcun  modo  di  riparare  alla  ricevuta 
vergogna,  il  ventunesimo  s'accamparono  sopra  il  Cerrualio; 


368  dell' isToniE  fiorentine 

ma  né  in  quello  si  portarono  più  felicemente,  perciocché  da- 
togli alcune  battaglie  in  vano,  e  non  facendo  alcun  profitto, 
pieni  di  doppia  vergogna  e  di  scorno  passarono  nel  Valdar- 
no.  Partironsi  poi  di  Fucecchio  il  nono  giorno  di  giugno 
duemila  cavalieri  con  molti  pedoni,  e  cavalcarono  sul  con- 
tado di  Pisa  danneggiando  il  paese,  ove,  quanto  successe  di 
buono  in  quella  impresa,  feciono  prigioni  cencinquanta  cava- 
lieri, che  i  Pisani  mandavano  a  Marti;  frutto  nondimeno  molto 
leggiero  di  cotanto  apparecchio  e  di  si  grande  spesa,  quanto 
fu  messa  da'  Fiorentini  in  questa  ultima  guerra.  «  Perchè 
«  trovandosi  in  bisogno  d'  aver  danari  ebbero  in  Firenze  ri- 
«  guardo  sopra  molte  famiglie  tanto  della  città  che  del  con- 
«  tado,  alcuni  delle  quali ,  nonostante  il  viver  quietamente  , 
«  erano  siali  descrilti  nel  numero  de' grandi,  e  ora  con  pa- 
ce gar  ccrla  somma  di  danari  fiiron  rimessi  Ira'  popolari.  Mes- 
ce sero  anche  una  gabella  sopra  i  fuochi  della  città  e  de'bor- 
((  ghi,  la  quale  fu  chiamala  de' Fumanti,  e  era  ch'ogni  capo 
«  di  famiglia  dovesse  pagar  certi  danari  il  giorno.  Erano  in 
«  questo  mentre  comparse  in  senato  lettere  scritte  de' 2  di 
«  maggio  dal  collegio  de' cardinali  adunato  in  Avignone  per 
«  creare  il  nuovo  papa,  essendo  morto  il  buon  Benedetto, 
«  nelle  quali  esorlavano  e  pregavano  i  senatori  a  voler  far 
«  pace  co' Pisani  mandando  a  questo  effetto  Guglielmo  ve- 
ce scovo  di  Lucca  e  Guido  vescovo,  mi  par  che  dica  di  Cagli, 
ce  Poco  appresso  arrivò  un  breve  de'  10  dello  stesso  mese, 
ce  scritto  per  il  medesimo  effetto  dal  nuovo  papa  chiamato 
ce  Clemente  VI ,  al  quale  premendo  pure  che  questa  pace 
ce  si  facesse,  non  aspelU')  d'  esser  coronato,  e  perciò  diceva 
ce  nel  breve,  che  non  si  maravigliassero  se  nel  piombo  della 
;e  bolla  non  era  il  suo  nome,  costumandosi  di  così  fare  dagli 
ce  eletti  pontefici  avanti  la  solennità  della  loro  benedizione 
ce  e  coronazione.  Vacava  in  questo  tempo  la  chiesa  (ìoren- 
<e  lina  per  morte  del  vescovo  Francesco,  e  il  capitolo  avea 
'c  eletto  Filippo  dell' Antella  prior  della  chiesa  di  S.  Piero 
<c  Scheraggio  contro  l'ordine  di  [lapa  Benedetto,  che  se  n'era 
u  riserbata  1'  clczio'ie  ;  onde  Clemente  annullando  tale  ele- 
ce zione  dette  il  vescovado  a  frale  Agnolo  (  questi  è  degli 
ce  Acciainoli)  fiorentino  slato  vescovo  dell'  Aquila,  e  scrisse 
(c  a'  26  di  giugno  alla  signoria,  della  quale  era  capo   Luigi 


LIBRO  NONO  369 

«  Aldobrandini,  che  lo  volesse  ricevere.  Volevano  i  padri 
«  favorire  e  aiutare  i  marchesi  Obizo  e  Niccolò  d'Esle,  per- 
«  che  conseguissero  dalla  Chiesa  in  vicariato  la  città  di  Fer- 
«  rara;  elessero  però  Francesco  degli  Acciaiuoli,  Simone 
«  dell' Antella,  Alessandro  de' Bardi  e  Sandro  degli  Alloviti 
«  per  andare  in  Avignone  a  supplicarne  in  nome  della  Re- 
te pubblica  papa  Clemente  e '1  collegio  de' cardinali,  e  a  pro- 
«  mettere  che  i  marchesi  ne  paghcrebbono  diecimila  fiorini 
«  d'  oro  di  conio  di  Firenze  di  censo,  e  che  sarebbero  fe- 
«  deli  a  sua  Santità;  la  quale  contentandosene,  sarebbe  presa 
«  dal  sindaco  de'Fiorenlini  la  terra  d'Argenta  dagli  stessi 
«  marchesi  per  guardarla  alla  Chiesa  o  per  l'arcivescovo  di 
«  Ravenna  ».  Veggendosi  intanto  quelli  '  eh'  erano  in  Lucca 
abbandonati  dal  soccorso  aspettalo,  e  ridotti  a  molto  estremo 
di  vettovaglie,  impetrala  da'  Pisani  la  salvezza  delle  loro  per- 
sone con  ciò  che  vollono  trarre  %  lasciarono  Lucca.  c<  La 
«  quale  fece  pace  co'  Pisani  con  patti  che  si  liberassero  i 
«  prigioni  fatti  in  quella  guerra  dall'  una  parte  e  dall'  altra, 
«  e  nominatamente  dovessero  i  Pisani  liberare  Giovanni  della 
«  Tosa  cavaliere  fiorentino  ;  che  per  il  termine  di  quindici 
«  anni  i  Pisani  avessero  la  guardia  del  caslello  dell'  Agosla 
«  della  città  di  Lucca,  e  della  medesima  città  e  borghi,  come 
«  di  Pontetelto  e  della  torre  di  IMontuolo,  e  tutto  a  spese 
«  de'Lucchesi,  a' quali  restava  per  altro  il  governo,  l'entra- 
«  te,  l'elezione  degli  ufiziali  forestieri,  e  in  ogn' altra  cosa 
«  libertà.  E  passali  i  quindici  anni  i  Pisani  doveano  restituir 
:(  loro  la  detta  guardia,  lasciandogli  in  tulio  e  per  tutto  li- 
«  beri,  obbligandosi  nello  slesso  tempo  i  Pisani  di  non  dare 
«  né  alienare  la  detta  guardia  a  persona  per  qualsivoglia  ri- 
«  spetto  ». 

Questo  infelice  fine  ebbe  la  seconda  volta  l' impresa  di 
Lucca:  la  quale  dannosa  al  pubblico  e  al  privato,  si  tirò 
dietro  assai  prestamente  mali  molto  maggiori.  1  Fiorentini 
veduta  riuscir  male  quest'  ultima  guerra,  e  quel  che  parca  cosa 
più  dura  l'essersi  scoperti  amici  del  Bavero,  ancora  che  li- 

'  Per  la  qual  cosa  veggendosi  quelli  di'  erano  ec.  Prima  Ediz. 
2  L'  undecimo  giorno  di  luglio  nel  gonfalonerato  di  Luigi  Aldo- 
brandini  rendettero  Lucca  a'  Pisani.  Prima  Ediz. 

Amm.  Vol.  II.  2* 


370  dell'istorie  fiorentine 

cenziato  il  duca  di  Tecchi  con  gli  altri  baroni  non  avessero 
voluto  procedere  ad  altra  lega  e  confederazione  insieme,  veg- 
gendo  scemata  per  questi  accidenti  la  riputazione,  e  cresciuti 
i  debiti  non  solo  nel  pubblico,  ma  nel  privato  per  cagione 
di  tanti  fallimenti  avvenuti;  i  fatti  d'Arezzo  per  il  successo 
de' Tarlati  non  andar  molto  securi,  e  tra  i  medesimi  cittadini 
esser  poca  concordia  ,  imperocché  i  grandi  e  il  popolo  mi- 
nuti) eran  tenuti  esclusi  dagli  ufici,  e  dello  stesso  popolo 
grasso  non  tutti  viver  contenti;  aveano  pensato  di  provvedere 
in  parte  a' lor  mali,  con  aver  infln  l'ultimo  di  maggio  eletto 
per  conservadore  e  protettore  della  città  e  contado,  come 
anche  delle  città  e  contadi  d'Arezzo,  di  Pistoja  e  di  Lucca, 
il  duca  di  Atene,  e  che  dopo  il  Malatesta  fosse  capitano  ge- 
nerale di  guerra.  Il  duca  rispondendo  su  quelli  principj  raa- 
ravigliosamenle  al  desiderio  della  maggior  parte,  sarebbe 
cosa  difficile  a  dire  quanto  egli  prestamente  avesse  incomin- 
cialo a  guadagnar  gli  animi  delle  persone.  La  prima  cosa 
fatta  da  lui  fu  1'  aver  mozzo  il  capo  negli  ultimi  giorni  di  lu- 
glio a  Ridolfo  Pugliesi.  Questi  presa  1'  occasione  della  solen- 
nità di  S.  Jacopo,  che  i  Pratesi  erano  alla  festa  a  Pistoja, 
con  trecento  fanti  e  quaranta  a  cavallo  si  pose  per  entrare 
in  Prato  ,  onde  da'  Guazzagliotri  suoi  nimici  era  stato  caccia- 
to. Ma  non  avendo  avuta  la  porla  che  gli  era  slata  promessa, 
e  per  questo  postosi  a  combatter  l'antiporto  circondato  dai 
Pratesi,  fu  con  più  di  venti  fatto  prigione;  onde  condotto  a 
Firenze  ,  e  trovato  il  duca  desideroso  d'  acquistarsi  con  un 
sì  fatto  accidente  terrore  e  riputazione,  fu  tostamente,  por- 
tando le  pene  del  suo  folle  ardimento,  decapitato.  Questo 
fatto,  come  che  ad  alcuni  paresse  crudele,  da  molti  fu  ripu- 
tato giustissimo,  parendo  che  il  duca  non  avendo  que'  ri- 
spetti, che  sogliono  il  più  delle  volte  aver  i  diversi  giudicj 
de'  cittadini,  ingombrali  spesso  o  da  timidità,  o  da  speranza 
di  premio,  con  animo  libero  d'ogni  passione  procedesse  se- 
condo le  severe  loggi  della  giustizia.  Questa  opinione  era 
accompagnata  da  una  apparenza  di  modestia,  che  il  duca  non 
volendo  per  se  il  palagio  de'  priori,  ne  quello  del  podestà , 
s'avea  eletlo  per  abitazione  il  convento  di  S.  Croce.  Gli 
dava  non  poco  favore  1'  essersi  nel  passar  il  Scrchio  dell'  im- 
presa di  Lucca  portato  valorosamente,  e  dato  a  credere  che 


MBRO   NONO.  371 

se  fosse  stato  seguitalo  da  tutto  1'  esercito  si  sarebbe  vinta 
la  giornata.  E  per  i  modi  tenuti  nell'altra  volta,  che  fu  in 
Firenze  in  luogo  del  duca  di  Calabria,  non  si  aspettava  da 
lui  se  non  un  reggimento  giusto,  e  dall'  altro  canto  pieno  di 
prudenza  e  di  moderazione.  Per  la  qual  cosa  venuto  il  primo 
giorno  d'agosto,  che  Malatcsta  Gniva  la  sua  condotta,  il  du- 
ca prese  la  carica  del  generalato,  con  ampia  e  larghissima 
potestà  di  poter  far  giustizia  personale  in  città  e  di  fuori 
come  a  lui  paresse.  Avuta  il  duca  questa  autorità,  e  dal  ve- 
der la  città  tra  se  divisa,  e  a  se  favorevole,  entrato  in  spe- 
ranza che  leggiermente  se  ne  sarebbe  potuto  insignorire  . 
stimò  che  per  mandar  innanzi  i  suoi  pensieri,  la  più  spedita 
via  era  di  abbatter  la  parte  reggente,  o  almeno  sbarbar  tanti 
capi  di  quella  parte,  che  gli  altri  per  spavento  non  osassero 
alzar  il  capo;  nel  qual  modo  veniva  a  farsi  amici  tutti  quelli 
i  quali  erano  stati  tenuti  bassi  da  costoro.  E  senza  trascorrer 
più  oltre  fece  metter  le  mani  addosso  a  Giovanni  de' Medici 
stato  capitano  di  Lucca,  uno  de' più  potenti,  e  fattogli  con- 
fessare che  per  danari  avoa  lasciato  fuggir  di  Lucca  Tarlato, 
cui  avea  in  sua  guardia,  senza  ascoltar  preghiere  de' parenti 
e  d'amici,  gli  fece  mozzar  la  testa.  Il  caso  di  cos'i  fatto  uo- 
mo, chiaro  per  la  qualità  della  famiglia,  per  la  dignità  dei 
due  gonfalonerati,  per  1'  ordine  della  cavalleria,  e  per  la  po- 
desteria di  quella  città,  la  quale  fu  prima  e  ultima,  ma  so- 
prattutto compassionevole  per  r  innocenza,  essendo  opinione 
che  non  v'ebbe  colpa  se  non  di  mala  guardia,  sbigottì  cia- 
scuno di  quella  setta,  ma  molto  più  allegrò  i  grandi  e  i  ple- 
bei, ringraziando  costoro  Iddio,  che  avesse  finalmente  man- 
dato in  Firenze  un  uomo,  il  quale  senza  mirar  in  viso  nes- 
suno, non  perdonasse  più  al  grande  che  al  piccolo.  Ecco , 
diceano  essi,  che  non  s'  ha  più  a  fare  con  gli  auguzelli  di 
Agubbio,  ma  con  un  signore  di  casa  reale,  il  quale  non  si 
lascia  metter  la  mano  sotto  da  questi  nostri  arrabbiati  tiran- 
ni. Soggiugnevano  i  grandi.  Non  sarà  più  chiamato  in  giu- 
dizio Pino  della  Tosa  dopo  la  morte  ;  non  saranno  più  i  no- 
bili cacciati  a  schiera  dalla  patria  e  confinati,  non  spogliati 
de'  beni,  non  in  somma  lacerati  e  trafitti  ogni  giorno  dalla 
popolare  superbia.  In  questi  applausi  della  plebe  e  de'  grandi, 
avendo  preso  il  gonfaloneralo  Grazia  Guittomanni  la  seconda 


372  dell'istorie  fiorentine 

volta,  il  duca  fece  prigione  Guglielmo  Altovili.  Era  la  fami- 
glia degli  AUoviti  Ira  le  popolane  molto  stimata,  era  copiosa 
d'uomini  e  di  ricchezze,  avea  avulo  in  casa  quattro  gonfalo- 
nerati,  de' quali  il  medesimo  Guglielmo  n' avea  esercitato  uno 
nel  1315,  oltre  l'ultimo  governo  avuto  delia  città  d'Arezzo 
l'anno  passato;  onde  ogn'uomo  stava  a  vedere  quello  cHi~ 
il  duca  avesse  a  fare  con  costui  ;  quando  prima  che  si  sen- 
tisse quasi  la  cagion  del  delitto  ,  fu  inteso  che  Guglielmo 
era  menato  dalla  giustizia  a  tagliarglisi  il  capo  ;  la  cagione 
era,  benché  fosse  creduta  malvagità  de'  Tarlati  offesi  da  lui, 
il  titolo  della  baratteria,  cioè  l'aver  ne' suoi  magistrati  tocco 
danari,  e  fatte  per  questo  conto  molte  ribalderie  ;  onde  fu  an- 
che condannato  in  danari  un  suo  nipote.  Questo  secondo 
rigore  fece  del  tutto  la  plebe  schiava  del  duca,  venuta  a  tanta 
adulazione,  conlra  la  natura  de'  Fiorentini,  che  ove  nel  duca 
s' incontrava  con  altissime  voci  gridava,  viva  il  signore,  con 
parole,  con  cenni,  e  con  ogni  sorte  di  dimostrazione  magni- 
ficando e  mettendo  nel  cielo  la  sua  integrità ,  sotto  il  qual 
nome  andava  travestita  la  sua  crurleie  e  rigorosa  giustizia. 
Appena  era  asciutto  il  sangue  dell' Alloviti  e  del  Medici,  che 
in  un  medesimo  tempo  furono  fatti  prigioni  Naddo  Rucellai 
e  Rosso  de'  Ricci.  Della  causa  della  presura  non  si  dubita- 
va, essendo  amendue  stati  camarlinghi  ultimamente  in  Lucca, 
e  con  fama  d'  aver  1'  uno  e  1'  altro  frodato  il  comune.  11  Ricci 
confessava  aver  ingannato  la  Repubblica  nelle  paghe  de'sol- 
dati,  e  per  confo  della  grascia  in  tremilaotlocento  fiorini  di 
oro.  Il  peccato  del  Rucellai  era  maggiore,  conciossiacosaché 
olire  tremilacinquecenlo  fiorini  d' oro,  ne'  quali  egli  dicea  aver 
medesimamente  frodato  il  popolo,  aggiugneva  aver  tocco  dai 
Pisani  quattromila  fiorini  d'oro,  perchè  facesse  opera  che 
i  Pisani  in  qualunque  modo  compiessero  l'accordo  di  Lucca; 
laiche  l'uno  e  l'altro  erano  condannati  alla  morte.  Fece  il 
fallo  di  Naddo  ricordare  il  famoso  e  nobile  atto  d' Aldobran- 
dino Otlobuoni,  quando  profertogli,  essendo  egli  assai  po- 
vero, dai  medesimi  Pisani  quattromila  scudi,  perchè  consi- 
gliasse che  il  Mulronc  si  disfacesse,  andò  piìi  amico  alla  pa- 
tria che  a  se  medesimo,  a  persuader  in  senato  tutto  il  con- 
trario ;  e  perciò  era  Naddo  ironicamente  chiamato  il  secondo 
Aldobrandino,  predicandosi  che  si  dovea  celebrare  per  tutto 


LIBRO  NONO.  373 

la  fama  di  lui  come  di  caritevole  e  amantissimo  cittadino 
verso  la  sua  patria.  Contultociò  i  molti  parentadi  e  amicizie, 
che  r  una  e  1'  altra  famiglia  avea  nella  città ,  l' aver  il  duca 
frescamente  posto  sotto  la  mannaia  due  altri  cittadini  di  tanta 
importanza,  e  il  non  volere,  come  per  le  cose  che  poi  suc- 
cedettero si  tenne  per  fermo,  sdegnarsi  del  tutto  il  popolo, 
furono  per  allora  la  salvezza  del  Ricci  e  del  Rucellai.  Il  pri- 
mo de' quali  nondimeno  pagato  il  danaro  fu  condannato  in 
perpetua  carcere,  e  l'altro  sborsata  l'una  e  l'altra  somma, 
sotto  mallevadoria  di  diecimila  scudi  confinato  a  Perugia. 
Grande  era  per  questo  la  riputazione  che  il  duca  avea  tra 
tutti  acquistata  ;  talché  da  chi  per  amore  e  da  chi  per  tema, 
non  più  come  capitano  generale  o  conservadore  di  popolo, 
ma  come  assoluto  signore  e  principe  della  fiorentina  Repub- 
blica era  riverito.  Non  era  canto  o  palazzo  in  Firenze,  ove 
la  sua  arme  non  si  vedesse  dipinta.  Beato  si  tenea  quel  cit- 
tadino che  l'amicizia  d'alcun  suo  domestico  potesse  conse- 
guire. E  in  somma  ad  esser  vero  principe  niuna  altra  cosa 
che  il  nome  gli  mancava.  E  perchè  questo  conseguisse  in- 
teramente, oltre  gli  stimoli  della  propria  ambizione,  non  fu- 
rono di  poca  forza  i  conforti  di  molti  cittadini,  non  solo  dei 
grandi,  ma  del  popolo  stesso.  Costoro,  tra' quali  i  più  segna- 
lati furono  Peruzzi,  Acciaiuoli,  Baroncelli  e  quei  dell'  Antella, 
il  desideravano  ;  perchè  essendo  eglino  falliti,  fossero  dal  du- 
ca sostenuti  in  slato  senza  lasciarli  in  preda  de'  loro  credi- 
tori. Coloro,  e  questi  furono  Bardi,  Frescobaldi,  Rossi,  Ca- 
valcanti,  Buondelmonti ,  Cavicciuli,  Donati,  Gianfigliazzi  e 
Tornaquinci,  bramavano  la  sua  signoria  ;  perchè  avendo  a  star 
sottoposti  come  stavano  alla  rabbia  popolare,  stimavano  per 
minor  male  aver  un  principe,  quando  ben  fosse  tiranno,  che 
tanti  ;  oltre  che  aiutandolo  ad  acquistar  il  principato,  spera- 
vano aver  a  conseguir  da  lui  infiniti  favori,  e  quando  non 
altro  la  rottura  di  quelli  tanto  da  loro  odiati  ordini  di  giu- 
stizia. 

A  questa  prontezza  de' cittadini,  e  buona  disposizione 
del  duca,  s'aggiugneva  che  il  magistrato  de' venti  era  finito 
in  quel  tempo  ;  e  per  le  cose  o  disavventuratamente  succe- 
dute, o  poco  ben  governate  aveano  lasciato  sì  tìera  e  acerba 
memoria  de"  fatti  loro,  massimamente  al  popolo  minuto,  che 


374  dell'  istorie  fiorentine 

come  per  mutar  cibo,  niuna  altra  cosa  parca  che  più  solle- 
citamente bramasse,  che  il  duca  esser  fatto  signor  di  Firenze. 
Perchè  veggendo  il  duca  che  il  tempo  era  venuto,  e  non  vo- 
lendo in  si  fatta  occasione  mancare  a  se  medesimo  ,  slimò 
per  consiglio  de'  grandi,  che  avendo  a  farsi  creare  signor 
della  città,  bene  fosse  farlo  col  consentimento  de' priori,  es- 
sendo in  suo  arbitrio,  quando  essi  il  negassero,  di  mandar 
in  ogni  modo  a  effetto  il  suo  pensiero.  Sedevano  in  quel 
tempo  de'  priori  col  gonfalonier  Guiltoraanni  questi  cittadini; 
Corsino  di  Mozzo  de'  Corsinfi,  Francesco  Rusiichelli  giudice, 
Bartolomraeo  Siminelti,  Pagolo  Bordoni,  Pero  di  Durante, 
e  Zalo  Passavanti.  Costoro  sentendo  la  proposta  del  duca , 
nella  qual  diceva  che  per  rimediar  a'  disordini  di  Firenze 
era  necessario  che  fosse  data  la  potestà  ad  un  solo,  e  quel 
solo  dover  esser  lui,  a  cui  tutto  il  re.eto  della  città  accon- 
sentiva; benché  per  così  brutta  domanda  fossero  grandemente 
sbigottiti;  ripreso  animo  costantemente  gliele  negarono,  di- 
cendo non  aver  mai  i  loro  maggiori  per  qualunque  grande 
avversità  accaduta  alla  Repubblica  costumato  di  dar  la  signo- 
rìa della  loro  città  a  vita;  e  niuno  me' di  lui,  che  v'era  stato 
luogotenente  per  il  duca  di  Calabria  ne' pericolosissimi  tempi 
di  Castruccio,  poterlo  sapere  ;  e  il  quale  essendo  barone  del 
regno  di  Napoli  potea  altre  volte  aver  inteso,  che  non  al  re 
Ruberto  che  vivea,  non  al  re  Carlo  suo  padre,  né  al  re  Carlo 
primo  suo  avolo  era  simil  cosa  stata  acconsentita  giammai, 
né  da  quei  prudentissimi  principi  domandata.  Il  duca  senza 
mostrar  di  questa  cosa  turba/ione,  pensò  d'  eseguir  il  suo  in- 
tendimento per  una  via  più  spedita  ;  e  costumando  egli  nelle 
faccende  importanti  che  accadevano,  consultarsene  talora  per 
una  certa  onesta  apparenza  col  popolo,  il  settimo  dì  di  set- 
tembre mandò  un  bando  per  la  città ,  che  il  dì  seguente  si 
ragunasse  il  popolo  nella  piazza  di  S.  Croce,  por  aver  egli 
a  trattar  cose  importanti  in  benefìcio  della  Repubblica.  Ac- 
corsonsi  subitamente  il  gonfaloniere  e  i  priori  di  quello  che 
colai  bando  volesse  signìQcare,  e  veggendosi  abbandonati  da' 
grandi,  dalla  plebe  e  da  molte  case  popolari,  e  per  questo 
non  aver  forze  da  opporsi  a' favori  del  duca,  pensarono  poi 
che  quelle  non  erano  sufficienti,  di  tentar  la  via  delle  pre- 
ghiere. Commesso  per  questo  la  cura  del  parlare  a   Francc- 


LIBRO   N050.  373 

SCO  Rustichelli,  se  n'  andarono  nel  medesimo  dì  a  trovarlo 
in  S.  Croce,  e  chiesta  udienza,  inlrodoUi  ejìe  furono,  Fran- 
cesco gli  parlò  in  questa  sentenza.  L' allr' ieri,  signor  dura, 
ci  dimandò  vostra  eccellenza  la  signoria  deil;i  nostra  città,  e 
da  noi  non  vi  fu  acconsentita,  mostrandovi  die  i  padri  e  gli 
avoli  nostri  per  qualunque  grande  pericolo,  nel  quale  la  Re- 
pubblica si  fosse  trovala,  non  vollono  mai  il  medesimo  con- 
cedere a'  reali  di  Napoli.  Ora  perchè  voi  convocando  il  po- 
polo, ci  date  a  vedere  che  quello  che  non  poteste  conse- 
guire di  nostra  libera  volontà,  siate  per  prendervi  in  ogni 
modo  per  qualunque  altra  via,  siamo  venuti  per  dimostrarvi 
che  il  far  ciò  oltre  i  nostri  interessi,  non  torna  eziandio  co- 
modo a  voi.  E  speriamo,  che  siccome  l'altra  volta  adempim- 
mo al  debito  nostro,  non  volendo  per  paura  o  rispetto  al- 
cuno umano,  per  quanto  a  noi  s'aspettava,  pregiudicare 
all'antica  libertà  della  patria  nostra,  così  ora  soddisfaremo 
interamente  all'  obbligo  che  abbiamo  di  consigliarvi  come 
a  nostro  capitano,  per  quel  che  tocca  a  voi,  e  alla  casa  vo- 
stra ;  acciocché  noi  siamo  liberi  affatto  della  colpa  di  tutte 
quelle  sciagure  e  mali  che  in  ogni  accidente  per  questo  fatto 
potcssono  avvenire.  E  certo,  signor  duca,  se  noi  vogliamo 
considerare  I'  origine  onde  si  è  mosso  cotesto  vostro  desi- 
derio di  privarci  della  nostra  libertà,  io  non  trovo  che  ella 
sia  pretendenza  alcuna  nuova  o  vecchia  che  voi  abbiate  so- 
pra di  noi;  perciocché  in  nulla  cosa  s' hanno  travagliato  i 
vostri  maggiori  co' fatti  nostri,  ne  voi  per  niuna  nostra  ob- 
bligazione 0  balìa  v'  avete  acquistato  ragione  sopra  di  que- 
sta città,  della  quale  sete  slato  creato  conservadore  di  po- 
polo e  capitano  generale,  e  non  principe.  Ma  quello  che  a 
ciò  vi  ha  confortato  non  è  stato  altro  che  le  nostre  discor- 
die, e  per  conseguente  l' inclinazioni  mostratevi  della  plebe 
e  de' grandi.  Questi  desiderosi  di  ripigliare  l'antica  potenza, 
la  quale  temerariamente  governandosi,  fu  con  gran  ragione 
domata  da  noi.  Quella  per  1'  usata  pazzia  e  leggierezza,  con 
la  quale  come  si  è  mossa  a  desiderare  questo  nuovo  gover- 
no, così  assai  presto  si  muoverà  a  odiarlo,  e  abborrirlo.  Ora 
che  fondamento  voi  vi  possiate  su  queste  due  generazioni 
d'uomini  fare,  volentieri  desidererei  io,  che  anzi  fosse  da  voi 
medesimo  prudentemente  consideralo,  che  da  me  forse  troppo 


376  dell'istorie  fiorentine 

arditamenlc  ricordatovi.  I  grandi  non  sì  tosto  per  il  mezzo  vo- 
stro avranno  abl)SilliUo  quesio  governo  popolare,  che  come  uo- 
mini che  né  la  libertà  né  la  servitù  sanno  mediocremente  patire, 
cercheranno  e  procacceranno  con  ogni  industria  e  per  ogni  via 
possibile,  di  spegner  voi  :  la  plebe  avvezza  a  impacciarsi  nelle 
sue  faccende  co'  cittadini  suoi  propri ,  i  quali  per  la  troppa 
facilità  (siccome  è  natura  degli  uomini  aver  a  rincrescimento 
non  meno  il  bene  che  il  male  )  si  son  recati  a  noia ,  non 
proverà  due  volte  la  difficoltà  dell'udienza  de' vostri  magi- 
strati, l'insolente  superbia  de' portieri,  l'arroganza  de' corti- 
giani e  la  stranezza  de' costumi  delle  genti  forestiere,  che 
maledicendo  1'  ora  e  '1  dì  che  le  venne  voglia  di  farvi  si- 
gnore ,  procurerà  e  si  studierà  ancor  dia  in  che  via  possa 
tornarvi  indietro,  e  disfarvi.  Ma  perchè  con  molto  diversi 
modi  è  gittato  uno  dall'  altezza  dell'  imperio ,  che  non  vi  è 
sublimato,  quali  pericoli  per  questo  vi  soprastino,  voi  se  non 
vi  lascerete  ingombrar  1'  animo  da  questo  fallace  splendore 
del  principato,  agevolmente  da  voi  stesso  potete  conside- 
rare. Dovete  ormai  molto  ben  aver  udito  quanto  sangue  si 
sia  sparso  in  questa  città ,  or  tra  i  nobili  stessi  1'  uno  con 
r  altro,  ora  tra  Guelfi  e  tra  Ghibellini ,  e  ora  tra  i  grandi  e 
tra  il  popolo,  non  per  altro  che  per  conservazione  della  li- 
bertà, quante  volte  siano  slate  abbruciale  le  case  ,  quanti 
esilii  e  conlini  acerbissimi  si  sian  dati;  onde  non  è  città  in 
Italia,  ove  alcun  germe  delle  fiorentine  famiglie  non  sia  al- 
lignato. Ora  credete  voi,  signor  duca,  che  quelli  che  1'  om- 
bra del  principato  ,  o  una  certa  apparenza  di  superiorità  e 
di  maggioranza  non  hanno  potuto  patire  ne'citladini  me- 
desimi, siano  per  patire  un  vero  e  assoluto  dominio  in  un 
Ibresliere  ?  oppure  stimate  che  cotesto  favore,  e  cotesta  aura 
che  vi  si  mostra  ora  così  propizia,  non  vi  si  abbia  a  mutare 
giammai?  I  favori  de'  popoli  sono  ragionevolmente  assomi- 
gliati alla  bonaccia  e  tranquillità  del  mare;  di  cui  ninna  cosa 
è  più  dolce  ne  più  soave  tra  le  cose  del  mondo  :  non  è  cos'i 
[)iccolo  0  mal  condotto  Icgnetto,  che  quando  il  mare  è  in 
calma,  in  quello  non  s'  arrischi  di  navigare;  e  che  con  som- 
mo e  quasi  intìnito  diletto  i  lieti  diporti  della  vezzosa  ma- 
rina lietamente  non  goda  ;  ma  non  così  presto  dall'  altro  canto 
fremendo  i  venti  e  turbandosi  il  sereno  aere  del   cielo  egli 


LIBBO   NONO.  377 

s  incomincia  a  crucciare,  che  niuna  nave  sì  ben  corredala 
e  (la  prudenti  nocchieri  retta  ,  si  trova  che  lungo  tempo 
possa  contrastare  all'impeto  dell'  onde  sue.  Per  questo  non 
hanno  mai  gli  uomini  accorti ,  e  a'  quali  gli  accidenti  dei 
mondo  non  sono  celali,  collocato  molla  fede  o  speranza 
ne'  fasori  del  popolo.  Il  quale  se  voi  dall'  altro  canto  credete 
tener  a  freno  col  terrore  dell'  armi  forestiere  ,  considerate 
(in  poco  di  quante  genti  vi  faccia  mestiere  per  frenare  una 
tanto  popolosa  e  s'i  grande  ciLlh.  E  se  le  rendile  di  questo 
stato  saranno  appena  bastevoli  a  pascere  il  gran  numero 
de'  vostri  soldati ,  che  profitto  trarrete  voi  da  quesla  signo- 
ria? Vorrete  esser  voi  fattore  e  esattore  de' vostri  soldati? 
e  a  che  fine?  per  stare  continuamente  esposto  a' pericoli 
d' una  crudele  e  vergognosa  morte  ?  oppure  vi  assicureranno 
le  fortezze  e  le  cittadelle  che  farete  per  sicurtà  della  vostra 
persona  ?  dunque  vorrete  comprare  un  principato  poco 
utile  con  una  perpetua  prigionìa?  e  sarete  voi  primo  a  pri- 
var della  libertà  vostra  voi  stesso  per  spogliar  noi  della  no- 
stra? 0  crederete  tener  contenti  gli  animi  de' cittadini  con 
r  ampliazione  che  farete  di  questo  stato  ?  Di  ciò  che  profit- 
to ,  0  che  piacere  ne  sentiranno  eglino ,  se  al  governo  di 
que'  popoli  saranno  da  voi  mandali  uficiali  forestieri  e  non 
cittadini  fiorentini  ?  se  pur  una  cosa  non  è  per  dar  loro  al- 
cuno piacere,  che  nella  loro  servitù  avranno  molti  compa- 
gni. Se  con  la  mansuetudine,  con  la  benignità  e  con  la  cor- 
tesia vi  persuadete  avere  a  renderveli  benevoli ,  oltre  che 
acerbo  saggio  ne  avete  dato  loro  con  la  morte  di  due  chia- 
rissimi cittadini ,  vi  ricordo  che  niuna  ineffabil  dolcezza  può 
esser  mai  così  grande,  che  contrappesi  quella  delia  libertà. 
Non  riguarderanno  mai  eglino  il  palagio  de' priori,  non  i  luo- 
ghi degli  altri  magistrati,  non  l'arme  del  popolo,  non  i  loro 
gonfaloni,  non  leggeranno  mai  i  fatti  de' loro  antipassali ,  e 
in  fine  non  si  ricorderanno  giammai,  che  voi  da  liberi  l' ab- 
biate fatti  servi ,  che  con  1'  amarore  concetto  della  libertà 
perduta  non  infettino  la  dolcezza  di  tutti  i  diletti  che  po- 
tessero loro  avvenire  da  qualsivoglia  grande ,  per  conto  vo- 
stro, acquistato  riposo.  Per  questo,  signore,  voi  potete  otti- 
mamente conoscere,  che  né  la  via  della  violenza,  né  quella 
della  mansuetudine  vi  potrà  mai  far  quieto  e  pacifico  signore 


378  dell'  istorie  fiorentine 

di  questa  città;  la  qual  cosa  considerata  mollo  bene  da'reali 
di  Napoli  li  fece  star  contenti  sempre  a  non  volere  da  noi 
più  di  quello  che  da  noi  medesimi  era  loro  conceduto. 
Questo  se  voi  farete,  libererete  voi  medesimo  da  grandi  tra- 
vagli ,  e  a  noi  darete  cagione  che  con  perpetue  lodi  abbia- 
mo a  tener  sempre  cara  e  desiderabile  la  fama  del  vostro 
governo.  Il  quale  altrimenti  procedendo ,  io  non  veggo  co- 
me a  noi  possa  essere  per  brevissimo  spazio  di  tempo  gra- 
to ,  ne  a  voi  per  lunga  stagione  sicuro  '. 

Non  si  mosse  il  duca  per  queste  parole  dal  suo  pro- 
ponimento ;  anzi  rivolto  al  gonfaloniere  e  a' priori,  disse  che 
non  si  maravigliava  che  rincrescesse  loro  il  deporre  quella 
signoria ,  che  cosi  imperiosamente  aveano  esercitala.  Ma  che 
di  ciò  si  dimandasse  lutto  il  resto  de'  cittadini,  i  quali  succiali 
dalla  loro  avarizia,  e  lacerati  dalla  loro  crudeltà  si  erano  a  lui 
raccomandati  con  le  braccia  in  croce  a  liberarli  da  tanta  ti- 
rannide. Questo  zelo  muoverlo  a  così  pietoso  uficio ,  e  non 
propria  ambizione  o  cupidità  ;  perciocché  egli  avea  tanto 
stalo  in  Francia  e  nel  regno  di  Napoli  e  in  Grecia ,  e  di 
tali  titoli  era  adornato ,  e  da  tali  progenitori  creato ,  che 
poco  bisogno  gli  parca  avere  d'  onori  e  di  dignità  maggiore. 
I  pericoli,  con  che  cercavano  di  tale  impresa  rilrarlo ,  non 
sbigottir  punto  1'  animo  suo ,  essendo  egli  avvezzo  a  sprez- 
zarli per  la  gloria,  e  per  beneficio  di  coloro  che  ricorrevano 
all'opera  sua;  e  questo  essere  assai  ben  noto  a  essi  Fio- 
rentini ,  da  molti  de'  quali  era  slato  veduto  con  cento  soli 
cavalieri  passar  il  Scrchio,  e  appiccar  la  battaglia  co' nemici; 
quando  il  capitano  loro  timido  e  confuso  non  ardiva  farsi 
innanzi  un  passo  fuori  del  suo  squadrone.  Oltreché  sperava 
il  suo  reggimento  aver  ad  esser  tale  ,  che  i  Fiorentini,  sic- 
come aveano  incominciato  a  fare  ,  avessero  continuamente 
cagione  d'amarlo,  e  non  d'odiarlo.  E  avendo  a  ciò  aggiunte 
altre  parole,,  e  da'  priori  similmente  fatte  altre  repliche,  fu 
alla  fine  conchiuso,  che  lascialo  ragunar  il  popolo  la  mattina 
seguente ,  se  gli  dovesse  dar  la  signoria   della   città  per  un 

'  Mirabile  discorso  di  eloquenza  ciyile  !  Ripeterò;  qui  imparino  i 
nuvolosi  scrittori  della  politica  d'oggi  a  scrivere  delle  cose  di  stato 
con  chiarezza,  efficacia,  e  utilità.  Benedettigli  autori  classici  ! 


LIBRO  NONO.  379 

auno ,  in  quella  forma  e  con  quelle  condizioni  che  già  a 
Carlo  duca  di  Calabria  ullimamenle  era  stata  data.  Stipulata 
questa  convenzione  la  sera  medesima,  e  venula  la  seguente 
mattina,  che  il  popolo  avea  le  cose  fatte  a  confermare,  con- 
vennero nella  piazza  di  Santa  Croce  ,  non  solo  intorno  cen- 
toventi uomini  a  cavallo  ,  che  egli  avea  di  sua  gente,  e  tre- 
cento fanti ,  che  appresso  di  lui  si  trovavano  come  capitan 
generale  per  guardia  della  sua  persona ,  ma,  salvo  Giovanni 
della  Tosa,  quasi  tutti  coloro  delle  famiglie  grandi  della  città, 
e  un  gran  numero  del  popolo  minuto  vi  si  trovò  presente  ;  il 
quale  avendo  1'  armi  coperte  sotto  ,  come  andasse  a  pren- 
der il  possesso  di  Lucca  ,  o  di  Pisa,  ne  andava  a  donar  la 
propria  libertà  al  duca  d'  Atene.  Da  costoro  accompagnato  ne 
venne  il  duca  alla  piazza  de'  priori ,  e  aspettalo  il  gonfalo- 
niere e  priori  che  scendessero  di  palagio,  insieme  sulla  rin- 
ghiera (così  sono  chiamati  quei  gradi,  che  sono  a  pie  del 
palagio  )  si  posono  a  sedere.  Quivi  avendo  il  Rustichelli  inco- 
minciato ad  esporre  la  deliberazione  fatta  la  sera  passata  ; 
essendo  udito  dal  popolo  con  maravigliosa  attenzione  e  si- 
lenzio ;  quando  venne  a  quel  luogo,  ove  si  dicea  che  il  gonfa- 
loniere e  i  priori  riservando  la  confermazione  del  popolo  gli 
aveano  dato  la  signoria  per  un  anno,  con  un  strepito  e  romor 
grande  levato  su  dall'  inGma  plebe,  s'  intese  dire  che  egli 
voleano  a  vita,  replicando  e  intonando  con  lietissime  grida 
spesso  questa  sentenza  '.  Mentre  i  senatori  sbigottiti  per  lo 
subito  decreto  della  furiosa  moltitudine  non  sanno  che  par- 
tito pigliarsi,  molti  de 'grandi  che  si  trovavano  sulla  ringhiera 
corsono  a  prender  il  principe  di  peso  per  introdurlo  in  pa- 
lagio. Ma  perchè  secondo  il  costume  della  città ,  quando  la 
signoria  è  fuori ,  il  palagio  si  suole  tener  serrato ,  fu  dalla 
plebe  gridato  ,  che  la  porta  fosse  aperta ,  perchè  altrimenti 
alle  scuri  e  al  fuoco  ricorrerebbono.  Era  alla  guardia  di 
quello  deputato  Rinieri  di  Gioito  nativo  di  S.  Gimignano  , 
il  quale  essendo  stato  corrotto  dagli  amici  del  duca,  non  fece 
alcuna  resistenza,  ma  spalancate  le  porle,  accolse  lietamente 
il  duca  dentro,  ancora  egli  suo  principe  e  suo  signore  chia- 
mandolo. In  questo  modo  fu  la  mattina  degli  8  di  seltem- 

'  si  noti  qui  come  è  beue  espresso,  e  messo  ia  evidenza  il  clamori; 
popolare. 


380  dell'istorie  fiorentine 

bre,  dì  solenne  per  la  natività  della  Vergine  ,  Gualtieri  di 
Brenna  duca  d'Atene  crealo  signore  a  vita  (quello  che  al- 
tre volte  non  era  ancora  avvenuto)  della  città  di  Firenze  '. 
I  grandi  non  volendo  perder  1'  occasione ,  subitamente  ad 
abbruciar  il  libro  degli  ordini  della  giustizia  corsono.  Le 
bandiere  del  duca  sulla  torre  del  palagio  collocarono.  I  priori 
a  riseder  di  sotto  nella  camera  dell'  arme  furono  mandati. 
Giotto  in  premio  della  sua  ribalderia ,  insieme  con  Cerret- 
tieri  Visdomini,  intimo  famigliare  e  domestico  del  duca,  eb- 
bono  l'ordine  di  cavalleria.  «  A  Guglielmo  d'Assisi  capitano 
«  del  popolo,  e  il  quale  avea  ancor  egli  al  trattato  accon- 
«  sentito,  fu  confermato  l'uficio,  e  a  Meiiaduso  Tribiani 
«  d'Ascoli  la  podesteria  ».  Per  questi  successi  grandi  feste 
i'eciono  fare  i  grandi  d'armeggiare,  e  poche  case  furono 
in  Firenze  che  fuochi  su  per  le  strade  in  segno  d'allegrez- 
za non  facessero,  non  essendo  sicuro  con  intempestiva  se- 
verità mostrarsi  alcuno  del  nuovo  principato  nimico ,  ripor- 
tando sollecitamente  le  spie  i  cenni ,  non  che  le  parole  ,  e 
i  fatti  di  ciascuno.  Perchè  vedutesi  il  duca  succeder  le  cose 
mollo  più  felicemente  di  quel  eh'  egli  slesso  non  s'  era  dato 
a  credere,  ivi  a  due  giorni  per  i  consigli  del  capilano  del 
popolo  e  del  podestà  si  fece  confermare  la  signoria  a  vita , 
e  solo  in  quello  del  popolo  di  centonovantanove  voli  ne 
furono  sette  de'  bianchi  ;  così  erano  avviliti  i  Fiorentini  !  In- 
cominciando per  questo  ad  esercitare  con  maggior  autorità 
r  acquistata  signoria  ,  cacciò  in  lutto  i  priori  di  palagio  ,  diede 
loro  per  abitazione  la  stanza  de'Filipetri  dietro  S.  Piero 
Scheraggio ,  scemato  il  numero  de'  fanti  con  venti  soli  li  la- 
sciò stare,  ogn' altra  signoria,  e  autorità  tolse  loro,  eccetto 
il  nome,  e  una  vana  apparenza,  E  privali  dell'  arme  tutti  i 
tilladini  privilegiati,  stimò  essersi  in  gran  parte   assicurato 

'  Questo  fatto  del  duca  d'Atene  è  uno  fra  i  molti,  che  serve  a 
mostrare  la  rea  condizione  delle  moderne  repubbliche  italiane;  e  della 
/iorentina  altresì;  dove  le  discordie  interne  inducevano  i  cittadini  a 
darsi  ia  braccio  agli  stranieri,  che  com'  era  poi  naturale,  divenivano  ti- 
ranni delle  città.  E  credo  che  la  più  naturale  differenza  delle  moderne 
repubbliche  dalle  antiche  sia  per  P  appunto  questa  :  che  nelle  antiche  le 
discordie  interne  finivano  quando  si  trattava  d'  impedire  una  tirannide  fo- 
restiera-,  mentrechè  nelle  italiane  avveniva  che  le  discordie  interne  eran 
<]uelle  che   alle  tirannidi  forestiere  aprivano  1'  adito. 


LIBRO   NONO.  38 f 

da  chi  tentasse  d'  offenderlo.  Ma  come  per  cotanto  beneficio 
fatto  al  popolo  fiorentino  non  bastasse  una  festa,  per  l'ot- 
tava della  nostra  Donna  a  far  la  seconda  con  mollo  maggior 
pompa  e  solennità  si  preparava.  Nella  quale, quello  che  piacque 
a  molti,  più  di  cencinquanta  prigioni  delle  pubbliche  car- 
ceri liberò.  Il  vescovo  Acciainoli  sermonando  quella  mattina 
celebrò  con  grandissime  lodi  la  magnificenza,  la  giustizia, 
la  liberalità,  e  la  mansuetudine  di  lui,  acciocché  agli  onori 
umani  s'  aggiugnessero  in  un  certo  modo  i  divini  ;  essendo 
nel  mezzo  degli  ufici  sacri ,  e  nei  tempi  dedicati  al  servigio 
di  Dio,  dal  pontefice  proposto  alle  cose  sagre  commendata 
e  illustrata  la  fama  delle  sue  prodezze.  '  Con  questo  perpetuo 
tenore  di  felicità,  se  gli  dierono  a  vita  a' i22  di  settembre 
Arezzo,  a'  17  d'  ottobre  Castiglione,  a' 26  Pistoia,  a' 29  Colle, 
a' 25  di  dicembre  Volterra.  I  Tarlati  e  i  Pazzi  mandarono  a 
riconoscer  da  lui  in  feudo  i  castelli  che  possedevano;  e  così 
senza  alcun  suo  merito  in  breve  spazio  di  tempo  e  con 
molta  felicità  gli  venne  in  mano  quello  che  con  molle  fa- 
tiche e  sudori  s'avea  la  Repubblica  fiorentina  e  con  l'arme 
e  con  la  pacienza  in  tanti  anni  acquistato.  Le  quali  cose  per- 
chè con  la  medesima  facilità,  che  acquisiate  s'avea,  non 
perdesse  ,  posposta  la  benivolenza  de'  cittadini ,  a  conser- 
varle col  terrore  dell'armi  forestiere  si  dispose,  raccogliendo 
a  sé  tutti  i  Franzesi  o  Borgognoni  che  per  Italia  al  soldo 
di  qualche  principe  o  repubblica  si  trovavano  sparsi  :  il  nu- 
mero de'  quali  fra  non  molti  giorni  a  quello  di  ottocento 
pervenne.  Ma  perchè  a  fondare  il  nuovo  principato  parca 
molto  incomoda  la  guerra  che  s'  aveva  co'  Pisani  pc'  fatti 
di  Lucca ,  avendo  a  questa  cosa  con  somma  vigilanza  atteso 
dal  primo  dì  che  prese  la  signoria,  e  non  trovando  i  Pisani 
alieni  da  ogni  sorte  d'  accordo  onesto ,  per  poter  goder  an- 
cor eglino  in  pace  il  possesso  di  Lucca,  «  fu  finalmente  a' 9 
«  d'  ottobre  da  Giovanni  d'  Assisi  dottore  collaterale,  e  sin- 
«  daco  del  duca,  conchiusa  in  Pisa  con  quel  comune  e  col 
«  comune  di  Lucca  alla  presenza  degli  anziani,  e  del  conte 
«  Ranieri  di  Donoralico  capitano  generale  di  custodia,  e 
«  delle  masnade  di  quella  città;  e  con  la  pace  fu  fatto  lega 

I  Ecco  come  i  cattÌTÌ  ministri  haano  fatto  servire   la  religione  alla 
tiraaaide. 


382  dell'istorie  fiorentine 

«  per  cinque  anni,  le  quali  furono  poi  raiificale  e  pubbli* 
«  cale  dal  duca  il  terzodecimo  dello  stosso  mese  in  Firenze 
«  con  queste  condizioni  '.  Che  a'  Pisani  restasse  la  guardia 
«  di  Lucca,  e  de'  suoi  castelli  per  il  tempo  e  con  le  con- 
ce dizioni  che  1'  aveano  ;  per  il  qual  tempo  avesse  il  duca  a 
«  eleggere,  e  tener  in  Lucca  il  podestà  col  mero  e  misto  im- 
«  perio  anche  per  il  contado  e  distretto,  e  con  autorità  di  poter 
«  liberar  da'  bandi  e  restituire  a'  beni  i  fuorusciti  e  banditi  di 
<(  Lucca  e  suo  contado.  Questo  guadagnò  il  duca  snpra  di  Luc- 
«  ca.  Che  i  Fiorentini  di  Valdinievole  fossero  rimessi  e  resti- 
«  tuiti  a'  beni  a  volontà  del  duca  e  de'Pisani,  la  volontà  de' quali 
«  fu  rimessa  a  quella  di  Tinuccio  della  Rocca  di  Pisa.  Che 
«  delle  terre  di  Barga,  di  Pietrasanta,  Coreglia  e  altre,  che 
«  si  tenevano  in  Garfagnana  e  Ver?aglia  per  il  duca  e  co- 
«  mune  di  Firenze,  se  ne  facesse  quello  che  piacesse  al 
«  duca  e  a  Tinuccio,  con  restar  però  libero  a' Lucchesi  di 
«  poter  godere  i  beni  che  aveano  ne'  comuni  delle  stesse 
«  terre,  e  trasportar  i  frutti  di  essi  nel  Lucchese  senza  pa- 
«  gar  gabella,  e  lo  stesso  si  potesse  far  da  quei  delie  dette 
«  terre  de'  beni  che  avessero  nel  Lucchese.  Che  i  Pisani 
«  restituissero  fra  un  mese  il  castello  di  Laterina ,  che  te- 
«  nevano  de'  Fiorentini  nel  contado  d'  Arezzo,  e  ogn' altro 
«  luogo  che  vi  avessero.  Che  i  comuni  di  Pisa  e  di  Lucca 
«  fossero  tenuti  di  pagare  al  duca  sessantamila  fiorini ,  e 
a  anche  fino  in  centocinquantamila,  conforme  che  dichiarasse 
a  il  medesimo  duca  e  Tinuccio,  nel  termine  di  quindici  anni, 
«  ogn' anno  la  rata  nella  festa  di  S.  Giovanni  Batista;  e  a 
«  questo  pagamento  dovessero  esser  obbligati  i  Pisani  men- 
«  tre  tenessero  la  guardia  e  custodia  di  Lucca  e  degli  al- 
te tri  luoghi;  se  no,  gli  dovessero  pagare  i  Lucchesi.  Che 
«  r  una  parte  e  1'  altra  potesse  aiutare  i  suoi  amici  della 
«  Marca,  del  Patrimonio,  di  Roma,  del  mare  di  levante, 
«  come  anche  il  signore  di  Cortona.  Che  Francesco  Orde- 
te  laffi  col  comune  di  Forlì,  e  Galasso  e  Nolfo ,  e  i  fratelli 
«  figliuoli  del  già  conte  Federigo  da  Montefeltro  col  comune 
«  d'  Urbino  fossero  inclusi  nella  pace.  Che  a  dichiarazione 
a  del  duca  e  di  Tinuccio  fosser  liberati  da' bandi  i  Ghibellini 

•   Tra  il  duca  e  quel  comune  conchìusa  e  pubblicala  la  pace    il 
terzedecimo  d'  utlobre  con  queste  condizioni.  Così  dice  1'  originile. 


LIBRO  NONO.  383 

i<  banditi  di  Firenze,  e  i  Guelfi  banditi  di  Pisa.  Che  i  Pietra- 
«  malesi,  gli  Dbertini,  i  Pazzi,  quei  da  Valenzano,  e  quelli 
«  da  Montauto,  de' Barbolani  collegati  d'Arezzo  e  loro  se- 
«  guaci  s'intendessero  liberati  da'bandi ,  e  restituiti  a'beni  che 
«  possedevano  avanti  la  guerra,  come  dovevano  esser  liberati 
«  gli  Ubaldini  collegati  de'  Pisani  ;  lo  stesso  seguisse  de' conti 
«  di  Casentino  (sono  i  conti  Guidi),  né  si  potesse  far  di  loro 
«  processo  per  i  delitti  commessi  in  tempo  del  bando;  che  dal- 
«  l'una  parte  e  dall'altra  si  liberassero  i  prigioni,  nominata- 
«  mente  da'  Fiorentini  Pietro  da  Pietramala  e  suoi  consorti,  e 
«  Francesco  degli  libertini,  (il  Villani  mette  Giovanni  Visconti, 
«  ma  io  non  1'  ho  saputo  trovare  nel  contratto);  e  sospendes- 
«  sero  le  rappresaglie  per  tre  anni.  A' Pistojesi  abitanti  in 
«  Pisa,  i  quali  avean  nella  guerra  servito  a' Pisani,  dovean 
«  esser  restituiti  i  beni  e  liberati  da'bandi.  Che  il  podestà  di 
«  Lucca  da  meltervisi  dal  duca  non  potesse  ricercare  ib^ni 
«  e  giuridizione  del  comune  occupali  da  chi  si  fosse,  se  non 
«  richiesto  da'  comuni  di  Pisa  e  di  Lucca.  Che  le  differenze 
«  del  marchese  Spinetta  con  Pisa  e  Lucca  fosser  rimesse  nel 
«  duca  e  Tinuccio,  eccello  però  di  Sarzana  e  del  castello, 
e  restando  in  libertà  de' Pisani  il  cercar  di  ricuperarli  senza 
«  far  conlra  la  pace.  Che  i  banditi  e  condannati  dall'  una  parte 
«  e  dall' altra  dal  1341  d'agosto  che  cominciò  la  guerra  fos- 
te sero  liberati,  e  in  grazia  del  duca  il  comune  di  Pisa  avea 
«  a  liberar  da'bandi  e  restituire  a'beni  Guerriero  de' conti 
«  di  Montecuccari  e  Lotto  da  Monterchio  e  loro  consorti, 
«  con  pena  di  diecimila  marche  d'  argento  a  chi  non  os- 
«  servi  '  ». 

'  I  capitoli  dì  questa  pace  sono  descritti  dal  veccliio  Ammirato  nei 
seguenti  termini:  che  a""  Pisani  rimanesse  per  quindici  anni  liberala 
signoria  di  Lucca,  mettendo  castellano  nella  fortezza  dell'  jigosta, 
ed  ogni  altra  cosa  Jacendo,  che  a  ve'i  signori  s'  appartenga,  eccetto 
che  il  duca  potesse  mettervi  podestà,  cui  egli  volesse,  per  tutti  i 
(letti  quindici  anni,  i  quali  finiti  ella  fosse  lasciata  in  sua  libertà: 
che  a  qualunque  guelfo  volesse  tornar  a  Lucca  fossero  restituiti  i 
beni,  e  non  dato  alcun  nocimento  :  che  possono  tenuti  i  Pisani  di 
dar  ogni  anno  al  duca  per  lajesta  di  S.  Giovanni  un  censo  di  ot- 
tomila Jiorini  d'oro  in  una  coppa  d^  argento  dorata  in  recugnizione 
di  superiore  dominio  :  che  i  Fiorentini  fossero  in  Pisa  franchi  di 
tutte  le  mercanzie  j'er  cinque  anni,  ai  quali  dovessero  rimanere  oltre 


384  dell'  istorie  fiorentine 

Era  già  vicino  il  tempo  della  creazione  de'  priori,  e  sic- 
come si  disse,  fu  fama  che  il  duca  avesse  avuto  in  animo  di 
tor  via  quel  magistrato,  se  da'  consorti  del  re  Ruberto  non 
ne  fosse  stato  dissuaso  '  ;  il  quale  il  modo  del  suo  proce- 
dere biasimando,  l"  avea  fra  l'altre  cose  ripreso  dell'aver  i 
priori  cacciati  di  palagio.  Creò  dunque  a'  15  d'  ottobre  i  nuovi 
priori  (  tra'  quali  fu  gonfaloniere  Piero  Giugni  )  per  lo  più 
artefici  minuti  e  mischiati  di  quelli,  i  cui  maggiori  erano 
stati  ghibellini ,  e  fra  costoro  Bellaccino  Pucci  beccaio ,  il 
quale  fra  gli  altri  con  simil  generazione  d'  uomini  nella  sua 
creazione  molto  favorevole  s'  era  dimostrato.  E  volendo  dar 
a  vedere,  che  era  per  migliorare  le  condizioni,  facendoli  la 
terza  volta  mutare  stanza,  nel  palagelto  che  era  in  sulla  piaz- 
ze castella  dì  f'ahlarno  e  di  ^'aldìnievole  Bar^a  e  Pìetrasanta.  Che 
J'ossono  dall'  altro  canto  i  Fiorentini  tenuti  trarre  di  bando  tutti  i 
loro  ribelli  e  usciti^  o  nuovi,  o  i'ecchi,  stati  in  qualunque  modo  in 
lega  e  amicizia  co'  Pisani  ;  perdonar  agli  Ubaldini,  ai  Pazzi,  agli 
libertini,  liberar  i  Tarlali  d""  Arezzo,  e  riceverli  nella  lor  grazia, 
ed  innanzi  ad  ogni  altra  cosa  rimetter  senza  taglia  in  libertà  la 
persona  di  Giovanni   Visconti. 

I  Ecco  la  lettera  che  al  duca  d'  Atene  scrisse  il  re  Ruberto,  quando 
egli  seppe  che  aveva  preso  la  signoria  di  Firenze.-  Non  senno,  non  virtìi, 
non  lunga  amistà,  non  servigia  meritare,  non  vendicatogli  delle  loro 
onte,  C  ha  fatto  signore  de'  Fiorentini,  ina  la  loro  grande  discordia 
e  il  loro  grave  stato;  di  che  se'  loro  più  tenuto,  considerando  f  amo- 
re, cW  eglino  f  hanno  mostrato,  credendosi  riposare  nelle  tue  braccia. 
Il  modo  eh""  hai  a  tenere  volendoli  ben  governare  si  è  questo  :  che  tu 
ti  ritenga  col  popolo  che  prima  reggeva,  e  reggiti  per  lo  loro  e  nel 
loro  consiglio  per  la  tua  fortificazione^  e  osserva  giustizia  e  i  loro 
ordini  ;  e  coni'  eglino  si  governavano  per  sette,  J'a'  che  tu  ti  governi 
per  dieci,  eh' è  numero  comune,  che  lega  in  se  tutti  i  singulari  nu- 
meri, ciò  vuol  dire  non  gli  reggere  par  sette,  né  divisi,  ma  a  comu- 
ne. Abbiamo  inteso  che  traesti  quelli  rettori  della  casa  della  loro 
abitazione,  ciò  vuol  dire  de'  priori,  del  palagio  del  popolo  ,Jatto  per 
loro,  rimettivigli  a  contentamento  del  popolo  e  tu  abita  nel  palagio 
ove  stava  il  loro  podestà,  ove  abitava  il  duca  di  Calabria,  quando  JU 
signore  di  Firenze.  E  se  questo  non  fai,  non  ci  pare  che  tuo  stato 
si  possa  sostenere  innanzi  per  ispazio  di  molto  tempo. 

Robertus  Rex  Terusalem  et  Sieiliae. 
Dat.  Neapoli  die  XXI  Septembris  MCCCXLII  oclava  inditione. 
6ioT.  'Villani   lib.  la.  cap.  4- 


LIBRO   NONO.  3So 

Ea,  ove  solea  stare  l'esecutore,  li  pose.  Presentò  al  gonfalo- 
niere il  gonfalon  di  giustizia  con  le  solite  insegne  del  comu- 
ne, ma  aggiunte  a  quelle  le  sue;  e  per  mostrare  amor  verso 
il  popolo,  volle  che  l'armi  di  quello  dal  collo  del  suo  leon 
d'  oro  pendessero.  Il  che  senza  dubbio  fu  la  prima  cagione 
dell'alienazione  de' grandi;  non  parendo  loro,  secondo  le  pro- 
messe avute  dal  duca  di  annullar  il  popolo  in  detto  e  in  fatto, 
che  il  governo  popolare  si  mutasse  almeno  in  apparenza,  ri- 
manendo in  piede  i  priori  e  il  gonfalone,  che  era  quello  da 
cui  la  loro  potenza  era  stata  domata;  ancora  che  i  gonfalo- 
nieri delle  compagnie  fossero  stali  cassi.  A  questa  mala  sod- 
disfazione de' grandi  s'aggiunse  un  odio  molto  grave  che  il 
duca  si  contrasse  per  due  dimostrazioni  falle  verso  la  fami- 
glia de' Bardi;  1' una  per  aver  condannato  uno  di  loro  in 
trecento  fiorini  per  aver  voluto  sforzare  una  fanciulla;  V  altro 
per  averne  condannato  un  altro  in  cinquecento,  e  in  lor  di- 
fello nel  pugno,  per  aver  messo  le  mani  addosso  ad  un  po- 
polano. Ma  egli  di  ciò  nulla  curandosi ,  attese  a  strignersi 
con  beccai  ,  con  vinattieri,  con  scardassieri ,  e  altri  artefici 
minuti,  deliberato  siccome  egli  dicea  di  menar  la  giustizia 
eguale  sopra  ciascuno,  che  che  avvenir  ne  potesse.  Ma  ve- 
ramente molto  presto  incominciò  a  sentir  egli  il  rimorso 
della  coscienza,  fidandosi  poco  di  ciascuno  e  dubitando  di 
tutti.  Onde  tolse  a' cittadini  le  balestre  grosse,  fece  serrar 
con  ferri  le  fenestre  del  palagio,  ebbe  in  animo,  e  dettegli 
principio,  di  cinger  il  palagio  con  torri  e  barbacani  a  iruisa 
di  fortezza,  comprendendo  le  case  de' Filipelri,  de' .Manieri . 
de' Mancini  e  degli  Alberti;  e  facendo  sgombrar  lo  vicine 
case  al  palagio  a'  loro  antichi  signori ,  quelle  volle  che  si 
dessono  per  abitazione  a'  suoi  baroni  e  soldati.  Ma  perchè 
le  già  dette  cose  non  tanto  per  sua,  quanto  per  pubblica  si- 
curtà paresse  che  si  facessono  ,  fece  far  gli  antiporti  della 
città  per  più  fortezza.  E  in  vero  infino  a  quest'  ora  non  sono 
eglino  giudicali  indegni  delio  splendore  di  questa  età.  Dette 
principio  alia  fabbrica  del  castello  di  S.  Casciano,  quale  vo- 
leva che  si  chiamasse  il  castello  ducale.  «  Quello  che  molto 
«  commendabile  fu  slimalo  da'  medesimi  avversari,  fu  che 
«  con  gran  diligenza  si  diede  a  far  fare  di  molte  paci,  non 
«  solo  tra  grandi  della  città,  ma  tra  grandi  e  popolari ,  e  fuori 
Amm-  Voi.  II.  -26 


386  dell'istorie  fiorentine 

«  tra  molli  nobili  di  contado  e  altri  ;  e  furono  in  numero 
a  (ale,  che  nell'archivio  delle  Riformagioni  se  ne  conserva 
«  un  libro  assai  grande,  e  le  quali  dopo  la  sua  cacciata  fu- 
«  rono  solo  quelle  cose  fatte  da  lui,  che  la  balia  ordinò  che 
«  stessero  ferme,  e  che  si  osservassero  sotto  rigorosissime 
f(  pene  '  ».  Ma  non  lasciavano  interpetrare  che  cosa  alcu- 
na fosse  fatta  a  buon  fine  i  modi  tirannici  che  nell'  allre 
faccende  egli  tenea,  non  si  pigliando  pensiero  dogli  sfatichi 
dati  a  Mastino,  avendo  tolto  gli  assegnamenti  a  quelli  mer- 
canti che  per  la  guerra  di  Lucca  o  di  Lombardia  aveano  pre- 
stato alla  Repubblica  i  loro  danari,  avendo  senza  bisogno 
accresciuto  le  gabelle  vecchie  e  create  delle  nuove,  gravan- 
do ogni  di  i  cittadini,  oltre  tante  gravezze  di  fresche  pre- 
stanze, e  quello  che  alla  modestia  e  sobria  civiltà  parca  ol- 
tremodo duro  e  intollerabile,  portandosi  molto  sconciamente 
verso  r  onor  delle  donne;  perciocché  oltre  far  egli  palese- 
mente l'amore  con  una  giovane  donna  de' Bordoni,  pativa 
che  ciascuno  de' suoi  cavalieri  e  baroni  il  medesimo  licen- 
ziosamente potesse  far  ancor  egli  con  ciascun' altra.  Per  que- 
sto tolto  S-  Sebbio  ^  a' poveri  della  guardia  dell'arte  di  Ca- 
limala,  quello  concedette  a' ministri  delle  sue  libidini:  e  gli 
ornamenti  con  gran  rammarichi  conceduti  alle  donne  fio- 
rentine dal  duca  di  Calabria ,  e  dalla  Repubblica  tornati  a 
torre,  egli  da  capo  concedette  loro.  E  nondimeno  volle  che 
per  onestà  le  meretrici  in  un  luogo  deputato  abitassono  ;  la 
quale  buona  opera  sarebbe  stata  tenuta,  se  di  ciò  non  se  ne 
fosse  subito  ritta  una  bottega  in  beneficio  del  suo  maliscalco. 
Il  dolore  che  la  maggior  parte  de"  cittadini  incominciava  a 
sentire  di  questa  sorte  di  governo,  non  era  mitigato  dalla 
mansuetudine  d'  alcuno  suo  ministro  :  anzi  come  è  cosa  or- 
dinaria che  i  sudditi  e  inferiori  leggiermente  s'acconcino  a 
imitare  i  costumi  de' loro  principi,  ^  essendo  egli  crudele  e 
avaro,  crudelissimo  e  rapacissimo  era  ciascuno  di  loro;  per- 


I  Quello  che  molto  commendabile Ju  stimato  da'  medesimi  awer- 
sarj, /u  che  con  gran  diligenza  a  far  J'are  molte  ]ìaci  tra"  cittadini 
e  contadini  diede  of>era.  Prima  Ediz. 

5  Diminutivo  eli  S.   Eusebio. 

5  Sanissima  e  molto  opportuna  considerazione. 


LIBRO   NONO.  38T 

ciocché  Arrigo  Fei  sottile  inventore  di  cavar  danari,  secon- 
dando a'  desideri  dell'  avaro  duca,  ogni  giorno  nuove  e  non 
più  sentite  maniere  di  esazioni  e  imposte  metteva  in  cam- 
po. Guglielmo  d'Assisi,  da  lui  conservador  confermato,  mo- 
strando che  per  tener  ciascuno  in  paura  e  spavento,  si  do- 
vea  interamente  usare  il  rigor  della  giustizia,  e  per  questo 
esser  messo  il  coltello  in  mano  del  principe  ,  allora  gioiva  , 
quando  a  fare  eseguire  alcuna  sentenza  di  morte  era  chia- 
mato. Avaro  sopralutti  era  stimato  Simone  di  Norcia  da  lui 
proposto  in  riveder  le  ragioni  del  comune,  così  Baglione  Ba- 
glioni  nobile  perugino,  il  quale  era  nltimamente  fatto  nuovo 
podestà.  Ma  ninno  si  potea  meno  patire  di  Cerrettieri  Vi- 
sdoraini  segreto  consigliere  degli  amori,  dello  stato  e  di  lutti 
i  falli  del  duca,  imperocché  essendo  egli  fiorentino,  ammor- 
bidare piullosto  che  inasprire  parca  che  dovesse  la  malva- 
gia natura  del  suo  signore.  Così  falle  iniquità  cercava  non- 
dimeno ricoprir  il  duca  sotto  varj  pretesti ,  chiamando  la 
crudeltà  giustizia,  il  desiderio  d'accumular  danari  provvisioni 
necessarie  per  mantenimento  dello  stalo,  e  l'attender  talora 
agli  amori  donneschi,  un  uso  nobile  per  antica  usanza  intro- 
dotlo  nelle  corti  de' principi.  Servivasi  per  questo  nel  suo 
supremo  consiglio  dell'opera  de' prelati,  tra' quali  il  primo 
luogo  avea  il  vescovo  di  Lecce,  e  poi  di  mano  in  mano  quello 
di  Assisi  fratello  del  conscrvadore,  i  vescovi  d'Arezzo,  di 
Pistoja,  di  Volterra,  non  ammeltendo  tra  costoro  altri,  che 
Tarlalo  Tarlati  e  Ottaviano  Belforti.Eper  avventura  non  sa- 
rebbono  stali  porhi  coloro  che  di  lui  avessono  bene  sen- 
tilo infino  alla  fine  (perciocché  molti  erano,  ciononostante, 
in  questo  tempo  i  suoi  fautori  )  se  le  spesse  sentenze  di 
morte,  e  i  crudeli  spettacoli  dei  condannati  non  avessono  di 
una  continua  paura  tenuti  affannati  gli  animi  di  ciascuno  : 
conciossiacosaché  ne' primi  giorni  del  gonfalonerato  d'Ar- 
rigo Guidi,  sotto  nome  d' aver  frodato  il  comune  fece  impic- 
care Piero  di  Piacenza  ufficiale  della  mercatanzìa,  non  gli 
giovando  a  schifar  almeno  l' indegnità  della  morte  la  rive- 
renza delle  lettere,  e  il  pregiato  studio  della  ragion  civile. 
In  quelli  medesimi  giorni  fatto  con  salvocondotto  di  Peru- 
gia venir  a  Firenze  Naddo  Rucellai.  l'undccimo  giorno  del- 
l'anno 13i3,  non  guardando  all'obbligo  della  sua  parola,  con 


388  dell'istorie  fiorentine 

una  calena  al  collo  il  fece  bruttamente  impiccare,  e  a' mal- 
levadori  poco   meno  di  seimila   scudi ,  con  dir  che  oltre  i 
primi  avea  ancora  questi   frodalo   al  comune,  fece  pagare. 
Ninna  morte   diede  più   spavento  a  lutti ,  quanto  questa  di 
Naddo,  essendo   oltre  la  potenza   dello   stato,  riputalo  per 
sagace  e  astutissimo  uomo  ;  perchè   veggendosi  che   ancora 
egli  con  tutto  il  suo  senno  era  ne' lacciuoli  del  duca  caduto, 
da' quali  la  prima  volta  quasi    maravigliosamente   era  scam- 
pato, parca  che  niun  altro  si  potesse  più  assicurare,  di  non 
essere  per  qualsivoglia  sua  qualità  manomesso  dalla  rigidezza 
del  principe.  Nondimeno  non  si  dubitò  lui  non  morir   tanto 
per  conto  del  camarlingato   di  Lucca,  quanto  per   sospetto 
preso  dal  duca,  che  egli  avesse  col  comune  di  Siena  e  con 
quel  di  Perugia  macchinalo  centra  !o  stato  e  persona  di  lui. 
11  qual  titolo  di  morte  come  che  potesse  parer  onorato,  non- 
dimeno considerando  quelli  della   famiglia  la  prima   cagione 
de' mali  suoi  essere  stato  il  ladroneccio,  con  tacito  consen- 
timento come  infame  sbandirono  quel  nome  della  successio- 
ne dei  loro   posteri  ;  legge   conservata   severamente   per  lo 
spazio  di  più  di  dugento  anni   infino   a'  tempi   presenti.  Fu 
poi  il  duca  intento  a  celebrar  nell'  ultimo    dì   di    gennaio  il 
mortorio  del  re  Ruberto ,  di  cui   erano   venute  novelle  che 
a' 19  di  quel  mese  era  di  questa  vita   passato;  principe  ve- 
ramente in  cui  a  fatica  cosa  alcuna  si  sarebbe  desiderala  se 
egli  non  fosse  stato  combattuto  negli  ultimi  anni    della    sua 
vecchiezza  dalle  crudeli  armi  dell'  avarizia.  Fu   amantissimo 
della  Repubblica  fiorentina,  e  benché  per  l'inclinazione   ul- 
timamenle  mostrata  al  Bavero  egli  avesse  preso  sospetto  dei 
Fiorentini,  e  i  Fiorentini  avessono  incominciato  a  sospettar 
di  lui,  increbbe  nondimeno  grandemente  la  sua  morte  a  cia- 
scuno, sperando  non  solo  che  egli  si  sarebbe  pacificalo  con 
esso  loro,  ma  che  Firenze  vivendo    egli   non   avesse   a  star 
lungo  tempo  soggetta  al  duca  d'  Atene  :  tanto  era  grande  la 
fede  che  s' avea   in  quel  principe.  Il  duca  mandò  poi  grano 
e  danari  a  quelli  di  Pietrasanta,   i  quali   essendo   arsa   una 
maggior  parie  della  lor  terra  per  un  fuoco   appreso   a  caso, 
o  poslo   per   opera   de' Pisani,  come  fu  dubitato,  volevano 
abbandonarla  del  tulio  e  cercar  altre   abitazioni.  Furono  in 
questi  giorni  impetuosi  venti  in  Firenze,  i  quali  gettarono  a 


LIBRO   NONO  389 

lerra  le  mura  del  nuovo  dormentorio  di  S.  Marco;  il  grano 
e  il  vino  montò  a  caro  pregio;  talché  aggiunta  air  altre  que- 
sta sciagura,  ogni  cosa  era  piena  di  amaritudine. 

Venuto  i!  tempo  di  creare  i  nuovi  magistrali,  e  sentendo 
il  duca  la   mala  soddisfazione  che  i  due  ordini   de'  cittadini 
incominciavano  a  prender  di  lui,  parendo    che   discoslatosi 
da' grandi  e  dal  popolo  si  fosse  dato  tutto  a  favorir  l'infima 
plebe,  mutando  spesso  pensiero,  si  volse  di  nuovo  a  far  fa- 
vore a' grandi;  e  pubblicato  gonfaloniere  di  quelli  del  popolo 
Giovanni  dell' Antella,  creò  de' grandi  per  il  contado  sei  po- 
testati  ;  a'  quali  concedendo  autorità  grandissima  di   far  giu- 
stizia civile  e  criminale,  concedette  anche  gran   provvisioni 
e  salari.  Ma  non  rimanendo  per  questo  V  odio  che  una  volta 
col  modo   del  suo  procedere  s' avea   tirato  addosso,  pensò 
con  nuova   e  crudele   astuzia,  ma  goffa  e  inutile,  rimediare 
alla  tempesta  che  se  gli  minacciava  ,  con  dare  ad  intendere 
che  egli  non  credeva  alle  relazioni  di  coloro,  i  quali  alcun 
trattato  o  congiura    che  contra  di  lui  s'  ordiva  gli  venivano 
a  scoprire.  Per  la  qual  cosa  essendo  andato  a  lui  Matteo  di 
Marozzo  ,  e  dettogli  che  molti  della  famiglia  de' Medici  ave- 
vano in  vendetta  di   Giovanni   preso   ordine  d' ammazzarlo  , 
egli  non  conlento  di  farlo  impiccare,  volle  che  fosse  prima 
per  tutta  la  città,  quasi   per    un   testimonio   della   fede  che 
egli  avea  ne'  Fiorentini,  altanagliato,  e  di  poi  su  per  la  nuda 
terra  a  guisa  di  solennissimo  traditore  trascinato.  Portando 
Matteo  la  pena  delia  sua  sciocca  pietà  (  perciocché  così  fatti 
uomini  non  per  beneficio  di  principe  o  di  patria,  ma  mossi 
da  alcun  presente  utile  ricorrono  a  questi  partiti  )  non  per 
questo  fu  esempio  agli  altri  a  dover  esser  più  cauti.  Onde 
venne  a  trovar  il  duca  Lamberto  degli  Abati,  uomo  per  al- 
tro nelle  cose  militari  stimato  pronto  e  ardilo,  e  si  gli  sco- 
perse come  Giovanni  Riccio  da  Fogliano  capitano  di  Masti- 
no, con  intelligenza  d'alcuni  nobili  fiorentini  tenea  trattato 
d' offenderlo.  La  qual  cosa  mostrando  egli  non  voler  cre- 
dere, anzi  allegando  lui  medesimo  esser  quello  che  per  opera 
di  Mastino  procurava  di  torgli  lo  stato,  nonostante  che  nelle 
cose  di  Lucca  si    fosse   portato    valorosamente    in    servigio 
della  Repubblica,  il  fece  fuor  della  città  impiccare  su  Mon- 


390  dell'istorie  fiorentine 

lerinaldi  '  perchè  fosse  per  avventura  più  manilesta  la  sua 
crudeltà,  e  l'altrui  dappocaggine.  Questa  simolata  fede  del 
duca  scoperta  da'  Fiorentini,  non  solo  non  gli  acquistò  sorte 
alcuna  di  benivolenza  ,  o  mitigò  1'  odio ,  ma  considerando 
quanto  era  per  ogni  verso  grande  la  sua  crudeltà,  tanto  più 
s'infiammarono  d'intollerabile  desiderio  di  vendetta  centra 
di  lui.  Il  quale  non  ignorante  per  la  propria  coscienza  della 
disposizione  de' cittadini,  ma  sperando  con  quella  facilità  po- 
tere riacquistar  la  benivolenza  con  la  quale  se  1'  avea  per- 
duta, essendo  venuta  la  Pasqua  di  Resurrezione,  e  entrato 
gonfaloniere  Dettone  di  Gino  Cini ,  si  preparò  a  far  nobilis- 
simi giuochi ,  e  con  sì  fatti  trastulli,  co'  quali  lusingasse  a 
guisa  di  tanti  bambini  la  plebe,  il  popolo,  e  i  grandi,  levar 
la  macchia  delle  passate  ingiurie.  Fece  per  questo,  acciocché 
i  cavalieri  popolani  e  nobili  con  loro  piacere  s' esercitassero, 
tener  per  più  di  giostre  nella  piazza  di  S.  Croce,  alle  quali 
però  pochi  convennero.  Per  la  plebe  minuta  introdusse  egli 
primieramente  quelli  spettacoli  che  furono  poi  chiamati  le 
potenze,  creando  sei  brigate  con  sei  capi  in  diverse  parti 
della  città;  delle  quali  pomposissime  furon  quelle  di  Porta 
rossa,  e  di  S.  Giorgio,  che  con  pazza  emulazione  s' azzuffa- 
rono insieme,  mentre  l' imperador  di  Ponente  rappresentato 
nella  persona  del  principe  della  compagnia  di  Porta  rossa  non 
volea  cedere  al  Palcologo  imperadore  di  Costantinopoli,  che 
ora  capo  di  quella  di  S.  Giorgio.  Diede  poi  il  gonfalonerato 
n  Francesco  di  Pacino  rigattiere,  e  parendogli  che  con  sif- 
fatti giuochi  avesse  grandemente  addolcilo  gli  animi ,  ve- 
nendone la  festa  di  S.  Giovanni,  volle  che  ancor  quella  fosse 
fatta  magnificamente.  E  in  vero  ella  apparve  molto  splen- 
dida e  onorata  ;  perciocché  egli  fece  ragunar  in  sulla  piaz- 
za di  S.  Croce  ,  e  poi  disporre  con  bello  ordine  non  solo 
i  ceri  che  solcano  mandar  prima  le  castella  ,  ma  di  mano 
in  mano  molti  palj  di  drappi  ad  oro  ,  e  per  omaggio  delle 
città  venute  sotto  il  dominio  fiorentino  ,  e  di  molti  baroni , 
e  signori  sudditi ,  cani ,  sparvieri ,  e  astori.  Fece  foderar 
il  palio  di  vaio.  Le  quali  cose  tutte  1' una  innanzi  l'altra 
venendo  di  S.  Croce  in  piazza  ,  e  di  piazza   a  S    Giovanni, 

1   Monte  nelle  vicinità  di  F.c'sole 


LIBRO   NONO.  391 

ìellero  un  belìissimo  e  pomposo  spoltacolo  alla  cillà.  Ma 
mescolando  spesso  co'  giuochi  la  crudeltà ,  non  più  tardi 
che  quattro  giorni  appresso  fece  di  lui  sentire  una  fiera 
e  rigorosa  giustizia.  Dettone  nato  di  Gino  de'  raenalori 
de' buoi  dell'antico  carroccio,  essendo  il  padre  stalo  de' priori 
nel  gonfalonerato  di  Zato  Passavanti  la  seconda  volta  , 
avea  egli  o  per  buone  o  cattive  vie  meritato  dal  duca 
d'  essere  stato  innanzi  al  presente  gonfaloniere  assunto  alla 
dignità  del  gonfalonerato.  Questi,  o  che  veramente  come 
buon  cittadino  i  modi  strani  de!  duca  non  potesse  patire  , 
o  che  pur  come  è  natura  delle  genti  vili,  quando  ad  alcuna 
fortuna  si  veggono  innalzati,  di  volerne  più  clic  parte,  sa- 
pendo menar  molto  bene  la  lingua  attorno  ,  era  appena  uscito 
d' utìcio  ,  che  ragionandosi  in  un  cerchio  dell'imposizioni 
che  tuttavia  andava  il  signor  facendo  .  disse  ;  che  cotante 
gravezze  non  si  poteano  ormai  più  sofferire  ;  e  che  chiun- 
que volea  scorticare  ,  e  non  londer  le  pecore  facea  danno 
ad  altri  e  a  se  ;  le  quali  parole  al  duca  rapportate ,  sde- 
gnandosi fortemente  egli,  oltre  l' innata  sua  rabbia  ,  che  uomo 
di  sì  vii  condizione,  essendo  da  lui  beneficalo,  ardisse  tanto 
licenziosamente  parlare  centra  la  sua  autorità,  gli  fece  met- 
ler  le  mani  addosso  ,  e  cavatogli  la  lingua  infino  allo  stroz- 
zale ,  e  quella  sopra  una  lancia  confitta ,  avendolo  in  questo 
modo  fatto  sur  un  carro  andar  per  la  terra  ,  finalmente  il 
confinò  in  Romagna;  ove  tra  pochissimi  giorni  per  dolor 
della  piaga  si  morì.  Grandemente  sbigottì  ciascuno  per  que- 
sta ultima  dimostrazione ,  veggendo  che  le  parole  non  che 
i  fatti  erano  puniti  di  pena  capitale.  E  sentendo  che  pochi 
giorni  dopo  il  duca  s'era  confederalo  con  Mastino,  co' mar- 
chesi da  Esle  ,  e  col  signor  di  Bologna,  con  cui  avea  an- 
che fatto  parentado,  e  che  così  fatte  provvisioni  non  dino- 
tavano altro  ,  se  non  che  assicurato  delle  cose  di  fuori,  volea 
poter  con  più  agio  attender  a  quelle  di  dentro,  l.iglieg- 
giando  ,  e  condannando  cui  più  gli  tornava  in  grado,  fece 
diliberar  ciascuno  a  pensar  a' casi  suoi;  mossi  non  solo 
dalla  mala  soddisfazione  delle  cose  passate ,  ma  dalla  tema 
e  spavento  delle  future;  perciocché  a' grandi  non  parea  aver 
riavuto  lo  stato ,  i  popolani  dicevano  averlo  perduto ,  e  gli 
artefici  minori  assottigliali  ogni    dì  da  continue  gravezze   si 


392  dell'istorie  piobeintine 

rammaricavano  di  non  poter  prender  fiato,  duleudosi  tutti 
insieme  sommamente  di  veder  andarne  a  rovina  l'onestà 
delle  donne  loro.  Ma  l'aver  ad  ogni  ora  innanzi  agli  occhi 
il  carnefice  e  la  mannaia  non  lasciava  rallegrar  alcuno,  non 
solo  ili  mezzo  di  tanti  pubblici  affanni,  ma  ne  pure  ne'  mag- 
giori diletti  delle  private  consolazioni ,  temendo  ogni  uo- 
mo, che  alcuna  infelice  sciagura  similmente  a  se  non  fosse 
per  avvenire  ;  talché  in  un  medesimo  tempo  molte  e  di- 
verse congiure  da  tutti  gli  ordini  de' cittadini  gli  furono  mac- 
chinate contro;  delle  quali  tre  furono  le  più  illustri.  La 
prima  di  cui  era  capo  il  vescovo,  il  quale  scornato  soprara- 
modo  Ira  se  medesimo  per  aver  con  tante  lodi  celebrato 
così  fatto  uomo,  era  seguitato  da  Piero,  Gerozzo,  Iacopo, 
Andrea,  e  Simone  de' Bardi  poco  innanzi  rimessi  dal  duca 
in  Firenze,  ma  fatti  suoi  particolari  niniici ,  oltre  la  causa 
pubblica,  per  le  fresche  condannagioni  de' due  loro  consorti, 
e  per  quella  sopra  tutto  onde  in  difetto  de' danari  l'uno 
era  a  guisa  di  plebeo  tenuto  a  perder  la  mano.  Seguitavanlo 
della  famiglia  de'Frescobaldi  il  priore  di  S.  Iacopo,  Agnolo, 
e  Giramonte ,  che  ancor  eglino  erano  slati  ribanditi:  il  si- 
mile feciono  Salvestrino  e  Pino  della  Tosa  ;  questi  è  quel 
Pino  illustrato  da  Giovanni  Boccaccio  per  quella  bella  let- 
tera,  con  cui  il  consola  a  sostener  con  forte  animo  l'acer- 
bità del  suo  esilio,  e  Vieri  degli  Scali.  Costoro  de' grandi 
erano  più  nominati.  Delle  famiglie  del  popolo  se  gì' accosta- 
vano Altoviti  offesi  da  lui  per  la  morte  di  Guglielmo ,  e 
questi  si  tiravano  dietro  per  amicizia  e  per  parentado  Ma- 
galotti. Strozzi,  e  Mancini.  Autori  della  seconda  congiura 
erano  Manno  cavaliere  ,  e  Corso  Donati  figliuoli  d'Amerigo, 
mossi  per  niuna  pnrticolar  ingiuria,  ma  dall'amor  della  pa- 
tria e  da  un  desiderio  di  secondare  con  alcun  fatto  illustre 
la  riputazione  ,  benché  infelice  di  Corso  lor  avolo.  A  co- 
sloro  s' aggiunsono  Bindo ,  Beltramo  e  Mari  de' Pazzi,  Nic- 
colò e  Tile  de' Cavicciuli,  e  di  casa  popolare  gli  Albizi , 
famiglia  che  veniva  allora  sorgendo  in  molla  riputazione, 
0  tra  questi  parlicolarraente  chiaro  fu  il  nome  d'  Antonio 
figliuolo  di  Landò  slato  gonfaloniere  quattro  anni  addietro. 
Guidava  la  terza  Antonio  dogli  Adimari  ;  la  quale  per  avere 
il  seguilo  de' Medici,  de' Bordoni  e   de' Ruceilai ,  ingiuriati 


LIBRO    NONO.  393 

«lai  duca  parte  nel  sangue  e  parte  nell'onore,  e  di  alcuno 
degli  Aldobrandini ,  più  che  ciascuna  altra  era  calda  a  spe- 
gnere il  tiranno. 

In  cotanta  eguale  conspirazione  d'animi,  come  che 
l'una  setta  non  sapesse  dell'altra,  varj  erano  i  pensieri  circa 
il  luogo  e  (empo  dell'uccisione:  perciocché  molli  non  con- 
Qdando  nella  città  solamente  ,  temendo  pure  del  popolo  mi- 
nuto, teneano  trattalo  co' comuni  di  fuora,  altri  atlacandosi 
co' Pisani,  altri  co' Sanesi  e  Perugini,  e  alcuni  co' conti 
Guidi.  Ma  finalmente  convenivano,  e  questi  erano  quelli 
della  prima  setta,  o  d'assalirlo  in  palagio,  quando  entrava 
in  consiglio,  o  di  saettarlo  mentre  andava  per  la  terra.  I 
Donati  voleano  assaltarlo  in  casa  degli  Albizi,  ove  solca  an- 
dare a  veder  correre  il  palio.  1  terzi  che  erano  più  offesi 
avcano  ordinato  d'  ammazzarlo  alla  Croce  al  Trebbio  ;  onde 
egli  per  conto  della  giovine  de'  Bordoni  solea  spesso  pas- 
sare ;  stimando  che  quel  luogo  avesse  doppiamente  ad  ac- 
crescer lo  sdegno  a  ciascuno,  potendosi  ricordare  con  quanta 
sfacciatezza  avea  alla  crudeltà  aggiunto  i  peccali  della  libi- 
dine. E  v'aveano  per  questo  allogato  due  case  da  ciascun 
I  capo  della  via,  e  quelle  guernite  d'arme  e  di  balestre,  e 
j  di  altre  cose  necessarie  per  abbarrare  la  strada ,  e  serrarlo 
i  nel  mezzo;  aveano  trovato  cinquanta  masnadieri,  ardita  e 
franca  gente,  che  doveano  manomellerlo  insieme  co' capi 
delle  famiglie  offese.  Ma  cresciuto  il  sospetto  al  duca  non 
meno  per  la  propria  coscienza,  che  per  conforti  di  alcuni 
suoi  confidenti,  i  quali  benché  punlalmcnte  cosa  alcuna  non 
sapessero,  lo  confortavano  a  guardarsi,  veggendo  molte  com- 
briccole per  la  città ,  fu  tolta  a  ciascuno  1'  occasione  di  man- 
dar la  bisogna  ad  effetto.  Imperocché  oltre  aver  fatte  fer- 
rar le  fenesfre  del  palagio  ,  due  volte  mutò  sergenti  e  fa- 
migliari quando  andava  in  consiglio.  Non  volle  andare  in 
casa  gli  Albizi  a  veder  correr  il  palio  come  solca.  E  dove 
prima  era  usato  di  cavalcare  per  la  terra  con  venticinque 
0  trenta  a  cavallo  disarmati,  e  con  alcuno  gentiluomo  della 
città,  incominciò  poi  a  menar  con  sé  due  masnade  di  cin- 
quanta per  masnada  a  cavallo,  benissimo  armati ,  e  intorno 
a  cento  fanti,  e  dove  egli  scavalcava,  prendendo  questa  genie 
la  strada,  non  lasciava  che    altri  vi  penetrasse.  Non   resta- 


395-  dell'  isToniE  fiorentine 

vano  per  questo  i  congiurali  di  tener  altre  vie,  per  le  quali 
potessero  all'effetto  desiderato  pervenire;  essendo  maravi- 
gliosa  cosa,  che  fra  tanti  di  diverse  qualità,  esercizi ,  età,  ric- 
chi, poveri,  cittadini,  forestieri  con  tanta  segretezza  fosse  ogni 
cosa  tenuta  celala,  infìno  che  il  tradimento  usci  dalla  casa 
di  Francesco  Brunelleschi.  Costui  avendo  avuta  notizia  del 
trattato  da  un  Sanese  ,  il  quale  interveniva  nella  congiura 
de' Medici,  e  ciò  gli  avea  palesato  non  tanto  per  rivelar- 
gli il  trattato,  quanto  per  prender  consiglio  da  lui,  andò  il 
tutto  a  manifestare  al  principe  ,  menandogli  sotto  fidanza  il 
medesimo  fante ,  perche  piìi  pienamente  di  tutto  il  maneg- 
gio fosse  fatto  consapevole.  Non  avea  costui  intelligenza 
co'  capi  della  congiura  ,  e  però  non  potè  nominare  altri 
per  complici,  che  Paolo  del  Marzecca  cittadino  fiorentino, 
e  Simone  da  Monte  Happoli  ;  i  quali  fur  dal  duca  fatti 
segretamente  metter  in  prigione,  e  tormentali  r  gorosamenle 
confessarono  lor  capo  esser  Antonio  degli  Adimarì  figliuolo 
di  Baldinaccio,  con  molli  altri  così  grandi  come  del  popolo. 
Il  duca  benché  per  vedersi  in  un  momento  tanti  nimici  ad- 
dosso fosse  grandemente  spaventalo  nell'animo  suo,  du- 
bitando che  col  mostrar  la  cosa  esser  scoperta  mettesse  i 
congiurali  in  necessita  d'  offenderlo  ,  e  col  far  vista  di  non 
essersene  avveduto  porgesse  agli  avversari  ardire  di  far  con 
più  sicurtà  quel  che  tramavano,  prese  per  partilo,  con  pru- 
dente consiglio  se  gli  fosse  riuscito  di  far  più  tosto  richiedere 
che  pigliare  Antonio,  acciocché  se  egli  non  compariva,  come 
parca  che  dovesse  fare,  con  l'esilio  solo ,  e  senza  scandolo 
leggiermente  venisse  a  restarne  assicurato.  Ma  Antonio  confi- 
dando nella  riputazione  della  sua  persona ,  nella  grandezza 
della  famiglia,  e  nella  moliitudine  de' congiurali  comparì  ani- 
mosamente in  giudizio.  La  qual  cosa  nondimeno  sbigottì 
tutta  la  città,  e  molti  dubitando  di  sé  medesimi  si  partirono, 
altri  in  luoghi  occultissimi  si  nascosero.  E  sarebbe  senza  al- 
cun dubbio  stala  la  salvezza  del  duca ,  se  egli  sapendo  es- 
sere interamente  crudele,  avesse,  come  fu  consigliato  dal 
Brunelleschi  e  da  Uguccione  Buondelmonti,  con  presta  riso- 
luzione fatto  morir  Antonio,  gittatolo  a  veder  al  popolo,  e 
corso  la  terra.  Ma  la  tema  d'  esporsi  a  cotali  pericoli,  non 
parendogli  aver  forze  a  resistere    a  tanti  nimici,  e  il  desi- 


LIBRO   NONO.  .WÓ 

.ierio  di  far  le  cose  sicuramente,  il  che  suole  esser  sempre^ 
d'  ogni  grande  impresa  rovina,  a'  Fiorentini  dette  tempo  a  ri- 
solversi, e  a  lui  tolse  lo  stalo  e  la  riputazione.  Attese  dun- 
que prima  a  provvedersi  ;  e  per  questo  scrisse  alle  castella 
e  città  vicine ,  che  gli  mandassono  genti  ;  il  medesimo  fece 
intendere  al  signor  di  Bologna ,  e  a  lutti  i  baroni  e  signori 
vicini  ;  sì  fattamente  che  essendo  scoperta  la  congiura  il  di- 
oioltesimo  giorno  di  luglio,  a' 25  si  trovava  aver  appresso 
di  se  più  di  secento  cavalieri ,  non  piccolo  numero  di  fan- 
ti ,  ed  eranci  nuove  che  le  genti  del  signor  di  Bologna  con 
nitri  romagnuoll  ,  che  venivano  in  suo  aiuto  ,  aveano  già 
[jassato  l'Alpe.  Per  la  qual  cosa  stimando  egli  poter  ora  si- 
curamente far  quello  che  aveva  nell'  animo ,  diede  ordine 
che  per  il  dì  seguente  di  Sant'  Anna  fussono  richiesti  tre- 
cento cittadini,  i  più  principali  della  ciltà ,  così  de'  grandi 
come  del  popolo ,  i  quali  venissero  a  consultare  con  esso  lui 
quello  che  de'  presi  s'  avesse  a  fare  ;  con  pensiero  venuti 
che  fossero  di  tagliarne  parte  a  pezzi,  e  parte  confinare  in 
perpetue  prigioni,  e  ciò  fatto,  correr  la  terra ,  e  ripigliando 
il  dominio  ,  con  maggior  severità  andar  di  mano  in  mano 
spegnendo  tutti  coloro  che  per  nobiltà  ,  o  per  ricchezze ,  o 
per  seguito,  o  per  vigor  d'ingegno  fossero  abili  a  dargli  so- 
spetto. Erano  fra  gli  altri  in  questa  lista  gran  parte  de'  con- 
giurati ;  talché  leggendo  ciascuno  quando  era  richiesto  non 
solo  il  nome  suo,  ma  quello  de'  compagni  congiurati,  e  d'al- 
tri che  non  sapevano  aver  mano  ad  altra  congiura,,  stima- 
rono, che  quegli  anche  avessero  conspirato  contra  del  duca; 
quindi  incominciò  a  mirarsi  in  viso  l'un  l'altro,  e  dopo 
qualche  silenzio  a  domandarsi  scambievolmente  di  quel  s' a- 
vesse  a  fare  ;  poiché  il  tempo  soprastava,  la  città  s'  empieva 
di  forestieri ,  e  il  dì  seguente  s'  aspettavano  nuove  genti  di 
fuori  ;  per  sì  fatto  modo .  che  spargendosi  in  poco  d'  ora  la 
voce  di  persona  in  persona ,  la  città  s'  empiè  di  timore ,  e 
il  comune  pericolo  congiungendo  insieme  tulle  a  tre  le  con- 
giure,  e  di  tulle  unite  insieme  falli  capi  gli  Adimari,  i  Me- 
dici e  i  Donali,  si  risolsono  in  luogo  di  comparire  di  dover 
il  (iì  seguenie  levar  il  romore,  pigliar  1'  arme,  asserragliar  le 
strade  ,  corabatler  il  palagio  ,  e  cacciarne  il  duca  o  vivo  o 
oa^orto  dalla  ciltà.  Venuto  dunque  il  dì  di   Sant'Anna ,  oltre 


396  DELL  ISTORIE   FIORENTINE 

avere  scrino  alle   vicine  repubbliche   per  aiuto ,  furono  se- 
condo r  ordine  preso  da  cerli  fattori  e  uomini  di  vii  condi- 
zione attaccale  finlamenle  due  quislioni    in   due  parti  della 
città,  r  una  in  Mercato  vecchio,  e  l'altra  in  Porta  San  Pie- 
ro, i  quali  incomincialo  a  gridare,  mentre  s'  azzuffavano  in- 
sieme, air  arme,  subitamente  il  popolo  corse  ad  armarsi;  e 
in  un  batter  d'  occhio  furono  tratte  fuori  molte  bandiere  del- 
l' arme  del  popolo  e  del  comune.  Asserragliaronsi  lutti  i  capi 
delle  vie  maestre.  I  grandi  e  popolani  d' Oltrarno  nimici  in- 
sieme per  le  passate  brighe  ,  s' abbracciarono   1'  un  1'  altro , 
giurando  fedele  amicizia  infiuo  alla  morte   per  restituire  la 
libertà  alla  comune  patria  '.  Abbarrarono  ancor   essi  i  capi 
de'  ponti  ;  perchè  quando  tutta  la  terra  dall'  altro  lato  si  per- 
desse, essi  potessero  francamente   tenersi.  Il  principio  del 
qual  romore  sentilo  dalle  genti  del  duca ,  mosse  i  Franzesi 
a  correr  in   aiuto  del   suo    signore  ;  de'  quali  benché  molti 
fossono  fatti  prigioni  e  rubati   per    gli    alberghi ,  altri  feriti 
e  morti  per  le  vie,  trecento  nondimeno  a  cavallo  si  condus- 
sono  su  la  piazza  del  palagio.  Vi  giunsono  alcuni  altri  fanti 
a  piede  ,  oltre  coloro  che    slavano  continuamente  alla  guar- 
dia. Trassevi  nel  principio  non  picciol  numero  di  cittadini, 
non  solo  scardassicri  e  beccai,  i  quali  gridavano  che  fosscr 
morti  i  nimici   del  signore  ;   ma  vi   vennero    del  popolo  gli 
Acciainoli,  i  Peruzzi  e  gli  Antellesi,  e  de' nobili  grandi  Uguc- 
cione  Buondelmonti  e  Giannozzo   Cavalcanti  seguitati  quasi 
dalla  maggior  parte  de'  loro    consorti.   Rifuggirono   anco  in 
palagio  per  cagione  del  magistrato  il  gonfaloniere  e  tutti  sei 
i  priori;  per  modo  che  il  duca  avrebbe  fallo  lunga  resisten- 
za, e  messo  in  dubbio  la  fortuna  degli  avversari,  se  vedendo 
costoro  tutta  la  città  mossa  ad  arme,  non  se  ne  fossero  tor- 
nati a  casa,  e  dopo  alcuna   breve   sospension  d' animi   con- 
giuntisi ancor  eglino  col  resto   del  popolo  a'  danni  del  tanto 
da  loro  poco  innanzi  lodato  e  amalo  principe.  Restarono  col 
duca  Uguccione  e  i  priori  ritenuti    da  lui   per   sicurezza  di 
sua  persona.  E  per  la  terra  solo  Giannozzo  Cavalcanti  ebbe 

'  Cosa  di  rado  accaduta  ,•  e  però  quando  accadeva  ,  riuscivano  nel- 
l'intento :  come  fu  nel  fatto  del  duca;  cioè  che  le  discordie  private  e 
interne  cessino  quando  si  tratta  di  difender  la  patria. 


LIBRO   NONO  397 

ardire,  tornalo  in  Mercato  nuovo  dove  abitava,  di  montar 
sopra  un  desco  da  macello,  e  confortar  il  popolo  a  depor  l'ar- 
me, e  r  ira  ingiustamente  conceputa  conlra  sì  buono  e  giu- 
sto governatore;  benché  ninno  badasse  pur  ad  udirlo.  I  con- 
giurali voggendosi  già  seguitali  da  lutto  il  popolo,  e  non 
avere  a  contendere  se  non  co'  forestieri ,  avendo  fortificalo 
tutti  i  luoghi  importanti  della  città,  e  lasciata  sufficiente 
guardia  alle  porte,  perchè  non  entrasse  gente  in  favore  del 
duca,  andarono  a  combatter  il  palagio,  sì  per  scampare  An- 
tonio degli  Adimari  prigione  per  conto  della  congiura,  co- 
me per  vendicarsi  del  duca;  molli  de' quali  arrabbiati  dal- 
l' ira  e  dall'  odio  intollerabile  delle  ricevute  ingiurie  grida- 
vano di  volerlosi  mangiar  vivo  ;  così  è  grande  negli  uomini 
sopra  tulli  gii  altri  affelli  l'amore  della  vendetta.  Giunti  dun- 
que a' capi  delle  vie,  onde  s'entra  nella  piazza,  e  trovalo 
contrasto  delle  genti  ducali,  attaccarono  arditamente  la  zuffa; 
nella  quale  continuando  infino  a  notte  ,  dopo  molli  feriti  e 
morii  dell'  una  parie  e  dell'  altra,  i  Franzesi  furono  costretti 
smontando  da  cavallo  a  ritirarsi  in  palagio.  Altri  lasciando  i 
cavalli  e  1'  armi  si  diedono  in  potore  del  popolo  .  ricono- 
scendo da  lui  la  vita  in  dono  ;  perchè  i  cittadini  ebbono 
comodità  la  sera  medesima  di  abbarrar  tulle  le  vie,  che  sono 
infin  a  dodici,  le  quali  menano  in  sulla  piazza  de' priori  ; 
dal  che  i  nimici  venivano  ad  esser  assediali,  non  restando 
il  duca  poco  innanzi  padrone  di  tulio  lo  stato  fiorentino,  si- 
gnor d'altro  che  di  lauto  circuilo  quanto  era  quello  che 
occupava  il  palagio  e  la  piazza.  Corso  Donali  tra  questo  mez- 
zo era  corso  alle  Slinche,  avendo  udito  dire  che  questo  fatto 
avea  quarantatre  anni  addietro  acquistato  gran  riputazione 
air  antico  Corso  suo  avolo,  e  messo  fuoco  nello  sportello  e 
bertesca  che  era  di  legname,  e  aiutalo  da  quelli  di  dentro, 
con  non  molta  fatica  avea  liberato  i  prigioni.  Di  qua  essen- 
dogli cresciuto  seguito  d'alcuni  de' Pazzi,  de' Cavicciuli,  di 
Manno  Donati  suo  parente  e  d'altri,  che  aveano  amici  e  pa- 
renti interessati,  era  passato  al  palazzo  del  podestà,  ove  Ba- 
glione  podestà  del  duca  risedeva,  e  non  trovatavi  resistenza 
alcuna  (imperocché  Baglione  era  fuggilo  a  salvarsi  a  casa 
gli  Albizi,  e  la  sua  famiglia  si  era  riparala  in  S.  Croce  )  il 
diede  in  preda  di  coloro  che  il  seguitavano,  i  quali  in  poco 


398  dell'  istorie  fiorentine 

d'ora  tutto  il  rubarono,  avendo  prima  scapulalo  i  prigioni  delia 
Volognana;  e  per  salvezza  degli  sbanditi  e  de' debitori  arso 
lutti  i  libri  della  camera  del  comune,  e  insiememente  quelli 
della  morcatanzìa.  In  questo  medesimo  giorno,  quelli  d'Ol- 
trarno udendo  che  le  cose  procedevano  bene ,  e  che  non 
si  avea  più  a  dubitare  del  duca,  il  quale  ristretto  dentro  le 
mura  del  palagio  non  osava  comparir  fuora,  levarono  via  le 
sbarre  messe  ne'  capi  de'  ponti,  e  passando  di  qua  della  città 
insieme  co'  cittadini  degli  altri  sesti  si  trovarono  a  fare  sgom- 
brare i  serragli  delle  rughe  maestre,  e  unitisi  insieme  e  tro- 
valo esser  il  numero  di  coloro  che  erano  a  cavallo  più  dì^ 
mille,  e  non  meno  di  diecimila  quelli  a  piede,  armati  lutti 
di  corazze  e  barbute  a  guisa  di  cavalieri,  senza  il  resto  del 
popolo  minuto,  avvisarono  d'  avere  in  ogni  modo  a  vincer 
l'impresa.  Il  duca  conoscendo  il  pericolo  in  che  si  trovava, 
non  avendo  speranza  d'  alcuno  aiuto,  e  le  provvisioni  di  po- 
tersi tener  in  palagio  essendo  di  poco  momento,  si  pose  a 
tentare  se  con  qualche  atto  di  umanità  potea  riuscirli  di  mi- 
tigar l'ira  del  popolo.  E  per  questo  il  dì  seguente  fece  di 
sua  mano  cavaliere  Antonio  degli  Adimari,  ancora  che  egli 
il  ricusasse,  e  insieme  con  gli  altri  prigioni  il  mise  in  sua 
libertà,  e  levate  le  sue  insegne  di  su  la  torre  del  palagio. 
vi  pose  quelle  del  popolo.  Ma  come  cose  che  si  vedevano 
fatte  per  forza  e  non  di  libera  volontà,  non  gli  furono  d'al- 
cuno profitto,  essendo  stale  disprezzate  dal  volgo,  di  cui  co- 
testo fu  sempre  proprio,  non  osservare  mai  mezzo  nelle  sue 
azioni  ;  poterlo  baltere  e  schernire  sicuramente  quando  in- 
comincia a  temere  ;  se  punto  conosce  le  sue  forze,  essere 
spaventoso  e  tremendo.  Crebbe  in  lui  tanto  maggiormente 
questo  orgoglio,  quanto  che  tra  la  domenica  notte  e  il  lu- 
nedi gli  giunsono  molti  aiuti  :  «  trecento  cavalieri  e  quattro- 
«  cento  balestrieri  mandati  dalla  città  di  Siena  sotto  la  con- 
«  dotta  di  Francesco  da  Montone  capitano  di  guerra,  con  sei 
«  cittadini  ambasciadori  di  quella  Repubblica ,  i  nomi  dei 
«  quali  furono  Agnolo  de' Tolomei  e  Francesco  de'Salimbeni 
«  cavalieri,  Guido  di  Fredo  da  Montalcino  giureperito,  Nad- 
«  do  di  luccio  del  Bellanle,  Giovanni  di  Tura  Montanini,  e 
«  Davizzino  di  Memmo  Vive  »  duemila  pedoni  vennero  di 
S.  Miniato,  cinquecento  di  Prato,  qiiaitrocento  ne  condusse 


LIBRO   NONO.  399 

si  conte  Simone  da  Battifolle.  E  erano  giunti  alla  Lastra  cin- 
quecento cavalieri  pisani,  i  quali  dal  vescovo  e  da  coloro 
che  avcano  preso  in  un  certo  modo  il  governo  in  mano,  co- 
me antichi  nimici  de' Fiorentini  e  nuovi  confederati  del  du- 
ca furono  mandati  a  licenziare,  non  senza  riprender  quei 
cittadini  che  l'avean  fatti  venire. 

Essendo  dunque  in  cosi  fatti  scompigli  più  bisogno  di 
capo  e  di  reggimento  che  di  maggior  forze,  il  vescovo  fece 
nel  medesimo  d'i  sonar  la  campana  del  podestà  a  parlamento 
per  riformar  lo  stato  e  signoria  delia  città.  Il  popolo  con- 
gregato sotto  l'arme  a  S.  Reparata,  con  gran  concordia  die 
piena  balìa  di  tutto  quello  che  per  assettar  il  turbulenlo  stato 
della  Repubblica  era  necessario  infìno  a  calen  d'ottobre  a 
quattordici  cittadini  oltre  il  vescovo;  i  nomi  de' quali  furono 
questi.  Ridolfo  de' Bardi,  Pino  de' Rossi,  Giannozzo  Caval- 
canti, Simone  Peruzzi,  Giovanni  Gianflgliazzi,  Testa  Torna- 
quinci,  Bindo  della  Tosa  e  Talano  degli  Adimari  lutti  cava- 
lieri e  de' grandi;  Sandro  Biliotti,  Filippo  Magalotti,  Bindo 
Altoviti  ,  Marco  Strozzi,  Francesco  de' Medici  e  Bartolo 
dei  Ricci  del  popolo;  de' quali  il  Medici  era  cavaliere  ,  e  il 
Ricci  slato  gonfaloniere  1'  anno  24 ,  era  dottor  di  leggi.  Co- 
storo elessono  subitamente  per  pode-tà  il  conte  Simone, 
ma  non  volendo  egli  tirarsi  addosso  una  soma  così  odiosa, 
mandarono  a  chiamare  Giovanni  marchese  di  Vallano,  e  in- 
sino  alla  sua  venuta  fcciono  per  suo  luogotenente  sei  citta- 
dini uno  per  sesto,  Berto  Frescobaldi,  Nepo  Spini  e  Fran- 
cesco Brunelleschi  de'  grandi  e  tutti  e  tre  cavalieri  ;  Taddeo 
dell'  Aniella,  Paolo  Bordoni,  e  Antonio  degli  Albizi  del  po- 
polo; al  servigio  de'  quali  assegnarono  dugenlo  fanti  pratesi. 
Ordinate  in  questo  modo  le  cose  del  governo,  non  si  lasciava 
tra  tanto  di  combattere  dì  e  notte  il  palagio,  oltre  la  cura 
data  a  molti  masnadieri,  e  presalasi  anche  da  per  loro  gli 
offesi,  di  cercare  degli  uficiali  del  duca.  Il  primo  che  capitò 
in  mano  degli  Altoviti  fu  un  notaio  del  conservadore,  cru- 
dele e  reo  uomo,  il  quale  oltre  esser  subitamente  morto,  fu 
fatto  in  minutissimi  pezzi,  perchè  a  guisa  d' una  cacciagione 
ciascuno  del  popolo  ne  parlicipasse.  Fu  poi  trovalo  Simone 
da  Norcia  dottor  di  leggi  e  proposto  sopra  le  ragioni  de! 
comune,  il  quale  avendo  tormentato  crudelmente  e  condaO' 


400  dell'  istorie  fiouhxtìne 

«alo  a  torto  molli  uomini,  fu  con  non  minor  rabbia  straziato 
e  squartato  in  mille  parti  ancor  egli.  Il  simigliarne  fu  fatto 
ad  un  notaio  napoletano  stato  capitano  de' sergenti  a  pie  del 
duca.  Il  martedì  comparve  Arrigo  Fei,  il  quale  in  abito  di 
frate  si  fuggiva  dal  convento  de'  Servi  per  uscirne  dalla  porta 
a  S.  Gallo  ;  il  cui  corpo  essendo  dopo  che  fu  ucciso  da  chi 
prima  1'  incontrò  pervenuto  in  man  de' fanciulli  ,  prima  per 
la  città  lo  trascinarono  ignudo,  poi  condotto  sulla  piazza  dei 
priori,  ivi  l'impesono  per  li  piedi,  e  sparato  a  modo  di  por- 
co, così  lunga  ora  lo  lasciarono  stare  a  esempio  della  cru- 
deltà de' gabellieri,  infin  che  spiccalo  e  venuto  da  capo  in 
man  de' fanciulli  fu  finalmente  da  loro  per  stanchezza  gittate 
nel  fiume.  Il  duca  fallo  in  gran  parte  spettatore  delle  morti 
de'  suoi  ministri,  di  se  stesso  temendo,  cercava  per  ogni  op- 
portuna via  alcuna  onesta  sorte  d'accordo  ;  per  la  quale  po- 
ter praticare  si  posono  in  mezzo  non  solo  gli  ambasciadori 
sanesi,  ma  il  vescovo  stesso  con  buona  parte  di  quelli  della 
balìa  e  col  conte  Simone,  il  quale  si  mostrò  in  quel  tempo 
molto  pronto  in  servigio  della  Repubblica.  Ma  il  popolo  che 
con  gran  difficoltà  si  conduceva  a  lasciar  partir  il  duca  a  sal- 
vamento, ad  una  cosa  fermò  i  piedi  e  moslrossi  ostinato , 
che  egli  non  era  per  star  a  sorte  alcuna  di  convenzione,  se 
in  sua  potestà  non  gli  erano  messi  prima  il  conservadore  in- 
sieme col  figliuolo  e  Cerrcllieri  Yisdomini.  Parca  strana  co- 
sa al  duca  che  egli  avesse  ad  esser  ministro  della  morte 
degli  uficiali  suoi  medesimi,  oltre  l' indegnità  di  cui  non  si 
tenea  più  conio;  onde  stette  due  giorni  fermo  a  non  doverli 
dare.  Ma  venuto  il  primo  giorno  d'  agosto,  e  sapulo  da"  Bor- 
gognoni che  l'accordo  non  seguiva  Ira' Fiorentini  e  il  duca 
perchè  egli  non  volea  conceder  loro  i  tre  che  addomanda- 
vano,  furono  da  lui,  e  si  gii  feciono  intendere  che  non  era 
bene  che  avessero  a  morirsi  tulli  di  fame  e  di  ferro  per  sal- 
vare tre  tristi;  e  fu  chi  borbottando  si  lasciò  uscir  di  bocca, 
che  prima  che  morir  essi,  non  che  i  delti  tre,  ma  lui  me- 
desimo avrobbono  dato  in  potere  del  popolo  ;  perchè  veg- 
gendosi  il  duca  a  sirail  partito  ridotto ,  convenne  che  ac- 
consentisse, e  la  sera  medesima  i  Borgognoni  pinsono  fuori 
dell'antiporto  in  preda  dell'arrabbiato  popolo  innanzi  agli 
altri  il  figliuolo  del  conservadore.  Non  avea  il  misero  com- 


LIBRO   NOXO.  401 

piulo  i  diciotto  anni  della  sua  età .  e  essondo  la  speranza 
del  padre  e  del  zio,  a  loro  coiitcmplaziune  di  pochi  di  in- 
nanzi era  stato  armato  cavaliere  dal  duca.  Ma  i  parenti  degli 
offesi,  che  primi  erano  a  ricever  la  preda,  non  guardando 
air  età,  ne  alla  forma  del  giovane  ttd,  ma  come  quello  fosse 
offerto  loro  per  una  viltima  a  piai  ar  1'  anime  de'  loro  morti, 
non  sazj  d'averlo  passato  mille  volte  con  le  coltella  ,  con  le 
mani  e  co' denti  in  presenza  del  padre  lo  squarciarono,  e 
sbranarono  tutto.  Gridarono  poi  che  fosse  dato  loro  il  pa- 
dre, di  cui  fcciono  il  medesimo  giuoco,  tagliandolo  in  molte 
parti,  e  di  quello  chi  un  pezzo  mettendone  sulla  lancia,  e 
chi  un  altro  sulla  spada,  godendo  soprammodo  ciascuno  di  ve- 
dersi lordo  di  quel  sangue  che  lanl(t  aveano  odiato.  E  per- 
chè tutti  i  sensi  godessero  del  piacere  della  vendetta,  vi  fu- 
rono di  sì  crudeli  e  bestiali,  che  dopo  aver  udito  i  loro  stridi 
e  vedute  le  lor  ferite,  e  con  le  mani  tocche  e  straziatele 
maggiormente,  voUono  di  quelle  mangiare  già  mezzo  vive, 
acciocché  come  tutte  le  parli  di  fuori  n'  eran  satollo ,  così 
quelle  di  dentro  se  ne  saziassero.  E  per  avventura  sarebbe 
nel  mezzo  del  caldo  dell'ira  cotanta  crudeltà  stata  in  alcuna 
parte  scusabile,  se  non  si  fossero  trovali  di  coloro,  che  ba- 
stò lor  l'animo  d'arrostirle,  e  in  quel  modo  a  guisa  di  pre- 
ziosa vivanda  raangiarlesi,  non  raffreddati  dall'intervallo  del 
tempo,  uè  sgomentati  punto  dalla  considerazione  di  quello 
che  si  metteano  a  fare. 

Saziato  il  popolo  d'incrudelirsi  centra  costoro,  non  si 
ricordò  più  di  addomandare  il  Visdomini  ;  il  quale  fuggen- 
dosi poi  la  sera  di  nascosto,  da  certi  de' Bardi  e  da  alcuni 
altri  suoi  parenti  e  amici  fu  condolto  in  luogo  sicuro.  Ma 
non  lasciò  per  questo  di  crear  due  de'  Rucellai  e  due  degli 
Altoviti  cavalieri,  come  se  dopo  una  giusta  battaglia  si  fos- 
sero portali  valorosamente  in  vendicar  il  sangue  de' lor  pa- 
renti. Il  che  nondimeno,  raffreddato  quell'impeto,  da' citta- 
dini savi  fu  poco  approvato.  Essendo  il  popolo  grandemente 
sfogalo  per  la  morte  di  tanti  ministri,  incominciò  a  porgere 
più  pacificamente  orecchio  all'accordo,  il  quale  fu  finalmente 
conchiuso  il  terzo  giorno  d'agosto.  «  Con  aver  prima  il  duca 
«  con  una  sua  patente  spedita  per  mano  di  Giovanni  vesco- 
«  vo  di  Lecce  suo  cancelliere,  dato  autorità  a  quattordici  cil- 

Amm.  Vol.  II.  26 


402  dell'istorie  fiorentine 

<<  ladini  e  al  vescovo  Acciaiuoli  di  poter  fare  e  disfare  lutto 
«  quello  che  paresse  alle  due  parli  di  essi  per  il  buono  sialo 
«  del  comune  di  Firenze.  E  dopo  alla  presenza  del  gene- 
«  rale  di  guerra  de'Sanesi  e  degli  ambasciadori  di  quella 
n  Repubblica,  e  del  conte  Simone  da  Battifolle  rinunziò  alla 
«  signoria,  imperio  e  giuridizione  che  avea  sopra  Firenze, 
«  suo  contado  e  distretto,  liberandola  da  ogni  giuramento  e 
«  da  ogn' altro  obbligo,  con  restituirla  nella  medesima  ma- 
«  niera  e  forma  di  quando  gli  si  delle.  E  nello  stesso  modo 
«  liberò  le  città  di  Pisloja,  d'Arezzo  e  di  Volterra  e  loro 
«  contadi,  e  tutte  le  altre  terre ,  castella,  fortezze  e  luoghi , 
«  lasciandogli  nella  medesima  maniera  sotto  il  dominio  dei 
«  Fiorentini,  che  erano  avanti  la  signoria:  lo  stesso  fece  de- 
«  gli  ecclesiastici,  marchesi,  conti  e  altri  nubili  con  le  loro 
«  signorie  e  luoghi  ;  dando  autorità  al  suddetto  capitano  di 
«  guerra  e  ambasciador  de'Sanesi,  e  al  conte  Simone  di 
«  rimettere  i  Fiorentini  in  possesso  di  tutto.  E  tutto  disse 
«  di  fare  spontaneamente  e  liberamente  ,  mettendosi  pena 
«  cinquantamila  marche  d'argento  per  ogni  capo  al  quale 
«  contravvenisse  ;  obbligandosi  non  solo  perse,  ma  per  i  suoi 
«  ufiziali  ;  promettendo  con  giuramento  di  non  si  dolere  per 
«  alcuna  cosa  fatta  a  lui  o  a' suoi  con  persona,  ne  di  ricer- 
«  care  re,  principe,  o  città  alcuna  di  rappresaglia  sotto  pena 
«  di  diecimila  marche  d'  argento.  E  in  segno  del  deposto 
«  imperio  e  dominio  depose  il  bastone  che  avea  in  mano». 
Avendo  dunque  così  rinunziato  '  nel  palagio  chiamato  dei 
priori  ^ ,  furono  lasciati  uscir  fuori  tutti  i  soldati  che  vi  era- 
no ,  accompagnati  da' Sanesi  e  da  alcuni  cittadini,  perchè 
non  fosse  loro  fatto  oltraggio  dalla  moltitudine.  11  duca  te- 
mendo tuttavia  dell'  ira  popolare  si  ritenne  con  la   sua   pri- 

'  Ecco  come  è  espressa  la  rinunzia  del  duca  d'Atene  dal  vecchio 
Ammirato.  Che  il  duca  ririìinziasse  con  sagramento  alla  signoria  o 
giurisdizione.,  che  in  qualunque  modo  s'avesse  acquistato  sopra  la 
città,  contado  o  distretto  di  Firenze  ;  che  perdonasse  ad  ogni  rice- 
vuta ingiuria  e  ojjfesa,  che  in  qualunque  modo  a  se  e  a''  suoi  J'osse 
stata  Jalta  ,  e  per  più  cautela.,  che  quando  Josse  ^fuor  del  contado 
di  Firenze,  solennemente  le  dette  cose  ratificasse.  Avendo  dunque  per 
ora  liberamente  alla  detta  signoria  rinunziato,  Jurono  lasciali  te. 

'  Il  testo  dice  :  che  erano  in  palagio  ec. 


LIBRO   NONO  403 

vaia  famìglia  in  palagio  ìnfìno  alla  notte  del  sesto  giorno  di 
agosto,  e  quando  vide  esser  ogni  cosa  acquetata,  la  mattina 
per  tempo  uscì  di  palagio,  accompagnato  da' medesimi  Sanesi, 
dal  conte  Simone,  che  ebbe  parlicolar  cura ,  condotto  che 
l'avesse  in  Poppi,  di  farlo  ratificare,  e  da  non  poco  numero 
di  cittadini  cosi  de' grandi  come  del  popolo  assegnali  in  sua 
guardia  dalla  Repubblica.  Condotto  dunque  dal  conte  in  Ca- 
sentino, e  richiesto  a  far  le  scritture,  parendogli  che  non 
fosse  da  cedere  così  facilmente  a  cosa  di  tanta  importanza , 
mostrandosi  forte  pentito  di  quello  che  avea  promesso,  non 
si  volea  piegare  a  far  1'  atto  della  ratificazione.  Onde  il  conte 
ebbe  ad  usargli  così  fatte  parole.  Signor  duca,  se  voi  non 
volete  osservare  quello  che  con  giuramento  avete  promesso 
a' Fiorentini,  io  non  per  questo  vi  userò  qui  alcuna  forza, 
o  violenza  ;  se  non  che  secondo  siamo  stali  d'  accordo  ,  vi 
rimenerò  in  Firenze.  Ivi  potrete  a  beli'  agio  assettar  le  cose 
come  meglio  vi  parrà  col  popolo.  Subito  la  memoria  de'  fre- 
schi pericoli  ridusse  nella  mente  del  duca  1'  osservanza  della 
fatta  promessa,  e  senza  perder  più  tempo,  parendogli  mille 
anni  di  trovarsi  libero  fuor  delle  mani  del  conte  ,  '  a  dopo 
«  aver  narrato  tutta  la  rinunzia  falla  in  Firenze,  e  rogata  per 
«  mano  di  Buonaventura  Monachi  e  di  Folco  di  ser  Anto- 
«  nio  notai  fiorentini,  il  giorno  slesso  de' 6  d'agosto  ratificò 
«  la  della  rinunzia  in  mano  del  suddetto  Folco  e  di  Romolo 
«  del  già  ser  Triccolo  notaio  fiorentino.  Sicché  è  veramente 
«  favola  quel  che  si  dice  di  Giovanni  Pandolfini  che  fosse 
«  quello  che  rogasse  tal  rinunziagione  ».  Questo  fine  ebbe 
la  signoria  del  duca  d'Atene  in  Firenze,  uomo  non  solo  co- 
me mostrò  nel  modo  del  suo  governo,  crudele  e  avaro,  ma 
(  perchè  né  coi  doni  naturali  potesse  correggere  i  peccati 
dell'  animo  )  di  bruita  e  spiacevole  presenza,  imperocché  egli 
fu  di  color  nero,  avea  la  barba  lunga  e  rada,  la  sua  persona 
era  molto  piccola,  e  quella  sparuta  e  poco  graziosa.  Nota- 
rono i  periti  delle  cose  celesti,  in  tali  movimenti  di  stelle 
aver  egli  preso  la  signoria  della  città,  che  se  gli  negava  po- 
ter quella  distendere  olire  lo  spazio  d'  un  anno-  Ma  per  aver 
egli  alla  signoria  rinunziato,  non  per  questo   la   Repubblica 

i  Jece  la  rini/nzia^'ione.  Primi  ediz. 


404  dell'istorie  fioremine 

al  suo  primiero  stato  si  ritornò  ;  conciossiacosaché  volendo 
le  terre  a  lei  suddite  col  suo  esempio  ricuperare  ancor  elle 
la  libertà  loro,  costrinsono  gli  uficiali  che  il  duca  vi  tenea, 
0  per  viltà,  o  quello  che  non  fu  minor  fallo,  per  danari,  a 
ceder  al  dominio  che  sopra  di  loro  avea  la  Repubblica  fio- 
rentina, non  allrimente  che  il  duca  avea  a  quella  della  lor 
patria  ceduto.  Onde  con  grandissimo  dolore  fu  inteso  che 
Castiglione  era  stato  per  danari  renduto  da  Andrea  de'  Bardi 
e  da  Jacopo  de'  Pulci  a'  Tarlati.  Guelfo  Buondelmonti  con 
Nerlo  Accorso  per  duemila  trecento  ducati  aver  lasciato  Arez- 
zo, Guelfo  Scali  Rondine,  e  Bartolomraeo  Adiraari  Cennuia. 
Lotto  Gherardini  si  sapea  che  avea  venduto  Lanciolina,  Don- 
cione  Bostichi  il  palagio  degli  libertini,  Manelto  Donati  Colle, 
Geri  de'  Pazzi  e  lo  Schicchi  Cavalcanti  Volterra.  Volentieri 
schifere'  io  la  noia  di  raccontare  le  vituperose  opere  di  tanti 
cittadini,  se  non  mi  ricordassi  ,  cotesto  particolarmente  es- 
ser r  uficio  di  chiunque  si  mette  a  scrivere  una  istoria,  non 
meno  i  sozzi  e  rei  fatti  mandar  alla  memoria  dei  posteri,  che 
i  chiari  e  magnanimi ,  acciocché  e  gli  uomini  buoni  abbiano 
il  premio  della  lode,  che  senza  lusinghe  di  chi  scrive  nasce 
dalla  nuda  narrazione  della  cosa  raccontata  ,  e  a' cattivi  non 
rimanga  alcun  conforto  che  almeno  la  lunghezza  del  tempo 
abbia  a  levar  via  la  macchia  delle  loro  ribalderie.  Agnolo 
de' Rossi  dunque  era  venuto  a  notizia  che  ancor  egli  avea 
dato  la  rocca  di  Montopoli,  siccome  Nepo  Brunelleschi  avea 
dato  S.  Croce,  Ferragulo  Mancini  la  rocca  di  S.  Maria  a 
Monte,  Carfa  Borghi  quella  di  Prato,  e  Giovanni  Tornaquinci 
il  Castel  di  Pistoja.  La  rocca  vecchia  di  Serravalle  era  stata 
data  da  Giovanni  Belculacci,  e  la  nuova  da  Chiaro  da  S.  Ca- 
sciano;  Filippo  Baslari,  che  era  podestà  della  terra,  cede  alla 
podesteria  essendo  stato  pagato  per  sei  mesi,  e  toccò  di  più 
cinquecento  scudi.  Durazzo  de' Pigli  vende  la  rocca  di  Monte 
Vellolino;  Andrea  Manieri  si  fuggì  per  paura  da  Vellano. 
Bonifazio  Spini  abbandonò  Barga,  e  Sandro  Tornaquinci  ren- 
dè un  altro  castello,  s'i  fattamente  che  Firenze  a  capo  di 
dieci  mesi  e  diciotto  giorni,  che  era  stata  sotto  il  duca  di 
Atene ,  in  un  tratto  del  tiranno  e  del  suo  dominio  priva  ri- 
mase, avendo  in  questo  spazio  di  tempo  (  siccome  gli  antichi 
scrittori  diligentemente  avvertirono  )  cavato  il  duca  dal  solo 


LIBRO   NONO.  403 

corpo  della  città  quello  che  aggiugneva  alla  somma  di  qual- 
irocenlomila  fiorini  d'  oro,  de' quali  più  che  la  metà  rimase 
in  Inogo  sicuro. 

Cacciato  il  duca  dalla  città  ' ,  due  cose  rimaneano  da 
fare  di  grande  importanza,  provvedere  alle  cose  di  dentro  . 
e  vedere  che  riparo  avesse  a  darsi  a  tante  calamità  ricevute 
di  fuori.  E  per  la  prima  si  deliberò  per  non  acquistarsi  nel 
debole  stato  della  rinascente  Repubblica  nuovi  nimici ,  mo- 
strare di  esser  contenti  di  tulio  quello  che  era  succeduto  ; 
e  perciò  furon  mandati  in  alcun  luogo  arabasciadori  e  altrove 
lettere,  dove  a  rinunziar  liberamente  all'imperio  che  in  quelle 
città  e  luoghi  aveano  avuto,  per  donar  quello  che  tener  non 
poleauo ,  dove  a  far  nuove  amicizie  e  confederazioni ,  e  in 
tutte  usar  ogni  industria  ,  acciocché  amici  rimanessero.  «  In 
«  Arezzo  era  stato  mandato  Giovanni  marchese  del  Monte 
«  S.  Maria;  ma  stando  gli  Aretini  ostinali  in  voler  esser  li- 
ft beri,  ne  furono  contentali,  con  obbligo  di  dover  eleggere 
«  in  podestà  della  lor  città  di  sei  mesi  in  sei  mesi  un  citta- 
«  dino  fiorentino,  che  una  volta  un  popolare,  e  l'altra  un 
«  grande,  e  di  fare  lo  stesso  del  capitano  del  popolo  sem- 
«  pre  che  si  fossero  risoluti  di  volerlo,  con  riconoscersi  de- 
«  bilori  alla  Repubblica  di  ventiduemila  novecentocinquanta- 
«  sette  fiorini  d'  oro  per  le  spese  falle  nella  fortezza.  Erano 
«  intanto  comparsi  in  Firenze  Averardo  da  Montesperello 
«  cavaliere,  Orlando  di  M.  Nino  giureperito,  e  Cecco  de'Mi- 
«  chelolli  ambasciadore  de' Perugini  per  rallegrarsi  in  nome 
«  di  quella  città  della  cacciala  del  duca  d'  Alene ,  col  quale 
«  dicevano  che  i  Perugini  non  avean  voluto  far  lega  per 
«  non  gli  dare  maggior  calore.  Ma  che  sentito  la  rivoluzione 
«  avean  ben  mandato  genti  a  chi  era  in  Castiglione  per  la 
«  Repubblica  ;  ma  che  quel  tale  avendo  dato  la  terra  per 
«  sette  mila  fiorini  a  Piero  da  Piclramala,  era  stalo  cagione 
i<  della  morte  di  molli  Guelfi,  e  che  quelle  genti  non  erano 
«  potute  passar  a  Firenze,  avvertendo  quei  della  balia,  che 

'  Do|jo  la  cacciata  del  duca,  fu  egli  dipiato  co' suoi  aderenti  per 
dispregio  nella  facciata  della  torre  del  Bargello,  con  la  mitria  in  tes- 
ta ,  come  solevano  mandarsi  i  rei  alla  berlina  :  disonore  massimo  in 
quell'età. 


406  dell'istorie  fiorentine 

«  i  Pisani  aiutavano  i  Pielramalesi  a  tenere  assedialo  Arezzo, 
K  Furono  gli  ambasciadori  Perugini  ringraziati  del  fraterno 
«  affetto  di  quella  città.  E  che  in  quanto  ad  Arezzo  non 
«  era  tempo  da  trattar  quella  bisogna  con  1'  arme  ;  e  che  per 
«  il  tradimento  di  Castiglione  averebbe  avuto  il  dovuto  ga- 
«  sligo  ».  Parendo  a"  quattordici  e  al  vescovo  secondo  la  ne- 
cessità de'  tempi  '  avere  per  allora  con  savio  consiglio  ai 
danni  di  fuori  dato  rimedio,  si  volsono  a  riordinare  gli  ufici 
e  il  governo  della  città,  instando  sopra  tutto  il  tempo  della 
creazione  de'  priori.  Quindi  incominciò  fra'  grandi  a  nascere 
un  ragionamento,  che  essendo  eglino  slati  buona  e  polente 
cagione  a  cacciar  il  duca  dalla  città,  era  anche  ragionevole, 
che  partecipassero  di  tutti  gli  uGci,  poiché  non  era  meno 
utile  l'opera  loro  alla  Repubblica  che  quella  de' popolani; 
da  che  sorse  alcuna  piccola  contesa  :  perciocché  i  popolani 
grassi,  de' quali  molli  aveano  parentado  co' grandi,  e  per  le 
ricchezze  e  per  la  riputazione  de'  magistrati  esercitati  da 
loro  erano  fatti  molto  più  simili  a  quelli  che  non  aveano  con- 
formità con  la  plebe  ,  vi  si  accordavano.  Ma  gli  artefici  e 
popolo  minuto  contentandosi  d'ogn' altro  uficio,  non  voleva- 
no che  avesser  parie  nel  priorato,  non  in  quello  de'  dodici, 
né  de' gonfalonieri  delle  compagnie;  imperocché  essendo  ufi- 
cio ove  aveano  a  intervenir  con  la  plebe  insieme ,  sapeano 
di  fermo  che  quella  congiunzione  non  polca  esser  durabile 
lungo  tempo  ,  non  potendo  eglino  soffrir  l' alterigia  e  orgo- 
glio de'  grandi,  e  a'  grandi  essendo  a  schifo,  come  alcune 
volte  erano  stati  sentiti  dire,  la  viltà  e  puzzo  di  quello  or- 
dine. Ma  potè  tanto  l'autorità  del  vescovo,  la  podestà  dei 
quattordici  e  le  preghiere  de'  Sanesi,  mostrando  che  questa 
era  quella  occasione  che  Firenze  s'  avea  ad  unire  in  un 
corpo,  che  fu  finalmente  acconsentilo  che  i  grandi  avessono 
parte  in  tulli  gli  ufici.  Ma  nasceva  un'altra  difficoltà,  che 
pagando  i  sesti ,  ne'  quali  la  città  era  divisa  nelle  gravezze 
del  comune,  centomila  fiorini  d'  oro,  non  parca  che  fossero 
egualmente  divisi  gli  onori,  ove  i  pesi  erano  disuguali;  e 
per  questo  non  esser  bene  che  quel  sesto  avesse  ad  aver  un 
priore  ,  il  quale  nel  pagamento  trapassava  un  altro   sesto  di 

1   E  parendo  secondo  la  necessità  dei  tempi  a\'ere  ec.  Prima  ediz. 


LIBRO   NONO.  *07 

più  che  la  metà;  conciossiacosaché  ne' libri  de' conti  della 
Repubblica  appariva  che  il  sesto  d'  Oltrarno  contribuiva 
ventottomila  fiorini  d'oro,  e  S.  Piero  Scheraggio  ventitré, 
dove  Borgo  dodici,  S.  Pancrazio  tredici,  undici  porta  del 
Duomo,  e  S.  Piero  Maggiore  tredicimila  solamente  ne  paga- 
vano. La  qua]  considerazione  parendo  giusta  fu  deliberato 
che  per  compartir  meglio  i  comodi  e  gl'incomodi,  la  città 
si  recasse  a  quartieri.  Il  sesto  dunque  d'  Oltrarno  ,  non  mu- 
tandosi se  non  nel  nome,  fu  chiamalo  S.  Spirito,  e  questo 
dovea  esser  il  primo ,  dandogli  per  insegna  una  colomba 
bianca  co' razzi  d'oro  in  becco  in  campo  azzurro.  I  cinque 
sesti  di  qua  della  terra  furono  divisi  in  tre.  Sicché  a  S.  Pie- 
ro Scheraggio  s' aggiunse  più  che  il  terzo  di  porta  S.  Piero, 
e  questo  fu  chiamato  il  quartiere  di  S.  Croce,  e  la  sua  ar- 
me fu  in  campo  azzurro  una  croce  d'oro.  De' due  sesti  di 
Borgo  e  di  S.  Pancrazio  se  ne  fece  uno,  e  fu  nominato  sotto 
il  nome  di  S-  Maria  Novella,  e  se  gli  diede  per  insegna  un 
sole  con  razzi  d'  oro,  pur  messo  in  campo  azzurro.  L'  ulti- 
mo quartiere  fu  tutta  porta  del  Duomo  col  rimanente  di  porta 
a  S.  Piero,  e  questo  si  chiamò  il  quartiere  di  S.  Giovanni, 
dandogli  per  insegna  la  cappella  di  S.  Giovanni  ad  oro  con 
due  chiavi  nel  medesimo  campo  che  le  altre.  «  Partila  la 
«  terra  a  quartieri,  e  ordinato  che  gli  onori  che  prima  si  di- 
«  stribuivano  per  sestieri  si  dividessero  per  quartieri ,  vol- 
«  lero  ancora  che  occorrendo  in  avvenire  mettere  alcuna 
«  gravezza,  non  secondo  i  quartieri,  ma  secondo  la  facoltà 
«  de' cittadini  si  distribuisse;  fu  preso  ordine  da  quelli  della 
«  balia,  acciocché  si  potessero  eleggere  i  priori,  di  far  lo 
«  squillino  '  »  nel  quale  insieme  con  essi  quattordici  e  col 
vescovo  intervennero  centoquindici  uomini ,  avendo  eletto 
otto  de'  grandi,  e  diciassette  del  popolo  per  ciascuno  quar- 
tiere. Costoro  disposono  che  tolto  via  il  gonfaloniere  si  do- 
vessono  eleggere  dodici  priori ,  tre  per  quartiere,  ma  con 
questa  prerogativa,  che  uno  fosse  de' grandi,  e  due  del  po- 
polo. In  tulli  gli  altri  magistrali  gli  ufici  si  dessono  per  metà. 

•  Dice  il  testo;  Partita  la  terra  a  quartieri.  Jìi  preso  ordine  da 
quelli  della  balìa  ,  acciocché  ti  potessero  eleggere  i  priori  ,  di  far 
lo  squittirlo  ec. 


408  dell'  istorie  fiorentine 

Per  questo  in  luogo  de'  dodici  doversi  creare  otto  consiglieri, 
de' quali  la  metà  fosser  del  popolo  e  la  metà  de' grandi  Ap- 
pena era  stata  falla  la  legge,  che  fu  levato  un  grido  ira  il 
volgo,  tra  i  nuovi  priori  esser  Manno  Donati,  e  uomini  di 
simil  qualiià.  Il  qual  Manno  per  la  grandezza  de' suoi  ante- 
passati era  tenuto  mollo  orgoglioso,  e  il  quale  di  gran  lun- 
ga avanzasse  lo  stalo  della  civile  popolarità,-  perchè  la  plebe 
fu  per  venire  all'arme,  se  pubblicali  che  furono  i  nuovi 
l)riori,  e  il  non  essersi  fra  essi  trovalo  Manno,  non  avesse 
fallo  posare  l'impelo  della  concitala  moUittidine.  I  nomi  dei 
nuovi  priori,  i  quali  entrando  a'  28  d'  agosto  ,  che  tanto  più 
f^ra  seduto  Pacino,  furon  questi.  In  S.  Spirilo  Zanobi  Man- 
nelli, Sandro  da  Quarata  e  Niccolò  Ridolfi,  In  S.  Croce  Ruz- 
zante de'  Foraboschi  cavaliere,  Borghino  Taddei  e  Nastagio 
Tolosini.  In  S  Maria  Novella  Ugo  degli  Spini,  Marco  dei 
Marchi  giudici,  e  Antonio  d'Orso.  In  S.  Giovanni  Francesco 
degli  Adimari  cavaliere,  Bellincione  degli  Albizi  e  Neri  di 
Lippo,  costoro  furon  poi  detti  del  palagio,  de' quali  il  primo 
di  ciascuno  quartiere  fu  nobile  de'  grandi.  Somigliantemente 
gli  otto  consiglieri  due  per  quartiere  un  nobile  e  un  popo- 
lano furono  Ridolfo  de' Bardi,  Adoardo  Belfrcdelli,  Domenico 
Cavalcanti,  Francesco  Salvi  giudice,  Nepo  degli  Spini,  Piero 
da  Signa,  Beltramo  de'  Pazzi  e  Piero  Rigaktti.  Tutti  costoro, 
e  così  gli  altri  per  l'avvenire,  non  più  secondo  il  passato  uso 
alla  metà  del  mese  doveano  prendere  i  loro  magistrati,  e  alla 
metà  del  secondo  finirli;  ma  con  miglior  ordine  incomincian- 
do dal  primo  dell'uno  finire  con  fin  del  secondo.  Onde  co- 
sloro  aveano  a  continuare  nel  loro  magistrato  infin  all'  ultimo 
d'ottobre;  e  quelli  che  seguivano  dando  principio  col  primo 
dì  di  novembre  aveano  a  terminarlo  col  fine  di  dicembre 
dell'anno  1343. 

Riordinata  in  questo  modo  la  città  ,  quelli  della  balìa 
ceduto  il  palagio  a' priori,  e  tornatisene  alle  lor  case,  si  ra- 
gunavano ,  quando  bisognava,  col  vescovo  per  le  pubbliche 
faccende  infino  che  durava  la  loro  autorità  in  vescovado.  Nel 
qual  modo  parca  che  per  allora  tutte  le  cose  fossero  oltima- 
raente  disposte.  «  Reslava  solo  a  riconoscersi  il  conte  Si- 
«  mone  da  Baltifollc,  il  quale  s'  era  portato  tanto  fedelmente 
'<  in  servigio  della  Repubblica.  I  priori  perciò  si  presero  la 


LiBuo  ^o^o.  409 

«  cura  di  far  restituire  a  lui  e  al  conte  Guido  suo  nipote, 
«  che  ne  facevano  instanza  ,  i  luogbi  di  Gangherelo  ,  del 
«  Pozzo,  di  Pernina  ,  di  Moncione,  di  Barbischio  e  di  Pie- 
«  travelsa ,  per  i  quali  non  erano  mai  slati  pagali  da'  Fio- 
«  renlini  gli  ottomila  fiorini  d'  oro  dovuti  loro.  A  Piero  de- 
«  gli  Alberli  e  a  Niccolò  Guicciardini  arabasciadori  in  corte 
«  del  papa  fu  commesso  di  dar  conto  al  pontefice  e  a'car- 
n  dinali,  come  costrelli  dalle  tirannie  del  duca  d' Atene  era- 
«  no  stati  forzali  di  cacciarlo.  E  che  essendo  i  Fiorentini 
«  restali  liberi,  erano  e  sarebbero  sempre  per  il  servizio  e 
n  per  l'onore  della  Chiesa  ».  Ma  poco  tempo  godè  in  pace 
il  frutto  della  riacquistata  liberià  il  |)opolo  fiorentino  ,  es- 
sendo appunto  avvenuti  quelli  mali ,  di  che  si  era  prima  du- 
bitato; ciò  era  la  nojosa  e  iiisopportabi!  compagnia  de'gran- 
di ,  i  quali  avvezzi  a  disprezzare  i  plebei,  noiioslanle  i  se- 
veri ordini  di  giustizia,  quando  quelli  erano  in  raagislrato  , 
ed  essi  privati  ;  ora  che  la  legge  conlra  i  grandi  era  quasi 
annullala,  e  che  godevano  non  meno  dei  plebei  tutti  gii  ufici 
e  onori,  erano  diventati  intollerabili ,  succedendo  ogni  giorno 
alcun  nuovo  esempio  della  loro  arroganza  e  superbia:  tal- 
ché la  plebe  s'  incominciava  a  rammaricare,  parendo  che  in 
luogo  d'  un  tiranno ,  il  quale  era  stato  cacciato  ,  ne  fosser 
surti  mille  ,  e  diceva  che  se  essi  andavano  per  mollo  tempo 
continuando  in  quella  autorità,  invano  si  cercherebbe  d'un 
altro  Giovanni  delia  Bella  che  fosse  restitutore  della  libertà 
popolare.  Questo  si  mormorava ,  perchè  si  sapeva  nelle 
borse  dello  squillino  esser  molli  de' grandi  de' caporali;  i 
quali  pervenendo  in  quell'  uficio  avrebbono  sottoposto  la 
plebe,  e  non  tenuto  conto  alcuno  di  lei.  Perchè  spargeudosi 
queste  male  soddisfazioni  attorno ,  prestamente  trovarono 
favori  e  aiuti  non  solo  de' popolani  grassi,  ma  d'alcuni 
de'  grandi.  Costoro  i  quali  particolarmente  erano  Giovanni 
della  Tosa,  Antonio  degli  Adimari  ,  e  Geri  de' Pazzi  (forse 
cosini  per  mitigare  con  alcun  onorevole  fallo  la  vergognosa 
vendita  di  Volterra  )  avendo  tutti  e  tre  preso  a  noia  i  modi 
de' loro  consorti,  perchè  vedevano  che  non  erano  per  durare, 
desideravano  maggior  fermezza  e  stabilimento  alla  ricuperata 
liberlà.  I  popolani  potenti  si  chiarivano  ancor  essi  d'  aver  in 
fine  a  far  meglio  con   la  plebe  ,  che  co'  grandi  ;  imperocché 


410  dell'istorie  fioreutwe 

contentandosi  più  della  sostanza  che  dell'apparenza,  pativano 
con  più  lieto  animo  la  compagnia  di  queir  ordine  inferio- 
re, 0  perchè  essi  erano  da  quello  usciti,  o  perchè  per  lunga 
pratica  s' erano  acconci  a  quelli  costumi  ;  e  la  plebe  lusingata 
dall'  arti  loro ,  parendole  esser  tutta  una  cosa ,  per  esser 
compresi  sotto  una  sol  voce  di  popolo ,  o  la  quale  veramente 
spesso  si  confondeva  ,  non  sentiva  1'  odioso  nome  di  quella 
differenza.  Onde  s' incominciava  a  discorrere  fra  questi,  non 
mai  la  città  di  Firenze  aver  a  posare  mentre  i  grandi  aveano 
parte  nel  priorato.  E  per  questo  esser  necessaria  cosa  nella 
seguente  signoria ,  rimossi  i  grandi  del  detto  uficio  ,  dover 
solamente  creare  otto  priori  popolani  due  per  quartiere ,  e 
il  gonfaloniere  siccome  prima  s'  usava  ;  il  quale  andando  in 
giro  ,  avesse  a  toccare  scambievolmente  ora  ad  un  quartiere, 
e  ora  ad  un  altro  ;  in  tutto  il  resto  godessero  i  grandi  degli 
altri  uGci  a  comune  senza  prerogativa  alcuna  del  popolo. 
Questa  cosa  conferita  col  vescovo,  uomo  piuttosto  di  buona 
mente  e  d'  animo  aperto ,  che  di  molla  prudenza ,  pensando 
egli  far  bene,  fu  da  lui  subitamente  scoperta  a' grandi  della 
balìa,  pregandoli  a  volere  piuttosto  cedere  a  quel  desiderio 
della  plebe  di  lor  libera  volontà ,  che  per  forza  d'  arme.  I 
grandi  incominciarono  prima  a  dire  che  si  maravigliavano 
forte  del  vescovo,  il  quale  sapendo  con  quanta  franchezza  si 
erano  portati  in  cacciar  il  tiranno  ,  ardisse  far  loro  una  tal 
proposta.  A'  quali  il  vescovo  rispondea  ;  di  niuna  cosa  es- 
ser più  lontano  ,  che  dai  loro  interessi;  ciò  che  egli  dicea, 
per  benefìcio  comune  averlo  detto  ;  ma  che  guardasser  bene 
quel  che  essi  facessero ,  acciocché  volendo  più  pertinace- 
mente che  non  convenia  guardar  quello  che  non  potevan 
tenere,  non  si  tirassero  una  soma  addosso,  di  cui  ,  quando 
e' ne  venisse  lor  voglia,  non  si  potessero  scaricare.  Que- 
ste parole  tanto  più  accesono  gli  animi  de'  grandi  ,  paren- 
do che  questo  fosse  un  modo  di  minacciarli.  Onde  Ri- 
dolfo de'  Bardi ,  il  quale  oltre  1'  esser  della  balìa ,  che  an- 
cor durava,  era  finalmente  stato  messo  nel  numero  de'  con- 
siglieri, a  lui  voltandosi  con  parole  mollo  aspre  gli  disse- 
Che  e' non  si  maravigliava  più  di  tanti  scambiamenti,  quanti 
egli  andava  ad  ogn' ora  facendo,  ricordandosi  che  egli  era 
slato  quegli  che  più  che  altri,  non  solo  in  camera  e  ne'  ra- 


LIBRO   NONO.  4(1 

gionamenti  privati,  ma  nelle  chiese  e  ne' pulpiti  predicando 
avea  magnificato  il  giusto  e  moderato  reggimento  del  duca  ; 
ed  egli  quasi  prima  di  ciascun  altro  avergli  poi  congiurato 
contro.  Cosi  similmente  egli  con  gli  ambasciadori  sanesi  e 
col  conte  Simone  aver  procurato  che  i  grandi  fossero  am- 
messi nella  parte  del  priorato,  e  ora  volerneli  torre.  Se  ciò 
voi  fate,  diceva  egli,  per  naturale  instabilità  del  vostro  cer- 
vello, noi  non  siamo  per  andar  dietro  alla  vostra  leggerezza: 
perchè  non  porta  il  pregio  che  per  secondare  alle  vostre 
voglie,  così  leggermente  ci  lasciamo  torre  quello  che  con  tanti 
pericoli  ci  abbiamo  acquistato.  Ma  se  voi  volete  e  disvolete 
sì  tosto  una  cosa  per  mostrare  che  nel  vostro  arbitrio  e  nella 
vostra  autorità  è  di  fare  ciò  che  vi  torna  comodo ,  io  vi  fo 
intendere  che  voi  prendete  un  grandissimo  errore ,  e  che 
fuor  della  vostra  chiesa  e  de'  vostri  preti ,  a  cui  potete  co- 
mandare ,  ciò  non  sarà  per  riuscirvi  giammai  con  esso  noi  ; 
i  quali  siamo  usi  ubbidire  alle  leggi,  e  non  alle  voglie  delle 
persone.  Per  questo  non  conviene  che  voi  né  che  altri  si 
dia  pensiero  di  persuaderci  una  cosa  piena  di  tanta  disone- 
stà e  vergogna  ,  assicurandovi  che  per  quel  che  a  me  s'ap- 
partiene trovandomi  nel  numero  de' consiglieri,  e  per  quello 
che  toccherà  a'  priori  del  mio  ordine,  che  in  questo  so  che 
sono  del  mio  animo,  non  saremo  per  partirci  giammai  di  quel 
palagio,  infin  che  sia  in  noi  fiato  o  spirilo  alcuno.  E  conoscerà 
la  plebe  che  non  le  sarà  così  agevole  il  cacciar  noi ,  come 
è  stato  fatto  del  duca,  il  quale  da  noi  è  stato  cacciato  e  non 
dalla  plebe-  Questi  ragionamenti  sentiti  di  fuori  infiamma- 
rono di  tanto  sdegno  la  moltitudine ,  che  senza  aspettar  la 
nuova  signoria  ,  diceva  voler  in  ogni  modo  che  i  priori 
grandi  rinunziassero  al  magistrato ,  e  già  si  vedea  ragunala 
sotto  r  arme  con  le  loro  bandiere  e  gonfaloni  andar  verso 
la  piazza ,  gridando  che  fosser  gittati  loro  dalle  fenestre ,  e 
minacciando  d'  arderli  vivi ,  se  incontanente  non  sgombra- 
vano il  palagio.  E  delle  parole  non  erano  più  piacevoli  i 
cenni;  perciocché  avendo  con  esso  loro  della  stipa  e  del 
fuoco  ,  già  s'  erano  accostati  all'  antiporto  per  attaccarvi  il 
fuoco.  Contesono  quel  dì  di  carità,  se  non  di  cuore  almeno 
in  apparenza,  alcuni  de' grandi  co' priori  del  popolo;  con- 
ciossiacosaché siccome  i  priori  popolani  fattisi  alle   finestre 


il-2  dell'istorie  fiorentine 

scusavano  i  loro  compagni  grandi ,  dicendo  che  e'  si  por- 
tavano modestamente ,  e  che  non  era  tra  loro  niuna  discor- 
dia, e  per  questo  pregavano  la  moltitudine  a  posar  il  furore, 
così  alcuni  de'  grandi  che  si  trovavano  in  palagio  conforta- 
vano i  priori  nobili  a  cedere  a  quel  furore ,  non  per  tema  o 
spavento  di  morte,  ma  perchè  era  volontà  di  Dio  per  i  cat- 
tivi lor  portamenti  a  patir  quello  incontro.  Ma  maggiore 
sforzo  era  quello  che  facea  di  fuori  Giovanni  della  Tosa 
con  Ridolfo  de'  Bardi ,  il  quale  si  preparava  a  soccorrer  i 
priori  nobili,  ora  pregandolo  e  ora  spaventandolo  a  non  mei- 
tersi  in  tale  impresa.  Dunque,  dicea  egli,  avrà  sempre  questa 
città  ad  esser  sossopra  per  conto  della  casa  de' Bardi?  Sa- 
ranno i  Bardi  diventati  gli  liberti ,  che  abbiano  ad  esser  capi 
e  autori  sempre  delle  nostre  discordie?  Volete  voi  dunque 
rovinar  questa  città  per  esser  priori  a  dispetto  del  mondo? 
Ma  se  voi  la  rovinerete ,  di  che  sarete  priori  ?  a  cui  coman- 
derete voi ,  a'  tetti  del  palagio  ?  o  alle  mura  desolate  di  que- 
sta città?  0  alle  piazze,  e  alle  contrade  spogliate  degli  or- 
namenti degli  uomini?  Io  vi  dico  queste  cose  perchè  voi 
senza  alcun  fondamento  vi  sognate  sempre  d'avere  a  rima- 
ner superiori  di  lutle  le  vostre  imprese,  e  non  vi  volete  ri- 
cordare di  quello  che  vi  avvenne  non  sono  già  tre  anni  pas- 
sali, che  vi  riputaste  felici,  quando  vi  fu  conceduto  dal 
popolo ,  che  di  notte  foste  tacitamente  per  vera  misericor- 
dia accompagnati  fuor  di  questa  città ,  traendo  come  si  dice 
r  anima  co'  denti ,  Anche  cacciati  dal  contado  di  Firenze  , 
non  vi  vedeste  condotti  in  luogo  di  salvezza.  E  ora  che  nuova 
sicurtà  e  ardire  è  questo  che  vi  è  nato  nell'animo?  dove 
fondate  cotesta  vostra  alterigia  ?  credete  che  mille  nobili ,  che 
più  non  siamo  ,  quando  anche  fosser  seguiti  da  tutti  possano 
resistere  a  due  mila  del  popolo  grasso ,  e  a  tante  migliaja 
del  popolo  minuto;  che  sapete  pure  che  se  l'intendono  in- 
sieme,  e  che  sono  una  cosa  medesima?  o  credete  voi  col 
fumo  di  cotesta  nobiltà,  di  che  tanto  vi  gloriate,  d'aver  a  of- 
fuscar in  modo  gli  occhi  del  popolo,  che  egli  a  guisa  di 
cieco  vi  si  dia  in  preda ,  sicché  voi  1*  abbiate  a  menar  e  a 
guidare  per  tutto  ?  o  pure  non  vedete  che  egli  in  questa 
parte  contende  con  esso  voi  di  nobiltà,  e  a  gran  ragione; 
perciocché  dove  la  nostra  nobiltà  per  esser   tenuti   noi   per 


LIBRO   NONO.  413 

le  nostre  belle  opere  bassi ,  è  presso  che  per  vecchiezza 
marcita  ;  quella  del  popolo  per  le  ricchezze  ,  e  per  gli  onori 
ohe  hanno  conlinuainente  in  casa,  oggi  più  che  raai  fiori- 
sce ,  ed  è  chiara  ?  oppure  vi  date  ad  intendere  che  sia  forse 
un  errore  da  fanciulli  il  dire  che  un  popolare  non  possa  es- 
ser più  nobile  d'  un  patrizio  ?  Deh  contentiamoci  del  dovere, 
e  poiché  non  ci  siamo  saputi  governare  per  l' addietro  ,  onde 
siamo  caduti  d'  una  parte  del  governo  delia  Repubblica ,  non 
facciamo  di  modo  che  abbiamo  per  1'  avvenire  ad  esser  pri- 
vati di  tutta  ,  oltre  gli  esilj,  e  le  morti ,  cose  molto  più  acer- 
be ,  che  per  tal  ritrosia  ci  soprastanno  tutt'  ora  alle  spalle. 
Appena  mostrava  alcun  segno  di  volersi  piegare  Ridolfo, 
quando  s'  udì  che  i  priori  grandi  persuasi  da'conforli  de'  loro 
compagni,  e  spaventati  da' crudeli  cenni  della  moltitudine, 
impetralo  perdono  dal  popolo  ,  aveano  rinunziato  al  magi- 
strato ,  e  privati  tornatisene  alle  case  loro  ;  onde  ancora  egli 
convenne  per  allora  che  si  posasse.  Privati  i  grandi  del  prio- 
rato ,  e  disfatto  1'  uficio  de'  consiglieri  mischiato  co'  grandi, 
gli  otto  priori  popolani  che  rimasono ,  col  consiglio  delle 
capitudini  delle  ventuno  arti,  elessono  primieramente  del 
numero  di  essi  otto  il  gonfaloniere ,  e  questi  fu  Sandro  da 
Quarata.  Poscia  fecionvi  dodici  consiglieri  de' priori  tutti  po- 
polani. Elessono  i  gonfalonieri  delle  compagnie  del  popolo. 
i  quali  essendo  innanzi  al  duca  ventinove  furono  recati  a  se- 
dici ,  dovendo  ciascun  quartiere  aver  quattro  gonfaloni.  E 
perchè  non  s' avesse  per  ogni  cosa  a  ragunar  sempre  il  po- 
polo intero  ,  fu  creato  il  consiglio  dei  trecento.  Queste  cose 
benché  fossono  in  tal  modo  ordinate ,  essendo  restato  quasi 
lutto  il  governo  in  mano  del  popolo ,  si  vedea  nondimeno 
che  non  erano  per  passar  senza  contesa,  perchè  i  grandi  tra 
per  r  ingiuria  che  parca  loro  aver  ricevuta  dalla  cacciata 
de'  loro  priori ,  e  perchè  sospettavano  tuttavia  della  rabbia 
del  popolo  ,  attendevano  a  provvedersi  sì  per  offendere,  come 
per  difendere  sé  stessi,  se  primo  il  popolo  fosse  a  muoversi, 
mandando  per  i  loro  conladini,  e  per  gli  amici  che  aveano 
di  fuori  con  gran  provvisioni  d'  arme  e  di  cavalli.  Il  popolo 
similmente  facea  le  sue  provvisioni ,  perchè  ei  rifece  i  ser- 
ragli per  la  città  più  grandi  e  più  forti  che  quando  fu  cac- 
ciato il  duca  ,  attendea  a  far  le  sue  guardie  di  giorno  e  di 


414  dell'  istorie  fiorentine 

noitc  per  tutti  i  luoghi  sospetti ,  scrisse  a'  Sanesi ,  e  all'  al- 
tre amistà ,  che  gli  mandassero  aiuto  ;  per  modo  che  come 
si  fa  in  due  eserciti ,  non  parca  che  s' aspettasse  altro  che 
il  segno  della  battaglia.  In  questo  bollore  e  diversità  d'ani- 
mi, era  anche  la  città  travagliala  dalia  carestia,  la  quale  come 
suole  accadere ,  essendo  in  prò  de'  ricchi ,  solo  affliggeva  la 
gente  minuta;  perciocché  quelli  che  avevano  del  grano, 
aspettando  tuttavia  che  il  pregio  montasse ,  tenevano  stretti 
i  loro  magazzini,  e  con  gran  difficoltà  ne  faceano  copia  alla 
plebe.  Solo  Andrea  Strozzi  cavaliere  popolano,  uomo  ricco, 
vendeva  il  grano  suo  minor  pregio  che  gli  altri  ;  e  trovan- 
dosi egli  spesso  a  sommo  studio  presente,  quando  i  suoi  lo 
vendevano,  in  alto  di  gran  compassione  e  di  sdegno  solea 
dire  alla  plebe.  Quando  appelleranno  qiiest'  altri  a  vendere 
il  lor  grano ,  quando  voi  sarete  morti  dalla  fame  ?  Altre  volle 
diceva;  deh  perchè  non  ho  io  i  lor  magazzini  per  aprirli 
a' cittadini  miei?  Spesso  facendo  vista  di  crucciarsi  col  fat- 
tore che  portava  la  rasola  slrella  (  imperocché  appunto  nel 
principio  di  quest'  anno  si  era  per  legge  la  misura  dello  staio 
ove  si  facea  a  colmo  recata  a  raso  )  diceva.  Daglielo  tu  colmo  ; 
e  non  voler  risparmiarmi  la  roba  più  di  quel  che  mi  voglia 
io;  dimodoché  la  plebe  lodandolo,  e  benedicendolo,  ora 
in  sua  presenza ,  e  ora  uscito  che  era  dalla  soglia  del  gra- 
naio ,  solo  lui  chiamava  degno  d'  aver  il  governo  io  mano 
di  tutta  la  città ,  e  del  mondo  se  fosse  possibile.  Ne  in  luogo 
alcuno  in  Andrea  s'  incontrava,  che  con  cenni,  e  con  pa- 
role, e  con  ogn'altra  servile  dimostrazione  come  suo  signore 
e  conservadore  non  l'onorasse.  Non  è  cosa  certa  se  da  pri- 
cipio  egli  avesse  avuto  animo  di  occupare  la  libertà ,  o  se 
avendo  solo  la  mira  a  farsi  un  gran  cittadino,  questo  pensiero 
come  e  sempre  insaziabile  l'animo  dell'uomo,  gli  fosse  poi 
poto  innanzi  dalla  benivolcnza  the  conosceva  aversi  acqui- 
stato. Comunque  ciò  sia,  vedutosi  tanii  favori,  e  parendo- 
gli r  occasione  del  tempo  esser  mollo  a  proposito  al  suo 
disegno ,  sperando  the  dei  Ire  ordini  della  città  i  grandi 
non  lo  contraslerehbono  per  lo  sdegno  concepulo  contra  il 
popolo  grasso ,  e  il  popolo  minuto  1'  adorerebbe ,  deliberò 
una  mattina  montar  a  cavallo  ,  convocar  la  [)Iebe ,  occupar 
con  quella  il  palagio ,  e  farsi  principe  della  pairia.  Arrise  la 


LIBRO   NONO.  415 

fortuna  a"  primi  principj ,  perciocché  appena  ei  fu  montato  a 
cavallo  e  fatto  una  volta  per  la  città ,  che  si  gli  attaccò  die* 
tro  il  numero  di  quattro  mila  uomini,  gridando  tutti  viva  il 
nostro  signor  raesser  Andrea ,  e  muoia  il  popol  grasso.  Con 
la  qual  furia  s'  avviarono  verso  il  palagio  con  animo  di  cac- 
ciar i  priori,  e  di  mettervi  lo  Strozzi  loro  signore;  non  le- 
nendo pili  a  mente  ,  né  essi  di  quello  che  era  loro  avvenuto 
poco  innanzi  per  aversi  fatto  idolo  il  duca  d' Alene,  né  An- 
drea di  quello  che  al  duca  era  succeduto ,  per  aversi  molto 
nella  plebe  confidato.  I  priori  vedutosi  venir  questa  furia 
addosso  ,  mandarono  giù  alcuni  popolani  d'  autorità  ;  i  quali 
aveano  credito  con  la  plebe ,  e  alcuni  de'  consorti  d'  An- 
drea ,  comandando  all'  uno  e  all'  altro  che  se  n'andassero 
a  casa.  Ma  non  giovando  i  comandamenti,  né  le  preghiere, 
e  contrastando  eglino  in  ogni  modo,  che  i  priori  popolani  si 
partissero  di  palagio ,  come  aveano  fatto  i  grandi ,  fu  neces- 
sario ripignerli  con  1' arme.  Né  questo  giovava,  se  in  poca 
ora ,  senza  far  essi  alcun  profitto ,  non  ne  fossero  molli 
co'  sassi  stati  feriti ,  e  alcun  morto  dalle  balestre  di  quelli 
di  dentro  Perchè  pensarono  poi  che  non  era  lor  riuscito 
d'  occupar  il  palagio  de'  priori,  d'  insignorirsi  di  quello  dei 
podestà;  ma  essendo  francamente  difeso  dal  marchese  da 
Valiano ,  il  qual  allora  era  podestà,  e  frattanto  essendo  molti 
buoni  uomini  sparsi  fra  il  popolo  minuto ,  e  dicendo  cia- 
scuno agli  amici  suoi ,  che  gli  erano  impazzati  ad  andar  die- 
tro ad  un  pazzo,  e  mostrando  che  il  resto  del  popolo  s'ar- 
mava ,  e  che  se  essi  non  posavano  1'  arme  sarebbono  tutti 
morti,  incominciarono  a  sbigottirsi,  e  appoco  appoco  a  tor- 
narsene alle  case  loro;  tanto  che  Andrea  restalo  solo,  e 
sgomentato  ancor  egli  da' parenti  e  dagli  amici,  l'impresa 
che  temerariamente  avea  cominciato,  con  pari  leggierezza 
finì,  polendo  a  fatica  de' ministri  de' magistrati,  che  gli  eraiK) 
dietro,  salvarsi.  Questo  movimento  benché  fosse  riuscito 
vano,  fece  nondimeno  entrare  in  speranza  i  grandi ,  che  fa- 
cilmente tirando  a  sé  il  popol  minuto,  sdegnato  per  quel  che 
si  vedea  co' popolani  potenti,  vincerebbe  l'impresa.  E  per 
questo  per  non  perder  così  fatta  occasione ,  d'  armarsi  deli- 
berarono. Il  che  feciono  con  tanlo  ardire,  che  oltre  il  fare 
introdurre  di  mezzogiorno  pubbHcamenle  ogni  dì  arme  nel- 


416  dell'  istorie  fiorentine 

le  case  loro ,  e  chiamar  gli  amici  delle  castella  e  luoghi  vi- 
cini, infino  in  Lombardia,  perchè  fosser  mandati  loro  degli 
aiuti,  scrissono.  I  popolani  dall'altro  canto  non  dormivano; 
ma  a'Sanesi,  a' Perugini ,  e  agli  altri  loro  amici  aveano 
fatto  intendere  il  pericolo  della  Repubblica.  Non  più  ora 
contender  col  duca  d'  Atene,  e  con  dugcnto  o  trecento  sol- 
dati forestieri ,  ma  coi  grandi  lor  cittadini ,  i  quali  non  un 
palagio  aveano  fortificato ,  ma  più  che  il  mezzo  della  città, 
essendo  le  loro  abitazioni  sparse  per  tutti  i  luoghi  della  terra. 
Per  la  qual  cosa  i  Sanesi  si  mossono  a  prestar  loro  un 
grande  aiuto.  Il  che  sentito  da'  grandi ,  mandarono  subito 
infino  a  S-  Casciano  Giovanni  Gianfigliazzi  cavaliere  nobile 
con  altri  arabasciadori,  facendo  intendere  a'  capitani  delle 
genti  sanesi,  che  fossero  contenti  di  non  venire  più  oltre; 
conciossiachè  grande  scandolo  potrebbe  la  lor  venuta  gene- 
rare tra' cilladini.  Questo  inganno  pervenuto  a  notizia  del 
popolo,  mandò  ancor  egli  con  grandissima  diligenza  suoi 
ambasciadori  popolani,  pregando  i  Sanesi  a  non  lasciare  in 
conto  alcun  di  venire  in  soccorso  della  città  ,  la  quale  i  no- 
bili cercavano  d'  opprimere  ;  e  non  volessero  prestar  fede 
alle  false  ambascerie  di  coloro ,  i  quali  nulla  ritenevano  di 
pubblico  ,  non  palagio ,  non  magistrati ,  non  forma  alcuna 
di  civile  ragunanza  :  a  che  prestando  intera  fede  i  Sanesi, 
veggendo  i  soggcili,  e  l'altre  insegne  della  Repubblica  ne 
vennono  prestnmentc  a  Firenze,  presso  che  al  doppio  che 
non  furono  quando  vi  vennero  per  conto  del  duca.  Quasi 
nel  medesimo  punto  arrivarono  cenciquanta  cavalieri  de'  Pe- 
rugini ;  ne  era  momento  di  tempo  che  nuova  gente  d'  arme , 
o  in  aiuto  del  popolo  ,  o  de' grandi,  non  entrasse  nella  città. 
Stando  le  cose  in  questi  termini  con  dubbio  1'  una  parte 
dell'  altra,  e  i  grandi  di  qua  d'Arno  avendo  fatto  testa  in 
tre  luoghi  principali,  in  S.  Giovanni  alle  case  de' Cavicciuli , 
in  Mercato  nuovo  a  quelle  de'  Cavalcanti,  e  in  S.  Pier  Mag- 
giore a  oa?a  i  Donati,  i  primi  che  prcsono  1'  arme  furono  i 
popolani  del  quartier  di  S.  Giovanni ,  non  por  comandamento 
alcuno  della  Repubblica,  ma  mossi  dalla  autorità  de' Medici, 
de'  Rondinelli,  e  d'  Ugo  della  Stufa  giudice;  i  quali  essendo 
congregali  nella  loggia  de' Medici  posta  nella  via  de' Suc- 
chiellinai,  e  i  Cavicciuli  facendo  allo  nella  loggia  degli  Adi- 


LIBRO  NONO.  417 

raari ,  nascendo  per  la  vicinila  spessi  rimbrotti  fra  1'  una 
parie  e  l' allra  ,  e  quello  che  più  importava,  essendo  le- 
vata una  fama ,  che  il  di  seguente  veniva  aiuto  a'  grandi  di 
Pisa,  da' Conti  Guidi,  dagli  Ubaldini,  e  da  molti  signori  di 
Lombardia,  e  di  Romagna,  senza  altro  invito  atlaccaron  la 
briga.  Erano  i  Cavicciuli  in  quel  tempo  molto  potenti ,  non 
solo  per  il  numero  degli  uomini,  ma  eziandio  per  la  peri- 
zia delle  cose  militari  ;  a  che  si  aggiungeva  V  essere  molto 
ben  guerniti  di  torri  e  di  palagi ,  1'  aver  asserragliato  otti- 
mamente le  vie,  e  il  trovarsi  con  esso  loro  molta  gente 
d'  arme  forestiera  così  a  piede ,  come  a  cavallo.  Onde  la 
zuffa  durò  tre  ore  continue  senza  discerner  mollo  avvantag- 
gio dall'una  parte,  o  dall'altra.  Ma  concorrendo  tuttavia  il 
popolo  in  gran  quantità  d'  ogni  lato  ,  e  non  veggendo  i  Ca- 
vicciuli comparir  pur  uno  de'  grandi  in  favor  loro ,  incomin- 
ciarono a  palleggiare  d'  arrendersi ,  se  non  fosse  fatta  in- 
giuria né  alle  persone  ne  alle  facoltà  loro.  Il  che  il  popolo 
promise,  e  osservò  loro  fedelmente;  se  non  che  per  comune 
sicurezza,  essendo  stati  disarmati,  furono  mandati  in  casa 
di  popolani  loro  parenti,  sotto  la  fede  di  chi  riceveva,  e 
di  chi  era  ricevuto,  di  non  li  lasciar  uscir  fuora  infin  che  i 
romori  fossero  cessati.  Vinta  dal  popolo  la  prima  pugna , 
con  molto  maggior  facilità  furono  vinti  i  Donati ,  e  i  Caval- 
canti ;  sì  perchè  questi  per  veder  rotti  i  Cavicciuli ,  che  erano 
più  degli  altri  polenti  s'  erano  sbigottiti,  e  sì  perchè  al  po- 
polo, oltre  l'animo  preso  dalla  prima  vittoria,  da  ogn'  ora 
cresceva  nuova  gente  e  aiuti;  perchè  essendo  tutta  la  citila 
di  qua  d'  Arno  acquetata ,  avendo  disarmalo  i  grandi ,  e 
lolle  via  tutte  le  loro  guernigioni  e  serragli,  non  rimaneva 
se  non  la  parte  d' Oltrarno.  Questa  veramente  era  molto 
più  difficile,  perciocché  era  difesa  dal  fiume;  e  non  si  po- 
tendo in  quella  passare,  se  non  per  i  ponti,  in  quella  era 
stala  messa  sufficiente  guardia  e  difesa,  avendo  i  Nerli  preso 
a  guardare  il  ponte  alla  Carraia ,  e  i  Bardi ,  e  Mannelli  il 
ponte  vecchio  e  il  Rubaconte.  I  Frescobaldi,  e  i  Rossi  avean 
cura,  che  il  popolo  di  là  d'Arno  non  tumultuasse,  e  però  di- 
fendeva via  maggio ,  e  i  luoghi  superiori,  non  avendo,  come 
dice  alcuno  scrittore,  a  difendere  il  ponte  a  S.  Trinila,  che 
non  v'  era.  Parve  al  popolo  tentar  prima  il  ponte  vecchio , 
Amm.  Vol.  II.  27 


418  dell'  istorie   FiaKEMllVlg 

ove  la  difesa  fu  molto  gagliarda,  essendo  in  poco  d'ora 
dalle  balestre  ,  e  da  sassi ,  che  venieno  dalla  torre  della  parte 
e  dal  palagio  di  Francesco  de'  Bardi ,  e  case  de'  Mannelli 
statine  più  feriti  del  popolo  in  questa  zuffa,  che  non  in  tutte 
l'altre  di  qua  d'Arno.  Perchè  deliberarono,  lasciati  a  guardia 
del  ponte  i  gonfaloni  della  vipera,  e  dell'  unicorno  di  S.  Ma- 
ria Novella,  d'andar  ad  assaltare  il  ponte  Rubaconte.  Ma  non 
trovarono  minor  resistenza  che  al  ponte  vecchio,  essendo 
stati  feriti  e  ributtali  aspramente  da' Bardi;  talché  pensarono 
alla  fine,  lasciativi  due  altri  gonfaloni  del  quartiere  di  S.  Cro- 
ce, di  tentar  il  ponte  alla  Carraia,  che  difendevano  i  Nerli. 
Mentre  si  combattevano  i  ponti  fra  il  popolo  di  qua ,  e  fra 
la  nobiltà  di  là  del  fiume,  gli  scardassieri ,  baliilani,  e  simil 
gente  che  abitava  il  borgo  di  S.  Friano,  delia  Cuculia  e  del 
Fondaccio,  aiutali  da'  Capponi  e  da  altre  famiglie  popolane 
potenti,  aveano  assaltalo  le  case  de'  Ner  i.  E  si  erano  portati 
in  modo,  che  prima  che  quelli  di  qua  giugnessero,  aveano 
vinti  i  Nerli,  s'erano  insignoriti  del  capo  del  ponte,  e  mo- 
stravano di  voler  andar  ad  assalire  i  Rossi  e  i  Frescobaldi. 
Ma  veduto  venire  i  gonfaloni  di  qua  del  fiume  l'aspettarono 
e  accozzatisi  insieme,  con  gran  giubbilo  s'avviarono  verso  le 
case  degli  avversari.  I  Frescobaldi  non  aspettando  questa  fu- 
ria da  quella  parte,  veggendosi  venir  tanta  moltitudine  ad- 
dosso ,  non  si  argomentarono  alla  difesa ,  ma,  abbandonando 
la  piazza  e  l'arme,  si  fuggirono  nelle  lor  case,  chiedendo 
misericordia  e  pietà  al  popolo  ;  il  quale,  vincendo  in  quel  d'i 
la  solita  fierezza,  o  pure  serbandola  d'  usare  intera  con  gli 
ostinati,  si  mostrò  mansueto  con  tulli,  perdonando  con  gran 
facilità  e  prontezza  l'error  di  ciascuno.  Solo  i  Bardi  si  re- 
stava ad  espugnare  ,  i  quali  per  vedere  venirsi  tutto  il  po- 
polo insieme  sopra,  vincitore  di  qua  e  di  là  d'Arno  di  tulle 
le  case  grandi,  e  già  padrone  delia  ciilà  intera,  salvo  che 
della  lor  contrada,  non  si  sbigottirono  punlo  ;  ma  fermi  o  di 
vincere,  o  di  morire  si  posono  animosamente  a  difendere  i 
loro  serragli.  Rade  volte  fu  comballula  una  città  nimica  con 
tanta  vigoria,  nò  difesa  con  pari  virtù,  come  quel  dì  fu  di- 
fesa e  comb;illuta  la  via  de' Bardi,  essendo  dall'  una  parte  il 
popolo  adiralo,  che  una  sola  famiglia  l'avesse  a  far  resi- 
stenza, essendo  dall'  altra  i  Bardi  iLcrudelili,  r.ou  meno  per 


LlBBO  NONO.  419 

l'odio  che  portavano  alla  plebe,  che  della  poca  speranza  che 
aveano  del  perdono.  Certi  dunque  d'avere  a  morire  per  le 
sentenze  de'  giudici  loro  avversari  sotto  le  mannaie  de'  cru- 
deli carnefici,  stimavano  in  qualsivoglia  caso  per  cosa  più 
onorala  il  morire  con  l'arme  in  mano  quasi  in  una  battaglia. 
Onde  il  contrasto  fu  durissimo.  Il  popolo  veggendo  tuttavia 
de'  suoi  esser  feriti  molti  e  mortone  alcuno,  conobbe  che  il 
vincere  i  serragli  era  opera  disperala,  perchè  ricorse  ad  un 
partilo,  che  gli  diede  la  vittoria.  Erasi  nel  principio  di  que- 
sl' anno  falla  una  nuova  via  su  per  la  costa  sopra  S.  Felicita 
e  la  chiesa  di  S.  Giorgio,  che  dal  pozzo  Toscanelli  menava 
alla  porta,  onde  si  va  ad  Arcetri,  a  questo  fine:  che  nascen- 
do alcuna  conlesa  tra  il  popolo  e  i  grandi,  il  popolo  d'  Ol- 
trarno senza  andar  sotto  le  forze  de'  Rossi  e  de'  Bardi  po- 
tesse avere  spedita  la  via  intorno  le  mura  per  difendere  la 
porla.  Fu  per  questo  dato  ordine  a  tre  gonfaloni  d'  Oltrarno, 
ohe  montando  sul  poggio  di  S.  Giorgio  per  la  già  detta  via, 
calassero  ad  assaltar  le  case  de' Bardi  dalla  parie  di  dietro. 
Questo  assalto  senza  dubbio  mise  in  confusione  i  Bardi  ;  per- 
ciocché mentre  coloro  che  aveano  le  case  da  quella  parte , 
che  stavano  compartiti  alla  guardia  degli  altri  luoghi,  voglio- 
no riparare  a  questo  nuovo  impelo,  lasciarono  in  guisa  sfor- 
nito il  serraglio  della  piazza  a  ponte,  che  un  conneslabil 
tedesco,  la  cui  virtù  fu  in  quel  dì  mollo  nolevole,  detto  Stroz- 
za, ebbe  potere  d'espugnarlo;  e  entrato  dentro  con  sua  ma- 
snada, corse  animosamente  infino  a  S.  Maria  sopra  Arno, 
non  lo  ritenendo  la  furia  de' sassi  e  de' dardi,  che  di  conti- 
nuo dalle  fenestre  e  dagli  usci  delle  case  erano  traiti.  Que- 
sto ardire  non  solo  dette  animo  al  popolo  che  si  trovava  con 
Strt^zza,  il  quale  gli  tenne  dietro  senza  intervallo  di  tempo, 
ma  fece  che  que'  gonfaloni,  che  erano  restati  di  qua  alla  guar- 
dia del  ponte  vecchio  ,  veggendo  le  cose  inchinale,  sforza- 
rono ancor  essi  il  serraglio  dal  capo  del  ponte,  e  passati  di 
là  e  congiuntisi  con  Strozza  e  con  gli  altri,  riippono  del  tutto 
la  resistenza  e  forza  de' Bardi;  i  quali  non  potendo  più  si 
ritrassono  al  Borgo  di  S.  Niccolò,  ove  furono  da  quelli  da 
Quarata,  e  da  quelli  da  Panzane  e  da  Mozzi  ricevuti.  Co- 
sloro  per  non  esser  rubati  e  corsi  dal  popolo ,  insieme  col 
gynfalon  della  Scala  aveano   alquanto   prima  preso  i  palagi 


420  dell'  istorie  fiorentine 

de'  Bardi  di  S.  Gregorio  insieme  con  la  guardia  del  capo 
del  ponte  Rubaconte;  il  che  fu  la  salvezza  de'  Bardi  ;  raa  la 
plebe  sfogò  l'ira  nelle  robe  di  coloro,  de' quali  non  poletle 
aver  le  persone.  Il  che  fu  fatto  con  tanta  ingordigia,  che  nel 
restante  spazio  di  quel  giorno,  non  che  gli  arnesi  e  masse- 
rizie di  qualche  pregio,  ma  i  legnami  degli  usci  e  delle  fe- 
nestre  e  panche  de'  letti ,  e ,  quel  che  è  cosa  vergognosa  a 
dire ,  infino  alle  rastrelliere  de'  cavalli  furono  portate  via  E 
quando  l' avarizia  non  ebbe  da  esercitar  più  le  forze  sue  , 
cedette  il  luogo  alla  crudeltà,  mettendo  fuoco  alle  mura  e  ai 
palchi  che  v'  eran  restati ,  dove  arsero  ventidue  tra  case  e 
palagi,  essendo  stato  slimato  il  danno  de' Bardi  passar  la  som- 
ma di  sessantamila  fiorini  d' oro.  Tal  fine  ebbe  il  disavven- 
turato ardimento  de' Bardi,  e  della  nobiltà  fiorentina;  la  quafe 
avendo  fatto  prova  di  quanto  potea  fare,  incominciò  peri' in- 
nanzi con  più  mansuetudini  a  porre  il  collo  sotto  il  giogo 
del  popolar  governo,  acconciandosi  pian  piano  a  quelli  co- 
stumi e  a  quelle  usanze;  e  colui  beato  chiamandosi,  che  per 
alcun  merito  potea  impetrare  d'esser  ricevuto  nell'ordine 
popolare,  essendo  diventata  una  sorte  di  pena  e  di  condan- 
nagione  1'  esser  messo  fra  il  numero  de'  grandi.  La  qual  cosa 
io  non  ardirei  affermare  ,  quando  ben  il  sapessi ,  se  fosse 
stata  più  dannosa  che  utile  alla  Repubblica.  Il  dì  seguente 
allettato  il  popolo  minuto  dalla  dolcezza  del  predare,  si  ra- 
gunò  a'  Servi  in  numero  di  più  di  mille  trecento  uomini  per 
rubare  le  case  de'  Visdomini  sotto  titolo  di  punir  i  falli  di 
Cerrettieri.  La  qual  cosa  parendo  a'buoni  e  a' vicini  di  scel- 
lerato esempio,  che  la  vii  plebe,  siccome  in  una  città  nimica, 
mettesse  ogni  dì  mano  a  saccheggiare  e  ardere  le  case  dei 
cittadini,  si  per  il  pericolo  comune,  e  per  la  bruttezza  della 
cosa  in  se  stessa  ,  perciocché  il  dì  passato  sotto  infinta  di 
rubare  i  Bardi,  erano  stati  danneggiati  molti  popolani  e  altri 
non  colpevoli,  e  sì  perchè  a'  Visdomini  i  modi  tenuti  dal 
Cerrettieri  loro  consorte  erano  dispiaciuti  non  meno  che  a 
ciascun  popolano  ,  si  opposono  a  questa  furia  ;  tanto  che  il 
podestà  e  gli  altri  magistrati  montarono  a  cavallo,  e  accom- 
pagnali da'  Sancsi  corsono  al  soccorso;  e  fatto  gastigarc  al- 
cuni in  presenza  di  tutta  la  turba  con  far  tagliar  loro  le  mani 
e  i  piedi,  con   salutare   severità   riprcssono  quella  pestifera 


LIBRO   NONO.  421 

sedizione.  Essendo  in  questo  modo  acquetale  tutte  le  cose, 
e  restato  il  governo  assolntaraenle  in  mano  de'  popolari  «  ne 
«  dettero  conto  a  lutti  gli  amici  della  Repubblica,  parendo 
«  loro  d*  aver  fatto  maggiore  acquisto  in  cavar  i  grandi  del 
«  governo,  che  dell'essersi  liberali  dalla  tirannia  del  duca 
t<  d'Atene.  E  al  re  e  regina  di  Napoli  dettero  minuto  rag- 
<(.  guaglio  del  seguilo,  perchè  non  avessero  a  credere  diver- 
«  samenle  di  quello  che  era  ».  Prima  che  gli  ambasciadori 
di  Siena  e  di  Perugia,  e  che  '1  conte  Simone  si  partisse  , 
deliberarono  coloro  che  aveano  preso  il  reggimento  in  mano 
di  far  da  capo  uno  squillino,  e  riordinare,  in  quello  che  man- 
casse, lo  stato  della  Repubblica  per  tanti  disordini  succeduti 
molto  scosso  e  alterato.  Intervennero  in  questo  squillino 
dugentosei  uomini.  Furono  nominali  tremilaqualtrocentoqua- 
rantasei  cittadini,  de' quali  non  rimase  il  decimo.  Conchiu- 
sesi ;  che  de'  priori,  non  alterando  1'  ordine  in  quanto  al  nu- 
mero, la  partecipazione  andasse  in  questo  modo:  che  doves- 
sero esser  due  popolani  grassi,  tre  mediani  e  tre  artefici  mi- 
nuti. Il  gonfaloniere  Iraendosi  a  vicenda,  incominciando  da 
S.  Spirito,  toccasse  ad  ogni  sella,  onde  si  potette  conoscere, 
che,  discacciati  i  grandi,  e  poco  meno  che  i  cittadini  mag- 
giori, delle  quattro  parli  del  governo  le  tre  toccarono  al  po- 
polo pili  basso.  Furono  questi  ordini  condotti  a  fine  a' 20 
d' ottobre. 

Acconcie  le  cose  in  favore  del  popolo,  rimaneva  di  dar 
provvisione  a  quelle  de' grandi;  sicché  non  avessero  a  far 
nuovi  scandali.  E  essendo  il  lor  freno  gli  ordini  di  giusti- 
zia annullali  dal  duca  d'  Atene  ,  parca  che  s' avessero  a  ri- 
fare. Ma  due  cose  erano  messe  in  considerazione  ;  come  si 
aveano  a  trattare  que' grandi,  che  s'erano  dimostrati  favo- 
revoli al  popolo,  e  in  che  modo  si  potesse  moderare  il  ri- 
gor della  legge,  che  l'uno  consorto  fosse  tenuto  per  l'altro- 
Ad  amendue  le  cose,  col  consiglio  de'  Sanesi  e  del  conle 
Simone,  i  quali  desideravano  dar  alcuna  soddisfazione  a'grandi 
per  non  far  succeder  nuovi  scandali,  fu  provveduto.  jLa  legge 
fu  corretta,  che  non  si  estendesse  se  non  infìno  in  terzo 
grado  per  diritta  linea,  e,  mancando  il  terzo,  al  quarto,  e  che 
presentando  o  uccidendo  il  malfattore  con  fossero  tenuti  pa- 
gar al  comune  la  pena  delle  tremila  lire.  I  grandi  dimostratisi 


422  dell'  istorie  fiorentine 

favorevoli  al  popolo,  o  de'  quali  per  i  costumi  più  mansueti 
si  polea  sperare,  che  avessero  a  viver  pacificamente,  per 
singoiar  grazia  furono  ricevuti  nel  numero  de'  popolari  ;  ma 
con  patti  che  non  potessono  esser  de'priori,  né  de' dodici, 
né  de'  gonfalonieri  delle  compagnie,  nò  capitani  di  lega  in- 
(ìno  a  cinque  anni,  e  che  se  fra  dieci  anni  alcuno  de' detti 
grandi  facesse  omicidio,  o  tagliasse  membro  o  desse  ferita 
sconcia  in  persona  d'alcun  popolano,  dovesse  in  perpetuo 
esser  rimesso  tra' grandi.  I  ricevuti  furono  cinquecento,  dei 
quali  i  più  segnalati  furono  questi.  Tulli  i  Nerli  di  Borgo 
S.  Jacopo,  e  due  di  quelli  dal  ponte  alla  Carraia,  tutti  i 
Manieri,  gli  Spini,  gli  Scali,  i  Brunelleschi,  i  Pigli,  gli  Allotti, 
i  Compiobbesi,  gli  Amieri,  i  Giandonati,  i  Guidi,  i  figliuoli  di 
Bernardo  de' Rossi,  quattro  de' Mannelli,  parte  degli  Agli, 
Giovanni  della  Tosa  e  fratelli  e  nipoti  con  Nepo  delia  Tosa, 
Antonio  degli  Adimari  fratelli  e  nipoti,  e  altre  schialle  quasi 
spente.  Questi  furono  i  nobili  della  città.  De'nobil  di  con- 
tado furono  il  conte  da  Certaldo  e  quel  da  Pontormo  amen- 
due  co' figliuoli  e  nipoti;  quelli  da  Lucardo  ,  da  Cacchiano, 
da  Monte  Rinaldi,  dalla  Torricella,  da  Sezzala,  da  Mugnano, 
da  Lucolena,  da  Colle  di  Valdarno  ,  da  Monte  Luco  della 
Gherardinga,  e  i  Benzi  da  Figline  con  altre  famiglie  annul- 
lale, e  ridotti  i  loro  uomini  a  lavorare  la  terra.  «  Trattandosi 
«  ancora  in  corte  del  papa  1'  accomodamento  de'  marchesi 
«  da  Este,  fu  rinnovalo  l'ordine  agli  ambasciadori  della  Re- 
«  pubblica,  che  si  trovavano  a  questo  effetto  in  Avignone  , 
«  che  non  solo  parlassero  conforme  che  fossero  ricerchi 
«  dagli  ambasciadori  de' marchesi,  ma  che  promettessero  per 
«  loro  tutto  quello  che  fosse  occorso,  ricercando  di  così  '  la 
«  buona  amicizia  che  passava  con  quei  signori.  Per  prov- 
«  vedere  che  la  terra  di  Barga  co'  dodici  luoghi  che  erano 
«  in  quel  contado  non  portassero  alcun  pericolo ,  essendo 
«  del  lutto  separati  dal  dominio  fiorentino,  vi  costituirono 
«  capitano  generale  con  numero  di  cavalli  e  di  fanti  per  lor 
«  guardia  e  di  difesa  Neri  da  Monlegarullo  ».  Dopo  que- 
ste cose  essendo  veiiulo  il  tempo  di  tirar  la  nuova  signoria, 
fu  eletto  gonfaloniere  Ormanozzo  Deli,  il  quale  essendo  stato 

I    Olii  manca  alcuna  parola,  come  J'are,  procedere  ec: 


LIBRO   NONO.  423 

ìi  primo  a  cui  toccasse  questa  dignità  dopo  1'  ultima  rolla 
de' grandi,  fu  anche  primo  a  portar  questo  onore  alla  sua 
i'amiglia.  «  Seguitando  nella  podesteria  della  città  il  mar- 
'  chese  Giovanni,  il  quale  ci  fu  poi  confermalo  per  tulio 
■(  maggio,  trovo  capitano  del  popolo  Rinaldo  de' Cimi,  o  Cini 
'<  da  StafTuio.  In  questo  t<'mpo  fu  la  terra  di  Pielrasanta  do- 
«  nata  dalla  Repubblica  al  vescovo  di  Luni  di  casa  Malespi- 
V  ria,  acciocché  con  l'aiuto  di  Lucchino  Visconti  suo  co- 
i'  gnalo  avesse  cagione  di  far  guerra  a' Pisani,  a' quali  po- 
'<  tolte  far  poco  male,  poiché  nel  principio  dell'anno  futuro 
!'  veggo  eletto  a  quel  vescovado  Agabilo  Colonna.  Ma  già 
«  la  pace  seguita  a' 15  di  novembre  tra  la  Repubblica  e' Pi- 
«  sani  e  Lucchesi  avea  acquietato  tali  rr.mori.  Fu  conchiusa 
«  questa  pace  nella  sagrestia  della  Pieve  di  Sanminiato  da 
(I  Francesco  Brunelleschi  cavaliere,  Tommaso  de'  Corsini 
«  dotlor  di  leggi,  Forese  da  Rabatta  giureperito  ,  Antonio 
'<  degli  Albizi,  e  da  Giorgio  di  Barone  sindaci  fiorentini  coi 
«  sindaci  di  Pisa  e  di  Lucca.  I  palli  furono,  rimettendosi  ogni 
«  ingiuria  e  liberandosi  da  ogni  obbligazione  fatta  nell'  al- 
«  tra  pace  col  duca  d'Atene.  Che  si  liberassero  tutti  i  pri- 
«  gioni,  e  tutti  i  banditi  e  condannati.  Che  fossero  restituiti 
«  i  beni  particolari,  quelli  però  che  non  erano  slati  alienati 
«  giuridicamente  dal  1312  in  qua.  Che  il  castello  di  Sorano 
«  fosse  reso  a' Fiorentini.  Acquali  i  Lucchesi  per  rispetto 
a  della  compra  di  Lucca  fatta  dalla  Repubblica  dalli  Scali- 
«  gerì,  0  da  altri,  dovessero  pagare  in  'termine  di  quattor- 
«  dici  anni  centomila  fiorini  d'oro,  ogn'anno  la  rata  il  di 
«  di  S.  Giovan  Batista  di  giugno,  e  la  prima  paga  fosse  di 
«  novemila  fiorini,  e  le  altre  di  sette  Che  il  comune  di  Fi- 
«  renzo  procurasse  con  gli  Aretini,  e  i  Pisani  con  quei  da 
«  Pietramala,  libertini,  Pazzi,  da  Valenzano  e  da  Montauto 
«  de'Barbolani  che  facessero  fra  loro  tregua  per  un'annu. 
«  Che  il  comune  di  Firenze  la  dovesse  far  pur  per  un  an- 
'(  no  con  gli  Ubaldini  e  Conti  di  Casentino  collegali  dal  co- 
«  munc  di  Pisa-  Che  i  Pisani  e  Lucchesi  non  s' inlramelles- 
«  sero  più  ne' castelli  e  luoghi  di  Valdinicvole ,  di  Garfa- 
«  gnana,  di  Valleriana  e  del  Valdarno  di  sotto,  distretto  di 
a  Lucca ,  posseduti  dal  comune  di  Firenze,  e  i  quali  teneva 
a  il  duca  d'Alene  quando  n' era  signore,  e  fra  delti  castelli 


424  dell'istorie  fiorentine 

«  s'intendesse  Montopoli,  S.  Maria  a  Monte,  e  la  fortezza 
«  (l'Altopascio,  e  tutti  fossero  trattati  come  amici  e  sudditi 
«  de' Fiorentini,  senza  però  godere  alcun  privilegio  di  ga- 
'<  belle  nel  Pisano  e  nel  Lucchese.  Furono  in  oltre  confer- 
«  mati  i  patti  fatti  già  in  altre  paci:  del  non  offendersi  i 
«  particolari,  del  non  far  processi  senza  saputa,  del  non  dar 
«  ricetto  a' mercanti  fuggitivi,  della  libertà  del  commercio, 
«  eccetto  che  di  cose  mangiative.  Che  delle  mercanzie,  ol- 
«  tre  alla  valuta  di  dugenlomiia  fiorini,  le  quali  i  Fiorentini 
«  poleano  far  passar  per  Pisa  senza  gabella,  pagassero  due 
«  denari  per  lira,  come  doveano  fare  i  Pisani  di  quelle  che 
«  facessero  passare  per  Firenze,  oltre  alla  somma  di  tren- 
«  taraila  fiorini,  per  le  quali  erano  liberi.  I  Lucchesi  resta- 
le fono  in  questa  pace  liberi  di  poter  eleggere  i  ministri  a 
«  lor  gusto  per  fare  amministrare  la  giustizia.  In  consegucn- 
«  za  di  questa  pace  i  Fiorentini  fecero  di  dicembre  tregua 
«  con  gli  Ubaldini,  e  con  i  Conti  Guidi  da  Modigliana.  E 
«  avendo  fatto  ricercare  di  farla  a' conti  di  Romena  e  a  quei 
«  di  S.  Leolino,  forse  per  tentargli,  risposero  esser  figliuoli 
«  e  servidori  del  comune  di  Firenze,  e  come  tali  non  aver 
«  bisogno  di  far  tregua.  '  »  Essendo  in  questo  modo  pacifr- 


'  IMel  vecchio  Ammirato  si  legge:  Dopo  queste  cose,  essendo  ve- 
nuto il  tempo  di  trur  la  nuova  signoria,  Ju  eletto  gonfaloniere  Or- 
manozzo  Deli,  il  quale  essendo  stato  il  primo,  a  cui  toccasse  que- 
sta dignità  dopo  l'  ultima  rotta  de''  grandi,  fu  anche  primo  a  por- 
tar questo  onore  alla  famiglia  sua.  Questa  signoria  giudicando  che 
il  conte  Simone  si  Josse  portato  molto  fedelmente  in  servigio  della 
Repubblica.,  lo  stimò  degno  di  remunerazione,  e  perù  gli  restituì  Am- 
pinana,  Moncione,  e  Bolilischio.  Gli  Aretini  mandarono  ambascia- 
dori  a  Firenze  ,■  e  perchè  il  popolo  non  avesse  cagione  di  pentirsi 
della  liberalità  usata  in  permettere  ch'eglino  rimanesser  liberi,  si 
obbligarono  in  certa  quantità  di  moneta,  e  di  concorrere  con  cento 
cavalieri  pagati  a  tutti  i  bisogni  della  Repubblica.  Pietrasanta  si 
donò  al  vescovo  di  Luni,  acciocché  con  P  aiuto  di  Lucchino  suo  co- 
gnato avesse  cagione  di  far  guerra  a''  Pisani.  Ma  non  passarono 
molti  giorni  che  Ju  fatta  pace  ancor  co'  Pisani  ,  non  parendo  che 
quella  del  duca,  per  essere  state  revocate  tutte  le  cose  J'atte  da  lui, 
tenesse.  I  patti  furono  quasi  i  medesimi,  se  non  che  piuttosto  peg- 
giorarono le  condizioni  de''  Fiorentini.  I  quali  messorio  nondimeno 
i  Pisani  in  gran   travaglio  per  i  fatti  di  Pietrasanta, 


LIBRO   NONO  tóS 

•  alo  oj^ui  cosa,  nacque  di  nuovo  alcun  sospetto,  che  i  gran- 
di avessero  a  far  tumulto;  di  che  furono  confinali  diciassette 
gentiluomini  Ira  de' Bardi,  Frescobaldi,  Rossi,  Donati,  Pazzi 
e  Cavicciuli:  il  che  fu  cagione  che  tutti  gli  altri  nobili  per 
rimuover  ogni  dubbio  de'  casi  loro  si  ritirassero  in  contado 
nelle  lor  ville  ;  con  la  qual  azione  finì  il  travagliatlssimo  e 
memorabil  anno  quarantatre.  «  Nel  quale  {  essendo  oggi 
«  Pisa  sotto  i  Fiorentini  )  non  sarà  forse  che  ben  dire,  che 
«  fin  di  settembre  papa  Clemente  con  una  sua  bolla  avea 
«  conceduto  a'  Pisani  lo  studio  pubblico,  dando  autorità  al 
«  lor  Arcivescovo,  e,  in  sua  vacanza,  al  vicario  capitolare  di 
«  poter  dottorare  in  ogni  scienza  e  arte  non  proibita  con 
«  tutti  i  privilegi  degli  altri  studi.  E,  per  privilegiarlo  mag- 
((  giormente,  nella  fine  di  quest'anno  con  altra  bolla  concedè 
«  a' dottori  leggenti,  e  alli  scolari  dello  stesso  studio  di 
«  poter  tirar  1'  entrate  de'  lor  benefici,  e  le  distribuzioni,  an- 
«  cora  che  obbligati  a  residenza,  comprendendo  in  tal  gra- 
«  zia  tutti  gli  (cclesiastici,  eccettuatone  solo  le  dignità  mag- 
«  glori  dopo  la  pontificale  delle  chiese  cattedrali.  E  l'una  e 
«  V  altra  bolla  è  spedita  in  Avignone  il  secondo  anno  del 
«  pontificato  di  Clemente  VI. 


DUI'  ISTORIE  FIORENTI! 

DI 

SCIPIO]\E   AMMIRATO 

LIBRO    DECIMO 

Anni  1344-1333. 


Ì3egue  l'anno  1344,  nel  principio  del  quale  prese  il  sommo 
magistrato  Filippo  Soldani  ;  «  e  volendo  il  popolo  Fiorentino 
«  riconoscere  alcuni  cittadini  stali  suoi  favorevoli  gli  fece 
«  armar  cavalieri  dal  podestà  e  capitano  del  popolo  come  sin- 
«  daci  del  comune  ;  e  essendo  morto  Giovanni  della  Tosa 
«  cavaliere,  e  cittadino  molto  stimato  nella  Repubblica  ,  per 
«  i  servizi  resi  tanto  in  pace  che  in  guerra,  fece  onorare 
«  il  suo  mortorio  con  spesa  pubblica.  Premeva  a' Fiorentini 
«  che  la  città  d'Arezzo,  poiché  s'era  sottratta  dal  dominio 
«  della  Repubblica,  si  conservasse  a  stato  popolare,  e  per- 
«  ciò  non  solo  ne  l'esortavano  profferendogli  ogni  aiuto, 
«  ma  sentendo  che  quei  cittadini  non  erano  tra  loro  d'  ac- 
«  cordo,  vi  mandarono  Antonio  degli  Adimari  cavaliere  e 
«  Donalo  Velluti ,  scrivendo  al  conte  Simone  da  Batiifolle 
«  che  vi  andasse  ancor  egli  per  impiegarsi  con  gli  ambascia- 
«  dori  a  far  pace  tra  quei  cittadini  ;  e  perchè  il  governo  po- 
«  polare  vi  stesse  fermo ,  acciocché  tutto  si  potesse  fare  con 
«  maggior  autorità  e  riputazione  ,  vi  fu  mandato  genie  d'arme. 
«  In  tulle  le  revoluzioni  della  Repubblica  non  s'  era  man- 
ce dato  a  dar  parte  di  cosa  alcuna  in  Bologna  a  Taddeo 
«  de' Pepoli  ,  il  quale,  come  si  è  detto,  con  titolo  di  con- 
«  servadore  del  pacifico  stato  di  quella  citlà  la  dominava  ; 
«  onde  il  Gonfaloniere  Soldani  non  volendo   col    mostrarne 


428  dell'istorie  fiorentine 

«  poca  stima  alienarlo  da' Fiorentini ,  gli  mandò  cittadini 
"  per  visitarlo  e  offerirsi ,  e  dargli  conio  di  quanto  era  se- 
«  guito,  e,  vedendone  il  bisogno,  scusare  ancora,  ma  con 
«  dignità  della  Repubblica;  e  che  per  la  pace  fatta  co' Pi- 
«  sani,  l'interesse  delle  mercanzie  de' Fiorentini,  eh' erano 
«  in  quella  città ,  non  aveva  lascialo  tempo  di  participarla 
«  con  persona.  Ma  non  ostante  la  pace ,  i  Pisani  e  Lucchesi 
«  non  lasciavano  di  travagliar  quei  di  Barga  per  la  strada 
<(  della  Ciegerana  mentre  facevan  portare  vettovaglie  delle 
«  terre  de'  marchesi  Malespini  :  vi  fu  mandato  Giovanni  di 
«  Sernigi  notaio  per  informarsi  da  quel  popolo  del  cattivo 
«  trattamento  che  ricevevano,  e  di  quivi  andare  a  Lucca  e 
«  a  Pisa  a  farne  doglienze ,  e  procurarne  i  riraedj,  come  an- 
te cora,  che  fossero  levati  i  banditi  che  stavano  nelle  terre 
«  de' Pisani  e  de' Lucchesi  in  Garfagnana,  acciocché  i  sud- 
«  diti  della  Repubblica  non  ne  ricevessero  danni  alle  strade  ; 
«  e  che  al  comune  di  Pescia  fosse  rilasciato  il  terreno  dello 
«  lo  Slallatorio  ».  Pigliossi  anche  forma  di  pagare  Mastino 
della  Scala:  la  qual  cura  nel  governo  del  duca  d'Atene ,  con 
danno  degli  stalichi,  era  stala  trasandata.  «Il  primo  di  Marzo 
«  nel  gonfaloneralo  di  Spinello  da  Mosciano  la  terza  volta 
«  fu  da  Bindo  della  Tosa  cavaliere,  e  da  Jacopo  Marchi 
«  dottore,  sindaci  della  Rcpubblia,  conchiusa  in  Arezzo  lega 
'<  per  dieci  anni  a  difesa  comune,  non  s'intendendo  centra 
«  la  chiesa ,  co'  sindaci  di  Perugia  e  di  Siena  :  nella  qual 
«  lega  inclusero  la  città  d'  Arezzo ,  perchè  si  reggesse  e 
«  governasse  a  parte  guelfa.  Ma  perchè  questa  lega  non 
«  ebbe  effetto ,  rispetto  al  non  avervi  voluto  acconsentire  i 
«  Pietraraalesi ,  i  quali  eran  gravati  di  dover  lasciare  la  guar- 
«  dia  d'  alcuni  castelli  in  mano  di  persone  guelfe ,  ma  però 
«  loro  confidenti ,  come  la  proprietà  d'  allri ,  non  mi  par 
«  necessario  di  metter  gli  altri  patti ,  massime  che  ben  pre- 
«  sto  ne  sarà  falla  menzione  di  un'altra.  Sulle  nuove  com- 
«  parse  in  Firenze,  che  Lodivico  Bavaro  faceva  inslanza  al 
«  papa  d'  esser  assoluto  dalle  censure  e  scomuniche ,  la  si- 
«  gnoria  sped'i  in  Avignone  il  vescovo  Acciaiuoli  con  instruz- 
«  zione  di  rappresentar  prima  a  sua  Santità  (  oltre  a  quello 
«  che  doveano  aver  fatto  gli  ambasciadori  Alberti  e  Guic- 
«  Giardini)  i  tirannici  modi  e   trattamenti,   anche   verso   le 


LIBRO  DECIMO  429 

«  cose  sagre,  del  duca  d'  Atene ,  e  che  per  il  tirannico  suo 
«  governo  eran  i  Fiorentini  slati  forzali  a  cacciarlo  ;  e  in  se- 
«  condo  luogo  di  pregar  il  Pontefice  a  voler  molto  bene 
«  aver  avvertenza  avanti  di  ribenedire  il  Bavaro,  che  non 
«  era  credulo  ch'egli  si  movesse  a  farne  tanta  instanza  per 
«  zelo  di  religione  che  avesse  ,  e  che  col  conseguire  tal  be- 
«  nedizione  ne  poteva  arrivar  molti  danni  a' popoli  d'Italia. 
«  Avea  Malatesta  da  Rimini  pretensione  d'  esser  creditore 
«  de'  Fiorentini  d' alcuna  somma  di  danari  per  resto  di 
«  quando  ultimamente  era  stato  generale  di  guerra,  e,  valen- 
«  dosi  delle  loro  discordie ,  aveva  fatto  arrestare  delle  lor 
«  mercanzie  nel  passaggio  che  facevano  a  Riraini;  il  che 
a  dispiacendo  grandemente  in  Firenze,  gli  s'era,  fin  nel 
«  principio  dell'anno,  scritto  che  le  volesse  rilasciare,  per- 
«  che  gli  sarebbe  slato  dato  assegnamento  per  i  mille  fio- 
«  rini  d'  oro  che  restava  ad  avere  ;  ma  o  pretendendo  Ma- 
«  latesta  d'aver  prima  quello  che  gli  era  dovuto  ,  o  qual  sene 
«  fusse  la  cagione,  non  s'era  mai  indotto  a  farle  liberare; 
«  perchè  sdegnatone  in  Firenze  la  signoria,  chiamandolo  in- 
«  grato  e  indegno  de' benefici  e  onori  ricevuti  dal  popolo 
«  Fiorentino,  fu  ordinato  che  ciascun  suddito  della  Repub- 
«  blica,  che  si  trovasse  in  Rimini,  Pesaro  e  Fano,  e  in 
«  ogn'  altro  luogo  sottoposto  a  Malatesta ,  e  a  Galeotto  suo 
«  fratello,  dovesse  in  termine  di  due  mesi  esser  partito  ,  e 
«  ritiratone  le  sue  mercanzie;  imponendo  pena,  non  solo  a 
«  questi,  ma  a  chiunque  de'  Fiorentini  vi  andasse  per  nego- 
«  goziare.  Per  il  contrario  dandosi  lode  al  comune  di  Sangi- 
«  mignano  per  i  buon  servizi  resi  alla  Repubblica ,  fu  de- 
ce cretato  che  persona  non  fusse  tanto  ardita  di  proporre  o 
«  trattar  cosa  contro  del  detto  comune  e  suoi  luoghi  sotto 
«  pena  di  ribellione ,  con  altre  dichiarazioni  in  onore  di 
«  quella  terra.  Nel  seguente  Gonfalonerato  di  Vanni  Rondi- 
«  nelli  il  comune  di  Campogiallo  si  delle  a'  3  di  maggio 
«  a'  Fiorentini ,  come  fece  poi  quello  del  Borro  e  di  Troiano  , 
«  tulli  tre  castelli  del  contado  d'  Arezzo.  Nella  qual  città 
«  alli  11  pur  di  maggio,  non  avendo,  come  si  è  dello,  avuto 
«  effetto  r  altra  lega ,  e  importando  a'  Fiorentini  e  a'  Peru- 
«  gini  che  quella  città  si  mantenesse  a  parte  guelfa ,  s'  ac- 
ci cordarono  insieme  (ricusando  i  Sanesi  di  voler  di  nuovo 


430  dell' ISTOBIE   FIORENTINE 

«  concorrervi)  per  conseguir  tanto  più  facilmente  cotal  lor 
«  fine,  di  tener  in  Arezzo  e  suo  conlado  trecento  cavalli  e 
«  trecento  fanti,  e  di  questi,  dugento  balestrieri  a  spese 
«  comuni,  e  bisognandone  d' avvantaggio  per  l'effetto  che 
«  si  desiderava,  si  dovea  concorrere  egualmente.  Il  capitano 
«  di  custodia  d'Arezzo,  che  s'era  prima  determinato  di  eleg- 
«  gorsi,  fosse  chiamato  capitano  di  guerra  d'Arezzo,  e  fosse 
«  guelfo  ,  ma  non  Aretino ,  ne  amico  de'  Pietramalesi  ;  e 
«  oltre  all'avere  il  comando  de' suddetti  cavalli  e  fanti, 
«  dovesse  condur  seco  cinquanta  altri  cavalli  e  cento  fan- 
«  ti ,  de'  quali  sessanta  balestrieri.  E  nella  prima  elezione 
«  da  farsene,  i  priori  e  gli  ufiziali  d'Arezzo  vi  avessero 
«  delle  tre  voci  una.  Che  a'  Sanesi  fosse  lasciato  tempo  (in 
«  alli  di  8  giugno  a  dichiararsi  se  voleano  concorrere  ;  e 
«  non  concorrendo  si  facesse  da' Fiorentini  e  da' Perugini 
«  una  borsa  per  ciascun  comune ,  dove  fosse  imborsato  i 
«  soggetti  guelfi  di  ciascuna  città  atti  ad  esser  capitani  ; 
«  le  quali  borse  si  mandassero  in  Arezzo  ;  e  da  quel  po- 
«  desta,  per  il  tempo  di  nove  anni  e  mezzo,  fosse  trailo 
«  ogni  sei  mesi  alternativamente  quello  che  avesse  ad  es- 
ce sere  il  capitano  ;  e,  concorrendo  i  Sanesi,  se  ne  facesse 
«  un'  altra  simile  da  loro.  Che  tutti  i  luoghi  che  si  acquistas- 
«  sero  nel  contado  d'Arezzo  nel  termine  de' dieci  anni,  che 
«  dovea  durar  questa  lega  ,  si  rendessero  alli  Aretini.  Che 
«  quelli  che  si  tenevano  da'  Fiorentini,  e  da'  Perugini  nel 
«  medesimo  conlado  fossero  obbligati  a  far  guerra  a'  fuoru- 
«  sciti  d'  Arezzo,  e  in  particolare  a' Pietramalesi.  E  che  gli 
«  Aretini  non  potessero  raccettar  banditi  e  condannali  da'co- 
«  ranni  di  Firenze  e  di  Perugia.  Vivevano  i  Sanminialesi  in 
«  gran  sospetto  per  le  genti  del  'S'isconti  che  erano  in  quel 
«  di  Lucca  ,  e  di  quelle  de'  Pisani  per  le  continue  scorrerie 
«  che  facevano,  e  accrescevane  il  sospetto  1' esser  nella  lerra 
«  fra  loro  mal  d'  accordo  ;  onde  i  Fiorentini ,  perchè  quel 
«  luogo  non  patisse  qualche  disastro ,  vi  mandarono  Gu- 
«  glielmo  de'  Rucellai  cavaliere  con  gente  d'  arme ,  e  una 
«  buona  compagnia  de'  propri  cittadini  Fiorentini  per  fissi- 
«  curarlo;  avendo  prima  mandato  in  Valdinievole,  e  Vailc- 
«  ariana  con  titolo  di  vicario  Manfredi,  conte  di  Sartiane, 
«  stimato  buon  soldato  ,  e  nel  Valdarno  di  sopra  dalla  banda 


l-tBttO   DECIMO.  43f< 

»  d'  Arezzo  andò  por  comandare  a  quella  soldatesca  Gio- 
«  vanni  de'  Raffacani  ».  Ma  questi  pensieri  non  fecero  scor- 
dare a  quelli  che  governavano  il  far  prendere  informazione 
'  trovandosi  in  Firenze  podestà  Bonifazio  da  Orvieto  ,  e  ca- 
l)itano  del  popolo  Pauluccio  da  Calbulo  )  di  quei  cittadini  , 
i  quali  a  tempo  che  il  duca  d'  Atene  fu  cacciato  resono  le 
castella  ove  erano  reltori;  e  trovali  quasi  tutti  colpevoli, 
benché  per  diverse  cagioni,  fu  ciascuno  severamente  puni- 
to '.  Tra  quali  Doncione  Bostichi,  che  vendette  il  palagio  de- 
gli Ubenini,  fu  impiccato.  Furono  poi  creati  uficiali,  atteso 
che  i  libri  de'  ribelli ,  che  stavano  in  camera,  furono  abbru- 
ciati, a  riconoscere  quali  erano,  prima  i  ribelli  e  a  dichia- 
rarli: e  similmente  a  rimettere  fra  essi  alcuni  ghibellini ,  che 
in  quelle  brighe  s'  erano  scoperti  nimici  di  parte  guelfa.  In 
questo  medesimo  tempo  fu  condannato  per  ribello  Corso 
Donati;  conciossiacosaché  s'erano  trovate  alcune  lettere  che 
egli  mandava ,  e  che  erano  mandale  a  lui  da'  signori  Lom- 
bardi per  opprimere  lo  stalo  popolare.  E  essendo  per  questo 
caso  slato  citato,  non  avea  voluto  comparire.  «  Fecero  an- 
te che  ordine  al  podestà  e  al  capitano  del  popolo  di  proce- 
«  dere  di  fallo  a  ogni  denunzia  contra  quelli  che ,  valutisi 
«  de'travagH  della  Repubblica,  aveano  occupato,  o  occupassero 

1  11  principio  di  questo  libro  X,  tanto  ampliato  dal  nipote,  ecco 
come  è  descritto  dallo  zio:  il  quale,  a  uso  de' grandi  storici  antichi, 
aveia  studiato  i  documenti  e  le  scritture  negli  archivj,  non  per  rife- 
rirle quasi  fedelmente,  ma  per  estrarue  la  sostanza  delle  cose,  a  fite 
di  rendere  la  sua  storia  non  meno  dilettevole  che  utile. 

Segue  l'anno  >^\'\  i  nelprincipio  del  quale  prtse  il  sommo  ma e- 
stiato  Filippo  Soldani,  senza  succeder  cosa  degna  di  memoria  ,  se 
non  die  si  attese  a  trattar  una  lega  tra  'l  comune  di  Firenze  ,  e 
quello  di  Perugia^  di  Siena  e  rf'  jiiezzo;  la  qual  Jit  poi  pubLlitata 
nel  secondo  giorno  del  gonj'alonerato  di  Spinello  Trincianelli.  Pre- 
sesi anche  Jornia  di  pagar  Mastino  della  Scalai  la  qual  cura  nel 
governo  del  duca,  con  danno  di  coloro  che  si  trovavano  statichi, 
era  trasandata.  Nel  segnente  gonjàlonerato  di  Vanni  Rondinelli,, 
come  accade^  quando  le  cose  sono  quiete,  venne  pensiero  a  quelli  che 
governavano,  di  Jar  prendere  in/ormazione  di  que'  cittadini ,  i  quali 
a  tempo  che  il  duca  J'u  cacciato ,  resono  le  castella,  ove  erano  ret- 
tori ;  e,  trovati  quasi  tutti  colpevoli,  benché  per  diverse  cagioni^Ju 
ciascuno  sevei  amente  punito;  tra' quali  Doncione  Bostichi  ec. 


432  dell'  istorie  fiorentine 

a  beni  e  giurìdizione  di  chiese;  ne'quai  beni  non  volevano 
«  che  persona  polesse  entrare  senza  licenza  in  scritto  della 
«  signoria,  comandando  che  se  alcuno  de'  molestali  dagli  ufi- 
«  ziali  del  comune  se  ne  appellasse  fuori,  fuggendo  la  loro 
«  giustizia,  che  non  solo  ne  fusse  punito  rigorosamente,  ma 
«  che  non  si  potendo  aver  nelle  mani,  fossero  tenuti  i  loro 
«  consorti  per  linea  mascolina  sin  in  terzo  grado.  A'  23  di 
«  giugno  vennero  in  potere  della  Repubblica  i  castelli  di  S. 
«  Godenzo  e  di  S:  Babillo  per  rimessione  fattane  dal  conte 
«  Guidoalberto  de'  conti  Guidi  ».  Fu  poi  tratto  gonfaloniere 
Vanni  del  Migliore  per  luglio  e  agosto,  i  quali  mesi  furono 
spaventevolissimi  alla  città  :  perciocché  e'  fu  in  essi  continua 
tempesta  di  venti  e  di  tuoni,  sei  volte  cadde  la  saetta,  quat- 
tro volle  s'  attaccò  fuoco  in  diverse  parli  della  città,  1'  ulli- 
raa  delle  quali  abbruciò  diciassette  case  e  fece  gran  danno 
di  panni  lani.  «  Non  veggo  se  col  ritorno  del  vescovo  Ac- 
«  ciaiuoli  dalla  corte  del  papa,  o  con  altra  occasione  il  pon- 
ce teQce  avea  compiaciuta  la  Repubblica  nel  fatto  di  Ferrara. 
«  Trovo  bene  che  agli  8  di  luglio  la  signoria  commette  ad 
«  Alessandro  de' Bardi  sindaco  del  comune:  Che  vadia  a  Fer- 
ie rara  a  giurare  in  mano  del  vescovo  di  Bologna  o  d'altro 
«  nunzio  apostolico,  che  il  marchese  Obizo  da  Este  sarà  fe- 
ce dele  alla  chiesa,  e  che,  finito  il  termine  di  nove  anni,  re- 
((  stituirebbe  la  città  di  Ferrara;  e  tutto  sotto  pena  di  cen- 
«  tornila  fiorini  d'  oro.  Alla  qual  pena  dovea  il  Bardi  avvertire 
«  d'obbligare  il  comune  di  Firenze,  ma  non  i  cittadini  par- 
«  ticolari.  Il  Pigna  non  fa  menzione  che  di  censure  senza 
«  parlar  de' Fiorentini.  Nonostante  l'essersi  nel  principio 
«  dell'anno  mandalo  a  Bologna  al  Pepoli  per  tenerlo  unito 
«  alla  Repubblica,  crescevano  tuttavia  i  sospetti,  eh'  egli  fosse 
«  per  alienarsi  da' Fiorentini,  perchè  collegatosi  co' signori 
«  di  Lombardia,  oltre  a' rapporti  de'malevoli,  poteva  fargli 
«  credere  che  i  Fiorentini  non  fossero  per  fidarsi  più  di  lui; 
«  onde  per  levargli  queste  ombre  gli  fu  mandato  Donati  Vel- 
«  luti  giureperito  e  Paolo  de' Bordoni  per  veder  d'assicu- 
«  rado  della  buona  volontà  e  amicizia  del  popolo  fiorentino, 
«  il  quale  confidando  molto  di  lui  e  de' figliuoli,  ancora  che 
«  avesse  molta  cagione  di  sospettare  delle  genti  d' armi  dei 
«  signori  di  Lombardia,  non  l'avea  però  delle  sue,  con  of- 


LIBRO   DECIMO.  433 

«  ferirgli  ogni  potere  della  Repubblica,  il  governo  della  quale 
«  gli  doveano  rappresentare  iinilissimo.  E  perchè  d' ordina- 
a  rio  si  premeva  molto  nel  conservare  gli  amici,  fu  lor  or- 
«  dinalo,  che  passassero  poi  a  Ferrara  da  quel  marchese  per 
«  persuaderio  di  voler  come  amico  del  Pepoli  levargli  del 
«(  capo  i  sospetti  messigli  da' malevoli.  Al  conte  Simone  da 
«  Ballifolle  fu  dato  un  aiuto  di  cinquecento  cavalli,  col  quale 
«  acquistò  Fronzole  castello  posto  sopra  Poppi,  il  quale  le- 
«  nevano  i  Tarlali.  Della  gente  de' quali  non  si  fidando  punto 
«  i  Perugini,  ne  furono  mandati  altri  ancora  a  loro  per  as- 
«  sicurargli.  Ma  avendo  poi  verso  la  fine  d'  agosto  mandato 
«  a  dar  conto  a  Firenze  d'  aver  preso  per  loro  raccoman- 
«  dato  il  conte  Galeotto  da  Bagno,  e  che  però  pregavano  i 
«  Fiorentini  a  trattarlo  come  tale  ,  questa  cosa  non  piacque 
«  punto.  Perche  fu  subito  scritto  a  Jacopo  Marchi  che  si 
«  trovava  in  Arezzo ,  che  andasse  a  Perugia ,  e  quivi  rap- 
«  presentasse ,  che  stante  la  lega  che  era  fra  di  loro,  e  il 
«  sapLT  molto  bene  i  Perugini  che  il  conte  e  i  suoi  ante- 
«  cessori  erano  stati  sempre  nimici  de'  Fiorentini,  era  stato 
«  inteso  molto  male  in  senato,  che  l'avessero  preso  per  rac- 
«(  comandalo,  perchè  essendo  i  castelli  del  conte  Galeotto 
«  a  confino  con  quei  della  Repubblica,  non  poteva  esser 
«  che  non  seguissero  delle  novità  ,  e  che  per  tanto  era  ue- 
«  cessario  che  stornassero  tal  raccomandigia  ».  Del  mese  d'i 
ottobre  nel  gonfalonerato  di  Ruggieri  da  Castiglione  si  fece 
una  legge  contro  a' grandi,  che  il  consorte  s'intendesse  es- 
ser tenuto  per  l'altro,  eziandio  che  fosse  Ira  loro  nimistà, 
per  levare  a  ciascuno  l'occasione  di  poterla  fingere.  «  E 
«  per  rintuzzar  maggiormente  la  loro  alterigia  aggiunsero  : 
«  Che  nessuno  di  essi  tanto  della  città,  che  del  contado  po- 
«  tesse  in  avvenire  andar  in  alcuno  ufficio  di  qualsivoglia 
«  città  o  luogo  d'Italia,  nemmeno  al  servizio  o  soldo  d'al- 
«  cun  principe,  signore  o  comunità  senza  espressa  licenza 
«  della  signoria  e  collegi,  e  che  quelli,  che  cinque  anni  si 
«  trovavano  essere  stati  fuori,  dovessero  in  termine  di  due 
«  mesi  esser  tornali  in  Firenze  a  rappresentarsi  alla  signo- 
«  ria,  altrimenti  cadessero  in  pena  di  ribelli  e  di  pagar  due- 
«  mila  lire  ».  Nel  gonfalonerato  di  Paolo  Bordoni  posero 
taglia  di  diecimila  fiorini  d'oro  per  chi  uccidesse,  o  desse 
Amm.  Vol.  II.  28 


434  dell'istorie  fiorentine 

vivo  nelle  forze  del  comune  il  duca  d'Atene,  con  dover  quel 
tale  essere  ancor  libero  da  qualsivoglia  bando  e  gravezza,  e 
aver  facoltà  di  ogn'  arme.  «  E  essendo  forestiere,  fosse  fallo 
i(  cittadino  fiorentino  e  condotto  al  soldo  del  comune  con 
«  venticinque  cavalli,  o  cinquanta  fanti  '  ».  E  a  perpetua  in- 
famia fu  il  duca  co' suoi  ministri  dipinto  nella  torre  del  pa- 
lagio del  podestà  con  raitere  in  capo,  siccome  infino  a'  pre- 
senti tempi  si  può  vedere.  Ciò  furono  Cerrettieri  Visdomini, 
Rinieri  da  S.  Gimignano,  Guglielmo  d'Assisi,  Gabbriello  suo 
figliuolo,  Meliadusso  d' Ascoli  e  fra  Giotto,  fratello  di  Ri- 
nieri,  nonostante  che  Guglielmo,  e'I  figliuolo  fossero  stati 
morti  a  furore  di  popolo.  «  E  fin  nel  gonfalonerato  del  Ca- 
«  stiglionchio  in  odio  di  questi  ministri  era  stalo  deliberato. 
«  Che,  nessuno  che  nel  tempo  della  tirannia  del  duca  d' Ale- 
«  ne  fosse  sialo  ufiziale  nella  città  o  nel  contado,  potesse 
«  aver  più  ufici,  ne  esercitarne  per  altri  sotto  pena  di  due- 
«  mila  lire,  e  d'esser  dipinto  come  li  suddetti.  E  perchè 
a  quelli  di  Assisi  e  di  Norcia  s'erano  ne' loro  ufizi  portali 
«  crudelmente,  furono  privati  in  perpetuo  di  poterne  avere, 


'  Dalle  pirole  —  abbruciò  diciassette  case  e  fece  gran  danno  di  pan- 
ni lani.  —  il  testo  è  con  diverse  giunte  ampliato  dal  giovine  Ammirato. 
Hon  fia  discaro  vedi  rio  ridotto  alla  sua  originalità.  Dice  adunque  cosi/ 
Nelle  cose  di  fuori  quanto  accadde^  degno  di  memoria  ,  J'u,  che  il 
coni  e  Simone  colf  aiuto  di  cinquecento  ca^'alieri  de'  Fiorentini  acqui- 
stò Fronzole^  e  Castello  posto  sopra  Poppi^  il  quale  tenevano  i  Tar- 
lati. Perciò  mandò  suoi  ambasciadori  a  ringraziar  la  repubblica  del 
servigio  ricc^'uto,  e  in  segno  di  gratitudine  le  J'ece  dono  della  cam- 
pana del  detto  castelli^;  e  alcuni  giorni  dopo  nel  gonfalonerato  di 
Ruggieri  da  Castiglionchio  vi  venne  egli  stesso  in  persona  per  Jar 
il  medesimo  ufficio  più  compiutamente:  neW  ultimo  giorno  del  ma- 
gistrato ili  Ruggieri  si  Jlece  una  lega  contra  i  grandi^  che  il  con- 
sorte s'  intendesse  esser  tenuto  per  l'  altro,  eziandio  che  fosse  tra 
loro  nimistà,  per  levare  a  ciascuno  occasione  di  poterla  Jingere;  e 
aggiunsono  che  ciascuno  di  detti  grandi,  il  quale  si  trovasse  al  ser- 
vigio di  aìcun  principe,  dovesse  fra  un  certo  tempo  venir  nella  città; 
che  altrimenti  incorrerebbe  nelle  pene  de' ribelli.  Un'altra  legge  Je- 
ciono  nel  gonjalonerato  di  Paolo  Bordoni  contro  il  duca  d'Atene, 
che  chiunque  l'  uccidesse,  avesse  dal  comune  diecimila  fiorini  fi'  oro, 
e  tratto  da  qual  si  voglia  bando,  o  cittadino,  o  J'orestiere,  ch'egli 
sijosse.    E  «  l'erpctua  infamia  Ju  il  duca  ce. 


LIBRO  DECIMO  435 

«  come  non  si  volse  che  ne  potessero  avere ,  se  non  dopo 
«  venti  anni,  i  congiunti  o  consorti  degli  ufiziali  stati  in 
«  quel  tempo  ».  Queste  cose,  oltre  l'odio  che  si  portava  al 
(luca,  furon  fatle,  perciocché  egli  non  fìnava  mai  di  com- 
iiiovere  il  re  di  Francia,  ove  finalmente  s'era  ridotto,  ai 
danni  de'  Fiorentini,  mostrandogli  che  ragionevolmente ,  es- 
sendo egli  slato  spogliato  da' Fiorentini  in  Firenze,  si  do- 
veano  concedere  a  lui  le  rappresaglie  conlra  Fiorentini  in 
Francia,  non  si  ricordando,  o  non  facendo  conto  de' giura- 
menti falli.  Eransi  similmente  trovale  alcune  sue  lettere  driz- 
zate a  ceni  plebei,  dando  loro  speranza  di  tornar  a  Firenze, 
perchè  furono  ne' medesimi  di  impiccati  due  legnaiuoli.  Si 
che  tutte  queste  cose  accrescevano  lo  sdegno  e  la  rabbia 
che  s'avea  col  duca.  Negli  ultimi  giorni  dell'anno,  consi- 
derando i  tanti  incendj  che  ogn' ora  accadevano  nella  città, 
fu  deputala  la  campana  che  venne  di  Vernia,  quando  s'  ap- 
prendea  fuoco  di  notte,  a  far  cenno  a  coloro,  che  doveano 
trarre  a  spegnere  i  fuochi.  Enlrò  poi  gonfaloniere  col  prin- 
cipio dell'  anno  1345  Maso  degli  Uccellini,  «  essendo  podestà 
«  di  Firenze  fin  del  primo  di  dicembre  Francesco  de' For- 
ti lebacci  da  Montone  ».  E  per  andar  tuttavia  rinforzando 
i  principj  del  nuovo  slato  furon  traiti  di  bando  tutti  gli  liber- 
tini, «  che  con  lìuoso,  vescovo  di  Arezzo,  e  Rinieri,  vescovo 
«  di  Cortona ,  arrivarono  al  numero  di  quarantuno.  Per  far 
«  ritornare  in  grazia  delia  Repubblica  questa  famiglia  s'erano 
«  adoperati  prima  i  Perugini,  ma  poi  la  destrezza  e  l'amore 
«  verso  il  pubblico  del  conte  Simone  da  Batlifolle  fu  quello 
«  che  ridusse  il  vescovo  d'  Arezzo,  capo  di  essa,  a  rimettere 
((  in  cittadini  Fiorentini  le  differenze,  che  avea  con  il  comu- 
«  ne.  I  quali  cittadini  il  primo  dì  di  quell'anno  avean  lo- 
«  dato,  che  il  vescovo  desse  Cennina  per  termine  di  dieci 
«  anni  in  mano  del  conte  Simone,  il  quale  dovesse  in  que- 
«  sto  tempo  dichiarare  di  chi  avesse  ad  essere  :  e  se  dei 
«  Fiorentini,  darla  lor  subilo,  e  se  del  vescovo ,  tenerla  in 
«  ogni  modo  dieci  anni  ;  e  in  questo  caso  il  vescovo  avea 
«  da  procurare  a  spese  de' Fiorentini  d'aver  licenza  dal  papa 
«  di  darla  loro  in  vendita  o  in  permuta.  Che  i  figliuoli  del 
«  già  Neri  dessero  in  guardia  del  medesimo  conte  il  palazzo 
«  degli  Uberlini  posto  nelle  parti  di  Castiglione,  e  il  Cassero 


436  dell'istorie  fiorentine 

«  di  Civitella  rimanesse  sotto  la  custodia  della  Repubblica. 
«  Che  mentre  non  si  facesse  pace  co'  Pielraraalesi  il  ve- 
«  scovo  dovesse  eleggere  in  podestà  di  Valdambra  un  Go- 
«  rentiuo,  e  questo  per  sicurezza  delle  strade,  e  per  aver 
«  in  Firenze  copia  di  grano  e  di  biade.  Che  i  Fiorentini 
«  dovessero  aiutare  lanlo  il  vescovo  d'Arezzo  che  gli  altri 
«  libertini,  perchè  non  fosse  impedito  loro  il  risquotere  le 
«  solite  gabelle  ne'  lor  castelli  e  luoghi,  con  obbligo  di  ven- 
«  derle  agli  Aretini  sempre  che  le  volessero  comprare,  li- 
ce berando  e  assolvendo  il  vescovo  i  Fiorentini  e  gli  Areti- 
«  ni  di  quello  che  non  gli  avessero  per  la  guerra  pagato  di 
«  fìtti  e  censi.  Volendo  avere  gli  amici  e  nimici  comuni,  e 
«  particolarmente  i  Tarlali  e  gli  altri  ribelli  d'  Arozzo  '  ». 
Con  gli  Ubaldini  non  si  volle  in  conto  alcuno  aver  pace. 
Ma  furono  per  conto  di  Firenzuola  e  di  Tirli  giudicati  ri- 
belli, eccetto  il  ramo  di  quelli  da  Senno.  Providesi  all'in- 
dennità di  coloro  ,  i  quali  avean  prestalo  al  comune.  Due 
volte  s'appiccò  nel  tempo  di  questo  magistrato  fuoco  nella 
città.  E  furono  udite  in  senato  due  ambascierie,  1'  una  dei 
Pisani  e  l'altra  del  re  di  Francia.  Tra' Pisani  e  le  genti  di 
Lucchino  erano  l'anno  passato  per  conto  del  vescovo  di  Luni 
e  di  Pietrasanta  state  diverse  battaglie,  perciocché  a' 5  di 
aprile  avendo  i  Milanesi  rotto  gli  steccali  de' Pisani  tra  Ro- 
taia e  Monlegioli,  entrando  nelle  lor  forze,  il  misono  in  scon- 
fitta con  molli  morti  e  prigioni.  A' 2  di  maggio  i  Pisani  rup- 
pono  poi  trecento  cavalieri  di  Lucchino  guidati  da  Benedetto 
Maccaioni  de' Gualandi  loro  ribello,  mentre  egli  passando  il 
Serchio  volea  congiugnersi  col  resto  dell"  esercito.  Questa 
rolla,  sentila  da  Giovanni  Visconti  capitano  de'Milanesi,  il 
fece  partir  di  Versilia  e  venire  ad  accamparsi  a  Castello  del 
Bosco,  travagliando  infino  all'  agosto  aspramente   il  contado 


I  Dice  l' Aminirato  vecchio:  e  per  andar  iutiwia  rinjhrzamlo  i 
principi  del  nuovo  stato^  Jurono  tratti  di  bando  gli  Uberi  ini,  e  si 
fece  lega  col  vescovo  d'  Arezzo,  il  quale  diede  in  guardia  al  conte 
Simone  per  conto  del  comune  di  Firenze,  Civitella,  Ciennina,  il  Pa- 
lagio degli  libertini,  ed  altre  castella  per  dieci  anni,  perchè  aves- 
sero amici  e  nemici  comuni,  e  particolarmente  i  Tarlati,  ed  altri 
ribelli  d'' Arezzo, 


LlURO    DECIMO.  437 

de^  Pisani,  in  favor  de'  quali  combattendo  la  corruzion  del- 
l' aria  uccise  prima  Benedetto  Gualandi,  grande  e  fiero  loro 
nimico;  poi  spense  Arrigo  Interminelli,  figliuolo  di  Castruc- 
cio,  per  le  vecchie  prctcndcnze  del  padre  non  leggiero  av- 
versario ;  e  finalmente  avendo  afflitto  tutto  l'esercito,  il  co- 
strinse a  disloggiare,  e  a  tornarsi  a  Versilia  molto  danneg- 
giato. Per  queste  cagioni  temendo  i  Pisani,  che  la  guerra 
non  si  riattaccasse  di  subito  a  tempo  nuovo,  avendo  eglino 
fatto  lega  con  Mastino  della  Scala,  col  signor  di  Bologna, 
co' marchesi  di  Ferrara  e  con  alcuni  signori  Romagnuoli , 
aveano  anche  mandalo  ambasciadori  a  Firenze  per  tirarvi  i 
Fiorentini.  Ma  essi  mostrando  che  per  i  travagli  patiti,  e 
per  trovarsi  molto  stretti  di  danari  erano  forzati  a  provve- 
dere prima  alle  cose  domestiche,  che  a  intrigarsi  in  nuove 
guerre  con  quelli  di  fuori,  oltre  che  con  Lucchino  non  ave- 
vano cagione  di  prender  contesa,  non  vollono  entrar  nella 
lega.  «  Gli  ambasciadori  del  re  di  Francia,  che  furono  Gio- 
«  vanni  di  Courmissyaco  prete,  e  Giovanni  signore  di  Cou- 
«  stura  cavaliere,  suoi  consiglieri,  rappresentavano  le  doglien- 
«  ze,  che  Gualtieri  duca  d'  Atene,  conte  di  Brenna  e  di  Lecce, 
«  consirnguineo  del  re,  faceva  appresso  di  sua  maestà  delle 
«  gravi,  atroci  e  intollerabili  ingiurie  fattegli  da' Fiorentini 
«  nel  privarlo  e  cacciarlo  della  signoria  di  Firenze  datagli 
«  da  loro.  E  perchè  sua  maestà  come  di  parente,  suddito  e 
«  vassallo  suo  ligio  e  fedele  non  poteva  mancar  di  tener 
«  conto  e  porgergli  aiuto,  stimava  bene  e  necessario  che  i 
((  Fiorentini  mandassero  loro  ambasciadori  a  Parigi  con  au- 
«  torità  di  trattare  e  concludere  accomodamento  fra  loro. 
«  La  signoria  fece  toccar  con  mano  agli  ambasciadori  fran- 
«  zesi  l'ingiustizia  delle  doglienzo  e  domande  del  duca  di 
«  Atene,  facendo  fare  in  Senato  alla  lor  presenza  un  rac- 
«  conto  di  tutti  i  suoi  falli,  non  restando  però  di  mandar 
«  personaggi  in  Francia  perchè  informassero  di  tutto  il  re  ; 
«  a'  quali  non  essendo  stato  data  autorità  di  trattare  acco- 
«  modaraento,  non  servirono  ad  altro  che  a  mandar  la  cosa 
«  alla  lunga  e  ad  irritare  maggiormente  il  re,  il  quale  poi 
«  con  sua  lettera  de'  15  di  maggio  se  ne  dolse.  Non  si  po- 
«  tendo  per  la  mancanza  del  danaro  rifar  sopra  Arno  tutti  i 
«  ponti  della  cittày  volsero   che  si    rifacesse   solo  il   Ponte 


438  dell'  istorie   FIOREfdINK 

«  Vecchio  e  gli  altri  si  accomodassero.  E  per  trovar  danari 
«  trovarono  una  invenzione  da  uomini  di  buona  credenza , 
«  facendo  mettere  nelle  quattro  chiese  principali  de'  quar- 
«  tieri  una  cassa  per  ciascuna,  dove  quelli  che  aveano  da- 
«  nari  del  comune  sopra  conscienza ,  volendoli  restituire 
«  senza  rossore,  li  potessero  mettere.  Provviddero  ancora 
«  che  non  si  potesse  tener  d'ordinario  al  soldo  della  Repub- 
«  blica  che  quattrocento  cavalli  tra  oltramontani  e  Italiani  e 
«  seicento  fanti  '  ». 

Segue  il  gonfalonerato  di  Paolo  Vettori,  il  quale  altrove 
è  chiamato  dal  Villani  Paol  Capponi;  onde  è  leggier  cosa  a 
credere,  che  costui  sia  stato  il  primo  a  dividersi  da' Capponi 
0  almeno  Boccuccio  suo  padre,  che  fu  de'priori  l'anno  1320: 
perciocché  e' non  si  dubita  che  Capponi  e  Vettori  sieno  con- 
sorti. Nel  duodecimo  giorno  del  gonfalonerato  di  costui  suc- 
cedette la  morte  di  Jacopo  Giamboni  ;  il  quale  avendo  tutto 
il  suo  patrimonio,  vivendo,  dispensato  a' poveri,  e  menato  vita 
castissima  (onde  molti  il  credettono  vergine),  morto,  santo  fu 
riputato  ;  mostrando  Dio  per  lui  manifesti  miracoli.  La  virtù 
di  questo  uomo  fu  poco  in  quel  tempo  imitata  da  coloro  che 
reggevano  la  Repubblica,  la  quale  essendo  in  mano,  la  mi- 
glior parte,  di  gente  minuta,  trascorse  a  far  molte  cose  in- 
degne del  nome  fiorentino  ;  fra  le  quali  asprissima  fu  stimata 
la  legge,  che  feciono  contra  i  cherici  in  dipressione  dello 
slato  ecclesiastico.  Ciò  fu  che  qualunque  cherico  offendesse 
alcun  laico  potesse  esser  punito  da  giudice  secolare  ;  e  che, 
impetrando  dal  papa  o  da' suoi  legali  breve  di  giudice  dele- 
gato, non  fosse  udito;  ma  che  i  parenti,  e  propinqui  losscro 
tenuti  sotto  pene  reali  e  personali  di  far  rinunziare  alle  dette 
impetragioni  ^.  Ordinarono  ancora;  che  perniun  altro  rispetto 

1  Così  il  vecchio  Ammirato  parla  di  questa  ainbascieria:  G/j  amba- 
sciatori del  re  di  Francia  dimanda'.'ano  P  emende  del  duca  d' Atene, 
tale  era  P  importunità  del  duca  appresso  di  lui,  nonostante  che  il 
re  avesse  mostro  d' acquetarsi  alle  informazioni  de'  Fiorentini.  La 
Repubblica  fece  toccar  con  mano  agli  anibasciadori  franzesi  l'  in- 
giusta dimanda  del  duca,  fece  riferire  in  consiglio  i  falli  suoi;  delle 
quali  cose  benché  gli  ambasciadori  fossero  fatti  capaci,  il  re  nondi- 
meno, come  poi  si  sentì,  non  rimase  punto  soddisfatto. 

'  Kon  faccia   meraviglia   che  detta  legge,  per  se  stes-a  giustissima  e 


LIBRO   DECIMO.  439 

si  potessero  impetrare  privilegi  di  quindici  delegali.  Il  che 
fu  fatto  per  cessare  l'opposizioni  de' contratti  usurari  per 
conto  di  molte  compagnie  che  erano  in  quel  tempo  fallite. 
Le  quali  cose  seguirono  non  senza  gran  biasimo  del  vescovo, 
la  cui  chiara  fama  por  lo  studio  messo  in  liberar  la  «uà  pa- 
tria, restò  per  questa  disonesta  pacienza  molto  oscurata.  On- 
de fu  chi  riferì  quel  detto  della  scrittura;  allora  io  sarò 
mondo  d'ogni  peccalo,  che  i  miei  non  avranno  signoria  ;  per- 
ciocché e'  si  crede  che  avesse  egli  ciò  sofFerito  per  rispelto 
de' suoi  consorti,  i  quali  trovandosi  in  quel  tempo  fallili,  ma 
potenti  nella  Repubblica,  erano  cagione  di  così  fatte  leggi. 
«  Non  restarono  però  di  farne  ancor  delle  buone,  perchè 
«  volendo  moderare  le  spese  superflue,  incominciarono  dalla 
«  tavola  della  signoria,  dando  il  danaro  di  essa  a  spendere 
«  a  un  monaco  converso  della  badia  di  Sellimo  ,  acciocché 
;<  la  spesa  fosse  più  parca  e  più  giustificata,  e,  avendo  eletto 
«  otto  cittadini  popolari  per  riformar  quelle  de' particolari, 
a  a'  13  d'  aprile  furono  proibite  molle  cose  per  il  vestir 
K  delle  fanciulle  e  de' giovani,  e  degli  uomini  e  delle  donne, 
a  distinguendo  però  di  queste  le  mogli  de' cavalieri  .  e  dei 
«  dottori,  alle  quali  restò  lecito  alcuna  cosa  di  più  die  al- 
«  l'altre  (Avrebbero  avuto  buon  fare  a  questi  tempi,  nei 
«  quali  usando  le  mogli  de'  conti,  de' marchesi  e  altri  titolati 
«  di  portar  per  grandezza  il  manto,  e  avere  il  servidore,  o 
«  servidori  davanti,  poche  gentildonne  privale  son  quelle  , 
«  ma  che  dico  gentildonne?  fin  delle  cilladine,  che  non  vo- 
«  gliono  il  manto  e  marcino  col  servidore  innanzi]:  fu  dato 
K  regola  al  vestir  delle  spose  ;  volsero  che  gli  sponsali  si 
'.(  facessero  in  chiesa  e  non  in  casa,  con  determinare  il  nu- 
«  mero  de' parenti  e  amici  che  si  potessero  chiamare  per 
«  banda.  Alle  nozze  prefissero  il  numero  delle  \ivande  eie 
a  sorte  di  confezioni  ,  e  quanti  giorni  dovessero  durare  al 
«  più.  Riordinarono  i  regali  che  si  facevano  a' battesimi,  e 
«  levarono  la  superQuilà  ne' mortori.  Alle  donne  pubbliche 
rt  privarono  1'  andare  in  pianelle  ;  vollero  bene  che  porlas- 
«  sero  i  guanti  in  mano  e  un  sonaglio  in  capo,  il  quale  fosse 

saTÌssima,  redarguisca    l'Ammirato,  essendo  egli  un  Ticchio  giiello  de- 
roto alla  chi»'sa. 


440  dell'istorie  fiorentine 

«  Inle  che  in  andando  si  sentisse  sonare,  forse  perchè  con 
«  sì  bel  trattamento  si  riducessero  a  vivere  oneslamenle,  o 
:(  per  lo  meno  più  ritirate  '  ».  Negli  ultimi  giorni  d'aprile, 
essendo  peraltro  le  cose  di  fuori  mollo  quiete,  ebbe  a  per- 
dersi Fucecchio  ;  avendo  certi  di  casa  della  Volta  nobili  e 
potenti  in  quel  luogo  con  loro  amici  di  S.  Miniato ,  e  del 
contado  di  Lucca  corso  la  terra  e  cerco  di  ribellarla  alla  Re- 
pubblica sotto  titolo  di  cacciarne  quelli  di  Simonctto  loro 
ììimici.  Ma  il  presto  riparo  delle  masnade,  che  erano  nelle 
castella  di  Vaklarno  e  di  Valdinievole  impedì  1'  opera  presso 
che  condotta  a  fine  da'  (radilori,  de'quali  molli  furono  feriti 
e  morii  nella  zuffa:  altri  fatti  prigioni  e  condotli  a  Firenze, 
furono  secondo  il  lor  fallo  condannati  alla  forche  nel  gonfa- 
lonerato  di  Giovanni  Arnolfi.  Costui  patì  ancora  egli,  che  nn'al- 
Ira  legge  fosse  fatta  non  meno  vergognosa  della  prima,  im- 
perocché con  pessimo  esempio  privarono  i  tigliuoli  e  nipoti 
di  Pazzino  de'Pazzi  delle  donagioni  fatte  loro  infìno  del  dodici, 
quando  il  popolo,  in  conforto  della  morte  di  Razzino,  armò 
quattro  di  loro  cavalieri,  diraenlicaodo  prestamente  non  solo 
l'amore  portato  per  le  sue  buone  qualità  a  Pazzino,  ma  met- 
tendo in  oblìo  con  non  minori  segni  d' ingratitudine  la  me- 
moria di  Jacopo  suo  padre  cognominalo  del  Naca  ;  il  quale 
valorosamente  combattendo  mori  nella  rotta  dell'  Arabia.  Il 
medesimo  feciono  co' figliuoli  di  Pino,  e  di  Simone  della 
Tosa,  e  coi  successori  di  liandiuo  e  di  Stoldo  e  di  Giovanni 
de'  Rossi,  il  quale  morì  in  Avignone  ambasciadore  appresso 
il  papa  in  servigio  della  Repubblica,  convertendo  il  danaro 
tratto  dalla  vendita  di  detti  beni  in  rifacimento  di  ponti;  la 
qual  vendita  non  passò  però  la  somma  di  ottomila  scudi,  ac- 
ciocché con  così  vii  pregio  fosse  comprato  il  carico  di  co- 
tanta infamia.  «  Si  fece  poi  pace  co'  Tarlati,  trovandosi  in  Fi- 

'  Da  questi  ordini  imparino  coloro  ,  che  vorrebbero  la  Repubblica 
per  darsi  ad  ogni  licenza  .•  e  qui  veggano  come  in  una  republjlica  bene 
ordinata,  mentre  la  libertà  civile,  cioè  il  libero  esercizio  dei  civili  di- 
ritti, è  in  tutta  la  sua  forza,  ogni  abuso  di  licenza  è  represso.-  né  solo 
pubblicamente,  ma  anche  privatamente;  poiché  facendo  iigni  privato 
cittadino  più  o  meno  parte  del  pubblico  comando,  bisogna  che  la  repub- 
blica si  assicuri  dei  suoi  buoni  costumi.  Chi  vuole  sguazzare  nel  lusso 
e  negli  altri  vizi,  senza  freno  e  gastighi,  dee  desiderare  la  monarchia 
assoluta. 


LIBRO   DEClSfO  441 

(ì  renzc  capilano  del  popolo  Niccolò  de'Gabbrielli  d'Agub- 
«  bio,  e  podestà  Beraldo  di  raesscr  Maffeo  da  Narni:  i  quali 
«  Tarlati  furono  liberali  e  da'Fiorenlini  e  dagli  Aretini  da 
«  ogni  condannagione,  avendo  i  Fiorenlini  avuto  prima  da 
«  Geri  del  già  cavaliere  Bertoldo  la  guardia  del  cassero  e 
«  rocca  della  Penna  per  sicurezza  della  strada  da  Firenze  a 
«  Arezzo.  Poco  avanti  a  questa  pace  aveano  i  Pisani  fatta 
«  la  loro,  nominandovi  i  Lucchesi,  con  Lucchino  Visconti , 
«  essendo  morto  il  marchese  Malespina  ,  buona  cagione  di 
«  quella  guerra,  per  mezzo  di  Filippo  Gonzaga  signore  di 
«  Mantova  e  di  Reggio  ,  con  lodo  dato  in  Pielrasanta ,  nel 
«  quale  i  Pisani  furono  condannali  a  dare  al  Visconti  ottan- 
«  lamila,  e  non  centomila,  fiorini  d'oro  in  quattro  paghe,  e 
«  Lucchino  a  render  loro  tutte  le  terre  e  fortezze  acquistate 
«  in  quella  guerra,  la  quarta  parte  in  ciascuna  paga  un  nu- 
«  mero  di  esse,  e  nell'  ultima  rendere  ancora  gli  ostaggi. 
«  Fin  r  anno  1283  fu  comprato  in  Romagna  dalla  Repubbli- 
«  ca  il  lenimento  detto  Massa  di  Casaglia  per  assicurar  la 
'(  strada  da'  ladronecci  degli  Ubaldini,  e  fu  commesso  a  cin- 
«  quanta  cittadini  fiorentini  di  comprar  quei  terreni  e  caso- 
«  lari  e  fabbricarsi  case,  delle  quali  ne  fu  formato  un  ca- 
«  stello,  chiamato  allora  Pietrasanta,  e  poi  detto  come  prima 
«  Casaglia.  E  perchè  dopo  la  costruzione  di  Firenzuola,  molti 
«  fedeli  degli  Ubaldini  erano  tornati  ad  abitare  nella  detta 
«  Casaglia,  e  cosi  quella  strada  s'  era  ridotta  pericolosa  co- 
«  me  prima,  la  signoria  volle  che  questi  tali  ne  sfrattassero 
«  e  che  non  vi  potessero  stare  ne  comprare  in  maniera  nes- 
«  suna  ».  Nel  gonfalonerato  di  Paolo  del  Buono  si  mandò  a 
Sanminiato  ad  accordare  le  differenze  e  metter  fine  a'romori 
che  erano  tra' Mangiadori  e  Malpigli  '.  Ma  mentre  i  Fioren- 
tini attendono  a  metter  pace  in  Sanminiato  e  in  Arezzo,  di 
nuovo  furono  in  pericolo  di  perder  Fucecchio,  essendo  cin- 

1  Folsonsi  dopo  a  trattar  pace  J'ra  i  Tarlatile  il  comune  W Arez- 
zo; la  quale  J'u  conchiusa  poco  dopo  che  i  Pisani  la  Jeciono  con 
Lucchino  ,  essendo  morto  il  marchese  Mulaspina^  buona  cagione  di 
quella  guerra  :  a  queste  concordie  s'aggiunse  quella  di  S.  Miniato, 
nel  gonfalonerato  di  Paolo  del  Buono;  avendo  la  Repubblica  per 
suoi  uomini  accordate  le  differenze,  e  pacificato  i  romori,  ch''erano 
nati  tra  Mangiadori  e  Malpigli.  Prima  ediz. 


442  DEI.L   ISTORIE   FI0RENT1^E 

quecento  fanti,  che  i  Pisani  tenevano  alla  guardia  del  Cer- 
ruglio  e  dei  luoghi  vicini,  scesi  di  notte  in  Cerbaia;  passalo 
la  Gusciana  e  tentato  di  prender  la  terra,  come  che  per  forte 
contrasto  trovato  non  fosse  riuscito  loro  il  disegno:  perchè 
furono  mandati  ambasciadori  a  Pisa,  rammaricandosi  forte- 
mente di  questo  successo  ;  di  che  i  Pisani  si  scusarono,  mo- 
strando non  essere  avvenuto  di  loro  volontà.  In  questo  tempo 
si  die  compimento  di  serrare  il  Ponte  Vecchio,  rifatto,  dopo 
ch'era  caduto,  assai  più  bello  e  magnifico  di  prima.  Dettesi 
principio  a  rifondare  quello  di  S.  Trinità,  e  altre  spese  si  fecio- 
no  in  magnificare  il  tempio  di  S.  Giovanni  e  il  palagio  del  po- 
destà. Si  diede  al  comune  il  castello  delle  Poci  in  suH'  Am- 
bra, castello  del  viscontado,  che  solo  rimanea  di  pervenire 
in  potere  de'  Fiorentini  di  qua  dal  fiume.  Quelli  di  S.  Gi- 
mignano  avendo  corso  la  villa  di  Campo  Urbiano,  ove  aveano 
fatto  gran  danni,  sotto  pretesto,  che  dava  ricetto  a'  loro  ban- 
diti, furono  con  grande  indegnazione  della  Repubblica  se- 
veramente condannati  nell'  avere  e  nelle  persone  ;  e  sarebbe 
seguita  di  loro  rigorosa  giustizia,  se  a  preghiere  poi  de'  Sa- 
nesi  e  de'  Volterrani,  non  si  fossero  composti  in  cinquemila 
fiorini  d'  oro.  Ma  ninna  cosa  era  più  molesta  alla  città,  che 
le  continue  pioggie,  essendo  entrato  gonfaloniere  Lorino  Bo- 
naiuti,  dal  nome  proprio  del  quale  i  suoi  discendenti  Lorini 
poi  si  cognominarono.  Le  quali  crescendo  tuttavia  il  settem- 
bre e  r  ottobre,  fuori  impedivano  il  seminare,  e  dentro  la 
città  avt=ano  in  guisa  ingrossato  Arno,  che  traboccando  co- 
perse tutta  la  piazza  di  S.  Croce  con  gran  dubbio,  che  non 
allagasse  tutto  il  resto  della  città. 

Mentre  la  terra  era  in  questo  travaglio  ,  giunse  in  Fi- 
renze Umberto  Delfino  di  Vienna,  eletto  dal  papa  capitano 
de'  Crociati  contra  i  Turchi,  i  quali  erano  all'  assedio  di 
Smirne,  città  vinta  l'anno  passato  valorosamente  da'cristiani, 
il  quale  fu  seguitato  da  più  di  quattrocento  giovani  fioren- 
tini, sperando  di  agguagliar  la  gloria  di  coloro,  che  cenven- 
totlo  anni  addietro  andarono  all'  impresa  di  Damiata.  Dopo 
quasi  doppio  intervallo  di  tempo  abbiamo  cercato,  e  enne 
riuscito,  di  secondar  questo  zelo,  di  prender  l'arme  contra 
gl'infedeli  con  chiara  e  felice  vittoria  a' tempi  nostri,  es- 
sendo appunto  a  quest'  ora,  che  io  avea  preso  la  penna  in 


LIBRO   DECIMO.  4Ì3 

mano  per  scrivere  la  passala  del  Delfino  per  Firenze  fiinnlc 
novelle  al  principe  D.  Francesco,  che  a' 7  del  presente  mese 
d'ottobre  dell'anno  1571,  or  sono  quindici  giorni,  D.  Gio- 
vanni d'Auslria  capitano  della  lega  de'crislinni  avea  vinto 
l'armata  di  Selirao  imperadore  di  Costanlinopoli  sopra  la 
Prevesa,  essendo  di  dugento  galee  scampalo  non  più  che 
con  selle  Ali  Rascia,  dello  volgarmente  Ucciali,  generale  delle 
galee  d'  Algeri.  La  quale  impresa  essendo  seguila  con  par- 
tecipazione delle  forze  di  questo  principe,  e  d'  una  non  pic- 
cola parie  della  nobiltà  fiorentina,  se  ci  sarà  preslato  cotanto 
spazio  di  vita,  non  fie  taciuta  da  noi ,  quando  saremo  con 
io  scrivere  a  questi  tempi  pervenuti.  «  Furono  poi  Ielle  in 
«  senato  le  lettere  della  regina  Giovanna  scritte  d'Aversa  li 
«  22  di  seltembre  tulle  piene  di  lamenti  e  di  lagrime,  nelle 
'<  quali  dava  conto  come  a*  18  di  quel  mese,  essendosi  la 
«  notte  ritirala  in  camera,  il  suo  signor  m^ìrilo  (  era  il  po- 
«  vero  re  Andreasso,  il  quale  ella  non  chiamava  re)  in  luo- 
'<  go  di  ritirarsi  ancor  egli,  andato,  com'era  solilo  di  l'are  e 
Il  quivi  e  altrove,  alcuna  volta  a  ore  sospette,  serrandosi  la 
«  porta  appresso,  nel  parco  contiguo  all'abitazione,  dove 
«  parendo  alla  sua  balia  che  stava  aspettandolo  ,  che  tar- 
«  dasse  troppo,  andata  con  una  candela  accesa  per  vedere 
«  dove  fosse,  lo  trovò  lungo  il  muro  del  medesimo  parco 
«  strangolalo.  Morte  slimala  dall'  universale  essergli  stala 
ce  procurala  dalia  regina  medesima  ».  Prese  il  sommo  ma- 
gistrato per  gli  ultimi  mesi  dell'anno  Luigi  de' Mozzi  la  se- 
conda volta,  trovandosi  capitano  del  popolo  Loderigo  della 
Porta  da'Trevisi,  essendo  la  città  di  nuovo  tribolala  non  solo 
dalla  piena  del  fiume,  che  giunse  infino  al  palagio  del  po- 
destà, ma  da  spessi  iremuoli.  Né  minore  fu  il  danno  per  lo 
contado,  ove  la  Tcrsolla  passando  il  ponte  a  Rifredi  rovinò 
tutto  il  borgo  di  case,  e  '1  Mugnone,  e  '1  Rimaggio  danneg- 
giarono mollo  le  contradf!  d'intorno,  non  restandosi  piccol 
canale  ,  e  fossato  che  non  paresse  grossissimo  fiume.  Fu  an- 
che per  esser  ingannata  in  questi  giorni  la  fede  pubblica 
per  difalta  di  Ire  nobili  delia  famiglia  dc'Rardi,  i  quali 
avendo  fallo  venire  alcuni  artefici  sancsi ,  quelli  tenevano 
nell'  alpe  di  Castro  per  falsar  una  moneta  nuovamente  falla 
dalla  Uepubblica.  Scoperta  la  falsità  furono  presi   due  degli 


i44  dell'  istorie  fiorentine 

artefici  e  condannali  al  fuoco.  I  tre  de'  Bardi  non  compa- 
rendo ebbono  la  sentenza  di  sogj^iacer  alia  medesima  pena, 
quando  mai  capitassero  in  mano  de'  magistrati.  «  E  perchè 
«  si  sapea  che  altri  Fiorentini  in  diverse  parti  del  mondo 
«  facevano  batter  fiorini  d' oro  con  l' impronta  di  quei  di 
«  Firenze  di  peggior  lega  e  di  manco  valore,  proibirono  con 
;<  pena  di  ribellione  agi' intagliatori  de' ferri  lo  intagliarne 
«  per  altri  che  per  i  signori  della  Zecca.  A'  17  di  dicembre 
«  Tano  de'  Guasconi  fu  fatto  sindaco  del  comune  a  ricevere 
«  in  titolo  di  dono  dal  conte  Simone  da  Battifolle  e  dal  conte 
«  Guido  suo  nipote  ogni  ragione  che  potessero  avere  nei 
«  popoli  del  Pozzo,  di  Ganghtreto,  di  Pernina  e  di  Cavi  ». 
Col  fine  dell'anno  fu  anche  finito  di  pagare  Mastino,  e  spenta 
in  parte  quella  vergognosa  memoria,  che  era  continuamente 
a  ciascuno  davanti  nell'animo  della  sciocca,  e  disavventurata 
compra  di  Lucca,  entrando  con  poco  lieto  principio  il  gon- 
falonerato  di  Giovanni  Covoni,  e  insieme  con  esso  il  nuovo 
anno  1346,  perciocché  alcuni  pessimi  auguri  riferiti  sbigotti- 
vano grandemente  gli  animi  de' mortali.  Un  lupo  di  mezzo 
di  entrando  per  la  porta  a  S.  Giorgio  corse  buona  parte  del- 
l'Arno,  e, essendo  continuamente  sgridato  dalla  moltitudine, 
fu  finalmente  preso  e  morto  alla  porta  a  Verzaia.  Uno  scudo 
tli  gesso  posto  sopra  la  porta  del  palagio  del  podestèi,  ove 
erano  l'insegne  pubbliche,  cadde  da  se  medesimo  e  si  rup- 
pe in  più  iparti.  Nò  mancarono  i  soliti  spaventi  del  fuoco 
appreso  in  una  casa  a  S.  Brocolo.  La  vanità  di  credere  a 
cosiffatti  accidenti  fu  grandemente  mantenuta  dalle  cose  do- 
lorose e  infelici,  che  succedettono.  Imperocché  senza  poter 
prender  fiato,  in  un  medesimo  tempo  s'intese  l'ultimo  fal- 
limento de'  Bardi,  che  quasi  assorbì  tutte  le  ricchezze  dei 
privati.  Il  re  di  Francia  concedette  al  duca  d'Atene  le  rap- 
presaglie sopra  de' Fiorentini  così  nell'avere  come  nella  per- 
sona, se  infino  a  calen  di  maggio  prossimo  non  avessero  sod- 
disfatto il  duca  di  quel  che  domandava  di  menda,  che  era 
gran  quantità.  Fucecchio  nel  mese  di  marzo,  che  sedeva  gon- 
faloniere Primerano  Serragli,  volle  esser  di  nuovo  tradito; 
e  quello  che  agguagliava  ogn' altro  infortunio,  era  la  nuova 
.««parsa  per  tutto ,  che  Carlo  di  Boemia  figliuolo  del  re  Gio- 
vanni, andato   a   trovar  il  papa   in  Avignone,  doveva  esser 


1 


LIBRO   DECIMO.  445 

eletto  ad  imperadore,  perciocché  si  temea  fortemente ,  che 
Carlo,  per  rispetto  dell' imperadore  Arrigo  suo  avolo,  e  per 
gli  odj  più  freschi  stali  tra  il  comune  di  Firenze,  e  il  re 
Giovanni  suo  padre,  e  per  essersi  egli  nella  sua  giovinezza 
trovato  a  Lucca  conlra  la  Repubblica,  ancora  che  ultimamente 
si  fosse  trovato  nella  lega  di  Lombardia  contra  Mastino,  do- 
vesse esser  aspro  e  crudo  nimico  de' Fiorentini,  a  1  quali 
«  avendo  sentito  che  in  Orvieto  la  parte  guelfa  era  restata 
«  superiore,  vi  avean  mandato  Andrea  degli  Adimari  cava- 
«  liere,  Bernardo  degli  Ardinghelli  e  Piero  di  Macone  no- 
«  taio  per  rallegrarsene  e  offerire  ogni  aiuto  per  manlener- 
«  si  ».  Ma  perchè  non  rimanesse  quasi  principe  alcuno  trai 
cristiani,  che  non  s'avesse  a  sospetto,  succedeltc  occasione 
per  conto  dell'inquisitore  dell'eretica  pravità  d' avere  a  dar 
mala  soddisfazione  al  pontefice.  Silvestro  Baroncelli,  com- 
pagno della  ragione  degli  Acciaiuoli  fallila,  uscendo  dal  pa- 
lagio de'priori  accompagnato  da' loro  ministri,  ove  per  asset- 
tar i  fatti  della  compagnia  ,  sotto  la  fede  di  quel  supremo 
magistrato  era  ito,  appena  età  uscito  della  soglia  del  palagio. 
che  fu  manomesso  dalla  famiglia  del  podestà  ad  istanza  di 
fra  Piero  dell'  Aquila  inquisitore,  e  procuratore  di  Don  Piero 
cardinale  Sabinense  spagnuolo,  il  quale  dalla  detta  ragione 
dovea  ricevere  dodicimila  fiorini  d'  oro.  Questa  cosa  parendo 
a' priori  molto  sconcia,  e  in  pregiudizio  della  lor  dignità,  in- 
contanente il  Baroncelli  feciono  liberare,  e  i  famigliari  de! 
podestà,  fatto  prima  loro  tagliar  le  mani,  confinarono  per 
dieci  anni  fuor  di  Firenze  e  del  suo  contado.  11  podestà,  scu- 
sando r  error  successo,  e  profferendosi  pronto  all'emenda, 
impetrò  perdono  dalla  signoria.  Ma  l' inquisitore,  il  quale  ri- 
putava questa  ingiuria  fatta  alla  persona  sua  medesima,  e 
non  si  tenea  de!  tutto  sicuro,  scomunicalo  il  gonfaloniere, 
e  i  priori,  e  lasciala  la  città  interdella,  se  tra  sei  dì  non  gli 
era  reso  Salvcstro,  se  n'  andò  a  Siena  '.  Onde  non  molto  di 


'  Graode  e  ohbFobriosa  mostruosità;  che  in  un  paese  libero  dovesse 
Bésere,  ed  aveie  tanta  autorità  la  inquisizione.  3Ia  questa  era  la  condi- 
zione di  quei  tempi  e  di  quelle  repubbliche  ;  le  quali  per  conseguenza 
non  dee  maravigliare  alcuno,  se  in  seno  di  sì  barbara  e  intollerante  su- 
perstizione giammai  lungamente  non  prosperassero. 


446  dell'  istorie  fiorentine 

poi  si  parli   per  la  corte,  non  solo  dolendosi  al  papa  del 
torto  ricevuto  da'Fiorenlini  per  l'animosità  mostrata  per  conto 
suo  verso  i  famigli  del  loro  podestà,  mostrando  l'iniqua  legge 
fatta  i  mesi  addietro  contro  la  libcrià  ecclesiastica,  il  numero 
grande  de'Paterini,  che  avrà  in  Firenze  e  molti  altri  abbo- 
minevoli  peccati,  che  vi  si  commetlevano.  «  Alla  scomunica 
«  fu  subito  per  due  notai,  fatti  sindaci  perciò  del  comune  e 
«  passali   ne' consigli   d'Angelo   de' marchesi   del  Monte  S- 
«  Maria  capitano  e  difensore  del  popolo  e  di  Paolo  de'  Gui- 
«  doni  da  Terano  podestà,  appellalo  di  nullità  )\  In  Avigno- 
ne furon  mandati  anibasciadoii  al  pontefice  Buunaccorso  dei 
Frescobaldi  canonico,  Francesco  dc'Brunelleschi  e  Antonio 
Adimari  tulli  due  cavalieri,  Ugo  della  Stufa  giureperito,  Fi- 
lippo degli  Spini  e  Baldo  Fracassini  notaio,  a' quali  fu  dato 
in  commessione  di  rappresentare  il  cattivo  governo  dell'In- 
quisitore, e  di  pregare  il  papa  di  rimuoverlo   da  quella  ca- 
rica '.  E  per  scemare  il  numero  degli  avversari  furono  con- 
segnati loro  cinquemila  fiorini  d' oro   per   pagar  il   cardinal 
Sabinese,  obbligando  per  il  rimanente  de' settemila  il  comu- 
ne, il  quale  entrava  mallevadore  per  gli  Acciainoli  e  princi- 
pal  pagatore  in  certi  spazi  di  tempo.  Queste  cose  furono  or- 
dinate che  si  facessero  in  corte.  In  casa   furono  presi  altri 
partiti,  e  prima  feciono  una  legge,  nella  quale  imitarono  uno 
statuto  che  era  in  Perugia,  e  che  si  costumava  anche  da' re 
di  Spagna.  E  ciò  fu,  che  ninno  inquisitore  si  dovesse  intro- 
mettere in  altro  che   nel  suo  ufìcio,  senza   uscir  punto  dei 
termini  dell'eresia;  e  che  gli  eretici  fossero  secondo  la  qua- 
lità del  peccato  condannali  nella  persona,  e  non  in  moneta. 
Che  l'inquisitore  non  avesse  a  lener  carceri  privale,  ma  nei 
suoi  bisogni  si  servisse  delle  pubbliche.  Che  niun  podestà , 
capitano,  esecutore,  o  qualsivoglia  altro  magistrato   dovesse 
dar  famiglia,  o  licenza,  o  messo  a  chi  si  fosse,  che  non  de- 
pendesse dal  comune  per   far  pigliar   cittadino  o    forestiere 
alcuno  senza  espressa  licenza  de'  priori,  e  cosi  s'intendesse 
aversi  a  fare  al  vescovo  di  Firenze  e  a  quello  di  Fiesole.  E 
perchè  il  detto  inquisitore    e    vescovi   sotto  scusa   d' essere 
for  famigliari  concedevano  licenza  di  portar  arme  a  molti, 

1  Non  r  inaiiisitore,  ma  1'  iuquisizione  dovevano  non  volere. 


LIBRO   DECIMO.  447 

e  r  inquisitore  particolarmente  appariva  averla  conceduta  a 
più  di  dugencinquanta ,  onde  traeva  ogn'  anno  più  di  mille 
scudi,  si  fece  legge,  che  ninno  dei  delti  prelati  dovesse  per 
l'avvenire  conceder  licenza  di  portar  arme  a  chicchessia,  se 
non  che  l'inquisitore  s'intendesse  averla  per  sei  familiari, 
«  per  altri  tanti  il  vescovo  di  Fiesole,  e  per  dodici  il  vesco- 
«  vo  di  Firenze  ;  i  quali  dovessero  esser  vestiti  ad  uua  as- 
«  sisa,  e  portar  del  continuo  un  tavolaccio  entrovi  1'  arme 
«  della  chiesa,  altrimenti  potessero  esser  fatti  prigioni  ».  Dei 
quali  impacci  è  senza  dubbio  liberata  l'eia  presente,  proce- 
dendo gli  affari  ecclesiastici  per  la  severità  de' principi  così 
sacri  come  secolari  con  molta  dirittura.  E  il  carico  dell'in- 
quisitore governato  per  molti  anni  dalla  diligente  cura  di 
Fra  Dionigi  da  Costacciaro  de' minori  conventuali  a  ciò  dal 
santo  uficio  proposto,  non  ha  lasciato  in  se  cosa  alcuna  de- 
siderabile. Inoltre  ordinarono.  «  Che  persona  potesse  esser 
«  offesa,  arrestala  o  molestala  da  chi  si  fusse,  eccetto  che 
«  dagli  Ufiziali  che  avessero  autorità  dalla  Repubblica,  proi- 
«  bendo  a' notai  il  far  alto  alcuno  a  richiesta  d'altri,  con  es- 
«  ser  Iceilo  a  ciascuno  il  difendersi  da  chi  gli  volesse  mole- 
«  slare  con  altra  autorità,  e  questi  tali  potessero  essere 
(I  offesi  come  banditi  ».  Gli  avvisi  di  queste  cose  turbarono 
maggiormente  l'animo  del  pontefice  '  ;  onde  fu  necessario  man- 
dar nuovi  ambasciadori  per  placarlo.  «  Volendo  poi  rimc- 
«  diare  alle  liti  che  nascevano  sopra  de' beni  immobili,  dei 
«  quali  d'  ordinario  chi  manco  avea  da  spendere  ne  restava 
«  privalo,  fu  dato  balia  a' priori  di  eleggere  due  cittadini  per 
«  quartiere,  i  quali  descrivessero  in  libri  tutti  i  beni  del 
«  dominio,  senza  però  stimargli,  col  nome  di  chi  possedeva, 
«  e  con  lasciar  tra  una  partita  e  l'altra  lanlo  spazio  da  po- 
«  lervi  di  mano  in  mano  scriver  quelli,  che  per  compra,  o 
«  in  altro  modo  ne  divenissero  padroni,  i  quali  fossero  ob- 
«  bligati  a  fare  instanza  d'esservi  scrini  (  così  ci  fosse  oggi 
«  un  libro  pubblico  nel  quale  fossero  notati  e  si  notassero, 

'  Onde  il  gonj'aloneialo  di  Gioi'anni  da  Cerietoju  l'cr  tal  conto 
pieno  di  trai/agli,  e  così  similmente  quello  di  Francesco  Pegolotii; 
essendo  necessaiio  mandar  nuovi  ambasciadori  per  placar  l'ira  del 
papa.   Cosi  il  vecchio  Ammirato. 


448  dell'istorie  fiorentine 

«  i  fidecommissi,  che  al  certo  si  taglierebbe  la  strada  a  una 
«  infinità  di  liti).  Ordinarono  ancora,  perchè  si  dubitava  che 
«  molti  fossero  condannati  e  giustiziati  a  torto,  che  quando 
«  si  faceva  l'elezione  del  podestà  di  Firenze,  si  facesse  an- 
«  cor  quella  di  dodici  notai   forestieri,  lontani  dal  luogo  di 
«  dove  fosse  il  podestà,  per  trenta  miglia,  i  quali  dovessero 
«  abitare  in  casa  separata  dal  podestà,  senza  praticar   seco, 
a  né  con  altri  ufiziali  e  cittadini,  e   sempre  uno   di  essi  si 
«  dovesse  trovar  presente  all'esamini,  con  scriverle  in  libro 
«  di  cartapecora  e  non  in  quinterni.  Fu  parimente  ordinato 
«  un  magistrato  di  quattordici  cittadini,  i  quali  si  domandas- 
«  sero  i  quattordici  difensori  della  libertà,  per  aver  cura  che 
«  gli  ordini  fatti  fossero  osservati.  In  ultimo   fu  fatto  cava- 
te licre  da  Filippo  Guazzagliotri  cavaliere  sindaco  del  comu- 
«  ne  Agnolo  figliuolo  del  podestà-  Ma  non   parendo   a  Gio- 
«  vanni  da  Cerreto,  entrato  gonfaloniere  il  primo  di  maggio, 
«  che  la  passata  signoria  avesse  fatto  ordini  abbastanza  per 
«  la  conservazione  della  dignità  e  autorità  della  Repubblica, 
«  ne  fece  uno  a'  12.  Che  persona  ardisse  di  procurare ,  av- 
«  vocare,  scrivere,  o  dar  favore  a  chi  scrivesse  contra  il  co- 
«  mune,  e  chi  gli  portasse  di  fuori  lettere,  citazioni,  sen- 
«  tenze,  o  altra  scrittura,  potesse  essere  offeso  come  ribello. 
M  Proibì  ancora  il  potersi  appellare  d'alcuna    sentenza  data 
«  a  favore  de!  comune,  che  a' giudici   destinati    a    ciò,  non 
«  intendendo    in    questa   proibizione    d'includer  quelli   che 
«  avessero  prestato,  o  prestassero  danari  al   comune,  e  che 
«  ne  dovessero  ricevere  assegnazioni.  Ma  tutti  questi  ordini 
«  non  fecero  però  (avendo  preso  il  goufalonerato  Francesco 
«  Pegolotti  )  parer  minore  gl'incomodi  della  scarsa  ricolta,  la 
«  quale  per  le  pioggie  '  »  dell'  anno  passato  in   sul  semen- 
tare, e  per  quelle  che    erano    state    nel   presente  anno   per 
tutta  la  primavera,  e  principi  della  state  era  cattivissima;  ol- 
treché s'intendea,  che  il  re  di  Francia  avca  di  nuovo   con- 
fermato  le    rappresaglie   al  duca   d' Alene  ,  e  che  Carlo    di 
Boemia  l'undecimo  giorno  di  luglio  era  slato   dichiaralo  re 
de' Romani.  «  A' 20,  trovandosi  in  Firenze  podestà  Francesco 

'   Questi  incomodi  pun'ono  maggiori  ,    (cioè  il  bisogno   di   placar 
l'ira  del  papa  ),  /'er ciocché  la  ricolta  per  le  piogge  ec. 


LIBRO   DECIMO.  449 

«  della  Serra  d'Agubbio,  Jacopo  Marchi  e  Simone  dell' An- 
«  Iella  sindaci  del  comune  fecero  in  Staggia  lega  co'  sindaci 
«  del  comune  di  Siena  per  dieci  anni  a  conservazione  del 
«  pacifico  stalo  dell'una  e  dell'altra  Repubblica  e  a  esalla- 
«  zione  di  santa  Chiesa  e  di  papa  Clemente  VI  ,  volendo 
«  che  ogn' impresa  si  facesse  a  comune:  nel  resto  furono  i 
«  patti  conforme  a  quelli  del  1340. 

L'apparenza  del  sospetto  del  nuovo  impcradore  dette  ca- 
gione a'  capitani  di  parte  guelfa,  nel  gonfalonerato  di  Agnolo 
degli  Alberti,  di  fare  una  legge,  che  nessuno  forestiere,  fatto 
cittadino,  l'avolo  del  quale  non  fosse  nato  in  Firenze,  onci 
contado,  potesse  godere  d'alcuno  uficio,  ancora  che  fosse 
messo  nelle  borse  ;  conciossiacosaché  per  simil  via  molti 
venutici  dalle  terre  d' intorno  ,  introdotti  nelle  ventune  ca- 
pitudini  dell'arti,  esercitavano  con  grande  arroganza  i  loro 
magistrati,  e  parendo  che  molti  di  costoro  fossero  ghibellini 
si  dubitava,  che  in  questo  strano  mescolamento,  e  in  tanta 
prosunzione,  con  1'  occasione  del  nuovo  iraperadore  non  suc- 
cedesse alcun  danno  alla  Repubblica.  Questi  furono  i  pri- 
mi semi ,  i  quali  fecondamente  crescendo  alzarono  ad  una 
somma  potenza  1' uficio  de' capitani  diparte  guelfa;  la  quale 
in  processo  di  tempo  in  manifesta  e  fiera  tirannide  conver- 
tendosi,  di  esili,  di  vergogne,  di  povertà  e  di  morti  fu  a 
molti  cittadini  cagione;  in  guisa  che  non  polendo  la  misera 
città  cotante  e  sì  grandi  calamità  più  lungo  tempo  sofferire, 
trovati  nello  spazio  dì  trenlacinque  anni  sempre  vani  tutti 
i  rimedj,  fu  costretta  ricorrere  finalmente  ad  uno,  il  quale 
avanzando  di  gran  lunga  la  potenza  di  cosiffatto  morbo,  con 
male  forse  non  più  leggiere  del  primo,  quello  condusse  nella 
podestà  dell'infima  plebe.  Da  cui,  oltre  i  subili  uccidimenli, 
sacchcggiameiiti  e  preste  arsioni  di  case  e  simili  frulli  che 
nascono  dalla  furia  della  concitata  moltitudine ,  sorsono  an- 
che poi  gli  abbassamenti  e  le  morti  di  molti  chiari  e  illustri 
cittadini  ;  quasi  gareggiando  con  non  meno  imperiosa  e  cru- 
del  signoria  con  tutti  i  mali  della  passata  tirannide.  Poco 
innanzi  alla  legge  fu  finito  di  fare  il  Ponte  a  S.  Trinità,  ove 
il  comune  spese  ventimila  scudi.  E  passò  per  Firenze  il  car- 
dinale Don  Bruno  ,  a  cui  la  Repubblica  fece  molli  onori. 
Questi  andava  nel  regno  di  Napoli  mandalo  dal  pontefice  per 

Amm.  Vol.  II.  29 


430  dell'  istorie  fiorentine 

prendere  in  nome  di  santa  Chiesa  la  guardia  di  quel  reame 
messo  lutto  sossopra  per  la  morte  d'  Andreasso  fratello  di 
Lodovico  re  d'Ungheria,  il  quale  dato  dal  re  Ruberto  non 
molto  innanzi  che  morisse,  per  marito  alla  Giovanna  sua  ni- 
pote, a  cui  scadeva  il  regno,  era  stato,  comesi  è  detto,  per 
ordine  dell'infedele  e  scellerata  moglie  strangolato.  Poi  preso 
il  gonfalonerato  per  gli  ultimi  mesi  dell'  anno  Filippo  del 
Sagina,  a  cui  vennero  novelle,  come  finalmente  a' 25  di  no- 
vembre Carlo  era  stato  coronato  imptradore  con  consenti- 
mento della  Sede  Apostolica  in  Bona,  terra  vicina  a  Colonia, 
onde  i  capitani  di  parte  guelfa  da  capo  si  volsono  a  pensare 
con  quali  altri  rimedi  potessero  riparare  a' soprastanti  mali, 
essendo  i  priori  e  gli  altri  magistrati  volti  tutti  a  far  prov- 
visioni conlra  la  carestia ,  male  senza  dubbio ,  per  distrug- 
gere gli  alimenti  della  vita ,  di  tutti  gli  altri  maggiore  :  né 
per  memoria  di  coloro  che  vivevano,  si  ricordava  mai  la  città 
essere  stata  in  simile  strettezza,  ancora  che  la  carestia  del 
trentanove  e  quaranta  fosse  stala  molto  grande  ;  perciocché 
in  questo  anno  fu  caro  di  tutte  le  cose.  Non  mancavano  co- 
loro, alia  cui  cura  era  commesso  il  peso  della  Repubblica,  di 
far  le  provvisioni  del  grano  di  fuori,  avendo  mandalo  danari 
e  uomini  per  farne  venir  di  Sicilia,  di  Calabria,  di  Sardigna, 
e  infino  di  Tunisi  e  di  Barberia.  Ma  trovandosi  i  Genovesi 
e  i  Pisani  in  simil  mancamento,  avendo  i  lor  legni  armati 
in  sulla  foce  d'Arno,  e  per  i  luoghi  vicini,  voleano  essere 
i  primi  a  fornirsi  ;  talché  in  gran  parte  i  provvedimenti  fatti 
tornavano  vani.  E  conluttociò  si  trovarono  di  quelli  cittadini, 
i  quali,  cavando  utile  dalla  comune  miseria,  cercarono  di  fro- 
dar il  pubblico;  ma,  benché  con  Icggier  pena,  furono  con- 
dannati in  mille  fiorini  d'  oro.  In  questi  travagli  prese  il 
sommo  magistrato  Piero  del  Papa  il  primo  dì  dell'anno  13i7, 
ne' cui  principj  i  capitani  di  parte  guelfa,  nonostante  la  prima 
provvisione,  essendo  la  lor  sollecitudine,  per  rispetto  del 
nuovo  impcradorc,  grande,  feciono  fare  un'altra  legge:  Che 
ninno  ghibellino,  il  quale,  o  egli  o  suo  congiunto  dal  trecento 
due  in  qua  fosse  slato  ribello,  o  abitato  in  terra  ribella,  o 
venuto  centra  la  Repubblica  potesse  avere  alcuno  uficio  ;  e 
avendolo,  e  non  lo  rifiutando,  dovesse  pagar  mille  fiorini  di 
oro  ;  alla  qual  pena  fossero   anco   tenuti  coloro,  da'  quali  a 


MBRO   DECIMO.  451 

quello  uficio  era  stato  eletto.  Disposono  che  tal  legge  si 
estendesse  conlra  quelli ,  i  quali  nou  fossero  veri  guelfi  e 
amatori  di  santa  Chiesa,  ancora  che  i  suoi  non  fossero  slati 
ribelli,  ma  la  pena  fosse  minore;  all'accusato,  di  lire  cinque- 
cento, alla  signoria,  che  noi  condannasse,  di  lire  mille;  do- 
vendo la  pruova  di  ciò  costare  di  sei  testimoni  degni  di  fede, 
approvati  da' consoli  di  quell'arte  di  cui  fosse  l'artefice  ac- 
cusato, e  da'  priori  e  dodici  lor  consiglieri,  se  il  condannato 
non  avesse  arte;  la  qual  sorte  d'uomini  con  proprio  voca- 
bolo erano  chiamati  scioperali.  Il  primo,  a  cui  toccò  di  pro- 
var il  rigor  della  legge,  fu  Ubaldino  Infangati  condannato  in 
cinquecento  lire  per  avere  accettalo  l'uflcio  de' sedici  sopra 
i  sindacati  de'  fallili. 

Tra  tanti  mali  o  principj  di  mali  quanta  luce  apparve  in 
beneficio  della  Repubblica  fu  il  parlilo  preso  da'  Sanminia- 
tesi  di  darsi  a' Fiorentini  per  cinque  anni,  non  avendo  i  po- 
polani potuto  patire  l'orgoglio  de'Malpigli  e  de' Mangiadori 
famiglie  nobili  di  quella  terra  ;  i  quali  avendo  tolto  certi  mal- 
fattori lor  masnadieri  a  Guglielmo  Rucellai,  ciltadin  fiorentino 
e  podestà  di  S.  Miniato,  e  levato  il  romore,  volevano  anco 
disfare  gli  ordini  del  popolo.  11  che  avrcbbono  facilmente 
conseguito,  se  non  vi  fossono  sopraggiunte  le  masnade  che 
il  comune  tenea  nel  Valdarno  di  sotto,  e  quasi  nel  medesi- 
mo tempo  gli  ambasciadori  fiorentini;  i  quali  si  posono  di 
mezzo  per  melterli  in  pace:  onde  il  popolo  non  volle  esser- 
gli ingrato  del  beneficio  ricevuto,  pensando  anche  con  que- 
sto modo  poter  meglio  difendersi  dall'ingiurie  de' grandi. 
Ma  questa  e  qualunque  altra  gran  soddisfazione  d'animo  su- 
perava r affanno  della  carestia.  Per  la  qualcosa  la  nuova  si- 
gnoria ,  che  entrò  con  Giovanni  Lanfrcdini  gonfaloniere  il 
primo  giorno  di  marzo,  veggcndo  la  città  combattuta  dalla  fa- 
me, e  i  poveri  senza  esser  molestali  da  altro  male,  esser 
pur  troppo  gravali  da  cosi  grande  nimico,  fece  il  terzodeci- 
mo giorno  di  quel  mese  una  legge  ;  che  niuno  infin  a  caleu 
d'agosto  vegnente  potesse  esser  preso  per  debito  di  cento 
fiorini  in  giù,  salvo  all'uGziale  della  mercanzia,  ove  il  debito 
passasse  la  somma  di  venticinque  lire.  Ordinossi  che  lo  staio 
del  grano  non  passasse  il  pregio  di  quaranta  soldi  ;  che 
chiunque  ne  recasse  di  fuori  del  contado,  avesse  un  fiorino 


452  dell'  istorie  fiorentine 

d'oro  per  moggio.  «  Fu  di  soddisfazione  alla  ciltà  il  breve 
«  venuto  dal  papa  dell'assoluzione  della  scomunica  lasciata 
«  da  Pietro  dall'  Aquila  inquisitore ,  stato  fatto  in  questo 
«  tempo  vescovo  di  S.  Angelo  ;  e  cosi  in  luogo  di  gastigo, 
((  conforme  al  desiderio  de' Fiorentini,  ricevette  l'inquisitore 
«  premio.  Le  nuove  certe  che  si  aveano  che  '1  nuovo  impe- 
«  radore  scendeva  in  Chiarenzana ,  e  s'accostava  all'Italia, 
«  accrescevano  i  pensieri  non  solo  a'  Fiorentini ,  ma  anche 
«  all'altre  ciltà  guelfe  di  Toscana.  Perchè  adunatosi  Oddo 
«  degli  Altoviti,  Simone  dell' Antella,  e  Ormanozzo  Deli  sin- 
«  daci  della  Repubblica  nella  chiesa  cattedrale  d'  Arezzo  coi 
«  sindaci  di  Perugia  e  di  Siena,  e  di  Arezzo  stesso  fecero 
«  lega  per  cinque  anni  a  difesa  comune,  restando  in  arbi- 
«  trio  di  Firenze,  di  Perugia  e  di  Siena  il  ricever  in  essa 
«  altre  città  e  comuni:  la  taglia  fu  di  tremila  cavalli,  de' quali 
«  per  allora  a  Firenze  ne  toccò  otlocenlovenlicinque,  a  Pe- 
«  rugia  quattrocentosettantacinque,  a  Siena  quattrocento ,  e 
«  ad  Arezzo  cento,  e  dugento  ne  contribuissero  Pistoja,  Vol- 
te terra,  Sanrainiato  ,  Sangimignano  e  Colle  di  Valdelsa  in 
M  ogni  caso  che  fossero  ammessi  nella  lega,  e  gli  altri  mille 
«  si  distribuissero  poi  per  rata  a  proporzione  de' suddetti 
«  duemila.  La  elezioue  del  capitano  fosse  delle  tre  città,  le 
«  quali  gli  dovessero  tenere  appresso  due  consiglieri  per 
«  ciascuna  esperti  in  guerra;  e  le  altre  città  e  comuni  uno. 
«  Che  si  mandassero  ambasciadori  al  papa  pregandolo  a  non 
«  voler  permettere  che  passasse  alcun  signor  tedesco  in  Ita- 
ci lia,  poiché  seguirebbe  con  danno  di  santa  Chiesa,  di  parte 
«  guelfa  e  de'  collegati.  Che  se  ne  mandassero  ancora  all'  al- 
ce tre  città,  comunità  e  signori  d' Italia,  se  ben  fossero  ghi- 
«  bellini,  per  esortargli  a  entrare  in  lega.  Non  volsero  chi^ 
«  alcuno  de' collegati  potesse  far  lega  con  oltramontani,  e 
«  con  nimici  d'alcuno  de' collegati,  ma  ben  mantener  quelle 
«  che  si  avessero.  Nemmeno  vollero  che  si  potesse  ceder 
«  ragioni  di  terre,  o  d'altro  a  oltramontani  che  venissero  in 
«  Italia  senza  il  consenso  delle  tre  città.  Dichiarandosi  in 
«  ultimo  gli  Aretini  di  non  intender  con  questo  lega  di  cou- 
rt Iraffare  in  cosa  alcuna  alla  lor  libertà,  e  non  volendo  che 
«  nessuno  de' collegali  si  potesse  unire  con  alcun  luogo  del 
«  contado  e  distretto   d'Arezzo  ».  Ma   non  parendo   che   : 


LIBRO   DECIMO.  453 

rimcdj  presi  per  la  carestia  bastassero  '  (  perciocché,  o  per  di- 
tello delia  vetlovaglia,  o  per  altra  cagione,  era  incominciata 
una  leggieri  mortalità  nella  terra  ;  e  dalle  prigioni  pubbliche 
veniva  riferito,  che  ve  ne  moriva  due,  e  talor  tre  il  giorno), 
si  fece  a  calen  d'  aprile  un  altro  ordine  ;  che  chiunque  fosse 
stato  prigione  da  calen  di  febbraio  addietro,  riavendo  la  pace 
del  suo  nimico,  fosse  libero;  e  cosi,  finalmente,  ciascuno  che 
vi  fosse  per  debito  di  cento  lire  in  giù,  rimanendo  però  ob- 
bligato al  suo  creditore,  il  numero  de' quali  ascese  a  cen- 
seltantatrè.  Oltre  la  carestia,  e  i  principj  della  fresca  pesti- 
lenza, le  molte  pioggie,  i  tuoni  e  le  saette  cadute  in  diverse 
parli  della  città,  e  delle  quali  alcune  si  riferiva  aver  saettalo 
in  certa  parte  i  merli  delie  mura,  sbigottivano  grandemente 
gli  animi  di  ciascuno:  onde,  per  placar  l'ira  di  Dio,  grande  fu 
la  pietà  in  quel  tempo  in  Firenze  (  «  dove  si  trovava  capitano 
a  del  popolo  Lotto  da'.Sassoferralo,  e  podestà  Guido  de' For- 
«  tebracci  da  Montone  »)  di  tutti  gli  ordini  de'  cittadini  verso 
i  poveri  forestieri,  che  nella  città  si  riparavano,  essendosi  tro- 
valo intorno  la  mela  del  mese  d'aprile  il  numero  di  coloro 
i  quali  erano  a  prender  il  pane,  ascendere  a  novanlaquattro- 
mila  bocche,  senza  coloro,  i  quali  essendosi  provveduti  da 
lor  poderi  facevano  il  pane  in  casa.  «  Anche  i  soldati  oltra- 
«  montani  commossi  da  tanta  carità  volendo  far  qualche  ope- 
«  ra  pia  per  rimedio  dell'anime  loro,  supplicarono  alla  si- 
«  gnoria  che  fosse  assegnato  loro  un  luogo  dalla  porta  a 
«  S.  Gallo  al  canto  alla  macine,  per  potervi  edificare  uno 
«  spedale  sotto  nome  di  S.  Giorgio  per  ricevervi  i  poveri  ». 
In  questa  pietà  e  cura  continuando  Gian  Manno  Rinaldelli 
la  seconda  volta,  il  qual  prese  il  sommo  magistrato  a  calen 
di  maggio,  insieme  co' compagni  fece  un'altra  volta  rifor- 
magione  l'ultimo  di  di  quel  mese,  che  ciascuno  che  si  tro- 
vasse prigione  debitore  del  comune,  o  fosse  in  bando  per 
la  somma  di  cento  scudi,  potesse  uscirne  ogni  volta  che  pa- 
gasse tre  soldi  per  lira  del  debito,  e  del  rimanente  assegnasse 
alcun  creditore  della  Repubblica,  col  quale  si  sconterebbe  a 

'  Ma  non  parendo  ehe  questi  riinedj  bastassero  ec.  ec.  Prima  ediz. 
Al  solito  la  giunta  qui  interrompe  il  filo  del  discorso,  che  era  sulla 
carestia. 


454  dell'  ISTOKIE   FIORENTINE 

ragione  di  venlotto  e  trenta  per  cento.  Furono  alcuni,  che 
si  ricomprarono,  benché  la  slrett<^zza  di  tutte  le  cose  fosse 
maravigliosa  «  Lo  spedale  di  S.  Maria  Nuova,  dove  si  Iro- 
«  vavano  più  di  dugento  malati,  e  l'entrale  non  poievan  sop- 
a  perire  alla  spesa,  fu  sovvenuto  di  dieci  moggia  di  grano 
«  e  di  due  d'  orzo  ;  non  succederebbe  già  così  oggi ,  essen- 
«  do,  per  i  lascili  fatti  a  quel  luogo,  cresciute  quell'entrate 
«  a  gran  somma,  come  vi  è  a  proporzione  accresciuta  la  ca- 
«  rità  verso  i  poveri  ».  Ma  incominciandosi  a  dubitare  della 
nuova  ricolta  per  le  spesse  pioggie,  che  aveano  fallo  danno 
a'  frutti  e  biade  in  più  parli  del  contado  ,  il  vescovo  pubblicò 
le  processioni  per  Ire  giorni;  le  cui  preghiere  come  fossero 
da  Dio  slate  esaudite,  cessò  subito  il  mal  tempo;  e  il  ven- 
tiquattresimo giorno  di  giugno  il  grano  incominciò  a  calare. 
Ma  perchè  cotsì  grande  allegrezza  fosse  moderata  da  qual- 
che sinistro  ,  la  notte  che  seguì  al  giorno  che  era  scemato 
il  grano,  s'  appiccò  il  fuoco  in  porta  rossa,  contra  la  via  che 
mena  agli  Strozzi,  ove  arsono  venti  case  senza  quelle  che 
si  tagliarono  per  levar  l'alimento  alle  fiamme,  le  quali  attac- 
candosi di  tetto  in  letto  minacciavano  tutto  il  resto  della  con- 
trada. Venne  ancora  in  questi  dì  avviso,  come  era  morto  a 
Furli  insieme  con  la  sua  donna  Corso  Donali ,  nipote  del 
vecchio  Corso  ;  la  cui  morto  come  che  egli  fosse  bandito 
dalla  città,  increbbe  nondimeno  a  molli  cittadini,  da' quali 
fu  riputata  non  piccola  perdila;  perciocché  egli  avea  dato 
manifesti  segni  d'avere  a  riuscire  prode  e  valoroso  cavaliere, 
e  da  non  dover  esser  alfine  la  sua  opera  se  non  di  giova- 
mento alla  Repubblica,  quando  mai  fosse  restituito  alla  patria. 
Cessata  la  carestia,  vennero  in  Firenze  ambasciadori  del 
Tribuno  di  Roma  '  cercando   aiuto   per  1'  esercito  che   egli 

I  Questi  fu  Cola  (li  Renzo  :  la  cui  fine  fu  tanto  dal  principio  dis- 
simile: e  mostrò  come  è  semnre  vano  e  bugiardo  il  desiderio  di  libertà 
quando  non  è  accompagnato  d^  provata  e  sincera  virtù.  Intorno  ai  fatti 
di  Cola  (die  per  un  momento  colla  sua  impresa  fece  stupire  il  mondo) 
sono  princijialmente  da  leggere  le  lettere  del  Petrarca  :  il  quale  come 
prima  esaltò  l'.ipparente  gloria  del  tribuno,  poscia  ne  pianse  e  vitupe- 
rò la  superba  e  ingiuriosa  ambizione,  che  lo  fece  ricadere  nel  fango  on- 
d'era  uscitole  Roma  continuò  ad  essere  lo  scherno  delle  genti  e  la  fu- 
cina d'^ogni  abbominazione. 


LIBRO   DECIMO  453 

avea  mosso  contro  la  citlà  di  Viterbo,  la  quale  non  gli  pre- 
stava ubbidienza,  con  gran  maraviglia  e  stupore  di  quella 
età,  e  dei  secoli,  che  poscia  seguirono,  che  un  uomo  di  bassa 
condizione,  di  niuno  potere,  primo  di  lutti,  e  dopo  cosi  lun- 
go spazio  di  tempo  avesse  avuto  ardimento  di  tentare  a  ri- 
metter in  pie  la  romana  Repubblica,  e  a  restituirla  all'an- 
tico splendore  ;  perciocché  costui  a  guisa  d' un  vampo  tenuto 
occulto  sotto  le  ceneri  della  seppellita  e  quasi  spenta  virtìi 
romana,  armato  solamente  della  potenza  delle  parole,  ebbe 
in  sé  tanta  nobiltà  d'  animo,  che  gli  bastò  il  cuore  di  solle- 
var prima  la  plebe  romana  alla  speranza  dell'  antica  gran- 
dezza, e  con  r  aiuto  di  quella  di  tirarsi  dietro  Roma  e  gran 
parte  d' Italia.  Fu  egli  in  tanta  riverenza  e  riputazione  ap- 
presso ciascuno  per  aver  in  così  corrotto  secolo  posto  mano 
a  sì  grande  e  illustre  impresa,  die  potò  confinare  molti 
grandi  baroni  romani;  i  quali  per  la  comodità  delle  loro  ca- 
stella, e  per  le  gare  delle  fazioni,  le  quali  erano  tra  loro  . 
teneano  tutto  il  paese  oppresso  d'ammazzamenti  e  di  rube- 
rie. Scrisse  alle  Repubbliche  italiane,  siccome  fece  a  Firenze, 
che  egli  intendea  di  liberar  l'Italia  da' tiranni.  Citò  Carlo  di 
Boemia  e  Lodovico  il  Bavero,  che  venissero  in  Roma  a  mo- 
strare con  che  titolo  avean  preso  l' imperio.  Fece  intendere 
agli  elettori,  che  mostrassero  in  virtù  di  qual  privilegio  si 
aveano  arrogata  questa  autorità  di  elegger  gli  imperadori, 
essendo  questo  loro  ulìcio  del  popol  romano.  E  per  le  guerre 
che  seguirono  tra  la  regina  Giovanna  di  Napoli  e  Lodovico 
re  d'Ungheria  per  la  morte  d'Andreasso,  certa  cosa  è,  e  il 
re  e  la  regina  avere  mandalo  ambasciadori  e  doni  al  tribuno 
per  renderlosi  propizio  ;  in  cosi  allo  seggio  di  gloria  suole 
riporre  la  virlù  gli  amanti  di  lei.  La  Repubblica  fiorentina, 
chiamata  da  lui  figliuola  di  Roma,  e  fondala  e  edificata  da! 
popol  romano,  risentendosi  al  suono  di  sì  chiari  titoli ,  e 
sperando  per  la  virtìi  di  costui  la  grandezza  della  libertà  ita- 
liana, oltre  aver  fatto  grande  onore  agli  ambasciadori  suoi, 
gli  mandò  per  allora  cento  cavalieri  in  aiuto  ,  profferendosi 
di  dover  per  l'avvenire  fare  maggior  cose,  quando  il  biso- 
gno il  ricercasse.  Mandali  i  cavalieri  e  licenziali  gli  amba- 
sciadori uscì  con  la  nuova  signoria  (  «  trovandosi  podestà  di 
«  Firenze  Ermanno  de'  Guidoni  da  Sestine  »  )  gonfaloniere 


456  dell'  istorie  fiorentine 

Ubaldino  Ardinghelli  ;  di  cui  ordine  fu  fatta  una  legge  ,  che 
niuoo  priore  fatto  dal  duca  d'Atene  potesse  portar  arme,  come 
solevan  quelli  che  eran  fatti  dal  popolo  ;  e  sotto  pena  di  mille 
scudi  non  dovesse  alcuno  tener  pubbliche  o  celate  l'insegne 
sue  dentro,  o  fuori  della  città.  Queste  cose  furono  fatte  per 
r  odio  grande,  che  s'  avea  alla  memoria  del  duca,  accresciuto 
per  le  rappresaglie  fatte  dal  re  di  Francia.  Vietarono  ancor 
l'arme  a' ghibellini  e  simil  sorte  di  gente.  Gli  nficiali  della 
zecca  feciono  in  questo  tempo  far  nuova  moneta,  onde  fu 
attribuito  da  alcun  poeta  per  vezzo  ordinario  de'  Fiorentini 
il  variar,  fra  l'altre  cose,  così  spesso  i  conj ,  pesi,  e  la  qua- 
lità delle  monete.  I  priori  tentarono  di  corregger  la  logge 
fatta  da' capitani  di  parte  guelfa  nel  principio  di  quest'anno 
circa  l'approvazione  de' testimoni,  volendo  che  i  testimoni 
liei  ghibellino  accusato,  o  artefice,  o  scioperato  che  egli  si 
fosse,  in  nessun  modo  si  dovessero  accettare ,  se  non  fos- 
sero approvati  da' priori  e  da' loro  collegi:  la  qual  cosa  con 
mollo  lor  pregiudizio,  e  non  senza  pericolo  di  commuover 
la  città  a  romore,  non  solo  non  si  ottenne,  ma  fortificarono 
i  capitani  maggiormente  la  legge,  talché  per  l'avvenire  in- 
cominciarono a  cozzar  del  pari  con  l' autorità  de'  priori.  «  Era 
«  stato  eletto  per  capitano  del  popolo  di  Firenze  per  entrare 
«  il  primo  d'agosto  Negro  de 'Bruciati  cavaliere  bresciano,  ma 
«  essendo  morto  e  lasciato  un  figliuolo,  detto  Paolo,  fu  eletto 
«  in  luogo  del  padre  ».  Nel  gonfalonerato  di  Matteo  Rinaldi  fu 
per  perdersi  Lalerino,  il  quale  era  della  Repubblica  fioren- 
tina, per  un  trattalo  che  vi  tenevano  i  Tarlali  fuorusciti  di 
Arezzo  ;  ma,  scoperto  il  tradimento,  vi  si  riparò,  e  coloro 
che  teneano  mano  alla  congiura  furono  impiccati  parte  in 
Arezzo  e  parte  in  Firenze.  Il  guardiano  del  convento  di  Mon- 
tevarchi, il  quale  imputato  di  ciò  fu  tenuto  lungo  tempo  pri- 
gione, non  trovato  colpevole,  alla  fine  fu  liberalo.  Questo 
pericolo  fece  star  avvcrlita  la  signoria  per  quello  che  potea 
succedere  altrove,  e  perciò  fece  una  riformagione  per  tener 
più  ferma  la  terra  di  S-  Minialo:  che  i  grandi  di  Firenze 
fossero  grandi  a  S.  Miniato,  e  così  per  il  contrario.  Avea 
preso  il  gonfalonerato  Giorgio  di  Barone,  e  la  mortalitó  in- 
cominciata a' principi  della  stale  era  già  cessala,  non  avendo 
spento  più  che  quattromila  uomini.  Erasi  inteso  con  piacer 


LIBRO   DECIMO.  457 

grande  di  lutti  the  il  Bavero  era  morto  in  Baviera  cadendo 
da  cavallo,  quando  nuovi  accidenti  posono  la  Repubblica  in 
nuovi  pensieri,  essendo  verificato  quel  sospetto,  che  s'  ebbe 
in  Firenze  da  molti  prudenti  cittadini,  quando,  inlesa  la  morte 
di  Carlo  duca  di  Calabria,  verisirailmenle  antividero  molti 
mali,  che  poteano  succedere  a  quel  regno,  per  la  successione 
che  cadrebbe  alla  fine ,  morendo  1'  avolo  ,  nella  persona  di 
Giovanna  sua  nipote.  Imperocché  ci  erano  avvisi,  che  Lo- 
dovico re  d'Ungheria  non  polendo  con  tranquillo  animo  sof- 
frire l'indegna  morte  del  fratello,  e  per  questo  volendosi 
vendicare  contra  la  cognata,  oltre  che  pretendeva  il  regno 
appartenersi  a  lui,  a' 3  di  novembre  s'era  partilo  d'Unghe- 
ria, e  che  a'  26  era  giunto  in  Udine,  ove  era  stalo  ricevuto 
dal  patriarca  d'Aquileia  con  grande  onore;  che  parlilo  di 
là,  le  medesime  accoglienze  avea  ricevuto  in  Cividella  dal 
signore  di  Padova,  gli  slessi  onori  avergli  fallo  Mastino  a 
Verona,  ove  era  arrivalo  a' 2  di  dicembre,  e  che  tutti  i  si- 
gnori di  Lombardia  s'apparecchiavano  di  far  il  somigliante 
in  passando  egli  dalle  loro  città,  olire  gli  ambasciadori  man- 
datigli innanzi  per  onorarlo.  Onde  la  Repubblica  deliberò 
mandare  un'  onorevole  e  grande  ambasceria  al  re  ;  la  quale 
parlila  l'undecimo  giorno  di  dicembre  trovò  il  re  giunger 
a  Forlì  la  medesima  sera,  che  vi  giugnevan  gli  ambasciadori. 
I  nomi  de' quali  furono  questi.  Antonio  degli  Adimari,  Fran- 
cesco Strozzi,  Simone  Peruzzi,  Andrea  Rucellai,  tutti  cava- 
lieri, Oddo  Alloviti,  stalo  gonfaloniere,  e  Tommaso  Corsini, 
amendue  dottori  di  legge,  Antonio  degli  Albizi,  e  Paolo  Cap- 
poni, ovvero  Vettori,  stali  ancor  eglino  gonfalonieri.  Vanni 
de' Medici,  e  Gherardo  Bordoni.  A  questi  dieci  ambasciadori 
furono  assegnale  larghe  provvisioni  per  comparire  con  de- 
gnila e  grandezza  alla  presenza  del  re;  appresso  il  quale, 
come  principe  nato  e  allevato  fuor  d' Italia,  conveniva  acqui- 
stare riputazione  al  nome  fiorentino.  Essendo  mandata  detta 
legazione,  venne  avviso  che  la  città  di  Pisa  avea  mutato 
stato,  e  che  cacciatane  la  setta  de' Raspanti,  era  venuta  su 
quella  de' Bergoli;  di  cui  furono  capo  i  Gambacorti;  i  quali 
in  processo  di  tempo  furono,  ma  con  lor  molto  gran  disav- 
ventura, molto  favorevoli  a'  Fiorentini.  Gli  Ambasciadori  fu- 
rono intanto  ricevuti  lietamente  dal  re;  essendo  stala  com- 


458  dell'istorie  fiorentine 

raess<T  la  cura  del  parlare  in  persona  di  tulli  gli  altri  a  Tom- 
maso Corsini.  Di  cui,  avendo  oralo  in  lingua  latina,  la  somma 
del  parlare  fu  questa  :  ricordare  al  re  la  grande  amicizia  stata 
tra  i  suoi  maggiori  e  il  comune  di  Firenze  (  perciocché  il  re 
Lodovico  apparteneva  quello  al  re  Carlo  I,  che  faceva  ap- 
punto la  regina  Giovanna  '  ;  conciossiacosaché  dove  ella  era 
nata  da  Carlo  duca  di  Calabria  figliuolo  del  re  Ruberto,  di 
cui  fu  padre  Carlo  IL  e  avolo  Carlo  L  ,  così  Lodovico  era 
figliuolo  di  Carlo  Martello  re  d'  Ungheria,  nipote  d'  un  altro 
Carlo  re  d'Ungheria  e  principe  di  Salerno,  e  pronipote  di 
Carlo  IL,  il  quale  fu  figliuolo  di  Carlo  I  ) ,  e  ricordando  que- 
sta amicizia  al  re,  confortarlo  a  non  voler  degenerare  daj 
suoi  maggiori  intorno  l'amore  e  benivolenza  che  aveano  por- 
tato al  popolo  fiorentino.  Il  re  commise  la  risposta  al  ve- 
scovo Visprimiense  ;  il  quale  con  gralissime  parole  mnslrò, 
che  il  re  era  per  aver  sempre  i  Fiorentini  in  luogo  di  cari 
amici  e  fratelli,  e,  [xr  dar  un  saggio  della  sua  amorevolezza 
alla  Repubblica,  armò  cavalieri  tre  ambasciadori ,  Vanni  dei 
Medici,  che  fu  poi  detto  Giovanni  figliuolo  d' Alamanno,  che 
fu  ancor  egli  cavaliere,  Gherardo  Bordoni  e  Paolo  Capponi. 
Seguironlo  poi  gli  oratori  infino  a  Perugia,  ove  avendoli  il 
re  licenziati,  fece  intender  loro  che  gli  sarebbe  stato  so- 
praramodo  caro,  se  la  Repubblica  fiorentina  insieme  con 
quella  di  Perugia  e  di  Siena  deputasser  due  o  tre  arabascia- 
sciadori  per  comune,  per  assistere  appresso  la  sua  persona 
in  Napoli  per  valersi  del  loro  consiglio  Partilo  il  re  di  Pe- 
rugia per  entrare  nel  regno,  ove  giunse  alla  città  dell'Aquila 
la  vigilia  del  natale,  gli  ambasciadori  fiorentini  accozzatisi 
co' rettori  di  Perugia  e  coi  legati  dell'altre  terre  guelfe  di 
Toscana  e  col  cardinale  Bertrando  legalo  del  papa,  il  quale 
facea  residenza  in  Perugia,  incominciarono  largamente  a  trat- 
tare insieme  delle  cose  appartenenti  alla  conservazione  dello 
slato  comune  per  la  venuta  di  Lodovico  in  Italia.  E  parendo 
che  per  esser   egli  genero   del  nuovo   imperadore    Carlo,  e 

I  Luogo  certamente  errato  è  questo,  ed  è  malsicura  la  correzione: 
ma  pare  che  non  debba  alienarsi  molto  dal  vero  se  si  reftificlii  nel 
modo  appresso  :  Perciocché  al  re  Lodovico  appai  lenc'a  quello  che  al 
re  Carlo  I;  che  (cioè  il  che,  la  r/tial  appartenenza)  Jaceva  (cioè  co- 
stituiva )  appunto  la  regina  Giovanna. 


LIBRO  DECIMO  459 

per  aver  mostro  grande  intrinsichezza  e  amore  co' signori 
ghibellini  di  Lombardia  e  di  Romagna,  avesse  generato  al- 
cun sospetto  a  parie  guelfa,  consigliò  il  legalo,  esser  cosa 
necessaria,  che  dalle  già  dette  Repubbliche  guelfe  si  dovesse 
mandare  una  solenne  ambasceria  al  papa  pregandolo  a  intro- 
mettersi a  far  opera,  che  Carlo  non  passasse  in  Italia  ;  poi- 
ché con  l'appoggio,  e  arme  del  genero  avrebbe  potuto  far 
gran  danni  agli  amici  di  santa  Chiesa  ;  e  non  por  mente  , 
che  Carlo  fosse  slato  eletlo  dalla  Santità  sua,  essendo  stalo 
ciò  fatto  a  fine  di  cacciar  il  Bavero  ;  ma  ora  che  egli  era 
morto  non  dover  dar  a  Carlo  questa  occasione,  con  aprirgli 
la  porla  d'entrare  in  Italia,  di  risuscitare  l' amiche  ragioni 
presso  che  spente  dell'imperio;  «  consiglio  mollo  conforme 
«  alla  determinazione  fatta  nella  lega  1'  aprile  passalo,  e  do- 
«  manda  slimata  tanto  più  facile  a  ottenersi  dal  ponlelice, 
«  quanto  che  in  un  breve  che  avea  scritto  a'  Fiorentini  gli 
«  pregava  a  non  voler  dar  passo  né  aiuto  alle  genti  che 
«  sotto  colore  e  calore  di  F^odovico  re  d' Ungheria  presume- 
«  vano  di  attaccare  e  molestare  il  regno  di  Napoli  ». 

Queste  cose  riferirono  gli  ambasciadori  in  senato,  tornali 
che  furono  in  Firenze  ;  ove  giunsono  l'undecimo  dì  del  gon- 
faloneralo  di  Forese  Sacchetti  e  dell'anno  1348;  e  che  vi 
era  podestà  Quirico  de' Viscardi  da  Narni;  alle  quali,  '  per  le 
cose  che  seguirono,  non  si  fece  provvisione  alcuna;  l'avean 
ben  falla  d'  un  ufiziale  forestiere  per  rimediare  alle  molte 
fraudi  che  si  commettevano  da  quei  dell'abbondanza,  e  si 
prefissono  di  nuovo  i  mesi  e  i  giorni,  ne' quali  doveano  gli 
uKciali  forestieri  prender  nella  città  i  lor  magistrali,  essen- 
dosi in  ciò  falla  alterazione  a' tempi  del  duca  d'Atene.  Man- 
darono poi  due  ambasciadori  in  Valdipcsa  a  Luigi  di  Taranto, 
ove  era  venuto  in  compagnia  di  Niccola  Acciaiuoli  suo  intimo 
famigliare  per  proibirgli  che  non  entrasse  in  Firenze.  Era 
questi  nato  dal  Prenze  di  Taranto,  fratello  del  re  Ruberto; 
il  qual  principe  trentatrè  anni  addietro  nell'  infelice  giornata 
di  Montecatini  fu  capitano  della  Repubblica,  e,  dopo  la  morte 
d'Andreasso,  era  ultimamente  stalo  preso  per  marito  della 
regina  Giovanna;  la  quale  essendo  dinanzi  al  furore  del  re 

I  Intendi  le  cose  riferite  dagli  aiDbasciatori. 


460  dell'  istobie  fiorentine 

d'Ungheria  rifuggita  in  Provenza,  andava  egli  a  trovare  con 
piccola  compagnia.  Prevalse   la  carità   di  due   cittadini  alla 
pietà  e  debito  della  Repubblica;  perciocché    oltre  Niccola, 
che  '1  ritenne  por  dieci   dì  nella   sua  villa   di  Montefugoni, 
mentre  procuravano  aver  due  galee  de'  Genovesi,  solo  il  ve- 
scovo andò  a  ritrovarlo,  e  accompagnarlo  infino  in  Avignone 
alla  presenza  del  pontefice ,  essendo   uscito   dalla  memoria 
a  ciascuno  1'  aver  Luigi  in  quella  rotta  perduto  im   fratello, 
e  un  zio  ;  in  tal  modo  avea  il  nuovo  rispello  del  re  Unghero 
abbagliati   gli  animi   de' cittadini.    «  Non  restò   per  questo 
«  Luigi  d' avvisar  alla  Repubblica  il  suo   arrivo   e  stanza  in 
«  Avignone,  e  il  buon  trattamento  fatto  a  lui  e  alla  regina 
«  Giovanna  sua  moglie   dal   papa  e  da' cardinali,  con  pro- 
«  messa  del  pontefice  di  voler  pigliare  sopra  di  sé  il  nego- 
«  zio  del  regno.  E  qualche  tempo  appresso  mandò  Luigi  a 
«  Firenze   Jacopo   Pignattario  e  Filippo  degli   Spini  fioren- 
«  tino  suoi  consiglieri  a  dar   conto   del   suo   presto   ritorno 
«  in  Italia  per  ricuperare  il  regno,  dal  quale  il  papa  coman- 
«  dava  al  re  d'  Ungheria  di  uscirne  ».  La  cortesia  nondime- 
no, che  fu  negata  a  Luigi  nipote  del  re  Carlo  II,  e  a  cui  fu 
zio  il  re  Ruberto,  usarono  largamente  con  Filippo  Gonzaga 
signor  di  Mantova  ,  il  quale  tornava  di  Napoli,  ove  avea  ac- 
compagnato il  re  Lodovico  ;  onde  furono  molti  mormorii  frai 
cittadini,  parendo  cosa  molto  indegna,  che  quei  favori,  che 
non  erano  stali  conceduti  a  Luigi,  cosi  prodigamente  si  com- 
partissero ad  un  signore  di  fazion  ghibellina.  Furono  le  me- 
desime accoglienze  fatte,  nel  seguente  gonfalonerato  di  Fran- 
cesco Giovanni,  a  Maria  di  Borbona  imperatrice  di  Costan- 
tinopoli,   Despota   di  Romania,  e  principessa  di  Acaia  e  di 
Taranto ,  «  cognata  di  Luigi  »  ,  il  cui  marito  essendo  slato  fatto 
prigione  dal  re  d'Ungheria  in   Anversa,  ella  se  ne   tornava 
tutta  dolorosa  alla  casa  del   duca  di  Borbona  suo  padre  in 
Francia.  A   cui  non  solo   fu   usata  ogni   larghezza,  ma   la 
Repubblica  scrisse  lettere  al  pontefice  pregandolo  ad  inter- 
cedere col  re  per  la  liberazione  del  principe.  Aveano  i  se- 
natori  in  questo   tempo    dato  ordine,   che   si   fondasse  un 
gran  muro  in  Arno  di  Costa    a  S.  Giorgio,   ove  oggi  sono 
le  mulina  ,  per   condur  il  fiume  dentro  la  terra  per  dritto 
canale,  e  far  più  bella,  e  più  secura  dall'  impeto  della  pio- 


LIBRO  DECIUO.  461 

na  quella  parte  della  città,  quando  impedì  ogni  disegno  la 
peste  ;  la  quale  incominciando  a  mozzo  marzo  in  Firen- 
ze * ,  crebbe  poi  per  tulta  la  stale  orribilmente  soprattutle 
l'altre  mortalità,  che  per  innanzi,  o  dopo  inOno  ai  pre- 
senti tempi  avesse  la  misera  città  patito  giammai.  Questa 
avuto  origine  alcuni  anni  innanzi  in  Levante  verso  il  Cataio 
e  l'India  superiore,  e  nell'altre  provincie  circostanti,  e  ac- 
costatasi di  mano  in  mano  ,  quasi  camminando  ,  così  alle  na- 
zioni del  mar  maggiore  ,  e  alle  ripe  del  mar  Tirreno  nella 
Soria,  e  Turchia  inverso  1'  Egitto  ,  e  la  riviera  del  mar  rosso; 
come  della  parte  settentrionale  verso  la  Russia ,  Grecia ,  e 
Erminia,  fu  finalmente  da  alcune  galee  di  genovesi,  e  di 
catalani,  che  in  que' paesi  erano  ondale  per  lor  mercanzie, 
condotta  in  Italia.  Coloro  ,  i  quali  si  presono  pensiero  d'in- 
vestigare non  solo  ove  così  morlifera  pestilenza  avesse  avulo 
principio,  ma  da  qual  cagione  surla,  oltre  quello  che  ordi- 
nariamente si  suole  assegnare  alla  divina  giustizia  a  corre- 
zione de'  nostri  peccati ,  due  cause  lasciarono  particolarmente 
gcrilte  del  suo  nascimento.  Si  disse  per  molti;  che  alcun 
tempo  innanzi  ad  essa  peste,  nelle  parti  dell' Asia  superiore  , 
onde  ella  trasse  principio,  cadde  un  fuoco  dal  cielo,  ovvero 
uscì  dalla  terra,  il  quale  stendendosi  per  più  di  quindici 
giornate  verso  il  ponente  ,  arse  e  consumò  gli  uomini ,  e 
le  bestie  ,  gli  alberi ,  e  infino  alle  pietre ,  e  zolle  della  terra 
senza  alcun  riparo  ;  e  che  dal  puzzo  di  questo  fuoco  fosse 
generata  la  pestilenza,  che  spense  poi  tutti  quelli,  che  dal 
fuoco  non  erano  stati  compresi.  Altri  allegarono  quella  esser 
avvenuta  per  esser  piovute  per  tre  dì  e  tre  notti  in  quel 
paese  bisce  esangue,  che  appuzzarono,  e  corruppono  tutte 
le  contrade;  e  furono  alcuni  tanto  diligenti  a  raccontare  l'ori- 
gine de' nostri  mali,  che  così  fatte  bisce  dissono  essere  stati 
vermini  grandi  con  otto  gambe,  lutti  neri  e  coduti,  spavente- 
voli a  vedere,  e  cui  pugnevano  ,  attossicavano  come  veleno. 
Un'  altra  cosa  maravigliosa  fu  scritla,  che  in  Alidia,  terra  del 
Soldano,  morii  gli  uomini,  non  rimasono  se  non  femmine,  e 
che  quelle  per  rabbia  si  mangiarono   1'  una  1'  altra.   Altrove 

'  Questa  è  quella  terribile  pestilenza  descritta  con  sì  Tira  e  piatovi 
eloquenza  da  Giovanni  Boccaccio  nella  introduzione  al  suo  Decamerone. 


462  dell'istorie  fiorentine 

così  uomini  come  donne  comprese  da  quel  male  ,  esser  di- 
venule  a  guisa  di  statue  ,  onde  alcuni  infedeli  fossero  stati 
per  convertirsi  alla  fede  di  Cristo ,  se  simili  mali  non  aves- 
sero inteso  esser  poi  succeduti  nelle  provincie  de'  Cristiani. 
Qual  si  fosse  stata  di  sì  gran  mortalità  la  cagione,  incomin- 
ciò ella  nel  sopraddetto  tempo  in  Firenze,  variando  il  modo 
del  morbo,  che  teneva  in  oriente,  i  suoi  dolorosi  effetti  a 
mostrare.  Imperocché  non  sangue  ,  che  uscia  alimi  del 
naso,  come  in  Levante,  ma  ccrle  enfiature  ,  che  nascevano 
agli  uomini,  come  alle  donne  nell'  anguinaia,  o  sotto  il  di- 
tello delle  braccia  era  per  lo  più  segno  d' inevitabil  morte 
a  ciascuno.  Queste  enfiature  poco  più  o  men  grandi  d'  una 
mela,  volgarmente  gavoccioli  chiamate  ,  incominciarono  poi 
a  mutarsi  in  alcune  macchie  nere,  o  livide,  le  quali  indifTe- 
renlemenle  per  tutte  le  parti  del  corpo  spargendosi,  quello 
in  tre,  o  quattro  giorni  senza  aiuto  per  lo  più  di  febbre  o 
d'  altro  accidente  uccidevano.  Corse  nel  principio  alla  cura 
di  questo  male  non  solo  la  diligenza  de' medici,  ma  la  pietà 
de'  parenti,  e  degli  amici,  cercando  con  opportuni  rimedi,  e 
con  ogni  sollecita  industria  di  ripararvi.  Ma  poiché  ciascuno 
s'  avvide,  che  non  solamente  col  toccare,  o  con  l'usare  con 
l'appestato,  ma  col  vederlo  da  presso,  o  con  l'entrargli 
pur  in  casa,  senza  giovar  a  lui,  nuoceva  a  se  medesimo, 
il  morbo  a  se  stesso  appiccando  ,  il  male,  che  di  sua  natura 
era  grande  ,  incominciò  per  sì  falla  cagione  a  diventare  gran- 
dissimo ,  restando  per  lo  più  gl'infermi  d'ogni  umano  aiuto 
privati.  I  padri,  veggendo  la  grandezza  del  male,  benché 
fossero  grandemente  sbigotlili ,  sentendo  che  egli  veniva 
da  corruzion  d' aria,  formarono  un  ufìcio  d'otto  cittadini  per 
un  anno  per  provvedere  alla  polizia  della  città  ,  sì  per  le 
strade  come  per  le  case  '.  L'entrar  in  essa  a  qualunque  in- 
fermo vietarono.  Proibirono  ,  che  cibi  o  frutti  nocivi  vi  s' in- 
tromettessero. Ma  ogni  rimedio  tornava  vano  ;  perciocché 
essondo  il  nimico  domestico  entrato  già  dentro,  e  occupata 
la  misera  città  per  tutte  le  parli  sue ,  poco  bisogno  le  facea 
dell'aiuto   di   fuori.  Ricorsone   per  qucslo,    come  si  fa   in 


'  Il  vecchio  Ammirato  dice.-  a  purgar  la  città  di  tutte  /'  immuii" 
Jizie  si  i'olsona. 


LIBRO   DECIMO-  463 

tutti  quei  casi ,  ove  1'  opera  degli  uomini  non  è  piìi  di  gio- 
vamento ,  alla  misericordia  di  Dio ,  visitando  con  gran  de- 
vozione i  terapj  della  città,  facendo  pubbliche  processioni 
per  essa,  orando  per  lungo  spazio  nelle  case  privale  ,  aste- 
nendosi d'alcuna  sorte  di  cibi,  dispensando  larghe  limosine 
a' poveri,  promettendo  ciascuno  a  Dio  di  riammendare  i  falli 
della  passata  vftar-€' ogn'  altra  cosa  facendo,  onde  sperano  i 
mortali  poter  mitigare  nelle  loro  sciagure  l' ira  divina.  Ma 
né  queste  erano  d'alcun  profitto  in  scernari!  la  grandezza  del 
morbo  ;  come  se  sdegnata  la  bontà  di  Dio  per  le  malvagità 
de'viventi  avesse  chiuso  gli  orecchi  della  sua  pietà  all'im- 
monde preghiere  de'  peccatori. 

In  così  miseri  e  infelici  tempi  prese  il  primo  giorno  di 
aprile  il  sommo  magistrato  Francesco  de' Medici  cavaliere, 
più  per  continuare  1'  antico  costume  della  Repubblica,  e  per 
non  mostrare,  che  ella  piegasse  il  collo  affatto  sotto  il  peso 
di  tante  miserie ,  che  perchè  a  cosa  altra  pubblica  o  privata 
si  potesse  attendere,  che  alla  considerazione  de'  mali  pre- 
senti. I  quali  non  che  menomassero  in  modo  alcuno,  ma  si 
andavano  tuttavia  con  la  stagione  facendo  maggiori.  Impe- 
rocché veduto  coloro,  che  erano  ancor  sani,  non  scienza  di 
medici,  non  opportunità  di  rimedi,  non  sollecitudine  di  pa- 
renti e  d'  amici,  non  preghiere  e  voli  a  Dio  fatti ,  giovar  a 
coloro,  i  quali  erano  dalla  peste  assaliti,  solo  in  che  guisa 
potessono  se  stessi  conservare  pensavano.  Onde  vari  e  strani 
accidenti  in  queste  due  generazioni  di  sani,  e  d' infermi  si 
videro  in  quel  tempo  nella  città  avvenire.  I  sani  non  si  cu- 
rando più  che  padre,  o  fratello,  o  figliuolo,  o  moglie,  o  ma- 
rito si  morisse,  avvisando,  che  il  moderatamente  vivere,  e 
l'astenersi  dalle  superfluità  grandemente  a  così  fatto  male 
giovasse,  avendo  provveduto  delle  cose  necessarie  le  case 
loro,  in  quelle  sobriamente  vivendo  ,  si  rinchiudevano  non 
permettendo,  perchè  il  mondo  andasse  sozzopra,  che  di  cosa 
alcuna,  o  buona,  o  rea  ch'avvenisse,  fosse  loro  da  alcuno 
di  fuori  parlato.  Altri  di  costoro  il  contrario  credendo,  e  per 
questo  immaginandosi,  che  il  bere  e  il  mangiare  a  lor  vo- 
glia, i  giuochi  e  i  balli,  1'  andar  cantando  e  sollazzando  per 
tutto  fosse  ottimo  rimedio  a  cosiffatto  morbo,  ogni  maninco- 
nia  da  loro  bandita,  e  quasi  tanti  Sardanapali  falli,  ora  per 


464  dell'istorie  fiorentine 

una  taverna,  e  or  per  un'  altra,  solo  a  pigliarsi  piacere  at- 
tendevano: il  medesimo  molte  volle  per  l'altrui  case  facen- 
do; le  quali  non  csislimando  i  padroni,  che  tuttavia  anda- 
van  mancando,  che  il  risparmio  fosse  di  necessità,  per  lo  più 
erano  con  non  mai  piìi  udita  prodigalità  a  ciascuno  diven- 
tale comuni.  Molli  furono,  i  quali  ogn'  altra  cosa  riputando 
vana,  che  il  fuggire  davanti  a  così  miserabile  strage  della 
natura  umana,  la  città  abbandonando,  alle  lor  ville  si  riduce- 
vano,  e  ivi  quasi  perduta  la  memoria  del  presente  slato,  il 
più  che  per  loro  si  potea,  davano  opera  a  vivere  lictamentf, 
avvenga  che,  sopraggiunti  spesso  da  quel  male,  dal  quale  fug- 
givano, tardi  s'accorgessero  non  più  a  loro  la  lor  cautela 
aver  giovato,  che  altrui  s'avesse  fatto  la  trascuratezza;  soprat- 
tutto per  la  poca  speranza  che  s'avea  d'avere  alla  fine  a 
sopravvivere  a  tanta  rovina,  era  ciascuno  fatto  mollo  sicuro 
contra  quello  spavento,  che  naturalmente  hanno  gli  uomini 
della  morte.  E  per  questo,  come  non  \i  fosse  più  senliraenlc 
di  essa,  era  tra  i  sani  e  tra  costoro,  che  una  volta  s'  erano 
deliberati  di  non  voler  dell'  altrui  miserie  partecipare ,  una 
somma  letizia,  accompagnala  dal  non  sentire  ninno  di  quei 
disagi,  che  in  altri  tempi  sono  usi  gli  uomini  a  patire,  per- 
ciocché ei  non  v'  era  più  tema  di  magistrati,  non  di  leggi, 
o  di  superiore  veruno.  Il  debitore  non  dubitava  d'esser  più 
convenuto  '  per  il  suo  debito,  nò  il  micidiale  avca  punto  so- 
spetto d'  esser  preso  dai  ministri  della  giustizia  ;  le  arti ,  la 
mercatura,  e  qualunque  altro  studio  o  esercizio  meccanico, 
0  liberale  si  fosse,  si  riposava.  Era  a  ciascun  lecito  usare 
con  cui  più  volesse,  senza  tener  conto  di  vergogna  o  di 
onore.  Talché  da  cosi  fatta  generazione  d'  uomini  infino  al 
culto  divino  s'era  cominciato  poco  a  curare,  come  non  più 
necessario  alla  natura  che  mancava.  Tali  erano  i  modi  tenuti 
dai  sani.  Ma  molto  diversa  da  costoro,  e  cosa  miserabile  a 
vedere,  o  pure  ad  immaginarsi,  era  la  disposizione  e  qualità 
degl'  infermi,  i  quali  gravati  dalla  grandezza  del  morbo,  erano 
anche  oppressi  dalla  considerazione  della  crudeltà  de'proprj 
parenti;  veggendosi  il  figliuolo  dal  padre,  e  il  padre  dal  fi- 
gliuolo, i  mariti  dalle  lor  donne,  e  così  per  il  contrario  le 

I  cioè,  dialo,  chiamato  in  giudizio  ec. 


LIBRO   DECIMO  465 

mogli  dai  mariti    esser   abbandonale   Imperocché   non  così 
tosto  si  sentiva  alcuno  di  cosiffatto  maio   rammaricare,  che 
dicendogli  colui,  il  quale  seco  era,  per  stretto   parente  che 
egli  gli  fosse,  che  andava  per  condurgli   il   medico,  tiratosi 
l'uscio  dietro,  spesse  volte  mai  più  non  vi  ritornava,  finché 
colui,  se  tanto  vigor  gli  rimanca,  fattosi  alla  fenestra,  vicini^ 
0  viandante  chiamasse   che  gli   porgesse    soccorso  ;  il  quale 
non  trovando  spesso  più  cortesia  nel  forestiere ,  che  avesse 
fatto  nel  congiunto,  conveniva  che  o  del   contralto  male,  o 
di  disagio  si  morisse.  E  sarebbono  molli  infin   della  sepol- 
tura mancali  (se  questo  non  è  leggier  pena  dietro  l'affanno 
di  così  orribii  morte),  se  il  puzzo  de'corrotti  corpi,  penetrato 
a' vicini,  non  avesse  quelli  sforzalo  più  per  tema  di  sé  rae- 
tlesimi,  che  per  carità  a  fargli  sgombrare  da' letti,  ove  era- 
no dislesi,  e  mettergli  su  gli  usci   delle  proprie  case  ,  onde 
poi  da  coloro,  che  a  questo  uficio  si  trovavan  proposti,  erano 
alla  sepoltura  portati.  Non  furono  in  ciò  molto  più  fortunali 
coloro,  i  quali,  benché  serviti   fossero,  in  mano  d'uomo  o 
di  femmina,  che  faceva  questo  mestiere  a  prezzo,    s'abbat- 
tevano, i  quali  non  servendo  ad   altro,   che   a  porgere  agli 
infermi  le  cose,  che  erano  loro  addomandale,  né  usando  in 
ciò  distinzione  alcuna,  spesso  nocivi  cibi  porgendoli,  affrel- 
tavan  loro  morte,  e  essi  contaminali  il  più  delle  volte  dalla 
coutagione  del  male,  a  pie  del  morto  infermo  con  l'infelice 
guadagno  sé  stessi  ancora   perdevano.  «  Papa  Clemente  sen- 
te tito  dalle   lettere   de' priori  e  gonfaloniere  le  miserie   di 
a  morte,  nelle  quali  la  città  si  trovava,  olire  all'averla  con- 
ce solala  con  pubblico  breve,  concedè  indulgenza  plenaria  a 
w  lutti  quelli  che  in  articolo  di  morte  si  fossero    confessali. 
«  E  perchè  come  buon  padre  e  pastore   non   avea  mancato 
«  di  far  ogni  opera  col  re  di  Francia,  perchè  i  Fiorentini  po- 
ti tessero  tornare  a  negoziare   in  quel  regno,  scrisse  a' 21  di 
«  maggio,  che,  sempre  chs  si  fosse  levata  la  taglia  posta  al 
a  duca  d'Atene,  che  il  re  se  ne   contentava  ».  Ma  andan- 
dosi r  umana  generazione  spegnendo  in  Firenze,  e  per  tutto 
il  mondo  (che  ragguagliato  1'  un  dì  per  l'altro  dentro  le  mura 
della  città  più  di  seicento  anime  il  giorno  mancavano),  poco 
si  poteva  attendere  ad  altro  negozio.  E  non  meno  che  dalla 
morte  slessa  nasceva  l'orrore   e  lo  spavento  dal  seppellirli, 
Amm.  Vol.  il  30 


466  dell'  istorie  fiorentijse 

come  cosa  più  esposta  agli  occhi  di  tutti  ;  facendo  la  neces- 
sità nascere  usanza  e  costumi  molto  divertii  a  quelli  di  prima; 
che  nò  1'  usala  frequenza  si  vedea  innanzi  di  preti  e  di  frati 
al  mortorio,  ne  cerimonie  s'usava  di  cera  o  di  pompa  fu- 
nebre alcuna,  ne  all'antiche  sepolture  de' loro  maggiori  erau 
portati  i  morti  cittadini,  ma  da  tre  o  quallro  cherici  accom- 
pagnati, con  poco  e  talora  senza  alcun  lume,  alla  prima  fossa 
.iperta  della  ])iii  vicina  chiesa,  che  s' incontravano,  eran  git- 
lali.  Olire  così  miserabii  sembianza  di  morii,  la  quale  conti- 
nuava tulla\ia  nel  gonfaloneralo  di  Luca  Guicciardini,  quello 
che  faceva  per  lo  più  raccapricciar  1'  animo  a  ciascuno,  era, 
che  spesse  volte  non  un  sol  morto ,  ma  tre  e  quattro  erano 
nella  bara  portati  a  seppellire,  e  non  una,  ma  molte  Gate  av- 
venne che  una  intiera  famiglia  ne  fu  ad  un'otta,  e  in  una 
di  coleste  bare,  portala  al  sepolcro,  lasciata  la  casa  vola  di 
abitatori,  e  dietro  una  croce,  che  era  per  un  morto  o  per 
una  bara  uscita,  spesso  tre  e  quattro  bare  si  videro  accom- 
pagnare, essendo  minor  il  numero  de' cherici,  che  quello  dei 
morti.  E  a  tanto  scherno  erano  finalmente  le  cose  umane 
londotle,  che  coloro,  i  quali  questi  servigi  a  prezzo  facevano, 
che  beccamorti,  o  becchini  si  facevan  chiamare ,  non  con 
decoro  o  riverenza  alcuna,  pensando  che  onorali  cittadini,  e 
non  capre  aveano  alle  spalle,  ma  per  Io  più  con  dissolute 
risa  e  molti,  e  con  sformale  grida,  e  romore  li  portavano 
alia  sepoltura.  E  quelli  con  un  poco  di  terra  coperti,  torna- 
vano volando  per  gli  altri,  infinchè  avendoli  a  suolo  a  suolo 
a  guisa  di  mercanzie  riposti,  vedevan  la  fossa  infino  al  som- 
mo esser  ripiena.  Di  tal  natura  fu  la  famosa  morìa  del  qua- 
rantotto, da  coloro,  che  ciò  presono  per  proprio  fine,  con 
grande  apparecchio  d'eloquenza  celebrala  ';  la  quale  inco- 
minciando a  mancare  del  mese  d'agosto,  di  tale  e  lanla  pos- 
sanza fu,  secondo  gli  autori,  che  vissero  a  que' tempi,  rac- 
contano, che  intorno  a  centomila  persone  solo  dentro  la  città 
di  Firenze  si  trovarono  esser  mancale  ^.  Oltre  il  numero  di 
molli  savi  cittadini  morti,  per  lo  cui  consiglio  si  governava 


'  Inteadi  il  Boccaccio. 

2  Sì  vede  che  la  popolazione  di  Firenze  in  (juel  tempo  era  grandis- 
sima, e  di  gran  lunga   superiore   aJla  presente. 


LIBRO   DECIMO.  467 

la  Repubblica,  mori  in  quella  peste  Giovanni  Villani,  non  pic- 
colo ornamento  del  nome  fiorentino ,  se  noi  con  occhio  non 
livido  vogliamo  por  mente  non  aver  la  lingua  toscana  forse 
più  antico,  0  al  sicuro  più  copioso  scrittore  di  storie  di  lui; 
onde  a  lui  solo ,  siccome  ad  un  fonte  abbondantissimo  ve- 
diamo ricorrere  tutti  coloro,  i  quali  le  memorie  de'  passati 
secoli  di  qualsivoglia  stato,  o  principato  del  mondo  s' han 
tolto  cura  di  metter  insieme  '  ;  e  ciò  non  solo  con  gloria,  e 
onor  della  patria  sua,  ma  con  lode  particolare  della  pietà 
della  famiglia  de'Villani,  essendo  a  lui  succeduto  nella  sto- 
ria Matteo  suo  fratello,  siccome  a  Matteo  non  molto  poi  suc- 
cedette Filippo  suo  figliuolo. 

Ma  come  diversi  erano  slati  gli  accidenti,  e  le  fortune 
delle  cose,  mentre  la  peste  era  durata,  quasi  molto  più  strani 
rasi  s' incominciarono  per  un  pezzo  a  vedere,  dopo  che  ella 
cessò  ;  perciocché  essendo  quelli  pochi,  che  a  tanta  rovina 
eran  sopravvissuti,  restati  tulli  ricchi,  e  di  danari,  e  di  po- 
deri, e  di  vesti,  e  d'  altre  masserizie  abbondanti,  malagevol 
opera  sarebbe  a  narrare  in  quanta  morbidezza  per  questo 
montassero.  I  nobili  senza  alcun  ritegno,  come  se  più  non 
potesser  morire,  a  tulli  i  carnali  diletti  in  preda  si  diedono 
prendendo  quasi  per  uno  onesto  refrigerio  de'passati  mali, 
a  usare  dissolutamente  tulle  quelle  cose  ,  che  sogliono  cor- 
rompere i  buoni  costumi,  convili,  giuochi,  meretrici,  e  di- 
susale foggie  di  arredi  e  di  vestimenti.  I  maschi  e  le  fem- 
mine del  minuto  popolo,  come  vediamo  spesso  ne' travesti- 
menti delle  commedie,  essendosi  delle  belle  e  ricche  robe 
dei  nobili  cittadini,  e  orrevoli  donne  morte  rivestiti,  come 
se  quelli  presenti  beni  eternamente  a  durar  avessero  ,  non 
volevano  agli  usati  mestieri  tornare.  Ne  i  conladini  si  dispo- 
nevano a  voler  coltivar  la  terra.  Gli  artefici  della  città  ira- 
moderati  pagamenti  per  le  loro  raanifalture  ^  addomandavano. 

I  Quest'onore, che  alla  memoria  del  Villaui  rende  il  nostro  Ammi- 
rato, è  un  Lello  esempio  di  gratitudine,  che  i  nostri  antichi  scrittori 
rendevano  ai  loro  antenati:  i  quali  se  prendevano  a  fare  unp=ctoria,  non 
cominciavano,  come  si  fa  oggi,  dal  beflarsi  di  coloro  che  l'avevano  pre- 
ceduti. 

2  La  yoce  manifattura  è  antica  e  nostrale  ;  e  significa  prezzo  di 
lavoro,  o   lavoro   stesso,  come   è  in   questo  luogo. 


468  dell'istorie  fiorentine 

E  in  somma  non  si  vedea  fra  tutti  se  non  una  dismisurala 
jillerigia  e  orgoglio  ;  per  le  quali  cose  frenare,  molle  leggi 
si  feciono  dai  magistrali  ;  i  quali  incominciavano  a  ripigliare 
ìa  tralasciata  e  scorsa  antorilà  loro.  «  E  così  a' 29  d'Agosto 
'(  fu  fatto  legge,  la  quale  ancora  si  osserva:  Che  i  minori  di 
rt  diciotlo  anni  non  si  potessero  obbligare,  perchè,  mandando 
«  male  roba,  eran  poi  coslrelli  dal  bisogno  a  far  delle  inde- 
«  gnilà,  come  ne  anche  volsero  che  si  potessero  obbligare 
«  le  donne  maritate,  le  quali  o  per  amore  o  timore  de'ma- 
«  riti  obbligando  le  lor  doli,  in  caso  poi  di  ristituzione  re- 
'(  stavano  spesse  volle  senza.  E  obbligandosi  gli  uni  e  le  al- 
ti tre  dovesse  seguire  con  l'interposizione  e  presenza  de'ca- 
«  pitani  della  compagnia  delle  B.  Ver.  M.  di  S.  Michele  in 
«  Orlo,  e  alla  presenza  d'un  giudice  legista,  e  del  padre  o 
«  tutore  di  tal  minore,  e  donna,  e  in  questo  caso  si  potesse 
«  dare  il  curatore  all'uno  e  all'altro;  e  i  capitani,  giudice  e 
«  curatore,  giurassero  di  tener  per  utile  la  causa,  per  la  quale 
«  si  trattava  d'obbligare;  altrimenti  l'obbligo  fosse  nullo,  e 
«  il  notaio  punito  in  lire  mille  ;  e  a'  pupilli  e  minori  di  di- 
te ciotto  anni,  i  quali  non  avean  per  testamento  curatore,  fosse 
«  dato  loro,  e  senza  questi  non  valesse  qualunque  obbligo 
«  facessero.  Nello  stesso  dì,  per  onore  e  comodo  della  città 
'<  e  del  dominio,  e  per  sovvenire  in  qualche  parte  al  raan- 
«  camento  degli  uomini  fu  risoluto,  che  si  aprisse  uno  stu- 
fe dio  pubblico  di  tutte  le  scienze  e  arti  in  Firenze,  e  crea- 
te rono  per  due  anni  un  magistrato  di  otto  cittadini ,  che 
«  furono  Tommaso  de' Corsini,  Sandro  da  Quarala,  Filippo 
'<  Magalotti,  Jacopo  degli  Alberti,  Niccola  di  Lapo,  Bindo 
«  degli  Altoviti,  Giovanni  di  Cante  de'  Medici  e  Neri  di  Lip- 
«  pò,  a' quali  fu  dato  ogni  autorità  e  balìa  di  procurar  pri- 
«  vilegi,  di  deputare  il  luogo,  di  condur  dottori  per  leggere, 
«  di  assegnare  provvisioni,  e  di  far  ogn'altra  cosa  necessaria 
«  per  il  buono  effetto  di  esso.  Un'altra  legge  fu  fatta,  che 
«  se  fosse  in  essere  oggi  sarebbe  un'  utile  e  santa  cosa,  e 
«  questa  fu  :  Che  persona  vendesse  o  comprasse  cosa  alcuna 
t<  a  credenza,  non  solo  per  la  città  e  dominio,  ma  per  cento 
u  miglia  vicino  a  Firenze,  con  pena  a  chi  facea  la  credenza 
«  di  perdere  il  credito  e  d'  esser  punito  in  altrettanta  som- 
«  ma,  applicata  la  metà  al  comune ,  e  l' altra  all'  arte,  nella 


LIBRO   DECIMO.  469 

(  quale  quel  tale  fosse  descritto-  Il  fine  di  questa  legge  fu 
«  per  rimediare,  che  molli,  dopo  aver  fatto  debito,  facevano 
«  banca  rotta  e  se  ne  fuggivano.  Era  in  questo  tempo  po- 
«  desta  della  città  Salamone  de'Salamoni  da  Billonio  ».  La 
signoria  ch'entrò  il  primo  di  settembre  con  Giovanni  del 
Bello  nuovo  gonfaloniere,  già  liberata  la  città  affatto  della 
mortalità,  corresse  soprattutto  la  pompa  delle  nozze,  le  quali 
per  riparare  al  mancamento  degli  uomini  furono  frequentis- 
sime allora  più  che  in  altro  tempo.  «  S'  ordinò  di  far  nuova 
«  imborsazione  per  tre  anni  di  cittadini  popolari  guelfi  alli 
«  ufici,  essendo  le  borse  piene  di  nomi  di  morti  ».  E  a' molti 
ufizi  della  città  e  fuori  volsero  che  s'  imborsassero  anche  dei 
grandi.  Con  questi  nuovi  costumi  sorsono  tra' cittadini,  per 
l'eredità  lasciale,  piali,  e  quistoni  senza  fine,  di  che  gran 
guadagno  venne  a' causidici,  e  lungo  tempo  si  sentirono  ri- 
sonare le  corti  de' magistrati  delle  differenze  e  contese  loro. 
E  benché  gli  uomini  delle  cose  fatte  fossero  restati  molto 
ricchi,  nondimeno  di  quelle  che  aveano  a  farsi ,  la  carestia 
fu  molto  grande,  essendo  mancati  gli  artefici  in  tanto  nota- 
bil  numero,  e  quelli,  che  erano  restati,  avendo  al  doppio 
rincarato  il  pregio  del  loro  artificio-  Tra  questi  mali,  le  li- 
mosine  lasciate  a'  luoghi  pii  furono  di  notabile  quantità.  Im- 
perocché allo  spedale  di  S.  Maria  Nuova  furono  lasciali  più 
di  venticinquemila  fiorini  d'  oro  ;  più  di  trenlacinquemila  ne 
ebbe  una  nuova  compagnia,  detta  della  Misericordia,  a  cui 
restò  poi  la  cura,  con  pietosa  perseveranza  infiuo  a  questi 
tempi,  delle  cose  appartenenti  alla  peste.  E  quello  che  non 
sarebbe  stalo  poco  all'  imperio  di  Roma,  trecentocinquanta- 
raila  ne  furono  lasciati,  che  si  distribuissero  fra'poveri  per 
i  capitani  della  compagnia  d'  Orto  S.  Michele,  benché  non  ci 
essendo  restati  poveri ,  gran  parie  di  questa  moneta,  mala- 
mente dispensata  andasse  in  beneficio  de'  cittadini  che  la  go- 
vernavano, facendosi  eleggere  con  grande  astuzia  e  sagacilà 
di  tempo  in  tempo  1' un  l'altro;  finché  dopo  alquanti  anni 
la  Repubblica,  forse  con  non  mollo  più  giusta  pietà,  trovò 
rimedio  a  questo  disordine,  convertendo  parte  di  questi  da- 
nari ne' bi-sogni  del  comune.  A' 6  poi  di  novembre  nel  gon- 
falonerato  di  giustizia  di  Francesco  Strozzi  s'aperse  lo  stu- 
dio: e  i  dottori  de'più  famosi  chiamati  di  molte  parti  d'Italia 


470  dell'  istorie  fiorenti?<e 

cominciarono  a  leggere,  «  e  fra  essi  ci  fu  di  Firenze  Toro- 
«  maso  de'  Corsini  per  legger  civile  ».  Dal  poco  numero  di 
uomini  restalo  in  Firenze  presono  gli  Ubaldini,  poco  fedeli 
amici  de' Fiorentini,  a  travagliare  le  strade,  e  avendo  fra  gli 
altri  danni  ucciso  e  rubato  un  cittadino  fiorentino  e  non  vo- 
lendo star  all'emenda  del  delitto  commesso,  il  comune  man- 
dò il  capitano  della  guardia  con  molti  soldati  a  piò  e  a  cavallo 
sopra  le  terre  loro,  ove  feciono  gran  danno;  il  che  fu  nuovo 
principio  di  guerra  con  quella  famiglia,  e  fine  dell'anno  48. 

Prese  il  gonfalonerato  per  i  due  primi  mesi  dell'anno 
1349  Naddo  da  Filicaia;  la  cui  famiglia,  benché  egli  fosse 
figliuolo  di  Spigliato  notaio,  si  crede  per  continuata  opinio- 
ne esser  una  stessa  con  quella  de'  Tedaldi  detti  della  Vi- 
tella, antichi  gentiluomini.  «  In  questo  gonfalonerato  la  Re- 
«  pubblica  riacquistò  Colle  di  Valdelsa  e  Sangiraignano.  In 
<(  Colle  s'  erano  suscitate  alcune  brighe  domestiche ,  per  le 
«  quali  s'  era  venuto  all'  armi.  Vi  fu  per  tanto  mandato  con 
«  trecento  cavalli  Niccolò  della  Serra  d'  Agubbio,  capitano 
«  del  popolo  in  Firenze,  dove  era  podestà  Zaccaria  di  Ri- 
<(  nieri  di  Zaccheria  da  Orvieto  ;  ma  non  parendo  a'  Colle- 
«  giani  di  potere  resistere  alle  forze  de'  Fiorentini,  non  si 
a  fidando  dentro  1'  una  setta  dell'  altra,  si  risolvettero  di  darsi 
«  alla  Repubblica  ;  la  quale  vi  mandò  a  pigliarne  il  possesso 
«  Michele  di  Manetto  e  Niccolò  Biuzzi.  Quasi  lo  stesso  av- 
«  venne  di  Sangimignano ,  diviso  con  non  men  pericolose 
«  brighe  di  quello  eh'  era  stalo  la  terra  di  Colle ,  e  però  si 
«  risolvè  ancor  egli  di  darsi  alla  Repubblica  per  il  termine 
«  di  tre  anni,  con  autorità  di  potervi  fare  un  cassero  per 
«  guardarlo.  Fu  mandato  a  pigliarne  il  possesso  tre  Gio- 
((  vanni,  Alberti,  Lanfredini  e  Raffacani.  Si  riebbero  ancora 
«  S.  Maria  a  Monte,  e  Montopoli,  e  nella  ricuperazione  di 
«  questo  essendosi  i  soldati  portali  valorosamente,  ebbero 
«  paga  doppia  e  mese  compiuto.  Mentre  le  cose  passavano 
«  così  prosperamenlc  per  di  fuori,  in  casa  non  si  poteva  raf- 
«  frenare  il  lusso  delle  donne  negli  adornamenti,  come  ne 
<(  anche  1'  eccesso  nelle  nozze  e  conviti  ;  e  perchè  l' autorità 
<c  di  condcnnare  i  delinquenti  era  commessa  al  capitano,  e 
«  podestà,  ne  fu  data  anche  la  cura  all'esecutore,  prevalendo 
«  fra  loro  la  prevenzione.  Gli  uomini  di  Montevarchi  essen- 


LIBRO   DECIMO.  471 

(  dogli  nella  peste  raorli  tulli  i  notai ,  e  così  convenuto  a 
'(  molti  moribondi  far  testamento  per  mano  di  persone  pri- 
'<  vate,  ottennero  che  i  falli  in  quel  tempo  dal  primo  di 
«  maggio  al  primo  di  settembre  avessero  la  medesima  forza 
«  come  rogali  per  mano  di  persona  pubblica.  Al  Filicaia  suc- 
«  cedette  nel  gonfalonerato  Sandro  Bilioni,  nel  tempo  del 
<(  quale  volendosi  provvedere  a  ripopolare  la  città,  e  intanto 
«  a  trovar  danari,  furono  eletti  sedici  cittadini,  quattro  per 
«  quartiere,  i  quali ,  con  participazione  però  della  signoria , 
«  potessero  tassare  i  banditi  e  condennati  in  quella  quantità 
'(  di  moneta  che  paresse  loro,  la  quale  pagata ,  restassero 
«  liberi,  escludendo  da  poter  godere  di  simile  tassazione  i 
'<  condannati  da' presenti  capitano  e  podestà,  e  molti  altri 
'(  per  diverse  cagioni,  conforme  s'  era  usato  altre  volle.  Nel 
«  fine  di  maggio,  sedendo  gonfaloniere  di  giustizia  Giovanni 
'<  RafTacani,  fu  in  Avignone  spedita  dal  pontefice  la  bolla, 
'<  per  la  quale  concedeva  a' Fiorentini  facoltà  d'aprire  gli 
<(  studi  dell'arti  liberali,  come  a  qualunque  città  privilegiata 
(  d' Italia,  e  che  il  vescovo  di  Firenze  co' dottori  e  maestri 
«  potessero  dottorare.  Ma  non  parendo  che  gli  Ubaldini  fos- 
«  sero  interamente  raffrenati  delle  loro  ruberie,  fu  deputalo 
«  un  magistrato  d'  otto  cittadini,  i  quali  avessero  cura  di  far 
«  lor  muover  contro  guerra  di  nuovo  ;  con  ordine  che  ogni  an- 
«  no  i  priori  e  gonfalonieri,  che  fossero  dal  gennaio  al  lu- 
'(  glio  ,  avessero  obbligo  di  far  fare  una  cavalcala  a' loro 
<(  danni.  E  non  l'avendo  falla  una  delle  signorie  de' suddetti 
«  sei  mesi,  la  dovessero  far  fare  quelli  degli  altri  sei,  da!  lu- 
«  glio  al  gennaio,  con  pena,  non  essendo  fatta  né  dagli  uni 
«  ne  dagli  altri,  di  mille  fiorini  d'  oro  per  ciascun  priore  di 
'<  quell'anno.  Intanto  non  solo  furono  banditi  gli  Ubaldini, 
'(  ma  ancora  i  sudditi,  a'  quali  fu  dato  tempo  fin  al  novem- 
'(  bre  di  poter  ritirarsi  ad  abitare  nel  comune  di  Firenze; 
«  nel  qual  caso  era  promesso  a  ciascuno  perdono  e  csen- 
«  zioni  per  dieci  anni  A' Fiorentini  e  a' sudditi  della  Hepub- 
'<  blica  fu  messo  pena  di  mille  fiorini  a  chi  s' imparentasse 
'(  con  gli  Ubaldini  o  loro  fedeli.  A' quali  Ubaldini  fu  posto 
«  taglia,  per  chi  ne  desse  vivo  alcuno,  di  mille  fiorini,  e,  dei 
'(  morti ,  cinquecento,  con  liberazione  d'  ogni  bando.  Da  que- 
«  ste  pene  furono  esclusi  i  discendenti  d'  Ottaviano  da  Ga- 


472  DELI.'  ISTORIE   FIORENTINE 

e  gliano  come  guelfi,  e  stati  dependenti  sempre  dalla  Re- 
«  pubblica.  Ma  da  quelli,  a' quali  fu  dato  la  cura  di  muover 
«  lor  guerra  ,  non  fu  omessa  cosa  che  gli  potesse  danneg- 
«  giare,  onde  fu  tolto  loro  la  fortezza  e  il  castello  di  Crc- 
«  spino.  In  questa  cavalcata,  come  anche  nell'altre  fatte  pri- 
«  ma  a  Sangiraignano,  Colle  e  Monlopoli,  Stoldo  del  cava- 
«  liere  Giovanni  de' Rossi  avea  servito  alla  Repubblica  con 
«  dugento  fanti  e  alcuni  cavalli  a  sue  spese;  onde  Luigi  Al- 
((  dobrandini,  gonfaloniere  per  luglio  e  agosto,  ebbe  cura  di 
«  farlo  ricompensare,  essendo  in  Firenze  podestà  Piero  di 
«  Giovanni  da  Spelle.  Parendo  alla  signoria  che  i  capitani 
«  di  parte  guelfa  avessero  cominciato  a  esercitare  il  loro  ufi- 
((  ciò  con  troppa  autorità,  dichiarando,  per  acquistarsi  cre- 
«  dito,  chi  piaceva  loro,  di  ghibellino,  guelfo,  non  volse  che 
;:  tali  dichiarazioni  valessero  se  non  ci  concorrev;ino  i  voli 
«  de' priori,  de' dodici  buoni  uomini,  e  de' gonfalonieri  di 
«  compagnie.  Nel  gonfaloneralo  di  Giovanni  de'  Medici,  lì- 
«  gliuolo  di  Conte,  venne  in  potere  della  Repubblica  il  forte 
«  castello  di  S.  Niccolò,  non  potendo  gli  abitatori  sofìerir 
0  più  lungo  tempo  le  tirannie  del  conte  Galeotto  de' Conti 
«  Guidi  lor  signore,  a  cui  tolsono  anche  dell'altre  terre  e 
«  tenute.  Tutto  questo  acquisto  ne' libri  del  comune  fu  chia- 
;(  malo  il  contado  di  S.  Niccolò.  E  perchè  si  sentiva  che  in 
a  Puglia  s' era  messo  su  una  compagnia,  la  quale  si  dubi- 
ti lava  che  volesse  passare  di  qua,  Arnaldo  degli  Altoviti 
«  cavaliere,  Niccolò  d;i  Signa  giureperito,  e  Giovanni  Raffa- 
«  cani,  stato  gonfaloniere  il  maggio  e  giugno  passato,  ara- 
<  basciadori  e  sindaci  della  Repubblica  si  trovarono  a'5  di 
«  ottobre  in  castel  della  Pieve  con  gli  ambasciadori  e  sin- 
«  daci  de' comuni  di  Perugia  e  di  Siena,  e  di  Jacopo  e  Gio- 
«  vanni  de'Peppoli  signori  di  Bologna,  che  ne  dubitavano, 
«  a  far  lega  insieme  per  un  anno  a  difesa  comune,  e  a  di- 
ti slruzione  di  tal  compagnia,  con  taglia  di  duemila  cavalli, 
«  de' quali  ne  distribuirono  per  allora  solamente  mille;  che 
0  un  terzo  a"  signori  di  Bologna,  e  gli  altri  due  terzi  tra 
«  Firenze.  Perugia  e  Siena,  dovendo  ciascun  collegato  eleg- 
"  gere  il  capitano  della  sua  gente,  e  il  generale  dovesse  es- 
0  ser  quello,  nel  dominio  del  quale  occorresse  di  far  la 
«  guerra,  e  gli  altri  tre  servissero  di  consiglieri.  Facendosi  la 


LIBRO   DECIMO.  473 

'  guerra  in  paese  alieno,  i  capitani  comandassero  a  vicenda, 
«  tirandosi  per  sorlc,  eccetto  poro  che  in  Romagna,  Lom- 
'(  bardia  e  Marca  anconitana,  dove  trovandosi  uno  de' signori 
(  di  Bologna  dovea  essere  il  generale.  Gli  otto  ufìziali  so- 
ie pra  la  conservazione  e  fortificazioni  de' castelli  e  fortezze 
«  ordinarono,  che  tutti  i  palazzi  e  torri  contigui  alle  mura- 
«  glie  di  qualsivoglia  luogo  fossero  fatti  rovinare,  con  accre- 
a  scer  genti  e  munizioni  come  furono  accresciuti  gli  stipendi 
'(  a' soldati,  rispetto  al  caro  cagionato  dalla  peste.  Nascevano 
"  in  Fucccchio  e  ne'  luoghi  vicini  di  molti  scandali  per  tro- 
!<  varsi  fuori  di  quella  terra  la  famiglia  della  Volta  molto 
«  potente  ;  perchè  fu  stimato  bene  da  chi  governava  di  ri- 
«  metterla  con  restituirgli  i  beni  confiscati.  Furono  in  tempo 
«  di  questa  signoria  lette  in  senato  lettere  de'23  di  settera- 
i<  bre  e  9  d'ottobre  scritte  di  Troia  da  Lodovico  re  di  Na- 
(  poli.  Nelle  prime  dava  conto  del  suo  arrivo  con  la  regina 
«  Giovanna  nella  città  di  Napoli,  stativi  ricevuti  con  gran 
'(  contento  e  applauso,  dove  lasciali  il  conte  di  Marsico  gran 
«  contestabile  del  regno,  Kuberto  da  Sanseverino,  e  Antonio 
«  de' Grimaldi  capitan  delle  sue  genti,  era  Lodovico  andato 
«  con  l'altre  per  il  regno  a  ricuperare  i  luoghi  perduti;  e 
«  che  Lodovico  di  Sabrano,  conte  d'Apice,  avendo  voluto 
«  aspettar  1'  assedio,  era  stato  costretto  a  rendersi  in  capo 
«  d'otto  giorni,  per  esser  stalo  privato  dell'acqua,  e,  data 
«  la  terra  a  sacco,  avea  mandalo  il  conte  prigione  a  Melsi. 
«  Dopo  avere  il  re  scritto  altri  suoi  progressi,  prega  la  signo- 
a  ria  d'aiuto  di  gente,  e  che  gli  sia  mandato  due  cittadini 
«  fiorentini  providi  e  maturi,  e  zelanti  del  buono  stato  del 
«  regno  e  di  parte  guelfa.  Nella  seconda,  portata  da  Loren- 
«  zo  degli  Acciauoli,  figliuolo  di  Niccola  gran  siniscalco,  fa 
«  di  nuovo  instanza  di  genti  e  de' due  cittadini.  Jacopo  Ri- 
ti dolfi  dal  Ponte  prese  il  gonfalonerato  per  i  due  ultimi 
«  mesi  dell'anno,  e  una  delle  sue  cure  fu  il  por  freno  alla 
«  vanità  delle  donne.  Erano  venuti  in  Firenze  gli  ambascia- 
li dori  della  città  d'  Orvieto  dolendosi  che  i  Sanesi  tenevano 
«  di  loro  cinque  castelli,  e  che,  avendolo  fin  allora  compor- 
li lato  per  il  male  stalo  della  lor  città,  non  potevano  aver 
Il  più  pacienza,  massime  essendo  disasperati  da' Sanesi  con 
«  rappresaglie;  perchè  volendo  i  Fiorentini  tenere  in  pace  i 


474  dell'  istorie  fiorentinb 

«  loro  amici,  mandarono  a  Siena  Gherardo  Bordoni  e  Fi- 
«  lippo  Bastari  pregando  quei  governatori  a  dar  soddisfa- 
«  zione  agli  Orvietani  ».  Ma  i  Sanesi  risposero,  i  castelli  es- 
ser loro,  e  che  le  rappresaglie  erano  per  debito  di  particolari, 
ma  che  per  mostrar  tanto  maggiormente  la  lor  buona  ragio- 
ne ,  non  ricusavano  di  rimetterla  per  giustizia.  Alle  provvi- 
sioni fatte  per  la  sicurezza  delle  castella  fu  di  nuovo  ordi- 
nato tre  vicari  da  cambiarsi  ogni  sei  mesi.  Che  uno  fosse  di 
Valdarno  di  sotto  e  stesse  in  Montopoli,  uno  di  Valdarno  di 
sopra  e  slesse  in  Montevarchi,  e  '1  terzo  di  Vaidelsa  da  ri- 
sedere in  Poggibonsi,  con  numero  di  soldati  e  ufiziali  suffi- 
cienti da  riparare  ad  ogni  inconveniente.  E  perchè  le  rocche 
e  fortezze  del  dominio  fossero  meglio  guardate  e  con  mi- 
nore spesa,  le  dettero  in  guardia  a' comuni  medesimi,  come 
quella  di  Fucecchio  fu  data  a  guardare  al  comune  di  Signa 
e  così  dell'altre.  Essendosi  sentito  che  gì' libertini, scordatisi 
della  loro  obbligazione  verso  la  Repubblica ,  avean  cercato 
di  cavar  delle  mani  del  conte  Ruberto,  figliuolo  del  già  conte 
Simone,  il  castello  di  Genuina,  la  signoria  scrive  al  medesi- 
mo conte  Ruberto,  che  non  volendosi  più  comportare  l' in- 
solente e  fraudolento  modo  di  fare  di  quella  famiglia ,  che 
trovi  buono  che  si  pigli  dal  comune  la  detta  Cennina,  orcìi- 
nando  al  suo  castellano  di  renderla  alle  genti  che  vi  si  man- 
derebbero, e  nello  stesso  tempo  e  tenore  ne  fu  scritto  al 
comune  d'Arezzo,  e  ordinato  a  Albertaccio  daRicasoli,  e  a 
Giovanni  degli  Alberti,  che  per  amore  o  per  forza  vedessero 
d'impadronirsi  di  quel  luogo;  ma,  al  solilo  de' soldati,  i  quali 
se  non  hanno  buon  governo  la  caricano  al  nimico  e  all'  ami- 
co ,  presero  ancora  delle  terre  degli  Arelini.  Onde  Filippo 
Magalotti,  entralo  gonfaloniere  per  i  due  mesi  dell'anno  1350, 
fu  costretto  a  mandar  Filippo  Bastari  in  Valdambra  per  far 
rendere  agli  Aretini  le  lor  terre,  e  a'  particolari  restituire 
quello,  di  che  erano  slati  rubati  ;  e  ordinato  al  capitano  del- 
l'Oste  di  proceder  a' danni  degli  libertini,  dovea  il  Bastari 
andar  in  Arezzo  a  scusare  con  quel  comune  quello  che  era 
stato  fatto  da'  soldati  contro  alla  volontà  e  comandamento 
de' Fiorentini.  «  Trovo  nel  principio  di  quest'anno  capitano 
a  del  popolo  Bonifazio  di  Uinieri  di  Zaccaria  da  Orvieto, 
a  che  lo  credo  lo  stesso  che  era  podestà  l'anno  passalo  .  e 


LIBRO   DECIMO.  475 

n  Andreasso  de'  Rossi  da  Parma.  E  nello  stesso  tempo  veggo 
«  esser  fatto  cittadino  fiorentino,  come  stato  sempre  guelfo 
«  e  servidore  della  Repubblica,  Francesco  del  già  Bice  degli 
«  Albergotti  cavaliere  aretino.  In  Valdambra  avea  ragione 
«  e  giuridizione  ne' castelli  di  Capanuole,  di  Castiglione  de- 
«  gli  Alberti,  della  Pieve  di  Presciano,  di  Cacciano,  di  Cor- 
«  nia,  e  di  Mouteluce  il  Monastero  di  S.  Maria  d'Agnano 
«  dell'ordine  di  S.  Benedetto,  ma  non  potendo  quei  monaci 
«  difender  quei  luoghi,  ne  goder  quelle  rendite  per  le  mo- 
«  lestie  e  ladronecci  che  del  continuo  vi  eran  fatti,  si  risol- 
'(  vette  r  abaie  Basilio,  per  assicurarsi  di  quelle  entrate,  di 
«  cedere  la  giuridizione  e  ragioni,  che  vi  aveano,  alla  Repub- 
c(  blica,  alla  quale  vennero  a' 20  di  gennaio  i  sindaci  e  pro- 
«  curatori  di  quei  luoghi  a  sottoporsi.  Niccolò  di  Giovanni 
«  di  Gherardo  Malegonelle  ',  gonfaloniere  per  marzo  e  aprile, 
«  ricevette  per  raccomandati,  Diego,  Piero,  Tancredi  e  Mat- 
«  teo  del  già  conte  Guido  Alberto  de'  Conti  Guidi  col  loro 
«  castello  di  Porciano,  facendogli  cittadini  fiorentini ,  e  ob- 
«  bligandogli  a  dar  per  la  festa  di  S.  Giovan  Batista  il  palio, 
'(  e  tutto  a  preghiere  di  Deo  de'Tolomei  da  Siena  lor  zio. 
<i  Si  dettero  in  questo  tempo  a' Fiorentini  i  castelli  del  Gio- 
<  gatoio,  d' Ortiguano  e  d'Ozzano  della  diocesi  d'Arezzo 
«  sotto  protesto  di  voler  vivere  in  quiete.  Ma  non  si  po- 
«  tendo  più  sopportare  l' inquietudine  degli  Ubaldini,  nono- 
«  stante  tanti  danni  fatti  loro,  non  finendo  di  rompere  strade, 
«  far  prigioni  mercatanti,  assassinare  e  ammazzare  viandanti, 
«  e  dar  ricetto  a'  malandrini,  e  pertanto  essendosi  la  signo- 
«  ria  risoluta  di  volergli  distruggere  e  levar  di  mezzo  di 
«  sull'alpi  tra 'I  dominio  della  Repubblica,  e  quel  di  Bolo- 
'(  gna,  mandò  Gherardo  Bordoni  cavaliere ,  Donato  de'  Vel- 
«  luti  giudice  e  Bernardo  degli  Ardinghelli  a  darne  conto 
«  a  Jacopo  e  Giovanni  Peppoli  signori  di  quella  città  :  per- 
'<  che  non  solo  trovassero  buona  tal  risoluzione,  ma  che  la 
'<  volessero  aiutare  dalla  lor  banda,  E  per  fare  intanto  prov- 
«  visione  d'  un  buon  capitano  di  guerra  elessero  Cecco  di 
«  Rinuccio  da  Farnese  ;  e  mentre  che  tardasse  a  comparire 

'  Il  vi;ccliio  Ammiralo  chiama  questo  gonfaloniere  Niccolò    Gherar- 
(liiii,  il  cui  rognome  si  era  formato  dal  nome  del  padre. 


i7tì  uei-l'  istorie  fiorentine 

«  dettero  il  comando  delle  genti  a  Andrea  Salamoncelli  ca-. 
«  valiere  fuoruscilo  di  Lucca  ».  Nerone  Dielisalvi  gonfalo- 
niere la  seconda  volta  si  diede  nel  principio  del  suo  uficiu 
a  raffrenare  1'  orgoglio  del  popolo  divenuto  ogni  dì  maggior- 
mente superbo  dopo  la  passata  mortalità.  E  per  questo,  lasciata 
la  cura  di  proseguir  più  olire  la  fabbrica  d'Orto  S.  Michele 
per  r  abbondanza  del  grano,  raddoppiò  la  gabella  del  vino  alle 
porte,  accrebbe  quella  della  farina,  quella  della  carne  e  del  sa- 
le, pose  imposizioni,  e  tasse  a'  vinatlieri  e  a'  fornai.  Vietò  che 
si  facessero  per  il  comune  provvisioni  di  grano,  e  parliti  si- 
mili prese  di  grande  gravezza,  e  nondimeno  trovò  poco  utile 
ogni  diligenza ,  che  egli  si  facesse  ;  così  erano  grandi  gli 
avanzi,  che  la  plebe  traeva  d'  ogni  suo  affare.  «  L'esercito 
«  che  s'  era  mandato  contra  gli  Ubaldini,  il  primo  luogo,  dove 
«  si  pose  intorno,  fu  Montcgemmoli,  castello  posto  nell'alpi 
«  quasi  d'inespugnabil  fortezza,  perciocché,  oltre  il  silo,  vi 
«  era  dentro  con  parecchi  fanti  pratichi,  e  con  due  suoi  fi- 
c<  gliuoli  Mainardo,  novello  figliuolo  del  già  Giovanni,  sli- 
'<  malo  uomo  molto  intendente  dell'arte  della  guerra.  Quegli 
«  di  dentro,  nonostante  che  oltre  alla  rocca  di  Montegem- 
><  moli  avessono  un  altra  torre  molto  forte  nella  strella  schiena 
«  del  poggio,  e  innanzi  la  torre  una  tagliala  minuta  di  stec- 
«  cali,  non  volendo  aspettar  l'assalto  delle  mura,  uscirono 
<  de'ripari  e  altaccaroKO  arditamente  la  scaramuccia  co'Fio- 
«  rentini;  non  s'accorgendo  che  i  cavalieri,  superalo  il  pog- 
«  gio  e  smontati  dai  cavalli,  eran  loro  alle  reni;  talché  vo- 
«  lendosi  ritrarre  non  furono  cosi  presti,  che  insieme  con 
«  essi  non  entrassero  dentro  la  torre  quelli  del  campo,  i  quali 
«  seguendo  la  vittoria,  entrarono  ancor  nella  rocca.  Mainardo 
«  veggendosi  stretto  nell'  ultimo  cerchio  del  castello ,  dopo 
«  r  essersi  difeso  per  un  dì  e  per  una  notte  gagliardamente, 
«  alla  fine  conoscendo  il  pericolo ,  e  trovandosi  in  mala  di- 
ci sposizione  con  gli  altri  Ubaldini  suoi  consorti ,  cercò  di 
«  accordarsi  con  la  Repubblica,  dalla  quale  ricevette  questi 
«  patti:  Che  egli  co' figliuoli  e  nipoti  rinunziasscro  a  ogni  ra- 
«  gione  che  aveano,  o  potessero  avere  ne' castelli  e  popoli 
«  che  erano  nelle  Alpi  chiamate  degli  Ubaldini,  eccettuato 
«  però  de' luoghi  che  erano  ne' contadi  di  Bologna  e  d'Imola 
«  e  nel  luogo  detto  il  podere  di  Maghinardo   da   Susinana, 


LIBRO   DECIMO.  477 

«  e  ne  dessero  il  possesso  e  la  lenufa  ai  comune  di  Firenze 
«  con  tutte  le  gabelle,  pedagi,  tolonei  e  malololte.  Che  non 
<(  solo  con  le  loro  persone,  ma  con  quelle  ancora  de' loro 
«  fedeli  e  luoghi  che  aveano  nel  podere  dovessero  insieme 
«  co' Fiorentini  far  guerra  agli  Ubaldini,  de' quali  quello  chr 
f(  si  acquistasse  fosse  del  comune  di  Firenze.  Che  il  castello 
«  e  rocca  diLozzola  fosse  de' Fiorentini,  restando  a  Maghi- 
le nardo  e  a' figliuoli  la  metà  del  tenitorio  di  quel  castello, 
«  con  restar  liberi  da  ogni  condcnnagione  e  bando ,  e  non 
«  poter  esser  astretti  co' loro  fedeli  per  diciotto  mesi  a  pa- 
«  gare  alcun  debito,  non  volendo  i  Fiorentini  poter  far  pace 
«  con  gli  altri  Ubaldini  senza  includervi  questi.  Accettato 
e  da  Maghinardo  questi  patti,  fu  subito  reso  il  castello;  e 
«  dirizzatosi  con  le  genti  de' Fiorentini  agli  altri  luoghi,  si 
'<  prese  Montecoloreto  e  Roccabuona.  E  entrati  nel  podere 
'(  s'acquisto  Lozzole  e  Vignano.  A  Susinana  e  Valdagnello 
«  si  dettero  due  assalti,  ma  non  si  potendo  per  la  fortezza 
((  del  sito  espugnare,  nonostante  che  di  Firenze  fossero  slati 
«  mandati  all'  esercito  sotto  Susinana  Francesco  Brunelleschi 
«  e  Arnaldo  Altoviti  per  animire  i  soldati  e  prometter  di 
«  dar  loro  paga  doppia  e  mese  compiuto  se  1'  avessero  espu- 
«  gnala,  se  l'abbruciarono  i  campi  e  le  ville  d'intorno.  A 
'<  queste  rovine,  gli  Ubaldini  di  Belmonte  ricorsero  a  gittarsi 
a  nelle  braccia  della  signoria,  la  quale  avendo  ricevuto  per 
«  la  Repubblica  il  castello  e  fortezza  di  Belmonte  con  gli 
((  abitanti  di  Bordignano,  di  Caburnello  e  di  Peglio,  non  solo 
'<  liberò  tutti  da' bandi,  ma  per  gran  privilegio  fece  questi 
((  Ubaldini  co' loro  discendenti  popolari  Fiorentini,  inquanto 
«  air  offese  e  ingiurie  che  potcssiro  esser  fatte  loro  dagli 
«  altri  Ubaldini.  In  questo  tempo  gli  ufiziali  delle  castella, 
«  per  fare  abitare  Civitellasecca ,  concedettero  a  quelli  che 
«  vi  andassero  a  fare  elezioni  straordinarie,  e  fecero  distri- 
«  buir  fra  essi  alcuna  somma  di  danari.  Dettero  anche  or- 
ti dine  che  in  Valdambra  nel  luogo  detto  Selvapiana  si  fab- 
«  bricasse  una  terra  assai  forte  per  quei  tempi,  acciocché 
«  quelli  di  Castiglione  Alberti,  della  badia  d'Agnano,  della 
«  Pieve  di  Prisciano,  di  Capannole,  di  S.  Lorenzo,  di  Mon- 
te teluco,  di  Cacciano  e  di  Cornia  vi  andassero  ad  abitare, 
«  parendo  che  con  questo  cambiamento  si   desse   a'  popoli 


478  dell'  istorie  fiorentine 

«  maggior  occasione  d'  esser  fedeli  alla  Repubblica ,  e  con 
«  lasciar  i  luoghi  di  nuovo  acquistati  disabitati  e  spesse 
«  volte  rovinati,  fosse  tolta  a' vecchi  signori  la  speranza  di 
«  aver  più  a  riaverli.  11  gonfaloniere  Niccolò  de'Ridolfi  da 
«  S.  Felice  ebbe  cura  d'  ordinare  un  magistrato  d'otto  cit- 
«  ladini,  chiamalo  Gli  ufiziali  dell'Alpi  di  Firenze,  non  più 
«  degli  Ubaldini,  il  quale  si  pigliasse  il  pensiero  del  buono 
((  stato  e  della  sicurezza  di  quei  luoghi,  con  far  riparar  quelli 
'<  che  ne  avessero  di  bisogno,  e  fabbricarne  de'  nuovi.  Tro- 
«  vandosi  podestà  della  città  Bonifazio  de'  Savignani  da  Mo- 
«  dena  fu  ricevuto  in  raccomandigia  perpetua  della  Repub- 
((  blica  Ramberto  de'  Malalesli  conte  di  Ghiaggiuolo  co'  suoi 
"  castelli,  con  esser  fatto  cittadino  fiorentino-  Conseguirono 
'(  ancora  d'  essere  ricevuti  per  raccomandati  Guido  e  Gui- 
«  dofrancesco  de' Conti  Guidi  pur  co' loro  castelli,  con  ob- 
«  bligo  fra  gli  altri  a  questi,  e  al  Malatesti  di  dover  dare 
«  il  palio  per  S.  Giovan  Batista.  Ma  maggiori  furono  le  cure 
'<  del  Ridolfi  per  le  cose  che  seguirono  appresso  ;  essendo 
«  in  senato  slate  recitale  lettere  di  Jacopo  Peppoli  signor 
«  di  Bologna,  per  le  quali  domandava  aiuto  e  consiglio  ai 
«  Fiorentini  circa  la  prigione  pel  fratello,  e  la  nuova  guerra 
«  mossagli  contro  da  Astergo  di  Durasorte  conte  di  Roma- 
«  gna,  e  capitano  di  santa  Chiesa  '  ».  Ad  intelligenza  delle 

'  Tatto  questo  tratto  di  storia,  principiando  dal  gonfalonerato  di 
Naddo  da  Filicaja,  è  stato  molto  amplialo,  e  in  alcuni  luoghi  variato 
dal  giovane  Ammirato.  Trascriviamo  le  parole  del  vecchio  :  Prese  il 
gonjaloiterato  per  i  due  primi  mesi  deW  anno  1849  Naddo  da  Fili- 
caia;  la  cui  famiglia,  benché  egli  fosse Jìgliuolo  di  Spigliato  notaio. 
si  crede  per  continuata  opinione  essere  una  istessa  con  quella  dei 
Tebaldi  delti  della  f^ifelta,  antichi  gentiluomini.  A  costui  senza 
a\.'er  J'atto  cosa  memorabile  succedette  Sandro  Biliotti  ;  nel  tempo 
del  qual  gonfaloniere  venne  in  potere  della  Repubblica  il  forte  ca- 
stello di  S.  Niccolò,  non  potendo  gli  abitatori  sofferir  piìi  lungo 
tempo  le  tirannie  del  conte  Galeotto  lor  signore,  a  cui  tolsono  an- 
che dell'altre  sue  terre  e  tenute.  Tutto  questo  acquisto  ne' libri  del 
comune  Ju  chiamato  il  contado  di  S.  Niccolò.  Nel  fine  di  maggio 
selendo  in  Firenze  gonjaloniere  Giovanni  Raffacanifu  in  Avignone 
spedita  dal  pontefce  la  bolla,  per  la  quale  concedeva  a'  Fiorentini 
facoltà  d^  aprire  gli  studi  deWarti  liberali,  come  a  qualunque  città 
privilegiata  d' Italia.   Ma  non  parendo  che  gli  Ubaldini  fossero  in- 


LIBBO   DECIMO.  479 

quali  cose  è  necessario  sapere;  come  alla   Sede   Apostolica 
nel  fine  dell'anno  passalo  era  stata  tolta  da  Giovanni  Man- 

teramente  raffrenati  dalle  loro  ruberie^  fu  deputato  un  magistrato 
d'otto  cittadini.,  i  quali  avessero  cura  di  Jar  loro  muover  contro  la 
guerra  di  nuovo.  Fu  l' esercito  primieramente  mandato  a  Monte- 
gemmoli , castello  posto  neWalpi,  quasi  d'  inespugnabil  fortezza;  per- 
ciocché oltre  il  sito  v'era  dentro  con  parecchi  Janti  pratichi,  e  con 
due  suoi  Jigliuoli  Mainardo  da  Susinana,  stimato  uomo  molto  inten- 
dente dell'arte  della  guerra.  Quelli  di  dentro,  nonostante  che  oltre 
la  rocca  di  Montegemmoli  avessono  un'  altra  torre  molto  Jorte  nelle 
stretta  schiena  del  poggio,  e  innanzi  la  torre  una  tagliata  minuta 
ili  steccati,  non  volendo  aspettar  P  assalto  delle  mura,  uscirono  dei 
ripari,  e  attaccarono  arditamente  la  scaramuccia  co'  Fiorentini, 
non  s' accorgendo,  che  i  cavalieri,  superato  il  poggio,  e  smontali  dai 
cavalli,  eran  loro  alle  reni,  talché  volendosi  ritrarre  non  furono  cosi 
presti,  che  insieme  con  essi  non  entrassero  dentro  la  torre  quelli  del 
campo,  i  quali  seguendo  la  vittoria  entrarono  ancor  nella  rocca. 
.Wainardo  veggendosi  stretto  nell'  ultimo  cerchio  del  castello ,  dopo 
f  essersi  difeso  per  un  dì  e  per  una  notte  gagliardamente,  alla  fine 
conoscendo  ti  pericolo,  e  trovandosi  in  mala  disposizione  con  gli  al- 
tri Ubaldini  suoi  consorti,  cercò  d' accordarsi  con  la  Repubblica  pro- 
ferendosi di  seguitar  la  guerra  cantra  gli  altri  della  sua  J'amiglia, 
purché  egli  fosse  preso  a  soldo  del  comune.  Li  quali  patti  essendo 
accettati  prontamente,  Ju  subito  resa  la  rocca;  ed  egli  dirizzatosi 
verso  l'  altre  terre,  prima  che  finisse  il  seguente  gonfalonerato  di 
Luigi  Aldobrandini  la  seconda  volta,  prese  Montecoloreto  e  Rocca- 
buona,  e  entrato  nel  podere  accjuistò  Lozole  e  Figiano.  A  Susinana 
e  Fai  d' Agnello  si  dettero  due  assalti,  ma,  non  si  potendo  per  la 
fortezza  del  sito  espugnare,  se  P  abbrusciarono  i  campi  e  le  ville  di 
inforno;  e  del  mese  d'  agosto  se  ne  tornò  il  campo  in  Firenze,  Nei 
due  seguenti  gonjalonerati  di  Giovanni  de*  Medici fgliuolo  di  Cante, 
e  di  Jacopo  Ridol/i  dal  Ponte  non  succedette  cosa  degna  di  memo- 
ria, siccome  né  in  quello  di  Filippo  Magalotti,  primo  gonjalontere 
dell'anno  i35o.  Ma  con  prospera  e  felice  Jortuna  nel  gonjalonerato 
di  Niccolò  Gherardini  la  Repubblica  riacquistò  Colle  di  Faldelsa, 
e  S.  Gimignano.  In  Colle  s'  erano  suscitate  alcune  brighe  domesti- 
che ;  per  le  quali  s'  era  venuto  aW  armi.  Il  comune  vi  mandò  tre- 
cento cavalieri,  perchè  non  parendo  a'  Collegiani  di  poter  resistere 
alle  forze  di  Juori,  e  dentro  non  si  fidando  V  una  setta  deW  altra, 
deliberarono  di  darsi  a'  Fiorentini.  Quasi  il  medesimo  avvenne  a  S. 
Gimignano,  diviso  in  non  meno  pericolose  brighe  di  quello  che  s''avea 
fatto  il  castello  di  Colle.  Essendo  per  guest i  due  acquisti  illustrato 
il  magistrato  del  Gherardini,  Nerone  Dietisalvi  la  seconda  volta  suo' 


480  DELL    ISTORIE   FIORENTINE 

fredi  di  Faenza,  e  dal  capitano  di  Forlì  Bretlinoro,  oltre 
Bologna  occupatale  forse  sedici  anni  addietro  dalla  famiglia 
de'Pepoli.  Perche  il  papa  avea  maniiato  Aslorgo  suo  pa- 
rente 0  genero,  come  altri  credettero,  per  ricuperare  le  terre 
perdute  di  Romagna.  Ora  volendo  Giovanni  de'  Pepoli,  signor 
di  Bologna  e  fratello  di  Jacopo,  accordar  il  Manfredi  col  conte 
mentre  scioccamente  si  mette  in  mano  del  conte,  di  cui, 
tenendolo  egli  fallacemente  in  parole,  non  si  dovea  fidare,  fu 
da  lui  fatto  prigione  ;  con  la  quale  occasione  avendo  Astorgu 
preso  il  Castel  di  S.  Piero,  entrò  in  speranza  d'insignorirsi 
di  Bologna.  «  Diversamente  intendeva  questo  fatto  il  ponte- 
cc  lìce,  avendo  scritto  a' 31  di  luglio  d'Avignone  alla  signo- 
«  ria  di  Firenze;  Che  nonostante  le  scomuniche  del  papa 
«  Giovanni  XXJ5,  e  le  mandate  da  lui  contra  gli  occupatori 
«  delle  terre  della  chiesa,  e  fautori  di  essi,  Giovanni  de'Man- 
«  fredi  cavaliere  di  Faenza  suddito  della  stessa  chiesa,  avea 
«  occupata  la  detta  città  fellonescamente;  e  facendosi  befife 
«  insieme  con  Guglielmo  suo  fratello  d'  ogni  instanza  fatta 
((  loro  di  renderla,  aveano  astretto  Aslorgo  Duraforti  rettore 
«  di  Romagna  d'andarvi  con  l'esercito;  e  che  mentre  egli 
«  era  alla  ricuperazione  di  Salarolo,  Jacopo  e  Giovanni  dei 
«  Pepoli,  cavalieri  Bolognesi,  sudditi  della  chiesa  e  ammini- 
«  stratori  delle  ragioni  fiscali  in  Bologna  e  suo  contado,  fa- 
«  cendo  le  viste  di  non  saper  tutte  le  suddette  cose,  aveano 

successore-,  si  diede  a  procacciale  lode  ancor  e^li  in  raffrenare  l'  or- 
goglio del  popolo  divenuto  ogni  dì  maggiormente  superbo  dopo  la 
passata  mortalità.  £  per  questo.,  lasciata  la  cura  di  proseguir  piìi 
oltre  la  fabbrica  d'  Orto  S,  Michele  per  /'  abbondanza  del  grano , 
raddoppiò  la  gabella  del  vino  alle  porte,  accrebbe  quella  della  fa- 
rina^ quella  della  carne  e  del  sale;  pose  imposizioni  e  tasse  a''vinat- 
tieriy  e  a'J'ornai.  Vietò  che  si  Jacessero  per  il  comune  provvisioni 
di  grano,  e  partiti  simili  prese  di  grande  gravezza  ;  e  nondimeno 
trovò  poco  utile  ogni  diligenza  che  egli  sijacesse;  così  erano  grandi 
gli  avanzi,  che  la  plebe  traeva  d'ogni  suo  affare.  Maggior  furono 
le  cure  di  Niccolò  Ridolfi  da  S.  Felice,  seguente  gonjaloniere,  per  gli 
accidenti  che  seguirono  nel  suo  magistrato  di  maggior  importanza, 
essendo  in  senato  state  recitate  lettere  di  Jacopo  Peppoli  signor  di 
Bologna  ;  per  le  quali  dimandava  aiuto  e  consiglio  a'' Fiorentini  circa 
la  prigione  del  Ji  atello,  e  la  nuova  guerra  mossagli  contro  da  Astor- 
go  di  Dui  asorte,  conte  di  Romagna  e  capitano  di  santa  Chiesa. 


LIBRO   DECIMO.  481 

«  aiutato  i  detti  Manfredi.  Anzi  Giovanni,  mostrando  d'  an- 
«  dare  all'esercito  in  aiuto  d' Astorgo,  procurava  di  alienar- 
«  gli  i  soldati  per  poterlo  disfare  più  facilmente  :  del  che 
«  avendo  Astorgo  avuto  notizia,  Tavea  fatto  prigione;  e  le- 
«  vatosi  dall'assedio  di  Salarolo  era  andato  alla  volta  di  Bo- 
«  logna.  Pregava  però  i  Fiorentini  di  non  voler  dare  aiuto 
«  a'  Pepoli ,  ma  bene,  come  devoto  di  santa  Chiesa,  favorire 
«  e  aiutare  Astorgo  ».  Jacopo  per  questo  avendo  ricorso  a 
Giovanni  arcivescovo  e  signor  di  Milano  (  il  quale ,  essendo 
nel  principio  dell'anno  passato  morto  Lucchino,  era  restato 
signore  di  tutto  lo  stato  di  Milano)  al  marchese  di  Ferrara, 
e  a'  Malatesti  d' Arimino,  il  medesimo  avea  fatto  intendere 
al  gonfaloniere  e  a' priori  dell'arti  che  reggevano  la  città  di 
Firenze,  i  quali  come  per  rispetto  della  Sede  Apostolica  non 
condescendessero  a  mandargli  aiuto,  sostennero  nondimen(> 
tacitamente,  che  il  doge  Guernieri  con  cinquecento  fanti  pas- 
sasse per  i  loro  terreni  per  soccorrere  Bologna.  Mandarongli 
bene  palesamento  arabasciadori  per  tratiare  alcuna  sorte  di 
accordo  tra  il  conte  e  i  Pepoli.  Ma  i  cittadini  di  Bologna 
ridotti  in  pessimo  stato  per  l'insolenza  del  doge  Guernien 
e  de' suoi  soldati,  con  consentimento  di  Jacopo  volevano  dar 
la  guardia  libera  della  loro  città  a' Fiorentini,  sperando  che 
ciò  fatto  non  mancherebbe  accordo  con  la  Chiesa.  E  sarebbe 
di  leggieri  seguita  la  pratica  innanzi,  se  alcuni  della  fami- 
glia degli  Alberti,  i  quali  erano  potenti  nella  Repubblica,  e 
si  trovavano  allora  col  conte  nel  campo  a' servigi  di  santa 
Chiesa,  non  l' avessero  interotta  sotto  colore ,  che  grande- 
mente se  ne  offenderebbe  il  papa  e '1  collegio  de'  cardinali, 
se  si  mettesse  mano  ad  una  tale  impresa.  Ma  veramente  essi 
ciò  facevano,  avvisando,  che  dove  Bologna  venisse  alle  mani 
del  conte,  ne  sarebbero  essi  stati  governatori,  e  avrebbono 
acquistato  gran  riputazione  e  ricchezze.  Tra  questo  mezzo 
mancando  al  conte  i  danari  per  pascer  l'esercito,  fu  costretto 
impegnar  la  persona  di  Giovanni  a'  soldati,  i  quali,  avuto  da 
lui  ventimila  fiorini  d'oro,  il  liberarono.  Ed  egli  tornato  a 
Bologna,  e  vedutosi  per  i  disordini  successi  poco  potente  a 
poterla  tenere  contra  le  forze  del  papa.  «  Avendo  i  Fioren- 
«  lini  nel  gonfalonerato  di  Filippo  de'Bastari  mandatovi  di 
«  nuovo  arabasciadori  Guelfo  da  Mentisci  giureconsulto  , 
Amm.  Vol.  II.  31 


i82  dell'istorie  fiorentine 

«  Tommaso  Dietaiuti  e  Zanobi  dell'Antella  per  veder  d'im- 
«  pedire  anche  con  1'  aiuto  del  marchese  di  Ferrara ,  e  del 
«  signor  di  Verona  che  Bologna  non  andasse  in  mano  del 
«  Visconli.  Ma  instando  pure  Aslorgo  di  voler  quella  città 
«  per  forza,  e  non  voler  porgere  orecchie  a  sorte  alcuna 
«  d'accordo,  i  Fiorentini  furono  costretti  a  richiamare  a' 7 
«  d'ottobre  i  loro  ambasciadori,  come  quelli  a' quali  lo  stare 
«  in  Bologna  non  era  più  onorevole  ».  E  Giovanni  facendo 
vista  ',  seguendo  in  ciò  il  desiderio  de' Bolognesi,  che  fosse 
per  voler  dar  Bologna  a' Fiorentini.  I  Bolognesi,  raentr'  egli 
trattava  veramente  di  vendergli  all'arcivescovo  di  Milano, 
fnandarono  tre  ambasciadori  a  Firenze,  capo  de'  quali  es- 
sendo stato  Riccardo  da  Saliceto,  illustre  dottor  di  leggi ,  è 
fama  aver  dato  in  presenza  de'  senatori  principio  alla  sua 
orazione,  secondo  l'uso  di  que' tempi,  con  quel  luogo  del 
salmo  :  Essendo  io  tribolalo  alzai  la  voce  verso  il  Signore. 
Ma  mentre  invano  Riccardo  faticagli  orecchi  de'Fiorentini, 
ei  s'intese  la  nuova,  che  Giovanni,  ingannando  in  un  mede- 
simo tempo  se  stesso,  i  Bolognesi  e  i  Fiorentini,  avea  ven- 
duto la  patria  all'  arcivescovo  di  Milano  ;  il  quale  solo ,  fra 
molti  altri  terrori  presi,  venne  a  godere  il  frutto  della  per- 
fidia, della  dappocaggine  e  della  confidenza  degli  uomini; 
perciocché  e'  si  vede  chiaramente  da  questo  1'  inganno  preso 
dagli  Alberti  ;  i  quali  avendo  per  proprj  interessi  vietato  alla 
patria  loro  un  benefìcio  e  gloria  cos'i  grande,  non  raccolsono 
dalla  loro  ribalderia  altro  che  il  carico  dell'infamia.  Il  conte 
di  Romagna  mentre  scioccamente  si  lascia  go\ernare  da' suoi 
capitani,  per  i  quali  non  facea  aver  Bologna  per  accordo, 
non  solamente  perdette  allora  l'occasione  di  ricuperare  alla 
Chiesa  con  tanto  suo  onore  una  città  cosiffatta ,  ma  scher- 
nito fra  non  molti  d'i  poi  in  ogni  suo   disegno    da'  suoi  me- 


I  Questa  giunta  tronca  il  senso  al  discorso  ,  e  mostra  che  il  giovane 
Ammirato  qualche  volta  dimenti  ava  la  grammatica.  Il  vecchio  Ammi- 
rato dice  :  Ma  egli  tornato  a  Bologna,  e  vedutosi  per  i  disordini 
successi  poco  potente  a  poterla  cantra  le  Jor:.e  del  papa,  a^'endo  i 
Fiorentini  mandato  ambasciadori  di  nuovo,  permisse  che  trattassero 
l'' accordo  tra  lui  e  il  conte:  il  quale  non  volendo  accettare  sorte  dt 
convenzione  alcuna  onesta,  mosse  Giovanni  alar  vista   ch'egli  ec. 


LIBBO   DECIMO  483 

desimi,  come  avviene  a' dappochi,  convenne  povero  e  diso- 
norato tornarsene  a  casa  sua.  Né  i  Popoli  trassono  molti 
grandi  avanzi  della  fede  avuta  nell'arcivescovo.  Imperocché 
Jacopo,  sotto  pretesto  d'  ordirgli  tradimento  contro,  fu  da  lui 
a  perpetua  carcere  condannalo  nel  Castel  di  Pavia,  e  i  fi- 
gliuoli a  Cremona,  e  a  Giovanni  fu  appena  assegnata  cotanta 
provvisione  che  egli  potesse  mantener  la  dignità  e  splendor 
della  famiglia  ;  «  Quando,  conforme  a  una  lettera  che  la  si- 
«  gnoria  di  Firenze  scrive  al  papa  di  questa  vendita,  seguila 
«  a' 14  d'ottobre,  i  Pepoli  ne  dovcan  avere  dal  Visconti  du- 
«  genlovenli  mila  fiorini  d'oro,  provvisione  di  tremila  sei- 
«  cento  per  ciascun  l'anno,  quattro  castella  delle  migliori,  e 
«  alcune  ville,  che  ascendessero  alla  rendila  di  dodicimila 
K  fiorini  d'oro.  Scrivono  ancora  al  pontefice  che  s'aspettava 
n  Giovanni  Visconti,  nipote  del  medesimo  arcivescovo,  a  pi- 
«  gliar  il  possesso  di  Bologna,  e  die  però  lo  pregavano  a 
'(  pensare  alla  sicurezza  de'  devoti  della  Chiesa.  Mi  sono 
«  abbattuto  ad  un'  altra  lettera,  con  la  quale  facevano  instanza 
«  a  sua  Santità  di  poter  far  condurre  in  Firenze  l'ossa  del 
tf  cardinale  Andrea,  morto  nelle  legazioni,  per  dar  loro  quella 
«  sepoltura  onorevole,  che  meritava  la  sua  dignità  e  valore. 
«  Questo  Andrea,  secondo  Giovanni  Villani,  e  de' Malpigli, 
«  e  fu  vescovo  di  Tornai,  e  fallo  cardinale  dallo  stesso  Cle- 
«  mente  l'anno  1342  nella  sua  prima  promozione  a  richiesta 
«  di  Filippo  re  di  Francia,  al  quale  fu  mollo  caro;  e,  secondo 
«  l'antichità  di  Parigi  del  padre  Brevi,  è  quello,  che  l'anno 
«  1333,  essendo  vescovo  d'Arras,  fondò  insieme  con  un  Pi- 
«  stolese ,  un  Modancse,  e  un  Piacentino,  il  collegio,  detto 
«  de' Lombardi,  nell'università  di  Parigi  ». 

Ma  in  Firenze  soprallutto  apparve  manifestamente  quanto 
sia  per  nuocere  ad  ogni  Repubblica  1'  avarizia  e  1'  ambizione 
de' suoi  cittadini,  avendole  allora  tolto  dalle  mani  l'acquisto 
di  Bologna,  non  altrimenti,  che  prima  avcan  fatto  di  Lucca. 
Da' quali  priucipj  procedette  la  perdita  della  libertà  con  tante 
fatiche  ricuperala,  e  la  rovina  di  lutto  il  suo  stalo;  al  riaddriz- 
zamento  del  quale  vigilando  pure  la  pietosa  cura  de' buoni, 
si  aperse  alcuna  via  con  l'acquisto  di  Prato.  Era  la  terra  di 
Prato,  infin  doli' anno  milletreccntoventisette  che  si  dette  a 
Carlo,  duci  di  Calabria,  slata  sotto  la  casa  reale  di  Napoli, 


484  dell'istorie  fiorentine 

riserbando  però  sempre  una  certa  preminenza  in  quel  ca- 
stello la  famiglia  de'Guazzalotri;  la  quale  accresciuta  perla 
distanza  de' signori,  e  per  le  fortune  passate  in  quel  regno 
dalla  regina  Giovanna,  e  dal  re  Luigi  suo  marito,  avea  ul- 
timamente preso  una  certa  apparenza  di  tirannia,  studian- 
dosi indarno  i  Fiorentini,  per  l'antica  inclinazione  che  aveauo 
a  quella  famiglia  (di  cui,  morti  i  vecchi  di  molto  consiglio 
e  prudenza,  erano  restati  alcuni  giovani  baldanzosi  )  di  farli 
star  contenti  ad  una  moderata  signoria.  Imperocché,  nono- 
stante le  loro  preghiere  e  la  presenza  de'  loro  ambasciadori. 
aveano  finalmente  fatto  mozzar  il  capo  a  due  terrazzani,  op- 
ponendo loro  che  voleano  dar  la  terra  a' Cancellieri  di  Pi- 
stoja,  essendo  cosa  certa,  che  avea  più  nociuto  loro  la  ric- 
chezza, e  il  sospetto  della  prima  ingiuria,  avendo  i  Guaz- 
zalotri  per  innanzi  ucciso  il  padre  dell' un  di  loro,  che  per 
colpa  0  fallo  novellamente  commesso.  Il  qual  modo  di  pro- 
cedere dispiacendo  oltremodo  a'Fiorcntini,  così  per  la  cosa 
stessa,  come  perchè  vedevano  non  poter  più  a  lor  modo 
reggere  i  Guazzalotri  (il  che  ne' disturbi  d'Italia  per  l'ac- 
crescimento che  andava  facendo  ogni  dì  l'arcivescovo  di 
Milano,  il  quale  si  era  avvicinato  allo  stato  loro  per  la  ciltà 
di  Bologna,  era  cosa  mollo  pericolosa) ,  deliberarono  in  ogni 
modo  d'insignorirsene.  Perchè  dato  ordine  occultamente  a 
tutte  le  loro  masnade,  che  si  trovassero  in  quel  di  Prato , 
all'  improvviso  posono  il  campo  intorno  la  terra ,  con  tanto 
spavento  de' terrazzani  per  cosiffatta  novità,  che  sentendola 
mente  de' Fiorentini  non  essere  di  guastar  il  contado  o  di 
combatterli,  ma  di  voler  la  guardia  della  terra  per  liberarli 
dalla  tirannide  de'Guazzalotri,  e  assicurare  se  stessi,  tra  per 
il  timore,  e  per  la  mala  soddisfazione  che  aveano  dell'inso- 
lente governo  de'  giovani,  ricevcttono  dentro  le  genti  de'  Fio- 
rentini. I  quali  per  non  tirarsi  addosso  l' inimicizia  del  redi 
Napoli,  già  ritornati  nella  possessione  del  loro  regno  per 
procaccio  de' Baroni  regnicoli,  ebbero  per  mezzo  dell'opera 
di  Niccola  Acciaiuoli,  allora  molto  potente  col  re  Luigi,  e 
con  la  regina  Giovanna,  in  compera  da  loro  la  terra  di  Prato, 
«  della  quale  si  fece  poi  di  febbraio  il  contratto  della  ven- 
«  dita  da  Agnolo  di  Donato  Acciaiuoli,  e  da  Giovanni  di 
«  Rucco  Savini  come  procuratori   sostituiti  dall' Acciaiuoli, 


LIBRO   DECIMO.  485 

(z  che  ne  avea  V  autorità,  per  diciassetlemilacinquecento  fio- 
«  rini  d'oro;  i  quali  volsero  che  apparissero  donali,  come 
«  che  fosse  ancora  donato  Prato  ;  dove  furono  di  nuovo  man- 
«  dati  dal'a  signoria  Giovanni  de' Aledici  cavaliere  e  Paolo 
«  degli  Altovili  a  prenderne  il  possesso  solennemente,  e  per 
«  manifestare  a' Pratesi  come  la  terra  e  il  contado  e  gli  uo- 
«  mini  di  quel  comune  erano  per  la  detta  compra  fatti  sud- 
«  diti  dell'imperio  fiorentino».  Dal  qual  tempo  innanzi,  in- 
corporato il  contado  di  Prato  a  quel  di  Firenze^  incominciò 
la  Repubblica  a  mandarvi  suoi  uficiali,  recando  il  sangue,  e 
l'altre  cose  più  gravi  alla  corte  del  podestà  di  Firenze. 

Avea  intanto  preso  il  gonfalonerato  Bindo  Altoviti,  fi- 
gliuolo d'Oddo;  e  l'allegrezza  di  questo  acquisto,  la  quale 
in  altro  tempo  sarebbe  parula  mollo  grande,  era  sopramodo 
mitigata  dal  veder  pervenuta  Bologna  in  potere  del  Visconti. 
L' animo  e  l' ardir  del  quale  non  essendo  inferiore  alla  gran- 
dezza dello  stato,  che  possedea  come  principe  ,  solfo  il  cui 
dominio  si  trovavano  venlidue  città,  teneano  per  fermo  i  Fio- 
rentini, che  egli  non  era  per  ristringer  la  sua  signoria  dentro 
i  confini  di  Bologna,  ma  che  in  ogni  occasione  avesse  a  di- 
stendersi ne'  falli  di  Toscana,  ancora  che  egli,  per  addormen- 
tarli, si  mostrasse  molto  benivolo,  e  amico  della  loro  Repub- 
blica. «  Mandarono  perciò  in  Arezzo,  dove  s'  aveano  a  trovare 
«  gli  ambasciadori  di  Perugia  e  di  Siena,  Luigi  Gianfigliazzi, 
«  Sandro  Biliotti  e  Filippo  Bastari  per  trattar  di  confermare 
«  la  lega  fatta  1'  anno  13i7,  per  conservazione  degli  stati  e 
«  libertà  de'  collegati,  e  di  risolver  di  mandar  ambasciadori 
«  al  papa  per  disporlo  alla  conservazione  dello  stato  di  parte 
«  guelfa,  e  cosi  di  non  far  venire  in  Italia  oltramontani.  E 
«  perchè  le  risoluzioni  delle  leghe  vogliono  sempre  tempo, 
«  la  signoria  di  Firenze  che  vedeva  non  esservene  da  per- 
«  dere,  spedì  nello  stesso  giorno  Otto  Sapiti  al  pontefice, 
«  non  tanto  per  condolersi  seco  del  fatto  di  Bologna,  quanto 
«  per  rappresentargli  il  risico  ,  che  per  questo  portava  lo 
«  slato  della  chiesa  e  de' suoi  devoti;  e  per  veder  di  disporlo 
«  a  non  voler  soffrir  tanta  vergogna,  ma  a  voler  ricuperar 
«  l'onore  della  Chiesa:  nel  qual  caso  la  Repubblica  fioren- 
«  lina  sarebbe  pronta  a  seguir  ogni  volontà  della  Santità 
a  sua,  come  lo  sarebbero  tutti  gli  altri  suoi  coliegaii.  Ebbe 


486  dell'  istorie  fiorentine 

«  il  Sapiti  ancora  in  comraessione,  sapendosi  quanto  il  papa 
«  era  male  informato  che  i  Fiorentini  avessero  fallo  opera 
«  d' aver  Bologna,  che  non  solo  cercasse  di  disingannarlo, 
«  ma  di  scusare  Jacopo  degli  Alberti  del  trattato  fatto  coi 
«  Pepoli;  non  essendo  stalo  ad  altro  fine,  che  per  conser- 
((  var  Bologna  alla  Chiesa  e  accordarli  con  Astorgo ,  e  che 
'(  perciò  Bologna  fosse  data  a  tempo  in  mano  de'  comuni  di 
'(  Perugia ,  di  Siena,  o  di  Firenze,  con  renderla  poi  alla 
«  Chiesa  a  suo  beneplacito  ;  il  che  non  essendo  riuscito,  né 
«  r  Alberfi  mandato  a  Bologna  dopo  gli  altri  ambasciadori, 
((  né  il  comune  vi  avea  avuto  altro  fine  che  il  servizio  della 
(X  Chiesa.  La  qual  commissione  chiarisce  bene  qua]  fosse 
f(  l'autorità  degli  Alberti  nella  Repubblica,  la  quale  ingan- 
«  nata,  vuol  anche  farlo  credere  al  papa.  La  prima  cosa  che 
«  veniva  avanti  a  quei  che  governavano  la  Repubblica  da 
'(  poter  portar  maggior  pericolo  dopo  la  perdita  di  Bologna 
«  era  la  città  di  Pistoia,  sapendosi  che  nel  consiglio  di  Mì- 
('  lano ,  dove  l' arcivescovo  era  slato  confortalo  a  pigliar 
f(  Bologna,  gli  era  slato  detto  da' Ghibellini  di  Toscana: 
'<  Che  dopo  quella  avrebbe  avuto  anche  Pistoia  ;  la  quale 
«  trovandosi  involta  nelle  usate  parzialità  ,  dava  per  questo 
«  cagione  fortemente  da  dubitare  ».  Che  Tuna  e  l'altra 
delle  parti;  o  quella  disperala  di  star  fuori ,  o  questa  per 
meglio  assicurarsi ,  trovandosi  dentro  con  sospetto ,  non  si 
gittasse  un  dì  nelle  braccia  dell'arcivescovo;  '  ancora  che 

•  Ancor  qui  è  alterazione  di  testo:  il  quale  dice  cosi:  E  la  prima 
cosa  che  venia  loro  in  considerazione  era  la  città  di  Pistoja.  Per 
questo  fu-  il  principio  dell'anno  i35i,  per  i  due  primi  mesi  del  quale 
ancora  preso  il  sommo  magistrato  Francesco  Rocchi,  pieno  di  molti 
travagli:  e  facendo  il  papa  infendere  alla  Repubblica  per  mezzo  di  Fi- 
lippo dell'  Antella  vesco"o  di  Ferrara,  e  cittadino  di  Firenze,  che 
per  poter  resistere  alle  forze  de'  Fisconti,  era  necessario  restringerti 
insieme,  s''  incominciò  con  gran  sollecitudine  a  porger  orecchi  a  que- 
sta pratica,  parendo  che  si  potesse  l'  arcivescovo  motto  ben  tener  a 
freno,  quando  questa  lega  si  conchiudesse  :  nella  quale  non  solo 
avevano  a  i-xfervenire  i  Fiorentini  e  gli  altri  comuni  di  Toscana 
di  parte  J^t^,  com'  erano  Sanesi  e  Perugini,  ma  anche  molti  dei 
signori  ifffKmbardia  di  fazion  ghibellina.  Ma  andando  la  conclu- 
sione della  lega  (  coìiie  in  simili  negozj  suole  spesso  avvenire  )  a 
lungo,  era  necessario  aver  gli  occhi  alle  cose  di  Pistoia;  trovandosi 


LIBRO   DECIMO.  48/ 

Giovanili  Panciaiici,  il  quale,  cacciatone  in  questi  dì  Riccardo 
Cancellieri,  s' avea  recalo  in  roano  il  governo  della  città,  fa- 
cesse senobianle  di  essere  amico  de' Fiorentini.   Imperocché 
ci  si  sapea  dall'altro  canto,  che  l'arcivescovo  non   mancava 
di  tener  ancor  egli  le  sue  pratiche  in  Pistoia.  Facendo  dun- 
que istanza  la  Repubblica,  che  in  ogni   modo   ella   si   volea 
assicurare,  le  fu  permesso,  e  perciò    fu   ricevuto  in   Pistoia 
-Andrea  Salamoncelli  (  il  quale  era  ancora  al  soldo  della  Re- 
pubblica')  con  cento  cavalieri,  e   centocinquanta  fanti,  giu- 
rando a  coloro  che  governavano,  di  non  alterare  la  forma  del 
presente  slato,  «  E  al  Caucellii'ri  fu  scritto,  che  non  facesse 
«  cosa  alcuna  contro   al  comune   di   Pistoia,    ma  che   conse- 
«  giiasse  le  terre  che  ne  avea  al  Salamoncelli,  perchè  in  altra 
«  maniera  sarebbe  tra'talo  come  ribello  della  Repubblica.  Era 
«  slato  condcnnato  dal  podestà  di  Firenze  Gino  da  Calenzano 
«  notaio,  come  l'era  slato  Giovanni  suo  padre,  in  tremila  lire 
«  per  aver  dato  delle  ferite  a  un  Martino  dello  stesso  luogo: 
<i  e  perchè  dopo  aver  pagato  la  pena  non  poteva  tornare  in 
«  Firenze,  dove  era  venuto  ad  abitare  nel  popolo  di  S.  I.o- 
«  renzo,  per  non  essere  stato  canceilato  dal   libro   de'Maln- 
«  biati,  Jacopo,  Francesco,  Zanobi,  e  Giovanni  con  quattro 
«  lor  sorelle  pupille  ottennero    dalla   signoria,   che  il  detto 
«  Gino  lor  padre  fosse  levalo  dal  dello  libro,  e  così  potesse 
•<  tornare  alla  cillà.  Da  questo  Gino   ebl)e    principio   in  Fi- 
<  ren/e  la  nobil  famiglia  de'  Ginori,  e  dalla  quale  fu  poi  no- 
n  minata  la  strada  de'  Ginori,  nella  quale  si  posero  ad  abi^ 
«   tare.  Non  è  forse  fuor  di  proposilo,  essendosi  i  Fiorentini 
«  dilettali  sempre  delle  fabbriche,  il  dire,  che  trovandosi  in 
«  questi  tempi  la  ciltà  scarsa  di  muratori  e  legnaiuoli,  furono. 
y  per  allettarci  de'  forestieri,  esenti  dalla  matricola,  e  posto 
'(  pena  a  chi  gli  avesse  offesi  in  alcuna  maniera.  Con  V  anno 
■■■  1351  entrò  gonfaloniere  di  giustizia  Francesco  Rocchi,   al 
«  quale  non  mancò  pensieri  per  essere  stato  non  solo  il  suo 
«  magistrato,  ma  lutto  il   resto   dell'anno   pieno  di  travagli. 
«  E  perchè  in  Firenze  non  era  né  podestà  né  capitano  del 

ella  ÌTn>olt(i  neW usala  i>arzia!ità,  e  lìubilando  fortemente  per  qnt- 
sta  cagione  che  f  una  e  l'  altra  delle  parti  ,  o  quella  disperata  di 
star  J'uori^  o  questa  per  meglio  assicurarsi,  trovandosi  dentro  in 
sospetto.,  non  si  gittasse  un  dì  nelle  braccia  dell'  arcivescovo   ec. 


488  dell'istorie  fiorentijjk 

«  popolo;  e  dovendosi  dare  i  gonfaloni  delle  compagnie,  il 
«  gonfaloniere  co' priori  per  assicurarsi  che  in  quella  pubblica 
«  azione  non  nascesse  qualche  scandalo,  mandarono  per  il 
«  podestà  di  Siena  perchè  vi  si  trovasse  presente  ;  di  tale 
«  autorità  e  maestà  era  in  que'  tempi  la  carica  di  podestà.  » 
Erano  arrivati  in  Firenze  Filippo  dell' Antella,  cittadino  fio- 
rentino, stato  eletto  al  vescovado  di  Ferrara  fin  1'  anno  1349, 
e  Niccolò  della  Serra  cavaliere  mandati  dal  papa  per  fare 
intendere  alla  Repubblica,  «  che  per  poter  resistere  alle 
«  forze  del  Visconti  era  necessasio  ristringersi  insieme  ».  Si 
incominciò  con  gran  sollecitudine  a  porger  orecchi  a  questa 
pratica,  parendo  che  si  potesse  l' arcivescovo  molto  ben  te- 
nere a  freno,  quando  questa  lega  si  conchiudesse,  nella  quale 
non  solo  aveano  a  intervenire  i  Fiorentini  e  gli  altri  comuni 
di  Toscana  di  parte  guelfa,  com'erano  Sanesi  e  Perugini, 
ma  molti  signori  di  Lombardia  di  fazion  ghibellina  '.  Tro- 
«  vatosi  da'  mandati  del  papa  molta  prontezza  nella  Repub- 
«  blica  e  nell'  arabasciadore  del  Tribuno  di  Roma,  il  quale 
«  era  in  Firenze,  se  ne  andarono  a  Siena  per  il  medesimo 
«  effetto.  È  cosa  da' principi  patrocinare  i  vicini  e  dar  adito 
«  alli  aggravati  di  potere  sperare  sostentamento  e  aiuto  ;  on- 
«  de  dolendosi  a'  senatori  i  popoli  di  Rencine  e  di  Fornace 
u  d'  esser  maltrattati  da'  conti  di  Dovadola,  scrissero  a  que- 
rt  sti  raccomandandoglieli.  Alla  conlessa  di  Porciano  co'  fi- 
(i  gliuoli  raccomandati  alla  Repubblica,  essendo  impediti  nella 
«  loro  Giuridizione  da'  Conti  Giovanni  e  Francesco  da  Mo- 
te digliana  porsero  sollievo,  facendo  sapere  a'  Conti  che  se 
«  ne  astenessero,  perchè  non  sarebbe  comportato  loro,  come 
«  non  si  voleva  comportare  che  fossero  andati  armala  mano 
«  coutra  la  fortezza  di  Radiracoli  del  conte  Ramberto  da  Ghiag- 
ft  giuolo,  contra  del  quale  pretendendo  cosa  alcuna,  potevan 
«  ricorrere  a  Firenic  e  mostrar  le  loro  ragioni,  senza  venire 
«  all'armi.  E  al  signore  di  Forlì  scrissero:  che  i  Conti  di 
«  Dovadola  eran  raccomandati  del  comune  di  Firenze,  e  che 
«  perciò  gli  volesse  trattare  come  tali.  Era  venuto  podestà 
«  della  città  Angelo  de'  Diodateschi  da  Rieti,  il  quale  si  partì 


1   Questo  pewo   è   stato    poipoito    d&l    gioTane   Ammirato,    come 
«ì  (ileva  dalla  nota  antecedente. 


LIBBO   DECIMO  48S 

«  poi  dall'  uficìo  vergogQosamenle,  senza  pagare  né  anche  i 
>(  suoi  propri  ufìciali.  E  per  capitano  del  popolo  vi  s'aspel- 
«  lava  lodino  de'  Bernardini  da  Città  di  Castello.  E  non  si 
«  pensando  che  al  modo  di  potersi  assicurare  dalle  forze  del 
«  Visconti,  si  fecero  i  senatori  dare  in  guardia  da  Orsallo 
«  e  Pace  de' nobili  di  Canlagallo  la  loro  fortezza  di  Paventa, 
«  u  Pavana,  ordinando  a  Rosso  de' Ricci,  vicario  dell' alpi  e 
«  di  Firenzuola,  di  riceverla.  Aggiunsero  ancora  Arnoldo  de- 
><  gli  Altovili  alli  ambasciadori  Gianligliazzi,  Biliotti,  e  Ba- 
«  slari  per  andare  in  Arezzo,  dove  sarebbero  gli  arabascia- 
«  duri  del  papa,  de' comuni  di  Roma,  di  Perugia,  di  Siena. 
«  e  di  Mastino  della  Scala  con  gli  altri  si  aveano  a  collegare 
«  insieme.  Era  stato  promosso  nelle  quattro  tempora  dell' av- 
«  vento  Rinaldo  Orsino  al  cardinalato,  e  i  signori,  come  stato 
«  raccomandato  dalla  Repubblica,  ne  resero  grazie  al  ponte- 
«  fice  ». 

Non  parendo  alla  nuova  signoria ,  entrata  il  primo  di 
marzo,  di  cui  fu  capo  Donato  Velluti  giudice,  che  il  presi- 
dio messo  dentro  a  Pistoia  fosse  sufficiente  ;  sicché,  volendo 
i  Pancialici  far  mutazione,  potesse  loro  essere  vietato;  perchè 
cadde  loro  nell'  animo  (valendosi  della  persona  di  Ricciardo 
Cancellieri,  il  quale  discacciato  della  svia  patria  viveva  in  Fi- 
renze assai  ben  visto  da' cittadini)  d'aver  Pistoia  per  furto, 
e  di  riordinarla  a  lor  modo,  confortali  grandemente  a  far 
questo  da  Piero  Gucci,  a  cui,  come  che  non  fosse  di  mag- 
gior autorità  che  notaio  della  condotta,  essendo  nondimeno 
gran  parlatore,  e  di  bella  presenza,  si  prestava  gran  credito, 
promettendo  egli  per  1'  amicizia,  che  avea  con  molti  conne- 
stabili  cosi  dentro,  come  fuor  di  Pistoia,  di  condur  felice- 
mente la  bisogna  ad  effetto  '.  Per  questo  giudicando  i  Fioren- 
tini, che  di  questo  fatto  si  potessero  giustificare  ogni  volta 
che  il  mondo  conoscesse  non  per  altro  avere  ciò  fatto  che 
per  assicurarsi  di  quella  città,  non  traili  da  avarizia,  o  da 
ambizione,  ordinalo  quello  che  bisognava,  la  notte  de'26di 
marzo  feciono  cavalcare  Ricciardo  Cancellieri  con  molti  ca- 
valieri e  fanti  verso  Pistoia.  Arrivati  la  mattina  innanzi  il  dì 
alla  terra,  mettono  tacitamente  le  scale  alle  mura;  per  quelle 

'   In  questo  periodo  la  sintassi  non  corre  speditissima. 


4M  dell'  istorie  fiorentine 

tnlrano  dentro  la  terra,  trovano  ogni  cosa  senza  sospelln. 
che  ne  i  cittadini  ciò  aspettavano,  né  il  Salamoncclli ,  uomo 
d'incorrotta  fede,  essendo  il  Giicci  restato  a  dormir  a  Prato, 
avoa  notizia  della  cosa.  Gridasi  innanzi  il  tempo  il  nome 
della  Repubblica  e  di  Ricciardo,  non  essendo  ancora  tutte  le 
genti  entrate  dentro.  Risvegliali  a  questo  romore  i  cittadini 
e  le  genti  del  Salaraoncelli,  e  credendo  esser  opera  di  Ric- 
ciardo, di  cui  in  Pistoia  si  vivea  in  mollo  sospetto,  corrono 
alla  difesa  delle  mura,  e  de'  luoghi  presi,  e  venendo  alle 
mani  co' Fiorentini  molti  di  loro  feriscono,  il  resto  fanno 
prigione,  infin  che  non  si  seppe  quella  essere  stala  opera 
de' Fiorentini.  La  qual  cosa  generò  gran  sospetto  in  quella 
città,  parendo  che  la  Repubblica  si  fosse  portata  centra  il 
suo  costume,  non  avendo  cagione  d'  usare  cosiffatti  inganni 
co'Pistojesi,  i  quali  volontariamente  avean  ricevuto  il  suo  pre- 
sidio dentro,  e  obbligatisi  con  giuramento  di  seguitare  in 
ogni  accidente  la  fortuna  sua.  Non  furono  minori  i  romoii. 
che  se  ne  fecero  in  Firenze,  essendo  questo  iraltato  con- 
dotto per  saputa  di  pochi  ;  e  sarebbcsi  facilmente  sfogala 
l'ira  contra  il  Cucci,  menato  per  questa  cagione  a  furore  di 
popolo  alla  presenza  del  podestà,  se  il  fallo  di  coloro,  che 
potevano  più,  non  avesse  ricoperto  l'error  suo.  Nondimeno 
essendosi  conosciuto  per  lunga  sperienza ,  che  a  molle  im- 
prese non  si  dee  in  conto  alcuno  por  mano',  ma  quando  >i 
si  è  messa,  si  debbono,  per  non  far  peggio,  condura  fine  '. 
fu  ordinato,  che,  quel  che  avvenir  ne  potesse,  nuove  genti 
si  mandassero  a  Pistoia,  e  per  forza,  o  per  amore  procac- 
ciare in  ogni  modo  d'averne  la  signoria."  E  volendo  prima 
«  vedere  se  i  Pistojesi  si  potessero  indurre  con  le  buone  alla 
«  volontà  della  Repubblica,  vi  mandarono  Marco  degli  Stroz- 
«  zi ,  Luigi  Aldobrandini,  e  Filippo  de'  Macchiavelli  per  rap- 
«  presentare  a  quelli  anziani  e  governo;  che  lo  sforzo 
«  stalo  fatto  contra  quella  città,  non  era  stalo  per  torgh 
«  la  libertà,  anzi  per  conservargliela;  macho  non  vedendo 
u  i  Fiorentini  coma  potersi  assicurar  di  Pistoia  ,  per  es- 
«  servi  dentro  la  parte  ghibellina  molto  gagliarda,  non  era- 
«  no  per  quietarsi  finlanlo  che  non  vi  avessero  una  forlez- 

'  Ottima  e  oppurtunissìma  sentenza,  e  utile  in  tutti  i  tempi. 


LIBRO   DECIMO.  491 

«  za  ,  per  dove  potessero  avere  1'  entrala  e  I'  uscita  libera 
«  di  quella  città;  ma,  non  avendo  gli  arabasciadori  profittato 
«  niente  »  ,  furono  per  questo  mandate  quante  genti  si  po- 
terono avere  tanto  a  pie  che  a  cavallo  da  tutti  i  luoghi 
vicini.  «  Scrissono  a'Malatesli  di  Rimini,  e  al  Manfredi  di 
«  Faenza  sollecitandogli  a  mandarne  loro.  Ne  sollecitarono 
«  i  Sanesi ,  a'  quali  scrissero  che  non  lasciassero  partire  di 
«  Siena  Niccolò  de'Tolomei,  eletto  podestà  di  Pistoja,  fiii- 
«  che  quella  città  non  fosse  ridotta  a  stalo  guelfo  ».  Man- 
daronvisi  dalla  città  sedici  pennoni,  uno  per  gonfalone,  o\e 
furono  duemila  cittadini  ben  armati.  Fecesi  per  decreto  pub- 
blico intendere  a'banditi,  che  con  quello  sforzo,  che  cia- 
scuno potesse,  si  trovasse  intorno  Pistoja,  che,  fornito  il 
servigio,  sarebbe  ribandito;  talché  in  spazio  di  tre  giorni 
si  trovarono  all' assedio  di  quella  città  ottocento  cavalieri,  e 
dodicimila  pedoni.  Eran  dentro  la  terra  atti  a  difenderla  non 
più  che  millecinquecento  cittadini  (  imperocché  il  Salaraon- 
colli  con  le  genti  sue  sospeso  per  così  fatta  novità  non  gio- 
vava a  quelli  di  dentro  ,  né  travagliava  quelli  di  fuori),  ma 
di  pari  consentimento  tanto  fermi  a  morire  per  la  libertà 
della  lor  patria  ,  che,  lasciate  le  proprie  abitazioni  per  poter 
esser  più  pronti  a' bisogni,  vennero  ad  alloggiare  intorno  le 
mura  ;  le  quali  ottimamente  aveano  armate  di  bertesche ,  e 
di  ventiere ,  aveano  tirato  intorno  un  largo  corridoio  di  le- 
gname, e  quello  fornito  di  pietre,  e  di  pali  da  gittare  per 
tener  discosto  i  nimici.  E ,  quello  che  dagli  antichi  non  fu 
talor  disprezzalo  ,  a  pie  delle  mura  aveano  fabbricato  di 
molti  fornelli  con  caldaie  per  poter  aver  presta  1'  acqua  bol- 
lita per  rovesciarla  sopra  gli  espugnatori.  Aveano  oltre  a 
tulle  queste  cose  apparecchiato  calcina  viva  e  polvere ,  e 
fatta  ogn' altra  provvisione  ordinaria.  Queste  erano  le  pre- 
parazioni di  quelli  di  dentro.  I  Fiorentini  di  fuori  avean 
fatto  dirizzare  intorno  la  città  otto  battifolli,  e  da  ciascuno 
di  questi  all'altro  aveano  tirato  steccati  in  guisa,  che  parca 
un  altro  muro  che  cingesse  la  terra.  Aveano  ordinato  i  lor 
ponti ,  gatti ,  grilli ,  castelli  di  legname  ,  e  altri  fornimenti 
da  combattere  le  mura.  Ma  avendo  animo  di  tentar  prima 
ogn'altra  cosa  che  la  forza,  s'astenevano  di  dar  l'assalto; 
se  non   che  faceano  ogni    dì  intenderò  a'Pistojesi,  che  ab- 


49-2  dell'istorie    FIORENXrNE 

bassasser  l'orgoglio;  perciocché  egli  non  voleano  da  essi 
altro  che  la  guardia  della  città  per  sicurezza  loro,  e  che 
delle  rendile  del  comune,  del  governo,  e  de' magistrali  loro, 
lascerebbon  disporre  secondo  il  piacere  della  maggior  parte 
di  essi  stessi  Pistojesi.  A' quali  conforti  non  volendo  gli  aS' 
sediati  piegar  l'alterigia  dell'animo,  i  Fiorentini  deltono 
il  guasto  alle  ville,  e  feciono  intendere  a  quelli  di  dentro, 
che  assalirebbono  e  combatlerebbon  le  mura ,  e  che  non 
si  lascierebbe  esempio  di  crudeltà  alcuno  addietro  ;  poiché 
i  Pistojesi,  non  essendo  buoni  a  difendersi  da  se  stessi,  vo- 
leano metter  in  pericolo  lo  stato  de'Fiorentini.  Ne  questo 
fu  d'alcun  giovamento;  talché  raandaron  comandando  al 
Salamoncelli ,  il  quale  inQno  a  quell'ora  s'era  mantenuto 
neutrale,  che  uscisse  di  Pistoja;  perchè  essi  intendeano  di 
dar  l'assalto  alla  terra.  «  E,  per  guadagnarla  tanto  piìi  sicu- 
«  ratnente,  aveano  fatto  promettere  dal  Bernardini,  capitano 
«  del  popolo  ,  che  era  all'esercito,  paga  doppia  e  mese  corn- 
ee piuto  a' soldati  se  nella  battaglia  la  superavano.  Il  coman- 
damento fatto  al  Salamoncelli  tolse  in  qualche  parte  l'animo 
a'  Pistojesi  diminuiti  di  quelle  genti ,  le  quali,  quando  si  fosse 
venuto  all'assalto  speravano  di  dover  avere  in  favor  loro. 
'<  Ma  essendo  comparsi  alcuni  ambasciadori  mandati  dalla 
«  Repubblica  di  Siena  si  misero  a  trattar  accordo  trai' una 
«  parte  e  l'altra,  e  facendo  vedere  a' Pistojesi  in  che  peri- 
«  colo  si  mettevano  di  perdersi  affatto  aspettando  la  batta- 
«  glia,  e  che  la  Repubblica  di  Firenze  non  voleva  che  la 
«  sicurezza  di  quella  città  »;  che  discorrendosi  con  animo 
pifi  posato  nel  loro  consiglio  da  coloro ,  che  seguitavano  la 
parte  guelfa,  che  era  quello  che  si  mettevano  a  fare ,  e  che, 
se  Dio  non  avesse  tolto  loro  la  mente  ,  ei  doveano  pregar 
i  Fiorentini,  che  per  comune  beneficio  prendessono  la  cura 
di  guardare  lalor  patria  per  la  passata  pestilenza  vota  d'abi- 
tatori e  di  forze,  e  che  in  ogni  caso  era  miglior  partito 
mantenersi  amici  e  confederati  d'una  Repubblica  di  To- 
scana ,  e  con  cui  altre  volte  aveano  avuto  così  buona  e 
fedele  intelligenza,  come  essi  sapevano,  che  divenire,  con 
l'esempio  de'  Bolognesi,  schiavi  d'un  signore  lombardo,  si 
die  facilmente  orecchio  a'  pensieri  della  pace  :  la  quale  vinta 
per  segreto  squillino  della  maggior  parte  di  quella  fazione. 


LIBRO  DECiaiO.  493 

fu  finalmente  fatto  intendere  a' capitani  dell'esercito,  che 
essi  erano  presti  a  ricever  dentro  senza  ninna  eccezione 
tutta  quella  guardia  e  presidio,  che  al  comune  di  Firenze 
paresse  sufficiente,  e  che,  per  assicurarsi  meglio  della  lor 
fede,  voleano  oltre  a  ciò  dargli  la  guardia  di  Seravalle  ,  e 
della  Sambuca,  e  che  si  contentavano ,  che  a  spese  de' Fio- 
rentini si  facesse  un  castello  in  Pistoja  della  qualità  ,  e  gran- 
dezza che  essi  stimassero  necessaria.  «  Matteo  Villani  scrive 
«  che  gli  ambasciadori  de'Sanesi,  in  luogo  di  metter  accordo 
«  tra'  Fiorentini  e  Pistojesi  inacerbirono  gli  animi  delle 
«  parli;  ma  avendo  io  veduto  lettera  della  signoria  di  Fi- 
«  renze  scritta  a  Siena ,  dove  dicono ,  che  mediante  i  loro 
«  ambasciadori  le  cose  di  Pistoja  s' erano  ridotte  ad  assai 
«  lodevol  fine,  e  ehe  per  ridurle  a  perfezione  si  desiderava 
«  che  si  trattenessero  ancora  qualche  dì ,  chiamandoli  pru- 
«  denti,  mi  pare  che  si  possa  credere  a  questa  »• 

In  questo  modo  venne  di  nuovo  in  podestà  de'  Fioren- 
tini la  città  di  Pisloja:  la  quale  riordinata  nel  suo  reggi- 
mento, e  rimessovi  Ricciardo  Cancellieri  con  la  sua  parte, 
e  fatti  far  molti  parentadi  co' suoi  avversari,  fece  felice  e 
memorabile  il  gonfaloneralo  del  Velluti ,  negli  ultimi  giorni 
del  cui  magistrato  l'esercito  lieto  di  cotanto  acquisto  ritornò 
a  Firenze,  della  qual  città  furono  fatti  cittadini  gli  anziani, 
che  di  questo  tempo  risedevano  in  Pistoja.  Già  parca  (es- 
sendo sialo  tratto  nuovo  gonfaloniere  Simone  dell' Antclla) 
che  le  cose  della  Repubblica  procedessero  bene ,  essendosi 
in  pochi  dì  impadronita  di  Pistoja,  di  Prato,  di  Colle  di 
Valdclsa ,  e  di  S.  Gimignano.  La  lega  che  si  trattava  col 
papa,  con  le  repubbliche  di  Toscana,  con  Mastino,  e  altri 
signori  lombardi  slava  di  giorno  in  giorno  per  conchiudersi. 
Ne  l'arcivescovo  di  Milano,  per  tema  del  quale  la  delta  lega 
si  faceva,  si  mostrava  punto  alieno  da' Fiorenlini ,  costu- 
mando di  scriver  loro  come  amico ,  rallegrandosi  di  tutti  i 
prosperi  sucessi  della  Repubblica.  Ma  veramente  ella  era 
un'amicizia  tutta  piena  di  simulazione,  sì  per  la  ragione 
delle  fazioni,  e  sì  per  gli  antichi  odj  passati  tra  i  suoi  mag- 
giori, e  il  comune  di  Firenze,  e  sì  perchè  per  i  modi  che 
tenea  l' arcivescovo  ,  chi  non  era  ignorante  delle  cose  del 
mondo,  potea  chiaramente  accorgersi,  che  egli  per  ampliare 


494  DELLISTORIF.    FIOBENTINE 

il  SUO  imperio,  ogni  volta  che  n'avesse  veduta  l'occasione, 
non  avrebbe  osservato  fede  ad  alcuno;  per  i  quali  rispetti 
gli  animi  di  tulli  erano  molto  travagliati ,  essendo  costretti 
a  far  cenni  di  non  si  accorgere  della  cupidigia  grande  del- 
l'arcivescovo  «.  Nonostante  che  ben  presto,  dopo  l'essersi 
«  avuto  Pistoja,  Pivinello  da  Mostaglia,  soldato  di  Giovanni 
«  Visconti  da  Oleggio,  luogotenente  e  capitano  in  Bologna 
«  dell'arcivescovo,  e  da  molli  riputalo  per  suo  figliuolo 
«  bastardo,  si  fosse  impadronito  della  Sambuca,  castello 
«  posto  nel  passo  della  montagna  tra  Bologna  e  Pistoja, 
«  per  la  tardanza  de'Fiorentini  in  provvederla,  e  che  alla 
«  richiesta  fattane  dalla  signoria  con  lettere  de' 9  di  mag- 
«  gio  all'arcivescovo  per  la  restituzione,  non  sene  vedesse 
;<  alcun  buono  effetto.  Come  nò  anche  sen  eran  veduti  il 
«  marzo  passato  ,  quando  da' suoi  medesimi  soldati  di  Bolo- 
«  gna  era  stata  sorpresa  la  villa  dì  Usignano  posta  nell'Alpi 
«  del  contado  di  Firenze.  Dalle  quali  cose  fatti  più  cauti  i 
«  Fiorentini,  si  fecero  dar  la  guardia  della  Rocca  di  Mon- 
«  le  vivagno  in  Mugello  da' Conti  di  Montecarello ,  e  a'fi- 
((  gliuoli  di  Piero  de' Bardi  dettero  poi  licenza  di  fortificar 
«  Vernio,  non  volendo  che  questi  luoghi  venissero  in  mano 
«  de'nimici  della  Repubblica,  la  quale  era  tenuta  con  trava- 
te glio  dall' aver  inteso  dalle  lettere  del  pontefice:  Che  Carlo 
«  re  de' Romani  gli  avea  con  suoi  ambasciadori  fallo  instane 
«  zia  di  venire  a  Roma  a  pigliar  la  corona  dell'imperio:  il 
«  che  non  gli  avendo  sua  Santità  potuto  negare  apertamente, 
«  per  non  lo  fare  unire  con  1'  arcivescovo  di  Milano,  nimico 
«  di  Dio  e  della  Chiesa,  gli  avea  proposto  le  difficoltà  che 
«  averebbe  incontrato  con  le  città  guelfe  ;  con  le  quali 
«  gli  ambasciadori  dicevano  che  Carlo  si  sarebbe  accordato 
((  conforme  che  sua  Santità  avesse  voluto  ;  e  che  essendosi 
«  così  licenziali  da  lui,  esortava  i  Fiorentini  a  mandare  in 
K  Avignone  ambasciadori  de'  più  prudenti  e  savi,  perchè  nel 
«  ritorno  che  erano  per  far\i  quei  di  Cario,  si  trovassero 
«  quivi  per  consultare  del  modo  da  tenersi  ».  L'  esercito 
doli' arcivescovo,  '  il  quale  con  la  persona  di   Bernabò   suo 

'   E  l'eramente  /'  esercito  dell'  arcivescovo  ec.  Cosi  unisce  il  rec- 
ohio   Ammirato  cui  pezzo,  aranti  la  giuata. 


LIBRO    DECIMO.  493 

nipote  si  era  trattenuto  intorno  Imola  per  tutto  il  mese  dr 
maggio  per  lorla  a  Guido  Alidosio,  signor  di  quella  città,  era 
del  continuo  stato  quasi  un  slecco  agli  occhi  de' Fiorentini. 
Ma  crebbe  mollo  più  questo  timore  ,  quando,  non  si  trovando 
la  lega  condotta  a  fine  per  la  morte  di  Mastino  ,  ei  si  senti 
andar  voce  attorno,  che  l'avea  ben  conchiusa  l'arcivescovo, 
il  quale  non  solea  perder  tempo,  e  confermatala  con  vincolo 
ili  part-ntado  con  Cane  grande,  figliuolo  di  Mastino,  avendo 
«iato  a  Bernabò  Beatrice  sua  sorella  per  moglie,  e  che  non 
solo  s'era  collegato  con  Cane,  ma  col  marchese  di  Ferrara, 
ancora  che  la  casa  da  Esle  tosse  molto  solila  d' esser  amica 
le'  Fiorentini,  e  cosi  parimente  con  molti  altri  signori  di 
Romagna  e  della  Marca.  E  contutlociò,  o  perchè  queste  cose 
non  fossero  ancora  mollo  ben  chiare,  o  perchè  l'armarsi  dal 
canto  de'  Fiorentini  avrebbe  mostro  diffidenza,  il  che  avrebbe 
l'arcivescovo  preso  per  occasione,  la  Repubblica  non  s'ar- 
mava, aiutala  a  non  prender  i  parlili  giovevoli  dalle  discor- 
die de'suoi  cittadini  popolani;  tra' quali,  spenta  quasi  afTatlo 
la  nobiltà,  erano  nate  molle  gare  ;  essendo  quasi  tutta  la 
lillà  con  nuovo  esempio,  come  anticamente  avea  fallo  tra  i 
Buondelmonti,  e  gli  liberti;  e  poi  Ira  i  Donali  e  i  Cerchi, 
cosi  finalmente  divisa  in  due  famiglie  de'  Ricci,  e  degli  AI- 
bizi.  Le  quali  cose  non  essondo  oscure  all'arcivescovo,  il 
confortarono  tanto  più  prontamente  a  mettere  in  effetto  quello, 
che  lungo  tempo  avea  conccputo  nell'animo.  «  In  questi  Ira- 
te vagli  di  fuori  avendo  Sandro  di  Cione  Pollini  avuto  ricorso 
«  alla  signoria,  perchè  nello  spedale  delia  Scala,  fondalo  da 
«  lui  per  ricever  gl'infermi  e  figliuoli  esposti,  vi  si  mettesse 
f(  dal  comune  un  camarlingo,  il  quale  avesse  cura  di  quelle 
«  entrale,  acciocché  non  servissero,  come  seguiva,  per  lo  Spe- 
w  dale  della  Scala  di  Siena,  i  senatori  vi  presero  compenso. 
«  E  perchè  a' figliuoli  di  Bencivenni  di  Tornaquincio  Buon- 
«  sostegni  era  dal  padre,  morto  per  la  peste,  stalo  proibito 
«  di  poter  alienare  il  lor  palazzo,  chiamalo  Castello  altafronte, 
«  e  avendo  a  maritare  una  lor  sorella,  dettero  per  tal  ca- 
«  gione  licenza  di  poterne  disporre.  Il  capitano  e  comune 
«(  di  Forlì  servendosi  delle  occasioni  per  assicurare  la  lor 
«  signoria,  s' erano  messi  armala  mano  appresso  a'  castelli 
i;  del  conte  di  Ghiaggiuo'o,  e  molestavano  anche  il  cumiuie 


496  dell'  istorie  fiorentine 

«  di  Portico;  il  che  non  passando  con  decoro  de' Fiorentini, 
ti  furono  mandati  a  Forlì  Francesco  de' Medici  e  Lionardo 
«  Strozzi  per  fare  intendere  a  quel  comune  e  al  capitano . 
«  che  il  conte,  e  Portico  erano  sotto  la  protezione  della  Re- 
«  pubblica,  e  che  perciò  s'astenessero  di  molestarli  ;  perchè 
«  in  altra  maniera  ella  sarebbe  costretta  a  difendergli.  Negli 
«  ultimi  giorni  del  mese  di  luglio  trovandosi  gonfaloniere  di 
«  Giustizia  Paolo  Bordoni,  i  Fiorentini  si  accorsero  con  che 
«  nimico  aveano  a  fare,  essendo  venute  in  gran  fretta  noveli<' 
«  in  Firenze,  '  »  che  Giovanni  da  Oleggio,  capitano  del  Vi- 
sconti, il  ventottesimo  di  dì  quel  mese,  passalo  la  Sambuca  ^, 
s'era  con  gran  numero  di  genti  accampato  quattro  miglia 
appresso  Pistoja. 

Questa  nuova  così  subita  e  improvvisa,  benché  grande- 
mente avesse  perturbato  gli  animi  de'  Fiorentini,  nondimeno 
non  essendo  tempo  da  perderlo  in  vano,  con  quella  diligenza 
che  fu  loro  possibil  maggiore,  attesero  a  fornir  di  gente  Pi- 
stoja; il  che  in  due  dì,  che  Giovanni  stette  aspettando  il  re- 
sto dell'esercito,  potettero  fare  comodamente.  Talché  a'3() 
di  quel  mese,  che  egli  avendo  fornito  il  campo  di  genti,  e 
di  vettovaglia,  s'  era  avvicinato  alle  mura,  si  trovarono  den^ 
tro  Pistoia,  oltre  le  genti  della  città  che  avean  l'arme  in 
mano,  cinquecento  cavalieri,  e  ottocento  fanti  pagati.  Nel- 
l'esercito de' nimici  era  cosa  certa  esser  settemila  cavalieri, 
de' quali  cinquemila  erano  con  le  barbute,  e  semila  masna- 
dieri. Ma  quello  che  accrebbe  maggiormente  Io  spavento  «■ 
il  terrore  de'  Fiorentini,  fu  che  in  un  medesimo  tempo  si 
scopersero  loro  nimici  tutti  i  vicini  signori,  che  aveano  ca- 
stella e  tenute  in  Toscana,  e  i  quali  inGno  a  queir  ora  erann 
stati  amici,  e  confederali  della  Repubblica.  Imiicrocchè  i  Tar- 
lati, gli  libertini,  e  i  Pazzi  di  Val  d'Arno,  i  quali  segreta- 
mente s'erano,  come  si  seppe  poi,  convenuti   con  l'arcive- 


J  Come  si  i'iJe  nel  gonjalonerato  di  Paolo  Boi  doni  intorno  agli 
ultimi  giorni  del  mese  di  luglio;  quando  vennero  in  gran  fretta  no- 
celle in  Firenze  ec.  Prim.  Ediz. 

-  Castello  posto  nel  passo  delle  montagne  tra  Bologna  e  Pistoia, 
il  quale  per  colpa  de' Fiorentini  si  tro\>a\>a  in  poter  de''  f'iscoriti.  Primj 
Ediz. 


LIBRO  DECIMO.  497 

^covo  in  Milano,  sentendo  il  campo  a  Pisloja,  si  ragunarono 
a  Bibbiena,  e  messe  insieme  molte  genti,  olire  dugentocin- 
quanta  barbute  avute  dal  capitano  de'nimici,  incominciarono 
a  correre  il  paese,  facendo  di  molte  uccisioni  e  ruberie  per 
tutto.  Gli  Ubaldini  similmente,  aggiunto  alle  genti  loro  alcun 
numero  di  cavalieri  de'  nimici ,  corsero  a  Firenzuola,  e  sa- 
pendo che  non  era  fornita  di  riedificare,  senza  molte  fatiche 
la  presero,  e  arsero.  Poi  s' inviarono  verso  Monte  Coloreto, 
ove  era  castellano  Jacopo  Civriani  cittadino  fiorentino,  ma 
giovane,  e  poco  scorto  in  fatti  di  guerra;  a  cui  dato  a  in- 
tendere, che  Firenze  era  per  darsi  al  signor  di  Milano,  fa- 
cilmente il  condussono  a  patteggiare  con  esso  loro:  che,  se 
fra  il  terzo  di  non  avesse  soccorso,  renderebbe  la  rocca,  e 
per  osservanza  di  ciò,  diede  per  statico  un  suo  fratello.  I 
Fiorentini,  che  aveano  quella  per  importante  fortezza,  trova- 
rono un  conestabile  molto  ardilo ,  il  quale  promise  loro  con 
venticinque  masnadieri  d'  entrar  nel  castello  innanzi  al  tempo, 
e  così  fece.  Ma  non  essendo  ricevuto  dal  castellano  dentro 
la  rocca,  non  potè  la  sua  valorosa  opera  esser  di  profitto  al- 
cuno alla  Repubblica;  talché  i  nimici  facendo  vista  d'impic- 
car il  fratello  del  castellano,  se  egli  non  rendea  la  fortezza, 
costrinsono  il  misero  ad  arrendersi,  perchè  poi  piagnesse  la 
pena  della  sua  vii  dappocaggine  in  Firenze,  ove  a  lui  insie- 
me con  due  suoi  compagni  fu  mozzo  la  testa.  Tutte  queste 
cose  furon  fatte  in  un  batter  d'  occhio.  I  Fiorentini  veggen- 
dosi  con  tanta  forza,  e  da  tante  parti  assalire,  mandarono 
ambasciadori  al  capitano,  richiedendolo  della  cagione,  che 
avea  mosso  1'  arcivescovo  suo  signore  a  romper  la  guerra 
allo  slato  loro,  da  cui  pochi  giorni  innanzi  aveano  continua- 
mente ricevuto  lettere  piene  di  gran  segni  di  benivolenza  e 
d' amore  :  e  maravigliandosi,  che  quando  pure  ogni  gran  causa 
egli  n'avesse  avuto,  essendo  nondimeno  pace  tra  loro,  do- 
vea  annunziar  prima  la  guerra,  o  vedere  se  essi  erano  per 
ammendar  quello,  in  che  il  suo  signore  si  teneva  gravato  da 
loro,  il  capitano  rispose  altieramente;  che  1' arcivescovo  suo 
signore  era  benigno  principe,  e  che  mal  volentieri  bramava 
il  danno  d'  alcuno,  anzi  di  ninna  cosa  esser  più  desideroso, 
che  della  pace  e  quiete  de' popoli;  ma  perchè  egli  intendca 
la  Toscana  tutta,  e  particolarmente  Firenze,  arder  di  civil  di- 
Amm.  Vol.  II.  32 


498  dell'  istorie  fiorentine 

scordie,  e  i  meno  potenti  esser  ogni  dì  oppressi  d' insoppor- 
tabili gravezze,  per  questo  fine  aver  mandato  lui  con  po- 
tente esercito  per  levar  le  sette  e  tirannie  della  lor  patria. 
J.a  qual  felicemente  goderebbe  tutti  i  comodi  della  pace,  se 
ella  si  disponesse  a  venir  prontamente  sotto  la  sua  protezione  ; 
quando  fosse  per  prender  altro  partito,  le  significava  allora, 
che  egli  avea  commessione  di  mettersi  con  l'esercito  in  sulle 
porti  di  Firenze,  e  indi  non  mai  partire,  combattendo  con 
ferro,  con  fuoco  ,  e  con  prede  de' lor  beni  d'ogni  parte  il 
(  ontado,  finche  a  viva  forza  fosse  costretta  di  recarsi  alia 
sua  volontà.  Gli  ambasciadori  sdegnati  dell'  orgogliosa  rispo- 
sta del  capitano,  non  fecero  altra  replica,  se  non  che  do- 
mandarono salvocondotlo  infino  a  Bologna,  per  di  là  potersi 
condurre  a  trattar  questa  cosa  con  1'  arcivescovo.  Ma  non 
essendo  lor  conceduto,  se  ne  ritornarono  a  Firenze.  Dove  es- 
sendosi sentito  che  il  papa,  «  per  i  potenti  mezzi  che  l'ar- 
«  civescovo  avea  in  quella  corte,  inclinava  non  solo  ad  ac- 
ce cordarsi  seco,  ma  a  far  lega  insieme,  aveano  i  signori 
«  spedilo  in  Avignone  ambasciadore  Piero  Bini  per  rappre- 
«  scntare  al  pontefice  la  prontezza  della  Repubblica  alla  lega 
«  con  santa  Chiesa;  e  che  essendo  stato  detto  che  sua  san- 
«  lità  voleva  farla  con  l' arcivescovo ,  era  pregata  in  ogni 
a  caso  a  volervi  includere  i  comuni  di  Toscana,  gli  amba- 
n  sciadori  de'  quali  sarebbe  stalo  a  proposito  che  avesse 
((  aspellato  avanti  di  conchiuderla,  per  poter  far  tutto  con 
n  maggior  sicurezza  di  santa  Chiesa  e  di  parie  guelfa  ».  E 
per  levar  1'  occasione  a  Cangrande  signor  di  Verona,  al  mar- 
chese Obizo  da  Este,  e  a  Bernardino  da  Polenta  d'  esser 
contro  la  Repubblica,  i  senatori  scrissero  a  ciascuno  la  mossa 
dell'armi  dell'arcivescovo  contra  i  Pistoiesi ,  e  la  volontà  di 
voltarsi  poi  sopra  Firenze,  con  domandare  aiuto  di  genti. 
Mentre  che  i  Fiorentini  spedirono  ambasciadori  e  scrissono 
lettere,  il  capitano  dell'arcivescovo,  a  guisa  d'un  fulmine,  di- 
sloggiato da  Pistoia,  e  passato  a  Prato  occupò  tutto  il  paese 
di  Campi,  di  Brozzi  e  di  Peretola;  il  che  sentito  in  Firenze 
fu  anche  inteso  che  egli  ne  veniva  tuttavia  verso  le  porli 
della  città  '.  La  qual  novella  sbigotti  oltre   ogni  credenza 

'  Il  TeccLio  Ammirato  dice:  Ma,  non  essendo  loro  conceduto,  se  ne 


LIBRO  DECIMO.  499 

ciascuno;  e  mollo  più,  quando  dopo  non  lunga  ora  si  vide 
ima  grande  schiera  di  contadini  color  piccoli  figliuoli  in 
braccio,  o  con  alquante  lor  bestie  innanzi,  e  con  alcune  po- 
che masserizie  in  sulle  spalle  venirsene  ansando,  stanchi  dalla 
fatica  e  dal  timore,  verso  la  città,  ove  avrebbe  il  nimico  leg- 
giermente potuto  la  sera  medesima  entrare  (  cotanto  era  stala 
\h  sua  mossa  celata  a  ciascuno  )  se  i  soldati  stanchi  ancor 
essi  dal  cammino,  non  fossero  stati  invitali  a  riposarsi  dagli 
;igi  troppo  grandi  delle  ville  del  paese;  onde  fu  chi  disse 
con  simile,  ma  forse  con  troppo  superba  comparazione,  non 
altrimente  aver  nociuto  le  piacevolezze  di  quel  contado  bel- 
lissimo air  esercito  del  Visconti,  che  le  morbidezze  di  Capua 
s' avessero  fallo  a  quello  d' Anibale.  Ma  mandando  eglino 
prestamente  male  quello,  che,  se  si  fosse  risparmiato,  avrebbe 
lungo  tempo  potuto  servire,  conobbero  veramente  come  la 
provincia  di  Toscana,  e  particolarmente  il  contado  di  Firenze, 
contra  l'uso  della  Lombardia,  è  più  sostenuto  dall'artificio, 
e  dal  moderalo  reggimento  del  vivere,  che  da  una  naturai 
<:opia  e  abbondanza  di  cose.  A  che  s'  aggiunse  per  la  sec- 
chezza della  stagione  il  mancamento  dell'acqua,  onde  al 
campo  venne  meno  la  comodità  delle  farine.  Per  la  qual  cosa 
si  levò  una  voce  sparsa,  artifiziosaraente  da'  nimici ,  che  il 
campo  era  per  passar  di  là  della  città,  e  che  metterebbe  le 
bandiere  alla  chiesa  di  S.  Salvi.  Fu  ancor  fama,  che  se  ne 
tornerebbe  addietro  per  la  via  di  Pistoia  ;  onde  furono  fatte 
molte  provvisioni  in  un  tempo.  Coloro  che  aveano  cura  di 
guardar  Pistoia  ruppono  i  passi ,  e  abbarrarono  i  cammini 
con  fossi,  e  con  alberi.  I  Fiorentini  avendo  alquanto  ripreso 
l'animo  dalla  paura,  feciono  una  tagliala  dalla  porta  a  S. 
Gallo  infino  alla  costa  di  Monlui ,  ove  misono  molti  bale- 
strieri. Afforzarono  di  bertesche  e  di  steccati  la  rocca  di 
Fiesole,  e  feciono  sgombrare  tutto  il  contado  da  quella  parte, 
perchè  il  campo  non  trovasse  da  vivere.  I  nimici  veggendo, 
che  il  prender  Firenze  non  era  cosi  facile,  come  parca  che 
si  fossero  dati  ad  intendere,  essendo  grandemente  stretti  dal 

tornarono  in  Fiienz&;  ove  fuor  dell'  espettazione  di  tutti ^  a  guisa 
d'  un  fulmine,  venne  subitamente  un  awiso,  come  il  campo.)  dislog- 
giato di  Pistoia,  e  passato  Prato,  avea  occupato  tutto  il  paese  di 
Campi,  di  Brezzi,  e  di  Peretola,  e  che  egli  ne  venia  verso  le  porti  dt 
Firenze. 


500  dell'istorie  fiorentine 

mancamento  della  vettovaglia,  1' undecimo  giorno  d' agusl< 
si  ritrassono  a  Calenzano-  Il  qual  castello  avendo  finalmente 
preso  insieme  con  la  Pieve,  e  con  altre  castelletta,  ove  i 
contadini  aveano  raccolto  le  vettovaglie,  trovarono  abbon- 
dantemente da  esser  provveduti  di  tutte  le  cose.  Quindi  si 
vedea  che  essi  cran  forzati,  se  non  voleano  tornar  indietru, 
di  passar  in  Mugello  per  Valdiraarina,  il  qual  passo  per  es- 
ser molto  stretto,  e  posto  in  luogo  aspro  e  forte,  conobbe 
Jacopo  di  Fiore,  capitano  di  Mugello,  gentiluomo  tedesco  , 
che  egli  si  potea  facilmente  impedire.  E  per  questo  non 
avendovi  la  Repubblica  potuto  provveder  prima,  commise  da 
se  ad  un  cittadino  della  famiglia  de'  Siedici,  che  si  trovava 
in  sua  compagnia,  che  con  settecento  fanti,  e  cinquanta  ca- 
valieri andasse  a  guardar  quel  passo.  Il  che  non  avendo  egli 
fatto,  i  nimici  ebbono  comodità  il  quartodecimo  giorno  di 
quel  mese  di  superar  que' gioghi,  ancora  che  alcuni  pochi 
paesani  messisi  da  per  loro  senza  ordine  di  capitano  su 
per  le  coste  de'  poggi  avesser  grandemente  travagliato  lutto 
l'esercito,  il  quale  ravvedendosi  della  difflcoltà,  in  che  s'era 
trovato,  ebbe  a  schernire  con  molte  beffe  la  dappocaggine 
de' Fiorentini,  che  non  avessero  saputo  prender  l'occasione 
di  rinchiuderli  in  queir  asprissima  valle.  Lieti  d'  esser  usciti 
da  cosiffatti  intrighi,  quel  medesimo  giorno  s'inviarono  a 
Barberino,  castello,  per  esser  forte,  e  ben  guernito,  da  po- 
tersi gagliardamente  difendere.  Ma  Niccolò  da  Barberino,  uo- 
mo molto  principale  in  quel  luogo,  spogliandosi  a  un  tratto 
della  fede,  che  dovea  a'Fiorentini,  senza  saputa  de' suoi  ter- 
razzani s'accordò  co' nimici,  i  quali  riccvelte  dentro,  prov- 
vedendogli largamente  di  vettovaglia.  Villanova,  Gagliano,  e 
Latora  con  molte  altre  terre  vicine,  ove  non  era  alcun  pre- 
sidio, per  non  esser  luoghi  da  potersi  tenere,  feciono  il  co- 
mandamento del  capitano.  Il  conte  Tano  da  Monte  Carrelli 
perchè  passasse  a' nimici  con  alcun  pegno  della  sua  fede 
mal  osservata  a'  Fiorentini,  avendo  prima  per  inganno  ritolto 
la  rocca  Montevivagni  ad  un  figliuolo  di  Piero  del  Papa,  stato 
gli  anni  addietro  gonfaloniere  (della  qual  colpa  fu  poi  il  gio- 
vane condannato  come  traditore),  aperse  Montecarelli  a  Gio- 
vanni d'  Oleggio,  e  con  ogni  suo  potere  si  scoperse  nimico 
della  Repubblica.  Sei  giorni  stette   l'esercito   in   Mugello: 


LIBRO   DECIMO.  501 

nel  qual  tempo  i  padri,  a'  quali  col  dilungarsi  i  nimici  dalla 
città  era  tornato  il  vigore,  ebbono  comodità  di  provvedere 
Scarperia,  il  Borgo  a  S.  Lorenzo,  Pulicciano,  e  altri  luoghi 
vicini,  scornali  grandemente  fra  se  medesimi,  che,  come  fosse 
in  loro  smarrita  del  tutto  l'antica  virtù,  o  che  dopo  la  mor- 
talità non  fosse  restata  persona  alcuna  di  valore,  a' nimici  si 
fosse  lascialo  così  largo  campo  di  danneggiarli.  Ma  perchè 
la  Scarperia  per  la  vicinità  di  Bologna ,  e  per  la  grassezza 
del  paese  era  riputala  molto  importante  ,  di  cui  quando  i 
nimici  si  fossero  insignoriti ,  avrebbono  con  quella  comodità 
potuto  far  di  molti  mali  allo  stato  della  Repubblica ,  quivi 
fu  mandalo  Iacopo  del  Fiore ,  in  cui  s'  avea  gran  fede  con 
Giovanni  del  già  Conte,  e  Salveslro  del  cavaliere  Alamanno, 
tutti  due  de'  Medici,  per  consiglieri,  e  cencinquanta  cavalieri 
eletti  e  trecento  masnadieri.  I  capi  de'  quali  furono  qaasi 
tutti  la  miglior  parte  florentini ,  uomini  valorosi ,  e  di  cono- 
sciuta virtù  nel  mestiere  dell'  armi.  V  introdussono  vettova- 
glia per  un  anno  ,  e  provviddero  la  terra  di  balestra ,  di  le- 
gname ,  di  ferramenti  ,  e  d' ingcgnieri  per  riparare  a  tutti  i 
bisogni.  Nettarono  prima  il  fosso  vecchio,  il  quale  era  ripie- 
no, e  innanzi  a  quello  ne  feciono  un  altro  minore.  Raccon- 
ciarono lo  steccato,  che  era  assai  debole  ;  con  le  quali  prov- 
visioni essendo  il  compreso  della  terra  piccolo,  giudicarono 
che  la  Scarperia  fosse  ottimamente  guernita.  Intorno  la  quale 
i  nimici  s'accamparono  il  ventesimo  giorno  d'agosto  ,  che 
in  Firenze  era  podestà  Andrea  di  Passano  da  Fuligno.  Fu- 
rono veramente  degne  di  memoria  l'ardite  parole,  che  pas- 
sarono tra  quei  del  campo  e  le  genti  del  presidio.  Il  capi- 
tano de'  nemici  prima  che  altra  cosa  facesse  mandò  a  dire 
a  Iacopo  del  Fiore,  che  volesse  dargli  il  castello,  il  quale, 
egli,  come  uomo  pratico  delle  cose  militari,  potea  discernere 
assai  bene,  che  non  era  per  poter  resistere  lungo  tempo  a 
così  fallo  esercito  ;  ma  perchè  a  lui  era  venuto  in  notizia , 
valorosi  uomini  esser  a  guardia  di  quella  terra ,  e  che  per 
questo  gli  rincrescerebbe  sommamente,  che  volendo  far  pro- 
va d' una  temeraria  virtù,  capitassero  male,  H  promeltea  che 
quando  si  disponessero  di  render  la  terra  ,  1'  avrebbe  per 
amici,  e  userebbe  loro  ogni  cortesia;  dove,  portandosi  senza 
profitto  alcuno  ostinatamente,  sarebbono  vinti  per  forza,  e 


502  dell'istorie  fiobentine 

messi  lulti  al  fll  delle  spade.  Iacopo,  consultata  la  cosa  co'suoi, 
rispose,  che  egli  volea  termine  a  rispondere.  L'Ohgglo,  spe- 
rando d'  avere  senza  travaglio  la  terra,  fece  dimandare  quanto 
dovea  essere  il  termine,  che  egli  desiderava.  A  cui  fu  ri- 
sposto, come  a  tutti  quelli  del  presidio  non  parca,  che  con 
loro  onore  si  dovesse  dare  minore  tempo  di  tre  anni.  Do- 
po il  qual  termine  intendeano  prima  morir  tutti  in  su  merli, 
che  di  quelli  darne  pur  uno  a'  nimici.  Vide  Giovanni  che 
indarno  per  questa  via  lusingava  e  procurava  di  sbigottire 
i  feroci  spiriti  de'  soldati  ;  onde  si  volse  alla  forza.  Ma  in- 
nanzi che  venisse  all'  assalto,  volle  far  prova  della  virtù  de- 
gli assediati  con  alcune  leggieri  scaramucce,  nelle  quali 
furono  trovati  molto  vivi  e  arditi,  avendo,  fra  le  altre  prov- 
visioni, dal  primo  dì  incominciato  a  regolare  il  modo  del 
vivere,  perchè  il  vanto  della  lingua  potesse  a  lungo  andare 
t'sser  sostenuto  dal  frutto  dell'  opere. 

Mentre  il  campo  era  intorno  alla  Scarpcria  ,  dall'una 
parte,  e  dall'  altra  non  si  stava  negli  altri  luoghi  a  perder 
tempo  ;  perciocché  i  Fiorentini  attendendo  ad  accoglier  gen- 
te ,  aveano  munito  Spugnole,  e  Monte  Giovi ,  e  accresciuto 
il  presidio  al  Borgo  San  Lorenzo;  i  quali  luoghi,  per  esser 
alle  frontiere  di  Mugello,  erano  un  riparo,  che  i  nemici  non 
scorressero  verso  Firenze  ,  e  faceano  animo  a  quelli  della 
Scarperia,  che  tanto  più  animosamente  attendessero  alla  di- 
fesa. Onde  i  nemici  non  poteano  muoversi  un  passo  ,  che 
non  fossero  sempre  alla  coda  molestati  da'  Fiorentini.  Di 
che  accorgendosi  i  villani  del  paese  incominciarono  ancor 
essi  a  raccogliersi  insieme,  e  a  nascondersi  a'  passi,  e  assa- 
lire, e  spogliar  talora  i  cavalieri,  i  quali  erano  sparti  a  bu- 
scar per  le  ville.  La  qual  cosa,  essendo  eglino  invitati  dal 
guadagno  de' cavalli  e  degli  arnesi,  non  fu  di  poco  momen- 
to. I  nimici  dall'altro  canto  avendo  avuto  speranza  d'aver 
Pulicciano,  vi  cavalcarono  con  cinquecento  cavalieri  e  quattro- 
cento fanti,  e  benché  non  potessero  prender  la  fortezza,  ar- 
sono  nondimeno  il  borgo  di  fuori,  ne  menarono  grandi  pre- 
de nel  campo,  e  s'  accorsono ,  che  tornandovi  di  nuovo  più 
grossi,  facilmente  espugnerebbono  il  luogo  non  difeso  d' al- 
tro muro,  che  d'un  debole  steccato;  e  acquistandolo  veni- 
vano a  insignorirsi  d'  un  paese  forte  ,  e  pieno  d'  ogni  bene 


LIBRO   DECIMO.  503 

da  vivere.  Fecervi  per  questo  cavalcare  duemila  barbute,  e 
mille  fanti  la  miglior  parte  balestrieri  ;  ma  non  tanto  a  tem- 
po, die,  avendo  i  Fiorentini  di  queste  cose  avuto  notizia, 
non  v'  avessero  mandato  prima  cento  fanti  masnadieri.  La 
battaglia  fu  molto  aspra,  e  durò  da  mezza  terza  infino  a 
mezzo  dì  con  tanta  ostinazione  e  franchezza  d'  amendue  le 
parti,  che  non  si  discerneva  vantaggio  alcuno.  Ma  un  acci- 
dente, il  quale  fu  vicino  a  dar  la  vittoria  a'nimici,  li  privò 
della  speranza  d'  aver  a  vincere.  Tra  i  conestabili  di  fuori, 
uno  fra  gli  altri,  il  cui  nome  per  colpa  degli  scrittori  non 
apparisce,  desiderando  con  qualche  notabile  opera  di  acqui- 
starsi fama,  si  fece  tanto  innanzi  con  la  sua  brigata,  che 
giunse  al  pari  dello  steccato;  ove  fermatosi  con  l'insegna 
per  dar  aninìo  agli  altri ,  si  tirò  dietro  prestamente  molti 
per  esser  a  patte  di  quella  lode.  Quelli  di  dentro  accorgen- 
dosi del  pericolo  spinsono  tutto  il  loro  sforzo  contra  costui, 
il  quale  in  breve  ora  giltarono  morto  giù  per  la  ripa.  La 
morte  di  questo  solo  uomo,  per  quanto  si  credette,  ancora 
che  molti  altri  ve  ne  fossero  periti,  tolse  l'animo  f  essendo 
già  tardi)  a  quelli  di  fuori,  i  quali  disperati  dell'impresa  si 
ritrassono  nel  campo  senza  aver  più  ardire  di  tornare  a  far 
prova  di  quella  fortezza.  Piero  de'  Tarlati  insieme  col  ve- 
scovo d'Arezzo,  e  co' Pazzi  di  Valdarno  ,  veggendo  che  il 
tener  i  Fiorentini  sparti ,  avrebbe  grandemente  giovato  al- 
l'assedio  di  Scarperio .  accresciute  le  lor  genti  infino  a  tre- 
centocinquanta  cavalieri,  e  duemila  pedoni,  di  nuovo  si  mosse 
per  entrar  nel  contado  di  Firenze,  e,  calato  nell"  Ambra,  ac- 
cennava di  voler  da  quella  parte  entrar  nel  Valdarno,  e  oc- 
cupar Montevarchi  o  Figline  per  aver  un  luogo  stabile,  onde 
con  più  comodità  potesse  continuamente  danneggiar  gli  av- 
versari. 1  Fiorentini,  avuto  odore  del  pensiero  de'  nemici , 
comandarono  ad  Alberlaccio  da  Ricasoli,  che  con  cinque- 
cento cavalieri,  che  aveano  tratto  dalle  frontiere,  e  cento- 
cinquanta che  tenevano  in  Arezzo  ,  e  con  tutti  i  popoli  di 
Valdarno,  i  quali  andavano  prontamente  a  quel  servigio,  s'op- 
ponesse a'  nemici ,  e  facesse  quello  che  in  lui  confidava  Ja 
Repubblica.  Alberlaccio,  usando  diligenza,  giunse  la  sera  al- 
l' Ambra,  ove  era  Saccone;  e,  o  perchè  vedesse  i  suoi  stan- 
chi, 0  perchè  1'  ora  gli  paresse   tarda,  o  pure   perchè  giù- 


504  dell'  istobie  fiorentine 

dicasse  bastarli  ogni  volta  che  impedisse  il  nimico  che  non 
passasse  oltre  ,  non  volle  attaccar  battaglia  ,  se  non  che  at- 
tese a  mettersi  in  sicuro  alloggiamento.  I  nemici  conoscendo 
il  loro  pericolo  presono  chetamente  la  fuga  nello  scuro  della 
notte  con  tanto  silenzio,  che  eransi  dilungati  più  di  sci  mi- 
glia, prima  che  Albertaccio  fosse  in  ordine  di  poterli  segui- 
re. Sentendo  nondimeno,  che  una  parte  di  essi  sotto  la  guida 
di  Bustaccio  libertini  si  ritirava  nella  Badia  ad  Agnano, 
1'  andò  dietro,  ma  giunto  a  tempo,  che  egli,  entrato  nella  Ba- 
dia, s'era  ordinato  alla  difesa ,  comandò  che  si  desse  la  bat- 
taglia. I  capitani  minori,  essendo  tra  loro  opinione,  che  Al- 
bertaccio, per  parentela  che  avesse  con  alcuno  della  parte 
contraria ,  non  avesse  a  quella  volta  fatto  il  dovere  (  per- 
ciocché egli  era  tenuto  per  uno  de'  migliori  capitani  de'suoi 
tempi)  negarono  di  voler  corabatlere,  se  non  fossero  assicu- 
rati della  preda,  o  s'avesse  la  Badia  a  patti,  o  per  forza. 
Furono  finalmente  promessi  loro  cinquecento  fiorini,  e  l'as- 
salto fu  subitamente  dato.  I  capitani  portandosi  vigorosa- 
mente, sì  per  la  vergogna  ricevuta  d'  essersi  lasciato  uscir 
Saccone  dalle  mani,  e  sì  per  la  cupidigia  della  moneta  pro- 
messa, vinsono  combattendo  in  poco  d'  ora  un  borgo  di  case, 
che  facea  spalla  alia  Badia.  Ma  volendo  col  medesimo  im- 
peto passar  oltre  nella  Badia,  trovando  il  contrasto  valoroso, 
ne  furono  ributtati  con  perdita  di  tre  loro  bandiere.  A'  ca- 
valieri parve  quest'opera  molto  vituperosa,  perchè  d'un  ani- 
mo si  disposono  tutti  o  di  vincere  il  luogo,  o  di  morirvi.  Ma 
Hoba  da  Ricasoli,  parente  stretto  d' Albertaccio  (imperocché 
erano  nati  di  due  fratelli  cugini)  ma  suo  poco  amico,  o  perchè 
invidiasse  questa  gloria  al  cugino,  o  perchè  considerasse  non 
dover  la  vittoria  di  quel  luogo  seguire  senza  molto  danno  di 
quelli  di  fuori,  richiese  di  voler  parlare  a  Bustaccio,  confl- 
•landosi  di  farlo  rendere  senza  tentar  la  fortuna  della  battaglia. 
Il  che  ottenne  facilmente ,  essendo  gli  assediati  in  manifesto 
pericolo;  a' quali  rendendo  eglino  la  fortezza,  e  le  tre  ban- 
diere prese ,  fu  permesso  che  se  ne  potessero  andar  a  sal- 
vamento co' cavalli  e  con  l'arme.  «Mentre  che  i  Fiorentini 
«  si  difendevan  molto  bravamente  con  l'arme  da'nimici,  non 
«  restavano  di  cercar  di  offenderli  anche  con  lettere  e  pre- 
'(  ghiere  ;  facendo  ogni  procaccio  in  corte   del  Papa ,   per- 


LIBBO   DECIMO  SOS 

X  che  Buoso  vescovo,  d'  Arezzo,  fosse  privato  del  vescovado 
«  dando  aiulo  all'  arcivescovo  di  Milano  nimico  della  Chiesa  . 
«  il  quale  facendo  loro  la  guerra  per  il  Mugello,  il  vescovo, 
a  convocali  i  Ghibellini,  la  faceva  loro  per  il  Vaidarno.  E  per 
«  muover  maggiormente  il  pontefice  a  compiacerli,  adduce- 
«  cevano  che  papa  Giovanni  XXII  aveva  privalo  Guido  da 
«  Pietramala  dello  stesso  vescovado  perchè  avea  dato  aiuto 
«  al  Bavaro  »  Intanto  1'  assedio  di  Scarperia  era  proceduto 
più  tosto  lentamente,  che  con  molta  fierezza  di  quelli  di  fuori; 
di  che  si  credette  essere  stato  cagione,  che  inimici  aveano 
alcun  trattato  in  Pistoia;  e  l'arcivescovo  era  stato  in  grande 
speranza  di  volger  conlra  i  Fiorentini  i  Pisani  ;  i  quali  ben- 
ché fossero  seco  in  lega  ,  nondimeno  la  confederazione  era 
stala  fatta  per  difesa  del  suo  stalo  di  Milano  ,  ove  i  Pisani 
aveano  mandato  cavalieri,  perchè  dovessero  servirlo  in  Lom- 
bardia ;  ma  mostrando  egli  continuamente  per  mezzo  de'  suoi 
ambasciadori  che  il  profitto  che  dovea  trarre  deli'  opera  loro 
così  per  beneficio  suo ,  come  di  essi  stessi  Pisani ,  era  su 
questa  occasione  il  risolversi  di  spegnere  i  Fiorentini,  antichi 
e  comuni  nimici ,  non  fu  mai  possibile,  per  industria  de'  Gam- 
bacorti, in  mano  de'  quali  era  il  reggimento  della  Repubblica, 
che  i  Pisani  si  dichiarassero  nimici  de'  Fiorentini,  o  che  in 
qualunque  modo  volessono  romper  la  pace  che  aveano  con 
esso  loro.  Perchè ,  mancala  all'arcivescovo  sì  grande  speran- 
za, avendo  già  preso  in  Firenze  il  sommo  magistrato  Bindo 
Guasconi ,  comandò  al  capitano  dell'  esercito  che  strignesse 
!a  Scarperia  con  tutte  le  sue  forze,  dandoli  tanti  assalti  in- 
fino che  n'acquistasse  la  vittoria:  e  in  un  medesimo  tempo 
mandò  il  doge  Rinaldo  Tedesco  con  quattrocento  cavalieri 
per  accompagnarsi  co'  Tarlati ,  i  quali  aveano  preso  la  cura 
di  combattere  il  Vaidarno  ;  perchè  la  Scarperia  incominciò 
ad  esser  battuta  gagliardamente ,  avendo  tra  questo  mezzo  i 
nimici  fatte  tutte  le  provvisioni  necessarie  per  abbatter  le 
mura.  Il  presidio  era  d'  uomini  valorosi ,  e  i  medesimi  ter- 
razzani, per  non  conoscer  altri  signori  che  i  Fiorentini,  i  quali 
erano  stati  edificatori  di  quel  luogo  quarantacinque  anni  ad- 
dietro, e  per  la  natura  del  loro  mestiere,  che  trattano  il 
ferro,  eran  forti,  e  fedeli;  onde  la  resistenza  era  gagliarda. 
Né  così  presto  avea  il  nimico  alcuna  cosa  disegnato ,  che  vi 


506  dell'  istorie  fiorentine 

sì  vedea  fatto  il  riparo-  Ma  essendo  di  d\  e  di  notte  conti- 
nuamente percosse  le  mura  da  grandissime  macchine  fatte  da 
nimici ,  e  gittate  grandissime  pietre  dentro  la  terra ,  rom- 
pendo le*  case  e  le  abitazioni  de'  terrazzani ,  conobbero  i 
Fiorentini,  che  il  castello  a  lungo  andare  non  avrebbe  po- 
tuto reggere,  se  non  se  gli  dava  alcun  soccorso,  e  per  que- 
sto con  ogni  loro  sforzo  si  preparavano  di  genti  e  d'  arme , 
e  già  avevano  condotto  al  lor  soldo  milleottocento  cavalieri, 
e  tremilacinquecento  masnadieri  a  piede  de'  migliori  d' Ita- 
lia- Oltre  a  ciò  aveano  avuto  dugento  cavalieri  da' Sanesi ,  e 
secento  n'  aspettavano  da'  Perugini.  Con  queste  genti ,  e  con 
armar  il  popolo  della  città,  aveano  disegnalo  di  mettersi  so- 
pra il  Borgo  a  S-  Lorenzo  in  un  luogo  detto  Andonnino , 
ove  essendo  forti  per  aver  le  spalle  del  Borgo ,  e  per  la 
natura  del  sito,  senza  esser  costretti  a  combattere,  poteano 
in  più  modi  travagliar  i  nimici,  e  dar  animo  agli  assediali. 
Per  le  quali  cose  fare  non  s'  aspettava  altro  che  i  secento 
cavalieri  Perugini,  essendo  ogn' altra  cosa  in  ordine.  Della 
venula  de'  quali  avendo  odore  Saccone,  il  quale  con  quat- 
trocento cavalieri  e  duemila  pedoni  si  trovava  a  Bibbiena , 
e  sentendo  che  la  sera  doveano  alloggiare  ad  un  luogo  fuori 
d'Arezzo  a  due  miglia,  chiamato  TOImo,  deliberò  d'as- 
saltarli. Partito  questo  chetamente  la  notte  di  Bibbiena  con 
le  sue  genti,  poso  la  fanteria  nolla  montagna,  con  ordine 
che  quando  la  mattina  sentisse ,  che  egli  con  la  cavalleria 
avesse  dato  addosso  a'  Perugini ,  calasse  giìi ,  e  mettesse  in 
mezzo  i  nimici-  Appena  erano  i  Perugini,  i  quali  eran  venuti 
senza  alcun  sospetto,  usciti  fuori  degli  alberghi,  che  si  sen- 
tirono assalir  da' Tarlati  ;  e  nondimeno  coloro,  che  erano 
montali  a  cavallo,  incominciarono  tanto  francamente  a  di- 
fendersi, dando  tempo,  che  i  compagni  s'armassono,  che, 
preso  in  mezzo  Piero,  che  s'  era  messo  molto  innanzi  nella 
via  ,  ove  era  la  battaglia  ,  lui  con  molti  altri  compagni  aveano 
fatto  prigione.  Meltevansi  tuttavia  a  cavallo  gli  altri ,  che 
erano  restali  negli  alloggiamenti;  e  preso  ardire  dal  felice 
principio,  non  era  dubbio,  che  avrebbero  conseguita  l'ul- 
tima vittoria ,  avendo  spogliato  i  nimici  del  capo  ,  se  la  ro- 
vina non  fosse  venuta  da  quella  parte  ,  onde  meno  s'avrebbe 
lerauto.  La  città  d'  Arezzo ,  dopo  che  ella  otto  anni  addietro 


LIBRO   DECIMO.  307 

ne'  tempi  de'  romori  del  duca  d'  Atene  s'  era  ridotta  in  sua 
libertà,  aveva  patito  qualche  alterazione.  Imperocché  i  Bo- 
scoli,  famiglia  di  fazion  guelfa,  e  molto  potente,  vedendo 
fuori  i  Tarlati,  e  sentendosi  esser  i  maggiori  cittadini  della 
ferra,  volendo  con  troppo  rigore  esercitare  il  grado  della  lor 
maggioranza,  n'erano  stati  cacciati  l'anno  47.  In  quello 
stato  e  autorità  succedettero  i  Brandagii,  famiglia  guelfa  an- 
cor ella,  e  la  quale,  come  aveàno  fatto  i  Boscoli,si  era  in 
apparenza  mantenuta  amica  de' Fiorentini;  ma  con  animo  di 
seguire,  o  di  lasciar  quella  congiunzione  ogni  volta  che  il  così 
fare  tornasse  utile  a'  loro  pensieri;  i  quali  non  essendo  di- 
versi da  quelli  de'  Boscoli ,  i  quali  aveano  avuto  la  mira  a 
seguire  1'  esempio  de'  Tarlati ,  tendevano  tutti  in  occupare 
la  pubblica  libertà.  II  che  non  potendo  eglino  fare  senza 
l'aiuto  dei  loro  fuorusciti,  pensarono  valersi  dei  medesimi 
Tarlati ,  polenti  così  per  la  fazione  e  per  le  molte  castella 
da  lor  possedute,  come  per  la  persona  di  Piero  vecchio,  e 
riputalo  valente  soldato ,  e  per  i  favori ,  che  preslava  loro 
r  arcivescovo  di  Milano.  E  perciò ,  sentito  il  pericolo  ,  in 
che  Piero  si  ritrovava,  per  obbligarselo  col  beneficio  ,  usci- 
rono d'  Arezzo  con  molti  lor  seguaci;  e  pervenuti  ove  era 
la  zuffa ,  facendo  sembianti  d'  aiutare  i  Fiorentini ,  attesero 
a  liberar  Piero  con  gli  altri  prigioni  E  ciò  fatto  ,  come  se 
avessero  per  comodo  della  fiorentina  Repubblica  tutte  le  lor 
forze  impiegate ,  se  ne  ritornarono  in  Arezzo  senza  favorire 
più  r  una  parte  che  1'  altra.  Piero  ,  a  cui  bastava  1'  essere 
stato  tolto  di  man  del  nimico,  raccogliendosi  a'suoi,  e  mo- 
strando il  poco  numero,  e  disordine  de' nimici ,  essendo  Ira 
questo  mezzo  calata  la  fanteria  ,  dette  di  nuovo  sopra  i  Pe- 
rugini ;  i  quali  vedendosi  traditi  dagli  Aretini,  e  sopraggiunti 
da  numero  cosi  grande  di  pedoni,  dopo  aver  fatto  qualche 
resistenza,  furono  rotti;  menandone  Piero  trecento  di  loro 
prigioni  a  Bibbiena,  con  allrettanli  cavalli,  e  veritollo  ban- 
diere cavalleresche.  Questa  rolla  impedì  a' Fiorentini  l'uscire 
in  campagna,  e  per  conseguenle  il  potere  per  qnesla  strada 
soccorrere  la  Scarpcria .  il  cui  presidio  essendo  ogni  dì  fie- 
ramente combattuto  dal  campo  nimico  ,  con  più  sollecitu- 
dine che  non  avea  prima  fallo,  domandava  soccorso. 

Apparve  illustre  in  que'tempi  la  virlù  di  Giovanni  Visdo- 


508  DELL    ISTORIE    VIOBENTINE 

mini;  il  quale  vedendo  il  desiderio  della  Repubblica,  che  s» 
sovvenisse  a'  pericoli  della  Scarperia,  e  non  sentendo  che 
alcun  si  levasse  a  prender  sopra  di  se  colai  carico,  andato  a 
trovar  i  padri,  disse;  che  egli  era  presto  con  trenta  suoi 
compagni,  uomini  tutti  valorosi,  d' entrar  nella  Scarperia  per 
mezzo  del  campo  de'nimici,e  che  sperava  portarsi  in  modo, 
che  egli  avesse  a  purgar  quella  macchia,  con  cui  Cerrettieri, 
suo  consorte,  avea  la  nobiltà  del  suo  sangue  bruttata.  I  padri 
lodando  l'ardire  del  giovane,  e  mostrandogli,  che  ninno  può 
rieever  vergogna  da  altrui  che  da  se  stesso,  pregarono  Iddio, 
che  fosse  favorevole  alla  sua  impresa  ;  e  egli ,  senza  perder 
tempo,  entrato  in  cammino,  condottosi  di  notte  tempo  nel 
campo,  per  mezzo  di  quello,  ingannando  le  guardie,  entrò 
felicemente  nella  terra.  Fu  di  qualche  allegrezza  questo  aiuto 
agli  assediati  più  per  il  valore  di  cotal  uomo,  che  per  la 
cosa  stessa  ;  perciocché  alle  continue  fatiche  di  quelli  di 
dentro  si  ricercava  maggior  soccorso,  avendo  i  nimici  nello 
spazio  di  trenta  giorni  che  v'  erano  siati  all'assedio  indebolito 
in  modo  le  forze  de'  difensori,  avendone  feriti  molti,  e  morti 
non  pochi;  oltre  coloro,  che  per  le  vigilie,  e  per  i  continui 
travagli  militari  s'  erano  infermali  ;  che  parca  quella  terra  si 
difendesse  piìi  col  vigor  dell'  animo,  che  con  le  forze  del 
corpo.  E  cerio  fu  rade  volte  difesa  fortezza  alcuna  con  mag- 
gior costanza,  esponendosi  ciascuno  a  gara  a' pericoli  per 
sostenere  co' falli  quello,  che,  mollo  di  loro  promettendosi, 
aveano  con  troppo  orgoglio  di  parole  fatto  intendere  a'ni- 
mici,  quando  furono  richiesti  di  doversi  arrendere.  Onde  si 
andava  con  grande  studio  cercando  di  trovar  alcun  capitano, 
il  quale  volesse  essere  imitatore  della  \irtù  del  Visdomini. 
Tra  tanti,  che  militavano  allo  stipendio  de'  Fiorentini  si  tro- 
vò un  solo,  il  quale  si  proferì,  quando  gli  fossero  dati  cento 
fanti  masnadieri  a  sua  eletta,  d'entrar  in  Scarperia.  Costui, 
dice  Matteo  Villani  essere  stalo  uno  della  famiglia  de'  Me- 
dici ,  e  noi  nomina  per  nome.  Lionardo  Aretino  il  chiama 
Giovanni  de'  Medici,  da  che  alcuni  han  dubitalo,  se  egli  sia 
quel  Giovanni,  che  fu  gonfaloniere  due  anni  addietro,  il  qual 
fu  figliuolo  di  Conte  ,  e  nipote  d'Averardo,  che  godè  altresì 
la  dignità  del  goiifalonerato  l'anno  1314,  o  se  pure  egli  fu 
Giovanni,  figliuolo  d'Alamanno:  il  quale  fu  ambasciadore  al 


LIBRO    DECIMO.  509 

re  d'  Ungheria,  e  morì  poi  gonfaloniere  1'  anno  seguente  lo 
sono  del  parere  di  coloro,  che  stimano  essere  Giovanni,  fi- 
gliuolo di  Conte;  perciocché  Giovanni,  figliuolo  d'Alamanno, 
era  già  cavaliere,  e  gli  scrittori  Fiorentini  non  costumano 
mai  scrivere  senza  titolo  il  nome  d'alcun  cavaliere.  Se  egli 
fu  pure  questo  Giovanni,  ci  fu  secondo  cugino  di  queir  al- 
tro Giovanni,  che  fu  fatto  morir  dal  duca  d'  Atene  ;  se  egli 
fu  figliuolo  di  Conte,  ei  fu  zio  cugino  di  Giovanni,  onde  na- 
cque Cosimo,  padre  della  patria.  Comunque  altri  se  lo  voglia 
credere  ,  «  Giovanni  di  Conte  1'  abbiamo  trovato  essere  an- 
«  dato  per  consigliere  con  Jacopo  di  Fiore,  e  lo  trovetrerao 
«  tra  poco  riconosciuto  dilla  Repubblica  della  cavalleria  ». 
Un  Giovanni  de' Medici  fu  quelli,  '  che  avendo  ottenuto  i 
fanti  domandati  dalla  Repubblica,  e  trovandosi  con  seco  uno 
della  Scarperia,  che  sapeva  1'  ore  delle  veglie  della  guardia 
e  le  vie,  prese  animosamente  il  carico  di  soccorrer  gli  as- 
sediati. Ora  essendo  egli  di  notte  entrato  in  cammino  per 
r  alpe,  di  verso  quella  parte,  onde  si  potea  meno  temere  di 
quelli  del  campo,  s'  era  molto  avvicinalo  alla  Scarperia,  quan- 
do accortesi  le  sentinelle  di  questo  numero  di  genti,  che  se 
ne  veniva  con  l' insegna  spiegata,  levarono  il  romore,  e  cor- 
sono  per  impedire  il  soccorso.  I  soldati ,  mancando  loro 
r  animo .  stavano  in  atto  di  volersi  ritrarre ,  e  già  alcuni 
erano  incorainciati  a  uscir  delle  file,  quando  Giovanni  con 
alta  voce  disse  loro:  Adunque  volete  voi  morir  più  tosto  vi- 
tuperosamente fuggendo,  che  portar  il  pregio,  or  che  ab- 
biamo duralo  la  maggior  parie  della  fatica,  d'aver  per  mezzo 
di  così  grande  esercilo  soccorso  la  Scarperia?  Voi  non  so- 
migliate i  soldati  di  Giovanni  Visdomini  ;  i  quali  essendo  in 
molto  minor  numero  di  noi,  a  dispetto  dei  nimicì  ,  si  con- 
dussono  a  salvamento  in  cotesta  fortezza.  Or  via  cacciate  da 
voi  questa  indegna  paura.  Costoro ,  i  quali  h;inno  levato  il 
romore,  sono  le  guardie  del  campo,  le  quali  se  avranno  ar- 
dimento di  venirci  incontro,  saranno,  per  esser  pochi,  ta- 
gliati a  pezzi  da  noi.  Se  attenderanno  a  desiar  i  compagni 


I  Comunque  ciò  sia,  un  Giovanni  de' Medici J'u  quegli^  che  avendo 
«e.  Prima  Ediz. 


310  DELI.'lSruRlE    FIORENTINE 

oppressi  dal  sonno  e  dal  vino ,  non  sì  tosto  si  potranno  ac* 
cozzar  insieme,  che  noi  avremo  avuto  tempo  di  condurci 
dentro  le  mura.  Non  stiamo  dunque  ad  aspellar  il  giorno; 
che  i  nimici  togliendoci  in  mezzo  ci  facciano  così  pericoloso 
l'andar  innanzi,  come  il  tornar  indietro.  Con  la  spada,  e 
con  l'ardire  hanno  molli  valorosi  uomini  fattosi  la  strada 
per  mezzo  le  più  folle  schiere  degli  eserciti  interi,  non  che 
per  cosi  poca  genie  quale  si  è  questa,  che  a  guisa  di  cac- 
ciatori ci  stanno  romorcggiando  intorno,  più  per  sbigottirci 
con  le  grida,  che  con  animo  di  voler  venir  alla  prova  con 
esso  noi.  lo  sarò  il  primo  a  mellermi  innanzi.  Chi  è  punto 
da  desiderio  alcuno  d'onore,  seguitimi,  che  in  un  medesimo 
tempo  provvederà  alla  salute,  s'  acquisterà  gloria  immortale, 
e  farà  alla  sua  Repubblica  grande  e  segnalalo  servigio. 
Delle  queste  parole  ,  non  fu  alcuno ,  che  volesse  tornar  in- 
dietro, eccello  venti  di  loro,  che  nel  principio  del  romore 
avcano  volto  le  spalle.  Ma  fatto  un  gruppo  a  guisa  di  conio, 
e  le  guardie  non  avendo  ardire  d'appressarsi,  con  grandis- 
sima allegrezza  degli  assediali  si  condussero  dietro  il  lor 
capitano  nella  Scarperia.  Celebrò  il  presidio  con  grandissi- 
me lodi  il  valore  d'  amendue  i  Giovanni ,  e  venne  in  ma- 
ravigliosa  confidenza  di  se  medesimo  per  l'aggiunta  di  tali 
soldati.  Era  già  entralo  il  mese  d'  ottobre,  e  il  campo  oltre 
l'incomodila  che  suole  apportare  l'alloggiare  sotto  le  tende, 
incominciava  a  sentire  mancamento  di  vettovaglia.  Nondi- 
meno era  si  fatto  lo  sdegno  del  capitano  di  non  aver  con 
tante  forze  potuto  espugnare  in  quaranta  giorni  un  castello 
sì  piccolo,  che  si  propose  di  tentar  l'ultimo  sforzo;  avendo 
con  nuovi  danari  venuti  di  Milano  pagato  inlieramenle  cia- 
scuno di  quello  che  dovea  conseguire ,  e  promesso  paga 
doppia,  e  mese  compiuto  a  coloro,  che  combattendo  vinces- 
ser  la  terra.  «  Saputosi  in  Firenze  questa  risoluzione  del  ni- 
fe mico  e  le  promesse  fatte  a' soldati,  ne  avvertirono  il  dì  4 
«  d'ottobre  Iacopo  del  Fiore  e  suoi  consiglieri,  con  ordine 
«  di  prometter  a' soldati,  sì  a  pie  come  a  cavallo,  se  difen- 
«  devano  la  terra,  non  solo  paga  doppia  e  mese  compiuto, 
«  ma  rafferma  per  un  anno  al  soldo  del  comune.  A'  citla- 
«  dini  che  vi  erano  a  difenderla  ogni  onore,  e  a' terrazzani 
«  esenzione  per  dieci  anni  da  ogni  fazione  reale  ».  Aveano 


LIRBO   DECIMO  Òl! 

i  nimici  '  avvicinato  al  castello  al  trar  d'un  balestro  tutte 
le  macchine.  A  ciascun  capitano  era  stato  commesso  con 
quali  soldati  qual  parte  della  terra  dovesse  assalire.  Erano 
altri  stati  deputati  al  soccorso  per  poter  rinfrescare  i  primi, 
se  vinti  dal  travaglio  e  percossi  dalle  ferite  non  potessero 
andar  innanzi.  Perchè  in  un  subito  da  tutti  i  lati  con  altis- 
sime grida  fu  una  domenica  mattina  dato  il  primo  assalto 
generale  alla  Scarperia.  Furono  nel  primo  fosso  condotte 
sessantaquatlro  scale,  molti  grilli,  e  gatti,  e  torri  di  legname 
erano  state  accostate  alle  mura;  e  una  perpetua  corona  di 
balestrieri  a  guisa  d'  una  ghirlanda  avea  cinto  la  terra,  senza 
che  si  sentisse,  o  si  vedesse  dalla  parte  de' difensori  parola, 
<)  cenno  alcuno.  I  quali  essendo  secondo  l'ordine  de'lor  ca- 
pitani stati  compartiti  su  per  le  mura,  aspettavano  coperti  e 
cheti,  che  i  nimici  passassero  il  primo  fosso.  Ma  quando  vi- 
dero i  nimici  esser  in  parte,  ove  facilmente  avrebbono  po- 
tuto pentirsi  del  loro  ardimento,  con  gran  vigorìa  e  animo- 
sità incominciarono  dalle  mura  a  percuoterli,  lanciando  pali, 
traendo  verrettoni,  e  traboccando  grandissime  pietre  ,  quasi 
una  perpetua  grandine  sopra  coloro,  che  più  arditi  degli  al- 
tri s'erano  messi  innanzi,  non  cadendo  colpo  invano  tra  tanto 
numero  di  persone.  I  nimici  erano  aiutati  dalla  quantità,  ri- 
mettendo in  luogo  dei  feriti  al  continuo  gente  fresca.  I  di- 
fensori ,  ove  scemava  il  numero ,  aveano  in  lor  favore  i  ri- 
pari delle  mura.  Costoro  erano  accesi  da  una  speranza  di 
laude  grandissima ,  se  si  difendessero  conlra  sì  grande  eser- 
cito ,  e  la  tema  di  non  esser  messi  tulli  a  GÌ  delle  spade  per 
l'orgogliosa  risposta  fatta  a' nimici,  li  faceva  ostinali.  Coloro 
riscaldava  la  vergogna ,  e  il  desiderio  del  guadagno.  E  i  ca- 
pitani dall'  una  banda,  e  dall'  altra  non  tacevano  quelle  cose, 
che  conoscevano  esser  atte  ad  infiammare  i  soldati.  Segui- 
tava dunque  la  pugna  asprissima  e  sanguinosa  ;  né  per  que- 
sto si  conosceva  vantaggio  alcuno  dal  lato  degli  assalitori, 
avendo  per  otto  riprese  di  battaglia  tentato  invano  di  far 
cosa  alcuna  di  momento.  Era  durata  la  pugna  dalla  mattina 
infino  ad  ora  di  nona  con  molti  feriti  e  morti  rimasi  ne' fos- 
si; perchè  mancando  finalmente  la  lena  e   l'ardire,  furono 

*  Aveano  i  soldati^  dice  il  Tecchio  Ammirato- 


512  dell'  istorie  fìobentine 

quei  del  campo  costretti  a  ritirarsi,  abbandonando  tre  scale 
appoggiate  a  costa  delle  mura  nel  secondo  fosso. 

Ancora  che  le  cose  fossero  succedute  a  questo  assalto 
con  poca  soddisfazione  di  quelli  di  fuori,  rimaneva  loro  gran- 
de speranza  d'  espugnar  il  luogo  per  una  cava,  che  aveano 
fatto  sotterra,  per  la  quale  pervenendo  alle  mura,  aveano  già 
divisato  il  modo  d'  abbatterle.  Gli  assediati ,  dubitando  di 
questo,  aveano  d' intorno  alle  mura  dalla  banda  di  dentro 
fatto  un  fosso  quattro  braccia  largo ,  e  tanto  profondo ,  che 
cadendo  le  mura ,  aveano  animo  con  quello  di  potersi  di- 
fendere. E  con  tutto  ciò  non  volendo  stare  a  juesto  solo 
riparo ,  si  posono  a  far  un'  altra  cava  ancor  essi  per  incon- 
trar quella  de'nimici.  Le  cose  s'erano  condotte  a  questo  ter- 
mine infino  al  dì  che  seguì  all'  assalto  ;  perchè  volendo  gli 
avversari  vietare  che  la  cava  andasse  più  oltre  ,  condussono 
un  castello  di  legname  sull'argine  dei  primo  fosso,  e  con 
pietre,  e  saette  incominciarono  a  molestare  grandemente 
coloro,  i  quali  tra  l'un  fosso,  e  l'altro  erano  alla  guardia 
de'  guastatori.  La  difesa  fu  più  gagliarda  che  i  nimici  non 
stimavano  ;  onde  concorse  gran  parte  dell'  esercito  in  quel 
luogo,  saettandosi  continuamente  con  le  balestra  l'un  l'altro. 
Il  capitano  del  presidio  deputò  trecento  a  questa  pugna,  ol- 
tre coloro  che  mandò  sulle  mura.  Costoro  co' merli,  e  quelli 
altri  difendendosi  con  le  parate,  e  co'palvesi  sostennero  fran- 
camente per  due  giorni  i  continui  assalti  dell'esercito  nimico, 
non  lasciando  impedire  il  lavorìo  de'  guastatori  ;  i  quali  lavo- 
rando con  gran  sollecitudine,  il  terzo  giorno  s' incontrarono 
nella  cava  de'nimici,  la  quale  tirata  innanzi  per  centottanta 
braccia,  non  più  che  venti  era  lontana  ad  appressarsi  alle 
mura.  Quivi  fu  un'altra  pugna  contadinesca  tra' cavatori,  in- 
tanto che  fu  finalmente  affogata  la  cava  del  campo.  Di  sopra 
la  zuffa  era  maggiore,  essendo  stati  molti  feriti  dall'  una  parte, 
e  dall'altra-  Finalmente  essendosi  quelli  del  campo  ritirati, 
i  masnadieri  del  presidio,  che  erano  usciti  fuori,  s' impadro- 
nirono della  torre  di  legname,  che  era  sul  fosso;  la  quale 
arsono  subito.  Poi  si  spinsono  per  assalirne  un'  altra  ,  che 
era  alquanto  più  lungi  ;  la  quale  benché  non  potessero  espu- 
gnare, nondimeno  le  diedono  il  fuoco ,  e  con  grande  alle- 
grezza si  ridussono  nel  castello.  Trovata  vana  la  fatica  della 


LIBBO  DECIMO  513 

batteria  del  primo  giorno ,  e  della  cava  ,  ove  si  era  scara- 
muccialo per  Ire  giorni  continui ,  i  capitani  del  campo  deli- 
berarono per  lo  giovedì  mattina,  che  era  il  dì  seguenti^,  dar 
la  seconda  battaglia,  e  considerando,  che  per  potersi  ap- 
pressare alle  mura  era  necessario  riempiere  i  fossi,  feciono 
ragunare  lutto  il  legname  e  i  frascati ,  che  aveano  nel  campo; 
della  qual  materia  il  giovedì  mattina  per  tempo  fu  il  primo 
fosso  ripieno.  Intanto  s'  erano  condotti  presso  a'  fossi  molli 
casteli:  di  legname  forniti  di  balestrieri.  I  cavalieri  smontali 
da  cavallo  con  gli  elmi  in  testa  procacciavano  d'avvicinarsi 
alle  mura  conducendo  altri  gatti,  grilli,  e  scale  per  entrar 
nella  terra.  E  già  era  la  maggior  parte  dell'esercito  sull'ar- 
gine del  secondo  fosso,  senza  che  quelli  del  presidio,  secondo 
il  costume  della  prima  battaglia,  avessero  fatto  alcuna  mostra 
di  loro.  Ma  quando  i  nimici  feciono  sembiante  d'entrar  nel 
secondo  fosso ,  allora  con  tanto  impeto  incominciarono  a  ca- 
ricarli di  pietre,  di  pali  aguzzi,  e  di  legname  (olire  i  ver- 
retloiii  tirali  da  balestrieri,  i  quali  stando  in  luogo  fermo 
poteano  esser  sicuri  in  tanta  moltitudine  di  non  tirar  colpo 
in  fallo],  che  per  forza  li  ributtarono  fuor  del  primo  fosso. 
Quelli,  i  quali  erano  ne' castelli  di  legno,  cercavano  di  difen- 
dere i  loro  con  le  buleslra:  ma  Iacopo  del  Fiore,  e  i  due 
Giovcmni  Visdomini  e  de' Medici  aveano  a' migliori  de' loro 
balestrieri  dato  parlicolar  carico  di  combatter  le  torri;  le 
quali  slrinsono  in  modo,  che  non  si  potè  niuno  di  que' di 
dentro  scoprire  per  far  alcun  giovamento  a  quelli  del  campo. 
Questa  cosa  porse  ardire  ad  alcuni  conestabili  del  presidio 
d'uscir  con  ceni  loro  compagni  eletti  fuor  della  terra,  e 
con  le  lance ,  e  con  le  spade  in  mano  a  ferire  per  costa 
gli  assalitori;  la  qual  cosa  t'tcendo  più  volte  con  gran  danno 
de' nimici,  li  costrinsono  in  lutto  a  partirsi  della  battaglia; 
perchè  ebbono  gli  assediali  facoltà  di  prender  tulle  le  torri 
di  legname,  le  quali  erano  stale  condolte  su  gli  orli  de' fossi; 
delle  quali  preso  il  legname  utile,  e  condotto  dentro  la  terra, 
tutto  il  resto  arsono.  Posono  parimente  fuoco  a  tulli  j  fra- 
scati ;  de' quali  era  slato  ripieno  il  fosso,  avendo  in  queste 
cose  speso  il  resto  del  giorno.  Attesero  poi  a  medicare  i 
loro  feriti,  e  a  rinfrescare  i  corpi  affannati  dalle  continue 
Amm.  Vol-  II.  33 


SH  dell'istorie  fiorentine 

fatiche,  non  prcterraeltendo  però  nulla  della  solita  diligenza 
in  guardar  le  mura. 

Giovanni  da  Oleggio  sentendo  grandissimo  dispiacere 
nell'animo,  che  con  cinquemila  barbute,  duemila  cavalieri, 
e  semila  pedoni  di  soldo ,  olirà  le  forze  degli  Ubaldini  e 
degli  altri  Ghibellini,  non  potesse  insignorirsi  io  capo  di  cin- 
quantacinque giorni  di  si  piccolo  e  ignobil  castello  ,  ove 
prima  avea  avuto  animo  di  minacciare,  che  avrebbe  tenuto 
il  campo  intorno  Firenze,  si  volse  a  vedere,  se  con  danari 
potea  muovere  l'avarizia  tedesca;  i  soldati  della  qua!  nazione 
parca  che  in  quelle  battaglie  non  avessero  usato  tutte  quelle 
intere  forze  ,  che  di  ragione  avrebbon  potuto.  Fatto  per  que- 
sto chiamare  a  se  tutti  i  connestabili  tedeschi  promise  loro, 
oltre  paga  doppia,  e  mese  compiuto,  grandi,  e  ricchi  doni, 
quando  facesser  opera  di  vincer  la  terra.  Oltre  che  la  glo- 
ria di  tal  acquisto  sarebbe  tutta  la  loro.  I  capi  di  qucl'e  genti, 
ristrettisi  insieme ,  risposono  ;  che  dove  fosser  loro  sopra 
le  comuni  promesse  dato  diecimila  fiorini  d'oro,  e  che  fos- 
sero dal  resto  dell'esercito  seguitati,  darebbe  lor  cuore  di 
prender  la  Scarperia.  La  qual  cosa  promessa  senza  indugio , 
fu  dato  prestamente  ordine  a  quello  che  s'  avea  a  fare.  Il 
ohe  fu  che  ciascuno  andasse  a  cenare,  e  a  prendere  riposo: 
e  che  alla  mezza  notte  si  trovassero  apparecchiali  con  l'arme, 
e  co'cavalli.  Venula  la  mezza  notte,  e  essendo  il  tempo  se- 
reno e  bello ,  i  Tedeschi  dettono  commessione  a  (recento 
de' loro  donzelli,  i  quali  aspellavano  l'occasione  d'armarsi 
cavalieri,  che  da  quella  parte,  ove  lo  splendor  della  luna 
faceva  ombra,  con  le  scale  clielamente,  e  senza  alcun  lume 
vedessero  di  salir  sulle  mura.  Eglino  col  resto  dell'  esercito 
con  innumerabili  lumi  accesi,  e  con  suoni  di  tulli  gli  slro- 
menli  militari ,  e  soprallulto  con  smisurato  romore  di  grida  , 
e  di  stridi  si  dirizzarono  dall'altra  parte  verso  la  Scarperia. 
Gli  assediati,  benché  appena  avessero  delle  fatiche  del  giorno 
respirato,  sentendo  il  roraor  grande,  furono  tulli  all'arme, 
e  incontanenle,  oltre  le  solite  guardie,  ciascuno  corse  alla 
sua  posta  delle  mura,  e  de' palancati.  E  maravigliandosi  di 
colante  grida  mollo  maggiori  dell'  ordinario  non  che  sbigot- 
tissero ,  ma  con  maggior  sollecitudine  stavano  attenti  a  ve- 
acre .  ove  la  cosa  andasse  a  riuscire.  Essendosi  intanto  dato 


LIBRO   DECIMO.  S15 

principio  all'assalto,  nel  quale  come  il  pericolo  per  la  natura 
della  notte ,  e  per  lo  concorso  più  ostinato  di  tutto  1'  esercito 
era  maggiore,  così  fu  anche  più  che  mai  vigorosa,  e  piena 
d' ostinata  virtù  la  difesa.  I  trecento  tedeschi  felicemente  con 
le  scale  in  collo  aveano  passato  i  due  fossi ,  e  già  con  grande 
speranza  dell'  acquisto  appoggiato  quelle  alle  mura.  Ma  sco- 
perti da  coloro  che  erano  alla  guardia,  e  levato  il  romore, 
furono  con  tanta  furia  caricati  di  pietre,  di  legname,  e  di 
pali,  che,  traboccando  precipitosamente  l'un  sopra  l'altro 
nel  fosso  ,  essendo  la  miglior  parte  magagnali  e  feriti ,  furono 
prestamcnle  coslretii  a  tornarsene  ove  era  l'esercito.  Inco- 
minciava già  ad  apparir  l'alba  ,  quando  il  campo  vedute  riu- 
scire senza  alcun  profìtto  tutte  l'opere,  che  egli  avea  ten- 
tate, si  disperò  affatto  di  potere  più  prendere  la  Scarperia. 
Onde  sonarono  a  raccolta,  rimanendo  lanla  confidenza  in 
quelli  del  presidio,  che,  usciti  alcuni  di  loro  della  terra,  ab- 
bono animo  di  menarne  tre  cavalieri  del  campo  prigioni. 
Uscirono  poi  anco  un'altra  volla  essendo  giorno  chiaro,  e 
arsono  più  macchine  di  legname ,  le  quali  erano  vicine  in- 
sieme con  un  castello,  ch'era  più  lungi.  L'Oleggio  vedendo 
che  il  tempo ,  il  quale  era  stato  infino  allora  fermo  e  bello  , 
dava  segni  di  rompersi  all'acqua;  poiché  conobbe  ,  che  ogni 
sforzo ,  che  si  mettesse  in  prender  la  Scarperia ,  tornerebbe 
vano,  si  deliberò  di  partire;  e  comandò  che  il  sabato  notte 
de' 16  d'ottobre  al  segno  d'una  lumiera  alzata,  ciascuno  do- 
vesse levarsi.  I  Fiorentini,  avendo  ciò  sentito,  aveano  velo- 
cemente mandata  tutta  la  loro  cavalleria  in  Mugello  per  dan- 
neggiarli alla  coda  Ma  il  capitano  de'nimici  avendo  ordi- 
nalo, che  s'avviasse  lutto  l'esercito  con  le  bagaglio,  fece 
una  schiera  di  duemila  cavalieri  eletti ,  alla  qual  comandò , 
che  si  tenesse  ferma  sul  piano,  e  non  si  muovesse  senza 
suo  cenno.  Poi  avuto  avviso ,  che  le  genti  aveano  già  pas- 
sato il  giogo  dell'alpe,  die  segno  che  girasse,  e  cosi  pre- 
sono pianamente  il  cammino  verso  la  montata  dell'Alpe, 
che  era  presso  che  due  miglia  di  piano  ;  non  avendo  la  ca- 
valleria de' fiorentini  avuto  per  questo  commodità  di  mole- 
starli. Colai  fine  ebbe  l'assedio  della  Scarperia  e  i  pomposi 
e  pericolosi  apparati  di  Giovanni  Visconti  ;  onde  potè  cono- 
scere quanto  diffìcilmente  possa  espugnarsi  un  luogo  ,  quando 


516  dell'  istorie  fiorentine 

è  difeso  da  uomini  d'onore.  «La  signoria,  trovandosi  in  Fi- 
«  renze  capitano  del  popolo  Antonio  di  Toraraaso  da  Fermo, 
«  avendo  manlenulo  la  promessa  fatta  a'  soldati,  volse  anche 
«  onorare  le  persone  di  Iacopo  del  Fiore  ,  e  di  Salvestru 
«  de' Medici  con  ordinare  che  potessero  esser  fatti  cavalieri 
'(  dal  podestà  della  città  ,  e  regalati  di  cinquecento  fiorini 
«  d'  oro  per  ciascuno-  AHI  abitanti  di  Scarperia  fu  dato  esen- 
«  zione  per  dieci  anni  da  ogni  aggravio  sì  personale  che 
«  reale;  e  Giovanni  Visdomini,  e  Beraldo  del  già  Lapo 
<<  d'Arrigo  de' Rossi,  stato  castellano  della  fortezza  di  Loz- 
«  zole,  e  Geri  di  Simone,  chiamato  Geri  Bosone  de' Donati 
«  stato  castellano  di  quella  di  Moategemmoli ,  portatisi  bra- 
«  vamente ,  volle  che  tutti  tre  co'  loro  discendenti  fossero 
«  levati  del  numero  de'  grandi  e  fatti  popolani.  Fecero  an- 
<(  che  ricompensare  i  balestrieri  del  comune  di  Siena  stati 
(I  in  difesa  di  Scarperia.  A  Piero  Bini  ambasciadore  in  corte 
«  del  papa  scrissero  :  Che  desse  conio  della  partenza  fatta 
«  di  notte  dell'esercito  del  Visconti  d'intorno  di  Scarperia 
«  con  suo  danno  e  vergogna  ,  e  che  era  andato  verso  Bolo- 
te  gna:  Che  al  conte  di  Montecarelli ,  oltre  all'essere  stalo 
«  dichiarato  ribello  della  Repubblica  co'  suoi  discendenti , 
«  era  stato  fatto  ogni  danno  possibile ,  avendogli  abbruciato 
«  tutto  il  paese;  e  con  un  po' di  tempo  sarebbero  puniti 
«.  anche  gli  altri  nimici.  Mentre  che  la  Scarperia  era  asse- 
«  diala  non  fu  lasciato  da'  senatori  diligenza  creduta  a  pro- 
«  posilo  per  fortificarsi,  e  perciò,  oltre  all'ambascerie  man- 
«  date  in  Lombardia  e  in  Romagna  per  tirar  dalla  loro 
«  quei  signori  e  città,  o  almanco  per  non  gli  aver  coniro 
'(  alla  scoperta;  Giannozzo  de' Cavalcanti  cavaliere  e  Donato 
«  de'Velluti  giureperilo,  ambasciadori  della  Repubblica,  s'era- 
«  no  convenuti  a'  26  di  settembre  in  Siena  co'  sindaci  di 
«  quella  città,  e  con  quei  di  Perugia,  che,  conforme  alla 
«  lega  fatta  l'anno  1347  d'aprile  per  impedir  il  passo  agli 
«  oltramontani,  e,  al  presente,  i progressi  all'arcivescovo  di 
«  Milano,  avendo  distribuito  due  de'  tremila  cavalli  che  si 
«  dovcan  lenere  dalla  lega  ,  ciie  novecentonovanta  a  spese 
".  de'  Fioreniini,  cinquecentosessanta  a  quelle  de' Perugini, 
«  e  qualirocenlocinquanta  de'  Sancsi ,  come  avean  fatto  di 
t  mille  balestrieri  alla  medesima  proporzione,  da  star  tutta 


LIBUO   BECIMO  517 

«  questa  gente  sollo  un  capitano  della  lega,  appresso  del 
«  quale  ciascuno  comune  dovea  tener  due  consiglieri.  Con 
«  l'arcivescovo  non  si  avea  da  trattare  che  unitamente.  E 
«  al  papa  si  dovea  mandar  arabasciadori  per  pregarlo  a  en- 
«  trare  in  questa  lega.  Furono  però  spedili  di  Firenze  a' 26 
((  d'ottobre  Agnolo  Acciaiuoli  vescovo  della  citlà,  e  Andrea 
«  de' Bardi  cavaliere  al  pontefice  con  istruzione:  Che,  arri- 
«  vando  in  tempo  gli  ambasciadori  di  Perugia  e  di  Siena  a 
«  quella  corte ,  pregassero  lutti  insieme  il  papa  (se  no ,  lo 
«  facessero  da  loro  )  a  entrare  in  lega  con  questi  comuni 
«  conlra  l'arcivescovo  nimico  di  santa  Chiesa,  e  di  parte 
«  guelfa,  e  che  come  tale  co' suoi  seguaci  e  aderenti  fosse 
«  dichiarato  scomunicato:  Che  sua  santità  volesse  perdonare 
«  a' signori  di  Romagna,  acciocché  avessero  cagione  di  se- 
«  pararsi  dall'  arcivescovo  ed  essergli  contro:  Che  importando 
«  molto  al  buono  stato  della  Chiesa,  e  di  parte  guelfa  la 
«  quiete  del  regno  di  Napoli,  cercassero  di  persuadergli  a 
«  far  coronare  Lodovico  di  Taranto  in  re  di  Gerusalemme 
«  di  Sicilia.  Alle  cose  pubbliche  aggiunsero  i  padri  le  pri- 
'(  vate ,  dando  ordine  agli  ambasciadori  di  raccomandare  al 
«  papa  fra  Remigio  da  Firenze,  vescovo  comaclensa:  fra  Lot- 
«  tieri  de' Velluti  Eremitano,  uomini  per  bontà  di  vita  e 
«  di  scienza  meritevoli,  e  Chiaro  de'Peruzzi,  vescovo  di 
«  Monlefellro;  del  qual  vescovado,  rispetto  a' Conti  di  Ur- 
«  bino  ,  e  a  Neri  della  Fagiuola,  non  poteva  godere,  accioc- 
«  che  questi  e  fra  Remigio  fossero  provisti  d' altro  vesco- 
«  vado,  e  al  Velluti  ne  fosse  dato  uno.  E  in  ultimo  dovean 
«  domandare  per  protettori  della  RepubblicB  i  cardinali 
«  Ostiense,  e  Rinaldo  Orsino.  In  Mugello,  partito  l'Oleggio, 
«  Lamberto  de' Conti  di  Collegalli  generale  de' Fiorentini 
«  riebbe  Barberino  per  opera  di  Niccolò  Baddino  di  detto 
«  luogo;  forse  è  lo  stesso  che  l'avea  dato  all' Oleggio  >;• 

Appena  era  stata  liberata  la  Scarperia  da  così  duro  as- 
sedio, quando  sentendo  il  gonfaloniere,  e  priori,  che  in 
Toscana  si  tenea  pratica  di  rubar  una  terra  d'importanza, 
scrissono  agli  Aretini  ,  che  avessero  buona  guardia.  Né 
mollo  andò,  che  i  Brandagli,  capi  de' quali  erano  due  fra- 
telli Martino ,  e  Guido ,  si  scopersono  esser  quelli  che  te- 
neano  mano    per  occupare   la  libertà   della   patria   loro.   I 


5(8  dell'istorie  fiorentine 

roraori  furon  grandi ,  e  per  questo  i  cavalieri,  e  niasnadieri, 
che  i  Fiorenlini  tenevano  in  quelle  circonstanze,  corsono  in 
aiuto  degli  Aretini ,  i  quali  dopo  molte  difficoltà  e  inviluppi , 
giudicali  i  Brandagli  per  traditori,  li  diedono  bando ,  e  i  lor 
beni  disfeciono ,  e  pubblicarono  al  fisco.  Ma  come  che  l'im- 
presa dell'arcivescovo  di  Milano  avesse  avuto  per  i  Fiorentini 
felice  esito,  non  fu  per  questo,  che  essi  non  conoscessero 
quanto  facilmente  potea  quel  principe  per  le  grandi  forze  che 
avea,  e  per  1' opportunità  della  città  di  Bologna  molestare  lo 
stato  loro.  Per  questo,  essendo  la  seconda  volta  entrato  gon- 
faloniere Giorgin  di  Barone,  si  diede  con  ogni  diligenza  opera 
perchè  i  Perugini  e  Sanesi  '  si  accordassero  di  nuovo  per  il 
mantenimento  del  buon  governo  guelfo  della  città  d'Arezzo; 
«  onde;  a'  14  di  dicembre  Tommaso  de' Corsini,  dottor  di 
«  leggi,  concluse  lega  per  altri  due  anni,  dopo  fornita  1' al- 
ci tra,  la  quale  gli  Aretini  promessero  di  osservare,  e  di  le- 
«  ner,  oltre  alla  guardia  solita  della  lor  città ,  dugento  cavalli 
«  e  trecento  fanti  di  più  da  distribuirsi  tra  collegati  ;  il  ca- 
«  pitano  delle  quali  genti  dovea  giurare  in  mano  de'  priori 
«  d'  Arezzo  di  mantener  in  quella  città  lo  stato  e  governo 
«  che  vi  era:  Che  i  castelli,  che  si  acquistassero  in  quel  con- 
«  tado,  fossero  de'  medesimi  Aretini,  i  quali  con  questa  Lega 
«  non  intendevano  di  pregiudicare  alle  ragioni  che  aveano 
«  o  pretendevano  avere  ne'  luoghi  del  lor  contado  tenuti 
«  da'  Fiorentini  e  da'  Perugini.  Cose  tutte  acconsentite  a 
«  chiusi  occhi  dalla  Repubblica  per  mantenersi  benivoli  e 
«  confidenti  gli  Aretini,  e  perchè  sperava  pur  un  giorno,  in 
«  conservando  la  giurisdizione  di  quella  città,  di  fare  il  ser- 
«  vizio  proprio.  Si  dovea  mandar  via  dalle  terre  di  quel  con- 
ce tado,  possedute  da' Perugini,  quei  della  famrglia  de'Bo- 
«  scoli,  come  origine  e  cagione  di  molli  scandoli.  Il  medesimo 


'  Perchè  i  Perugini  ,  t  Sanesi,  e  gli  Aretini  si  confederassero 
con  la  Repubblica  a  far  taglia  di  tremila  cavalieri  e  di  mille  ma- 
snadieri contro  qualunque  volesse  molestarli.  Questa  lega  _fu  con  mi- 
rahil  prestezza  conchiusa  in  Siena  con  grandissima  soddisfazione  di 
tutta  la  Toscana;  onde  i  Fiorentini  si  fornirono  subitamente  di  ca- 
valieri e  di  pedoni  di  piti  assai  che  per  la  lor  rata  non  toccava.  Po- 
crearono  venti  cittadini  con  piena  balia,  er.   Prim.   Edii. 


LIBRO   DECIMO.  311) 

«  giorno  pure  in  Siena  il  Corsini  rinnovò  la  lega  co'  Sanesi 
«  e  Perugini  a  difesa  comune,  dopo  finita  quella  che  lermi- 
«  nava  a'  22  d'  aprile ,  con  taglia  di  tremila  cavalli  ollra- 
«  montani ,  de'  quali  ne  distribuirono  due  mila  ,  conforme 
«  s'era  fatto  il  settembre  passato.  Ma  a' Fiorentini  in  que- 
«  sta  distribuzione  ne  toccarono  mille  quaranta  ,  a  Peru- 
«  già  cinquecento  settanlacinque,  a  Siena  trecento  seltanta- 
«  cinque,  furono  distribuiti  anche  mille  balestrieri.  E  per- 
«  che  il  comune  di  Arezzo  ci  fu  incluso  ,  ebbe  obbligo 
«  di  tener  cento  cavalli  oltramontani  fuor  di  quei  della 
«  taglia,  i  quali  non  dovessero  partire  d'Arezzo;  nel  resto 
«  le  condizioni  furono  le  solile.  Onde  i  Fiorentini  si  for- 
«  nirono  subitamente  di  cavalieri  e  di  pedoni  di  più  assai 
«  che  per  la  lor  laia  non  toccava.  Agli  abitanti  di  Lozzole, 
«  che  per  meglio  difendere  quella  fortezza  era  stato  abbru- 
«  ciato  il  contado,  fu  dato  ricompensa,  e  a  quei  di  S.  Go- 
«  denzo  e  di  Sanbabillo  che  avean  difeso  il  giogo  dell'  alpi 
«  bravamente  contro  quei  di  Milano  e  dagli  Ubaldini ,  fu 
i<  data  esenzione  per  tre  anni  da  ogni  peso  ».  Furono  poi 
creati  venti  cittadini  con  piena  balia  d'  accrescere  1'  entrale 
del  comune  per  poter  resistere  alle  forze  dell'  arcivescovo. 
Costoro  per  sgravare  i  sudditi  dall'  avere  a  andare  negli 
eserciti,  cavalcale,  e  altre  funzioni  personali  ,  gli  lassarono 
in  denari  ;  la  qual  lassa  montò  cinquantaduemila  fiorini  d'  oro 
l'anno  ';  cosa  stimata  in  processo  di  tempo  tanto  dannosa, 
quanto  nel  principio  era  stata  approvata  per  utile  ;  percioc- 
ché, privandosi  la  Repubblica  d'arme  proprie,  convenne  del 
lutto  provvedersi  di  forestiere  ;  dalle  quali  dovesse  poi  con 
pessimo  esempio  esser,  non  che  Firenze,  ma  tutta  Italia  ta- 
glieggiata. Feciono  una  imposizione  a'  cherici,  onde  si  traeva 
buona  somma  di  danari.  Distribuirono  di  nuovo  tra'  cittadini 
la  gabella  de'  fumanti  ^,  che  ascendeva  a  cencinquanta  scudi 
il  giorno.  Con  questa  sorte  di  tasse,  si  trovò  il  comune  po- 


'  L'' Ammirato  dice.-  Costoro  ì ecarouo  il  servigio  personale  dei 
contadini  in  denari;  la  qval  gabella  montò  cinquantamila  fiorini 
à'  oro  l'  anno,  cosa  stimata  ec. 

2  Bisognerebbe  oggi  mettere  una  gabella  per  quelli  che  fumano:^ 
che  tornerebbe  al  comune  assai  vantaggiosa. 


320  dell'istorie  fiorentine 

lere  ogn'  anno  spendere  trecensessantamila  fiorini  d'  oro. 
«  Al  vescovo  di  Firenze  e  al  Bardi,  arabasciadori  in  corle  del 
u  papa  si  scriveva  che  stessero  avvertiti ,  perchè  il  ponte- 
«  fice  era  appresso  a  far  accordo  col  Visconti ,  e  che  però, 
«  col  mezzo  di  qualche  cardinale  confidente ,  procurassero 
«  che  i  comuni  di  Toscana  vi  fossero  inclusi  ;  e  dicevano 
((  tutti  i  comuni  di  Toscana,  per  levar  1'  occasione  all'  arci- 
«  vescovo  d'  aversi  a  impacciare  de'  fatti  di  Pisa.  Ma  la 
«  poca  confidenza,  che  si  scorgeva  di  poter  avere  del  pon- 
«  tefice  in  questo  negozio,  fece  risolvere  i  Fiorentini  a  pen- 
«  sar  di  far  venire  in  Italia  qualche  principe  potente  da  po- 
«  terlo  mettere  contra  Milano.  Fu  creduto  esser  molto  a 
(  proposilo  Lodovico  di  Baviera,  marchese  di  Brandemburg, 
"  figliuolo  di  Lodovico  il  Bavaro  ,  e  per  persuaderlo  a  tal 
«  passaggio  fu  eletto  Giovanni  di  Baccaccio  ,  l' ambasciata 
.(  del  quale  fu  di  tanta  efficacia,  che  Lodovico  mandò  in 
a  Firenze  per  trattare  Diapoldo  di  Cazanstamer  ,  il  quale  ^ 
«  udito  in  senato  alla  presenza  degli  arabasciadori  di  Peru- 
«  già,  le  pretensioni  che  disse  voler  Lodovico,  furono  tro- 
«  vate  tante  e  sì  alte  ,  che  1'  ambasciadore  fu  licenziato  con 
«  ringraziamenti  «. 

Aveva  preso  col  nuovo  anno  1332  il  sommo  magistrato 
della  città  la  seconda  volta  Nastagio  Bucelli ,  poco  felice  a 
sé;  perciocché  egli  morì  quidici  giorni  dopo  eh'  era  entrato 
in  uficio;  «  avendo  prima  scritto  ad  Averardo  da  Montespe- 
«  rello  da  Perugia,  stato  eletto  capitano  del  popolo,  che  non 
f(  venisse  a  Firenze  ;  dove  per  il  rispiarmo  della  spesa  si  fa- 
te ceva  conto,  che  quello  ufizio  non  avesse  ad  essere  più  di 
«  bisogno.  Accrebbe  nonostante  il  salario  alli  arabasciadori, 
«  non  si  trovando  chi  volesse  andare  in  ambasciate,  essendo 
«  troppo  di  carico  alla  borsa  degli  eletti,  e  così,  ridotte  le 
«  provvisioni  condecenti  alle  persone  eh'  erano  mandate ,  e 
«  a'iuoghi  dove  andavano,  fu  posto  pena  a  chi  le  ricusava 
<(  la  privazione  degli  ufizi  e  onori ,  e  inoltre  cinquecento 
«  lire  ».  In  luogo  del  Bucelli  '  fu  tratto  per  il  resto  del  tempo 

I  Cosi  dice  il  vecchio  Ammirato  :  primo  di  lutti,  il  quale  J'osse 
morto,  risedendo  gonfaloniere.  Fu  in  suo  luogo  per  il  resto  del  tempo 
tratto  Bencivenni  Mancini  ec. 


LIBRO   DECIMO.  o21 

Bencjvenni  Mancini,  il  quale  con  cattivo  consiglio,  come 
fu  creduto,  fece  abbatter  Barberino,  Latera,  Gagliano,  e  Mar- 
coiano,  castella  che  erano  in  Mugello,  per  non  aver  a  di- 
fenderle vanamente  centra  nimici  ;  perciocché  vi  furono  di 
coloro ,  i  quali  si  forzarono  mostrare  ;  che  quando  quelle 
terre  non  si  fossero  trovate  in  que' luoghi,  sarebbe  stalo  ne- 
cessario fondarle  di  nuovo,  per  aver  con  che  riparare  a' ni- 
mici, venendo  di  verso  Montecarelli  e  di  Montevivagni,  e 
delle  terre  degli  Ubaldini.  Attesesi  nondimeno  a  fortificare 
con  ogni  diligenza  la  Scarperia,  contra  cui  diceva  particolar- 
mente l'arcivescovo  volersi  vendicare.  E  quello  a  che  ora 
si  attendea,  era  votar  i  fossi,  e  alzar  con  la  medesima  ma- 
teria i  palancati  ;  il  che  s'  era  incomincialo  a  fare  dal  prin- 
cipio dell'anno.  In  questa  occasione  fu  posto  in  considera- 
zione dagli  Ubaldini  all'arcivescovo,  che  ci  si  potea  facil- 
mente insignorire  di  Scarperia,  mandando  soldati  pratichi 
sotto  forma  di  manovali  a  notar  diligentemente  in  che  guisa 
si  potea  dello  luogo  pigliare.  Costoro  avendo  spialo  con 
gran  sollecitudine  ogni  cosa  ,  segarono  segretamente  tra 
le  due  terre  alcuni  legni  del  palancalo  ,  e  feciono  subita- 
mente intendere  il  tutto  agli  Ubaldini.  I  giorni  addietro 
s'  erano  in  Scarperia,  come  suole  spesso  avvenire  in  quelle 
terre  ,  ove  stanno  presidj ,  azzuffali  i  soldati  co'  terrazza- 
ni ,  e  eravane  morto  alcuno  ,  onde  Ira  loro  avea  poca  con- 
fidenza; perchè  tanto  più  facilmente  sperarono  gli  Ubaldini 
poter  conseguire  quello  che  aveano  all' animo.  E  conluttociò 
per  tener  i  Fiorentini  in  diversi  pensieri,  feciono  in  un  me- 
desimo tempo  scender  gente  a  cavallo,  e  a  pie  a  Monteca- 
relli,  alla  Sambuca,  a  Pietramala  nell'Alpe,  e  nel  Podere. 
Poi  quando  parve  lor  tempo  feciono  in  una  notte  calar  nel 
piano  di  Mugello  dall'Alpe,  e  da  Montecarelli  duemilacin- 
quecento fanti,  e  cento  cavalieri  sotto  quattro  bandiere.  Co- 
storo ,  eletti  di  tutto  il  numero  dugencinquanla  briganti  dei 
più  pregiali,  sotto  dieci  bandiere,  dalla  parte  di  S.  Agata  li 
mandarono  con  coloro,  che  aveano  notizia  del  luogo  in  Scar- 
peria la  notte  de'  27  di  gennaio,  i  quali  stretti  insieme  si  ri- 
dussono  senza  alcuno  impedimento  con  maraviglioso  silenzio 
sulla  piazza  della  terra  ;  ove  levalo  il  romore  gridando,  muo- 
iano i  forestieri,  e  vivano  i  terrazzani,  fu  subitamente  d'una 


S22  dell'  istorie  fiorentine 

somma  quiete  ogni  cosa  piena  di  spavento.  I  soldati  credea 
no,  che  i  terrazzani,  avuto  qualche  aiuto  dai  loro  vicini,  li 
volessero  offendere  con  la  comodità  della  notte,  e  però  non 
ardivano  uscir  dalle  stanze,  dove  erano  alloggiali.  I  terraz- 
zani all'  incontro  stimavano ,  che  questo  fosse  un  inganno 
de' forestieri  ;  della  qual  timidità  non  si  servendo  punto  i 
nimici  con  far  cenno  al  resto  delle  genti,  che  non  erano  un 
miglio  lontano,  detlono  finalmente  tempo  a' terrazzani  che 
s' accorgessono  all'insegne,  i  ragunati  nella  piazza  esser 
i  nimici,  e  non  i  loro  soldati.  Della  qual  cosa  fatti  ancora 
capaci  i  soldati  della  Repubblica ,  benché  tutti  non  arrivas- 
sero in  quella  notte,  dentro  Scarperia,  al  numero  di  cencin- 
quanta  uomini  d'arme,  cinquanta  se  n'accozzare  insieme,  e 
fatta  gagliarda  impressione  contra  nimici,  senza  alcuna  resi- 
stenza nel  primo  assalto  li  ruppono,  con  tanto  timore  degli 
assalitori,  che  affrettandosi  d'uscire  per  lo  luogo  stretto, 
onde  erano  venuti,  cadevano  addosso  1'  un  l' altro  nel  fosso, 
non  considerando  da  quanta  poca  gente  erano  messi  in  fuga. 
Il  poco  numero  di  quelli  di  dentro  non  lasciò  loro  fare  in 
sì  fatto  accidente  cosa  di  maggior  profitto.  Contuttociò  ucci- 
sono  cinque  de' nimici,  e  dodici  ne  feciono  prigioni,  trai 
quali  furono  de'connestahili  molto  reputati;  che  fu  poi  sen- 
tito che  gli  arebbe  1'  arcivescovo  ricuperati  con  gran  somma 
di  danari;  i  quali  nondimeno  furono  per  ordine  del  popolo 
fiorentino  tutti  impiccati.  Così  in  una  notte  fu  presa  e  libe- 
rata Scarperia  con  dubbia,  e  maravigliosa  fortuna  In  Chianti 
si  suscitò  tra  questo  mezzo  un  altro  romore  per  lo  castello 
dì  Vertine;  i  quali  simili  accidenti  per  lo  sospetto  dell'ar- 
civescovo erano  in  quel  tempo  di  grande  considerazione.  La 
famiglia  de'Ricasoli  è  opinione,  che  per  antico  fosse  fatta 
padrona  d'  una  gran  parte  del  Chianti  ;  e  che  Montegrossoli 
fosse  stato  il  capo  e  residenza  del  loro  dominio  ;  il  qual  do- 
minio, come  che  infin  da  principio,  che  la  Repubblica  in- 
cominciò a  tor  via  i  signorotti  e  baroncelli  vicini  alla  città, 
fosse  pervenuto  o  per  vendila,  o  per  iscambio  ,  o  per  altre 
ragioni  in  poter  del  comune,  rimase  nondimeno  a'Ricasoli, 
oltre  le  private  possessioni,  e  una  invecchiala  autorità,  e  ri- 
putazione in  lutto  quel  paese,  una  grande  ricognizione  dei 
padronati  di  chiesa;  fra' quali  una  molto  principale  era.  sic- 


LIBRO   DECIMO.  523 

come  è  ancor  oggidì,  la  Pieve  di  S.  Polo.  Era  piovano  di 
questa  chiesa  Rinieri,  uomo  dell' istessa  famiglia,  assai  attem- 
pato, zio  de' padri  d' Albertaccio;  e  di  Roba,  e  di  parecchi 
altri  giovani ,  i  quali  nascevano  d' Arrigo  ;  la  vita  del  qual 
Rinieri  per  la  sua  decrepila  età  si  credeva  esser  brevissima. 
Dubitavano  Roba ,  e  i  figliuoli  d'  Arrigo ,  i  quali  erano  nati 
da  due  fratelli,  che  i  figliuoli  di  Bindaccio  (co' quali  erano 
congiunti  in  terzo  grado)  per  la  maggioranza  dello  stalo  lom, 
e  per  la  riputazione  d' Albertaccio;  (uno  de' detti  figliuoli,  il 
quale  era  in  quel  tempo  mollo  slimalo  nel  mestiere  dell'ar- 
me) non  volessero  occupar  la  detta  pieve  ;  e  di  ciò  tanto  più 
temevano,  quanto  che  Albertaccio  e  i  frnttlli,  i  quali  erano 
molti,  aveano  grandi  amicizie,  e  parentadi  in  Siena,  nascen- 
do per  madre  di  casa  Piccolomini.  Per  questo  non  volendo 
aspettar  la  morte  del  piovano,  pervennero,  e  conlra  gli  or- 
dini della  Repubblica,  andarono  essi  ad  occupar  la  Pieve  ;  di 
che  furono  condannati  nel  capo,  se  non  restituivano  incon- 
tanente le  cose  nel  primo  stato.  Roba  ubbidì ,  ma  i  figliuoli 
d' Arrigo,  parendo  di  ricevere  oltraggio,  rimasono  in  bando  ; 
e  valendosi  dell'occasione  de' tempi,  accolsono  cencinquanla 
fanti  masnadieri,  e  sapendo  gran  roba  de' loro  consorti  es- 
ser ridotta  nel  Castello  di  Vertine,  entrarono  subitamenle  di 
furto  nel  castello,  e  avendo  quello  molto  ben  fortificato  delle 
cose  necessarie ,  di  là  si  posono  a  scorrere  quasi  tutto  il 
Chianti,  ardendo  le  ville  de" parenti  loro,  e  il  castello  con- 
tinuamente di  quelle  e  d'  altre  robe  riempiendo.  Il  gonfa- 
loniere Mancini,  e  priori  ciò  sentendo,  comandarono  a  Luigi 
da  Sassoferrato,  podestà  di  Firenze,  che  con  certe  masnade 
di  cavalieri  e  di  pedoni  passasse  in  Chianti,  e  facesse  opera 
di  rìdur  a  ubbidienza  i  Ricasoli,  non  stimando  che  fossero 
per  far  resistenza  a'  soldati  della  Repubblica.  Ma  i  giovani 
avendo  ancor  essi  qualche  parte  in  Siena  per  lo  favore  che 
prestava  loro  in  privato  Giovanni  de' Salimbeni,  e  essendo 
ceni  che  rifuggendo  in  ogni  caso  al  Visconti,  avrebbono  di 
grazia  la  sua  protezione,  fecero  poco  conto  della  venula  di 
queste  genti,  e  cominciarono  con  le  pietre  e  con  le  balestra 
a  tenerli  lontani  dalle  miua,  «  e  il  podestà,  che  avea  ordine 
«  di  disfare,  tagliare  e  ardere  lutti  i  beni  de' figliuoli  di  .\r- 
«  rigo  ,  non  restò  intanto  d'  eseguire  ». 


52i  dell'istorie  fiorentine 

Tutte  le  cose  in  questo  tempo  erano  piene  di  gelosia  ; 
perciocché  Piero  Saccone  avea  preso  il  Borgo  a  Sansepolrro 
congiuntosi  col  signor  di  Cortona,  il  quale  s'  era  confederato 
col  Visconti,  era  cavalcato  sul  contado  di  Perugia,  avea  arso 
Vagliano ,  e  combattuto  Castiglione  del  Lago.  Todi  avea 
corso  pericolo  d'esser  presa  dal  prefetto  di  Vico.  Delle  cose 
di  Prato,  per  conio  della  famiglia  de'Guazzalolri,  non  si  vi- 
vca  con  1'  animo  posato  del  lutto  ,  e  gli  ambasciadori  man- 
dati al  ponteQce  contra  l'arcivescovo  di  Milano  scrivevano 
cose  mollo  dubbie,  e  differenti  da  quello  che  si  stimava  della 
mente  del  papa.  Imperocché  avendo  prima  il  Visconti  man- 
dato i  suoi  ambasciadori  in  corte,  tra  per  i  favori  prestatigli 
dal  re  di  Francia,  e  per  la  forza,  che  egli  s'avea  acquistata 
co'suoi  doni  appresso  i  parenti  del  papa,  e  della  contessa 
di  Torena,  la  quale  poteva  molto  con  Clemente,  egli  avea 
in  modo  acconcio  le  cose  sue,  che  1'  animo  del  pontefice  era 
molto  mitigato.  E  benché  nelle  dimostrazioni  delle  parole 
apparisse,  che  egli  fosse  per  voler  soddisfare  a'  comuni  di 
Toscana,  si  vedea  nondimeno,  che  egli  avea  caro,  che  s'  ac- 
cordassero con  l'arcivescovo.  Rispose  dunque,  che  egli  pro- 
poneva tre  partiti  a  quelle  repubbliche,  e  che  esse  elegges- 
sero qual  prima  delle  tre  cose  volessero.  Ciò  era:  o  far  la 
pace  con  1'  arcivescovo ,  o  lega  con  la  Chiesa ,  o  far  venire 
r  imperadore  in  Italia  per  loro  difesa.  Gli  ambasciadori  fa- 
cendo congettura  più  dell'  animo,  che  delle  parole  del  pon- 
tefice, sì  per  aver  risoluzione  in  questo  caso  dai  loro  mag- 
giori, e  sì  per  mostrarsi  più  confidenti  del  papa,  risposono. 
che  egli  con  la  prudenza  sua  andasse  discorrendo,  e  consi- 
derando quello,  che  era  maggior  beneficio  di  coloro,  che 
seguitavano  in  ogni  loro  impresa  la  fortuna  della  Sede  Apo- 
stolica ;  e  intanto  avendo  scritto  a  Firenze  quello  che  aveano 
raccolto  da  Clemente,  feciono  deliberare  i  padri  a  volgersi 
all' imperadore,  giudicando  che  ciò  fosse  molto  meglio  farlo 
da  per  loro,  che  mostrare  d'  esservi  tirati  per  forza  o  per 
consiglio,  e  autorità  d'altri.  E  trovandosi  d'alcun  tempo  pri- 
ma aver  cominciato  alla  larga  a  tener  ragionamenti  con 
Carlo  ,  tanto  più  strinsono  la  pratica  al  presente  ,  avendo 
scritto  che  per  servigio  dell'  imperio  fosse  la  maestà  sua 
contenta  mandar  in  Firenze  il  suo   vicecancelliere  :  il  quale 


LIBRO  di: CIMO.  525 

venuto  e  alloggiato  con  gran  segretezza  a  S.  Lorenzo,  si 
pose  a  trattare  diligentemente  buona  congiunzione,  e  amici- 
zia tra  le  dette  repubbliche  e  l'impcradore.  «  Tra  tanto  si 
«  era  dato  la  cura  a  tre  cittadini  di  fortificar  Calenzano  per 
«  difesa  di  quel  paese,  come  s'era  dato  ordine  che  a' Can- 
«  tagalli  /osse  restituita  la  fortezza  di  Paventa,  e  agli  uomini 
«  di  Massa,  e  alli  Alidosi  quella  del  Monledellafine,  poste 
«  ambedue  a' confini  di  Romagna  .»  Essendo  entrato  gonfa- 
loniere Francesco  Acciainoli  la  quarta  volta  si  composono 
i  romori  di  Prato ,  benché  non  senza  gran  biasimo  di  cru- 
deltà. Era  capo  della  casa  dc'Guazzalotri  Jacopo,  figliuolo  di 
Zarino,  il  quale  andando  podestà  a  Ferrara ,  per  fuggire  le 
opposizioni ,  che  gli  si  facevano  ogni  dì ,  che  co'  suoi  con- 
sorti volesse  riassumere  la  sisuoria  della  patria  sua  (della 
quale  imputazione  non  essendo  trovato  col[)evole,  era  stalo 
prosciolto),  fu  ritenuto  nel  viaggio  per  altri  sospetti  a  Bolo- 
gna, e  di  quivi  liberalo,  e  tornato  in  Firenze,  fu  con  non 
miglior  ventura  per  altri  dubbj  confinato  a  3Iontepulciano. 
Queste  ingiurie  non  potendo  egli  soffrire  ruppe  i  confini , 
accordossi  col  Visconti ,  calò  a  Vaiano  in  Valdibisenzio ,  e 
fatti  richiedere  molti  suoi  amici  sanesi  si  preparava  di  rien- 
trar in  Prato.  La  Repubblica  per  rimediare  a  quello  che  po- 
lca succedere,  fornì  Prato  di  genti,  fece  una  notte,  per  pro- 
var,  come  erano  i  Pratesi  disposti,  sonar  all'armi,  e  non 
contenuta  di  ciò  ,  comandò  che  i  Guazzalotri  venissero  a 
Firenze.  Erano  costoro  sulla  porta  del  palagio  de' priori, 
quando  un  messo  mandalo  da  parte  di  Jacopo  fece  loro  in- 
tendere, come  Jacopo  dovea  quella  notte  entrar  nella  terra  ; 
sbigottiti  di  questa  novella,  sapendo  che  egual  pericolo 
ne' casi  di  stalo  soprasta  a' colpevoli,  che  agli  autori  de! 
delitto  ,  la  medesima  mattina  rivelarono  l' ambasciala  al  gon- 
faloniere, e  a' priori  ;  dicendo  che  de' falli  di  Jacopo  non 
intendevano  di  travagliarsi.  La  signoria  per  allora  li  licenziò  ; 
mostrando  di  rimanere  mollo  soddisfatta  della  lor  buona  vo- 
lontà ,  ma  fattili  1'  altra  mattina  chiamare ,  e  venuti  lutti , 
fuor  che  un  giovane  che  era  fra  loro  ,  li  ritenne  in  prigione: 
e  parendole  da  due  altri  Pratesi ,  e  da  due  fabbri  di  con- 
tado ,  co'  quali  stranamente  s'  era  anche  impaccialo  un  no- 
bile fiorenlino  de'  Galigai,  aver  tanto  in  mano,  che  potes- 


o26  dell'  istorie  fiorentine 

sero   rigorosamente  esaminare  i  Guazzalotri ,  come   la  cosa 
si  fosse   andata,  essendo  fama,  che  ciò  per  tormenti  aves- 
sero  confessato ,  furono  trovali  colpevoli ,  e  perciò  dal  ca- 
pitano del  popolo,  uomo  di  poca  virtù,  i  due  fabbri  alle  for- 
che, e  gli  altri,  che  erano  nove  (  de' quali  sei  furono   della 
nobile,  e  antica  famiglia   de' Guazzalotri)  a  perdere  il  capo 
furono  condannali,  «  e  a  Jacopo   furono   rovinate  le  case, 
(  confiscati  i  beni,   e  postogli  taglia  di   duemila  fiorini   di 
«  oro  ».  Questa   crudeltà  rese  più  ostinati  i  Ricasoli,  veg- 
gendo,  che  il  governo,  il  quale  era  tutto  popolare,  camminava 
di  fatto  alla   rovina  de'  nobili  ;  onde  benché   sopra   Vertine 
fossero  finalmente  andati   secento  cavalieri ,  e  mille  cinque- 
cento masnadieri  di  soldo,  e  cominciato  con   due   mangani , 
e  con  le  balestra  a  combattere  il  castello  da  due  lati,  atten- 
devano a  difendersi  animosamente,  aiutali   a  ciò   poter  me- 
glio fare  dalla  malvagità   del  tempo,  la  quale   non   lasciava 
fare  alle  genti  de' Fiorentini  cosa  che  buona  fosse.    Conlul- 
tociò  fu  deliberato,  che  se  gli  desse  l'assalto  generale  a' 20 
d'aprile,  il  quale  essendo  dato  con    mollo   ardire,  ma  con 
poco  ordine  ,  benché  per  quel   dì  avesse   avuto   poco  felice 
successo,  essendovene  stati  feriti  molli,  e  mortine  alquanti, 
lece  nondimeno   ravvedere  i   Ricasoli,  che  a  lungo   andare 
non  avrebbon  potuto  reggere.  E  benché,  come  aveano  più 
volle  minacciato,  si  avessero  potuto  dare  al  Biscione,  (  cos'i 
per  soprannome  chiamavano  l'arcivescovo   di   Milano)  con- 
siderando  nondimeno,   che  essi   erano   Fiorentini,  vollono 
piuttosto  accordarsi  con  la  Repubblica,  da  cui  ottennero,  che 
in  fra  quindici  dì  prossimi  potessono  sgombrare  il  castello, 
uscendone  con  l'arme,  e  con  lutto  il  grano,  che  vi  aveano 
dentro  senza  offesa  alcuna.  Fu  creduto,  che  i  Fiorentini  fos- 
sero con  tanla  lor  poca  dignità  calati  a  questo   accordo  per 
non  dar  occasione,  che  i  nimicì  andassero  ogni  giorno   cre- 
scendo; massimamente  che  in   que' medesimi   giorni   l'arci- 
vescovo avea  preso  il  Monte  della  Fine  «  restituito,  o  in  pro- 
cinto di  restituirsi  da' Fiorentini  ».  E  Rosso  de'  Ricci,  capitano 
per  la  Repubblica  in  Mugello,  volendo  con  quattrocento'  ca- 
valieri, e  con  molti  pedoni  fornire  il  castello  di  Lozzole  nel 
podere,  passando  da  Razzuolo,  e  preso  in  mezzo  da'nimici 
era  stalo  rotto  con  morte  di  cinquanta,  e  d  ollanla  prigioni. 


LIBRO    DECIMO.  4'Ì7 

e  con  perdila  di  tutta  la  vettovagli;i,  e  bagaglic  «  Essendo 
«  in  questo  tempo  morto  il  marchese  Obiio  da  Este,  il  gon- 
«  f'aloniere  co'priori  scrissero  in  condciglicnza  al  marchese  Al- 
'-  dobraiidino,  il  quale  gli  era  succeduto  nello  stalo.  E  per- 
«  che  Azzolino  vescovo  di  Siena,  in  tornando  dalla  corte  del 
<(  papa,  era  stalo  fatto  prigione  a  Montone  nella  riviera  di 
«  Genova,  da  Carlo  Grimaldi,  e  forzato  a  pagar  per  riscatto 
«  cinquecento  fiorini  d'oro,  raccomandatosi  a'Fiorenlini,  ai 
e  quali  dispiace\ano  simili  infami  ladronecci,  fu  scritto  al 
«  doge  di  Genova  perchè  gli  facesse  restituire  il  danaro  ». 
Molestavano  ancor  grandemente  la  Repubblica  i  romori 
d'Orvieto;  dove,  per  conio  della  famiglia  de' Monaldeschi  tra 
essa  stessa  divisa,  ogni  cosa  era  sossopra,  e  per  questo  in 
gran  pericolo,  che  l'arcivescovo  non  vi  mettesse  un  giorno 
le  mani  ;  perciocché  egli  vi  era  finalmente  stato  morto  Be- 
nedetto Monaldeschi,  il  quale  aveva  poco  innanzi  due  suoi 
consorti  fatto  tagliare  a  pezzi.  E  non  molli  giorni  dopo  le- 
vatosi Petruccio  della  medesima  famiglia,  avea  egli  ucciso 
Bonconte  del  morto  Benedetto  nipote  con  molti  altri;  e  per 
questo,  ancorché  egli  fosse  guelfo,  avea  introdotto  nella  terra 
dugento  cavalieri  per  opera  degli  Ubaldiiii,  e  altri  della  fa- 
zion  ghibellina  mandatigli  dal  prefetto  di  Vico,  a  Tulle  que- 
«  ste  cose  non  impedivan  però  che  si  lasciasse  di  pensare 
«  a  quelle,  che  sogliono  alleggerire  il  peso  delle  cure  a'prin- 
«  cipi.  Onde,  essendo  morto  il  Gello,  piaccvol  recitatore  di 
«  commedie,  fu  dato  il  suo  luogo  a  Jacopo  di  Salimbene, 
«  cittadino  fiorentino,  stimato  in  simil  materia  non  meno  del 
«  Gello.  Fecero  bene  affrettare  la  conclusione  delle  pratiche 
«  incominciate  col  vicecancellicre  dell' imperadore;  la  pub- 
«  blicazione  delle  quali  fu  sostenuta  infino  che  si  vedesse  la 
«  deliberazione  che  il  papa  prendea  de' fatti  dell' arcivesco- 
<(  vo.  Comparse  intanto  in  senato  un  ciambellano  delia  re- 
«  gina  Giovanna,  dicendo  che  a' 23  di  marzo  sua  Maestà 
«.  avea  fatto  pubblicare  la  pace  conchiusa  col  re  d'Ungheria, 
«  e  che  avendo  avuto  la  bolla  per  la  sua  coronazione,  fa- 
«  ceva  pensiero  che  ciò  seguisse  nella  prossima  Pentecoste, 
«  e  che,  v'  invitava  i  senatori  ».  Saputosi  a  tempo  del  gon- 
laloneralo  di  Landò  degli  Albizi,  '  che  il  papa  per  l'uhbi- 

1   Dice  l'Ammirato.-   Tulle  qiiesle  cose  feciono  (iffrettme  la  con- 


3ii8  dell'  istorie  fiorentine 

dienza  fatta  dall'arcivescovo,  l'avea  come  pastore  e  padre 
comune  ricevuto  nella  comunion  de'  fedeli,  e  particolarmente 
nella  sua  grazia;  e  che  Bologna,  restituita  prima  dall'arcive- 
scovo alla  Sede  Apostolica ,  il  papa  gliene  avea  poi  conce- 
duto il  possesso  per  dodici  anni  con  censo  di  dodicimila 
fiorini  d'oro  l'anno;  avendo  l'arcivescovo  pagato  centomila 
fiorini  d'oro  perle  spese  fatte  dalla  Chiesa,  quando  vi  tenne 
il  campo,  e  obbligatosi,  finito  i  dodici  anni,  di  restituir  libe- 
ramente Bologna  alla  Chiesa,  i  Fiorentini  grandemente  se  ne 
sdegnarono  ;  e  perciò,  senza  aspettar  altro,  pubblicarono  an- 
cora essi  le  convenzioni  fatte  così  in  nome  loro ,  come  dei 
Perugini,  e  de'  Sanesi  con  Cesare.  Le  più  principali  delle 
quali  furono:  che  i  delti  tre  comuni  si  obbligavano  di  pagar 
per  un'anno  dugentomila  fiorini  d'oro  a  Carlo  per  lo  stipen- 
dio di  tremila  cavalieri,  e  ol(re  a  questi  se  ne  gli  donassero 
diecimila,  giunto  che  fosse  in  Aquilea:  Che  '1  doveano  tenere 
per  vero  re  de'  Romani,  e  legittimo  futuro  imperadore.  Che 
la  Repubblica  fiorentina  gli  dovca  pagare  in  nome  di  censo 
ogn' anno  trenlasei  danari  per  focolare,  e  i  Sanesi,  e  i  Pe- 
rugini il  censo  ordinario.  L' imperadore  all'incontro  fosse 
tenuto  per  lutto  il  prossimo  mese  di  luglio,  trovandosi  in 
Lombardia,  e  dar  principio  alla  guerra  contro  i  Visconti  con 
seimila  cavalieri;  intendendo  che  due  ne  fossero  a  soldo 
suo,  e  mille  a  quello  del  papa;  i  qnali  non  pagando,  fosse 
egli  forzato  condurli  a  sue  spese.  Dovesse  mantener  i  detti 
comuni  nella  lor  libertà,  e  statuti,  e  permettere,  che,  presa 
la  corona  imperiale,  il  gonfaloneralo,  e  priori  di  Firenze  coi 
nove  di  Siena  si  dovessero  di  mano  in  mano  cognominare 
Vicari  d'imperio:  Che  privilegiasse  alle  dette  tre  Repubbli- 
che tutte  le  terre,  ville,  e  castella,  che  al  presente  si  tro- 
vassono  possedere,  e  che  posseduto  avessero  sci  anni  addie- 
tro, ancora  che  di  presente  non  le  possedessero;  e  soprat- 
10  dovesse  assolvere  i  detti  comuni  delle  condannagioni  a 
loro  fatte  dall'  imperatore  Arrigo  suo  avolo  ;  i  quali  patti  e 

ilusione  delle  pratiche  cominciate  col  K'icecancellieie  dell'  imperatore, 
la  pubblicazione  delle  quali  Jii  sostemita  in  fino  che  si  vedesse  la 
d^liberazionej  che  il  papa  prendea  de'J'atti  dell'arci^'escovo,  la  quale 
intesa  a  tempo  del  gonj'alonerato  di  Landò  degli  Albizì  ec. 


LIBRO   DECIMO.  529 

convenzioni  fosse  tenuto  confermare  per  lutti  i  15  del  futuro 
mese  di  giugno.  Fatto  ciò,  la  Repubblica  fiorentina,  come 
feciono  ancor  l'altre,  mandò  ambasciadori  a  Cesare,  «  Pino 
«  dei  Rossi,  e  Gherardo  de' Bordoni  cavalieri,  Tommaso 
«  de' Corsini  dottor  di  leggi,  Filippo  de' Magalotti,  e  Uguc- 
«  clone  de' Ricci,  a' quali  fu  dato  in  compagnia  un  sindaco 
«  del  comune  per  obbligar  la  Repubblica  in  conformità  del- 
«  l'accordalo  col  vicecancelliere  di  Cesare  ;  il  qual  sindaco, 
«  ricevutone  la  ratificazione  da  Carlo,  se  ne  doveva  tornare 
«  a  Firenze.  Gli  ambasciadori  dovean  poi  sollecitar  Cesare 
«  a  passar  in  Lombardia  spacciatamenle  ,  e  in  quel  mentre 
«  procurar  di  farli  scrivere  a' signori  di  Lombardia  e  di  Ro- 
«  magna  di  non  far  cosa  alcuna  contra  a'  tre  comuni  colle- 
«  gali,  ma  sì  ben  contra  l'arcivescovo.  Ebbero  gli  amba- 
c(  sciadori  commessione  di  eseguir  quanto  fosse  loro  scritto 
«  dal  re  Lodovico  in  cose  a  suo  favore,  e  proibizione  sotto 
«  pena  di  duemila  fiorini  per  ciascuno  di  non  impetrar  gra- 
«  zie  in  proprio,  come  soglion  far  bene  spesso  quei  mini- 
a  stri,  a' quali  preme  più  il  loro  interesse  che  quello  del 
«  principe;  e  io  ho  conosciuto  di  questi  tali.  Indirizzate  in 
«  questo  modo  le  C()sc  col  re  de' Romani,  si  volse  tutto  il 
«  pensiero  a  provvedere  a  quello  che  bisognava  di  fare  al- 
ce lora  in  Toscana,  avendo  prima  mandato  Chiaro  de'  Peruzzi 
«  vescovo  di  Montefeltro,  Barna  de' Rossi,  Lionardo  Strozzi, 
«  Paolo  Vettori,  Giovanni  de' Medici,  e  Jacopo  degli  Al- 
«  berti,  credo  lutti  cinque  cavalieri,  trovandogli  qualificali 
«  del  messere,  e  Francesco  de'Buondelraonli ,  e  Piero  degli 
«  Albizi  per  intervenire  alla  coronazione  del  re  Lodovico  e 
«  della  regina  Giovanna,  co'  quali  si  dovean  rallegrare  della 
«  concordia  fatta  col  re  d  Ungheria,  e  dar  parte  della  riso- 
«  luzione  presa  di  far  venire  l' imperadore  in  Italia.  Otlen- 
«  nero  questi  ambasciadori  da  quelle  maestà  il  braccio  di- 
«  ritto  di  S.  Reparata  per  metterlo  nella  chiesa  maggiore  di 
«  Firenze,  intitolala  nel  nome  di  quella  santa  ;  del  qua)  brac- 
«  ciò  racconta  Matteo  Villani  che  furono  burlati  dalle  mo- 
«  nache  di  Tiano  ,  dove  la  reliquia  si  conservava,  avendo 
M  avuto  un  braccio  di  legno  in  luogo  del  vero;  nel  che  non 
«  so  chi  la  divozione  accecasse  più,  o  le  monache,  o  i  Fio- 
«  rentini.  I  quali  si  credettero  forse  in  questo  tempo  d'  esser 
Amu.  Vol.  II.  34 


530  dell'  istorie  fiorentine 

«  anche  burlali  da  Giovanni  da  Olejigio,  avendo  loro  scrilfa 
«  l'accordo  fallo  dall'arcivescovo  col  papa  con   una  tregua 
«  per  un  anno,  nella  quale  sua  Santità   avea   nominali  i  co- 
«  rauni  di  Firenze,  di  Perugia  e  di  Siena;  ma  non  essendo 
«  comparse  ancora  in  senato  lettere  dagli    ambasciadori  che 
«  erano  in  Avignone,  fu  riposto  a' 14  di  maggio  all'Oleggio, 
«  che  non  aveano  che  dirli.  Già  Verline  era  stato   reso  dai 
a  Ricasoli   alia  Repubblica,  la  quale   avea    comandato    che 
«  fosse  smantellato  con  rovinare  ogni  palazzo  o  fabbrica,  che 
«  avesse  apparenza  di  fortezza,  come  fu  smantellalo  JVIonte- 
«  carelli  '  ».  A   Lozzole    era   slata  introdotta   vettovaglia  e 
presidio  sufhcienle  con  danno  de'nimici,  a' quali  fu   tolto  il 
battifoUe  che  leneano  sopra  il  castello-  E  perchè  ninna  cosa 
premea  più  i   Fiorentini,  che  un  desiderio   ardcntissimo  di 
vendicarsi  d.'ll'  ingiuria  ricevuta  dai  Tarlati,  libertini.  Pazzi, 
e  altri  siffatti  signori,  quando  furono  assaliti  dall'arcivescovo, 
poslo  in  ordine  secento  cavalieri  ,    e  molle  migliaia  di  fanti 
corsono  sopra  la  Cernia,  Penna,    e  Gaienna,  terre  che  si  le- 
neano  per  i  detti  signori,  e  a  queste,  e   allre  terre  vicine 
dcttono  il   guasto.   Volsonsi   poi  a  Bibbiena,  ove  era  Piero 
Sacconi,  e  quivi  fu  falla  una  grossa  scaramuccia,  ove  Piero 
con  milledugenlo  pedoni,  e  con  alquanti  cavalieri,  avendo 
le  spalle  della  terra,  si  fece  incontro  a'nimici ,  e  difese  dal 
guasto  i  luoghi  più  vicini.  Questa  cosa   gli   porse  ardire,  e 
come  egli  era  vecchio  soldato,  sapendo,  che  i  Fiorentini  do- 
veano  il  di  seguente  andar  a  .Montecchio  ,  avvisò  di  poterli 
danneggiare   occupando  un   colle ,  che  era  sul   passo  sopra 
Arno.  E  prr  questo,  partilo  la  mattina  per  tempo  con  mille 
fami,  e  settanta   ca\alieri    prese   la   montagna.  Era  capitano 
de' Fiorentini  Ramondino  Lupo,  marchese  di  Soragna,  e  fuo- 
ruscito di  Parma  per  essere  di  fazion  guelfa.  Questi  accor- 
tosi che  il   Colle  era    proso,  mandò   artilìciosamenle,  come 

I  Dice  l'Ammirato,  dopo  avere  annoverati  gli  ambasciadori  a  Ce- 
sare.- a""  quali J'u  dato  un  sindiico  per  poter  obbligare  il  comune.  In- 
dirizzate in  questo  modo  le  cose  con  P  imperator  Carlo  ,  si  volse 
tutto  il  pensiero  a  provvedere  a  quello  che  bisognava  di  Jar  allora 
in  Toscana^  a^'endo  prima  mandato  ambasciatori  a  Napoli  per  ono- 
rare la  coronazione  del  re  Luigi.  E  già  T'ertine  era  stato  reso  dai 
Ricasoli  alla  Repubblica.  A  Lozzole  ec. 


LIBRO   DECIMO.  531 

non  se  ne  fosse  avveduto,  certi  soldati  pratichi  innanzi,  i  quali 
facendo  vista  d'  esser  colli  alla  sprovveduta,  appiccassero  un 
poco  di  scaramuccia,  studiandosi  di  tirare  pian  piano  gli  av- 
versar] al  basso  ;  e  costoro  andò  soccorrendo  di  mano  in 
mano,  ma  non  troppo  notabilmente.  Piero  credendosi  aver  la 
vittoria  in  mano,  incominciò  a  caricarli,  tenendo  però  sempre 
una  grossa  squadra  in  disparte  per  soccorrere  e  ingrossare 
la  scaramuccia.  Erano  gli  occhi  de'nimici  quasi  lutti  volti 
alla  pugna,  quando  una  parie  de' Fiorentini,  avendo  per  or- 
dine del  capitano  presa  una  gran  volta,  e  passalo  Arno,  com- 
parirono dall'  altra  parie  del  Colle  sopra  i  Tarlali ,  i  quali 
ruppono  facilmente,  ne  con  maggior  fatica  sconfissono  quelli 
che  erano  attaccati  al  combattere ,  non  potendo  in  un  me- 
desimo tempo  resistere  a  coloro,  che  avcano  dinanzi,  e  a 
questi  da' quali  inaspettatamente  si  sentivano  ferire  di  die- 
tro. Furono  morii  in  questo  assalto  più  di  cento  de'nimici, 
molti  pili  feriti,  e  dugcnto  falli  prigioni,  «  e  Ira  essi  un  fi- 
gliuolo di  Piero  »  i  quali  hgali  ad  una  lunghissima  fune  fu- 
rono condotti  a  Firenze  in  vendetta  del  danno  patito  a  Raz- 
zuolo.  Piero  con  pochi  compagni,  che  1  raggiunsono  appresso, 
si  ricoverò  per  velocità  del  cavallo  a  Bibbiena 

Questo  successo  come  che  avesse  recato  gran  soddisfa- 
zione a' Fiorentini,  era  pure  contrappcsato  da' danni  mag- 
giori, avendo  in  que' giorni  per  opera  di  Francesco  Castra- 
cani perduta  la  rocca  di  Coriglia  (  dov'  era  castellano  Geppe 
Geppi)  e  Sorana:  e,  quello  che  piti  imperlava,  scoperto  che 
i  Pisani,  a'  quali  erano  pervenute  la  rocca  e  la  terra ,  favo- 
rivano il  Castracani,  il  quale  nonostante  queste  cose,  essendo 
aiutalo  da  trecento  cavalieri  dell'arcivescovo,  s'era  accam- 
pato sopra  Barga.  «  Questi  danni  ricevuti  da' Pisani  e  dai 
«  Lucchesi  fecero  risolvere  a  mandar  Stefano  del  Forese  a 
«  Pisa  per  farne  doglienze,  e  che  essendo  tulle  cose  falle 
«  contra  la  pace  cir  era  fra  loro,  facessero  rendere  il  tolto, 
«  e  punir  quelli  che  avean  commessi  tali  ladrocinj.  Vennero 
«  in  questo  mentre  lettere  degli  ambasciadori ,  che  davan 
«  conto  come  il  papa  avea  ricevuto  in  grazia  l'arcivescovo 
«  di  Milano,  e  che  s'era  falla  la  tregua  avvisata  dall' Oleg- 
«  gio.  Turbò  mollo  i  padri  questa  nuova,  ancorché  sentila 
a  come  cosa  vecchia,  perchè  sebben  avean  sempre  dubitato 


532  dell'  istorie  fiorentime 

«  del  papa,  non  avean  però  creduto  che  fosse  slato  per  con- 
«  descender  cosi  facilmente  alle  voglie  dell'  arcivescovo.  Fu 
«  consultato  co' Perugini  e  co' Sanesi  se  la  tregua  si  dovea 
«  accettare,  e  da  principio  si  disse  di  sì  :  con  far  rispondere 
«  al  pontefice,  che  i  collegati  non  erano  per  partirsi  dalla 
a  sua  volontà,  purché  restasse  fermo  1'  accordo  col  re  dei 
«  Romani  di  farlo  venire  in  Italia  ;  ma  che  non  mostrava  già 
«  di  volerla  l'arcivescovo,  poiché,  dopo  essere  stata  pubbli- 
«  cata,  avea  co' suoi  continuato  nell'ostilità;  avendo  Tanuc- 
«  ciò  degli  Ubaldini  con  le  sue  insegne  e  genti  occupato 
«  Orvieto  in  vergogna  della  Chiesa.  Francesco  Castracani  pur 
«  con  sue  genti  tolto  al  comune  di  Firenze  la  terra  di  So- 
«  rana  e  altri  luoghi  con  tener  battifollala  Barga.  Il  contedi 
«  Montccarclli  aver  cavalcalo,  rubato,  e  arso  pur  su  quello 
«  de' Fiorentini  ;  de' quali  gli  Ubaldini  tenevan  battifollalo 
«  Lozzole  con  genti  dell'arcivescovo;  e  egli  nel  contado  di 
«  Pistoia  teneva  il  castello  di  Piteccio,  di  dove  faceva  guerra 
u  al  comune  di  Pisloia,  e  a  quel  di  Firenze.  Che  il  suo  \\- 
«  cario  in  Cortona  avea  scritto  al  capitano  dell'oste  de' Fio- 
te  rentini,  che  si  trovava  sopra  Vertine  che  se  ne  partisse  , 
^(  dicendo  quel  castello  essere  stalo  dato  da  Lapo  da' Rica- 
te  soli  all'  arcivescovo.  E  in  ultimo  che  agli  ambasciadori 
«  della  repubblica  Fiorentina  che  andavano  a  Cesare,  in  pas- 
«  sando  da  Forlì  verso  Ravenna  era  slato  posto  aguati  dalle 
«  sue  genti  ch'erano  in  Lugo.  Ma  considerando  d'esser  be- 
te ne,  avanti  di  risolversi  ad  accettarla  ,  aspetlare  la  risolu- 
te zione  del  re  de' Romani,  fu  soprasseduto  ogni  risposta  ». 
Parevano  a'  Fiorentini  i  travagli  e  danni  anche  maggiori  per 
le  tempeste  del  cielo  ;  '  le  quali  oltre  il  danno  fatto  alle  bia- 
de, alle  vigne,  e  agli  alberi,  rovinarono  molti,  e  grandi  edi- 
fici, non  solo  in  Firenze,  e  nel  contado,  ma  in  tolta  To- 
scana. E  quello  che,  per  sopravanzare  il  corso  ordinario  delle 
cose,  si  recava  a  prodigio,  fu  che  gittato  in  Firenze  il  cam- 
panile delle  donne  degli  Scalzi  v'avea  ucciso  la  badessa,  e 
sei  monache.  Nella  sommità  della  montagna  di  Pistoia  avea 
il  vento  levalo  gli  uomini  d' in  su'  poggi ,  e   traboccatigli  in 

•   Questi  danni  pare\'ano  anche  maggiori  per  le  tempeste  del  cie- 
lo ec.  Prima  Ediz. 


LIBRO   DECIMO.  533 

diverse  parli ,  e  si  affermava  per  cosa  certa,  che  di  quaran- 
tatre masnadieri,  che  in  sul  giogo  andavano  in  preda  ' ,  por- 
tali dalla  furia  di  esso,  cosa  favolosa  a  dire,  non  se  n'erano 
mai  più  sapute  novelle.  Non  molto  dopo  a  questa  tempesta 
prese  nel  primo  giorno  di  luglio  il  supremo  magistrato  Luigi 
de' Mozzi  la  terza  volta,  il  quale  essendo  per  lungo  tempo 
pratico  nel  governo  della  Repubblica,  e  avendo  veduto  di 
gran  cose  a'  suoi  di,  confortava  ciascuno  a  non  sbigottirsi  per 
alcun  accidente  ;  benché  olire  alle  cose  già  dette,  di  pochi  di 
innanzi  duemila  cavalieri  dell'  arcivescovo  sotto  la  condotta  di 
Nolfo  da  Monlefellro  conte  d'Urbino  fossero,  per  procaccio  di 
un  certo  Crespoldo,  ricevuti  in  Bettona,  e,  per  questo,  messo  in 
grandissima  gelosia  lo  slato  de'  Perugini  ;  anzi  persuase  egli , 
che  si  mandassero  ambasciadori  a  quella  Repubblica  confortan- 
dola a  star  di  buon  animo;  ai  quali  conforti  furono  giunti  gli  ef- 
fetti ;  essendosi  non  molto  dopo  mandati  ottocento  cavalieri  di 
gente  la  miglior  parte  eletta  sotto  la  condotta  di  Guidetto 
della  Torre;  «  e  due  bandiere  sen'eran  mandate  a  Ciltadica- 
«  stello,  per  concorrere  in  tutto  ciò  che  fosse  necessario  ai 
«  bisogni  de' confederati  loro  >i.  Questa  dimostrazione  dei 
Fiorentini  fermò  prima  gli  animi  di  quelli  d'Ascesi,  e  dell'al- 
tre terre  vicine,  suddite  ai  Perugini  ;  le  quali  per  la  venuta 
di  queste  genti  già  avevano  incominciato  a  vacillare,  pre- 
stando vettovaglia,  e  tenendo  continue  pratiche  co'nimici. 
Di  qua  nacque  ,  che  non  avendo  quelli  di  Bettona  vettovaglia 
sufficiente,  erano  costretti  a  scemar  il  numero  de' cavalieri; 
nel  qual  tempo  trovandosi  i  Perugini  usciti  per  accamparsi 
sopra  la  terra,  scontratisi  con  otto  bandiere  di  quelle  genti, 
quasi  la  maggior  parte  fecer  prigioni  a  man  salva.  Per  que- 
sta cagione  s'  andarono  le  cose  de'  nemici  riducendo  in 
modo,  che,  per  soccorrere  Bettona,  abbandonarono  Montec- 
chio,  ove  nel  medesimo  tempo  tenevano  ancora  1'  assedio; 
il  che  porse  alquanto  di  ardimento  a'  cavalieri,  che  erano  a 
Bettona;  i  quali  inGno  a  quel!'  ora  non  dentro  la  terra,  ma 
avevano  i  loro  alloggiamenti  di  fuori  nella  piaggia  incontro 
al  campo  de' Perugini,  per  fare  miglior  guardia;  onde  assali- 
rono uno  de'  battifolli  de'  Perugini ,  e  arsonlo;  di  che  feciono 

'  Cioè:  andayaao  in  cerca  di  preda,  andavano  per  preda. 


5S*  dell'  istorie   FIOftE^TI^E 

grande  allegrezia.  Ma,  volendo  assalir  l'altro,  furono  io  modo 
gasligali ,  che,  essendo  la  miglior  parie  di  loro  fatti  prigioni . 
il  rimanente  fu  costretto  levarsi  dal  campo,  e  attender  a  di- 
fender le  mura.  Il  conte  Nolfo  veggendo  le  cose  di  Bettona 
ridursi  a  mal  termine ,  si  condusse  per  le  valli  di  Chiusi 
ad  Orvieto  ;  onde  cavò  quelle  genti,  che  v'  erano  della  fa- 
zion  ghibellina  per  soccorrer  Beltona  ;  ma  non  solo  non  potè 
ciò  fare  per  i  passi,  che  trovò  essere  stali  occupali  da'  Pe- 
rugini, ma  quando  volle  rimetter  le  genti,  che  aveva  preso 
ad  Orvieto,  gli  Orvietani  non  le  voUono  ricevere,  e  agli  as- 
sediati mancò  del  tutto  la  speranza  del  soccorso.  11  conto, 
il  quale  era  loruato  nella  terra,  accortosi  di  ciò,  e  sapendo 
che  i  Perugini  avrebbono  avuto  maggior  gloria  di  aver  la 
la  sua  persona  che  la  terra  stessa ,  prese  ordine  insieme  col 
signor  di  Cortona,  e  con  Ghisello  degli  Ubalciini  di  partirsi 
la  notte  tacitamente  di  Bettona.  Il  che  gli  riuscì  facilmente. 
I  soldati  avvedutosi  la  mattina  della  partita  del  capitano ,  e 
degli  altri  capi,  avendosi  per  fame  mangiato  centocinquanta 
cavalli  S  feciono  prigioni  Crespoldo,  e  un  de'Baglioni,  e  man- 
darono a  dire  a'  Perugini ,  che  quando  fossero  lasciati  uscir 
salvi  con  le  loro  persone  solamente  ,  lasciando  1'  arme  e  i 
cavalli,  che  eglino  darebbono  loro  la  terra,  e  i  già  detti  due 
prigioni  ;  obbligandosi  olir'  acciò  con  giurameulo  di  non  ve- 
nir mai  più  contra  quella  Repubblica,  né  contro  i  Fiorenti- 
ni. Di  che  i  Perugini  furono  molto  conlenti ,  confessando 
per  r  aiuto  avuto  dal  comun  di  Firenze  d'  essersi  a  pieno 
vendicati  de'  loro  nimici,  avendo  fallo  mozzar  il  capo  al  Ba- 
glioni,  e  a  Crespoldo,  e  la  terra  arsa,  e  spianata  da' fonda- 
menti. Non  si  posarono  i  Fiorentini  per  questo  solo  bene- 
ficio fatto  a'  Perugini ,  ma  congiuntisi  con  esso  loro  li  se- 
guitarono a  dar  il  guasto  al  contado  di  Cortona  ;  dal  signore 
della  qual  città  aveano  ricevute  continue  ingiurie.  Il  che  fu 
cagione,  che  Giovanni  Gabbrielli,  signor  d'  Agubbio,  cercò 
di  venire  a  certa  concordia  col  comune  di  Perugia.  Vollono 
ancora  i  Fiorentini  in  quel  tempo,  senza  esserne  richiesti, 
dar  aiuto  agli  Aretini  ;  il  cui  contado  era  gravemenle  mole- 
stato da  milleduegento  barbute  dell'arcivescovo.  Ma  coloro, 

I   Altro  che  fame  '■ 


LIBRO   DECIMO.  335 

che  aveano  in  mano  il  regj^imenlo  della  città,  enirati  per  loro 
interessi  particolari  in  gelosia  de'  Fiorentini  ,  sostennero 
prima  il  guasto  de'nemici,  the  l'aiuto  dogli  amici  loro-  Guardò 
nondimeno  la  Repubblica  con  otlocenlo  cavalieri  le  frontiere 
di  Valdarno.  «  Non  avoan  già  voluto  dare  aiuto  a'Sanesi,  che 
«  lo  domandavano  per  essersi  ribellato  lor  Casole,  anzi  gli 
«  confortarono  a  far  per  allora  le  viste  di  non  se  ne  avve- 
«  dere,  per  non  aver  a  richiamar  le  genti ,  le  quali  erano 
«  in  aiuto  de' Perugini  «.  Furono  bene  in  Firenze  conden- 
nati  e  banditi  Ottaviano  del  cavaliere  Testa,  e  Masino  de'Tor- 
naquinci ,  come  quelli  eh'  erano  slati  accusali  d'  essere  a 
parte  di  tal  ribellione.  Qu^^into  il  pubblico  si  era  portato  ono- 
revolmente in  tutte  queste  imprese ,  tanto  fu  biasimato  di 
crudeltà  Benedetto  Strozzi,  capitano  di  guardia  per  la  Repub- 
blica in  San  Gimignano  ,  per  avere  per  lieve  cagione  deca- 
pitato Piero ,  e  Priracrano  Ardinghelli  fratelli ,  giovani  di 
gran  valore  ,  di  fazion  guelfa  ,  e  di  antica  nobiltà  e  possanza 
in  quella  terra.  «  Lotto  Gambacorti,  con  sapula  di  France- 
«  SCO  suo  fratello  ,  moderatori  delia  Pisana  Repubblica,  amico 
«  comune  de'  Fiorentini  e  dell'  arcivescovo  di  Milano  ,  non 
«  si  sa  se  di  propria  volontà  (quasi  presago  di  quel  che  gli 
«  dovea  arrivare  con  la  venuta  di  Carlo  in  Italia),  o  sì  vero 
«  mosso  da  altri,  era  venuto  in  questo  tempo  a  Firenze ,  e 
«  avuto  udienza  dalla  signoria  avca  rappresentato  la  maravi- 
«  glia  grande,  con  la  quale  era  stala  sentita  la  risoluzione 
a  tanto  pericolosa  presa  da  sì  prudente  Senato  di  far  venire 
«  in  Italia  il  re  de' Romani  ;  non  si  sapendo  vedere  che  utile 
«  0  profitto  gliene  potesse  arrivare,  essendo  Carlo  nipote  di 
«  quello  Arrigo  sì  mal  trattato  ,  e  tanto  disprezzalo  dalla 
«  Repubblica  fiorentina  ;  la  quale  dovea  aver  pur  conosciuto 
«  di  non  poter  ricever  tanti  danni  dall'  arcivescovo  di  Milano  , 
«  quanti  ne  poteva  ,  e  con  ragione,  aspettar  col  reslo  d' Italia 
«  da  Carlo,  nimico,  come  oltramontano,  del  nome  Italiano; 
«  e  che  era  ben  più  facile  e  più  lodevole  il  cercar  di  rap- 
«  pacificarsi  col  'V^isconti,  che  venire  a  risoluzione  sì  preci- 
«  pilosa.  Fu  risposto  da'  padri  a  Lotto:  che  s'  egli  parlava 
«  mosso  dal  suo  particolar  buono  affetto  verso  la  Repubbli- 
«  ca,  che,  ancora  che  la  pace  fosse  desiderata,  che  non  gli 
«  si  avea  che  rispondere.  Mancala  nella  città  con  tante  pene 


S36  dell'  istorie  fiorentine 

«  in  gran  parie  1'  alterigia  de'  grandi  verso  i  popolari,  que- 
«  sii  con  r  esser  divenuti  più  grassi  e  più  potenti  eran  suc- 
«  ceduti  ueir  arroganza  di  quelli ,  trattando  male  i  più  de- 
ce boli  e  in)polenti,  onde  fu  dato  balia  a  priori  e  gonfaloniere 
«  (trovandosi  podestà  di  Firenze  Ruberto  de'Rubertinghi,  ca- 
«  valiere  da  Orto  )  per  dichiarar  grandi  gli  stessi  popolari , 
'■(.  che  offendessero  i  popolari  più  deboli,  a  richiesta  de' me- 
«  desimi  offesi  ».  Intanto  avendo  preso  il  gonfaloneralo  Ja- 
copo degli  Alberti  la  seconda  volta,  erano  in  Firenze  tornati 
gli  ambasciatori  stati  mandati  a  Cesare  senza  avere  conchiuso 
cosa  alcuna,  allegandosi  di  ciò  diverse  cagioni:  perciocché 
altri  ciò  imputavano  alla  brevità  del  termine,  altri  alla  po- 
vertà di  Carlo ,  alcuni  dicevano ,  che  Carlo  era  stato  con- 
fortato da'  Ghibellini  a  non  confidarsi  de'  Guelfi  :  molti  cre- 
dettono,  che  fosse  proceduto  per  l'imprudenza  d'uno  degli 
ambasciadori  ;  il  quale,  parendogli  di  dire  un  bel  tratto,  con 
sciocca  e  vile  metafora,  avea  detto  a  Cesare;  che  egli  fi- 
lava mollo  sonile.  Il  qual  modo  di  dire  penetrato  altamente 
nell'animo  di  Carlo  non  ignorante  della  lingua  Italiana,  ben- 
ché per  allora  avesse  mostrato  di  non  essersene  accorto ,  fu 
cagione,  che,  allegandone  diverse  occupazioni,  non  permise, 
che  da  indi  innanzi  gli  ambasciadori  capitassero  più  alla  pre- 
senza sua.  La  Repubblica  veggendosi  presso  che  esclusa  dalle 
grandi  speranze  collocate  nella  persona  dell'  eletto  impera- 
dore  s'  applicò  tanto  più  a' pensieri  della  guerra,  «  e  essendo 
«  le  genti  dell'arcivescovo,  carichi  della  preda  degli  Aretini, 
«  passali  a  danneggiar  Città  di  Castello  » ,  i  Fiorentini  pen- 
sarono che  fosse  tempo  da  soccorrer  Barga,  ove  il  Castra- 
cani per  quattro  mesi  continui  avea  tenuto  1' assedio.  Fu  con 
secento  barbute,  e  con  duemila  masnadieri  mandato  a  que- 
sta impresa  il  marchese  di  Coragna,  il  quale  venuto  alle 
mani  con  Francesco,  che  si  era  messo  sul  passo  dinanzi  al 
Borgo  a  Mozzana  con  trecento  cavalieri ,  e  millecinquecento 
lauti ,  e  avea  preso  il  vantaggio  del  terreno  ,  in  poco  d'  ora 
lo  mise  in  rotta,  uccidendogli  cinquanta  cavalieri,  e  dugen- 
toventi  facendone  prigioni ,  i  quali ,  tolto  loro  1'  arme  e  ca- 
valli ,  sulla  fede  furono  rilasciati.  Il  marchese  servendosi  del- 
l' occasione  senza  perder  tempo  ,  segui  il  cammino  verso 
Barga,  ove  per  esser  prima  giunta  la  novella  della  rotta,  i 


LIBRO   DECIMO  537 

quallro  baltifolli,  che  il  nimico  v"  aveva  fatti,  cran  slati  ab- 
bandonali. Egli  vi  fece  raeller  fuoco,  avendo  fornito  Barga 
di  doppie  provvisioni,  per  aver  in  essa  intromesso ,  oltre 
quelle  che  egli  vi  recava,  tutte  le  vettovaglie  e  viveri  gua- 
dagnati a' nimici.  Non  la  lunga  età,  non  la  tema  d'alcun 
avverso  avvenimento,  né  là  vicinità  della  morte  stancava  tra 
questo  mezzo  V  inquieto  animo  di  Piero  Saccone;  il  quale 
avendo  passato  il  novantesimo  anno  della  sua  vita,  con  raro 
esempio  di  robusta  e  vigorosa  vecchiezza,  cavalcava,  armava  , 
e  tutti  quelli  esercizj  faceva ,  che  possono  far  i  giovani  ga- 
gliardi e  valenti;  perchè  udito  le  genti  de' Fiorentini  esser 
ite  per  soccorrere  Barga ,  egli  con  milleottocento  cavalieri 
si  pose  a  Quarata,  e,  dato  la  notte  sopra  il  borgo  d'Arezzo, 
costrinse  i  cittadini  ad  abbandonarlo  ,  e  arebbdo  arso  fa- 
cilmente,  se  cento  cavalieri  de' Fiorentini  (i  quali,  venendo 
di  Perugia,  erano  a  caso  la  notte  slati  alloggiati  nel  borgo) 
non  l'avessero  difeso,  e  oltracciò  fallo  alcun  danno  a' ni- 
mici alla  coda  in  sul  ritirarsi.  Questo  non  che  raffrenasse 
punto  Piero  ,  ma  maggiormente  1'  accese  ;  e  perciò  unitosi 
col  vescovo  d'  Arezzo  ,  co'  Pazzi  di  Valdarno ,  e  con  al- 
quanti degli  Ubaldini,  trovandosi  con  duemila  cavalieri,  e 
con  millecinquecento  pedoni,  a' 12  d'ottobre,  quattro  giorni 
appresso  alla  rotta  del  Castracani,  si  mosse  di  Quarata,  e 
accompagnato  d'una  grossissima  nebbia,  avendo  passato  Mon- 
tevarchi,  lungo  la  riva  d'  Arno  venuto  infino  alla  Massa,  di 
là  giralo,  entrò  improvvisamente  nel  borgo  di  Figline,  il 
quale  (.sscndo  pieno  di  vettovaglia,  di  bestiame,  e  di  massari- 
zie  ,  bastò  per  molti  giorni  a  sbramare  l'avarizia  de' soldati. 
Non  potè  Figline  ricevere  alcuno  aiuto  per  la  prestezza  del 
caso,  non  essendo  le  genti  che  aveano  soccorso  Barga,  tor- 
nate ancora  a  Firenze;  onde  i  nimici  stativi  due  giorni,  nel 
terzo,  dopo  che  1'  ebbono  d'  ogni  cosa  spogliato ,  V  abbrucia- 
rono, e  furono  in  modo  dalla  nebbia,  che  ancora  continuava, 
e  dal  fumo  coperti,  che  arsono  prima  il  Tarligliese,  che  gli 
abitatori  delle  castella  vicine  a  Figline  sapessero  novella  al- 
cuna della  mossa  di  queste  genti;  le  quali  di  quivi  tornale 
ad  Arezzo  ,  e  postesi  fuor  della  porta  alla  fonte  a  Guinizelli, 
con  non  minor  crudeltà  lacerarono  da  capo  per  molli  giorni 
quel  misero  contado;  fin  che,  venuto  più  forte  il  verno,  chi 
a  Milano,  e  chi  alle  sue  stanze  si  riducesse. 


S38  dell'  istorie  fiorentine 

Prese  in  questo  tempo  per  gli  ultimi  mesi  dell'  anno  il 
sommo  magistrato  Iacopo  del  Bene  con  grande  ,  e  quasi  certa 
speranza  della  pace;  «  onde  a  persuasione  del  Gambacorti, 
«  che  non  avea  mai  lasciato  di  persuaderla ,  si  ridusse  a 
«  mandar  fra  Bernardo  de' Guasconi,  e  fra  Bernardo  del 
«  Nente ,  ambedue  frati  minori  e  segretarj  religiosi  della 
«  Repubblica  a  Serezzana ,  per  sentir  quello  che  propones- 
«  sero  i  manilativi  da  Milano ,  i  quali  avendo  lo  stesso  or- 
«  dine,  non  si.  veniva  a  cosa  alcuna;  se  non  che  quei  del- 
«  r  arcivescovo  dissero  :  Che  venendosi  a  pace  ,  si  voleva 
«  che  tutti  i  suoi  collegati  vi  fossero  inclusi  ;  a  che  rispo- 
«  stosi  da'  Fiorentini  ,  che  si  vorrebbe  il  medesimo  dalla 
«  Repubblica,  e  d'  avvantaggio  che  si  restituissero  i  luoghi 
«  acquistati  nella  guerra.  Mostrarono  quei  di  Mihmo  deside- 
«  rio  di  saper  quali  fossero  ,  e  con  queslo  si  partirono.  « 
Nondimeno  essendo  Lozzole  assediato,  e  tenuto  molto  stretto 
della  fame  dagli  Ubaldini,  vi  si  mandò  per  soccorrerlo  Gio- 
vanni degli  Alberti,  cavaliere  e  vicario  di  Mugello  con  du- 
gento  cavalieri  e  mille  cinquecento  pedoni.  Questi  con  gran- 
di preparamenti  sapendo  quello  ,  che  nel  principio  di  que- 
st'anno  era  succeduto  a  Rosso  de' Ricci,  occupò  prima  il 
giogo  di  Malacoda,  e  di  Vagliano,  ove  pose  a  guardia  otto- 
cento fanti.  Egli  con  seicento  fanti ,  e  con  la  cavalleria  si 
pose  a  Prati  ;  e  eletti  cento  masnadieri  i  migliori  fra  tutti , 
comandò  loro,  che  conducessono  la  vettovaglia  dentro  il  ca- 
stello. Feciono  costoro  quello  che  aveano  avuto  in  com- 
messione,  rimettendo  dentro  gagliardamente  coloro ,  i  quali 
usciti  da'  battifolli  s' erano  opposti  per  contrastar  loro  il 
passo;  quando  levatisi  settanta  villani  del  paese  male  armati 
con  trenta  femmine,  le  quali  aveano  con  esso  loro,  e  mon- 
tati su  Malacoda  ,  incominciarono  con  urli,  e  con  strida  gran- 
dissime a  far  vista  di  comraovere  i  popoli  vicini;  il  che 
porse  tanto  spavento  a' masnadieri  posti  a  Malacoda,  i  quali 
erano  quattrocento ,  che  mandarono  per  soccorso  al  vicario, 
da  cui  ebbono  cinquanta  cavalieri.  Ma  costoro  con  pari  viltà 
non  avuto  ardire  d'accostarsi  a' fanti,  li  feciono  come  dispe- 
rati del  soccorso  prender  partito  a  fuggire  con  tanta  fretta, 
e  timidità,  che  i  villani,  credendo  appena  agli  occhi  proprj, 
lasciati  a  terra  i  palvesi  per  essere  più  spediti,  si  posono  a 


LIBRO  DECIMO.  539 

seguitarli.  Lo  scompiglio  fu  grande  per  modo  ,  che  si  die- 
dono  anco  a  fuggire  quelli  di  Vagliano.  Né  quelli  che  erano 
a  Prati  stettero  più  saldi,  tra  i  quali  il  capi(aiio  non  volendo 
esser  punto  più  valoroso  de'  suoi  soldati  ,  fu  il  primo,  che, 
messosi  in  fuga,  die  la  nuova  di  questo  successo  a  Scarpe- 
peria.  Così  innanzi  a  settanta  villani,  e  a  trenta  femmine  con 
eterna  infamia  dell'  Alberti ,  fuggirono  dugento  cavalieri ,  e 
mille  quattrocento  pedoni,  de' quali  essendone  pochissimi 
morti,  quattrocento  cinquanta  ne  rimasono  prigioni,  cento- 
venti a  cavallo  ,  e  il  resto  a  piè.I  cento  ,  che  aveano  fornito 
il  castello,  non  si  shigottirono  per  questo,  anzi  ripinsono  da 
capo  dentro  quegli  della  bastìa  ;  i  quali  erano  usciti  a  com- 
batterli,  fornirono  di  nuovo  il  castello  di  legname;  e  il  dì 
seguente,  bene  acconci  e  avvisati  alla  loro  difesa,  se  ne  tor- 
narono a  salvamento  in  Mugello-  Questi  mali  furono  per  al- 
lora accompcignati  dalle  novità  succedute  in  S.  Gimignano; 
benché  ivi  a  non  molto  tempo  ciò  fosse  tornato  a  profitto 
della  Repubblica,  avendo  gli  Ardinghelli  con  l' aiuto  dei  si- 
gnori di  Picchenna  cacciati  i  Salvucci  ,  e  rubate  ,  e  arse  le 
lor  case  ,  riconoscendo  la  morte  dei  due  fratelli  poco  in- 
nanzi accaduta  dai  loro  conforti.  I  Salvucci  vennero  a  Fi- 
renze raccomandandosi  al  gonfaloniere,  e  a'  priori.  Gli  Ar- 
dinghelli scrivevano,  che  tenevano  la  terra  sotto  la  prote- 
zione della  Repubblica  fiorentina,  e  di  parte  guelfa;  e  che 
se  non  si  prendea  vendetta  delle  cose  fatte,  e  i  Salvucci  non 
fossero  rimessi,  essi  intendeano  di  dar  la  terra,  dove  era  a 
tempo,  in  perpetuo.  Poco  innanzi  al  e  turbazioni  di  San  Gi- 
mignano erano  venuti  avvisi  della  morte  del  papa,  succeduta 
a' 5  di  dicembre;  perchè  con  tanta  maggior  diligenza  s'  al- 
tendea  alle  pratiche  della  pace.  Pure  essendo  tra  questo 
mezzo  preso  in  un  aguato  a  Civitella  Gualtieri  degli  liber- 
tini ,  Ggliuolo  di  Buslaccio  ,  giovane  molto  nominato  per  la 
fama  del  suo  valore,  condotto  a  Firenze,  e  trovandosi  come 
uno  di  quella  famiglia  compreso  in  un  bando  generale  fatto 
contra  gli  Ubertini ,  la  vigilia  di  Natale  gli  fu  mozzo  la  le- 
sta. Io  non  so,  se  m'  abbia  a  riferire  quello  che  dagli  scrit- 
tori di  quel  tempo  ho  trovato  scritto:  parendo  per  avven- 
tura, che  io  volessi  sollecitar  i  lettori  con  la  novità  de' mi- 
racoli; nondimeno  sarà  pure   minor    fallo    raccontar  le  cose 


S40  dell'  istorie  fiorentine 

come  elle  si  trovano,  e  di  ciò  lasciarne  il  giudizio  libero  a 
chi  legge;  perciocché  e' sono  pur  molli,  i  quali  a  queste 
cose  prestano  fede,  e  coloro,  i  quali  per  essere,  o  per  pa- 
rer severi,  e  astuti  stimano  che  elle  sien  favole,  prendono 
in  ogni  modo  diletto ,  incontrandosi  in  simili  narrazioni, 
d'aver  avuto  occasione,  onde  potere  schernire  la  credula 
semplicità  degli  antichi.  E  si  riferisce  che,  portato  il  corpo 
di  Gualtieri  in  due  pezzi  dentro  una  cassa  a  seppellire  in 
Santa  Croce  ,  venuto  a  pie  del  campanile  di  quella  chiesa 
s' incominciò  a  dibattere,  e  a  dicrollare  per  un  tratto  di  ba- 
lestro con  tanta  furia,  che  aperse  le  congiunture  della  cassa, 
e  poco  mancò ,  che  ella  non  cadesse  di  collo  a  coloro ,  che 
la  portavano-  Il  dì  seguente  furono  sì  grandi  i  tremuoti  in 
Toscana,  che  continuando  per  il  resto  dell'  anno,  quasi  ab- 
battè tutto  il  Borgo  a  Sansepolcro  -,  ove  sotto  la  rovina  de- 
gli edifici  caduti  perirono  più  di  duemila  persone.  Intanto 
si  stringeva  il  negozio  della  pace  generale  tra  tutti  i  comuni 
di  Toscana  d'una  parte,  e  l'arcivescovo  e  i  Ghibellini  dal- 
l' altra  ;  la  qual  cosa  presentita  da'  Cortonesi ,  vollono ,  per 
mostrare  piìi  liberalità,  prevenire,  e  accordarsi  co' Perugini 
senza  essa.  Ma  desiderando,  per  vivere  più  quieti,  malleva- 
dore ,  circa  il  mantenimento  della  detta  pace  il  popolo  flo- 
rentino  con  obbligazione  di  duemila  marchi  d'  argento  ,  la 
Repubblica  per  beneficio  comune  dell'  una  e  dell'  altra  città 
creò  Sindaco  sopra  ciò  Otto  Sapili  suo  cittadino  ;  il  quale 
ÌB  nome  della  signoria  promise  largamente  quello,  che  i  Cor- 
tonesi addomandavano.  «  In  Firenze  fu  tolla  via  la  (jabcUa 
«  chiamata  delle  querimonie,  stata  trovata  da' Venti  per  ac- 
ce crescer  1'  entrate  del  comune  ,  la  quale  par  che  fosse  pa- 
((  gata  da  quelli ,  che,  trovandosi  aggravati  dal  pubblico ,  e 
«  da'  magistrali ,  e  uficiali  ne  volevano  far  doglianza  '.  E  per- 
ei che  r  entrate  pubbliche  fossero  meglio  governate,  fu  or- 
«  dinato  r  uficio  de'  Regolatori,  di  quattro  cittadini,  uno  per 
«  quartiere,  che  tre  popolari  e  un  grande,  a' quali  si  dette 
«  la  cura  di  tener  conto  dell'  entrale  e  uscite    della   Repub- 

'  Bel  modo  per  far  chetare  la  gente!  e  pure  nou  si  chetavano;  il 
che  mostra  che  non  v'ha  nulla  che  valga  a  ritenere  i  popoli  dal  richia- 
marsi e  doler^t  de'mali  governi,  e  chi  intende  di  resister  loro  non  fa 
che  dar  di  cozzo  nella  fata. 


LIBRO   DECIMO.  541 

0  blica  con  autorità  di  poter  accrescere  e  diminuire,  secondo 
«  le  occorrenze  pubbliche,  le  gabello.  A  Riccardo  de' Can- 
«  cellieri,  a  Giovanni  de' Panciatici,  a  Agnolo  dc'Lazzari, 
«  e  a  Andrea  de'  Muli,  tutti  e  quattro  cavalieri  pistoiesi,  fu 
«  data  la  cittadinanza  fiorentina.  Fu  poi  risoluto;  non  re- 
te stando  i  Gambacorti  di  confortare  i  Fiorentini,  di  mandare 
«  ambasciadori  a  Serezzana  per  concluder  la  pace,  e  a  tale 
«  effetto  furono  eletti  Giannozzo  de' Cavalcanti  cavaliere, 
«  Niccolò  di  Lapo  giudice,  e  Carlo  Strozzi,  a'  quali  fu  com- 
«  messo  di  procurar  di  non  arrivar  in  Serezzana  avanti  gli 
«  ambasciadori  dell'  Arcivescovo  '  ».  Questa  provisione  fu 
fatta  il  primo  giorno  dell'anno  1353,  nel  quale  era  stato  tratto 
gonfaloniere  Giovanni  de'  Medici  cavaliere,  quegli  che  fu  am- 
basciadore  al  re  d'  Ungheria  ,  ma  non  ebbe  ventura  di  ve- 
dere ,  che  nel  suo  magistrato  si  fosse  dato  fine  a  quella 
gueira  ,  nella  quale  l'altro  Giovanni  si  era  portato  con  tanta 
sua  lode;  perciocché,  come  avvenne  appunto  a  Nastagio  Bu- 
celli  primo  gonfaloniere  dell'  anno  passato,  morì  ancora  egli 
risedendo  gonfaloniere,  e  in  suo  luogo  fu  tratto  per  il  resto 
del  tempo  Manette  da  Filicaia,  figliuolo  di  Spigliato.  Questi 
non  dubitando  più  della  guerra,  per  la  pace  che  si  lenea  di 
fermo  per  conchiusa ,  la  quale  era  sollecitata  grandemente 
dal  nuovo  pontefice,  il  quale  Innocenzio  VI  volle  esser  chia- 
malo, «  e  avea  dato  conto  a'  Fiorentini  della  sua  elezione 
con  breve  dell'  ultimo  di  dicembre  »,  e  veggendo  che  quelli 
di  S.  Gimignano  non  voleano  ricevere  i  Salvucci,  mandò,  di 
consentimento  de'  priori ,  e  di  tutto  il  senato  ,  Paolo  Vaiani, 
nobile  romano ,  il  quale  era  allora  podestà  di  Firenze,  con 
seicento  cavalieri ,  e  con  gran  numero  di  popolo  a  pie  ,  a 
rassettar  le  cose  di  quella  terra.  I  Sangimignanesi  solTersono 
prima  il  guasto  del  contado,  che  recarsi  ad  ubbidire  ;  e  non- 
dimeno ,  dopo  ricevuto  il  danno  ,  temendo  di  peggio ,  ven- 
nero a  questo  accordo,  che  gli  Ardinghelli  si  pacificassero 

I  II  vecctiio  Ammirato  dice  :  -Poi  si  mandarono  nuovi  ambascia- 
dori  per  la  conclusione  della  pace  ,  avendo  aggiunto  aUa  persona  di 
Lotto  Gambacorti  per  compagno  Francesco  della  medesima  fami- 
i^^lm,  acciocché  le  cose  procedessero  con  maggiore  autorità.  Il  Co- 
lio dice  :  die  in  questa  pace.,  che  fu  concliiusa  in  Sarzana.,  inter- 
venne per  i  Fiorentini  Carlo  Strozzi. 


S42  dell'istorie  fiorenti>e 

to' Siilvucci,  avessero  i  fuorusciti  i  frutti  de' loro  beni,  ma 
che  per  sei  mesi  non  entrassero  nella  terra:  Che  la  Repub- 
blica, oltre  il  termine  di  tre  anni,  che  dovea  aver  la  guardia 
di  Sangiraignano,  l'avesse  ancor  poi  per  cinque  altri,  e  te- 
nessevi  col  capitano  della  guardia,  «il  quale  fu  Pepo  d'An- 
tonio degli  Albizi»  settnntacinque  cavalieri  alle  spese  de'ter- 
razzani.  «  Alle  preghiere  degli  stessi  Sangiminiatesi  fu  per- 
«  donato  a  Sloldo ,  Simone  ,  Zanobi  e  a  Ranieri  de'  Rossi 
«  inquisiti  d' essere  entrati  armatamano  ,  di  uolle  tempo 
«  nella  terra,  e  commessovi  delle  scelleratezze.  Tornavansi 
«  d'Ungheria  i  principi  de' Reali  di  Napoli  liberati  da  quel  re: 
«  perchè  dubii.indo  i  Fiorentini  che  volessero  o  potessero 
u  venire  a  Firenze,  gli  mandarono,  sotto  spezie  d'onore  e 
«  di  rallegrarsi  della  loro  liberazione,  Iacopo  degli  Alberti, 
«  e  Donato  Velluti  ad  incontrargli  in  Romagna ,  con  ordine 
«  d'informarsi  dilla  strada  che  fossero  per  fare,  e,  se  per 
«  la  Marca  gli  accompagnassero  due  o  tre  giornate,  secondo 
«  che  mostrassero  di  aver  gusto  ;  ma  dicendo  di  voler  ve- 
«  nire  lutti  a  parti-  a  Firenze  cercassero  di  dissuadernegli  nella 
«  miglior  maniera  possibile ,  e ,  non  volendo  intendere ,  di- 
"  cessero  lor  chiaramente,  che  non  ci  venissero,  perche  es- 
«  sendosi  la  Repubblica  mostrata  sempre  affezionata  a  lutti 
«  i  discendenti  del  re  Carlo,  non  voleva  cominciare  ora  a 
«  mostrarsi  parziale.  Per  questo  non  aver  voluto  dare  il 
«  passo  per  il  suo  dominio  al  re  d'  Ungheria  ;  e  per  lo  stesso 
«  rispetto  fu  fatto  vedere  al  re  Luigi  in  passando  per  To- 
«  scana  ,  che  non  era  bene  che  venisse  a  Firenze,  potendo 
«  la  Repubblica,  non  si  mostrando  parziale,  operar  più  fa- 
«  cilmente  a  onore,  comodo  ,  e  servizio  di  tutti  ».  Fu  in 
questo  tempo  recato  in  Firenze  il  corpo  di  Lorenzo  Ac- 
ciainoli, figliuolo  del  gran  Siniscalco,  morto  nel  regno;  il  quale 
con  pompa  non  usata  alla  città  fu  portato  a  seppellire  al  mo- 
nastero della  Certosa ,  poco  innanzi  edificato  dal  padre  tra 
la  Greve  e  V  Ema  su  un  poggio  rilevato  presso  a  due  mi- 
glia fuor  della  città.  Era  il  suo  corpo  dentro  una  cassa  co- 
perta tutta  di  broccato  d'  oro ,  e  questa  era  messa  in  una 
lettiga  ricchissima  portala  da  due  grandi  destrieri ,  su  quali 
erano  due  scudieri  vestiti  di  nero,  che  guidavan  la  bara.  In- 
nanzi al  corpo  andavano   sette    destrieri   coperti  di   velluto 


LIBRO   DECIMO.  0Ì3 

"nero  iiifino  a  terra,  tulli  con  1'  arme  della  famiglia  d'  argento 
batlulo.  1  due  primi  portavano  un  gr;in  cimiero  per  uno,  il 
terzo  lo  stendale,  gli  altri  quattro,  ciascuno  una  grande  ban- 
diera di  queir  arme  con  le  targhe  rilevate.  Il  numero  de'dop- 
pieri,  de'  religiosi,  e  de'  ciltadini  fu  grande,  da'  quali  accom- 
pagnato infìno  alla  porta  di  S.  Pier  Gattoliiio  appicde ,  di 
quivi  essendo  montati  molli  a  cavallo,  feciono  apparire  un'  al- 
tra sorte  di  spettacolo.  Non  fu  il  giovane ,  olire  i  meriti  e 
stato  del  padre,  giudicalo  indegno  di  questo  onore  per  pro- 
pria virtù,  essendosi  nelle  guerre  di  quel  regno  portalo  va- 
lorosamente. 

Ora  in  Firenze  rimanevano  le  molestie  domestiche,  ca- 
restia, benché  molto  minore  che  nell'altre  parti  d'Italia  (per 
rimediare  alla  quale  furono  deputati  oUo  cittadini),  e  ladro- 
necci grandissimi  per  la  città,  non  essendo  notte,  che  alcun 
solenne  furto  non  fosse  commesso  con  grandi  rammarichìi 
del  popolo,  e  non  piccola  indegnazione  del  podestà  Vaiani, 
il  quale,  come  che  molto  diligentemente  di  ciò  facesse  cer- 
care, nulla  ne  ritrovava;  il  che  parca  strano,  essendo  più  che 
in  altra  città  d' Italia,  costume  in  Firenze  d'  andar  intorno  la 
notte.  Trovossi  finalmente  d'  orrevoli  ciltadini  aver  mano  a 
queste  ribalderie,  e  la  cosa  esser  ita  cotanto  tempo  coperta 
per  un  nuovo  artificio  usato  in  questo  mestiere.  Ragunala  la 
schiera  de' riibalori  con  trombe,  e  liuti,  e  altri  stromenti  mu- 
sicali, si  poneva  in  alcuna  via,  come  ciò  si  facesse  per  amor 
di  donna,  a  sonare.  E  Ira  tanto  mentre  allri  con  lieve  e 
tanaglie  sconficcavano  le  case,  e  le  botteghe  ,  alcuni  giovani 
di  buone  famiglie  posti  a' capi  delle  vie,  pregavano  se  alcun 
si  trovava  a  caso  di  voler  quindi  passare,  a  far  altro  cammi- 
no ;  perciocché  era  in  quel  luogo  chi  per  conto  di  donna 
facea  far  la  musica,  che  non  avea  caro  d'esser  conosciuto. 
Così  a  suon  di  trombe  e  di  leuti  erano  imbolali  i  beni  dei 
poveri  cittadini;  finché  fra  gli  altri  si  scoperse  Bordone  Bor- 
doni, leggiadro  e  ardito  giovane,  esser  menatore  di  questa 
danza.  Era  costui  stato  figliuolo  di  Chele  e  nipote  di  Pagno, 
l'uno  e  l'altro  suti  gonfaloniere  di  giustizia;  il  fratello  di 
lui,  il  qual  vivea,  era  Gherardo,  stalo  l'anno  innanzi  araba- 
sciadore  all'imperadore.  La  famiglia  per  ricchezza,  e  per 
dignità,  e  per  parentadi  era  mollo  polente,  benché  allrc  volte 


S44  dell' isToniE  fiorentine 

fosse  stata  battuta.  Talché,  essendo  Bordone  richiesto,  non  si 
sbigottì  di  comparire  ;  ne  il  podestà  romano  ,  patria  poco 
propizia  alla  sua  famiglia  (perciocché  Bordone,  e  Gherardo, 
suoi  zij,  furono  anche  l'un  confinato ,  e  l'altro  ammonito  da 
un'  altro  uficiale  romano  ),  stette  molto  a  pensare  di  metterlo 
alla  fune ,  e  avendo  confessato ,  non  si  dubitava  che  egli 
fosse  per  eseguir  la  giustizia.  Il  fratello  e  parenti,  fatte  lor 
ragunate,  dinanzi  a' priori  il  difendevano.  E  già  il  gonfalo- 
niere Filicaia ,  e  compagni  aveano  preso  le  parti  sue.  La 
plebe  volea  in  ogni  modo  che  la  giustizia  avesse  il  suo  ef- 
fetto, a  cui  inchinando  il  podestà  non  voleva  ascoltar  le  pre- 
ghiere e  conforti  de'  priori.  I  quali  vedendo  che  la  lor  in- 
tercessione era  sprezzata ,  cassarono  tutta  la  famiglia  del 
podestà;  la  cui  ingiuria  non  polendo  egli  con  forte  animo 
sofferire,  rese  la  bacchetta  del  suo  magistrato  a' priori,  e 
detto  loro,  che  non  avendo  la  giustizia  il  suo  luogo,  egli  era 
inutile  a  Firenze,  se  ne  tornò  privato  al  suo  palagio,  e  lieto 
di  vedere ,  che  il  popolo  minuto  farebbe  le  sue  vendette  : 
quindi,  montalo  subitamente  a  cavallo,  se  n'andò  a  Siena. 
Sentitosi  questo  per  la  città,  il  romore  fu  grande,  non  si  par- 
lando altro  per  tutti  i  lati,  se  non  che  in  Firenze  la  giustizia 
era  spenta  pe' grandi,  e  che  solo  i  piccoli,  e  i  poveri  d'  ogni 
picciol  fallo  erano  a  guisa  di  pecore  menati  al  macello.  E 
con  questi  romori  si  trovò  la  mattina  seguente  per  molti 
canti  notalo  con  carbone  ne'  muri,  che  in  Firenze  non  si  fa- 
ceva giustizia.  Di  che  accorgendosi  Tommaso  Corsini,  dottor 
di  leggi  succeduto  al  Filicaia  nel  gonfalonerato,  «  e  dubitan- 
«  do  di  tumulti,  non  facendo  il  popolo  segno  di  volersi  ac- 
«  chetare,  fu  costretto  co' priori  di  annullare  la  cassazione 
«  fatta  degli  ufuiali  del  podestà,  e  di  mandar  per  lui  Amerigo 
«  da  Sommala,  e  Francesco  Bruni  notaio,  con  dolersi  della 
«  sua  partita,  poiché  l'avergli  cassalo  la  famiglia  non  era 
«  stato  per  impedir  la  giustizia,  ma  solo  per  ritardarla  ».  Il 
podestà  ,  avuto,  sotto  protesto  della  carestia,  due  mila  fiorini 
d'oro  oltre  al  salario,  se  ne  tornò  alla  sua  carica  con  dop- 
pio utile  e  riputazione,  e  senza  perder  momento  di  tempo 
fece  mozzar  il  capo  al  Bordoni,  '  bandi  molti  consapevoli , 

J  II  testo  dice  ;  Di  che  accorgendoti    coloro,  che  governavano ,  e 


LIBRO   DECIMO.  545 

e  purgò  la  città  dalle  ruberie  \  L'  ultimo  di  marzo  fu  fìnal- 
u  mente  per  mezzo  de'  Gambacorti  fermata  la  pace  in  Seraz- 
«  zana  tra  l'arcivescovo  di  Milano,  per  il  quale  v'  erano  am- 
«  basciadori  il  marchese  Guglielmo  Palavicino,  e  Protaso  dei 
«  Caymi,  e  la  Repubblica,  ambasciadore  e  sindaco  della  quale 
«  a  farne  il  contratto  fu  solo  Carlo  degli  Strozzi,  e  i  Pe- 
«  rugini.  I  Sanesi  vi  furono  nominati  come  collegati  con  ob- 
«  bligo  di  ratiQcarla  fra  tre  mesi.  Vi  furono  anche  nominati 
«  tutti  gli  aderenti,  seguaci,  raccomandati,  e  amici  delle  par- 
((  ti;  e  i  capitoli  più  principali  furono  (dico  piti  principali, 
«  perchè  il  contratto  della  pace  è  un  libro  ben  grande ,  e 
«  ve  ne  sono  molti  toccanti  a' Perugini,  e  ad  altri):  Che  ri- 
«  mettendosi  ira  le  parti  ogni  ingiuria ,  non  se  ne  potesse 
«  fare  per  alcun  tempo  inquisizione  contra  chi  fosse  incluso 
«  in  essa:  Che  gli  Ubaldini  come  seguaci  dell'arcivescovo 
«  fossero  liberati  da' bandi  e  condannagioni ,  con  ritornare 
«  ne' beni  slati  lor  tolti  dal  1340  innanzi,  e  che  Gentile  e 
((  Ugolino  de' Soldanieri ,  e  Ricovero  de' Cerchi  godessero 
«  come  seguaci  degli  Ubaldini,  a'  quali  si  dovesse  dalla  Re- 
«  pubblica  restituire  il  castello  di  Lozzole.  Il  medesimo  si 
«  facesse,  in  quanto  a' beni,  a'  conti  di  Sanbavello ,  e  a  Ga- 
«  leotto  e  Riccardo  de'  conti  Guidi,  e  che  a'  conti  Simone  e 
«  Spina  fosse  amministrata  giustizia  per  quello  pretendes- 
«  sero  nel  castello  del  Pozzo:  Che  alcuni  de'Ricasoli  e  degli 
«  Agolanti  di  Firenze  fossero  liberati  da' bandi;  e  lo  stesso 
(c  seguisse  d'alcuni  degli  Ammanati,  de' Tedici,  de'Vergel- 
«  lesi,  e  de'Gualfreducci  di  Pistoia,  e  de' Guazzalotri  di  Pra- 
«  to  ;  con  questo  però  che  mai  si  potessero  accostare  a  Fi- 
«  renze ,  a  Pistoia,  né  a  Prato  per  dieci  miglia  ;  altrimenti 
«  incorressero  nelle  pene  de' lor  bandi.  Che  la  città  di  Arezzo 
«  fosse  governala  e  retta  come  si  faceva  allora  ;  che  i  Ghi- 

dubitando  di  tumulti,  non  Jacendo  il  popolo  segno  di  volersi  acche- 
tare^ furono  costretti  mandar  per  lo  podestà;  il  quale  a\>uto  prima 
per  suoi  interessi  duemilacinquecento  Jìorini  d'  oro,  un  doppio  utile 
e  riputazione,  tornò  a  Firenze,  e  quitti  senza  perdere  un  momento 
di  tempo  fece  mozzar  il  capo  al  Bordoni  ec. 

I  È  vero  che  ancora  in  quel  tempo  e  in  que' governi  si  commettevano 
delitti  i  e  si  facevano  iagiastizie.  Ma  è  vero  anche  che  il  popolo  se  ne 
accorgeva,  e  costringeva  i  magistrati  a  fare  la  giustizia. 

Amm.  Vol.  II.  33 


546  dell'istorie  fiorentine 

«  bellini  e  seguaci  degli  Ubaldini  vi  potessero  andare  e  slare. 
«  e  godere  i  ior  beni:  ma  gli  Uberlini  lutti,  de' Pazzi  i  di- 
«  scendenti  di  Branzallo,  i  nobili  di  Talla ,  quei  di  Monlagulo 
«  de'Barbolani ,  i  conti  di  Palazzuolo  ,  Neri  della  Fagiuola 
«  con  tulli  della  sua  casa,  e  il  signor  di  Cortona  con  suo  fra- 
«  lello  e  seguaci  non  vi  si  potessero  accostare  a  due  miglia, 
«  e  a  ciascuno  fossero  restituiti  i  beni  non  alienali  avanti 
«  al  1340.  Piero  Saccone  ,  e  suoi  consorti  non  vi  si  potes- 
«  sero  ancor  essi  accostare  a  tre  miglia,  salvo  nel  luogo  di 
«  Pietraraala;  nel  qual  luogo  fosse  Ior  lecito  di  stare  e  abi- 
ti lare,  con  aver  per  loro  e  per  i  Ior  castelli  le  medesime 
«  esenzioni  per  tempo  di  dieci  anni,  che  aveano  avanti  si 
«  unissero  con  l'arcivescovo;  e  che  tutte  le  terre  acquistale 
«  dal  Saccone  e  da' suoi  consorti  nella  guerra  fossero  pari- 
«  mente  per  dicci  anni  esenti,  eccettuato  la  fortezza  di  Tuori 
«  di  'V^aldechio ,  la  quale  si  dovea  restituire  a  di  chi  era, 
«  con  far  pace  con  quei  di  Castiglione  Aretino.  Che  Niccolò 
«  da  Monteaguto  de'Barbolani  e  gli  abitatori  del  dello  luogo 
«  godessero  per  tre  anni  l'esenzioni  che  godevano  per  la 
«  pace  tra' Fiorentini  e  Pietramalesi:  Che  le  castella  e  luo- 
«  ghi  del  vescovo  di  Arezzo  fossero  esenti  conforme  alla 
«  pace  degli  Uberlini,  con  avere  il  civile  e  criminale.  A  Nic- 
«  colò  degli  libertini  fosse  lecito  di  vendere  il  castello  di 
'(  Civitella  a  chi  gli  piacesse  senza  il  consenso  de' Fiorentini, 
«  con  esser  accordalo  il  prezzo  dal  Gambacorti,  o  da  due 
«  chiamati:  Che  agli  libertini  fossero  restituiti  i  beni,  non 
«  si  intendendo  di  quelli  di  giuridizione,  o  castelli,  ne  de- 
«  gli  alienali  avanti  al  1340,  e  potessero  stare  nel  castello 
«  dell'  Ambra,  e  quello  far  guardare  ;  ma  1'  amministrarvi  giu- 
«  stizia  fosse  degli  Aretini.  A  Biagio  conte  di  Palazzuolo 
«  restassero  i  castelli  di  Palazzuolo,  e  di  Ripaglia,  e  ogn' al- 
ci tra  giuridizione  che  avesse  avanti  la  guerra:  Che  il  cava- 
li bere  Francesco  Castracani  dovesse  rovinare  la  fortezza  e 
Il  muraglia  del  castello  di  Tiglio  ,  e  cosi  renderlo  alla  Fie- 
li pubblica  fiorentina,  alla  quale  restassero  i  castelli  di  Seg- 
II  gio,  di  Molognone,  e  di  Pedone:  Che  il  castello  di  Soraho 
«  preso  otio  mesi  prima  con  la  bandiera  di  Milano,  restasse 
Il  libero  alli  abitatori,  i  quali  non  lo  potessero  alienare  ne 
(i  ali  arcivescovo  né  a' suoi  seguaci,  e  dalla  Repubblica  fos- 


LIBRO   DECIMO  S47 

«  sero  liberati  da'  bandi:  C.he  il  contado  di  Coreglia  restasse 
«  libero  a' Castracani  :  Che  Giovanni  di  Conte  de' Medici, 
«  Taddeo  dell' Antella,  e  Uguccione  de' Sacchetti  con  ogni 
«  altro  che  si  trovasse  bandito  per  causa  dell'  arcivescovo 
«  fossero  liberati:  Che  il  signor  di  Cortona  godesse  della 
v.  pace  come  aderente  di  Milano:  Che  in  Cittadicastello  con- 
«  tinuasse  il  governo  che  vi  era:  Che  l'arcivescovo  liberasse 
«  da  ogni  bando  quei  del  Borgo  a  Sansepolcro  banditi  da 
«  poi  che  ne  avea  la  signoria,  con  lasciar  fra  tre  mesi  quella 
«  terra  libera,  né  più  impacciarsene,  e  lo  stesso  facessero  i 
«  Perugini:  Che  lasciasse  anche  libera  in  mano  di  Marco  da 
«  Pietramala  la  terra  d'  Anghiari,  come  dovesse  fare  in  mano 
«  de' Pistoiesi  i  castelli  e  fortezze  di  Piteccio  e  della  Torre, 
«  e  le  ville  del  Treppio,di  Fossato,  di  Monticelli,  e  di  Pon- 
«  temezzano  tutte  del  contado  di  Pistoia.  Il  castello  e  for- 
te tezza  di  Sambuco  e  Sambucone ,  pur  del  contado  di  Pi- 
«  stola,  l'arcivescovo  gli  desse,  col  consenso  del  vescovo  di 
«  Pistoia,  in  mano  de' Pisani,  da' quali  si  dovean  guardare 
«  a  spese  dell'arcivescovo  e  de'Fiorentini,  e  dargli  poi,  man- 
«  cando  1'  una  delle  parti  alla  pace  ,  a  quella  che  1'  osser- 
«  vasse.  La  Repubblica  disfacesse  ogni  fortificazione  fatta  al 
«  castello  di  Montegemmoli  con  lasciarlo  agli  Ubaldini:  Che 
«  ogni  proibizione  fatta  dall'arcivescovo  per  i  panni  di  Fi- 
«  renze  fosse  annullala,  e  lo  stesso  seguisse  delle  fatte  dai 
«  Fiorentini  di  quei  di  Milano:  Che  l'arcivescovo  né  perse 
«  né  per  altri  si  dovesse  intromettere  nelle  cose  di  Toscana, 
«  e  del  ducato  di  Spoleti,  eccetto  però  del  patrimonio  di 
«  S.  Pietro  posto  in  Toscana ,  e  in  questo  a  richiesta  solo 
«  del  papa  e  a  suo  favore,  e  in  conto  alcuno  non  si  dovesse 
«  intromettere  nelle  città  di  Firenze,  di  Pistoia,  di  Perugia, 
«  di  Cittadicastello,  della  terra  del  Borgo  a  Sansepolcro,  di 
«  Pisa,  di  Lucca,  di  Serazzana,  e  de'  loro  contadi  e  distretti, 
«  e  intromettendosene  s'intendesse  la  pace  rotta.  Il  raedesi- 
«  rao  s'intendesse  per  la  Repubblica  e  suoi  collegati  inlro- 
(C  mettendosi  nelle  cose  di  Bologna,  della  provincia  di  Lom- 
«  bardia,  e  altri  luoghi  sottoposti  all'arcivescovo.  Che  si 
«  rimettessero  tutti  i  banditi  per  conto  di  guerra  da  ciascuna 
«  delle  parti,  o  qualunque  altro  che  fosse  dichiaralo  ade- 
«  rente  dell'arcivescovo  ,  la  qual  dichiarazione   avessero   a 


548  dell'  istorie  fiorentine 

«  fare  Lotto  e  Francesco  Gambacorti.  Pena  centomila  fiorini 
«  d' oro  a  chi  contravvenisse  ad  alcuno  de'  capitoli  della 
«  pace.  La  quale  fu  fatta  bandire  a'9  d'Aprile  '  ».  Con  que- 
ste e  altre  convenzioni  fu  per  allora  posto  fine  alla  guerra, 
la  quale  era  stata  tra' Visconti  e  Fiorentini. 

'  Il  vecchio  Ammirato  dopo  ruberìe,  seguita  nel  seguente  modo  infino  al 
termine  del  libro  :  Prese  poi  il  gonj alone  rato  Tommaso  Corsini  dottor 
di  leggi;  nel  qual  tempo  essendo  conchiusa  la  pratica  della  pace,  e  non 
ancor  pubblicai  a,  J'u  per  riceversi  alcun  danno  dalle  genti  dell'  arcive- 
scovo in  Mugello.  Ma  essendo  finalmente  pubblicata  in  Firenze  il 
primo  dì  d'  aprile,  l'  armi  si  posarono  per  tutto.  I  capitoli  princi- 
pali furono  questi:  Che  buona  e  leale  pace,  e  da  doversi  sempre  os- 
servare si  Jacea  J'ra  V  arcivescovo  di  Milano  e  tutte  le  sue  città, 
sudditi  e  aderenti  da  un  lato,  e  i  Fiorentini,  i  Perugini,  Senesi,  gli 
aretini,  ed  altri  simili  co''  loro  distrettuali  e  aderenti  daW  altro. 
Essendo  l'  arcivescovo  tenuto  di  rimetter  in  mano  comune  la  Sam- 
buca, e  il  Sambucone  ;  e  il  comune  di  Firenze  disjàr  Montegemmoli; 
il  qual  disfatto  dovesse  subito  riaver  le  dette  castella  depositate; 
che  niuno  per  P  avvenire  potesse  più  riedificare  Montegemmoli:  Che 
i  Fiorentini  fossero  tenuti  render  Lozzole  agli  Ubaldtni  ,  e  l'arci- 
vescovo Peteccio,  e  /'  altre  tenute  da'  Pistoiesi  :  Che  la  Repubblica 
fiorentina  dovesse  trar  di  bando  tutti  i  banditi  per  detta  guerra,  o 
qualunque  altro  fosse  dichiarato  aderente  del  detto  arcivescovo,  la 
qual  dichiarazione  avessero  a  fore  Lotto  e  Francesco  Gambacorti 
metzani  delta  detta  pace.  Con  queste  convenzioni  ec. 


Fine  del  Tomo  Secondo 
della  i.^  paute. 


II^DICE 

DEL    TOMO    SECONDO 


-oi^m^r>- 


LiBRo  Quinto.  (  Anni  1309-1321  ) Pag.       o 

Libro  Sesto.  (Anni  1322-1326) «     83 

Libro  Settimo  (  Anni  1327-1331) «  163 

Libro  Otvavo.  (  Anni  1332-1339) «  233 

Libro  Nono.  (  Anni  1340-1343; «  331 

Libro  Decimo.  [Anni]  1344-1353) «  427 


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